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30 aprile 2011

Sentenza UE: Una condanna irreversibile delle politiche repressive

La Corte di giustizia Ue ha stabilito che la direttiva 2008/115/Ce sul rimpatrio dei migranti irregolari «osta ad una normativa nazionale che punisce con la reclusione il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato ad un ordine di lasciare il territorio nazionale. Una sanzione penale quale quella prevista dalla legislazione italiana può compromettere la realizzazione dell'obiettivo di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali». In altri termini la "cattiveria" di Maroni, con l'inasprimento di tutte le sanzioni penali introdotto dai diversi "pacchetti sicurezza", e la criminalizzazione di qualunque ipotesi di irregolarità, hanno solo prodotto clandestinità e non sono servite, oltre alle vittorie elettorali, ad assicurare una efficace politica dei rimpatri. Adesso lo dice anche l'Ue.
La pronuncia della Corte prevale sulla normativa interna ed i giudici che dovranno occuparsi nei prossimi giorni di convalide di respingimenti, espulsioni e misure di trattenimento dovranno tenere conto dei principi affermati dai giudici europei. Secondo la Corte il giudice incaricato di applicare le disposizioni Ue e di assicurarne la piena efficacia, dovrà disapplicare ogni disposizione nazionale contraria al risultato della direttiva (segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni) e tenere conto del principio dell'applicazione retroattiva della pena più mite, il quale fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri.
La decisione della Corte costituisce una condanna irreversibile delle politiche repressive e demagogiche adottate negli ultimi anni dai diversi governi in materia di immigrazione irregolare, successivamente aggravato dal pacchetto sicurezza (legge 94/2009). Si afferma per la prima volta il principio che la sanzione penale non può costituire lo strumento per governare fenomeni complessi che richiedono un giusto equilibrio tra l'efficacia degli interventi ed il rispetto dei principi fondamentali della persona umana, da riconoscere senza deroga alcuna anche agli immigrati irregolari. Appare importante l'affermazione secondo la quale «se è vero che la legislazione penale e le norme di procedura penale rientrano, in linea di principio, nella competenza degli stati membri, su tale ambito giuridico può nondimeno incidere il diritto dell'Unione». In base alla direttiva comunitaria sui rimpatri, che vieta qualunque automatismo nella sanzione penale e nelle misure limitative della libertà personale, indicando la necessità del preventivo esperimento del rimpatrio volontario, salvo casi indicati tassativamente, «... tale privazione della libertà deve avere durata quanto più breve possibile e protrarsi solo per il tempo necessario all'espletamento diligente delle modalità di rimpatrio».
La sentenza non tocca, per ora, il reato contravvenzionale di clandestinità introdotto nel 2009 con l'art. 10 bis, ma anche su questa norma pende un giudizio di rinvio davanti alla Corte di Lussemburgo, e se la Corte non adotterà valutazioni di bilanciamento politico, ma resterà coerente con i principi enunciati nella sentenza di ieri, anche questo reato, nella sua attuale formulazione, dovrà essere dichiarato in contrasto con la Direttiva sui rimpatri. La decisione dei giudici di Lussemburgo ha infatti una portata molto ampia. La Corte ricorda che «al giudice del rinvio [...]spetterà disapplicare ogni disposizione del D.Lgs 286/98 contraria al risultato della direttiva 2008/115, segnatamente l'art. 14, comma 5 ter».
Anche la materia dei trattenimenti nei Cie o nelle strutture improprie nelle quali in queste ultime settimane sono stati rinchiusi i migranti che si voleva respingere o espellere, è fortemente incisa dalla sentenza emessa ieri. Effetti rilevanti si avranno anche nelle carceri. Coloro che sono colpevoli soltanto di inottemperanza all'ordine di lasciare entro 5 giorni il territorio (il cosiddetto foglio di via) dovranno essere rilasciati. Occorrerà promuovere le istanze di scarcerazione per chi è detenuto in attesa di giudizio o per effetto di sentenza definitiva per il reato commesso dopo il 24/12/2010, data ultima per il recepimento della Direttiva rimpatri.
Finalmente, la criminalizzazione degli immigrati irregolari, detenuti solo per non avere ottemperato all'ordine di allontanamento del Questore, dovrebbe cessare. Occorrerebbe ora denunciare al giudice penale le espulsioni adottate o eseguite, senza provvedimenti formali, o non conformi alla direttiva rimpatri, e sollevare eccezioni di costituzionalità nei giudizi in corso, su tutta la disciplina dei rimpatri forzati e della detenzione amministrativa contenuta nel T.U. sull'immigrazione, magari sulla base delle stesse considerazioni svolte dalla Corte di Giustizia, per effetto del richiamo degli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione che affermano il primato del diritto comunitario.
Non conviene comunque cantare vittoria troppo presto, facile che Maroni e soci intervengano con apposito decreto legge, e c'è il timore che il Presidente della Repubblica firmi qualsiasi provvedimento in materia di immigrazione. Su questo è facile prevedere che il governo si possa ricompattare. Del resto per la Lega, l'unico vero motivo per dire no ai bombardamenti sulla Libia è la paura dell'immigrazione che Gheddafi potrebbe "scagliare" contro il nostro paese. Occorre organizzare comitati regionali di difesa legale, intesi come reti d'urgenza, in collegamento con i movimenti antirazzisti. In Sicilia ci stiamo provando. Offrire una risposta diffusa sui territori anche per battere il senso comune, che dopo questa sentenza si sentirà defraudata della fallimentare politica del "rigore", come certifica adesso anche la Corte Ue, adottata da questo governo e mai abbastanza contrastata dalle opposizioni.

Fulvio Vassallo Paleologo - Università di Palermo
da Liberazione 29 aprile 2011

15 aprile 2011

Ciao, Vittorio.

Vittorio Arrigoni è morto. Il suo corpo è stato trovato questa notte intorno alle 1.50 in un'abitazione nella Striscia di Gaza, nella periferia di Gaza City. La notizia è stata dapprima diffusa da fonti di Hamas e poi confermata da un'attivista dell'International Solidarity Movement, l'italiana Silvia Todeschin. Hamas, il movimento islamico che controlla il territorio della Striscia non è riuscito a mediare per la sua liberazione. Le forze di sicurezza di Hamas hanno circondato l'area nella quale era detenuto Vittorio, dando luogo a un'irruzione armata, in seguito alla quale alcuni militanti salafiti sarebbero stati feriti, altri due militanti sarebbero stati arrestati, mentre altri sarebbero ricercati. Non è chiaro come Vittorio sia stato ucciso. Silvia Todeschin, attivista dell'International Solidarity Movement, ha riconosciuto il corpo alle 3.10. Ha raccontato a PeaceReporter che - secondo quanto le è stato riferito dalla sicurezza di Hamas - Vittorio sarebbe morto qualche ora prima del loro arrivo.
Vittorio era la nostra voce a Gaza, che parlava sotto le bombe, raccontando quello che vedeva con ironia e umanità, senza filtri. Una voce scomoda per i signori della guerra, di tutte le fazioni, sempre dalla parte degli ultimi e sempre a favore di una pace giusta. Vittorio è morto nella sua Gaza, una prigione a cielo aperto dove vive in condizioni di apartheid un milione e mezzo di palestinesi. Non sappiamo se a ucciderlo siano stati davvero i salafiti della fantomatica e finora sconosciuta «Brigata Mohammed Bin Moslama», o se Vittorio sia rimasto vittima di un'operazione decisa in qualche stanza dell'intelligence israeliana. Quello che invece sappiamo senza alcun dubbio è che la sua morte priva la pace di uno dei figli migliori e per questo, stringendolo forte in un abbraccio ideale, rilanciamo con rabbia e dolore il suo "Restiamo umani". Ciao Vittorio, uomo, compagno, fratello. Oggi piangiamo la tua morte, ma nessuno trascuri le lacrime che ci bruciano il viso, nessuno sottovaluti la nostra rabbia.

Le compagne e i compagni dell'Osservatorio sulla Repressione

Il blog di Vittorio

22 novembre 2010

Treviso: La polizia scheda e fotografa i musulmani fuori dalle moschee

«I musulmani che frequentano alcune moschee della provincia di Treviso denunciano di aver subito nelle scorse settimane una vera e propria schedatura di massa, con agenti delle forze dell’ordine che all’uscita dai luoghi di culto, dopo la preghiera, hanno chiesto loro i documenti. Ritengo che questi episodi siano di una gravità inaudita».
A denunciarlo è Hamza Piccardo dell’Unione delle Comunità islamiche in Italia [Ucoii], all’agenzia di stampa Adnkronos. «La prima segnalazione mi è giunta venerdì scorso, quando un nostro fratello che partecipava alla preghiera del venerdì della nuova moschea di Montebelluna, in provincia di Treviso, ha trovato fuori dalla moschea agenti della polizia che gli avrebbero chiesto di esibire i documenti e che avrebbero fotografato ogni fedele che con lui aveva pregato nel luogo di culto islamico», dice Piccardo che valuta l’episodio come un «atto di intimidazione di gravità inaudita».
Altre segnalazioni di episodi analoghi sono giunte all’Ucoii nei giorni successivi sempre con riguardo a luoghi di culto situati nella provincia di Treviso. Piccardo lancia quindi un appello ai fedeli che frequentano le moschee venete e a quelli che hanno assistito ad altri episodi simili, affinché denuncino quanto accaduto.


