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11 dicembre 2013

Pestaggi e malattie, le denunce di Federico Perna "mi picchiano in cella"

Aggressioni con calci e pugni, sangue, maltrattamenti: Federico Perna, il giovane di Pomezia gravemente ammalato, detenuto a Poggioreale e morto lo scorso 8 Novembre, ne ha scritto dettagliatamente in due lettere-denuncia, che Fanpage.it ha potuto visionare in esclusiva.

12 ottobre 2013

Cucchi, perché non possa più accadere

Il contributo di Ilaria Cucchi che qui pubblichiamo chiude simbolicamente la cronaca dei sette giorni trascorsi da suo fratello Stefano nelle stanze dello Stato, e ricostruiti puntigliosamente nel libro "Mi cercarono l'anima. Storia di Stefano Cucchi" di Duccio Facchini (Altreconomia edizioni, in uscita il 22 ottobre 2013). Ed è una conclusione amara, che affronta senza ipocrisie l'aspetto centrale che si ritrova nelle tristi storie degli “arrestati della notte”: l'esposizione pubblica del dolore da parte dei familiari. Uno strumento in realtà non voluto, temuto, a cui doversi rifare per costringere gli altri a guardare.

7 dicembre 2011

Caso De Cupis: Cristian in ospedale svenne due volte.

Cristian De Cupis è svenuto due volte in ospedale, al Santo Spirito, dove era arrivato dopo aver passato sei ore nelle mani della polizia ferroviaria, alla stazione Termini. Il ragazzo è morto nel reparto detentivo dell’ospedale Belcolle di Viterbo, il 12 novembre scorso. Era stato arrestato solo tre giorni prima con l’accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Gli agenti della Polfer hanno raccontato di essere stati aggrediti a sangue freddo da Cristian, a cui in una borsa vengono trovate due magliette rubate e con il passare delle ore diventa il sospettato numero uno di un’aggressione brutale avvenuta alle prime luci dell’alba a due passi dalla stazione Termini.
Dunque, quando alle 13,50 (era stato fermato poco prima delle 8) arriva in ospedale, il trentaseienne ha degli svenimenti improvvisi, perdite di coscienza inspiegabili che lo rendono insensibile agli stimoli dolorosi. Reazioni strane che devono aver preoccupato i medici dell’ospedale romano, tant’è che il ragazzo viene sottoposto a un nume nutrito di esami, compresa una rx, accertamenti che solitamente non vengono riservati a chi finisce in un pronto soccorso (peraltro, in codice verde, non si sa perché). C’è da dire che Cristian denuncia di essere stato picchiato, motivo in più ad aver probabilmente spinto i medici a fare tutti gli accertamenti del caso. Ma le cose sono andate in modo piuttosto “singolare”: quando Cristian arriva al Pronto Soccorso, infatti, non dice di sentirsi male per le botte, ma per “una caduta dalle scale”, e solo dopo parla apertamente del trattamento subito . Ricorda qualcosa? Sono le parole dette da Stefano Cucchi al medico di guardia presso il Tribunale, che lo visita dopo l’udienza di convalida dels suo arresto per detenzione e spaccio. Secondo il processo ancora in corso a Roma per la sua morte, Cucchi è stato picchiato proprio nelle celle del tribunale. Ovviamente si tratta di due storie solo apparentemente simili, ma questo particolare evidenzia una volta in più come la “caduta dalle scale” sia una delle motivazioni più gettonate per giustificare lividi e escoriazioni.
Ma per tornare al caso De Cupis, dove l’inchiesta è appena iniziata alla procura di Viterbo, un altro particolare che sta emergendo negli ultimi giorni è interessante. Finora si era sempre pensato che Cristian avesse trascorso all’ospedale Belcolle la giornata di giovedì e di venerdì. Lo trovano morto nel suo letto alle cinque di sabato mattina. Invece Cristian arriva a Viterbo tardissimo: alle 23 di giovedì sera. Perché questo trasferimento quasi in piena notte? E dove sta Cristian per tutta la giornata di giovedì, e in quali condizioni? Verosimilmente si trova in un letto del reparto di Medicina generale del Santo Spirito, dove era stato ricoverato mercoledì sera terminati gli esami, ma per il momento non ci sono certezze.
Quando arriva a Belcolle viene sottoposto a una prima visita. Non ha lividi evidenti, solo uno su una coscia. Le condizioni generali sono buone, ma Cristian ha un atteggiamento strano. E’ agitato, agitatissimo. Il dottor Giulio Starnini, primario del Belcolle, che conosceva Cristian perché lo aveva già avuto in cura a luglio, la mattina dopo lo trova seduto sul letto, dopo una doccia, le lenzuola tutte a terra. “Non ci si comporta così in ospedale”, gli dice. Il ragazzo si scusa, ma dice di essere molto triste perché “non ho imparato a stare con gli altri”. Ma continua ad avere un atteggiamento strano, disforico: agitato, molto richiedente – pretende di avere metadone, ma gliene viene fornito solo in basse dosi – e poi con momenti altamente depressivi (“che ci sto a fare al mondo”, si chiedeva piangendo). E’ un atteggiamento che continua ad avere per tutta la giornata, tanto che per il giorno seguente (il sabato) era stata prenotata una visita neurologica, e già giovedì sera era stato sottoposto a una visita psichiatrica. Non è vero dunque che quando gli viene comunicato che la convalida a Roma è stata eseguita e che ha ottenuto i domiciliari (comunicazione che viene fatta dalla polizia al detenuto) lui era tranquillo, felice, si è fatto una doccia e se ne è andato a dormire. Al contrario, continuava ad essere molto agitato. Si fa una doccia (l’ennesima) va a dormire e muore.
Cristian aveva assunto qualche sostanza stupefacente? Forse, ma i suoi esami delle urine lo danno sostanzialmente “pulito”, solo tracce di metadone e benzodiazepine come il Rivotril, prescrittogli anche al Santo Spirito e che è un blando sedativo. Certo, dalle urine tutto si cancella in 48 ore. Molto di più diranno gli esami tossicologici ordinati dalla Procura, che è anche in attesa di quelli istologici. E che, secondo “rumors”, sarebbe intenzionata a passare tutte le carte a Roma. Il capo d’imputazione sarebbe “omicidio colposo”, e i dubbi della Procura si addenserebbero, soprattutto, su quanto avvenuto al Santo Spirito. In quanto alla causa della morte l’autopsia, che non ah rivelato lesioni interne, avrebbe invece individuato un infarto come causa dell’arresto cardio circolatorio.

