Intervista a Italo Di Sabato il responsabile nazionale dell'Osservatorio sulla Repressione, fondato nel 2007 Haidi Giuliani la mamma di Carlo, ucciso durante il G8 di Genova il 20 luglio del 2001.
Visualizzazione post con etichetta rassegna stampa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rassegna stampa. Mostra tutti i post
10 maggio 2013
Repressione alle lotte sociali, malapolizia, carceri e migranti. L'impegno dell'Osservatorio sulla Repressione
15 novembre 2012
Polizia, subito numeri identificativi
Una manganellata in pieno volto. Quando il ragazzo è a terra, già immobilizzato. Dal video che sta girando in Rete, sembra anche non voler opporre resistenza.
Etichette:
#14N,
emergenza,
lotte sociali,
malapolizia,
rassegna stampa,
riflessioni
27 novembre 2011
Mohamed, il ragazzo tunisino che vigila sul voto e finisce rinchiuso in un Cie
Mohamed è rinchiuso nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Da quando è li dentro ne ha viste tante:«Ci hanno tolto le scarpe e lasciato in ciabatte anche se pioveva e avevamo i piedi sempre bagnati. Ci hanno lasciati al freddo – racconta – la scorsa settimana due ragazzi hanno tentato il tutto per tutto, si sono costruiti dei cappi da mettere al collo, il primo con una corda, l’altro con un filo di corrente, e sono saliti sul tetto. Volevano morire. Li abbiamo convinti a scendere, abbiamo detto loro che non gli sarebbe successo niente, mi dicono che li hanno pestati come rivoltosi. Giovedì un aereo è partito portandosene via 18, verso Tunisi, un rimpatrio veloce e senza possibilità di opposizione». Ma in quell’inferno che non dovrebbe esistere, Mohamed pensava di non dover mai finire. Vive in Italia da molto, ha lavorato regolarmente ed è in attesa del rinnovo del permesso. Il suo precedente datore di lavoro si è dileguato con le sue pratiche da evadere, teoricamente dovrebbe avere il tempo di trovarne un altro o di decidere se tornare con le proprie gambe in Tunisia, paese da cui proviene, comunque c’è una vertenza in atto da risolvere. Nel frattempo il ragazzo, perché di un ragazzo si tratta, si è dato da fare nel percorso di democratizzazione del proprio paese. Per le elezioni della assemblea costituente che si sono svolte il nell’ottobre scorso, era stato nominato fra i responsabili, da parte dell’Istanza regionale per l’Italia, del controllo sullo svolgimento delle operazioni di voto. Il suo mandato consisteva particolarmente nell’evitare che il voto venisse inquinato dai rappresentanti del vecchio regime ancora molto potenti anche in Italia. Lo ha svolto con scrupolosità, denunciando soprattutto i tentativi che sono stati fatti per modificare il voto a Roma e a Palermo, dove il personale consolare era molto vicino al regime. Mohamed non vive in strada, non è dedito ad attività illegali, per questo suo compito si è spesso avvalso di titoli di viaggio regolarissimi e di ospitalità in strutture alberghiere, dove per entrare, a chiunque, viene chiesto un documento. Ma Mohamed ha dato fastidio a qualcuno. Impossibile capire altrimenti le ragioni per cui alle 4 del mattino sia stato prelevato dall’hotel in cui dormiva serenamente per essere trasferito a Ponte Galeria. Improvvisamente spuntava un decreto di espulsione nei suoi confronti, improvvisamente – questo ci racconta – la tranquillità con cui viveva in Italia, spariva e diveniva il numero xxxx di un centro di identificazione ed espulsione. Mohamed sa difendersi e ha motivato giuridicamente il suo rifiuto tanto al trattenimento quanto al rimpatrio. Ieri mattina è stato svegliato all’alba. Gentilmente gli è stato chiesto di prepararsi e di raccogliere i propri bagagli, destinazione ignota. Dopo alcune ore era giunta al centro una BMW con a bordo funzionari, probabilmente della Digos che avevano il compito di accompagnare Mohamed a Fiumicino, primo aereo per Tunisi. Di solito i rimpatri per la Tunisia avvengono collettivamente, per risparmiare, come mai questa fretta e queste modalità? Mohamed si è opposto senza violenza ma con la forza del diritto, tanto che il funzionario incaricato dell’operazione ha desistito dal tentativo con – secondo quanto detto dal ragazzo – un profluvio di imprecazioni irripetibili. Mohamed è tornato ancora in cella e teme di essere rimandato indietro da un momento all’altro. Ma a deciderlo è il governo italiano o quello tunisino? Intanto chiede attenzione.
Stefano Galieni
17 luglio 2011
Prove generali di guerra globale. Ecco perché lo Stato s'è assolto. I fatti del luglio 2001 nella cornice della svolta mondiale
La cornice in cui si situa il G8 di Genova è segnata innanzitutto dalla nuova tappa della svolta neo conservatrice a livello mondiale che si impone in parte già con l'amministrazione Clinton e diventa esplicita con Bush. Una delle caratteristiche cruciali di tale svolta riguarda le pratiche di potere o del dominio, ossia la tendenza assai palese a calpestare il rispetto formale delle norme dello Stato di diritto a vantaggio della guerra permanente e quindi della supremazia a tutti i costi da parte degli attori più forti.
Lo "scenario di guerra" a Genova 2001 è stato studiato dai diversi soggetti istituzionali dell'intelligence internazionale con largo anticipo ed era stato affinato sul campo dei diversi appuntamenti del movimento altermondialista che avevano preceduto le giornate del luglio 2001 (Seattle, Quebec, Praga, Nizza, Napoli, Goteborg). Le disposizioni date ai precedenti governi di centrosinistra presieduti da D'Alema e Amato, solo in parte modificate da quello di centrodestra entrato in carica nell'aprile 2001, provenivano infatti da quell'intelligence internazionale che in Italia aveva in Gianni De Gennaro il suo attore principale.
La preparazione del G8 genovese è stata accompagnata da un escalation allarmistica, grazie alla complicità dei media, allo scopo di accentuare la paura, soprattutto l'ansia sui giovani agenti che in alcune strutture e durante l'addestramento sono stati incitati ad accumulare sempre più odio verso i noglobal accusati di prepararsi a massacrarli e a distruggere la città.
Salvo qualche rara eccezione, nessuna personalità istituzionale ha obiettato al piano di sicurezza del G8 che prevedeva una militarizzazione inquietante della città ligure. Il dispositivo predisposto dai vertici della polizia e la scelta del personale da impiegare non sono stati conformi all'obiettivo di garantire lo svolgimento negoziato e pacifico delle manifestazioni. Molti dirigenti delle polizie, presenti a Genova, non erano esperti in servizi di ordine pubblico, ma al contrario abituati a operare in "teatri di guerra". In particolare, la scelta di affiancare al battaglione Tuscania dei Carabinieri - unità militare, non certo avvezza alla gestione pacifica dell'ordine pubblico e con un passato alquanto oscuro - un'unità speciale (con a capo Canterini, condannato poi a 5 anni di reclusione per le violenze su manifestanti inermi), composta da personale proveniente dai reparti mobili incitati a "dare una lezione ai rossi…". Gli attacchi portati a "freddo" da parte delle polizie, com'è testimoniato dai numerosi video, dimostra che non si è affatto trattato di comportamenti tipici di "schegge impazzite", di "mele marce". Come dimostrato anche in sede processuale, il blitz con la "macelleria messicana" alla scuola Diaz è stato assolutamente ingiustificato, deciso "a freddo". Cosi come si afferma, sempre dagli atti processuali che hanno portato alla condanna gli agenti presenti alla caserma Bolzaneto, le pratiche adottate dagli operatori delle polizie si configurano come vere e proprie torture, sebbene tale reato non sia previsto nel codice penale italiano.
In altri termini, è assai difficile smentire la tesi secondo la quale i comportamenti delle polizie a Genova fossero dovuti all'obiettivo di dare una lezione durissima, se non risolutiva al movimento no global, tesi tra l'altro confermata anche da Condoleeza Rice al Congresso americano nell'audizione per l'attentato alle torri gemelle dell'11 settembre 2001.
La ricerca della verità e della giustizia per la violenta repressione e il difendersi dai processi e dai teoremi a carico delle compagne/i imputate/i è stata, infine, un lavoro costante in questi dieci anni.
Alcuni processi individuali in sede civile si sono conclusi con il risarcimento dei danni subiti dalle vittime dallo Stato che teoricamente dovrebbe cercare i responsabili di tali danni. I processi per l'irruzione alla scuola Diaz e le torture alla caserma Bolzaneto, hanno visto condannati in secondo grado tutti gli imputati, anche se molti dei reati contestati sono caduti in prescrizione. Anche il regista principale della repressione l'allora capo della polizia ed oggi al vertice dei servizi segreti Gianni De Gennaro è stato condannato in secondo grado ad 1 anno e 4 mesi di reclusione per induzione alla falsa testimonianza. Ma la cosa più vergognosa è che lo Stato non solo non ha rimosso nessuno degli appartenenti alle forze dell'ordine prima imputati e poi condannati ma paradossalmente li ha premiati avanzandoli di grado.
In primo grado sono stati pure condannati per i reati di devastazione e saccheggio a una pena complessiva di 98 anni di carcere 10 dei 25 manifestanti imputati. Mentre sono stati tutti assolti gli imputati arrestati, nel novembre 2002, in merito all'inchiesta della procura di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle. Inchiesta partita da un dossier dei Ros, ritenuto inconsistente da più Procure e che trova un ambiente accogliente nella Procura di Cosenza e che porta all'arresto di venti militanti (alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti negli anni Trenta, come il "sovvertimento dell'ordinamento economico costituito nello Stato".
Italo Di Sabato - Osservatorio sulla Repressione
pubblicato sull'inserto "Spirito di Genova" Liberazione 16 luglio 2011
Etichette:
G8 Genova,
rassegna stampa,
riflessioni
21 marzo 2011
10 anni NoGlobal
LA VIGILIA DEL G8 DI GENOVA Un convegno per ricordare i fatti del 17 marzo 2001 a Napoli e quello che ne è seguito: le tecniche di repressione sperimentate con gli ultras e applicate ai movimenti, le zone rosse, l'assenza del reato di tortura, le legislazioni speciali per controllare le rivolte contro le discariche e gestire il dopo-terremoto a L'Aquila. In 10 anni, 16 mila attivisti denunciati e 6 mila rinviati a giudizio per le lotte sociali.