4 ottobre 2010

Palermo: Arriva il Papa e la Digos irrompe in libreria:rimosso il cartello "I love Milingo"

Una sospensione dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. E' quanto avvenuto domenica scorsa, a Palermo, per le 24 ore di visita del Pontefice. Lungo tutto il percorso seguito da Benedetto XVI è stato sospeso l'art. 21 della Costituzione. Nessuno ha avuto il diritto di manifestare le proprie opinioni, nessuno ha avuto la libertà di potersi esprimere, neanche all'interno del proprio esercizio commerciale o domicilio. I fatti sono più di uno, ma quello saltato immediatamente alle cronache è avvenuto all'interno di una nota libreria palermitana dove polizia e Digos hanno fatto irruzione per strappare uno striscione dalla vetrina. Salvatore, proprietario della fumetteria Altroquando, non s'è lasciato intimorire ed ha ripreso passo passo il sequestro di materiale avvenuto all'interno della sua proprietà . La libreria Altroquando esiste dal 1991, vende soprattutto fumetti ed ha il vizio, come ci dice lo stesso Salvatore Rizzuto Adelfio, di dar voce ai senza voce: una patria della libertà di parola e soprattutto della satira. «Era il mio giorno di chiusura ma, insieme all'associazione Scomunicazione e a Tutti pazzi per il papa, abbiamo deciso di rimanere aperti per permettere anche ai fedeli del pontefice di fruire della mostra inaugurata il 30 settembre dal titolo: Il futuro della papa mobile. Al progetto hanno aderito diversi disegnatori e le tavole raccontano ironicamente il futuro del mezzo di trasporto papale, tra tank e bulldozer. Nessun insulto è presente su quelle tavole, nessuno ne veniva urlato dalla scritta in vetrina, anzi: abbiamo deciso insieme, visto che lor signori parlano di pace ed amore, di esporre un messaggio che esternasse amore verso una persona, tanto che lo striscione recitava "Io amo Milingo"». Neanche mezzora ha resistito, poi Digos ed agenti in divisa sono entrati nella libreria chiedendo di togliere lo striscione e le locandine della mostra. Salvatore, come si vede perfettamente dalle immagini da lui girate s'è opposto al sequestro richiedendo un mandato o un'autorizzazione di un magistrato, ovviamente inesistente. I love Milingo è stato tolto direttamente dagli uomini della polizia di stato insieme alle locandine della mostra e ad un comunicato di un gruppo anarchico, mentre le tavole in esposizione si sono salvate. Un abuso vero e proprio con tanto di anfibi e pistole alla cintola in un luogo simbolo della libertà di critica e satira, una «bottega dell'impossibile, che resiste dal 1991, tra fumetti, editoria alternativa, controcultura, arti sperimentali, cultura Lgbt, musica etnica e indipendente e tanto altro». Non è stato l'unico caso, comunque non il più sconcertante. Anche i pompieri sono stati mobilitati contro la libertà d'espressione: l'evento che più sa di ridicolo è accaduto proprio al Foro Italico, a pochi passi dal palco di Ratzinger. Una frase di uno dei fondatori della Chiesa, una citazione tratta dal Vangelo secondo Matteo (21, 12), sventolava dal balcone di un palazzo: «La casa mia sarà casa di preghiera, voi ne fate una spelonca di ladri». Chissà che avrebbe pensato l'evangelista Matteo nel sapere che le sue parole sarebbero state strappate con la forza grazie all'uso di un'autoscala dei pompieri perché il proprietario dell'immobile si rifiutava di aprire la porta del suo appartamento. "Sarà una risata che vi seppellirà" non è mai stato così vero.

Valentina Perniciaro

5 maggio 2010

Novara: multata donna con il burqa

Torna la questione del burqa e della libertà delle donne islamiche. Si comincia a Novara, dove una donna col velo integrale è stata fermata, venerdì scorso, nei pressi di un ufficio postale.
La migrante rischia una multa di 500 euro in base ad una ordinanza del sindaco leghista Massimo Giordano, che dice: «Questa è la via dell'integrazione».
Lo scorso autunno Mara Carfagna prometteva di bandire burqa e niqab nei luoghi pubblici in quanto simboli della sopraffazione maschile: «Io non ho mai creduto a quelle donne che dichiarano di scegliere il burqa, perché una limitazione della libertà non può essere una scelta autenticamente libera». Ma la ministra si è astenuta dal presentare un disegno di legge governativo, scegliendo di affidarsi alla proposta della sua collaboratrice Souad Sbai, parlamentare Pdl di origine marocchina, da anni impegnata con l'associazione Acmid-donna nella difesa dei diritti delle musulmane in Italia.
Nella proposta di Sbai, attualmente in discussione alla commissione Affari costituzionali della Camera, viene apportato un semplice ma significativo cambiamento ad una legge del 1975, varata per contrastare il terrorismo, che esplicitamente vieta l'uso di caschi integrali o altri indumenti che possano impedire il riconoscimento di una persona in un luogo pubblico. A questa dicitura verrebbe aggiunto il divieto del niqab e del burqa che, spiega Sbai, nulla hanno a che vedere con le usanze religiose dell'Islam ma sono «un obbligo» imposto alle donne dagli «estremisti».
La duplice ottica della parlamentare marocchina è quella di liberare, per così dire, le donne e isolare i fondamentalisti islamici.
A questa legge si oppone, sempre per così dire, la proposta di Paola Binetti che sfuma il divieto assoluto e ritiene indispensabile lasciare la libertà di indossare capi di vestiario simbolo di appartenenza religiosa, purché «liberamenti scelti» e che lascino scoperto il viso.
E' proprio questo il punto: chi deciderà se una donna ha liberalmente scelto di coprire il viso e il resto del corpo? Come sarà possibile distinguere una reale volontà di imbacuccarsi col burqa dalla imposizione culturale, o fisica, di un marito-padrone? In fondo il dibattito sul velo è tutto racchiuso in quella locuzione: «liberamente scelti».
Emanuela Moroli, presidente di Differenza Donna, commenta: «Il burqa non è certamente un abito comodo, per usare un eufemismo. Ma trovo insopportabile questo legiferare sui vestiti delle donne». Moroli, però, trova giusta la proposta francese in discussione proprio questi giorni, che vuole introdurre il reato di imposizione del burqa per punire quei mariti e quei padri, e insomma chiunque imponga alle donne della famiglia di uscire completamente avvolte dalla palandrana nera. Per loro si prevedono pene pesanti: un anno di carcere e 15mila euro di multa. Per le donne, invece, una multa di 150 euro.
E' soltanto della settimana scorsa il primo divieto europeo al burqa, varato dal Parlamento belga, che prevede una multa di 25 euro e rischia di passare sette giorni dietro le sbarre.
Il dibattito in Francia è sicuramente condizionato dalla questione della laicità dello Stato che ha portato a vietare tutti i simboli religiosi dai luoghi pubblici, a cominciare dalle scuole. La battaglia contro il burqa è una battaglia personale di Sarkozy che rischia però di cozzare con la Costituzione che tutela la libertà di coscienza. Ecco perché i socialisti, pur contrari al burqa, stanno studiano una controproposta più leggera.
In Italia la discussione sul velo integrale doveva coincidere con quella sulla cittadinanza, rimandata a dopo le regionali ma in fase di stallo per la tempesta tra finiani e berlusconiani. L'idea della maggioranza è quella di negare il passaporto italiano alle famiglie che impongono il burqa alle donne. A sinistra, invece, risulta irritante il fatto che la destra punti il dito esclusivamente contro le comunità islamiche, come se fossero gli unici luoghi di violenza contro le donne. Significativo è il fatto che, per la prima volta, il ministero delle Pari opportunità sia parte civile nel processo contro il padre di Sanaa, la ragazza uccisa a Pordenone perché frequentava un ragazzo italiano.

10 gennaio 2010

Speciale Rosarno

Ma come fa Maroni a dire quello che dice? Ci crede oppure fa finta e poi, quando è lontano dai microfoni, si mette a dare di gomito e a ridere? Se per una volta perfino un Bersani, quella pasta d'uomo che guarda al centro, gliene ha cantate quattro, vuol proprio dire che il buon Roberto, l'avvocato e tastierista della Lega che si occupa della nostra sicurezza, le ha proprio sparate grosse.
Dire che quello che sta succedendo a Rosarno è colpa della tolleranza è una barzelletta, anzi una spudorata violazione del buon senso. Tolleranza? Da un anno e mezzo, il governo, di cui Maroni è uno dei ministri chiave, smantella i campi nomadi, scheda Rom e Sinti, blocca i migranti in alto mare e li rimanda in Libia, affidati alle cure di quel simpatico difensore dei diritti umani di Gheddafi, il grande amico di Berlusconi. E che dire del pacchetto sicurezza e di quei sindaci della Lega che invitano i cittadini a denunciare i clandestini? E degli innumerevoli gesti di disprezzo e razzismo, della propaganda xenofoba ufficiale e ufficiosa, della persecuzione a ogni livello di chi non ha i documenti in regola e anche di chi ce l'ha? Le condizioni di vita degli stranieri impiegati nell'agricoltura stagionale sono schiavistiche per i vescovi e persino per «Farefuturo». Che si tratti di sovversivi?
La pura e semplice verità è che la tolleranza in questo paese c'è per il lavoro schiavistico, per il caporalato, per i salari da fame, per le condizioni in cui sono costretti a vivere i migranti, per l'assoluta privazione dei loro diritti. Qualcuno si è mai preoccupato di allestire alloggi decenti per i lavoratori stagionali? Di proteggerli dalla mafia o dalla camorra, come a Castel Volturno? Se tutti i quattrini spesi nella gigantesca bufala della sicurezza fossero stati usati per accogliere e aiutare i lavoratori stranieri (di cui si occupa solo il volontariato), a Rosarno non sarebbe successo nulla, anche mettendo nel conto i colpi di pistola sparati da qualche canaglia o mafioso che sia. Nelle dichiarazioni dadaiste di Maroni c'è tutta la linea politica di un governo che esclude, reprime, espelle, soffia sul fuoco e magari riscuotere il premio elettorale dell'insofferenza diffusa.
Il vero miracolo è che non sia successa prima. È incredibile il grado di sopportazione dei lavoratori stranieri. Ma prima o poi questi fatti si ripeteranno. E allora i nodi cominceranno a venire davvero al pettine. Compresa l'ambiguità di tanta parte dell'opposizione nelle questioni della cittadinanza, delle migrazioni, dell'ordine pubblico, della sicurezza. Perché quello che non si è voluto capire, nel centrosinistra degli ultimi vent'anni, è che sui diritti umani fondamentali - che si sia al governo o all'opposizione - si transige solo al prezzo di un'irrimediabile degradazione della vita sociale.
E oggi recuperare una cultura dei diritti significa stare dalla parte dei lavoratori di Rosarno e dei loro fratelli oppressi nel paese e in queste ore a rischio di vita e sotto attacco razzista.


