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12 giugno 2013

Libertà pubbliche e come la Ue si prepara a spiare i suoi cittadini con la scusa del terrorismo

Biometria, videosorveglianza, droni, controllo di comportamenti anomali, modelli matematici per identificare i sospetti. La Ue finanzia più di 190 programmi di ricerca su sicurezza e sorveglianza. A beneficio delle industrie, che riciclano tecnologie militari per tenere d’occhio la popolazione. Mentre è in discussione a Bruxelles un nuovo programma di ricerca, l’Europa continuerà a cedere alle lobby industriali miliardi da investire sul mercato della sicurezza?

16 ottobre 2012

Xenofobia, arricchirsi con l'ansia di sicurezza

Centinaia di milioni di euro vengono spesi ogni anno per fermare l'immigrazione clandestina. Un business che arricchisce imprese private spesso senza scrupoli

7 gennaio 2012

Dal carcere alle camere di sicurezza: deliri di un neo ministro della giustizia



Bell’idea ha avuto il nostro nuovo ministro della Giustizia: ha intenzione di svuotare le carceri mandando i detenuti in attesa di giudizio dentro le camere di sicurezza presenti in caserme e questure italiane, o meglio, senza tradurre i nuovi arrestati direttamente in carcere ma tenendoli nelle caserme fino alla direttissima, quindi per circa 48 ore.

2 settembre 2011

Lei di Varese, lui tunisino… una storia d’amore interrotta dal pacchetto sicurezza

Un immigrato che ha passato metà della vita in Italia è stato prelevato in casa dai vigili urbani perché non ha più il permesso di soggiorno. Ha dovuto lasciare la compagna e racconta di aver subito un pestaggio nel Cie di Modena. Adesso è stato espulso e portato in Tunisia via nave. Aveva lasciato il suo paese nel 1982. Rilasciato a Bari, è tornato a Varese e da lì nuovamente a Modena. Infine l`espulsione. Maroni, siamo più sicuri dopo la sua deportazione?
La separazione forzata di una coppia di cinquantenni è una delle conseguenze del pacchetto sicurezza. E` accaduto a Sesto Calende, in provincia di Varese, nel cuore del regno leghista. E. P., lombarda, sta vivendo un agosto d`angoscia perché all`improvviso le è stato sottratto il compagno straniero con cui ha una relazione da tre anni. Adesso teme per la sua incolumità. L. è un tunisino senza permesso di soggiorno perché aveva perso il lavoro con la crisi. È stato portato via dai vigili urbani mentre si trovava a casa di un cugino, alle 8 del mattino del primo agosto, durante un banale controllo per un certificato di residenza. Trasferito e rinchiuso prima nel Centro di identificazione di Bari e poi in quello di Modena, ha raccontato di essere stato brutalmente picchiato e ferito dalla polizia, per rappresaglia dopo un tentativo di fuga di massa dal centro emiliano al quale lui non avrebbe partecipato.
La storia emerge dopo giorni di alta tensione nel Cie di Modena, dove tre persone sono riuscite a fuggire durante rivolte che avrebbero causato 20 mila euro di danni per la distruzione di porte e finestre. Daniele Giovanardi, fratello del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e presidente della Misericordia, ente gestore del Cie, ha parlato di “un contingente di malfattori comuni ed ex carcerati, gente che poco ha del profugo in senso stretto`. Dall`interno del Centro, alcuni reclusi denunciano per telefono pestaggi indiscriminati da parte degli agenti. “La polizia è entrata di notte con i manganelli e ha preso anche chi non ha fatto niente - dicono - mi hanno quasi spaccato l`occhio, a un altro la mano, mi hanno picchiato di brutto`.
Accento padano, vive in Italia dal 1982, L. è recluso senza aver commesso reati. La prefettura di Varese vuole rispedirlo a Tunisi, anche se lui ormai si è rifatto una vita qui e non ha più messo piede in patria negli ultimi dieci anni. Sta in gabbia in attesa dell`identificazione quando a Sesto Calende lo conoscono tutti e, oltre alla compagna, lo aspettano cugini, fratelli e cognate, regolari da tempo sul territorio. L. ha avuto il permesso di soggiorno dal 1990 al 2005. Poi ha perso occupazione e diritti e da allora vivacchia con lavoretti in nero. Senza documenti e con un decreto di espulsione alle spalle non si protesta. E così, il recluso tunisino, prima di finire in cella ha fatto il muratore per un mese per un`azienda che si è rifiutata di dargli il salario. “Tutti sapevano, carabinieri, vigili e polizia che non aveva i documenti - racconta la donna che si sta battendo per tirarlo fuori - lui era ben visto da tantissime persone, ma adesso c`è un comandante nuovo, abbiamo un sindaco leghista, abbiamo tutto questo apparato”.
L`amore non conosce passaporti, ma una prova del genere è dura per una tranquilla signora di mezza età. “Lui per me è un aiuto in tante cose, di punto in bianco mi sono trovata come se fosse stato un delinquente e non so cosa fare - dice E. - ho speso già più di mille euro per gli avvocati e non vivo nell`oro`. Perfino telefonarsi costa caro. L`unico mezzo di comunicazione è una cabina alla quale si può chiamare da fuori componendo un esoso 199, considerato che si tratta di un numero fisso. Dal cellulare costa 56 centesimi al minuto più scatto alla risposta. Nonostante formalmente non sia un carcere, al Cie di Modena sono vietati i cellulari, come sottolinea il rapporto 2010 di Medici senza Frontiere (“Al di là del muro`), in cui si legge: “Desta perplessità la prassi adottata dall`ente gestore di ritirare ai nuovi arrivati orologio e telefono cellulare`.
Ogni detenuto nella struttura costa alle casse pubbliche la cifra record di 75 euro al giorno. Nel caso di L. si spendono questi soldi per trattenere con la forza un immigrato che lavora da 30 anni nel nord Italia. Tant`è che il giudice di pace di Bari non ha convalidato la detenzione nel Cie decisa a Varese, con una sentenza che tiene conto del caso individuale e cita “la lunga permanenza regolare dello straniero sul territorio nazionale`, “i permessi di soggiorno non rinnovati a causa della crisi economica e la conseguente riduzione dei posti di lavoro nella zona in cui risiedeva` e la necessità di informare le autorità consolari tunisine “indispensabile data la lunga permanenza regolare dello straniero`. Per il giudice andavano applicate misure meno coercitive così come previsto dalla direttiva europea sui rimpatri che prevede il rientro volontario.
Rilasciato il 4 agosto a Bari, L. è tornato a Varese e, come gli era stato suggerito, si è presentato in questura dopo 5 giorni. “Ci hanno detto: state tranquilli, non lo mangiamo - riferisce la sua compagna - e poi invece lo hanno mandato subito al Cie di Modena, hanno fatto come i deportati di una volta dei nazisti, lì effettivamente è un carcere e c`è stata la rivolta, l`hanno picchiato e mi hanno impedito finora di vedere come sta. Abbiamo buttato via i soldi per essere di nuovo punto e a capo`. Ma soprattutto, la legge è stata applicata in modo opposto dai due giudici di pace di Bari e di Modena, visto che il secondo ha convalidato la detenzione nel Cie dopo soli 5 giorni dal rilascio.