Il 17 marzo a Napoli non si ricorda l'unità d'Italia ma il Global forum del 2001, almeno nell'area che si riconosce nelle lotte politiche e sociali. Quel pomeriggio, cioè, che anticipò il G8 di Genova sul piano della repressione violenta del dissenso. Ieri un convegno organizzato dal Legal team Italia proprio a Napoli ha ripercorso l'ultimo decennio di politiche e legislazioni speciali come pratiche riproposte poi, di volta in volta, sui territori in rivolta contro le discariche, la Tav fino a L'Aquila del post terremoto. Dalla gestione delle manifestazioni in piazza, quindi, si è passati alle proteste per il lavoro, alle comunità, il controllo sociale diventato un problema di ordine pubblico. È Livio Pepino, direttore di Quale Giustizia, a spiegare come molti dispositivi utilizzati dal 2001 in avanti siano stati sperimentati negli anni sulle tifoserie calcistiche, gruppi che non sollevano particolari simpatie e quindi facilmente isolabili, dall'arresto in flagranza differita fino al daspo,
che a dicembre scorso si è proposto di estendere alle manifestazioni politiche. Soprattutto, il reato di devastazione: «In Italia - spiega Pepino - era stato utilizzato quasi esclusivamente per i terroristi altoatesini che mettevano le bombe ai tralicci, per le rivolte carcerarie e, naturalmente, per gli hooligan». La gestione concordata della piazza è terminata quando è cominciata la politica delle zone rosse: «Dal '46 al '77 - ricorda ancora - sono stati 142 i morti durante i cortei. Dal '77 al 2001, cioè da Giorgiana Masi a Carlo Giuliani, non era più accaduto». A Genova è successo qualcosa di diverso, che aveva avuto un suo precedente a marzo a Napoli, sotto un governo di differente colore politico ma con la stessa gestione dell'ordine pubblico.
Piazza Municipio ridotta a una tonnara con, per la prima volta dopo decenni, anche carabinieri e guardia di finanza a gestire la repressione, feroce. Nessun varco per scappare, manifestanti colpiti con manganelli fuori ordinanza, inseguiti fin dentro il pronto soccorso degli ospedali. Il processo terminato con la condanna in primo grado per sequestro di persona aggravato per i funzionari, non tutti, una parte delle colpe sanate dalla prescrizione: «Perché l'Italia - ricorda l'avvocato Liana Nesta - non ha recepito il reato di tortura. Portati nella caserma Raniero senza conoscere l'imputazione, senza poter parlare con un legale, identificati e sottoposti ad angherie.
Tra i condannati in primo grado il vicequestore Fabio Ciccimarra, che metterà poi la molotov nella Diaz a Genova». E poi la ritorsione dello stato, perché quello che è successo nella città ligure è successo sotto obiettivi e telecamere di giovani, reporter e mediattivisti, le bugie smascherate anche grazie a una segreteria legale che ha fornito supporto tecnico nei diversi procedimenti. E allora arrivano nel 2002 i processi di Cosenza e Taranto, dove si teorizza che un gruppo di sovversivi, dai docenti agli operai, hanno cospirato da sud contro lo stato prima e durante i fatti di Genova: «Hanno tirato - spiega l'avvocato Simonetta Crisci - fuori dal cassetto il reato di cospirazione, un'accusa sufficientemente vaga da poter colpire chiunque, un arnese che ha funzionato dal fascismo a oggi. I giornali, esibiti in aula, raccontavano dei Ros del generale Ganzer che giravano le procure proponendo l'inchiesta, lo stesso accusato di traffico d'armi e droga. Di uno degli accusati, Francesco Cirillo, avevano fatto la copia delle chiavi di casa per installare delle cimici, dopo ogni incursione se le tenevano invece di riconsegnarle al pm, così entravano e uscivano quando volevano». Un'accusa basata non su prove ma interpretazioni di conversazioni, già bocciata due volte, ma portata lo stesso in appello.
In dieci anni, sono 16mila le persone denunciate, seimila rinviate a giudizio, per fatti che riguardano le lotte sociali ricorda Italo di Sabato, dell'Osservatorio sulla repressione. Nel 2009 a Teramo 39 ragazzi sono finiti nelle maglie della giustizia dopo uno scontro con Forza nuova e la rottura di una vetrina, di cui 22 solo per aver esposto allo stadio uno striscione di solidarietà: «La legalità come dichiarazione di guerra contro i poveri cristi». Napoli, Genova e poi le Torri gemelle con la lotta planetaria al terrorismo che, dagli Usa all'Europa, impone la compressione dei diritti civili, così spiega l'avvocato Ezio Menzione si arriva ad accettare come normali le retate a tappeto, le zone off limits, gli arresti fuori flagranza, i controlli alle frontiere fino ai pastori sardi bloccati a Civitavecchia per non farli arrivare a manifestare a Roma. Fino alle discariche dichiarate zone militari, con le aggravanti per gli arrestati nelle vicinanze, aggravanti anche per chi colpisce un agente di pubblica sicurezza, cose che capitano in una manifestazione, oppure si fanno capitare.
Adriana Pollice - il manifesto
Etichette:
emergenza,
G8 Genova,
lotte sociali,
rassegna stampa,
violenze e sopprusi
20 marzo 2011
«Botte e carcere, così reprimono il conflitto sociale»
La notizia che i caccia francesi siano già sui cieli della Libia piomba - e ne accresce l'attualità - sul convegno del Legal team Italia (gli avvocati riconoscibili dalla pettorina giallo-nera durante le manifestazioni) incentrato sulla relazione tra repressione nelle piazze e riscrittura dei rapporti di forza nei luoghi di lavoro. Le prove generali del salto di qualità nella gestione dell'ordine pubblico avvennero a pochi minuti da Castel dell'Ovo, location del convegno, giusto dieci anni fa. Il 17 marzo del 2001, per la prima volta, una manifestazione di massa venne caricata ferocemente dopo essere stata privata di una via di fuga. New entry, sulla scena del crimine, le fiamme oro accanto alle divise di polizia e carabinieri. Altra terrificante novità fu la caccia all'uomo negli ospedali e il rapimento (così stabilirà un tribunale nove anni dopo) di decine di feriti. Un'«attrezzeria» dispiegata a Genova qualche mese dopo e che da allora è stata perfezionata - lo ha delineato nella relazione introduttiva l'avvocato Ezio Menzione - nella dilatazione delle zone rosse intorno alle discariche, alle scuole, alle tendopoli dei terremotati aquilani. Una compressione dei diritti che trovò nuova linfa dopo l'11 settembre ma che è legata alla gigantesca riscrittura dei rapporti sociali che va sotto il nome di globalizzazione liberista.
Sul piano strettamente giuridico, la tendenza denunciata dal Legal team è quella per cui la «legge è sempre meno uguale per tutti». Le nuove aggravanti di clandestinità e di recidiva reiterata, infatti, segnano come il rischio di privazione della libertà sia incredibilmente più concreto per chi si trovi in posizioni marginali rispetto alla cittadinanza - gli stranieri - o alla collocazione sociale: i tossici, gli ultras, gli antagonisti. «La piazza è un luogo complicato - ha avvertito Livio Pepino, ex segretario di Magistratura democratica - ma negli ultimi anni è sfumato il confine tra le tipologie delle manifestazioni, dei moti di piazza, del riot». La mutazione nella gestione dell'ordine pubblico ha preso le mosse nella stagione della "tolleranza zero", che ha avuto ricadute nell'abbassamento del livello delle violazioni tollerate e ha fatto saltare la consuetudine della gestione concordata della piazza. Frutto avvelenato di quella stagione, ha segnalato Liana Nesta, avvocato di parte civile per la mattanza di Piazza Municipio, è anche l'«immunità funzionale», l'impunità, pretesa dagli operatori di polizia.
Nei dieci anni presi in esame, le novità giuridiche, come la propensione crescente dei pm a farsi strumento delle polizie, hanno preso le mosse comunque da vecchi arnesi come il Codice Rocco di epoca fascista, cuciti su misura per perseguitare gli attori del conflitto sociale. Un esempio per tutti, quel reato di cospirazione appiccicato agli imputati del Sud Ribelle, fa presente la loro legale Simonetta Crisci. Quegli arnesi, spesso, sono così obsoleti da non condurre in galera, perché «i cattivi pensieri non si possono punire», ha detto Sergio Moccia, professore alla Federico II, ma «la vera pena - ha aggiunto - è il lunghissimo processo che attende gli inquisiti». «Dai processi di Genova «è emerso anche che, per le forze dell'ordine, guerra e ordine pubblico sono la stessa cosa», ha spiegato Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, ucciso a Genova da uno dei carabinieri che avevano aggredito un corteo regolarmente autorizzato. Da allora Haidi non smette di reclamare un processo, di mettere in collegamento le vittime dell'ordine pubblico e di denunciare come la repressione sia indice della debolezza della democrazia.
Le cifre - sedicimila denunciati e seimila rinviati a giudizio per reati legati al conflitto - rivelano la dimensione della repressione sperimentata in primo luogo sugli ultras del calcio. La composizione della popolazione carceraria e la mole dei morti dietro le sbarre, i ripetuti casi di malapolizia (Cucchi, Aldrovandi, Uva ecc…) pongono l'urgenza di «una nuova stagione di garantismo», ha suggerito Italo Di Sabato che cura l'Osservatorio repressione.
«Ma perché, è legale il ricatto di Pomigliano?», si domanda Antonio Di Luca della Fiom, testimoniando la solitudine dei lavoratori nel deserto politico della post-democrazia. E' il lavoro ai tempi dello «stato terminale del diritto del lavoro». La storia degli ultimi dieci anni - descritta da un'avvocata del lavoro, Marina Paparo, e da una docente precaria dell'Unical, Antonella Durante - è anche la storia di come, dal pacchetto Treu al Libro bianco di Maroni fino al collegato lavoro e all'attacco frontale al contratto collettivo nazionale si sia prodotta una mutazione genetica del giuslavorismo, con il medesimo autoritarismo esibito in ordine pubblico.