Alessandro Dal Lago da il manifesto

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A Rosarno esiste un gioco chiamato «andare per marocchini», altri lo chiamano «il gioco della Nazionale». Per partecipare bisogna andare in gruppo sugli scooter con i bastoni - appunto lungo la via Nazionale - sfrecciare accanto ai migranti che la percorrono a piedi di ritorno da lavoro, prendere la mira e picchiarli, proprio come i giocatori di polo con la palla. C'è anche una variabile: c'è chi sale sui cavalcavia armato di sassi e fa il tiro a bersaglio. Ieri l'altro tre ragazzi a bordo di una macchina scura ridevano e urlavano, poi hanno iniziato a sparare con fucili ad aria compressa. E' in questo contesto che vivono i migranti di Rosarno.
Abbiamo conosciuto la storia dei migranti di Rosarno nel 2005, è un ragazzino rosarnese di 16 anni a raccontarcela per la prima volta. Inizia a raccontare una storia surreale: migliaia di neri vivono in una condizione di schiavitù. Sapevamo dello sfruttamento dei migranti nell'agricoltura, ma quella storia aveva dell'incredibile. Andammo di domenica, con due macchine. Nei giorni feriali alle 5 del mattino vengono prevelati e portati in campi inavvicinabili. Siamo entrati così in un inferno chiamato Rosarno, che nessuno oggi può dire di non conoscere. Perciò adesso che i migranti con coraggio e disperazione hanno deciso di ribellarsi - mentre la bomba di Reggio Calabria passa nel (quasi) disinteresse generale - non vogliamo parlare di quello che c'era dentro la Cartiera (e nelle ex fabbriche che l'hanno sostituita), ma attorno alla Cartiera.
Quella domenica la cosa più impressionante non furono paradossalmente le condizioni di vita dei migranti, ma un vecchio alla guida di un'Ape che, passando da lì, con un gesto automatico sputò in direzione della Cartiera e urlò: «Cornuti! Mmerda!». Poi girò lo sguardo e vide noi, dei volti bianchi, delle facce non di Rosarno, stranieri anche noi. E si sentì spiazzato. Ci raccontarono che quello di sputare era un'abitudine giornaliera. Perché? C'è razzismo a Rosarno. E non bisogna nascondersi, come fa il commissario prefettizio dicendo che il ferimento «non è riconducibile a razzismo». Bisogna invece provare a disinnescarlo, in un territorio fatto di emigranti e di lavoratori delle campagne: chi sfrutta oggi, veniva a sua volta sfruttato negli anni 60. E c'è un altro cortocircuito che va disinnescato: «Il problema degli immigrati va riallacciato a quello della 'ndrangheta. C'è uno sfruttamento pilotato da parte della criminalità e questo a causa dell'assenza dello Stato, che deve tornare a intervenire», spiega don Pino Demasi, vicario della diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera in Calabria. Il sistema delle cosche è perfetto: i boss richiedono la manodopera, mettono a disposizione i mezzi e si arricchiscono nell'ombra. E, pur avendo dei business molto più redditizi, non lasciano Rosarno e le sue campagne: il potere di sopraffazione è lì che va mantenuto.
Che la situazione fosse esplosiva era chiaro da tempo: il 12 dicembre 2008 due giovani italiani a bordo di una Panda sparano e feriscono due ivoriani. Già quel giorno i migranti erano scesi in piazza per protestare. Già in quelle ore s'era mostrata tutta l'indifferenza dello Stato. Oggi succede di più: i rosarnesi in piazza chiedono agli africani di andare via, qualcuno spara dalla sua terrazza.
C'è un intero sistema al collasso. Rosarno esiste nell'indifferenza generale. Nel frattempo questi fantasmi dalla pelle nera mandano avanti l'industria degli agrumi. Rosarno è probabilmente il luogo in cui la Bossi-Fini ha dato i suoi frutti più amari. E' la sublimazione di un sistema perverso che il ministro Maroni che parla di «troppa tolleranza» continua irresponsabilmente ad alimentare. Rosarno è lo specchio dell'inadeguatezza della classe dirigente calabrese che si riempie gli occhi del modello Riace e non fa nulla per replicare quella felice esperienza altrove. Tra qualche settimana i lavoratori di Rosarno non serviranno più. L'anno prossimo ne arriveranno altri. E la ruota ricomincerà a girare.


Celeste Costantino daSud

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Noi diciamo che le parole del ministro Maroni, l'accusa rivolta ai migranti - perché di questo si tratta - di essere, letteralmente, causa del proprio male, sono abominevoli. Lo sono moralmente e politicamente. Il ministro degli Interni sa che il lavoro di raccolta di agrumi e ortaggi nelle campagne siciliane, calabresi, pugliesi, campane viene svolto dai lavoratori stranieri, per lo più extracomunitari; conosce le condizioni di sfruttamento, di inaudito servaggio in cui quel lavoro si svolge; sa della miserabile paga che "remunera" quella durissima fatica; ha certo adeguata nozione delle baraccopoli, delle bidonville , che ricordano le favelas più degradate del pianeta, dove si svolgono gli scampoli di vita che quelle persone riescono a sottrarre al massacrante lavoro quotidiano. Il ministro sa anche altre cose. Per esempio che lo Stato ha nei fatti appaltato alla 'ndrangheta la gestione del mercato del lavoro locale, acconsentendo o subendo che su quell'attività l'organizzazione criminale lucri il pizzo e amministri, come in una zona franca, la più arbitraria e sordida violenza. E che ribellarsi a questo stato di cose non è dato, se non mettendo a repentaglio la propria incolumità o la propria vita. Il ministro dovrebbe poi sapere - ma invece ignora o, piuttosto, finge di ignorare - che la legge razzista varata per disciplinare il fenomeno migratorio impedisce, in realtà, la regolarizzazione di un migrante intenzionato a svolgere onestamente il proprio lavoro e che è stata respinta ogni strategia di emersione fondata sul riconoscimento del permesso di soggiorno a chi trovi il coraggio di denunciare il proprio sfruttatore. Al ministro Maroni, ligio all' imprinting xenofobo della sua parte politica, non interessa che lo Stato si allei con i migranti per promuovere un percorso di integrazione e di cittadinanza condivisa. Meglio chiudere gli occhi e agire con la forza della repressione quando la sofferenza di quella povera gente supera ogni soglia di sopportabilità ed esplode, come a Rosarno, con la furia disperata di chi si sente abbandonato e comprende di non avere più nulla da perdere. Allora, ecco comparire lo Stato. E cosa fa lo Stato? Spazza via i migranti, come rifiuti umani, li deporta, lontano dall'epicentro degli scontri. Dove invece la caccia all'uomo di pelle nera continua. Domani cosa sarà di loro? Dica la verità, signor Ministro, a lei non importa niente. Per questo si permette di pronunciare irresponsabili parole, che forniscono alibi, alibi istituzionali, a continuare la mattanza. Complimenti.