Raffaella Cosentino da Redattore Sociale

14 luglio 2011

La camera approva il decreto rimpatri: Cie fino a 18 mesi e rimpatrio immediato degli irregolari "pericolosi"

La camera ha approvato il decreto legge sui rimpatri dei cittadini irregolari. Passato con 273 favorevoli e 257 contrari, il decreto prevede l’espulsione immediata degli immigrati irregolari considerati pericolosi e l’allungamento della permanenza nei Cie da 6 a 18 mesi.
Licenziato alla Camera, il testo va adesso al Senato.

Il decreto è l'ennesima provvedimento razzista e xenofobodel Governo, che invece di affrontare il fenomeno migratorio nella sua complessità si limita a provvedimenti punitivi e criminalizzanti. Provvedimenti che, peraltro, non hanno mai inciso sul numero di cittadini stranieri che annualmente entrano in Italia.
Vale la pena di rammentare che dal 1998, quando il periodo massimo di trattenimento previsto era di 40 giorni, ora si arriverebbe a ben un anno e mezzo con triplicazione degli attuali sei mesi.
Tuttavia, in questi tredici anni l'andamento statistico degli arrivi in Italia è rimasto tutto sommato costante e del tutto indifferente rispetto all'aggravarsi in senso securitario delle politiche italiane.
Va ribadito con forza che i CIE, oltre a essere dei veri e propri buchi neri nell’ordinamento nazionale nonché dei luoghi dove le violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri sono al’ordine del giorno, risultano un mezzo assolutamente fallimentare anche nel contenimento dell'immigrazione irregolare (ammesso e non concesso che il concetto di irregolarità abbia un qualche senso). Appare quindi paradossale che piuttosto di ragionare di strumenti aderenti alla realtà e che permettano - come prima imprescindibile necessità - la regolarizzazione dei cittadini stranieri presenti sul territorio, si preferisca scientemente insistere con uno strumento inadeguato, inefficace e illegittimo ma con il pregio di essere evidentemente propagandistico.
Inoltre, il decreto risulta in patente contrasto con la stessa normativa europea.

10 novembre 2010

Bologna: Suona in piazza Verdi senza permesso, 400 euro di multa

Una multa di 400 euro per aver improvvisare uno spettacolo, cantando e suonando uno strumento in un luogo pubblico. E’ successo ieri sera in piazza Verdi ad un ragazzo israeliano di 23 anni, a cui la Polizia municipale ha contestato di aver messo in piedi uno spettacolo in luogo pubblico senza avere l’autorizzazione del Comune (come prevederebbe l’articolo 68 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza). E’ solo una delle sanzioni scattate durante un controllo effettuato ieri sera in piazza Verdi dai vigili urbani e dalla Polizia intorno a mezzanotte. Un giovane salernitano di 19 anni, anche lui alle prese con uno strumento musicale, ha reagito al controllo ed e’ stato denunciato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale e disturbo della quiete pubblica.
Oggi, intanto, arriva l’ennesimo giro di vite sui locali di via Petroni e dintorni. Il commissario Anna Maria Cancellieri annuncia infatti che ridurra’ gli orari di apertura di alcuni esercizi: “Su situazioni delicate tipo via Petroni, ma non solo, stiamo lavorando. Spero per la fine della settimana di fare qualche cosa per dare risposte molto concrete. La riduzione degli orari sicuramente”. Misure che riguarderanno “via Petroni, qualche locale particolare. Sospensioni delle licenze? Non credo che ci siano situazioni tali da portare a questo- aggiunge il commissario- ma siccome abbiamo dato la deroga, eventualmente interverremo sulla deroga” portando cosi’ la chiusura dalla tre all’una del mattino.

fonte: zic.it


26 agosto 2010

Tessera del tifoso: Schedatura che criminalizza


E' criminogeno e mistificatorio dipingere la polemica riguardo alla tessera del tifoso come uno scontro tra violenti e nonviolenti". E' quanto sostiene il responsabile nazionale giustizia del Prc/Federazione della Sinistra, Giovanni Russo Spena. "La tessera del tifoso, voluta con forza dal ministro Maroni, è uno strumento emergenziale, che opera una criminalizzazione generalizzata del tifo e la cui efficacia nel contrasto alla violenza è del tutto aleatoria - afferma Russo Spena - Di sicuro con la tessera del tifoso la sicurezza negli stadi viene ulteriormente privatizzata e affidata al controllo delle società, rafforzando il già nefasto e improprio legame tra queste e alcuni ambienti delle tifoserie. Attraverso l'introduzione di benefici commerciali del tutto estranei al tema della sicurezza, le società hanno così un ulteriore strumento di fidelizzazione del tifo e di profitto economico; mentre i cittadini sono soggetti a una criminalizzazione preventiva e una schedatura che viola i più elementari diritti civili". "L'esperienza insegna che la sola via efficace per contrastare la violenza è quella della partecipazione e della democrazia - conclude Russo Spena - Il che significa restituire il calcio alla sua dimensione popolare: non restringendo, ma ampliando le possibilità e le modalità di accesso allo sport e agli stadi per tutte le famiglie, e non solo per ricchi privilegiati e fanatici organizzati. Duole doverlo ripetere ancora, ma il nemico dell'animo sportivo e nonviolento è sempre il profitto".

21 agosto 2010

Il ministro dell'Interno italiano Roberto Maroni intende legalizzare l'intolleranza nell'Ue


Ecco le dichiarazioni rese ieri da Roberto Maroni e diffuse da tutti i media nazionali, senza alcun commento riguardo alla loro natura discriminatoria: "Sarkozy ha ragione ma non è certo una novità. Anche l’Italia usa da anni la tecnica dei rimpatri assistiti e volontari. Nel 2007, proprio con i rom, usò questa strada pure il sindaco di Roma, che non era Jean-Marie Le Pen ma Walter Veltroni. E figuriamoci se allora qualche professionista dell’antirazzismo si sognò di gridare allo scandalo. Dobbiamo arrivare alla possibilità di espellere anche i cittadini comunitari, espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti. So bene che l'Ue stabilisce che l’espulsione dei cittadini comunitari non è possibile. Durante la discussione per il pacchetto sicurezza fu proprio l’Italia a chiedere a Bruxelles la possibilità di attivare questa procedura. Ma il commissario Jacques Barrot, francese, rispose di no: in base al principio di proporzionalità, disse, l’unica sanzione possibile per un comunitario è l’invito ad andarsene, che serve a ben poco. Ma adesso torneremo alla carica. Il 6 settembre ne discuteremo a Parigi in un incontro con i ministri dell’Interno di diversi Paesi europei. Le espulsioni dovrebbero essere possibili per tutti i cittadini comunitari, non solo per i rom. Il problema semmai è un altro: a differenza di quello che avviene in Francia, da noi molti rom e sinti hanno anche la cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare nulla". Trasmettiamo la dichiarazione d'intenti del governo italiano e segnatamente del ministero degli Interni alle Istituzioni e agli organismi umanitari internazionali, augurandoci che traggano le dovute conclusioni e assumano di conseguenza posizioni chiare e decise.


