Da anni in Italia si chiede l'abolizione dell'ergastolo. Il carcere italiano è fondato sul concetto di rieducazione del detenuto, previsto dall'art. 27 della Costituzione. Ogni pena prevede sconti, agevolazioni e benefici in base all'osservazione del comportamento del condannato e alle sue necessità rieducative. Solo per via dell'esistenza di queste agevolazioni, l'ordinamento giuridico italiano ammette l'ergastolo, legittimo in quanto effettivamente "non perpetuo".
Visualizzazione post con etichetta interviste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta interviste. Mostra tutti i post
14 ottobre 2012
intervista alla giornalista Francesca de Carolis sul dramma dell'ergastolo ostativo
13 settembre 2012
Cancellieri, il ministro della repressione sociale
"Noi tecnici siamo incapaci di vendere sogni", quindi davanti alle tensioni sociali ci attrezziamo per distribuire mazzate. Questa intervista a La Stampa è tutta da leggere e da studiare. C'è davvero un compendio della filosofia di questo governo.
Etichette:
crisi,
emergenza,
interviste,
lotte sociali
16 marzo 2012
“Vogliono spaventare chi può catalizzare il disagio sociale” Intervista a Paolo Di Vetta
Intervista a Paolo Di Vetta. Revocati gli arresti domiciliari, resta l’obbligo di firma. Sabato manifestazione cittadina contro la "nuova fase di escalation repressiva".
La notizia e’ arrivata in tarda mattinata e ha parzialmente sollevato gli animi dei tanti che da venerdi’ scorso chiedevano la liberazione di Paolo Di Vetta, arrestato venerdi’ 9 marzo, dopo essere stato prelevato dall’ospedale Santo Spirito in seguito alle ferite riportate dopo le cariche di fronte al CIPE. Quella giornata, iniziata in Via della Mercede, a Roma, per chiedere che i soldi per la TAV venissero destinati all’emergenza abitativa e al reddito, si era conclusa con il fallito sgombero dell’occupazione di Casal Boccone e, il giorno dopo a Piazzale Clodio, con l’ordinanza degli arresti domiciliari nel processo per direttissima.
Etichette:
crisi,
interviste,
lotte sociali,
no tav
4 febbraio 2012
Coperture di Stato per gli omicidi Claps e Gianfredi
Le chiama «coperture di Stato». Sono le azioni che hanno impedito per 17 anni il ritrovamento dei resti di Elisa Claps, uccisa il 12 settembre del 1993, e per 15 anni la soluzione dell’omicidio dei coniugi Gianfredi, uccisi a Potenza in località Parco Aurora il 29 aprile del 1997, in un agguato che gli investigatori definiscono «di stampo mafioso». Un’inchiesta giornalistica della Gazzetta ha permesso ai magistrati della Procura di Salerno di ipotizzare strani coinvolgimenti di alcuni agenti del Sisde, il vecchio servizio segreto civile, nei più ingarbugliati misteri lucani. «È inquietante», dice don Marcello Cozzi, leader dell’associazione antimafia «Libera».
22 ottobre 2011
Haidi Giuliani: Sallusti è un provocatore
Quale è la tua reazione di fronte alle parole violente e sconsiderate di Sallusti?
Con Giuliano abbiamo già informato il nostro avvocato. Gli abbiamo chiesto la possibilità di una querela. Voglio dire, le opinioni possono essere molte e varie ma affermare che una persona ha fatto bene ad ammazzarne un'altra mi sembra davvero poco educativo.
Etichette:
15 ottobre,
G8 Genova,
interviste
23 maggio 2011
Giustizia: intervista a Loic Wacquant; carceri strapiene ma solo 3% detenuti per reati gravi
Gli Stati di oggi, in Europa come al di là dell’oceano, vivono di un paradosso. Sono loro stessi a creare quella marginalità alla quale rispondono con il carcere”.
Il sociologo francese Loic Wacquant - l’allievo di Pierre Bourdieu che in libri tradotti in decine di lingue ci ha raccontato la globalizzazione del nuovo senso comune punitivo - ci spiega l’utilizzo del sistema penale nelle nostre democrazie.