Le radici dell'attacco risalgono sia alla sconfitta dell'80 alla Fiat sia alla concertazione del '93, che introdusse le prime deroghe al ccnl su cui Marchionne ha potuto scardinare Pomigliano e Mirafiori. Nel mirino c'è sempre il conflitto sociale, che poi è lo stesso obiettivo del sistema elettorale bipolare. Anche la choc-economy, testata a L'Aquila e nell'emergenza rifiuti napoletana, tende a sperimentare il governo autoritario del territorio per imporre interessi forti e la privatizzazione dei beni comuni. «E' ora di uscire dall'emergenza visto che non serve a risolvere le emergenze», ha spiegato, concludendo, Gilberto Pagani, presidente del Legal team (che pubblicherà i materiali sul suo sito), rimandando al prossimo appuntamento genovese per una riflessione internazionale da cui, finalmente, escano appunti per una piattaforma.
Checchino Antonini da Liberazione
Etichette:
G8 Genova,
lotte sociali,
rassegna stampa,
violenze e soprusi
7 marzo 2011
L'agenda rossa di Valerio Verbano.
Ci sono i voti del semestre appena concluso, l'orario delle lezioni, il testo della canzone di De André, Il bombarolo, e poi in stampatello sul frontespizio: «Portare l'attacco al cuore dello Stato», con una falce e martello e un mitra sovrapposti e sotto la sigla Ccr, collettivo comunista rivoluzionario quarta zona, composto dagli studenti del liceo scientifico Archimede. E' la copia fotostatica dell'agenda rossa 1977, edita dalla Savelli, appartenente Valerio Verbano, allora studente appena sedicenne, riemersa da un buio lungo 31 anni. Ai lati dei fogli la firma di Rina Zapelli, nome da ragazza di Carla Verbano, madre di Valerio, apposta al momento del sequestro la sera del 20 aprile 1979.
L'inchiesta sui fascisti
Tra le pagine che abbiamo potuto consultare, poco meno della metà dei 379 fogli che sembrano comporre quanto resta del "dossier Verbano", ci sono anche 41 fogli di una rubrica nei quali sono riportati circa 900 nomi di attivisti di estrema destra corredati da indirizzi e in alcuni casi con numero di telefono. Redatti tutti con la grafia di Verbano. Altri 16 fogli, trascritti da più mani, riportano appunti, minute di schede, appartenenza politica, piantine e altre informazioni, come alcuni luoghi di ritrovo dell'estrema destra. Carla Verbano vi ha già riconosciuto quella di un amico di Valerio deceduto nel frattempo. Un accurato lavoro di mappatura delle diverse realtà del neofascismo romano dove lucide intuizioni e scoperte anzitempo si sommano anche ad imprecisioni e approssimazioni notevoli. Alcune schede collimano solo in parte con quelle riportate nel recente libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek 2011. Questa circostanza conferma quanto ricordato nei giorni scorsi da Carla Verbano sulla esistenza di più versioni del dossier, «realizzato da Valerio insieme ad altri sei o sette amici». La riprova sta proprio nel libro di Lazzaretti che riporta uno schedario con circa 1200 nomi aggiornato ad un periodo successivo alla morte di Verbano. Nel dossier "riapparso" in una scheda numerata "002" si legge che Pierluigi Bragaglia, ex militante del Fdg divenuto «gregario delle strutture collaterali dei Nar», ha 18 anni, mentre nel documento citato da Lazzaretti gli anni salgono a 20 e il testo della scheda, seppure quasi identico, vede l'ordine delle frasi spostato a conferma del fatto che le informazioni salienti contenute nel "dossier" erano patrimonio di un'area più larga che le ha conservate ed aggiornate nel tempo.
E' azzardato trarre delle conclusioni sulla base di una visione troppo parziale della carte riemerse - secondo quanto sostenuto dal Corriere della sera - da un archivio dei carabinieri a cui la procura ha recentemente attribuito la delega per le nuove indagini sull'omicidio. L'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Carla Verbano, si è già rivolto ai pm per avere copia del "dossier". Le carte di Verbano rivestono ormai una valenza storica ancor prima che giudiziaria. Il buco nero che per lunghi decenni ha inghiottito le sue agende, rubriche e foto, consigliano oggi un dovere di trasparenza assoluta, tanto più che eventuali sviluppi dell'inchiesta si attendono dall'esame tecnico di altri reperti.
Gli elenchi distrutti
Quello che si legge nel verbale di sequestro del materiale trovato dalla digos nella stanza di Valerio Verbano è un lungo elenco: l'agenda rossa che fu il suo diario personale nel 1977, quaderni, decine di fogli sparsi, fotocopie, ritagli di giornali, fotografie e una pistola. In tutto, ben diciotto schedari pieni di documenti e altri sei di foto. Dopo il sequestro, cominciano le ‘stranezze'. Tutto il materiale - spiega Marco Capoccetti Boccia nel suo, Valerio Verbano, una ferita ancora aperta, Castelvecchi 2011 - sarà tenuto in custodia dalla digos per una settimana prima di essere consegnato all'ufficio corpi di reato del tribunale di Roma per essere repertato e messo a disposizione del fascicolo processuale «Verbano + 4». Pochi giorni dopo la morte di Valerio i legali della famiglia ne chiedono la restituzione. Si scopre così che l'originale del cosiddetto "dossier" non è più al suo posto; è praticamente sparito. Il 27 febbraio 1980 il giudice istruttore Claudio D'Angelo, che si occupa dell'omicidio di Valerio, constatata la scomparsa del dossier dall'ufficio corpi di reato riceve dalla digos una «copia fotostatica della documentazione sequestrata nell'abitazione di Verbano Valerio». Se ne evince che si tratta ancora di una copia integrale ma Carla Verbano, che all'epoca poté visionare le carte, sostiene che il materiale inviato dalla digos era «dimezzato» rispetto all'originale. Nell'ottobre 1980, il giudice istruttore nega alla famiglia la restituzione delle carte sequestrate, ormai presenti solo in copia, perché ancora sottoposte a segreto istruttorio. Quattro anni dopo, l'11 aprile 1984, la corte d'appello che aveva giudicato Valerio ordina la distruzione dei reperti, comprese le carte e le foto, nonostante queste fossero state nuovamente repertate nell'inchiesta aperta per il suo omicidio. In realtà, come documenta Capoccetti, l'effettiva distruzione della copia fotostatica inviata dalla digos avverrà solo il 7 luglio 1987. Da quel momento non c'è più traccia del dossier negli atti giudiziari. Per ritrovarne copia Capoccetti ha scritto anche alla digos, ricevendo lo scorso luglio un'evasiva risposta che tra le righe non smentisce affatto l'attuale possesso di copia del «materiale oggetto di sequestro». Documentazione che all'improvviso è riapparsa in mano ai carabinieri dopo la recente riapertura dell'inchiesta. Si è detto anche che il dossier sarebbe passato nelle mani del giudice Amato, ucciso mentre conduceva un'inchiesta contro Nar e Terza posizione, ma sempre secondo quanto accertato da Capoccetti non c'è alcuna traccia di protocollo che ne dia conferma. Questo trasmigrare, sparire e ricomparire, dimagrire, per infine esser distrutto e poi riapparire in copia fotostatica dove nessuno se lo aspetta, è senza dubbio una delle circostanze più sconcertanti di tutta la vicenda.
L'agenda rossa del 1977
Siamo entrati nelle pagine del diario di Valerio del 1977 con un sentimento di pudore. Ci sembrava di violare la sua intimità, i suoi segreti, quelli di un adolescente cresciuto in fretta. In quegli anni si diventava adulti presto travolti dalla forza di una corrente che insegnava come fosse possibile cambiare il mondo. Valerio surfava veloce su quell'onda di rivolta che non conosceva rassegnazione. Il suo era un coinvolgimento totale: almeno quattro riunioni politiche a settimana, tra collettivi, comitato e assemblee, non solo all'Archimede ma anche all'università. Annotava le manifestazioni e gli scontri del periodo, le ricorrenze, l'uccisione dei militanti di sinistra, da Francesco Lorusso ad Antonio Lo Muscio e Walter Rossi, insieme ai compiti in classe, i pomeriggi al muretto con gli amici, gli incontri con le ragazze e anche un «abbiamo giocato a nascondino» che fa sorridere. Tanti gli slogan, roventi come la temperatura al suolo dell'epoca, ma anche una battuta del tipo: «Atac: associazione telline aspiranti cozze». Meglio non prendersi troppo sul serio. Il 4 marzo annota: «Mancia ripassa a scuola».
Angelo Mancia, conosciuto come Manciokan, fattorino del Secolo d'Italia, era un noto picchiatore del quartiere. Venne ucciso per rappresaglia dalla Volante rossa poche settimane dopo la morte di Valerio, anche se con il suo assassinio non c'entrava nulla. Il 12 marzo sono appuntati gli scontri durante la manifestazione nazionale per l'uccisione da parte di un carabiniere di Francesco Lorusso e, qualche giorno dopo, il 15, la discussione nel collettivo «sui fatti di sabato e le baiaffe». Facevano discutere le pistole apparse durante il corteo e l'armeria presa d'assalto il sabato precedente. Il 22 settembre Valerio annota la partenza per Bologna dove partecipa, fino al 25, al convegno nazionale contro la repressione. Dormirà a casa di una zia accompagnato dalla madre, ci racconta Capoccetti. Il 15 novembre si legge «Vado all'Archimede, vengo aggredito». Quasi un presagio.
