Rinchiudevano i detenuti con comportamenti “devianti, conflittuali o autolesionistici” in una cella di punizione, priva di acqua, di luce e di riscaldamento; senza servizi igienici, senza letto e senza uno sgabello per sedersi. E nella cella 408, dopo aver tentato il suicidio in una cella comune, ci finì anche Cherib Debibyaui, 28 anni, marocchino, che il 5 marzo 2009 si tolse la vita impiccandosi.
Il
giovane era arrivato nella Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore
da pochi giorni, trasferito da Reggio Emilia dove era stato condannato
per spaccio di sostanze stupefacenti. Non era stato accettato bene dai
detenuti del carcere veneziano, neppure dai suoi connazionali perché
soffriva di turbe psichiche e in cella si comportava in modo piuttosto
strano.
Nonostante questo era
stato sistemato in una cella con altri detenuti e quella mattina si era
chiuso in bagno. Solo per caso, aveva bisogno di lavarsi, un altro
detenuto si è accorto che si era appeso ai tubi del bagno e lo ha
salvato, sollevandolo e facendo in modo che il nodo si stringesse
intorno al collo.
Sono
immediatamente intervenuti gli Agenti della Polizia penitenziaria che
dopo aver controllato lo stato di salute del marocchino, lo hanno
trasferito in una cella da solo, più che una cella una camera di
sicurezza dove vengono trattenuti i detenuti pericolosi o in stato di
agitazione.
Gli vennero
sottratti cinghie, lacci, lenzuola, tutto ciò che lui poteva trasformare
in una corda. Gli lasciarono solo una coperta. Lui, con pazienza e
strappando con i denti ha ridotto quella coperta in striscioline di
lana, le ha intrecciate e ha costruito una corda. È riuscito ad
impiccarsi agganciandola alla cerniera della finestra, che stranamente
ha retto i sui settanta chili.
Il
Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Venezia
Dott. Massimo Michelozzi, titolare dell’inchiesta, ha raccontato in
Udienza di essere entrato in quella cella e l’ha descritta : “buia, un odore forte e nauseante, gli escrementi per terra”.
Per la sua morte furono sottoposte ad indagine diverse persone tra cui
l’Ispettore di Polizia Penitenziaria Domenico Di Giglio, 46 anni, che
quel giorno comandava gli Agenti in servizio e che fu accusato del
delitto di omicidio colposo.
La
vicenda finì con una ulteriore tragedia, poiché l’Ispettore Di Giglio,
nel frattempo messo in congedo per problemi psicologici, si tolse la
vita il 27 settembre 2009, dopo aver ammazzato con quattro colpi di
pistola (due al torace e due al collo) la moglie Emanuela Pettenò, 43
anni, Guardia Giurata.
Oggi sul
banco degli imputati ci sono l’ex Comandante della Polizia
Penitenziaria del Carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia Daniela
Caputo, l’Ispettore Stefano Di Loreto, l’Assistente Capo Vincenzo
Amoroso, il Vice Sovrintendente Francesco Caputo e gli Ispettori
Leonardo Nardino e Pietro De Leo. Caputo e Di Loreto devono rispondere
di omicidio colposo e abuso di autorità mentre gli altri quattro solo
del secondo reato.
Nei giorni scorsi il Giudice per l’Udienza Preliminare Dott. Andrea Comez, dopo
che il Pubblico Ministero ha ribadito la richiesta di rinvio a giudizio
per i cinque imputati, ha rinviato l'Udienza al 23 dicembre prossimo
per l'ex comandante della Polizia penitenziaria Caputo, che ha chiesto
di essere processata allo stato degli atti con il rito abbreviato,
mentre quelle per gli altri quattro, al 12 novembre, giorno in cui il
Magistrato dovrà decidere se indizi e prove sono sufficienti per
mandarli sotto processo.
Di
Loreto, stando al capo d'imputazione, a causa del tentativo di suicidio
di Cherib, che era stato sventato in precedenza da due detenuti che
erano con lui in una cella comune, lo avrebbe trasferito nella cella di
punizione, dove dopo 62 ore di isolamento era riuscito ad impiccarsi al
chiavistello della finestra. La Caputo avrebbe avvallato la decisione
del sottoposto e non avrebbe disposto la sorveglianza sul detenuto a
rischio.
La stessa sorte avrebbero subito nel corso del 2008 e del 2009
altri detenuti, in particolare, il tunisino Kais Latrach (rinchiuso
nella cella 408 per 25 ore una prima volta e per altre 32 una seconda),
il tagico Omar Basaev (per 175 ore), il romeno Ilie Paval (per 46 ore),
gli iracheni Mohamed Sami (per 30 ore una prima volta e per altre 121
una seconda) e Karim Eddi (per 9 ore).