Cinzia Gubbini da il manifesto

6 novembre 2011

"Malapolizia", la linea sottile tra ordine pubblico e abuso di potere

Molti anni dopo, di fronte a un cadavere con dodici costole fratturate e la milza spappolata di un ragazzo morto nelle procedure d'arresto, faccia a terra, con i segni delle manette - qualsiasi "nerista" scriverà che si tratta di un nuovo caso Aldrovandi. Lo scriverà, sebbene con mille cautele e condizionali all'ingrosso. Riporterà invece puntualmente le dichiarazioni dei vertici di polizia o carabinieri, parole rassicuranti che, anche di fronte all'evidenza, ci marceranno pescando nel repertorio della retorica delle "mele marce". Ma quel nerista non potrà non fare cenno al caso Aldrovandi.
Era l'alba di una domenica di settembre del 2005 quando il diciottenne ferrarese restò ucciso nel corso di un misterioso e violento «controllo di polizia» di fronte al cancello dell'ippodromo della sua città. Chi parlò a nome della Questura usò proprio questa formula «controllo di polizia». Ma i giudici scopriranno che già era partita la macchina del depistaggio. Da allora il caso Aldrovandi è l'archetipo della «malapolizia», un termine coniato da Liberazione - il primo quotidiano a raccogliere la denuncia di Lino e Patrizia, i genitori del ragazzo - per indicare i misteri e la mole di abusi nel "normale" svolgersi delle funzioni di polizia. Qualcosa di diverso ma non meno feroce dalla "straordinaria" repressione vista in atto sulle strade genovesi o alla Diaz e a Bolzaneto. Qualcosa di quotidiano, consuetudinario. Normale, appunto. Così normale che più di tre quarti dei colleghi dei quattro indagati, duecentocinquanta agenti della questura estense, manifesteranno in varie forme la propria solidarietà alle ultime quattro divise che videro vivo un ragazzo disarmato, incensurato, inerme, che non stava commettendo alcun reato. La condanna dei quattro in fondo a una faticosissima inchiesta della famiglia, sostenuta da una campagna di solidarietà in diverse città, ha scosso la proverbiale prudenza dei "neristi", assuefatti al flusso di notizie ben pastorizzate distribuite dagli uffici stampa delle forze dell'ordine. Da allora, infatti, sono usciti un bel po' di articoli, programmi tv e libri su quello e su altri casi di malapolizia.
Questo libro ha il merito di averne messi in fila un bel po', nell'assenza di qualsiasi statistica ufficiale, e di aver cercato un filo nero che li collegasse. Perché non è vero che di certe cose la stampa non ne parli. All'epoca del web è quasi impossibile che un fatto di cronaca venga insabbiato. E' vero che la stampa mainstream soffre di una dipendenza dalle fonti ufficiali - un giudiziarista penderà dalle labbra della Procura, un nerista da quelle dei comandi e così via - che ha l'effetto collaterale di produrre censura e autocensura. E' vero che, dopo il clamore del caso Aldrovandi, quel tipo di stampa ha imparato a parlarne come sa fare lei: trasformando in spettacolo il dolore di chi, scaraventato sulla scena pubblica dalle manganellate letali di un tutore dell'ordine su un figlio o un fratello, è costretto a rivivere lo strazio più immane della propria vita inseguendo brandelli di verità e giustizia. Così può accadere che Giuliano Giuliani, un decennio dopo l'omicidio di suo figlio in piazza Alimonda, sia ancora in giro per l'Italia a mostrare il filmato dell'agonia di Carlo. Oppure Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, morto dopo essere desaparecido per sei giorni tra un carcere e un repartino penitenziario di un ospedale romano, si senta chiedere da un noto anchorman