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7 luglio 2010

Termoli (CB): Il sindaco adotta ordinanza per colpire chi chiede l'elemosina

Il sindaco di Termoli (CB) Antonio Di Brino ha deciso di firmare un’ordinanza antiaccattonaggio, sulla scia di tanti Comuni governati dalla Lega al Nord. Il controllo sarà affidato ai vigili urbani e saranno previste delle sanzioni pecuniarie per colpire chi verrà sopreso a chiedere l’elemosina. La notizia è stata annunciata dal sindaco nella conferenza stampa di presentazione dell’estate termolese. «E’ un segnale importante di maggiore sicurezza per la città. Vogliamo rendere Termoli più ordinata e più sicura». Il sindaco Di Brino non ha nascosto di pensare anche a un’ordinanza antibivacco: «Abbiamo avuto segnalazioni di vagabondi, siamo in attesa di conoscere meglio il decreto Maroni (quello appena firmato sulla registrazione dei senza fissa dimora, ndr). Al di là di tutto ritengo che sia arrivato il momento di dare a Termoli garanzie di maggiore sicurezza, ci sono troppo furti d’auto, in appartamenti. Lavoreremo in sinergia con le forze dell’ordine».

6 luglio 2010

Venezia Mestre: Multato per aver elemosinato

Gran caldo accoglieva i viaggiatori che si recavano a Mestre o che semplicemente attendevano nella stazione di detta città il treno che li avrebbe condotti in qualche città,paese, di questa strana Repubblica.
Treni regionali con finestrini aperti, l’aria condizionata non funzionava, treni eurostar con finestrini sigillati, l’aria condizionata funzionava perfettamente.
Ecco il banchetto dei gelati situato all’angolo dell’entrata principale della stazione, piccola fila di turisti a cercar rinfresco in una bibita gelata che in un normale market costerebbe meno della metà di quanto venduta in quel banchetto sponsorizzato da una nota marca di prodotti alimentari. Ma come dire, nessuna speculazione è in corso. Neanche dentro il noto mcdonald situato tra i bagni pubblici e puzzolenti della stazione di Mestre e la biglietteria delle stazione dei treni, dove se per caso si vuole chiedere informazione su altre compagnie di treni che da qualche tempo circolano in Italia, ben formati ed istruiti,il personale operante in detta stazione nega qualsiasi tipo di informazione sul punto… nel rispetto della piena logica del libero mercato concorrenziale.
Schifato da tutto ciò, provvedo ad accendermi la classica sigaretta in attesa del prossimo treno , destinazione Bologna.
Mi reco all’entrata della stazione ed ecco un ragazzo, che ora chiamerò Igor, avvicinarsi al sottoscritto e chiedere una sigaretta. Subito dopo si riavvicina per chiedere cortesemente l’accendino dato che non lo aveva per accendersela.
Nel mentre si accendeva con lentezza accompagnata dal senso del caldo, la desiderata sigaretta, ecco che al primo “tiro ” mi dice : sai mi hanno appena multato. Oggi ho raccolto 5 euro, e mi hanno fatto multa di 20 euro circa. Per aver chiesto l’elemosina. Cioè più di quanto ho raccolto in tutta la giornata.”
In quel momento non percepisco più il caldo.
Il ragazzo con il suo cane si allontanava lentamente e prova ad elemosinar ancora, cercando di tirar su qualche quattrino per comprarsi probabilmente un panino.
Sapevo dell’esistenza di ordinanze che da qualche anno in varie città d’Italia trovano sempre più diffusione; le cosi dette ordinanze anti accattonaggio.
Spesso nel contenuto di queste ordinanze si legge che per tutelare l’immagine della città nonchè delle iniziative poste in essere in ambito sociale dal comune che il chieder elemosina lede nella loro sostanza, è vietato chiedere,appunto, elemosina, e violar tale divieto comporta sanzione amministrativa e confisca dei soldi ottenuti tramite accattonaggio.
Spesso, i luoghi ove è vietato di fatto l’accattonaggio sono precise aree, in particolare lungo le principali direttrici di grande flusso del centro storico,sui ponti e nell’area attigua agli stessi, nonché davanti a chiese, caserme, ospedali, banche, aeroporti, porti, stazioni, pontili e pensiline del trasporto pubblico, cimiteri e per un raggio di cento metri dagli incroci regolati da semaforo.
Le periferie sono spesso immuni da tali ordinanze perchè nessuna immagine della civiltà artificiosa umana rischia di essere compromessa!
Nella maggior parte dei casi, chi chiede elemosina pone la propria dignità sotto il peggior tappeto usurato e calpestato dalla inciviltà borghese. E vedersi applicata una sanzione amministrativa e la contestuale confisca di ciò che si è ottenuto con l’accattonaggio, nel buon nome della sicurezza dei cittadini, dell’immagine delle città, del non turbamento dello stile di vita borghese, è un vero insulto repressivo posto in essere dalla società apparente e frivola ma autoritaria di oggi giorno.
Crisi economica reale in fase di piena affermazione. Gli ammortizzatori sociali giungono al termine, il lavoro non c’è, l’accattonaggio incrementerà, così come incrementeranno i reati per stato di necessità, e la repressione sociale sarà sempre più dura. Costruiranno altre carceri per rinchiuderci dentro chi chiederà l’elemosina? Non mi stupirebbe se ciò dovesse succedere un giorno non poi così lontano!
Dopo aver fumato, ultima sigaretta, salgo sul treno con i finestrini aperti ( treno regionale) per Bologna.

Che società meschina!

di Marco Barone
http://www.gliitaliani.it/2010/07/multato-per-aver-elemosinato/

9 aprile 2010

Milano: Processo alla street art

Finisce in tribunale Daniele Nicolosi, in arte Bros. Il più famoso writer milanese, che ha esposto al Pac e a Palazzo Reale, è la prima vittima della guerra ai graffitari dichiarata dalla giunta Moratti. In nome del «decoro»

Ci sono bambini che a Milano hanno imparato a leggere soffermandosi sui suoi rebus già scoloriti dal tempo - SFI poi due dadi dipinti, poi un fiore e poi ancora una bilancia con la lancetta su 0,1 = SFI/DADI/FIOR/ETTO - e ci sono gallerie d'arte di livello internazionale che ormai lo ospitano come fosse... un vero artista. Perché è così.
Daniele Nicolosi, classe 1981, in arte (appunto) Bros, è un vero artista, anche se suo padre con saggezza lo invita a rimanere con i piedi per terra - «tu sei solo un imbianchino» - e anche se il vicesindaco Riccardo De Corato, degno rappresentante della giunta comunale più grigia d'Italia, lo ha mandato a processo per imbrattamento molesto chiedendogli un risarcimento di 52 mila euro.
Ieri è iniziato il processo penale (il primo di questo tipo) e il vicesindaco, invece di arrossire per l'imbarazzo, ha alzato il tiro prendendosela con il pm che ha contestato a Bros solo due dei diciassette dipinti che la sua scolorita task-force avrebbe rintracciato durante appostamenti degni della miglior tragicommedia all'italiana (i vigili di Milano hanno una «banca dati delle tags» - parlano proprio così! - grazie alla quale avrebbero attribuito a Bros una serie di opere a lui rinconducibili). E questo è niente, basti dire che la giunta di Milano per dichiarare la guerra santa ai graffiti è pronta a spendere 34 milioni di euro! Il dibattimento, destinato a proiettare la città dell'Expo in una dimensione da riunione di condominio, proseguirà il 19 maggio.
Allora Bros, per Vittorio Sgarbi tu sei il Giotto moderno e per De Corato solo un recidivo.