Dino Greco da Liberazione

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Calma, calma. Non è successo nulla, è solo finita la stagione del raccolto. E' finita a San Nicola d'Arco nella Piana del Sele e sta finendo nella Piana di Rosarno. Anche la raccolta delle arance e dei mandarini a gennaio ormai avanzato si va avvicinando alla conclusione. Ormai gli immigrati regolari e irregolari, cittadini di stati membri dell'unione e cittadini - come usa dire - extracomunitari non servono più. A San Nicola d'Arco già il mese scorso si è provveduto a uno sgombero con la scusa delle illegalità compiute da qualche immigrato per sbattere via in malo modo centinaia e centinaia di onesti lavoratori.
A Rosarno invece non c'è stato bisogno di alcuna montatura: si è immediatamente passati alla pratica dell'obiettivo. Era prevedibile una reazione esasperata dei lavoratori immigrati dopo che dei criminali avevano sparato a due di loro. Dico reazione esasperata non tanto per commentare il carattere della reazione quanto per spiegare il perché di quel tipo di reazione.
Esasperata è la reazione di chi è senza speranza, di chi non ne può più e di chi sa di non essere difeso da nessuno - men che meno dallo Stato - e che è destinato a veder solo peggiorare la propria situazione. Al danno non segue la beffa ma un danno ancora peggiore di quello di prima. I giornali avranno raccontato in dettaglio le condizioni di estrema miseria e squallore nelle quali questi lavoratori sono costretti a vivere. A volte dagli articoli sembra che squallore e miseria siano una loro scelta. Eppure se i salari per il loro duro e onesto lavoro fossero regolarmente pagati - e poi se le politiche sindacali alle quali hanno diritto fossero applicate e se le politiche sociali relative all'accoglienza degli immigrati, previste peraltro dalla legge, fossero effettivamente praticate - essi vivrebbero ben diversamente.
Si dice solitamente che questi immigrati clandestini (e buona parte non lo sono) forniscono la manodopera per la criminalità organizzata. Per quel che riguarda i fatti di Rosarno e Gioia Tauro il ministro Maroni è arrivato a dire che per loro colpa degli arrivi dei clandestini la criminalità organizzata si è sviluppata in Calabria. La frase non merita commenti. Questi lavoratori - e forse va sottolineato che di lavoratori di tratta - stanno qui per rendere produttiva e competitiva una agricoltura anche e soprattutto grazie ai loro infimi salari.
La cosa che più preoccupa naturalmente è che per la prima volta, o forse una delle prime volte, è saltato quel sotto-equilibrio meridionale fatto di tolleranza e di reciproca benevolenza tra i locali e gli immigrati.
Fin che questi stavano al loro posto andava tutto bene. Gli immigrati nella loro miseria più totale lavoravano, i caporali taglieggiavano, i produttori agricoli guadagnavano. Ma neanche questo basta. Qualcuno ha voluto cercare la rissa, determinare lo scontro, portare gli immigrati alla risposta esasperata. Ricucire sarà difficile: ognuno ha le sue ragioni, tranne ‘ndrangheta, padroni e caporali. I locali, solo in minima parte inseriti nel processo di sfruttamento si sono visti ricambiare la loro tolleranza con manifestazioni esasperate e gli immigrati, oppressi e super sfruttati, hanno compiuto una classica rivolta contadina.
A soffiar sul fuoco in tutto questo è Maroni che attribuisce la situazione al presunto lassismo della politica migratoria (e all'ingresso di clandestini), tralasciando un piccolo particolare: cioè che la politica migratoria, soprattutto nei suoi lati peggiori, è frutto del pensiero e della pratica dei governi di destra, ispirati in questo campo in primo luogo dalla Lega. Lascia poi davvero stupiti il fatto che si individuano le radici della crescente forza della ‘ndrangheta nella immigrazione. Se la priorità che il governo vuole dare alla repressione della 'ndrangheta è questa stiamo freschi!
Infine, per quel che riguarda la questione della immigrazione clandestina: le dichiarazioni di Maroni sono del tutto coerenti con una pratica che è iniziata già da prima della messa in atto della Bossi-Fini: quella che nel nostro Paese si conduce da anni non è la lotta contro la clandestinità ma la lotta contro i clandestini. La mancanza di difesa sindacale, il trovarsi sempre a rischio di deportazione, il doversi nascondere e l'assenza di futuro per i clandestini sono alla base della esplosione di giovedì. Purtroppo si vede poca luce per il futuro. In realtà non è vero che non è successo nulla.


Enrico Pugliese da Liberazione

8 gennaio 2010

Maroni, basta con le menzogne. Questo caos lo hai creato tu

Secondo il ministro dell`Interno l`immigrazione clandestina a Rosarno alimenta criminalità e degrado. Maroni dimentica la rivolta antimafia dello scorso dicembre, la collaborazione degli africani con le forze dell`ordine, le terribili condizioni in cui sono costretti a lavorare e contro cui protestano da sempre. E soprattutto non ricorda di aver annunciato - lo scorso anno - 200 mila euro per far fronte all`emergenza. Oggi ne sono arrivati 900 mila, solo a Rosarno. Come sono stati spesi?

"A Rosarno c`e` una situazione difficile come in altre realtà, perché in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un`immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall`altra ha generato situazione di forte degrado". Il ministro dell`Interno, Roberto Maroni, parla della rivolta degli extracomunitari ieri sera in Calabria. "Abbiamo posto sostanzialmente fine all`immigrazione clandestina: a poco a poco riporteremo alla normalità le situazioni che lo richiedono".

Questa è la realtà che il ministro finge di non conoscere:

1) nel marzo del 2009, Maroni arrivava a Reggio Calabria e - colpito dalla situazione dei migranti nella Piana - annunciava 200 mila euro del PON Sicurezza per l`emergenza migranti, in particolare "primi interventi assistenziali in relazione alla situazione di forte disagio presente a Rosarno ed in altre aree della provincia per la presenza di immigrati". Oggi quei fondi sono arrivati, anzi di più: 930 mila euro per il “recupero urbano delle aree degradate” di Rosarno. Come sono stati spesi? Perché l`emergenza annunciata (che si presenta ogni inverno dal 1990) non è stata affrontata?

1) Non tutti sono "clandestini". Tanti lavoratori hanno il permesso di soggiorno in scadenza, sono stati licenziati nelle aziende del Nord dove lavoravano fino a ieri e rischiano di perdere i documenti se non trovano un altro contratto entro pochi mesi. Sono le regole disumane della Bossi Fini.

2) Tanti irregolari sono denegati (richiedenti asilo a cui è stato opposto un rifiuto). Molti hanno il permesso di soggiorno, ad esempio uno dei due ragazzi feriti nell`attentato che ha scatenato la rivolta.


3) Dire che gli stranieri portano degrado a Rosarno è assolutamente falso; il degrado è frutto dello strapotere mafioso, prodotto da italiani, contro cui il suo governo non ha fatto nulla e che viene di fatto accettato dagli abitanti locali. Gli africani, invece, si sono ribellati alla mafia nel dicembre 2008 ed hanno collaborato con i carabinieri, portanto all`arresto dei loro aguzzini.

4) I migranti irregolari della Piana hanno sempre chiesto di "poter lavorare in condizioni dignitose". Non vogliono essere "clandestini": si trovano a non avere documenti per le assurde leggi razziste varate da uno Stato irresponsabile.

5) Molti arrivano al Sud perché sperano di trovare uno Stato meno asfissiante, e di sfuggire al clima da caccia allo straniero creato dalla Lega.

6) Gli stranieri - sia "clandestini" che regolari - sostengono l`economia agricola del Sud. Senza di loro, arance, pomodori ed ortaggi marcirebbero nei campi. I loro salari da fame sono indipendenti dal prezzo di mercato. Braccianti e consumatori pagano una filiera malata, caratterizzata da passaggi parassitari, forme estorsive, presenze mafiose.

7) Qual è la "normalità" che Maroni vuole portare nella Piana, cacciando i "clandestini"? Quella dei morti ammazzati a colpi di kalashnikov dopo una lite per un posteggio? Quella delle autobombe? Quella dei razzi anticarro di provenienza jugoslava trovati in normali appartamenti? Quella dei ragazzini di 14 anni ammazzati con un colpo alla nuca?

Se proseguirà l`azione criminale della Lega, la rivolta di Rosarno si estenderà rapidamente al Nord. Milioni di lavoratori stranieri - che sostengono la nostra economia, pagano le nostre pensioni, tengono in piedi interi settori produttivi - non ne possono più di essere criminalizzati e sfruttati.



fonte: terrelibere.org

17 dicembre 2009

Roma: Vietato il corteo per Sher Khan

Siddique Nure Alam, più conosciuto come Bachu non è solo il presidente dell'associazione Dhuncathu ma da tanti anni è noto a Roma, con il Comitato immigrati di cui è fra i fondatori, uno dei leader che più spesso ha scelto la piazza per far sentire la propria voce. «Abbiamo da sempre manifestato per chiedere i nostri diritti. In maniera pacifica e democratica, perché pensiamo di vivere in un paese democratico. Nel mio paese, il Bangladesh per indire una manifestazione non bisogna chiedere autorizzazioni, solo comunicare orario, percorso, partecipazione alle autorità e verificare che non vi siano incompatibilità. È chiaro che se andiamo a chiedere una manifestazione nello stesso posto in cui si vedono quelli che non vogliono che gli immigrati abbiano diritti, le due cose sono incompatibili e allora ci si regola. Ma non di più».Dopo quanto accaduto al presidente del consiglio, vogliano rendere più restrittive le norme per le manifestazioni...«Io credo che i problemi non li creano mai i manifestanti e che quello che è successo a Milano non è un motivo per mettere dei divieti. Spesso i problemi arrivano più dalle dichiarazioni dei vostri leader politici che da chi scende in piazza».Ma voi di problemi ne avete avuti spesso in questo sensoIntanto noi immigrati, secondo le istituzioni di Roma non possiamo chiedere la piazza o un corteo. Ci deve essere un italiano che lo faccia per noi. Dicono che manifestare è un diritto dei cittadini e intendono solo dei cittadini italiani, ma non sta scritto da nessuna parte. Poi la situazione è peggiorata. Un esempio, poche settimane fa per la comunità islamica ricorreva l'Aid al kabir (la festa del sacrificio), un momento di preghiera per noi importantissimo. Abbiamo chiesto l'autorizzazione a celebrarla in Piazza Vittorio, da tre mesi e la sera prima, alle 18, dal Comune ci è arrivato un fax con cui ci veniva negata la piazza. Una preghiera, neanche un corteo. Per fortuna il questore ha avuto buon senso, ha capito che non potevamo annullare l'appuntamento e ci ha lasciato svolgere la nostra mattinata. Prefetto e sindaco erano contrari o non si esponevano.Poi ci sono state le restrizioni dei protocolliNoi vogliamo rispettare le vostre usanze. Quindi se ci chiedono di non manifestare in centro durante le feste natalizie comprendiamo. Ma se questo significa non poter manifestare per nulla, no.Avete indetto per domani una manifestazione per ricordare la morte di Sher KhanLa delegazione che è andata in questura per comunicare la volontà di fare un piccolo corteo intorno a P.zza Vittorio mi ha appena comunicato che la manifestazione non sarà autorizzata. Dicono che si viola il protocollo. Ci permetteranno di fare solo un presidio. E pensare che se non c'erano le vostre feste avremmo chiesto di poter arrivare a Piazza Navona. Cosa faranno ora, vieteranno anche le manifestazioni del Pdl o del Pd? A noi immigrati non ci permettono neanche di manifestare un lutto. Decideremo giovedì pomeriggio alle 5 cosa fare insieme a tutti i cittadini e le cittadine italiani che vorranno stare con noi. Saluteremo insieme Sher Khan che non è morto per il freddo ma perché dava fastidio in quanto lottava da oltre venti anni per i diritti di tutti.
fonte: Liberazione