dell'ammiraglia Mediaset: «Ma com'era suo fratello da bambino?». Bisogna fare pena se non si riesce a ribaltare i ruoli - come è capitato a Carlo come è stato tentato con Federico. E alla fine faranno pena tutti, aggressori e aggrediti perché resta potente la retorica pasoliniana dei figli del popolo. Tutto il dolore possibile va in scena, anche il sangue buca lo schermo, purché si eviti un ragionamento pubblico su che tipo d'uomo scelga di fare il poliziotto o il carabiniere al tempo del nuovo modello di difesa e della tolleranza zero. E di quale tipo di agente riesca a far carriera operando in quello che ormai appare come il fronte interno della guerra globale. Il Viminale e Viale Romania, quartier generali di ps e carabinieri, preferiscono distrarre l'opinione pubblica fornendo tutto il know how all'industria della fiction e perfino la pletora di sindacati di polizia, con marginali eccezioni, si sottrae al confronto pubblico sulla "malapolizia", ovvero sul moltiplicarsi di episodi di devianza da parte di cittadini in divisa e sulla relazione che questa devianza ha con i processi di rimilitarizzazione, con il modello di reclutamento e formazione in auge. E tutti si rifiutano di accettare perfino blande misure - come un codice alfanumerico sul casco di chi agisca travisato in ordine pubblico - che garantiscano i cittadini con la divisa o senza. Anzi, una delle sigle più importanti, ha inviato propri osservatori in Val Susa «per monitorare il comportamento dei manifestanti» e ha istituito una «help line telefonica» per i colleghi che occupano militarmente la valle a cui si promette «assistenza a 360 gradi gratis, anche legale se sarà necessario».
Da sempre gli unici posti al mondo in cui la gente si massacra cadendo dalle scale o si ammazza sbattendo la testa sul pavimento sembrano essere i commissariati o luoghi assimilabili. Da troppo tempo l'Italia è un «Paese di comitati», unici strumenti per la memoria collettiva, come non si stanca di ripetere Manlio Milani, la cui moglie fu uccisa nella strage di Piazza della Loggia del '74. Lo scarto di questo libro dalla corposa bibliografia, che pure lo ha generato, sta nella capacità di far parlare le carte, di non fare leva sulla compassione per comprendere i fatti in questione. Sta nella scelta di far parlare i fatti fino a scoprire che la malapolizia è una categoria necessaria per una critica del neoliberismo. E' proprio dentro le aree di esclusione sociale, indotte dai processi di precarizzazione delle vite e privatizzazione dei servizi, che mutano anche le politiche di controllo: questi cessa di essere uno strumento per la ricostruzione dell'integrazione sociale e diviene funzionale alla costituzione di recinti urbani, alla costruzione dello stigma per soggetti, etnie e classi "pericolose" perché marginali e subalterne. E' così che funziona la fabbrica della paura. E, in questo senso, la legge Reale, la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi non sono più violente del pacchetto Treu o della legge 30.
Questo libro ci insegna a leggere che ogni volta che siamo di fronte a un misterioso e violento controllo di polizia bisogna iniziare col domandarsi chi controlla la polizia. «Quello che vorrei - ha spiegato Fabio Anselmo, legale degli Aldrovandi all'indomani del giudizio d'appello - è che questo caso serva per spazzare via il pregiudizio deleterio della presunzione di fidefacenza degli imputati in divisa e dei loro colleghi che indagano. Gli imputati in divisa andrebbero trattati come imputati normali e le indagini su di loro affidate a terzi. Ma questo non accade mai».