Venerdì ha aperto lui i lavori della seconda giornata del convegno che Antigone ha organizzato in occasione dei propri venti anni di vita. Nella Sala del Refettorio della camera dei - “non ho mai parlato in una sala così bella”, ci dice mentre scatta fotografie tutto intorno - gli chiediamo perché nelle ultime decadi gli Stati Uniti d’America, dove Wacquant insegna alla University of California di Berkeley, abbiano visto un’esplosione che pare inarrestabile del numero dei detenuti.
“Quel che è certo è che tutto ciò c’entra assai poco con il controllo del crimine. Il sistema penale è d’altra parte uno strumento ben poco efficiente in questa direzione. Negli Stati Uniti, ma certo non solo, meno della metà dei reati gravi arriva alle orecchie delle forze di polizia, e quelli che ottengono una sentenza sono tanti meno ancora. Penalmente non si riesce a rispondere a più del 2 o 3 per cento dei crimini seri”.
E allora tutta questa espansione dell’uso delle carceri, che anche in Europa sperimentiamo, non produce risultati?
Eccome se ne produce. Ma non nella lotta alla criminalità. Sono altre le funzioni che si demandano al sistema penale.
Quali?
In questo i sociologi si dividono tra chi segue la tradizione marxista sostenendo che la prigione svolga un ruolo materiale di controllo e chi segue la tradizione che si ispira a Durkheim sostenendo che svolga invece un ruolo simbolico. Io credo che per comprendere il sistema delle pene le due tradizioni vadano tenute assieme. Il carcere oggi viene usato sicuramente per eseguire due compiti materiali: quello di piegare la parte reticente della classe lavoratrice, disciplinare il nuovo proletariato alle tendenze del mercato, e quello di togliere dalla circolazione le persone “inutili”, coloro che neanche nel mercato lavorativo del precariato potrebbero entrare: i senza casa, i malati di mente che altrimenti lo Stato dovrebbe preoccuparsi di curare.
E quanto al ruolo simbolico?
Il carcere serve per riaffermare l’autorità dello Stato. In questo ha una fortissima carica simbolica.
Dicono che l’opinione pubblica chiede sicurezza. È per questo che i detenuti aumentano?
Sì, certo, ma in realtà è una sicurezza sociale quella di cui c’è davvero bisogno. Le vite sono incerte perché il lavoro è sempre più precario, la povertà aumenta a causa di politiche economiche scellerate e di un welfare ridotto all’osso. A queste nuove forme di povertà le democrazie di oggi rispondono con le prigioni. Non è cambiato niente negli ultimi cinquecento anni.
In che senso?
La prigione aveva queste stesse funzioni all’inizio della sua storia, nel XVI secolo. Serviva a ripulire le strade. L’istituzione carceraria è nata come risposta a delle forme di povertà. E oggi si risponde allo stesso modo contro i “nuovi poveri”.
Cosa dobbiamo fare per interrompere questa crescita nell’uso del carcere? Come possiamo destituirlo dal suo ruolo simbolico e di gestione delle marginalità e restituirgli a pieno titolo la sola lotta al crimine?
Innanzitutto evitando di fare quello che si fa oggi, quando le politiche penali vengono modulate momento per momento sull’emozione causata da un singolo episodio di cronaca. Le politiche economiche non rispondono alla chiusura di una singola fabbrica.
Perché il sistema penale dovrebbe star dietro a un singolo crimine? Solo perché gli strumenti mediatici gli danno tanto spazio? E poi?
E poi bisogna lavorare sulla lunga distanza. Bisogna farsi carico della marginalità. Badate che io non parlo di inclusi e di esclusi, ma di “marginali”. Nessuno sta fuori dal sistema: può starne ai margini, ma sono tutti inclusi. È il sistema stesso che li colloca ai margini. E allora bisogna uscire dal paradosso di cui parlavo prima. Lo Stato deve riaffermare la propria missione economica e sociale e diventare un generatore di autentica sicurezza.
fonte: il manifesto
Etichette:
carcere,
emergenza,
interviste,
riflessioni
Iscriviti a:
Post (Atom)