12 ottobre 2009

ROMA: Aggrediti perchè gay, skins e antifascisti"

Ancora un episodio di violenza di carattere omofobo, ancora una volta nella capitale: una coppia gay è stata aggredita ieri pomeriggio, nei pressi di via del Corso. I due sono stati avvicinati da sei giovanissimi, a bordo di 3 scooter. Il più giovane delle vittime dell'assalto - Francesco, 25 anni - è stato colpito con il casco alla testa e all'inguine.A raccontare l'accaduto è Massimo Fusillo, compagno di Francesco e presidente di un'associazione di orientamento Gay "Leather Club Roma". Secondo il racconto di Massimo, probabilmente ad attirare l'attenzione degli aggressori è stato l'abbigliamento della coppia, con vapi in stile Skinhead sharp (l'acronimo di skinhead against racial prejudice, ovvero contro il pregiudizio razziale), tra cui anche i classici lacci delle scarpe gialli."Ci hanno avvicinato - ha continuato - erano alle nostre spalle, ci hanno fatto il saluto romano ma noi non abbiamo risposto, poi ci hanno più volte gridato 'camerati'. Io ho cominciato a correre verso via del Corso pensando che anche il mio compagno lo stesse facendo ed invece è rimasto indietro. Il tempo di accorgermene e lo avevano già aggredito. Io non sono fascista' ha gridato Francesco mentre i suoi aggressori fuggivano in sella agli scooter diretti verso piazza Venezia. 'Appunto, lo siamo noi', hanno risposto.Insomma: gay, skins e antifascisti... Un mix di appartenenze che non poteva che risultare insopportabile per i puristi di un'idea di virilità romana che non può nenanche pensare un tale composto di sfumature e stratificazioni. Una Roma sempre più caput mundi dell'intolleranza


fonte: InfoAut

2 ottobre 2009

Cronache di ordinaria persecuzione nei Cie e nelle città d'Italia

La rete di organizzazioni per i Diritti Umani, di fronte alla prosecuzione di respingimenti di profughi, operazioni di purga etnica, attuazione di procedure persecutorie nei confronti dei migranti detenuti nei Cie, negazione dello status di rifugiato a migliaia di esseri umani che ne avrebbero diritto, prosegue nel suo dialogo con le Istituzioni internazionali che rappresentano i valori fondanti della civiltà dei Diritti Umani: l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il Consiglio d'Europa, la Commissione europea. I rappresentanti di tali organismi hanno più volte riconosciuto di non essere dotati di strumenti giuridici efficaci per opporsi alle derive nazionali che annientano il patto fra nazioni il cui vincolo basilare non sono gli accordi sottoscritti, ma il grado di civiltà degli Stati e dei loro governanti. "Non possiamo fare nulla nei confronti di un governo che non rispetti la Convenzione di Ginevra o gli altri accordi firmati," ci ha detto recentemente il rappresentante di un'Istituzione per la salvaguardia dei rifugiati. E' un'ammissione pericolosa, che spalanca le porte a qualsiasi forma di prevaricazione dei Diritti Umani e di fatto pone l'Unione europea nelle stesse condizioni che favorirono l'affermarsi del nazifascismo. Ecco perché stiamo sollecitando le Istituzioni sovrannazionali a fare un uso più efficace dei loro organismi giuridici ovvero delle corti internazionali. Intanto, le segnalazioni di abusi su immigrati e degli effetti nefasti della legge razziale 94/2009 proseguono senza sosta. Mentre negli Stati Uniti e in tutti i Paesi democratici (ma non solo in quelli) i governi approntano misure per vaccinare contro l'influenza A i migranti "irregolari", l'Italia prosegue senza tregua l'iniqua caccia all'uomo nei loro confronti, per applicare gli articoli xenofobi della legge. Per evitare di cadere nelle maglie della persecuzione, i "clandestini" vivono nascosti, in luoghi difficilmente accessibili e condizioni sanitarie tragiche, senza acqua, se non la poca che riescono a prelevare dalle fontane pubbliche grazie a taniche e secchi. Nessun provvedimento è stato messo in atto per garantire loro il vaccino o le cure mediche adeguate. La rete antirazzista segnala gravi tensioni nel Cie di Crotone, dove le condizioni di detenzione sono inumane, le violazioni della dignità dei detenuti quotidiane, gli effetti della legge razziale devastanti. Martedì scorso, secondo la testimonianza di alcuni attivisti, "due reclusi sono saliti sul tetto minacciando di buttarsi, altri due sulle recinzioni metalliche che circondano la struttura. Un altro si è tagliato le mani e la pancia con una lametta". Dopo la denuncia dei gravi abusi sui migranti nel Cie di Gradisca, documentati da video e foto, finalmente i rappresentanti delle Istituzioni internazionali hanno stretto la vigilanza sull'operato delle autorità che si occupano della custodia dei reclusi. "Lunedì scorso," comunica la rete antirazzista, "due deputati e tre senatori del Partito Democratico hanno visitato il Cie di Gradisca d’Isonzo. Alle dieci del mattino, senza fotografi né giornalisti, sono entrati nella struttura accompagnati dal direttore. La visita è durata un paio d’ore e molti reclusi sono riusciti a parlare direttamente con i cinque, raccontando loro della durezza delle condizioni di detenzione e delle botte volate durante le proteste del lunedì precedente. Qualcuno tra i reclusi, poi, ha accusato i parlamentari in visita di essere corresponsabili delle leggi contro i senza-documenti, e soprattutto dell’esistenza stessa dei Centri. I detenuti si sono sentiti traditi quando, nel Telegiornale regionale è stata trasmessa l’intervista ad uno dei cinque parlamentari, che ha elogiato la professionalità del personale del Centro ed invocato lo sveltimento delle procedure di espulsione deprecando l’eccessiva permanenza all’interno dei Cie, senza soffermarsi molto sui pestaggi del 21". Roma: atti di autolesionismo e uno sciopero della fame sono gli strumenti, disperati, che i detenuti all'interno del Cie utilizzano perché la loro condizione e le violazioni che subiscono non rimangano dietro la cortina di silenzio istituzionale. "Un detenuto ha perso i sensi," riferisce un attivista, "mentre altri si sono tagliati le carni. Un giovane si è reciso le vane ed è stato trovato in un lago di sangue. E' stato medicato in infermeria e riportato nella sua cella, dove continua a perdere coscienza ed è in condizioni penose. I detenuti si chiedono come sia possibile che il mondo democratico tolleri che esseri umani siano trattati come bestie".
Gruppo EveryOne

22 settembre 2009

Napoli: Disabili in piazza, tensioni con la polizia Sette feriti tra agenti e manifestanti

Quattro manifestanti feriti, tre agenti che si sono fatti medicare in ospedale e sei persone identificate e poi rilasciate: è il bilancio, non ufficiale, degli scontri verificatisi tra manifestanti e polizia durante la protesta degli operatori dei centri di riabilitazione che rischiano la chiusura. Protesta durante la quale sono scesi in campo decine di disabili in carrozzella, toccati dalla «serrata» del privato-convenzionato.
GLI OPERATORI DEI CENTRI - A dare notizia dei quattro manifestanti feriti sono proprio gli operatori dei centri, che riferiscono di una donna finita in ospedale con una gamba fratturata e di un'altra che ha perso i sensi ed è stata soccorsa da un'ambulanza. I centri stanno attuando la chiusura ad oltranza per non aver ricevuto oltre 35 mensilità dall'Asl Na 1, e la loro protesta questa mattina ha paralizzato il traffico in via Santa Lucia e via Partenope. Accanto a loro, in piazza, appunto decine di disabili, «utenti» dei centri di riabilitazione e fisioterapia.
SCONTRI E TENSIONI - Gli scontri sono avvenuti mentre i rappresentanti dei centri e dei lavoratori erano in riunione con l'assessore regionale alla Sanità, Mario Santangelo, il commissario dell'Asl Na 1, Maria Grazia Falciatore, e il capo della segreteria del presidente, Guglielmo Allodi. Spiega Maurizio Volpicelli, presidente dell'associazione lavoratori della Sanità Privata: «Purtroppo il primo tavolo è stato infruttuoso. La Regione non ha soldi e l'intero comparto andrà ridimensionato». Domani la protesta si sposterà nel Centro Direzionale a partire dalle 9.