Giorgio Ferri e Nicola Macò da Liberazione
L'inchiesta sui fascisti
Tra le pagine che abbiamo potuto consultare, poco meno della metà dei 379 fogli che sembrano comporre quanto resta del "dossier Verbano", ci sono anche 41 fogli di una rubrica nei quali sono riportati circa 900 nomi di attivisti di estrema destra corredati da indirizzi e in alcuni casi con numero di telefono. Redatti tutti con la grafia di Verbano. Altri 16 fogli, trascritti da più mani, riportano appunti, minute di schede, appartenenza politica, piantine e altre informazioni, come alcuni luoghi di ritrovo dell'estrema destra. Carla Verbano vi ha già riconosciuto quella di un amico di Valerio deceduto nel frattempo. Un accurato lavoro di mappatura delle diverse realtà del neofascismo romano dove lucide intuizioni e scoperte anzitempo si sommano anche ad imprecisioni e approssimazioni notevoli. Alcune schede collimano solo in parte con quelle riportate nel recente libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek 2011. Questa circostanza conferma quanto ricordato nei giorni scorsi da Carla Verbano sulla esistenza di più versioni del dossier, «realizzato da Valerio insieme ad altri sei o sette amici». La riprova sta proprio nel libro di Lazzaretti che riporta uno schedario con circa 1200 nomi aggiornato ad un periodo successivo alla morte di Verbano. Nel dossier "riapparso" in una scheda numerata "002" si legge che Pierluigi Bragaglia, ex militante del Fdg divenuto «gregario delle strutture collaterali dei Nar», ha 18 anni, mentre nel documento citato da Lazzaretti gli anni salgono a 20 e il testo della scheda, seppure quasi identico, vede l'ordine delle frasi spostato a conferma del fatto che le informazioni salienti contenute nel "dossier" erano patrimonio di un'area più larga che le ha conservate ed aggiornate nel tempo.
E' azzardato trarre delle conclusioni sulla base di una visione troppo parziale della carte riemerse - secondo quanto sostenuto dal Corriere della sera - da un archivio dei carabinieri a cui la procura ha recentemente attribuito la delega per le nuove indagini sull'omicidio. L'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Carla Verbano, si è già rivolto ai pm per avere copia del "dossier". Le carte di Verbano rivestono ormai una valenza storica ancor prima che giudiziaria. Il buco nero che per lunghi decenni ha inghiottito le sue agende, rubriche e foto, consigliano oggi un dovere di trasparenza assoluta, tanto più che eventuali sviluppi dell'inchiesta si attendono dall'esame tecnico di altri reperti.
Gli elenchi distrutti
Quello che si legge nel verbale di sequestro del materiale trovato dalla digos nella stanza di Valerio Verbano è un lungo elenco: l'agenda rossa che fu il suo diario personale nel 1977, quaderni, decine di fogli sparsi, fotocopie, ritagli di giornali, fotografie e una pistola. In tutto, ben diciotto schedari pieni di documenti e altri sei di foto. Dopo il sequestro, cominciano le ‘stranezze'. Tutto il materiale - spiega Marco Capoccetti Boccia nel suo, Valerio Verbano, una ferita ancora aperta, Castelvecchi 2011 - sarà tenuto in custodia dalla digos per una settimana prima di essere consegnato all'ufficio corpi di reato del tribunale di Roma per essere repertato e messo a disposizione del fascicolo processuale «Verbano + 4». Pochi giorni dopo la morte di Valerio i legali della famiglia ne chiedono la restituzione. Si scopre così che l'originale del cosiddetto "dossier" non è più al suo posto; è praticamente sparito. Il 27 febbraio 1980 il giudice istruttore Claudio D'Angelo, che si occupa dell'omicidio di Valerio, constatata la scomparsa del dossier dall'ufficio corpi di reato riceve dalla digos una «copia fotostatica della documentazione sequestrata nell'abitazione di Verbano Valerio». Se ne evince che si tratta ancora di una copia integrale ma Carla Verbano, che all'epoca poté visionare le carte, sostiene che il materiale inviato dalla digos era «dimezzato» rispetto all'originale. Nell'ottobre 1980, il giudice istruttore nega alla famiglia la restituzione delle carte sequestrate, ormai presenti solo in copia, perché ancora sottoposte a segreto istruttorio. Quattro anni dopo, l'11 aprile 1984, la corte d'appello che aveva giudicato Valerio ordina la distruzione dei reperti, comprese le carte e le foto, nonostante queste fossero state nuovamente repertate nell'inchiesta aperta per il suo omicidio. In realtà, come documenta Capoccetti, l'effettiva distruzione della copia fotostatica inviata dalla digos avverrà solo il 7 luglio 1987. Da quel momento non c'è più traccia del dossier negli atti giudiziari. Per ritrovarne copia Capoccetti ha scritto anche alla digos, ricevendo lo scorso luglio un'evasiva risposta che tra le righe non smentisce affatto l'attuale possesso di copia del «materiale oggetto di sequestro». Documentazione che all'improvviso è riapparsa in mano ai carabinieri dopo la recente riapertura dell'inchiesta. Si è detto anche che il dossier sarebbe passato nelle mani del giudice Amato, ucciso mentre conduceva un'inchiesta contro Nar e Terza posizione, ma sempre secondo quanto accertato da Capoccetti non c'è alcuna traccia di protocollo che ne dia conferma. Questo trasmigrare, sparire e ricomparire, dimagrire, per infine esser distrutto e poi riapparire in copia fotostatica dove nessuno se lo aspetta, è senza dubbio una delle circostanze più sconcertanti di tutta la vicenda.
L'agenda rossa del 1977
Siamo entrati nelle pagine del diario di Valerio del 1977 con un sentimento di pudore. Ci sembrava di violare la sua intimità, i suoi segreti, quelli di un adolescente cresciuto in fretta. In quegli anni si diventava adulti presto travolti dalla forza di una corrente che insegnava come fosse possibile cambiare il mondo. Valerio surfava veloce su quell'onda di rivolta che non conosceva rassegnazione. Il suo era un coinvolgimento totale: almeno quattro riunioni politiche a settimana, tra collettivi, comitato e assemblee, non solo all'Archimede ma anche all'università. Annotava le manifestazioni e gli scontri del periodo, le ricorrenze, l'uccisione dei militanti di sinistra, da Francesco Lorusso ad Antonio Lo Muscio e Walter Rossi, insieme ai compiti in classe, i pomeriggi al muretto con gli amici, gli incontri con le ragazze e anche un «abbiamo giocato a nascondino» che fa sorridere. Tanti gli slogan, roventi come la temperatura al suolo dell'epoca, ma anche una battuta del tipo: «Atac: associazione telline aspiranti cozze». Meglio non prendersi troppo sul serio. Il 4 marzo annota: «Mancia ripassa a scuola».
Angelo Mancia, conosciuto come Manciokan, fattorino del Secolo d'Italia, era un noto picchiatore del quartiere. Venne ucciso per rappresaglia dalla Volante rossa poche settimane dopo la morte di Valerio, anche se con il suo assassinio non c'entrava nulla. Il 12 marzo sono appuntati gli scontri durante la manifestazione nazionale per l'uccisione da parte di un carabiniere di Francesco Lorusso e, qualche giorno dopo, il 15, la discussione nel collettivo «sui fatti di sabato e le baiaffe». Facevano discutere le pistole apparse durante il corteo e l'armeria presa d'assalto il sabato precedente. Il 22 settembre Valerio annota la partenza per Bologna dove partecipa, fino al 25, al convegno nazionale contro la repressione. Dormirà a casa di una zia accompagnato dalla madre, ci racconta Capoccetti. Il 15 novembre si legge «Vado all'Archimede, vengo aggredito». Quasi un presagio.
Giorgio Ferri e Nicola Macò da Liberazione
Etichette:
antifascismo,
rassegna stampa
2 dicembre 2009
Caso Cucchi, il verbale del testimone: "Ho visto che lo prendevano a calci"
"C'era una porta nera con un piccolo finestrino senza vetro, ero solo dentro la cella, e ho sentito rumori. C'era il ragazzo e qualcuno dava calci, faceva rumore con i piedi. Sentivo che il ragazzo era caduto in terra e stava piangendo. Poi ho guardato da quel finestrino e ho visto che loro lo mettevano dentro la cella. Loro, prima di pcchiare, parlavano, non capivo le parole ma la polizia diceva di entrare dentro e il ragazzo non voleva entrare dentro. Il ragazzo voleva sempre uscire, non so se voleva andare al bango o dal Giudice....".
L'immigrato africano, detenuto nel sotterraneo del tribunale di Roma nella mattinata del 16 ottobre scorso, aspettava anche lui di essere chiamato per il processo, quando ha assistito dallo spioncino della sua cella al pestaggio di Stefano Cucchi, il trentunenne arrestato la notte prima alle 23.30 e morto, denutrito, disidratato, con le vertebre rotte, traumi alla testa e sospette bruciature di sigaretta sul corpo, all'alba del 22 nel padiglione carcerario dell'ospedale Sandro Pertini. Per la sua morte tre medici sono indagati per omicidio colposo e altrettanti agenti penitenziari per omicidio preterintenzionale.
"Guarda cosa mi hanno fatto le guardie", ha confidato Stefano Cucchi al detenuto africano. "No", ha precisato il supertestimone, "non mi ha detto chi fossero gli aggressori e neanche ho chiesto se i carabinieri lo avessero picchiato, ma lui non mi ha parlato dei carabinieri". Così, si infittisce il mistero dopo i risultati dell'inchiesta del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che ha escluso il coinvolgimento dei suoi uomini nell'aggressione nelle celle del tribunale di Roma.
LEGGI IL VERBALE DEL TESTIMONE
fonte: La Repubblica
L'immigrato africano, detenuto nel sotterraneo del tribunale di Roma nella mattinata del 16 ottobre scorso, aspettava anche lui di essere chiamato per il processo, quando ha assistito dallo spioncino della sua cella al pestaggio di Stefano Cucchi, il trentunenne arrestato la notte prima alle 23.30 e morto, denutrito, disidratato, con le vertebre rotte, traumi alla testa e sospette bruciature di sigaretta sul corpo, all'alba del 22 nel padiglione carcerario dell'ospedale Sandro Pertini. Per la sua morte tre medici sono indagati per omicidio colposo e altrettanti agenti penitenziari per omicidio preterintenzionale.
"Guarda cosa mi hanno fatto le guardie", ha confidato Stefano Cucchi al detenuto africano. "No", ha precisato il supertestimone, "non mi ha detto chi fossero gli aggressori e neanche ho chiesto se i carabinieri lo avessero picchiato, ma lui non mi ha parlato dei carabinieri". Così, si infittisce il mistero dopo i risultati dell'inchiesta del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che ha escluso il coinvolgimento dei suoi uomini nell'aggressione nelle celle del tribunale di Roma.