Checchino Antonini

26 ottobre 2011

Asti: La testimonianza di un detenuto, era un incubo...

Parla Andrea Cirino, il carcerato che ha aperto il caso. Era arrivato nel carcere di Asti da un paio di mesi, Andrea Cirino, 33 anni, di Torino, all'epoca dei fatti tossicodipendente. È uno dei due detenuti (insieme a Claudio Renne, di 29 anni) sulla base delle cui deposizioni la procura astigiana aveva chiesto il rinvio a giudizio di 12 poliziotti penitenziari. Sette sono stati prosciolti, cinque andranno a processo il 27 ottobre prossimo.
Cirino, nel dicembre 2004, era rinchiuso ad Asti nella sezione B2 per rapina con lesioni quando un giorno litigò con un agente e gli mise le mani addosso. "L'ho aggredito io, mentre Renne, mio compagno di cella, cercò di dividerci", racconta. Sorvolando su quella che lui descrive come una vera e proprio ritorsione immediata, con gli "agenti che mi prendono a calci e pugni mentre vengo accompagnato dal comandante", partiamo dal suo racconto di quei venti giorni passati da allora in cella di isolamento. Ovviamente, la sua testimonianza è per ora solo un atto di accusa. E gli agenti in questione sono innocenti, fino a condanna definitiva.

Dove la portano? Cosa succede?
Vengo rinchiuso nell'ultima cella a sinistra, Renne nell'ultima a destra: dalla parte opposta. C'erano altri detenuti in altre celle. Da subito iniziano le violenze: mi lasciano completamente nudo, con una branda senza materasso né coperte, alle finestre non c'erano vetri e faceva molto freddo. C'era un piccolo termosifone acceso ma se provavo ad appoggiarmi gli agenti battevano sulle sbarre e mi insultavano. Io non dormivo mai perché sapevo che quando bevevano o si drogavano poi venivano a picchiarci.

Si drogavano? È un'accusa grave questa.
Ho raccontato tutto all'ispettrice di polizia a capo delle indagini (Antonella Reggio, ndr) e ai pm: si vedeva dagli occhi che avevano tirato cocaina. O bevuto. Erano troppo esaltati e con una cattiveria che non era normale. Non mi davano quasi mai nulla da mangiare o da bere e quando lo facevano ero sicuro che ci avessero sputato o urinato dentro. Quindi rifiutavo e rispondevo ai loro insulti. E loro si scatenavano: mi picchiavano di giorno e di notte con gli anfibi e io rannicchiato per terra cercavo di coprire faccia e testicoli. Non lo facevano solo con me, ho sentito le grida anche di altri detenuti malgrado chiudessero i blindati. A volte al pestaggio partecipava anche qualche detenuto loro alleato.

Chi poteva accedere al reparto?
Il medico, ma non veniva mai, e l'infermiera per le terapie. Io prendevo dei tranquillanti altrimenti impazzivo, eppure non riuscivo a dormivo per paura.

L'inchiesta sul carcere di Asti si apre dopo che un assistente di polizia penitenziaria e la sua convivente vengono arrestati per droga. Da lì partono le intercettazioni e la prima testimonianza raccolta è quella di Renne. Lei però nega tutto, perché?
Perché ero stato trasferito ad Aosta, dove non conoscevo nessuno e avevo paura. Renne invece era ancora nel carcere di Asti e a quel punto nessuno poteva più toccarlo.

Possibile che tutti gli agenti fossero collusi?
C'era un brigadiere siciliano che a un certo punto cercò di farli smettere. Me lo disse un detenuto che partecipava ai pestaggi e i miei amici che dalle finestre di sotto mi urlavano di resistere, che stavano cercando di aiutarmi.