Insomma, chi sei?
Chi sono... sono un ragazzo a cui piace dipingere. Comunico così cercando di fare un'informazione differente, come Rivera che dipingeva sui muri scene colorate di vita messicana, o come gli artisti che per secoli e secoli hanno affrescato le chiese d'Italia. Cerco di rappresentare un mio pensiero da condividere, anche se mio padre continua a dire che sono solo un imbianchino... e forse ha ragione lui.

Sei il primo writer italiano che subisce un processo penale. Oltre a ringraziare il vicesindaco, vuoi dire qualcosa a tua discolpa?
Sì, mi stanno processando per due lavori: uno su un muro di San Vittore realizzato nel 2004, per cui il reato è già prescritto, e un altro su una pensilina dell'Atm.

Ti hanno mai beccato con la bomboletta in mano?
Una volta sola, era il 29 novembre 2007. Da quella volta sono andati in giro a fotografare tutti i graffiti di Milano e i vigili hanno deciso che era tutta roba mia, diciamo che è stata una specie di perizia artistica sui generis. Ed eccomi qui in tribunale... E' tutta propaganda, come al solito. Prima mi invitano alle mostre del Comune di Milano e poi mi denunciano, una bella incongruenza no? Hanno voluto ripulire la città per via dell'Expo, per presentarsi lucidi come uno specchio davanti ai commissari che esaminavano la candidatura, ma io credo che una città che vuole davvero avere un respiro internazionale dovrebbe prestare un po' più di attenzione a certe forme artistiche di strada, non è sufficiente costruire grattacieli, alti, dritti o storti. Ma a questa amministrazione non interessa niente. Preferiscono continuare a prendere voti dei cittadini che si spaventano per un disegno piuttosto che scandalizzarsi per la pubblicità invasiva di Clear Channel che sponsorizza le biciclette del sindaco Moratti.


Hai esposto al Padiglione d'arte contemporanea, a Palazzo Reale, ti hanno anche proposto per l'Ambrogino d'oro. Essere diventato un writer mainstream ha cambiato il tuo modo di vedere e dipingere le cose?
Inutile negarlo, ormai c'è un interesse commerciale verso i miei disegni, ma questo aspetto non mi imbarazza più di tanto. I miei dipinti continuano ad essere orientati verso una dimensione pubblica. Preferisco sempre un cachet offerto da un Comune per realizzare un lavoro che una committenza privata. Se poi c'è un riccone che vuole avere un mio disegno per tenerselo in casa e farlo vedere agli amici, allora è giusto che paghi... e io mi faccio pagare, così mi rilasso per qualche mese.


Le tue opere hanno una quotazione, oppure il mercato non ti ha ancora messo addosso il cartellino con il prezzo?
Due anni fa ho letto su una rivista un articolo sulle quotazioni relative all'arte contemporanea, per i miei lavori parlavano di una cifra attorno ai 6500 euro per metro quadro di superficie dipinta. Mah. Se è così, allora in tutti questi anni ho regalato un sacco di soldi al Comune di Milano...


Sarà come dice tuo padre, ma tu con la tua arte adesso ci campi?
Sì, questo è il mio lavoro.


Ma li fai ancora i muri, oppure ormai sei proiettato su una dimensione, diciamo così, più protetta?
Beh... diciamo che quando mi invitano a una mostra chiedo sempre di avere un muro pubblico a disposizione, perché cerco ancora di abbattere i confini che rinchiudono l'arte contemporanea. In piazza Cadorna c'è un enorme ago e filo di Claes Oldenburg, e quella è arte. Come le installazioni all'aperto di Cattelan.

Veniamo al paradosso. Un'arte nasce illegale, dunque pericolosa, e poi viene venduta a migliaia di euro. Cosa ti fa pensare?
Che le cose funzionano così, che hanno sempre funzionato così. Nella storia dell'arte, tutte le espressioni di rottura in un primo momento non erano nemmeno considerate arte, mi viene in mente il salon dei refusées degli impressionisti... Poi arriva il momento in cui il lavoro, il sacrificio di un artista, viene riconosciuto. Parlando di arte contemporanea non penso sia giusto utilizzare categorie come giusta o sbagliata, oppure legale o illegale, credo che l'importante sia che qualunque creazione artistica possa essere vista dal maggior numero di persone possibili.
Cosa consiglieresti ai ragazzini che con la bomboletta cominciano a provarci?
Di pensarci bene prima di agire, di tenere conto delle esperienze fatte da altri, di considerare soprattutto ciò che è già stato già fatto o è capitato prima, perché l'aspetto fondamentale è riuscire sempre a portare qualcosa di nuovo, sono convinto che l'arte di strada non morirà mai.


Cosa stai pensando di «imbrattare»?
Sto preparando una cosa molto importante, ci sto lavorando da quattro mesi, posso solo dirti che sarà in un contesto urbano e che utilizzerò un supporto molto grande.

Ti costerà un altro processo, oppure è tutto legale?
Beh, questa volta spero che piaccia anche a loro.

Milano è in Europa?
Io amo l'Italia in generale, viaggio spesso nel nostro paese... e non credo proprio che un artista sia bravo solo perché lavora a New York. Se tutti noi ci sentissimo parte di una collettività piuttosto che seminare astio e intolleranza, allora sarebbe bella Milano e sarebbe bella l'Italia.

Perché ti chiami Bros?

Mi piaceva il suono.