LEGGI IL VERBALE DEL TESTIMONE
fonte: La Repubblica
17 novembre 2008
Rassegna stampa sulla sentenza Diaz
14 novembre 2008LA REPUBBLICA - Diaz, assolti i vertici della polizia - L´ex sindaco Pericu: ora inchiesta parlamentare - "La giustizia è morta, vince l´impunità" rabbia e dolore, scoppia la polemica - Il vuoto del diritto - Sentenza choc - Il presidente della Regione Liguria: giustizia lenta - Dopo i no global e Bolzaneto resta aperto il caso De Gennaro - Vincenzi: "Ora più che mai la commissione d´inchiesta" - Biondi attacca la procura "Sconfitto il suo teorema"
IL SECOLO XIX - Sorpresa: a Genova non accadde nulla - Dal processo ai depistaggi, fra dieci giorni tocca all'ex capo De Gennaro - Soddisfazione nella polizia: fine di un incubo - Diaz, il giorno della verità - Diaz, assolti vertici polizia
CORRIERE SERA - Quel senso di ingiustizia che torna dopo sette anni - Ma resta la mancata risposta per i pestaggi e le false prove - «Un passo avanti non siamo più al livello zero» - «Quanta rabbia Mi hanno rotto otto costole»
IL GIORNALE - Sette anni tra perizie e testimoni Ma quella notte resta un mistero - Violenze alla Diaz, assolti i vertici della polizia - L'intervista Canterini
IL MANIFESTO - Diaz irae - Il colpo di spugna - «In Europa mai vista una polizia del genere» - La speranza di Lena Un'attesa delusa - Il governo (e Casini) abbracciano la Ps, la sinistra protesta
LIBERAZIONE - A che punto sono gli altri procedimenti sul G8 - Condannati i Canterini boys e i funzionari che portarono le molotov - Sentenza cilena: «torturare è giusto» - Undici ore di camera di consiglio, sette anni di battaglie per la verità - Lesioni, calunnia falso, arresti illegali: le 16 assoluzioni
15 novembre 2008
LA REPUBBLICA - Canterini: "Io e i miei uomini martiri paghiamo per tutti ma non ci arrendiamo" - Diaz, bufera sui giudici Anm e Csm: basta insulti - "Cari ragazzi il vostro Comandante è insieme a voi..." - Sentenza Diaz, la città si ribella - Giuliani non vuole crederci "La notte della democrazia" - La rappresentante del Genoa Legal Forum: "Mano libera alla polizia" - Biondi felice a metà "Verdetto minimalista con un solo colpevole" - Gabrio Barone, il giorno dopo
LA REPUBBLICA - Canterini: "Io e i miei uomini martiri paghiamo per tutti ma non ci arrendiamo" - Diaz, bufera sui giudici Anm e Csm: basta insulti - "Cari ragazzi il vostro Comandante è insieme a voi..." - Sentenza Diaz, la città si ribella - Giuliani non vuole crederci "La notte della democrazia" - La rappresentante del Genoa Legal Forum: "Mano libera alla polizia" - Biondi felice a metà "Verdetto minimalista con un solo colpevole" - Gabrio Barone, il giorno dopo
IL SECOLO XIX - Diaz, i veleni del giorno dopo - La rabbia di Canterini - Una sentenza imbarazzante per la polizia - Un milione di euro per il processo della "Diaz"
LA STAMPA - "Questa sentenza è una vergogna"
IL GIORNALE - G8 Ma che c’azzecca Tonino con Di Pietro? - "Accoltellato al G8 e trattato per 7 anni come un criminale" - Vincenzi, Burlando e il G8
IL MANIFESTO - «Non verremo più in Italia» - «È una sconfitta per tutta la giustizia» - Ecco perché ci voleva una battaglia per l'amnistia - Di Pietro lancia l'inchiesta che Costantini affondò - Una risposta comune a questo scandalo - «Dimostrato, chi indaga sulla polizia ha solo sfighe»
LIBERAZIONE - On Di Pietro, lei si vergogna almeno un po'? - Molte verità e ben poca giustizia - Polemiche tra Rifondazione e Italia dei valori all'indomani della sentenza - Impunità per chi ha dato gli ordini Che democrazia è? - Sentenza Diaz, forza bruta contro legalità
16 novembre 2008
LA REPUBBLICA - Il capo della Polizia Manganelli: collaboreremo nelle sedi istituzionali - Il coraggio della verità - Dopo la sentenza choc il ricorso alla Corte europea dei diritti dell´uomo - L'eterno vizio italico di assolversi dalle vergogne - I nostri agenti onorano tutti i giorni la Costituzione
LA REPUBBLICA - Il capo della Polizia Manganelli: collaboreremo nelle sedi istituzionali - Il coraggio della verità - Dopo la sentenza choc il ricorso alla Corte europea dei diritti dell´uomo - L'eterno vizio italico di assolversi dalle vergogne - I nostri agenti onorano tutti i giorni la Costituzione
IL GIORNALE - La sentenza che la sinistra non rispetta
LA STAMPA - Abu Ghraib a Genova
IL MANIFESTO - Assolto l'imperdonabile - «Coraggio ragazzi indosso il casco con voi» - «Le teste rotte ci sono state, ma no all'inchiesta in parlamento» - Per i responsabili della mattanza una copertura bipartisan - «Gli agenti siano riconoscibili» - Sull'onda del G8
LIBERAZIONE - Sos diritti: le vittime Diaz fanno appello ai movimenti
17 novembre 2008
LA REPUBBLICA - Il giornalista inglese: Manganelli poteva identificare certi agenti ma non l´ha fatto - Il Pd: bene Manganelli in aula la verità sul G8 - "G8, cancellare le ombre in Parlamento"
LA REPUBBLICA - Il giornalista inglese: Manganelli poteva identificare certi agenti ma non l´ha fatto - Il Pd: bene Manganelli in aula la verità sul G8 - "G8, cancellare le ombre in Parlamento"
IL SECOLO XIX - «Ordini arrivati al telefono, Canterini conosce la verità» - Il G8 alla Maddalena è già ad alta tensione
18 novembre 2008
LA REPUBBLICA - G8, il monopolio della forza - Il dibattito dopo la lettera a "Repubblica" del capo della polizia Manganelli - Parlò di "macelleria messicana", è stato condannato a due anni
LA REPUBBLICA - G8, il monopolio della forza - Il dibattito dopo la lettera a "Repubblica" del capo della polizia Manganelli - Parlò di "macelleria messicana", è stato condannato a due anni
IL SECOLO XIX - Cossiga: «Sul G8 di Genova indaghi il Parlamento» - Don gallo: «sentenza diaz una palese sconfitta del diritto»
IL MANIFESTO - Bufera su Manganelli
LIBERAZIONE - Le scuse di Manganelli non bastano
19 novembre 2008
LA REPUBBLICA - Diaz, Quella sentenza blasfema che violenta ancora la città - Vincenzi: "Sul G8 troppi misteri" - "Da Manganelli atti concreti non solo spiegazioni" - Sotto protezione i giudici della Diaz
LA REPUBBLICA - Diaz, Quella sentenza blasfema che violenta ancora la città - Vincenzi: "Sul G8 troppi misteri" - "Da Manganelli atti concreti non solo spiegazioni" - Sotto protezione i giudici della Diaz
21 luglio 2008
G8-2001: Il Guardian: «La polizia italiana è fascista»
Il quotidiano inglese commenta i processi per Diaz e Bolzaneto. Riproponiamo il commento sulla presa di posizione dell'organo di stampa britannico. La traduzione italiana dell'articolo è stata pubblicata dal settimanale CartaEra poco prima di mezzanotte quando il primo agente di polizia colpì Mark Covell con una manganellata sul braccio sinistro. Covell fece del suo meglio per gridare, in italiano, di essere un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato da agenti in tenuta antisommossa che lo colpivano con i manganelli. Per qualche secondo, è riuscito a rimanere in piedi, fino a quando un colpo sul ginocchio non lo ha gettato sul pavimento. A faccia in giù nell’oscurità, escoriato e spaventato, si rendeva conto di avere agenti tutt’intorno, che si stavano ammassando per attaccare gli edfici delle scuole Diaz e Pertini, dove 93 manifestanti si erano accampati per passare la notte. (continua)
Genova 2008: Centinaia di persone in piazza, mentre l'altoparlante diffonde la voce di Carlo
Centinaia di persone in piazza, mentre l'altoparlante diffonde la voce di Carloil corteo.In una registrazione del 1995, il ragazzo ucciso nei giorni del G8 legge alcune lettere di condannati a morte della Resistenza Genova. Riemerge, da una registrazione del 1995, la voce di Carlo Giuliani, allora un ragazzino di 17 anni, che legge le lettere di alcuni condannati a morte della Resistenza. Torna a parlare, a pochi metri dal punto in cui cadde ucciso dalla pallottola del carabiniere Placanica, la vittima-simbolo di quello sciagurato G8 genovese. Parla di libertà, democrazia, patria, coraggio, con queste parole si congedarono dalla vita i partigiani Walter Fillak, Valerio Bavassano, Sergio Piombelli. Alcuni di loro avevano la stessa età di Carlo quando morì: 23 anni. Don Andrea Gallo sta accanto a Giuliano e Haidi Giuliani, i genitori di Carlo, il "toscano" fumigante sotto il Borsalino nero come l'ala del corvo. Agguanta il microfono e dice: «Carlo ha parteggiato dalla parte giusta. Nelle lettere che ha letto c'è il grido di libertà e di giustizia che io, a 17 anni, ascoltai quando rinacque la democrazia in Italia che e oggi riascolto. La democrazia va riconquistata. C'è una nuova primavera e anche questo è un dono di Carlo». La piazza applaude, don Gallo cita «la grande trappola» preparata per il G8 del 2001, evoca «il desiderio di verità», andato deluso. Il carabiniere Placanica, che esplose il colpo mortale, se l'è cavata: usò legittimamente la sua pistola.«Il potere non è forte, è fortissimo, ma Carlo, se fosse qui, griderebbe: "Su la testa! Tutti!". Il grande male dell'Italia è l'indifferenza». Un migliaio di persone hanno camminato fino a piazza Alimonda, attraversando la città distratta e semideserta, nell'uggioso pomeriggio soffocato dallo scirocco. È un happening appena velato di tristezza, si mangia panini e si beve il vino del circolo Terra e Libertà/Critical Wine.Haidi Giuliani come il marito indossa la maglietta nera con la scritta "clandestino". Invita la folla a compilare la scheda preparata dall'Associazione Piazza Carlo Giuliani Onlus, apponendovi l'impronta del dito pollice sinistro. «Prendetevi le nostre impronte e non toccate i bambini e le bambine rom e sinti", ci sta scritto sopra. Saranno quasi trecento le schede riempite, le consegneranno al prefetto. Non a caso l'orchestrina che strimpella è composta da musicisti rom. «La sinistra? - sospira la signora - Dipende da che cosa si intende. Io continuo ad incontrare gente come me, gente di sinistra». Il comico Andrea Rivera imperversa. «Don Gallo, don Puglisi, padre Zanottelli. Questa è la mia Chiesa, non la Chiesa della Cei». Applausi. Mischiati alla folla ci sono Nando Dalla Chiesa, Russo Spena e l'ex ministro Ferrero."Carlo vive. I morti siete voi" sta scritto sullo striscione che apre il corteo. Lo depongono nel punto esatto dell'asfalto dove Carlo venne abbattuto. Vittorio Agnoletto nel 2001 era portavoce del Genoa Social Forum, ora è parlamentare europeo. Dice che una verità giudiziaria è stata raggiunta, sebbene la sentenza sulla Diaz sia «insoddisfacente». «Tramite il Secolo XIX rivolgo un appello al presidente Napolitano. Lo Stato deve scusarsi con i cittadini per ciò che i suoi rappresentanti in divisa hanno compiuto al G8 di Genova. Tocca a lui farlo, come rappresentante di tutti gli italiani». Agnoletto ha letto le rivelazioni sugli agenti americani con licenza di sparare al G8 genovese. «Berlusconi dica se intende rinunciare alla sovranità nazionale, durante il G8 del 2009, in Italia».fonte il secolo XIX
Rassegna stampa 19 luglio 2008
LIBERAZIONE - Genova, la memoria resistente. Ma nel futuro chi l’ascolterà?