Lei ha mai tentato di suicidarsi?
No, ho fatto un gesto di autolesionismo solo una volta perché mia figlia stava per morire e io volevo uscire per vederla.

E invece gli agenti sostengono di averla salvata da un tentato suicidio.
Un giorno mi portano un bel piatto di pasta e io, sfinito, accetto anche se penso a cosa possano averci messo dentro. Poi non mi ricordo più nulla e mi sveglio in ospedale col collo tutto viola. Mi dicono che ho tentato di suicidarmi. Ma non è vero: io ero completamente nudo, dove avrei trovato il laccio di scarpe? E il gancetto dove dicono che mi sarei impiccato non avrebbe mai retto il mio peso. Mi hanno riferito che al cambio di turno delle 16 una guardia mi avrebbe trovato in quelle condizioni.

Ma se avessero voluto ucciderla non lo avrebbero fatto nel cambio di turno.
Non so, forse erano solo mossi da impulsi bestiali.

Come vive adesso?
Ho sempre paura di uscire, ho paura di vederli anche in tribunale. Soffro di attacchi di panico. Sto cercando lavoro, ogni tanto faccio l'elettricista, ma non è facile.


fonte: il manifesto

La verità scomoda che riapre il caso di Giuseppe Uva

Lucia Uva non vuole un risarcimento. Vuole la verità. Dopo più di tre anni di lotta, una perizia ordinata dal tribunale ha riaperto il processo sul decesso di suo fratello. Giuseppe Uva è morto nella notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. È stato fermato per schiamazzi, portato nella caserma dei Carabinieri di Varese dove è stato trattenuto per ore.
L’amico che era con lui, Alberto Biggiogero, giura di averlo sentito gridare tanto che ha chiamato il 118 perché “qui stanno massacrando un ragazzo”. Nessuno, però, ha mai voluto sentire la sua testimonianza. Eppure sono stati gli stessi carabinieri poco dopo a chiamare l’ambulanza per trasferire Uva all’ospedale psichiatrico dove è deceduto.
È stata proprio sua sorella in obitorio a fotografare la sua salma sfigurata. Foto orribili che, come in altri casi analoghi, certificano con brutale evidenza lo stato di quel cadavere: un corpo martoriato con ecchimosi estese e bruciature simili a quelle causate da sigarette. Si tratta di un dato di fatto che da solo avrebbe dovuto portare ad un’indagine seria su ciò che è avvenuto quella notte nella caserma dei Carabinieri di via Saffi. Invece il procuratore di Varese Agostino Abate ha deciso di concentrarsi solo su ciò che è successo dopo, in ospedale. Il pm infatti ha dato corso ad un processo che vede come unico imputato per omicidio colposo un medico che avrebbe ucciso Uva somministrandogli un’improvvida dose di calmanti.
Questo processo però settimana scorsa è stato completamente messo in discussione da una perizia disposta dal giudice Orazio Muscato. I tre esperti incaricati del lavoro hanno certificato che Giuseppe Uva non è morto a causa dei calmanti. “Le dosi somministrate - si legge nella perizia - risultano inidonee a causare il decesso”. Non solo. Sui jeans indossati da Uva quella notte sono state riscontrate tracce ematiche, ma anche tracce di feci, urina e sperma. Per questo hanno richiesto di completare la perizia riesumando la salma e effettuando una Tac.
A questo punto il procuratore Agotino Abate deve spiegare alla sorella, ma anche alla città di Varese e a tutto il paese, il perché di così tante ed evidenti incongruenze tra la vicenda processuale da lui condotta e la realtà che emerge da una perizia che poteva essere compiuta molto tempo prima. Perché il fascicolo aperto sul fermo di Uva è rimasto e rimane chiuso nei cassetti della procura? Perché l’autopsia effettuata sul cadavere e resa nota dopo mesi dal decesso parla solo di “lievi escoriazioni”?
Perché il medico legale di cui si è avvalsa la procura, il dottor Marco Motta, ha ritenuto di indirizzare le indagini esclusivamente sulla pista del farmaco letale? Perché quei jeans macchiati di sangue sono stati riconsegnati subito alla famiglia la quale, per sua iniziativa, li ha immediatamente riportati alla polizia? E perché si è dovuto attendere l’esito della perizia per sapere ciò che si poteva presumere sin da subito? Gli esperti interpellati dal tribunale dicono che su quei jeans c’è una macchia di sangue di 16 centimetri per 10 all’altezza del cavallo. Una traccia macroscopica che, come ricorda l’avvocato di Lucia Uva, Fabio Anselmo, è stata derubricata dai pm a “macchia di pomodoro”.
Infine è lecito chiedere, come fa l’associazione a “Buon Diritto” di Luigi Manconi: “si può escludere che Uva abbia subito violenza sessuale?”. Per avere risposta a queste domande l’unica via è che il tribunale di Varese disponga la continuazione di quella perizia senza ulteriori perdite di tempo. E c’è da giurare che il senso di giustizia del procuratore Abate lo porterà a sottoscrivere questa richiesta. Lo merita Lucia Uva e lo pretendono tutti coloro che hanno diritto di sapere che cosa è successo davvero.

