Condividiamo un articolo pubblicato dal settimana "Gli Altri" a cura di Inka L' Incarcerato
C’è una storia che il popolo vasto, ma confuso, della sinistra
dovrebbe sapere. Alcuni hanno anche fatto finta di dimenticarla per
adeguarsi aitempidellademagogia penale che è entrata a far parte, in
maniera del tutto innaturale, nel dna della sinistra.
Negli anni 70 il
Sud America ha conosciuto golpe militari, dittature di estrema destra e
anche rivoluzioni fallite e finite in un bagno di sangue.
Ma in tutta
quella confusione e disperazione in Nicaragua nacque un movimento
particolare, ovvero il “Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale” in
opposizione al regime dittatoriale di Anastasio SomozaDebayle.
Il 19
luglio del 1979 il movimento sandinista riuscì ad abbattere la dittatura
e instaurò un governo provvisorio attuando delle numerose riforme, in
alcune delle qualimise in discussione la “necessità del carcere”.
La
prima misura che intraprese fu l’abolizione della pena di morte, seguita
dall’abolizione dell’ergastoloe pian piano cominciarono a trasformare
le carceri in fattorie aperte e gestite come cooperative dove i detenuti
si dividevano il ricavato dei lavori.
Mai si era visto un governo così
vicino agli ideali libertari, e di fatto fu l’unica rivoluzione che poi,
dopo aver conseguito le riforme necessarie, non rimase al potere
abusivamente e indisse le libere elezioni.
Ma si sa, i meccanismi della
storia sono sempre gli stessi e ad opporsi a questi ideali libertari
furono le destre e, udite udite, l’allora minuscolo Partito comunista
nicaraguense: si allearono politicamente in una formazione chiamata
Union nacional opositora (Uno) e vinsero le elezioni distruggendo un
sogno possibile.
È una storia importante che ho voluto ricordare per poi fare il
paragone con la sinistra italiana di questo nostro assurdo Paese.
Abbiamo assimilato nel tempo valori che prima appartenevano alle destre,
e la sinistra è diventata fautrice dell’ordine e della legge: al posto
della giustizia sociale ha introdotto la giustizia penale. Di fatto
utilizza lo stesso linguaggio di un Almirante e non a caso oggi ha come
punti di riferimento uomini di destra e reazionari come il giornalista
Travaglio.
Tutto ruota attorno al rispetto della legge, come se sia un
valore assoluto dimenticando che un’azione fatta oggi è reato, un domani
magari non lo saràpiù.
Il legalitarismo che va tanto in voga in realtà
era prerogativa non solo della destra di Almirante, ma anche delle
sinistre istituzionali come il Pc che non a caso fu uno dei partiti che
negli anni 70 votò la vergognosa Legge Reale per contrastare le lotte
extraparlamentari: legge che provocò 254 morti e 371 i feriti.
Senza
contare il ricorso alla carcerazione per opera della repressione
giudiziaria: furono imprigionati migliaia di ragazzi per motivi
politici, ci fu un numero di arrestiaddirittura superiore al Ventennio
fascista.
Oggi abbiamo perso la memoria e siamo considerati terroristi,
ribelli, illegali, amici dei mafiosi se solo ci permettiamo di criticare
la magistratura.
Dire che la magistratura necessita di una riforma tale
da impedirle di abusare del proprio potere, è una presa di posizione
molto malvista e considerata estremista sia dalla classe politica sia
dal popolo benpensante che ha fatto del giustizialismo e del
legalitarismo il proprio cavallo di battaglia.
Parlare dell’abuso della
carcerazione preventiva (il 42 per cento della popolazione carceraria e
in attesa di giudizio, ed è quella dove ci sono più morti), portare
avanti l’idea della responsabilità civile e personale dei magistrati
(come è per tutte le altre categorie) o anche invocare a voce alta la
sua imparzialità come prevede la Costituzione evitando ogni forma di
coinvolgimento con la politica e con i colori ideologici, nella società
d’oggi, è diventato quasi reazionario, è diventato un atteggiamento da
reprimere.
Non possiamo avere un atteggiamento critico nei confronti del
terzo potere dello Stato senza essere additati come eversivi: la
magistratura è il cosiddetto potere “buono” al di sopra di tutto e di
tutti, un potere incriticabile, imprescindibile, intoccabile.
Per quanto riguarda le carceri è chiaro che il discorso sia molto più
complesso e sicuramente un nuovo modo di concepirle avverrà in maniera
lenta e graduale.