IL MANIFESTO - La notte di Bolzaneto
IL GIORNALE - G8, i no global scippano piazza Alimonda ai poliziotti
Rassegna stampa - 20 luglio 2008
LA REPUBBLICA - "Genova, al G8 agenti Usa pronti a sparare" - Da sette anni nel luogo dell´omicidio - "Inferno Bolzaneto" 31 storie dall´orrore
IL SECOLO XIX - Corteo, mostra e convegno in memoria di Carlo Giuliani
IL MANIFESTO - Movimento latino alla genovese - A piazza Alimonda, sette anni dopo
LIBERAZIONE - Il 20 luglio di sei anni fa il delitto, impunito, ad opera dei carabinieri
Rassegna stampa - 21 luglio 2008
LA REPUBBLICA - G8, l´abbraccio della Vincenzi - "Fece sparire le false molotov della Diaz" Genova, un altro poliziotto sotto accusa - "Mamma, scusa", in piazza la voce di Carlo
IL SECOLO XIX - «G8, Genova volta pagina» - - Un passo per non vedere lo Stato come un nemico
3 ottobre 2007
Speculazione securitaria. In Italia la paura rende
Sarà che la svolta securitaria, come dice qualcuno, «non è di destra né di sinistra», fatto sta che l’Italia è il paese europeo che in proporzione spende di più per la sicurezza pubblica e privata. E’ l’inquietante dato emerso, ieri a Roma, durante il convegno organizzato da Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti, insieme alla provincia e alla Tavola per la pace e dal titolo «Più diritti uguale più sicurezza per tutti». Ha spiegato il professor Salvatore Palidda, docente dell’università di Genova e autore del libro «Polizia postmoderna» [Feltrinelli], che moltissime risorse «si perdono negli sprechi dell'amministrazione della giustizia, e vanno a garantire i privilegi di pochi, a fronte di alcune carenze anche molto gravi», ma anche che «esiste nel nostro paese una speculazione sull’insicurezza che porta a situazioni drammaturgiche e a una sorta di neofascismo in cui si invoca solo la tolleranza zero e un regime di autorità». Secondo Palidda, sarebbe per esempio ora di valutare la produttività e l’efficienza di alcuni dei mezzi più usati per «la sicurezza», spesso costosissimi, come gli strumenti di videosorveglianza. Tecnologie che, a suo parere, «andrebbero sostituite piuttosto con operatori sociali sul territorio». Secondo le statistiche, dal ‘90 ad oggi il numero dei reati commessi in Italia è rimasto sostanzialmente lo stesso, mentre è aumentato il numero delle denunce, e a finire in carcere sono sempre di più i cittadini stranieri. Secondo la relazione della Corte dei conti 2004-2005, l’80 per cento dei soldi spesi per i migranti va alla repressione, e solo il 20 per cento alle politiche di sostegno.fonte: carta
2 ottobre 2007
Milano: Restaurato il graffito per Carlo Giuliani. Il Comune: sarà cancellato.
Queste le dichiarazioni di vice sindaco De Corato riportate Lunedì 1 Ottobre 2007 sulla edizione milanede del Corriere della Sera...Per la Questura doveva essere solo «un presidio» in via Bramante, davanti all’ ex centro sociale Bulk. S’ è trasformato, ieri pomeriggio, in una sessione di restauro per graffitisti. Gli autori del murale per Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso al G8 il 20 luglio del 2001, hanno ridipinto la parte del disegno che era stata sbiancata da uno sconosciuto: Giuliani in piedi, estintore sopra la testa, davanti alla camionetta dei carabinieri. Un lavoro inutile. L’ assessore al Decoro urbano, Maurizio Cadeo: «Darò ordine di cancellare il graffito, come abbiamo fatto in Darsena con il Dax. È la linea della giunta». Il vicesindaco Riccardo De Corato: «I writer saranno denunciati»."
_____
Firma la Petizione per salvare il graffito dedicato a Carlo Giuliani sito a Milano, la petizione globale lanciata dal gruppo giovani Urban Vision per salvare il graffito, la petizione in 3 lingue, italiano, inglese e spagnolo è sottoscrivibile on line al sito http://www.petitiononline.com/urbanvis/petition.html
_____
Etichette:
appello,
G8 Genova,
rassegna stampa,
sicurezza
1 settembre 2007
Torino: Giovane marocchino muore nel Po. La cura securitate di Chiamparino dà i suoi frutti.
Il giovane marocchino è morto per sfuggire ad un controllo. In tasca non aveva droga.Il fermo, la fuga, l'inseguimento ed il tuffo nelle acque del Po. Un paio di bracciate, poi il crollo. E' morto così Abderh Ammani - ma forse non è questo il suo vero nome -, 21 anni, marocchino. Uno dei tanti invisibili che ogni notte popolano gli angoli più bui delle città del Belpaese.E' morto la notte scorsa, Abderh; è morto dopo il fermo da parte di una pattuglia della guardia di finanza impegnata ad arginare il piccolo spaccio di droga quotidiano. Era con un altro ragazzino di 19 anni - due babypusher, dicono le forze dell'ordine - che spacciava sul viale della movida torinese. Intorno alle 19,30 li incrocia una pattuglia del 117. Un rito che si ripete ogni notte: da un lato c'è chi spaccia piccole dosi di hashish e dall'altro c'è chi controlla, mostrando così un contenimento di facciata di questi fenomeni.Un effetto delle nuove disposizioni di Sergio Chiamparino che solo di recente ha scoperto e rivelato "urbi et orbi" la sua vocazione proibizionista. Ferocemente proibizionista a sentire le ultime uscite del sindaco di Torino: «Sono sempre stato antiproibizionista, ma oggi dico che è ora di cambiare: c'è un clima di insicurezza che la gente comune non sopporta più». "Insicurezza" e "gente", siamo sempre lì. Due bandiere che sventolano nella nuova fortezza di valori dei sindaci di centrosinistra. Tutelare la sicurezza della "gente", a volte il semplice fastidio che può arrecare la vista di un lavavetri e di un mendicante sembra infatti essere diventata la parola d'ordine di tutti i primi cittadini del futuro piddì. Per tornare alla cronaca di ieri l'altro, dopo le due-tre domande di routine - chi siete, da dove venite, che fate qui - i due agenti antispaccio hanno deciso di andare a fondo. Il primo dei due ragazzini, il più giovane, si è consegnato senza troppe storie, l'altro invece ha iniziato a correre, fuggendo verso il Po. Un'altra scena vista già mille volte. Anche questo fa parte del rito quotidiano: la corsa, il tuffo in acqua e la via di fuga offerta dai cunicoli della Torino sotterranea.Prima o poi doveva accadere però che qualcuno ci rimettesse la pelle. E ieri è stata la volta di un ragazzino venuto dal Marocco. Il panico deve averlo accecato, facendogli dimenticare che lui non sapeva nuotare e che non più di un mese fa era immobile con una clavicola rotta i cui postumi non lo hanno di certo aiutato a salvarsi dalle acque del Po. Fatto sta che Abderh è rimasto a galla solo un paio di minuti, forse tre riferiscono i testimoni, poi ha ceduto di schianto ed è morto. Sembra che il suo amico abbia cercato di dissuaderlo: «Dai, vieni fuori che non ti fanno niente», pare gli abbia detto. Nulla, di lì a poco il ragazzino è sparito nel nulla, inghiottito dalle acque. A quel punto sono arrivati i sommozzatori. Uno di loro si è calato dall'elicottero ed ha iniziato a dragare il fiume fin quando, intorno alle 8 di sera, il gancio di salvataggio dei vigili ha issato il corpo del giovane. Forse respirava ancora forse no. I medici hanno provato invano a rianimarlo. Lo scarno certificato di morte riferisce un orario: le 20 e 10; e la causa: acqua nei polmoni, annegamento.A quel punto il giovane amico si porta le mani dei capelli ed inizia a piangere accanto al cadavere riverso sul lungofiume. Di lì in poi non parlerà più. Inutili gli sforzi della polizia per conoscere il vero nome della vittima. Unici indizi di quell'esistenza: un accendino, una tessera di un phone center di Porta Palazzo e neanche un grammo di droga. Nel frattempo, per passare dal dramma al grottesco, l'agenda politica nostrana registra gli ultimi segni di vita della vicenda lavavetri. L'ultima uscita dell'assessore fiorentino Cioni, il suo paragonarsi ad Ugo Pecchioli per il decisionismo contro il terrorismo, non è andata giù alla figlia dell'ex dirigente comunista: «No. Mi dispiace Graziano (Cioni n.d.r.) non sei il Pecchioli di Firenze» - scrive Laura Pecchioli - Mio padre combatteva il terrorismo e difendeva le istituzioni democratiche. Io non so cosa lui avrebbe fatto con 50 poveri lavavetri che infastidiscono le signore fiorentine sui Suv. Ma immagino che in materia si sarebbe occupato di sconfiggere il racket e di assicurare alla giustizia gli sfruttatori dei più deboli». «Non capisco perchè - conclude la lettera - dopo aver raggiunto le prime pagine di tutti i giornali e televisioni nazionali sulle spalle di povera gente, con l'obiettivo non tanto di migliorare la vita dei fiorentini ma quello di ottenere la massima visibilità in vista delle primarie del nascente Partito Democratico e di conquistare il favore e perchè no i voti del più bieco perbenismo in vista di chissà quali altre e alte finalità, tu senta il bisogno di paragonarti a Ugo Pecchioli».