Per la
maggior parte degli episodi la Comandante della Polizia Penitenziaria di
Santa Maggiore avrebbe approvato la decisione dei suoi sottoposti a
rinchiudere in una cella di rigore, in gergo definita “cella liscia” i
detenuti, non solo quelli che avrebbero minacciato o percosso altri
carcerati o danneggiato le strutture di Santa Maria Maggiore, ma anche
chi, come il 28enne Cerib aveva cercato di uccidersi. E nonostante fosse
stata la presenza di altri detenuti a salvarlo, con tutta evidenza
sarebbe stata la decisione di metterlo in una cella da solo, oltre che
senza acqua, luce e riscaldamento, a permettere che i suoi tentativi di
suicidio andassero a buon fine. Al processo era presente anche Eddy
Karim, costituitosi parte civile con l’Avvocato Marco Zanchi, che ha
ricordato che c'era voluta la morte per porre fine ad una pratica che
durava da tre anni.
Solo nei
primi 10 mesi del 2013 sono decedute 123 persone, 39 delle quali si sono
tolte la vita mentre, dal 2000 sino ad oggi, i prigionieri che sono
passati a miglior vita nelle nostre Carceri sono 2.210 di cui ben 791 si
sono suicidati.
I Radicali
Italiani con l’On. Marco Pannella denunciano da tempo la flagranza
criminale dello Stato e la Corte Europea dei Diritti Umani condanna
ripetutamente l’Italia per violazione sistematica dell’Art. 3 della
Convenzione di Roma che proibisce categoricamente la tortura e le pene
ed i trattamenti inumani e degradanti.
Recentemente,
in seguito alla battaglia dei Radicali e dopo l’ultimatum dell’organo
giurisdizionale istituito presso il Consiglio d’Europa, il Presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano ha inoltrato un formale messaggio al
Parlamento chiedendo una serie di interventi per risolvere la questione
carceraria suggerendo di valutare la concessione dell’Amnistia ed
dell’Indulto, provvedimenti clemenziali specificatamente previsti
dall’Art. 79 della Costituzione.
Immediatamente
si sono registrati gli attacchi al Capo dello Stato da parte di alcune
Forze Politiche e, nello specifico, la Lega Nord Padania, i Fratelli
d’Italia ed il Movimento Cinque Stelle ritenendo che il suo intervento
fosse un “salvacondotto” per l’ex Presidente del Consiglio On. Silvio
Berlusconi, Leader del Pdl, condannato definitivamente per frode fiscale
e che comunque non sono necessari i provvedimenti di clemenza generale
invocati.
Oggi a Bari il Sindaco
di Firenze e candidato in pector alla Segreteria del Partito
Democratico Matteo Renzi dice “Affrontare oggi il tema dell’Amnistia e
dell’Indulto è un clamoroso autogol. Bellissimo vedere chi fa
volontariato nelle Carceri, ma come facciamo a insegnare la legalità ai
giovani e agli studenti se ogni sei anni buttiamo fuori i detenuti
perché le Carceri scoppiano ?”.
Purtroppo
oltre alla Lega Nord, a Fratelli d’Italia ed al Movimento Cinque
Stelle, bisognerebbe spiegare al Sindaco Renzi (e a coloro che la
pensano come lui) che in questo momento occorre interrompere con urgenza
la strage che si consuma quotidianamente ai danni dei reclusi nelle
nostre Carceri che dovrebbero essere il “Regno del Diritto” ed invece
sono delle “Discariche Sociali” dove ci sono moltissimi poveri cristi,
dove viene praticata la tortura, dove dalla disperazione ci si toglie la
vita e dove vengono regolarmente violati quei diritti umani
fondamentali garantiti dalla Legge fondamentale dello Stato.
Non esistono altri provvedimenti – se non l’Amnistia e l’Indulto – che siano in grado di porre freno a questa “situazione
di prepotente urgenza sempre più prepotentemente urgente sul piano
costituzionale e civile. Una realtà che ci umilia in Europa e ci
allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la
vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire
sovraffollate è quasi un eufemismo, per non parlare dell’estremo orrore
dei residui ospedali psichiatrici giudiziari, inconcepibili in qualsiasi
paese appena appena civile”.
Caro Sindaco,
dovrebbe dire ai giovani e agli studenti, che lo Stato Italiano che si
definisce civile e democratico, che si vanta di aver abolito la pena di
morte, incarcera i suoi cittadini in attesa di una condanna che il più
delle volte, come dimostrano fonti ufficiali, non arriverà mai,
costringendo i condannati ad espiare la loro pena in condizioni indegne
che ledono gravemente la dignità umana in celle piccole, sporche e buie
unitamente ai topi ed agli scarafaggi per 20 ore al giorno su 24, senza
acqua calda, senza riscaldamenti, senza assistenza sanitaria e
psicologica, etc., condizioni che non esistono nemmeno in Paesi
certamente non migliori dell’Italia come la Turchia.
Emilio Quintieri

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