12 settembre 2009

Firenze: aggressione a un Gay da parte di due Italiani

Ancora un gay aggredito. Questa volta e' successo a Firenze, in piazza Salvemini, dove la notte tra il 9 e il 10 settembre, un ragazzo di 26 anni, poche ore dopo il presidio-fiaccolata unitario sui ponti fiorentini contro l'omo/transfobia, e' stato pestato a sangue da due italiani. Il ragazzo stava rientrando a casa dopo una serata trascorsa in un locale gay fiorentino". A rendere noto l'episodio e' l'Arcigay Firenze "Il Giglio Rosa", in contatto diretto con il ragazzo e la famiglia. "Siamo vicinissimi al ragazzo e alla sua famiglia, e siamo scossi dal fatto che anche la citta' di Firenze sia protagonista di un episodio di inaudita violenza ai danni di una persona omosessuale, proprio a poche ore dalla grossa mobilitazione contro la violenza omofobica che aveva visto una straordinaria partecipazione della cittadinanza. Il ragazzo - prosegue l'associazione - era stato avvicinato e minacciato da due uomini nel corso della serata di mercoledi' all'interno di un locale gay del centro. I due erano stati allontanati dai gestori. Intorno alle 3 del mattino, il giovane sarebbe uscito dal locale e si sarebbe diretto a piedi verso Piazza Salvemini, dove i due uomini, di circa 35 e 40 anni, lo avrebbero aspettato e gli si sarebbero scagliati contro a mani nude. Il ventiseienne e' stato trovato in un bagno di sangue da alcuni amici e accompagnato a casa in auto intorno alle 5". Ieri mattina il ragazzo e' stato portato al Pronto Soccorso e successivamente ricoverato d'urgenza. Gli sono state diagnosticate, oltre che contusioni e tumefazioni, molteplici fratture: agli zigomi, alla mandibola e al naso. "Questo pomeriggio - fa sapere Il Giglio Rosa - sara' operato. Al momento il giovane gay e' ancora sotto choc. Chiediamo pero' la collaborazione di tutte e tutti affinche' possano essere individuati dagli inquirenti i due aggressori. Nel frattempo, oltre a fornire alla famiglia un primo aiuto psicologico, abbiamo dato mandato ai legali della nostra associazione, avvocati Alessandro Traversi e Paola Pasquinuzzi, di raccogliere la denuncia del ragazzo. Invitiamo autorita' e istituzioni a non considerarlo come un episodio isolato e chiediamo agli inquirenti di indagare accuratamente affinche' gli aggressori possano essere identificati e fermati quanto prima. Chiediamo a tutta la comunita' lgbt di non avere paura, ma soprattutto di rimanere compatta e continuare con coraggio e determinazione il percorso di sensibilizzazione e isolamento delle frange violente in citta'. Valuteremo assieme alle altre sigle e associazioni fiorentine e nazionali quale risposta dare all'ennesimo episodio di violenza ai danni della comunita' lgbt che coinvolge il nostro paese.


fonte Agi

2 settembre 2009

Roma: INTOLLERABILE ENNESIMA AGGRESSIONE AI GAY

Due bombe carta, centinaia di ragazzi che fuggono urlando, un motorino a fuoco, il segno di un piccolo cratere nell'asfalto, una fioriera devastata e un ragazzo che si tiene le orecchie dal dolore: dieci minuti prima di mezzanotte, la comunità gay romana è sprofondata di nuovo in un incubo. Dopo le coltellate e le bottigliate di "Svastichella" per un bacio omosessuale, dopo le bombe incendiarie sul portoncino del locale che ospita "Muccassassina", la festa gay più famosa d'Italia, stavolta nel mirino è la Gay Street della Capitale. È una fortuna se nessuno s'è fatto male: l'unico ragazzo che era sembrato ferito al volto dalle schegge e dal rumore se l'è cavata con poco più che un grosso spavento. Secondo i rilievi dei carabinieri, a colpire sono stati due ragazzi a piedi. "Due teste rasate", raccontano i testimoni. Sono arrivati da via Ostilia, a cento metri dal Colosseo: è la prima strada che incrocia via di San Giovanni in Laterano, la Gay Street. In mano hanno i due grossi petardi, ma nessuno li nota. La strada, molto frequentata a tarda sera e non solo dalla comunità omosessuale, è animata da centinaia di ragazzi che passeggiano, bevono un drink nei dehor dei locali o chiacchierano sul marciapiedi. È un attimo: i due giovani lanciano i due petardi "in mezzo alla folla", racconta il presidente dell'Arcigay romano, Fabrizio Marrazzo, che si trovava proprio nella Gay Street. In realtà, una delle "bombe carta" colpisce una fioriera, l'altra devasta un motorino e ne rovina un altro. Il boato è enorme, nella strada lunga e stretta: è un fuggi fuggi. I due aggressori intanto scappano a piedi, favoriti dal panico. "I ragazzi volevano corrergli dietro - racconta Marrazzo - ma li ho implorati di fermarsi: cosa sarebbe successo se fossero stati armati di un coltello?". Stasera torneranno tutti nella Gay Street, alle 22, per manifestare contro il clima invivibile che sta perseguitando la comunità. "È un gesto terroristico e conferma l'emergenza omofobia", commenta il presidente di Gaynet, Franco Grillini, ex presidente dell'Arcigay. "Arriva dopo una lunga serie di atti di aggressione e conferma quanto andiamo sostenendo da tempo: è in atto una vera e propria aggressione di stampo politico verso la comunità lgbt italiana ad opera di fanatici e di gruppi neonazisti che si sentono più o meno legittimati dalla vittoria della destra alle ultime elezioni politiche". "Ieri notte si e' verificato l'ennesimo episodio di violenza a Roma. Asubirlo e' ancora una volta la comunita' gay, a cui voglio esprimerela solidarieta' e la vicinanza mia e di tutto il mio partito - ha dichiarato Paolo Ferrero segretario nazionale del PRC. Per rafforzare questo sentimento di profonda vicinanza e amicizia per tutto il movimento lgbtq e per protestare contro l'ennesimo atto di vigliaccheria e arroganza della destra neofascista, xenofoba eviolenta che alberga a piene mani, nella Capitale, e che gode purtroppo di protezioni molto in alto, fin dentro le istituzioni cittadine, sarò in piazza, questa sera, per partecipare alla fiaccolata indetta dalle principali associazioni omosessuali elesbiche italiane, Arcigay in testa. È arrivato il momento che i cittadini romani, e quelli italiani,tutti, facciano sentire la loro voce contro chi sta cercando di distruggere una storia millenaria di accoglienza. La città di Roma deve reagire a chi vuole darne un'immagine omofoba, razzista e violenta.L'incredibile e intollerabile attentato della notte scorsa a GayStreet è purtroppo l'ennesima conferma che l'omofobia vive una reale escalation, non solo nei sempre più frequenti episodi di violenza, ma anche nelle forme, che sono delle vere intimidazioni, volte a innescare la paura negli omosessuali e transessuali italiani"."A questa violenza si impone una reazione, pacifica e di massa- conclude Ferreo - Per questo invitiamo tutti i romani e le altre forze politiche tutte e le istituzioni ad essere vicini agli omosessuali e transessuali che si riuniranno in un presidio-assemblea questa sera alle 22 a Gay Street,e partecipare alla fiaccolata prevista venerdì alle 21, in via SanGiovanni in Laterano".

23 luglio 2009

Vicenza: No a presidi del Sud

No a dirigenti scolastici del Sud in provincia di Vicenza. La mozione votata martedì dal consiglio provinciale della città veneta farà discutere. Anche perché approvata da maggioranza e opposizione: 26 consiglieri su 27. A proporla l'assessore alla Scuola, Morena Martini del Pdl. Razzismo? "Macché. Non si vuole puntare il dito contro le professionalità provenienti da altre regioni - dichiara - ma ripristinare una situazione di diritto che alcune regioni, diciamo non virtuose, hanno disatteso". Per comprendere la questione occorre fare un passo indietro. Nel 2004, dopo quasi un decennio, venne bandito il concorso per dirigente scolastico, gestito a livello locale. Il bando assegnava ad ogni regione un certo numero di posti disponibili e alla fine della complessa procedura gli idonei potevano superare il numero dei posti messi a concorso al massimo del 10 per cento. Ma in alcune regioni le cose andarono diversamente. "In Campania, per esempio, gli idonei furono parecchi di più di quello che prevedeva il bando", continua la Martini. Stesso discorso in Sicilia e in altre regioni meridionali, dove si scatenò una guerra di carte bollate. E quando il governo Prodi consentì agli idonei la cosiddetta mobilità interregionale, in 6 regioni settentrionali (Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto ed Emilia Romagna) su 118 poltrone disponibili vennero nominati ben 108 neodirigenti provenienti dal Sud. Rischiano ora di andare ad altrettanti presidi meridionali anche i 647 posti autorizzati qualche giorno fa dal ministero dell'Economia per il 2009/2010. Perché le uniche regioni italiane in cui sono ancora presenti idonei nelle graduatorie dei concorsi per dirigente scolastico - per un totale di circa 660 candidati - sono Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Nelle restanti regioni le liste sono esaurite da tempo. E a settembre quasi tutti i posti lasciati liberi da coloro che sono andati in pensione andranno a dirigenti scolastici del Sud. Negli ultimi anni, coloro che dal profondo Sud hanno fatto le valigie e oggi insegnano al Nord sono tantissimi. In Veneto 17 insegnanti su 100 provengono dalle regioni meridionali, in Lombardia si tocca quota 31 per cento. "Nel Veneto - spiega l'assessore Martini - ci sono circa 70 posti liberi da coprire, ma nessuna graduatoria regionale da cui attingere. Ci sono invece tanti dirigenti in lista di altre regioni d'Italia, non perché altrove siano più disponibili e bravi che da noi, ma perché noi siamo stati ligi alla normativa mentre altri - continua - hanno creato liste di disponibilità pari, talvolta, anche al doppio dei posti da occupare". E la probabilità che le 70 poltrone libere del Veneto vengano occupate da meridionali è altissima. Eventualità che non va proprio giù ai vicentini. "Il Consiglio provinciale ha voluto denunciare il mancato rispetto della norma da parte di alcune regioni ed evidenziare la conseguente situazione di svantaggio in cui si trova la regione Veneto rispetto ad altre realtà nazionali. Tanti insegnanti in servizio nel Veneto aspirano da anni a diventare dirigenti attraverso un concorso".


fonte: La Repubblica

Roma: la protesta dei disabili finisce con le multe per intralcio al traffico. Linea dura della polizia contro i manifestanti in carrozzina.