Luca Fazio

fonte: il manifesto

24 febbraio 2010

L'Acta ridisegna Internet: la rete sarà meno libera e più controllata

Avevano ragione, dunque, i più pessimisti. Sembra proprio che le misteriosissime e segretissime riunioni dell’Acta (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), una sorta di conferenza dei paesi ricchi formata a difesa del libero commercio, ridisegnerà la rete. Ridisegnerà Internet, almeno così come l’abbiamo conosciuta. Naturalmente di “ufficiale” non c’è nulla ma dopo l’ultimo incontro – quindici giorni fa in Messico – qualcuno è riuscito a procurarsi la bozza del documento su cui i “potenti” stanno discutendo. Una “bozza” scritta dal delegato americano.
Un testo – rivelato per primo in Italia da scambioetico.org – che ha subito fatto scattare l’allarme fra le organizzazioni che si battono per la libertà della rete.
Di che si tratta? Innanzitutto c’è la conferma che l’Acta – che prese il via, ricordiamolo, per impedire la contraffazione dei prodotti medicinali – avrà un capitolo tutto e solo dedicato ad Internet. Inspirato alla filosofia americana, anzi meglio: alla vecchia filosofia dell’ex presidente Bush che varò negli anni scorsi il Patriot Act, quello che in pratica consente qualsiasi violazione della privacy in nome della sicurezza. In questo caso, nel caso dell’Acta, però non si fa più neanche riferimento al “pretesto” della sicurezza. Esplicitamente si parla della “necessità di difendere il copyright”. Come? In due parole si può dire che tutto il documento è ispirato alla logica del “notice and takedown”. Significa che i possessori dei diritti d’autore, le major insomma, potranno “avvertire e procedere”. Basterà che qualcuno mandi un e-mail a chi è sospettato di scaricare dalla rete materiale coperto da copyright e si potrà procedere con le punizioni. Saltando a pie’ pari processi, inchieste. Ribaltando, insomma, la logica processuale che vige nei paesi del vecchio continente: spetta all’accusa dimostrare la colpevolezza, non il contrario. E soprattutto spetta ai giudici stabilire cosa è consentito e cosa no. Con la pratica del "notice e takedown" prima si blocca la connessione al "sospettato" poi si vede in aula se quella misura era giusta o no.
Di più, di più devastante. Sempre secondo il testo circolato, i paesi, i più potenti paesi del mondo, stabiliranno il principio per cui i provider – le aziende che forniscono la connettività in rete – sono responsabili del materiale che circola su Internet. E’ un po’ come se le vecchie compagnie telefoniche si fossero trovate all'improvviso una legge che le considerava colpevoli se qualcuno, alla cornetta, pronunciava un’offesa a qualcun altro. I provider, insoma, dovranno diventare “i poliziotti della rete”. Cosa che era stata esplicitamente esclusa dalla recente legge europea, da quel complesso pacchetto di norme e provvedimenti che va sotto il nome di Pacchetto Telecom.
Naturalmente, i protagonisti, i gioverni dell'Acta sono ultra-arrabbiati che la bozza di documento sia circolata in rete. Anche perché c’è tempo per bloccarla. La prossima riunione è in programma a novembre in Nuiav Zelanda. Spazio e tempo per far sentire la voce della rete ce n’è.
fonte: Liberazione

13 gennaio 2010

Uno sciopero «nero» contro l'alleanza schiavista sud-padana

Tra il 16 e il 20 agosto del 1893 a Aigues-Mortes (vicino Nimes et Montpellier) si scatenò una violentissima ratonnade, una sorta di pogrom che provocò l'assassinio di decine di italiani che lavoravano nelle saline. La cifra ufficiale di 9 morti fu poi smentita da altre che stimarono a circa 50 i morti e 150 i feriti, ma molti cadaveri non furono ritrovati perché buttati nei canali o in mare o in mezzo alle campagne o peggio... dati in pasto ai maiali. Del resto nessuno sapeva quanti e chi fossero i liguri, i piemontesi, i lombardi e i toscani che andavano a piedi a lavorare clandestinamente fra Nizza, Marsiglia e Perpignan e l'ambasciata d'Italia non si curò neanche di accertare chi fossero i morti. Già allora gli italiani erano chiamati genericamente «napoletani» e poi con tutti gli epiteti dispregiativi abituali (sarazins, ritals o bougnoules, terroni) e accusati di rubare il lavoro ai francesi anche da qualche leader sindacale di sinistra come Jules Guesde. I francesi che parteciparono alla caccia all'italiano non sembra fossero aizzati da una qualche mafia locale, ma sicuramente da qualche politicante e sindacalista nazionalista. Insomma, spargendo il sangue degli italiani il cosiddetto popolino locale francese si sfogò della sua misera esistenza.
Fatti del genere ne sono successi tanti in tutti i paesi d'immigrazione e in diversi periodi storici e recentemente è quanto è successo anche in Africa con la persecuzione assassina dei rifugiati in paesi confinanti a quelli da cui scappavano.
Le analogie fra questi fatti e i pogrom di Rosarno o di Castelvolturno non mancano, ma ci sono delle differenze non da poco. Cosa è diventata la Calabria nell'Italia di oggi? Cosa sono diventate tante zone europee simili alla Calabria nell'odierna Europa (si ricordino anche le uccisioni di tanti polacchi in Puglia, dei marocchini a El Ejido nel sud est della Spagna, di albanesi in certe zone greche vicino all'Albania e altri casi anche a danno dei rom in quasi tutti i paesi dell'Europa "democratica")?
Circa cinquant'anni di clientelismo selettivo hanno trasformato le zone cosiddette povere d'Italia in territori abbandonati da una forte percentuale di emigrati e rimasti popolati da persone in maggioranza costrette a sottostare al mercimonio dei mediatori di potere fra i quali innanzitutto i mafiosi. Quando il centrosinistra è andato al potere in tali zone quasi sempre ha dovuto fare compromessi se non vere e proprie intese forti con le mafie locali, e quando non l'ha fatto è stato subito sconfitto. In altri termini, buona parte della popolazione di queste zone è alla mercé, massa elettorale o persino bacino di manovalanza delle mafie locali. In altri termini è quella parte di popolazione che fa da pendant a quel popolino padano che rivendica la libertà di fare quello che vuole per arricchirsi sempre più. Ciò che accomuna questi due "popoli" che per 50 anni hanno votato Dc o personaggi del centrosinistra dotati di carisma clientelare o mafiosesco è infine la pretesa secondo loro indiscutibile di una superiorità assoluta in quanto cittadini italiani ed europei. Ergo una superiorità che non è dissimile da quella dei colonialisti o degli americani del Ku Klux Klan. Solo qualche stupido poteva credere che al sud ci fosse - chissà perché - più "umanità" per gli immigrati. Ci si dimentica che in tutte le zone dove la possibilità di tutela dei diritti fondamentali e dove gli spazi di emancipazione sono scarsi o inesistenti c'è sicuramente rischio di schiavizzazione e questo vale anche per tante zone della Padania anche se non si vede in maniera plateale come a Rosarno (dove peraltro questa situazione dura da anni, mentre la cosiddetta opinione pubblica sinora non s'era accorta di nulla).
Ecco quindi che terroni padani e terroni del sud si uniscono per la difesa della loro pretesa di schiavizzare e di eliminare lo schiavo quando loro aggrada. È il diritto di cittadinanza liberista che di fatto corrisponde a quello che difende Angelo Panebianco sul Corriere della sera. Di fronte a tanta vigliacca protervia razzista la rivolta degli immigrati s'è mischiata alla disperazione totale. Dopo quella di Castelvolturno è la seconda rivolta resa nota all'opinione pubblica. Allora quand'è che la sinistra e i sindacati si impegneranno seriamente a sostenere le mobilitazioni nazionali e locali degli immigrati? Sono più di 800 mila gli stranieri iscritti al sindacato in Italia. Dovrebbe bastare per un impegno sindacale che diventi effettivamente incisivo, a cominciare da uno sciopero nazionale non solo degli immigrati ma anche di tutti gli italiani che vivono nel sommerso o nella quasi schiavitù, che per i condannati alla clandestinità è anche rischio di morte violenta.