fonte: Liberazione
Etichette:
migranti,
rassegna stampa,
vittime della fini-giovanardi
31 agosto 2007
Pavia: Sindaco Ds caccia i rom
Via dalla ex-Snia Abbattuto un capannone, 150 zingari in strada. Il Prc esce dalla maggioranzaLa tollerante zero sindaco di Pavia, Piera Capitelli, ovviamente in carica ai Ds, scriveva così nelle sue linee programmatiche per Pavia aperta al futuro: «La Pavia che vogliamo è una Pavia dell'accoglienza, della pace, antifascista. La nostra città è già una comunità articolata che potrà essere più forte e sicura se saprà affrontare la sfida del futuro, affermando valori di solidarietà, dialogo tra culture e garanzia per tutti di uguali diritti e doveri». Ieri, Capitelli, prima ha ordinato lo sgombero dei circa 150 zingari rumeni che sopravvivevano come animali nell'ex Snia di Pavia, poi ha sbarrato il suo palazzo comunale al corteo degli sgomberati che, insieme agli esponenti di Rifondazione comunista, chiedevano almeno di essere sistemati da qualche parte. «Solo per questa notte c'è una tenda della protezione civile, domani, non essendoci le condizioni per un campo, ognuno dovrà andarsene per conto proprio», ha concesso il buon cuore del margheritino Francesco Brendolise.Gli aspiranti sceriffi di plastica del nascente Pd sembrano caricati con la manovella. Ormai la linea è quella indicata dal buono ma tosto Veltroni e da Rudolph-Amato Giuliani, e l'ottima Capitelli, essendo prima cittadina e pure del nord, non ha perso tempo per accreditarsi come uno dei più zelanti persecutori dei poveri che ci danno fastidio (500 anni fa, per lo meno li rinchiudevano negli ospedali). Farà carriera. Ma la novità politica di questa ennesima prova di forza del centrosinistra è un'altra: anche se è difficile che la decisione possa dar la sveglia a tutto il partito, e anche se la giunta di Pavia non rischia di cadere, è significativo il fatto che il Prc locale abbia deciso di lasciare la maggioranza di centrosinistra. «La giunta aveva detto di voler fare di Pavia la città dell'accoglienza - spiega Pablo Genova, segretario cittadino del Prc - invece c'è stata una virata a destra, forse per via della nascita del Pd. Hanno paura che arrivino migliaia di rom di Milano, ma è una questione politica, a Firenze se la prendono con i lavavetri e qui con i rom della Snia. Noi non ci stiamo». Un atteggiamento coerente, almeno a Pavia.
fonte: il manifesto
30 agosto 2007
Trieste: Stopo agli accattoni
Il modello toscano fa proseliti a destra. Ordinanza del sindaco Dipiazza (Forza Italia) contro chi chiede soldi: «Intralciano il traffico».Meglio prevenire che curare. Facendo propria una recente frase di Amato sugli interventi di alcuni sindaci in tema di sicurezza, il primo cittadino di Trieste, Roberto Dipiazza (Fi), ha emesso ieri un'ordinanza urgente (entra in vigore oggi) con la quale ha posto il divieto a lavavetri, accattoni e venditori abusivi di operare nei luoghi pubblici per «l'intralcio e pericolo che recano alla circolazione veicolare e pedonale». Per questo potranno essere perseguiti penalmente.A Trieste sono ormai anni che non si vedono ai semafori lavavetri e anche gli accattoni non sono un esercito, ma per il sindaco forzaitaliota «anche se non abbiamo ancora i problemi delle altre città con questo atto facciamo, lo ripeto, prevenzione, anche in vista del 31 dicembre, quando - ha ricordato Dipiazza - si sposteranno i confini e ci saranno meno controlli: non vogliamo in una città così ordinata, con una mentalità austro ungarica, essere aggrediti da situazioni che leggiamo ogni giorno sui giornali». Per Dipiazza questa ordinanza - che proprio puntando sul disagio e pericolo alla circolazione pedo-automobilistica delle potenziali torme di lavavetri, mendicanti, accattoni, lavavetri e quant'altri residui sociali, è difficilmente impugnabile per incostituzionalità come potrebbe accadere a Firenze - e le altre già adottate in altre città sono uno stimolo «affinché, governi a Roma la destra o la sinistra, qualcosa si faccia. Non bisogna dire alla gente che non si può far niente perché non ci sono leggi. La disaffezione per chi amministra c'é - ha sottolineato il sindaco giuliano - anche per questo motivo».Il primo cittadino, sottolineando l'atteggiamento di Trieste sempre «solidale, sensibile e attenta agli aspetti sociali», ha spiegato che l'ordinanza da lui firmata è comunque «completamente diversa dalle altre». Nel 1998, l'allora sindaco Riccardo Illy da sindaco ne fece una contro lavavetri e mendicanti (quasi tutti pericolosi profughi dell'ex Jugoslavia) ma nel 2000 fu cassata come incostituzionale perché i fatti non costituivano reato. «La mia - ha rilevato Dipiazza - è diversa anche da quella di Domenici a Firenze, anche se da quel testo è partita: io dico solo che se uno crea problemi alla circolazione viene denunciato». Per Dipiazza contrastare la diffusione dei venditori abusivi è anche un segnale nei confronti dei commercianti che «lavorano e pagano le tasse. Fra questi c'è chi ha preso 3 mila euro di multa perché ha effettivamente sbagliato uno scontrino nei saldi, ma in strada quello stesso commerciante non può avere i venditori abusivi che vendono borsette».Plausi dalla Lega per la decisione del sindaco, mentre l'opposizione di centrosinistra imputa a Dipiazza di pensare solo alla repressione e non all'accoglienza. Fabio Omero (Ds) giudica la situazione di Trieste non grave come quella di Firenze. «Se ci sono situazioni di minacce e violenze credo che la scelta sia coerente. Al fianco di questa ordinanza Firenze ha però accompagnato una politica di integrazione di oltre 30mila extracomunitari». Nel capoluogo toscano stanno infatti studiando un regolamento per regolarizzare i lavavetri, con tanto di concorso, posto fisso e qualifica di artista di strada. Mentre ai lavavetri denunciati sarebbero già arrivate diverse proposte di lavoro.Quello dei lavavetri a Trieste è «un problema che non esiste e quindi non necessita - per Igor Kocijancic del Prc - di sanzioni, anzi l'ordinanza del sindaco potrebbe avere l'effetto contrario aumentando la conflittualità sociale». Fortunatamente si è mossa anche l'ironia. Ugo Pierri, uno dei grandi pittori triestini e fondatore una ventina di anni fa della fanzine di culto «Ossetia, l'eco del popolo oppresso» ha occupato ieri pomeriggio la centrale piazza Foraggi inalberando una grande cartello: «Arridatece i lavavetri» e la voglia di essere contro, ridendo.
fonte: il manifesto
Etichette:
diritti civili,
migranti,
rassegna stampa,
sicurezza
Bologna: Cofferati prepara la guerra ai graffitari. Polizia e repressione contro i disegni
In settimana il sindaco della legalità dirà i dettagli della sua idea. Pronta la presa di posizione del Prc:«Ci sono problemi più importanti e urgenti. Avevamo ragione: la legalità è uno dei pilastri del Pd»Tra una settimana partirà la nuova campagna di Sergio Cofferati, il sindaco della legalità. Dopo i lavavetri, gli insediamenti rom, i centri sociali e la birra, questa volta il primo cittadino di Bologna prende di mira i graffiti sui muri. Lo ha promesso lui stesso martedì, infiammando la platea della festa nazionale dell'Unità. L'ispirazione gli è venuta notando per le strade della città troppi graffiti sui muri, che, secondo lui, chiamano non solo un intervento di pulizia, ma anche di repressione. Un'idea che riecheggia - certo involontariamente - la misura "idrante più fogli di via" auspicata da Gianfranco Fini nel luglio scorso durante una visita nella zona universitaria di Bologna. «L'ennesima e solita risposta data ai giovani. Mi pare che ci siano problemi più importanti e urgenti», commenta subito Tiziano Loreti, segretario della Federazione bolognese del Prc. Loreti ha parole pesanti anche sul tema lavavetri, dove tra Cofferati e l'assessore Libero Mancuso è in corso «un gioco pericoloso sulla pelle della povera gente a chi la spara più grossa. Prendersela con i lavavetri, annunciare una crociata contro la prostituzione sono atteggiamenti sbagliati che mi stupiscono» riflette Loreti. Il consigliere del Prc rivendica poi la lungimiranza: «Avevamo visto giusto nella nostra analisi politica quando, due anni e mezzo fa, avevamo individuato nella legalità uno dei pilastri del futuro Pd».Da tempo in città la polemica politica si intestardisce sui cumuli di bottiglie, lattine e cartacce nelle strade e nelle piazze del centro storico. Nell'attesa di sapere se la pulizia dei graffiti sarà affidata a Hera Bologna (l'azienda del Gruppo Hera che gestisce la pulizia delle strade e la raccolta dei rifiuti, di cui il comune di Bologna è il principale azionista) o a qualche ditta in appalto, c'è da capire se intanto la pulizia in zona universitaria è stata incrementata. «Non mi risulta», risponde Marco, operatore dell'azienda di pulizia da 11 anni. Anzi, il suo lavoro è diventato più faticoso da marzo-aprile, da quando cioè «lo svuotamento dei cassonetti, che era giornaliero, si fa un giorno sì e uno no». Per non parlare della pulizia degli stessi contenitori dei rifiuti: una ditta esterna dovrebbe garantire almeno 18 lavaggi l'anno, ma «i risultati sono scarsi», testimonia chi quei cassonetti li maneggia.Proprio in questi giorni Hera Bologna è stata al centro di una strana vicenda, denunciata dalle rappresentanze sindacali di base. Al rientro dalle ferie alcuni dipendenti hanno trovato una spiacevole sorpresa. «Mi hanno chiamato mentre facevo il turno di notte», racconta un lavoratore, «per avvisarmi di una comunicazione urgente». Poi è arrivata anche la raccomandata che minacciava provvedimenti disciplinari per una presunta assenza ingiustificata. L'assenza, però, risaliva al 13 luglio, giornata di sciopero generale della Confederazione unitaria di base in difesa della previdenza pubblica. La RdB, che si è costituita da poco dentro l'azienda, ha subito denunciato l'episodio. «Non era mai successo», hanno raccontato ai cronisti i destinatari della lettera definendosi più inquietati che intimiditi, tanto più che ai colleghi dipendenti di una società appaltante la stessa assenza per sciopero era stata serenamente registrata dalla trattenuta in busta paga. Poche ore dopo, Hera Bologna ha affidato a un laconico comunicato stampa la sua difesa, sostenendo che «il caso non sussiste». Secondo l'azienda tutto si spiega con un codice sbagliato attribuito dagli addetti alla registrazione delle presenze. Errore scoperto dopo un mese dall'ufficio personale, che avrebbe già spedito una nuova lettera per annullare la contestazione precedente.«Non siamo abituati a fare i processi alle intenzioni», ha replicato Luigi Marinelli, coordinatore di RdB-Cub Bologna, «ma, per usare lo stesso linguaggio dell'azienda, si stanno accumulando troppi "errori umani". Ad esempio, dove sono finite le schede di adesione alla nostra confederazione che abbiamo inviato per fax e raccomandata, ma non risultano recapitate? E perché l'azienda non ha attivato le dovute procedure proprio in vista dello sciopero del 13 luglio?».Messa da parte la strana vicenda delle lettere di richiamo, RdB si concentra sulle scarse condizioni igieniche negli spogliatoi e nelle docce dei lavoratori. Anche le strade e i cassonetti, però, non se la passerebbero bene, dato che a parità d'orario il percorso da coprire si è allungato da 14 a 21 km. Intanto tra i lavoratori circola la voce che i mezzi saranno tutti acquistati dalle ditte private. Un altro passo verso la completa privatizzazione del servizio, denuncia il sindacato.