Oltre al danno, pure la beffa: hanno chiesto loro i documenti, li hanno filmati e li hanno tutti multati per intralcio al traffico e blocco stradale. Mattinata calda per le persone con disabilità alla manifestazione di protesta davanti ai cancelli della sede della regione Lazio a Roma. A ricevere a casa un verbale di contestazione infatti non saranno le automobili parcheggiate momentaneamente in seconda fila per consentire ai disabili di risalire su pulmini e vetture attrezzate, ma proprio le persone disabili in carrozzina che durante la manifestazione hanno stazionato sul manto stradale di via Rosa Raimondi Garibaldi, la via – laterale rispetto alla grande arteria stradale della Cristoforo Colombo – in cui si è assiepato il gruppo di circa duecento persone composto da disabili, loro familiari e operatori dei centri di riabilitazione.A quanto pare, l’autorizzazione arrivata dalla questura prevedeva che i manifestanti potessero sostare solamente sul marciapiede: il grande numero di persone ha però “sconfinato” sul manto stradale e la strada è stata chiusa al traffico. Fra la sorpresa e l’incredulità generale, il responsabile dell’ordine pubblico, Roberto Vitanzo, ha detto a manifestanti e giornalisti che “un gruppo di persone hanno impedito il flusso del traffico: ad ognuno di loro verrà recapitato un verbale”. Vitanzo ha affermato che “abbiamo dovuto chiudere la strada perché non potevamo caricarli in quanto disabili, però li abbiamo filmati e procederemo alla loro identificazione per blocco stradale”. Lungo l’intero arco della manifestazione, la zona era stata presidiata la polizia e carabinieri in tenuta antisommossa, con vetture di servizio e camionette, per una presenza complessiva stimabile fra i trenta e i quaranta operatori delle forze dell’ordine.
fonte: redattore sociale

2 luglio 2009

Padova: Questore vuole licenziare poliziotta che si è dichiarata lesbica

Ha dichiarato di essere lesbica. Ha denunciato le discriminazioni subite. Ha sfilato al Gay Pride. Ora il questore di Padova vuole il suo licenziamento. Anticipazione dell’inchiesta dell’Espresso domani in edicola.

Il giorno prima aveva sfilato con altri 150 mila contro le discriminazioni sessuali al Gay Pride di Genova. Una volta ritornata a casa però ha trovato ad attenderla la lettera del suo “capo”, il questore di Padova, Luigi Savina, con cui si avvia la pratica della sua destituzione dalla Polizia. Luana Zanaga, 39 anni di Rovigo, in forza alla polizia patavina, nei mesi passati ha fatto coming out, rivelando pubblicamente la propria omosessualità. E da ottobre dello scorso anno, da quando ha reso pubblica la sua tendenza sessuale, per lei è cominciato un calvario. Dapprima è stata “processata” da una commissione di disciplina, che ha proposto di punirla con una sospensione dal servizio “fino a sei mesi”. Ma ora, forse, non farà nemmeno in tempo a scontare quella sanzione, perché è arrivata la nuova tegola: la destituzione. Che nei fatti significa licenziamento. Il questore Savina nega che nel provvedimento si parli di licenziamento, ma non dice quale punizione intende infliggere all’agente Zanaga. Infatti con la lettera si è solo avviata la pratica di contestazione degli addebiti, mentre i provvedimenti adottati verranno resi noti solo successivamente. A parlare apertamente di destituzione è invece il funzionario incaricato di seguire il caso per conto del questore. E Savina infatti scrive che non è più sufficiente la sola “deplorazione” con la conseguente sospensione. D’altra parte in questi giorni Luana Zanaga si è anche sentita rivolgere l’accusa di essere pericolosa. Perché, come è scritto espressamente nella lettera del questore Savina, alla fine di maggio ha rilasciato delle dichiarazioni, senza autorizzazione a “L’espresso”, riportate nell’articolo “Agente gay a rapporto” e poi riprese dal sito Dagospia. Nell’articolo l’agente gay diceva di vivere in un ambiente omofobico, di aver subito il mobbing e di essere stata sottoposta a vessazioni. Come successe anni fa, quando la costrinsero ad andare dal medico per attestarne l’idoneità visto che era omosessuale. «Mi chiedevano se stavo bene con la mia omosessualità e io rispondevo che stavo benissimo», accennava nell’articolo. Per il capo della Questura di Padova queste accuse sono fortemente denigratorie e portano discredito alla Polizia. Nessun cenno invece, nella lettera, agli altri giornali, riviste e tv che hanno riferito della poliziotta. O alla solidarietà manifestatale dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Pubblicazioni uscite nello stesso periodo e anche successivamente. Più che per le dichiarazioni dell’agente Zanaga, viene il sospetto che l’infrazione più grave sia aver parlato con il nostro giornale. Invece di approfondire e verificare le accuse della poliziotta sull’ambiente omofobico, si preferisce rimuovere chi solleva dubbi e parla di discriminazioni. Nessuno, infatti, ha chiesto all’agente di portare le prove delle sue accuse. Una denuncia, la sua, circostanziata, precisa e grave, come nel caso dei due poliziotti che le scrissero che doveva «bruciare in un lager». Dunque non c’è stato accertamento della verità, ma è comunque in arrivo una punizione esemplare perché ha parlato. Così Luana Zanaga rischia di veder svanire il sogno di una vita, cioè fare la poliziotta, solo perché difende e rivendica la propria sessualità.


15 giugno 2009

Milano: Niente colonie estive per i figli dei migranti.

Centri estivi nelle scuole a luglio e colonie al mare del Comune di Milano vietati ai figli degli immigrati irregolari. Lo stabilisce chiaro la circolare pubblicata sul sito Internet del Comune e lo ribadiscono gli uffici dell’assessore all’Educazione, Mariolina Moioli. Per partecipare al programma “Estate vacanza” servono il “ permesso di soggiorno in regola con la normativa vigente, la fotocopia del documento di identità e del codice fiscale dei genitori”. A differenza delle lezioni durante l’anno, che sono considerate scuola dell’obbligo e sono organizzate dallo Stato, le attività educative e ricreative offerte a luglio, agosto e settembre, nelle scuole e nelle altre strutture comunali, sono servizi facoltativi, integrativi, gestiti dal Comune. Quindi, paradossalmente, ci sono bimbi immigrati che vanno a scuola durante l’anno, ma che a luglio devono restare a casa.Sull’esclusione dei bimbi figli di clandestini o irregolari, l’anno scorso, Palazzo Marino aveva suscitato molte polemiche con la circolare sulle iscrizioni alle scuole materne. In quel caso la magistratura aveva imposto che i bambini irregolari venissero ammessi purché in grado di dimostrare “l’abituale dimora in città”. Per i centri estivi negati ai figli degli irregolari arriva la prima protesta ufficiale: quella del collegio docenti dell’istituto comprensivo Thouar-Gonzaga” (elementari via Brunacci, via Gentilino, via Vigevano, via Gorizia, medie di via Tabacchi e via Gorizia). “Presa visione della normativa del Comune — scrivono in un documento — gli insegnanti esprimono la loro profonda indignazione per la mancata tutela del diritto per i minori a godere di uguale trattamento e pari opportunità; denunciano la violazione del diritto di uguaglianza sancito dalla Costituzione; chiedono che tale normativa venga immediatamente modificata al fine di ristabilire le condizioni affinché a tutti gli alunni siano garantite pari possibilità di accesso». Nessun commento da parte dell’assessore Moioli.



fonte: La Repubblica

8 maggio 2009

Migranti respinti. Le critiche di Amnesty al governo italiano

Il governo italiano e quello maltese hanno contravvenuto ai propri obblighi internazionali di proteggere i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo soccorsi in mare, ha dichiarato oggi Amnesty International. ‘La vita e l’incolumita’ di migranti e richiedenti asilo sono state messe a rischio prima da un bisticcio tra le autorita’ italiane e maltesi circa gli obblighi relativi alle richieste di soccorso marittimo e poi dalla decisione senza precedenti del governo italiano di inviare gli stessi a Tripoli, senza prenderne in considerazione eventuali bisogni di protezione internazionale’ – ha affermato Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. La mattina del 6 maggio, tre imbarcazioni con 227 persone a bordo hanno lanciato un allarme di soccorso mentre si trovavano a circa 50 miglia a sud dell’isola di Lampedusa. Una disputa tra il governo maltese e quello italiano su chi avesse la responsabilita’ d’intervenire puo’ aver ritardato le operazioni di soccorso, alla fine intraprese da due navi della guardia costiera italiana, che hanno poi condotto i migranti a Tripoli senza fermarsi in un porto italiano. Secondo quanto riportato dagli organi di informazione il ministro dell’Interno italiano Roberto Maroni ha dichiarato che si e’ trattato di “un risultato storico dopo un anno di negoziati bilaterali con la Libia”. La Libia e l’Italia hanno firmato un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione, che include disposizioni sul contrasto all’immigrazione irregolare anche attraverso il pattugliamento congiunto dei mari. ‘Le dispute sulla giurisdizione e sulle responsabilita’ non dovrebbero mai impedire o ritardare il soccorso e l’assistenza a persone che sono a rischio di annegamento. Gli stati devono assicurare che gli accordi di cooperazione internazionale e assistenza reciproca, tra cui quelli riguardanti il controllo delle frontiere e le politiche di immigrazione, non determinino violazioni dei diritti umani’ – ha aggiunto Duckworth.
Amnesty International richiama l’Italia e Malta al rispetto dei diritti fondamentali di richiedenti asilo, migranti e rifugiati e chiede alle autorita’ libiche di introdurre procedure che consentano ai richiedenti asilo di presentare domanda per lo status di rifugiato e garantiscano a tutti coloro che sono potenzialmente bisognosi di protezione internazionale di accedere all’Alto commissariato Onu per i rifugiati in Libia. L’organizzazione per i diritti umani chiede inoltre a tutti i governi di cooperare strettamente per assicurare che coloro che vengono soccorsi in mare siano immediatamente condotti in un luogo sicuro, nel pieno rispetto del principio di non refoulement (e dunque non rinviandoli in paesi in cui potrebbero rischiare la tortura e altri maltrattamenti o dove l’accesso a un’equa e soddisfacente procedura d’asilo sia limitato). Infine, Amnesty International sollecita tutti gli stati a rispettare fino in fondo i propri obblighi relativi al diritto internazionale dei rifugiati, al diritto internazionale dei diritti umani e al diritto internazionale marittimo.