Ma prima di tutto c’è bisogno di una grande
riflessione da parte dell’odierna sinistra: una sinistra che assorba e
accolga le istanze del popolo in una dialettica di rappresentanza
istituzionale sana, trasparente, pulita e nello stesso tempo attenta a
non assecondare gli umori e gli istinti della gente per qualche voto in
più (a quello già ci pensano i grillini, i leghisti e le altre destre);
una sinistra che abbia il coraggio (e ce ne vuole al tempo di internet
dove le persone mostrano il peggio di sé e l’informazione è scadente )
di rompere con la “cultura-liquida” dove non conta più la qualità che
“innalza” la società, ma la “quantità” che la sprofonda sempre di più.
Una volta fatto questo sforzo di rottura, dovrebbe cominciare ad
intavolare un ampio dibattito sulla questione carceraria, sull’inutilità
delle carceri per come sono state concepite: la recidiva ordinaria dei
detenuti è al 70%, ovvero sette su dieci continuano a delinquere, questo
già dimostra chiaramente il fallimento del Sistema Carcerario. A meno
che si decidesse di seguire l’irrazionalità delle persone: “Metteteli
dentro e buttate le chiavi”, ma al di là della aberrante proposta, anche
quello sarebbe del tutto inutile. Per assurdo, la recidiva scende
vertiginosamente quando come “punizione” c’è meno carcerazione
possibile; l’indulto ha avuto come effetto il 30 per cento delle persone
che è tornata a delinquere: meno della metà rispetto a quella
ordinaria. Per quelli che usufruiscono delle pene alternative, la
recidiva diminuisce ancora di più. Come viene tradotto tutto ciò?
Semplicemente più sicurezza tra la gente.
Sì, cara sinistra, meno carcerazione c’è e più la possibilità di
recuperare le persone è possibile. Capisco che sia difficile farlo
comprendere soprattutto quando i mezzi di informazione creano allarmismo
del tutto ingiustificato.
I dati però ci aiutano. Secondo le
statistiche recenti l’Italia è al 47esimo posto nel mondo per omicidi.
Un terzo degli Usa. Il tasso di criminalità e di omicidi è più basso che
in Finlandia, Francia, Islanda, Australia, Canada e Regno Unito.
Nel
1991 abbiamo avuto l’ultimo picco per tasso di omicidi. Oltre un terzo
era attribuito alla criminalità organizzata: dal 2006, invece, solo un
sesto. Cosa vuol dire tutto questo? La differenza con gli altri paesi è
nella percezione: mentre in Germania solo il 2% dei
telegiornali/giornali è dedicato alla criminalità (in Francia e Spagna
il 4%), in Italia sale all’11%.
Inoltre, nei media italiani, è molto
diffusa la pratica di indicare la nazionalità del “criminale”,
rinforzando in tal modo, nell’opinione pubblica, i pregiudizi verso
immigrati. Non si delinque perché, come è nel pensiero comune, è venuta
meno la certezza della pena (fatto peraltro non vero), ma lo si fa
perché viviamo in un periodo dove le diseguaglianze sociali sono
cresciute a dismisura. È da pazzi, specialmente a sinistra, pensare che
sono le “manette” la soluzione, ovvero che sia la “giustizia (spesso
ingiustizia) penale” a risolvere il conflitto.
La giustizia è classista:
ogni volta che evochiamo leggi e carceri dure, a rimetterci, sono e
saranno sempre le classi più deboli.
Dobbiamo assolutamente mettere in discussione la “necessità
carceraria” come fecero i sandinisti, trovare altre forme di
rieducazione e avere la forza e volontà di non speculare più sulla
paura, ma sul coraggio.
Qualcuno mi potrebbe giustamente obiettare che
la delinquenza però, attraverso la crisi capitalista, è destinata ad
aumentare e sarà difficile che una persona comunque riuscirà a farcela
da solo anche se non volesse più delinquere. Signori miei, sono due le
cose.
O vogliamo aprire dei grossi campi di concentramento dove
rinchiudere dentro tutta la “discarica sociale” e fare come i tedeschi
che facevano finta di nulla quando vedevano uscire il fumo “umano” dalle
ciminiere; oppure risolvere il problema ricominciando ad inseguire gli
ideali di sinistra libertariache abbiamo perso strada facendo, magari
partendo da quel consiglio del vecchio signore con la barba di nome
Marx: la lotta di classe.
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