fonte: liberazione
Etichette:
centri sociali,
emergenza,
rassegna stampa
Milano: sfrattata dal centro la mensa dei poveri
Dopo oltre cinque secoli trasloca in periferia la storica mensa dei Frati MinoriPadre Clemente: «Non ne potevamo più delle lamentele di chi ha la puzza sotto il naso»Dopo oltre cinque secoli la storica mensa dei Frati minori del convento di Sant'Angelo in via Bertoni a Milano è costretta a chiudere pressata dalle proteste dei «cittadini bempensanti» che si dichiarano disturbati dal via vai di poveri. La storia è apparsa ieri sul sito del Redattoresociale.it e purtroppo è un elemento in più che inquadra il razzismo strisciante che governa le città. «Ci spostiamo in periferia per le proteste dei benestanti di questo quartiere - afferma padre Clemente Meriggi, presidente della Fondazione fratelli di san Francesco -. Tutti dicono che vogliono aiutare i poveri, ma poi si preferisce non averli nel centro della città». Il trasloco definitivo nella nuova sede, un'ex scuola messa a disposizione dal comune in via Saponaro 40, a sud di Milano, avverrà intorno alla metà di settembre. «La mensa fu aperta intorno alla metà del 1400, poco dopo la fondazione del Convento di Sant'Angelo voluta da San Bernardino da Siena - racconta padre Clemente -. Per più di cinquecento anni ha sfamato e accolto i diseredati di Milano». La mensa di via Bertoni si trova poco distante dalla questura, sotto la quale ogni giorno si forma la fila di stranieri che devono rinnovare o chiedere il permesso di soggiorno. «Tutto questo via vai di poveri e stranieri dava fastidio a chi abita nel quartiere - aggiunge padre Clemente -. Alla fine abbiamo deciso di spostarci perché non ne potevamo più delle lamentele di chi ha la puzza sotto il naso». In agosto volontari e operatori della Fondazione fratelli di san Francesco hanno lavorato a pieno ritmo, garantendo il funzionamento della mensa, di tre dormitori, dell'ambulatorio medico, il servizio pasti a domicilio per gli anziani e il servizio il guardaroba con i vestiti usati. «Il pranzo di ferragosto l'abbiamo fatto in via Saponaro e c'erano un migliaio di persone - sottolinea padre Clemente -. Tutto questo è possibile grazie ai volontari, molti hanno speso le loro ferie aiutando alla mensa». In media nel mese di agosto la mensa ha servito circa 750 pasti, fra pranzo e cena e ha coinvolto in totale 50 volontari suddivisi nei diversi turni (anche di domenica ndr). «Al nostro dormitorio poi si presentavano tanti stranieri che erano sbarcati in Sicilia o in Puglia qualche settimana prima - aggiunge padre Clemente -. Ottengono il permesso di soggiorno per ragioni umanitarie e poi vengono a Milano: oltre ai soliti etiopi ed eritrei, ho visto arrivare iracheni, iraniani e afgani. Fuggono dalla guerra, sono giovani e disperati».
fonte: liberazione
29 agosto 2007
Firenze: il comune dichiara guerra ai lavavetri
Vigili urbani ai semafori, multe e denunce. Da Milano a Roma, altre città si accodano. Insorgono associazioni e PrcVicino ai semafori sono rimaste solo le bottiglie con l'acqua saponata. Tutti spariti i lavavetri di Firenze dopo la passeggiata mattutina dell'assessore alla sicurezza Graziano Cioni (Ds) in persona, accompagnato dal comandante della polizia municipale Alessandro Bartolini. In coppia per attuare l'ordinanza firmata ieri dal sindaco Leonardo Dominici, già diventata un «cult» tra molti amministratori del centrosinistra. Arresto fino a tre mesi e sequestro dei «mezzi di produzione» dell'azienda clandestina: secchio e stracci. Sono bastate una decina di denunce per far sparire i circa sessanta - dati resi noti da Palazzo Vecchio - lavavetri fiorentini che, a quanto pare, rendono la vita impossibile agli automobilisti. Spiega Cioni: «Negli ultimi tempi stiamo ricevendo numerose telefonate e reclami da parte di cittadini che hanno notato una modifica nell'atteggiamento dei lavavetri, molto aggressivi, soprattutto nei confronti delle donne sole in auto . A testimoniare questa situazione ci sono anche alcune denunce per molestie presentate da cittadini. A ciò si aggiungono i disagi e i rischi alla circolazione causati dalla presenze dei lavavetri».Dunque, giro di vite. L'ordinanza del Comune si basa sull'articolo 650 del codice penale. Ma all'opera ci sono già gli avvocati fiorentini delle associazioni di sinistra, letteralmente choccate per la decisione del Comune, che vogliono contrastare l'ordinanza sul piano giuridico. Per la verità perplessità in merito sono già arrivate da fonti autorevoli, come il presidente emerito della Corte costituzionale Antonio Baldassarre che ha osservato come «sul piano costituzionale» possa nascere qualche dubbio di natura costituzionale: essendo l'ordinanza applicata a una sola città potrebbe violare «il principio di uguaglianza». A meno che, osserva Baldassarre, il Comune non riesca a dimostrare che che i propri lavavetri sono particolarmente propensi a compiere attività illecite, il che mi pare una prova diabolica».Ma il vero «boom» dell'ordinanza, aldilà della sua correttezza giuridica, è sul piano politico visto il successo riscosso dal pugno di ferro fiorentino. La giunta Dominici, però, dovrà fare i conti con Rifondazione - entrata nella maggioranza in regione ma ancora all'opposizione in città - e con gli alleati della Sinistra democratica. La federazione fiorentina del Prc ha diramato una nota in cui si dichiara «nettamente contraria» all'ordinanza Cioni. Contrari anche i tre consiglieri comunali di «Sinistra democratica», che si dicono «per nulla orgogliosi» del primato nazionale guadagnato da Firenze, e osservano: «La sicurezza può non essere né di destra né di sinistra. Ma lo sono le proposte».Tuttavia ci sono pochi dubbi: l'idea dell'assessore Cioni - per la verità non nuovissima, visto che si contano numerose iniziative simili nel passato, da Torino, a Roma, a Verona - ha riscosso successo. La prima investitura arriva dal candidato alla guida del Partito democratico, il sindaco della capitale Walter Veltroni che chiede «un'armonizzazione delle norme nazionali» e la butta sul presunto racket - a suo avviso «come quello della prostituzione» - specificando che «è quello che bisogna colpire». «Pienamente d'accordo con Dominici» si dice il presidente della Provincia di Milano Filippo Penati. «Resiste» solo il sindaco di Bari Emiliano e l'assessore alla legalità di Napoli Gambale, alle prese più che altro con i posteggiatori abusivi «quelli sì sentinelle della camorra».Plausi anche a destra - ci mancherebbe - l'europarlamentare della Lega nord Mario Borghezio si complimenta per «una ordinanza leghista», il collega di partito Roberto Maroni osserva che «neanche l'ex sindaco di Treviso Gentilini lo ha mai fatto», mentre si moltiplicano proposte per fare ancora meglio: vietare l'accattonaggio dei minori e i bivacchi all'aperto. Resistono sol Dal governo è solo il ministro alla Solidarietà sociale Paolo Ferrero a prendere subito una posizione netta: «Sono scelte che vanno nella direzione opposta a quella che servirebbe in questi casi, cioè la mediazione sociale». Sul piede di guerra anche le associazioni e la Caritas, che definisce il provvedimento «sproporzionato». Per Filippo Miraglia dell'Arci, quella di Firenze è un'ordinanza che «criminalizza la povertà».
fonte: il manifesto
Etichette:
diritti civili,
migranti,
rassegna stampa
Iscriviti a:
Post (Atom)