Salvatore Palidda da il manifesto

7 gennaio 2010

Voleva tornare a casa ma è clandestino: manette in aereoporto

Nemmeno Kafka sarebbe arrivato a congeniare una storia tanto assurda. Assurda al punto da raggiungere il sublime, se non fosse che un uomo che non ha mai rubato nulla, trafficato sostanze illecite, esercitato violenza o truffato alcuno, ma al contrario ha sempre lavorato, lasciandosi sfruttare al nero, giace nel fondo di una prigione. Khadim, un cittadino senegalese quarantunenne che da otto anni viveva in Italia in situazione amministrativa irregolare aveva deciso di rientrare nel suo Paese. Notizie non buone sullo stato di salute di alcuni suoi familiari l'avevano finalmente spinto a mettere fine alla sua esperienza di migrante, mai pervenuta al raggiungimento dell'agognato permesso di soggiorno. Otto anni di vita da clandestino sono pesanti anche se alla fine chi ti è vicino ti vuole bene, hai saputo crearti degli amici, hai l'impressione di vivere tra la gente una esistenza quasi normale, sempre che non ti capiti di incontrare una uniforme, di dover varcare un ufficio amministrativo o un ospedale. Khadim era stanco e così aveva acquistato di tasca propria un biglietto per Dakar. Giunto all'imbarco dell'aereo che doveva riportarlo a casa è stato arrestato e condotto in carcere perché sulla sua testa pesava, a sua insaputa, una condanna a 7 mesi di carcere. In passato non aveva ottemperato ad alcune misure di espulsione dal territorio pronunciate nei suoi confronti. La procedura era andata avanti fino a trasformarsi in una condanna penale. Khadim ignorava tutto ciò, aveva un passaporto regolare e pensava di poter lasciare tranquillamente l'Italia. Non poteva immaginare che sarebbe stato arrestato proprio perché non aveva lasciato l'Italia. Su due piedi si fa un po' fatica a capire che una persona possa essere arrestata perché una legge dice che, data la sua situazione amministrativa irregolare, deve lasciare il territorio e ciò accade proprio quando lui sta lasciando il territorio. Ma la legge, come si dice, è cieca. E così, invece si di salire sul volo per Dakar, Khadim si è ritrovato nel carcere laziale di Civitavecchia. Era l'11 ottobre scorso. La notizia è stata resa nota dal garante dei detenuti della regione Lazio, Angiolo Marroni, allertato a sua volta da alcuni conoscenti italiani di Khadim, proprio quelli che l'avevano accompagnato all'aeroporto romano di Fiumicino. Questi credevano il loro amico in Senegal e invece si sono visti recapitare una sua lettera dal carcere. Una volta imprigionato, Khadim non si è perso d'animo, anche se i primi giorni sono stati duri. Senza effetti personali, trattenuti al momento dell'arresto, e recuperati anche grazie all'intervento del garante. Ha subito avviato le pratiche per l'espulsione. Ipotesi prevista come misura alternativa per diversi reati con condanna inferiore ai due anni. Tuttavia la sua istanza è stata respinta dai magistrati perché la legge "Bossi-Fini" non consentirebbe questo tipo di soluzione per chi non ha ottemperato all'espulsione. Peccato che Khadim stesse ottemperando da solo. Ora dovrà restare in carcere fino allo scadere dei 7 mesi previsti. Difficilmente potrà accorciare la sua permanenza usufruendo dei 45 giorni di liberazione anticipata previsti in caso di buona condotta. Questo beneficio scatta solo dopo ogni semestre e i tempi tecnici per il suo riconoscimento sono abbastanza farraginosi. In ogni caso, dopo il carcere, Khadim non sarà subito libero. Non potrà salire sul primo aereo per Dakar ma finirà dritto in un Cie, dove dovrà attendere settimane e forse mesi, fino a un massimo di altri sei, perché le pratiche della sua espulsione vengano portate a termine e la polizia possa ricondurlo forzatamente alla frontiera. Peccato che Khadim, se lo lasciassero andare, partirebbe tranquillamente da solo. Questa storia è emblematica dei livelli di oscena stupidità che possono essere raggiunti dalle burocrazie repressive. Appena 9 mila sono gli immigrati espulsi, ha detto il ministro dell'Interno. Una inezia. Ciò dimostra che le leggi contro l'immigrazione non servono a scacciare i migranti, ma a cacciarli in una condizione di clandestinità che li trasforma in una sottoclasse ipersfruttata. Chi predica la lotta alla clandestinità, vuole in realtà ripristinare lo schiavismo.


Paolo Persichetti

29 dicembre 2009

Bologna: Corteo contro la direttiva Maroni, tre denunciati

Il 21 marzo 2009 il duemila persone violarono il divieto di manifestare in centro nel fine settimana, in un appuntamento di piazza convocato anche in opposizione alle limitazioni del diritto di sciopero. La misura prefettizia, recentemente reiterata, applica in maniera estremamente restrittiva la direttiva Maroni emanata in seguito alle preghiere celebrate in piazza al termine di cortei, a forte partecipazione migrante, tenuti a Bologna e Milano contro l’operazione Piombo Fuso delle forze armate israeliane, che un anno fa insanguinò la striscia di Gaza.
Attivisti dei centri sociali, dei sindacati di base, dell’associazionismo e semplici cittadini sfilarono da piazza Maggiore a piazza Verdi in un centro storico assolutamente militarizzato da poliziotti e carabinieri.
A nove mesi di distanza arrivano tre denunce per altrettanti attivisti del laboratorio Crash per i fatti di quella giornata. Il capo d’accusa riportato negli avvisi di fine indagine è quello di “resistenza a pubblico ufficiale” e non si riferiscono quindi alla violazione del divieto.
fonte: zic.it

19 dicembre 2009

Natale di Solidarietà. Catania città aperta all’accoglienza

senza le confische, le perquisizioni, gli arresti perpetrati ai danni dei migranti, extracomunitari e non, che svolgono attività di lavoratori ambulanti.

Da qualche tempo Catania è ancora più violenta. Stavolta non parliamo della violenza odiosa dell’assenza dei servizi, spazi e democrazia, e di quella sfacciata e brutale praticata dalle bande criminali che imperversano nella nostra città. Parliamo degli atti di maltrattamento che i migranti subiscono quasi quotidianamente ad opera della forza pubblica mentre, nel disperato tentativo quotidiano di sopravvivere, cercano di vendere le loro mercanzie, specie nell’area di Corso Sicilia.

E’ grottesco che tutto ciò avvenga proprio a Catania, dove mafia, clientelismo e malaffare allungano i propri tentacoli su importanti settori della vita sociale, politica, economica ed anche religiosa; in una città dove gli amministratori , che smantellano i servizi pubblici comunali e con oltre un miliardo di euro di deficit, con 6 nuove ordinanze, in vigore dall’agosto scorso, vorrebbero garantire la nostra sicurezza privando della libertà i migranti, restringendo quella di noi tutti/e, militarizzando la città.

Il diritto a vivere e a lavorare deve essere garantito a tutti gli esseri umani

anche a Catania:ai tanti disoccupati , giovani, precari,ai cittadini migranti che hanno cercato rifugio nella nostra città, fuggendo dalla fame e da guerre.

Ribadiamo il nostro NO al razzismo

alle disumane leggi che criminalizzano i migranti, alla violenza delle galere etniche, alle ronde, agli sgomberi dei campi rom, al pacchetto sicurezza e alla “morte sociale” a cui sono condannati i non regolari, ai respingimenti che sempre più provocano stragi di uomini, donne e bambini nel Mediterraneo.