26 marzo 2009

Auto-censimento anti-razzista

«Ho visto cose che voi umani non potete immaginare». Chi non ricorda questa frase? A dirla è l’androide morente in una delle ultime scene di «Blade runner». A ripeterla, ora, potrebbero essere le innumerevoli associazioni, cooperative, coordinamenti di migranti, o di amici dei migranti, che scavano ogni giorno piccole trincee negli angoli più disparati del nostro paese. Forse non dovranno in futuro raccontare di «navi di combattimento in fiamme davanti ai bastione di Orione», come l’androide del libro di Philip Dick, ma di più modeste roulottes di rom in fiamme davanti ai bastioni di Ponticelli, o di micro-aggressioni, di disprezzo diffuso, di esclusione e rancore, insomma di tutto quel che il razzismo istituzionale – intessuto di leggi vessatorie e ordinanze comunali idiote – ha riversato sulla testa di tutti noi. E le teste, molto spesso, non sono abbastanza impermeabili. Ho l’impressione che chi guarda alla situazione con gli occhiali dei media, o anche solo della politica e dell’associazionismo «nazionali», fa una gran fatica a percepire quanto grave sia la situazione. Nel nostro mensile del nordest [anzi dell’«estnord», come lo chiamiamo con imprudente ottimismo], da domani in edicola, in regalo, con Carta, si dice per esempio che in Veneto un disoccupato ogni quattro è straniero, ossia è un migrante di quelli che fino allo scorso anno gli imprenditori della regione reclamavano a gran voce. Ora c’è la recessione, come tutti sanno, ma per un immigrato perdere il lavoro significa perdere tutto, visto che la legge Bossi-Fini vincola strettamente la concessione del permesso di soggiorno ad un contratto di lavoro. Niente contratto, niente permesso. «Al punto che – racconta ai nostri compagni del nordest Davide Dal Pra, che si occupa di immigrati per la Cgil di Vicenza – spesso, per conservare lo status garantito dal permesso di soggiorno, devono assumersi fra amici, come domestici». La sola scappatoia sarebbe chiedere il «permesso per attesa occupazione» [così si chiama], che però dura sei mesi solamente. Altrimenti, si diventa «clandestini», con tutto quel che ne consegue. A cominciare dall’ostilità degli italiani che, anch’essi in numero sempre maggiore, stanno perdendo il posto [il mensile dell’estnord è appunto dedicato all’analisi di un distretto industriale, quello del «mobile in stile» nel padovano, precipitato in una crisi mai vista]. «Le tensioni – dice al nostro mensile nordestino Devi Sacchetto, studioso del mercato del lavoro e della delocalizzazione di imprese – sono già piuttosto diffuse nei confronti sia dei migranti sia di quanti non emigrando hanno la ‘colpa’ di lavorare a più bassi salari in aziende magari delocalizzate in Polonia o in Romania. Questo – aggiunge Sacchetto – è alimentato dalle campagne razziste sostenute anche da chi pensa a forme di differenziazione democratica tra presunti locali e stranieri». Un sintomo molto preoccupante è quel che ha proposto perfino un funzionario locale della Cgil, il segretario di Treviso Paolo Barbieri: una «moratoria» all’ingresso di stranieri, quote zero. «Solo un ipocrita – commenta Sacchetto – fa finta che le quote servano a chiamare gli immigrati di cui il sistema produttivo necessita. Chi passa attraverso le quote è già in Italia… Far pagare la crisi innanzitutto agli ultimi arrivati è un’idea più diffusa di quanto possiamo pensare». Insomma, la «mostrificazione» del «pugile» e del «biondino», i romeni accusati di due stupri e poi riconosciuti innocenti, ma che hanno rimbalzato per settimane da un giornale a un «Porta a porta», e che prossimamente potremmo vedere al «Grande fratello», non so quanto consapevolmente è servita a indicare negli stranieri, per quanto bianchi e comunitari siano, la presenza sgradevole, nociva e pericolosa su cui scaricare le scosse sismiche profonde che la crisi economica sta provocando nella società italiana. Però appunto dall’altra parte ci sono miriadi di anticorpi, in giro per il paese. Che perfino noi di Carta, che pure dell’esplorazione sociale facciamo la nostra ragione sociale, fatichiamo a elencare. Perciò stiamo proponendo un «auto-censimento», che finirà nelle pagine di un «Almanacco Clandestino» di Carta che uscirà il venerdì prima di Pasqua e vi resterà per due settimane: lì vorremmo pubblicare le «pagine gialle» dell’antirazzismo e delle organizzazioni dei migranti.
Chi vuole «auto-censirsi» scriva a carta@carta.org. Sul sito, http://www.carta.org/, tutti i dettagli.


Partecipate all’autocensimento http://www.carta.org/campagne/migranti/16965


Chi volesse inviare indirizzi può scrivere a carta@carta.org entro il 30 marzo.
Le informazioni che stiamo raccogliendo, in sintesi, sono:

nome del soggetto sociale
indirizzo civico e città
riferimento telefonico e web [sito e email]
principale settore di intervento [sintetizzabile in pochissime singole parole, ad esempio, “assistenza legale”, “scuola di italiano”…]
eventuali segnalazioni [brevissime] particolari.



Pierluigi Sullo http://www.carta.org/

19 marzo 2009

Agenzia Onu: "L'Italia viola i diritti umani"

"È evidente e crescente l'incidenza della discriminazione e delle violazioni dei diritti umani fondamentali nei confronti degli immigrati in Italia. Nel paese persistono razzismo e xenofobia anche verso richiedenti asilo e rifugiati, compresi i Rom. Chiediamo al governo di intervenire efficacemente per contrastare il clima di intolleranza e per garantire la tutela ai migranti, a prescindere dal loro status". Sono insolitamente dure e nette le parole che il Comitato di esperti dell'Ilo, l'Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia Onu, usa per descrivere il trattamento degli immigrati in Italia e la violazione di alcune norme internazionali. Che ogni anno, a marzo, esce il rapporto dell'Ilo sull'applicazione degli standard internazionali del lavoro e quest'anno la pagina che riguarda l'Italia denuncia un comportamento senza precedenti per un paese europeo democratico, perché contravviene alla convenzione 143, quella sulla "promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti", ratificata dal nostro paese nel 1981.Tranne il Portogallo e la Slovenia, infatti, gli altri paesi saliti all'attenzione dell'agenzia Onu per lo stesso motivo sono il Benin, il Burkina Faso, il Camerun e l'Uganda.Il Comitato dell'Ilo, formato da venti giuslavoristi provenienti da tutto il mondo, verifica costantemente l'osservazione delle norme da parte dei governi e in questo caso richiama l'esecutivo italiano all'applicazione dei primi articoli della convenzione 143, cioè al "rispetto dei diritti umani di tutti gli immigrati, senza alcuna distinzione di status".Inoltre, il governo ha l'obbligo di assicurare anche ai migranti occupati illegalmente il diritto a condizioni eque di lavoro e di salario, oltre che la tutela contro ogni forma di discriminazione. Le critiche e le richieste dell'Ilo si basano su quanto riportato dal Comitato consultivo della convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali in Europa (Acfc) , che aveva già denunciato le dure condizioni di detenzione per gli immigrati irregolari, in attesa di rimpatrio.Ma si basano anche sulle osservazioni di un altro organismo dell'Onu per l'eliminazione della discriminazione razziale (Cerd) , che ha rilevato "gravi violazioni dei diritti umani verso i lavoratori migranti dell'Africa, dell'Est Europa e dell'Asia, con maltrattamenti, salari bassi e dati in ritardo, orari eccessivi e situazioni di lavoro schiavistico in cui parte della paga è trattenuta dall'impresa per un posto in dormitori affollati senza acqua né elettricità". I rapporti Onu mettono in evidenza anche i "continui dibattiti razzisti e xenofobi essenzialmente contro immigrati non europei, discorsi ispirati dall'odio contro gli stranieri e maltrattamenti delle forze di polizia verso i Rom, specialmente quelli di origine romena, durante i raid per lo sgombero dei campi".Insomma, una lunga lista di accuse che vanno dalla questione delle impronte digitali alla "retorica discriminatoria di alcuni leader politici che associano i Rom alla criminalità, creando nella pubblica opinione un clima diffuso di ostilità, antagonismo sociale e stigmatizzazione". Pertanto, il Comitato di esperti dell'Ilo non può che esprimere "profonda preoccupazione" e invita il governo italiano a prendere "le dovute misure affinché ci sia parità di trattamento, nelle condizioni di lavoro, per tutti i migranti", oltre che misure per "migliorare, nella pubblica opinione, la conoscenza e la consapevolezza della discriminazione, facendo accettare i migranti e le loro famiglie come membri della società a tutti gli effetti". Il documento si conclude con la richiesta al governo di rispondere punto per punto alle osservazioni fatte entro la fine del 2009.


Fonte: La Repubblica

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