La paura genera il razzismo. Il razzismo genera guerre fra poveri.

La Solidarietà unisce i popoli! Mai più clandestini, ma cittadini!



Invitiamo a partecipare

22dicembre CORTEO concentramento ore 17.30 in Corso Sicilia– incrocio Via Puccini-

Iniziamo una fase di sensibilizzazione antirazzista, di lotta e di confronto con le strutture istituzionali

dalle 20,30 Incontro antirazzista con assemblea, cena sociale e musica presso ARCI, piazza Carlo Alberto 47

promuovono:Anpi, Arci,Centro Popolare Experia, CittàInsieme, Cobas, Collettivo Rotta Indipendente (Fac. Lettere e Filosofia), Collettivo Scienze Politiche, Comunisti Italiani, Coordinamento Precari Scuola, Gapa, Gas Tapallara, Giovani Comunisti, Movimento Studentesco Catanese, Officina Rebelde Catania, Open Mind Gblt, Rete Antirazzista Catanese, Riccardo Orioles, Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà

Libertà è di tutti: Manifestazione contro il pacchetto sicurezza a Reggio Emilia

Il Comitato Provinciale Nopacchettosicurezza continua la propria campagna d'opposizione alle politiche razziste e autoritarie definite dalla Legge Maroni, che toccano pesantemente tutta la popolazione italiana, immigrati e non solo.

LIBERTA' E' DI TUTTI, recita il manifesto per la mobilitazione. Dopo 9 mesi di attività il Comitato, che raccoglie oggi più di 40 realtà reggiane fra partiti, associazioni, gruppi culturali, cooperative, sindacati, comunità d'immigrati e singoli cittadini, scende in piazza con un grande corteo di tanti colori e persone di ogni estrazione e provenienza uniti contro il razzismo e la xenofobia, per riaffermare una città libera, accogliente e solidale, senza paura, dove tutte e
tutti possano muoversi, incontrarsi ed esprimersi liberamente.

La mobilitazione – come tutte le attività del Comitato – però è rivolta anche a livello locale. Infatti:
- chiediamo il ritiro del Decreto prefettizio che limita fortemente la libertà di manifestare nei fine settimana nel centro storico di Reggio Emilia. Ad ora tale decreto è stato solo sospeso fino ad aprile 2010, dopo numerose mobilitazioni cittadine;
- chiediamo che il Comitato possa presentare in Consiglio Comunale la mozione d'iniziativa popolare sottoscritta da 700 cittadini e rifiutata dal Consiglio stesso con una motivazione cavillosa, sottraendosi così al confronto aperto sulle questioni legate alla sicurezza, integrazione, diritti e libertà fondamentali delle persone;
- vogliamo una politica dell'accoglienza che sappia valorizzare come una ricchezza le differenze e non affronti il tema “sicurezza” solo come questione d'ordine pubblico. Come comitato Nopacchettosicurezza vogliamo essere occasione di incontro e confronto politico per tutte le forze sociali impegnate in questa battaglia di libertà.

Tutti in piazza, insieme.

MANIFESTAZIONE PROVINCIALE, SABATO 19 DICEMBRE a Reggio Emilia
Concentramento ore 14.30 alla Gabella in fondo a Via Roma - Porta S.Croce

Comitato NOpacchettosicurezza
info - contatti - adesioni Segreteria del Comitato
nopacchettosicurezza.re@gmail.com
Emiliano: limonaie@mclink.it - 3491967628
Simone: simoneruini@libero.it - 3290660868

aderiscono: Amnesty International - sezione di Reggio Emilia; ANPI; ARCI; Assemblea Permanentemente Temporanea; Associazione Araba di Cultura e Solidarietà; Associazione Culturale Passaparola; Associazione Culturale Nuova Officina Incanto; Associazione 14 Luglio;
Associazione Generazione Articolo 3; Associazione Quinto Colle - Quattro Castella; CGIL; Circolo Arci FUORI ORARIO - Taneto di Gattatico; Circolo Arci Indiosmundo - San Polo; CO.LO.RE -
Coordinamento Locride Reggio Emilia; Comitato Provinciale Acqua Bene Comune; Emergency; FAI - Federazione Anarchica Reggiana; Federazione Giovani Comunisti Italiani; Federazione Rom e Sinti Insieme - Thèm Romanò Onlus; FIAP; FIOM; Gente di Reggio; Giustizia e Libertà;
GrilliReggiani per la libertà di manifestare in piazza; Iniziativa Laica; Lista CavriagoComune; Lista Lavorare per S.Ilario; MirniMost (Un Ponte per la Pace) - Guastalla; Partigiani Urbani; Pane Pace Lavoro; Partito Comunista dei Lavoratori; Partito dei Comunisti Italiani; Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea; Pax Christi; Pollicino Gnus; Rete Lilliput; Save The Children; Sinistra e Ambiente per Correggio; Sinistra e Libertà; Tavolo Coordinamento
Antirazzista della Bassa

22 novembre 2009

San Martino dall'Argine (MN): Sindaco invita i suoi concittadini a denunciare i clandestini

Arrivi da Marcaria ed ecco i portici gonzagheschi e la chiesa del Castello. A sinistra, le affissioni: i defunti, «firma per il lavoro» del Pdci e il manifesto del Comune di San Martino dall'Argine, nel Mantovano, sui clandestini.
Una frase è maiuscola, in neretto, carattere più grande: «...chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all'ufficio di polizia municipale o all'ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti».

Il testo fa un po' impressione nella patria del pedagogista Ferrante Aporti. Ma leggiamo anche la parte alta del manifesto: riporta il decreto Maroni dove punisce «da 6 mesi a 3 anni» chi per «trarre ingiusto profitto» affitta o rinnova la locazione a persone senza permesso di soggiorno e impone la verifica delle condizioni igieniche degli alloggi in caso di iscrizione o variazione anagrafica.

Ricordare ai cittadini una nuova legge è utile. Ma perchè quella frase che, non fossimo in un paese di nemmeno duemila anime, così tranquillo, farebbe gridare allo scandalo, all'istigazione contro i più deboli, alla caccia all'uomo?

«Clandestini? Non credo, c'è qualche albanese, un po' di indiani» ci rispondono nei negozi. Dal fotografo, alla pasticceria e all'edicola nessuno ha visto o sentito parlare del manifesto. Qualcuno segnala spacciatori di droga («gente di qui, però»), altri periodici furti. Una signora cita un nullafacente straniero con moglie che lavora. Una commerciante ha sentito di stranieri che ospitano un connazionale a 250 euro al mese: «Sono furbi, non creda. Però penso abbia il permesso».

Finalmente, dal giornalaio, un giovane ci risponde che il manifesto lo conosce bene. «Sono un consigliere comunale, Novellini. E' per le case, ci sono stati casi di immigrati ammucchiati che pagavano anche tanto». In tabaccheria qualcuno ha commentato: «Se non c'è lavoro, è meglio che tornino a casa».
In realtà San Martino dall'Argine è uno dei Comuni mantovani con la più bassa percentuale di stranieri. Lo ammette lo stesso vicesindaco Alessio Renoldi. E in paese non ci sono clandestini, lo sostiene l'assessore alle politiche sociali, Cedrik Pasetti: «C'erano problemi coi cinesi, un laboratorio tessile che fu chiuso. Ma adesso hanno riaperto, sono in 4 regolari».
E allora? Il sindaco Alessandro Bozzoli: «Niente di speciale, abbiamo fatto conoscere la legge, si è deciso all'unanimità». Poi ci indirizza al vicesindaco. Renoldi e Pasetti sono della Lega Nord. Forse è stato il partito a suggerire il manifesto?
«Nessun imput, anche se nel direttivo provinciale si parla di queste cose, in generale». Avete letto prima il testo al segretario provinciale Bottari? «No!» risponde Pasetti, fresco responsabile leghista per la zona 'doc' Viadana, Bozzolo, Sabbioneta... E' un avvocato e non vuole passare per testa calda, spiega che la sicurezza sta a cuore, anche quella degli stranieri, spesso vittime di padroni di casa che si fanno dare molto per sistemazioni indecorose.Il manifesto è affisso da lunedì e nessuno si è visto. Ma se qualcuno venisse? «Lo faremmo parlare con la polizia municipale, che sa cosa fare». Cioè? «Noi siamo amministratori, per far rispettare la legge ci sono vigili e carabinieri». Ma se finisse nella rete una badante? «Sono tutte in regola, l'anagrafe è aggiornata. A San Martino c'è la casa di riposo, l'assistente sociale, il centro anziani, i volontari. Troveremo una badante in regola».

Per l'Osservatorio sulle discriminazioni Il manifesto di San Martino dall'Argine è «un precedente pericolosissimo» per Articolo 3, osservatorio sulle discriminazioni, che cita pure Ceresara.«L'obbligo di comunicare la notizia di reato non spetta al cittadino - dice Articolo 3 - ma alle autorità di pubblica sicurezza. La legge 94/2009 (dl Maroni, ndr) non prevede l'obbligo di denuncia di una notizia di reato. Se non si trae un vantaggio iniquo dalla presenza di una persona non in regola con i documenti di soggiorno non c'è alcun obbligo di riferire della stessa. Riteniamo questo (il manifesto, ndr) un invito alla delazione. Il cittadino... deve rispondere solo alla propria coscienza... non gli si può chiedere di segnalare la semplice presenza nel territorio comunale di esseri umani». Articolo 3 raccoglierà anche pareri legali.



Fonte: La Gazzetta di Mantova

26 ottobre 2009

Milano: volantino minaccia gli immigrati. "Non costringeteci a usare i bastoni"

Non ne possono più dei quindici senza tetto africani che «dormono, urinano, si ubriacano e fanno sesso» in galleria Buenos Aires, sotto le loro case. A Milano scenderanno in piazza i residenti di via Masera, assieme ai commercianti di corso Buenos Aires, per chiedere «l’intervento del sindaco e del prefetto», prima che qualcuno «decida di risolvere il problema con quattro bastoni», come è scritto nel volantino shock che annuncia la manifestazione. Si protesta anche per la presenza sul corso di venditori abusivi, «mai numerosi come oggi», come dice Luigi Ferrario, presidente della associazione dei negozianti Buenos Aires Futura. Al “presidio per la sicurezza” di mercoledì prossimo, alle 11 in corso Buenos Aires 36, ci saranno anche esponenti politici e dei partiti: dalla Lega al Pdl, fino alla lista Ferrante, all’opposizione a Palazzo Marino. Esasperati dalla presenza degli africani, che in più occasioni hanno aggredito chi chiedeva loro di spostarsi, i residenti mercoledì scorso hanno anche organizzato una sorta di ronda: sono scesi in strada alle 23, ora a cui si presentano i quindici uomini, e si sono messi a chiacchierare in capannello, occupando lo spazio dove ogni notte vengono gettati i cartoni e i sacchi a pelo. «Non siamo razzisti e con i clochard che dormono qui da anni non abbiamo mai avuto problemi — dice la portavoce del comitato di via Masera — ma di questi non ne possiamo più. Il Comune deve trovare loro una sistemazione dignitosa e liberarci così dagli schiamazzi e dalla vista di escrementi sui marciapiedi e sesso consumato in strada». I controlli di polizia hanno riscontrato che gli africani, accampati in viale Vittorio Veneto fino al luglio scorso e poi cacciati dai vigili, hanno tutti documenti regolari e permessi di soggiorno “per ragioni umanitarie”.
I volantini che convocano il presidio, appesi sui muri e sulle serrande dei negozi, hanno toni duri. Si chiede alle istituzioni di intervenire contro «un vero schifo» precisando che «è loro preciso dovere». E denuncia «l’arroganza e la prepotenza dei venditori abusivi, non importa se gialli, neri, rossi o bianchi». La manifestazione, proclamata venerdì scorso, ha rapidamente raccolto l’adesione dei comitati dei quartiere di ogni colore politico. E sono arrivate le promesse di presenza da parte degli esponenti partiti, soprattutto di quelli di centrodestra, che sostengono quella giunta comunale a cui i residenti chiedono soluzioni. Mercoledì ci saranno Mario Borghezio e Max Bastoni con le loro “ camicie verdi padane” e l’assessore regionale leghista Davide Boni. Ci sarà una delegazione dei consiglieri comunali del Pdl, come annuncia Carlo Fidanza, e anche Carlo Montalbetti, consigliere di opposizione eletto a Palazzo Marino con la lista Ferrante. Uno schieramento di rappresentanti eletti che non piace al vicesindaco Riccardo De Corato: «I problemi non si risolvono con la piazza — dice — la presenza dei senzatetto molesti si impedisce solo chiudendo la galleria Buenos Aires di notte. Siamo disposti autorizzare i lavori per installare una cancellata a scomparsa anche subito». A pagare i lavori, però, dovranno essere i condòmini, visto che la galleria è privata. A contestare l’utilità del presidio è anche Pierfrancesco Majorino, capogruppo del Pd in consiglio comunale: «Il Comune dovrebbe trovare il modo di fare stare queste persone in dormitorio, senza tanti clamori», dice.


fonte: La Repubblica

22 ottobre 2009

Maroni chiede all’Arci 50 mila euro di risarcimento

Dopo le denunce ai giornali d’opposizione, ora il governo se la prende con l’Arci, citata in giudizio dal ministro Maroni, la cui immagine e reputazione sarebbe stata danneggiata da una dichiarazione stampa del responsabile immigrazione Filippo Miraglia, rilasciata nel luglio del 2008. Era il periodo delle polemiche sulla schedatura nei campi rom, con la raccolta di impronte digitali ad adulti e bambini. L’Arci, che già si era opposta a questa misura discriminatoria e incivile, in particolare se praticata nei confronti di minorenni, denunciò nel comunicato cui si fa riferimento l’ulteriore schedatura che si imponeva nelle scuole, obbligando i dirigenti scolastici a inviare ai prefetti (cioè ai rappresentanti del ministro degli interni sul territorio) l’elenco degli alunni stranieri, specificando se rom o sinti.

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