fonte: il manifesto

25 ottobre 2011

Asti: Botte e vessazioni a due detenuti, cinque agenti rinviati a giudizio

Cinque agenti della polizia penitenziaria, in servizio nella casa circondariale di Asti, sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti: entrambi sono stati lasciati per alcuni giorni, in isolamento, completamente nudi in una cella priva di vetri alla finestra, di materasso, di lavandino e di sedie; per vitto è stato fornito loro solo pane ed acqua.
Ai due, inoltre - secondo l' accusa - veniva impedito di dormire. Il processo contro i cinque agenti penitenziari comincerà tra tre giorni, il 27 ottobre, ad Asti. Le vittime, Claudio Renne e Andrea Cirino, hanno denunciato maltrattamenti da carcere "turco" da parte della "squadretta" di agenti che avevano instaurato all'interno della struttura carceraria "un tormentoso e vessatorio regime di vita", si legge nell'imputazione.
Claudio Renne, nel dicembre del 2004 - secondo quanto emerge dagli atti dell'inchiesta - viene portato in una cella di isolamento, come punizione per aver cercato di placare un diverbio tra un agente e un altro detenuto. La cella è priva di materasso, sgabelli e acqua. La finestra è priva di vetri e Renne ci rimarrà per due mesi, i primi due giorni completamente nudo.
Il cibo, racconta il detenuto, è limitato a pane e acqua, ma a volte gli agenti gli lasciano dietro la porta della cella il vitto del carcere che lui può vedere ma non prendere. Le botte si ripetono più volte al giorno, calci e pugni su tutto il corpo, tanto che gli sarà riscontrata la frattura di una costola oltre ad una grossa bruciatura sul volto causata da un ferro rovente. Il più feroce dei suoi carcerieri, uno dei cinque agenti rinviati a giudizio, che agiva spesso sotto effetto di alcol e droga, nel corso di un pestaggio gli strappa con le mani i capelli che Renne aveva raccolti in un codino sulla nuca.
Tra il dicembre 2004 e il febbraio 2005 anche Andrea Cirino viene tenuto in isolamento, per 20 giorni, e gli viene negata l'acqua. La notte, racconta, gli agenti gli impediscono di dormire battendo le grate della cella, il giorno viene picchiato ripetutamente. Cirino, in seguito, tenterà il suicidio per impiccagione.
"Dalle intercettazioni e dalla relazione di polizia giudiziaria emergono particolari inquietanti", afferma Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che ha chiesto di costituirsi parte civile al processo. "Nel carcere di Asti - aggiunge - vigeva una cultura diffusa di violenza da parte dei poliziotti e di indifferenza da parte di medici e direttore".
un assistente di polizia penitenziaria dello stesso carcere nel 2006 testimonia: "nel caso in cui i detenuti risultino avere segni esterni delle lesioni, spesso i medici di turno evitano di refertarli e mandano via il detenuto dicendogli che non si è fatto niente o comunque chissà come si è procurato le lesioni. Inoltre lo convincono a non fare la denuncia dicendogli che poi vengono portati in isolamento e picchiati nuovamente". In una intercettazione ambientale tra uno degli imputati e un altro agente del carcere, il primo afferma: "Ma che uomo sei... devi avere pure le palle... lo devi picchiare... lo becchi da solo e lo picchi... io la maggior parte di quelli che ho picchiato li ho picchiati da solo...".

L'ex direttore: io non ho responsabilità, processo accerterà verità
"La polizia giudiziaria ha ipotizzato mie responsabilità ma è stata smentita dalla stessa procura che non le ha giudicate plausibili. Spero che ora il processo consenta di accertare la verità. Se sarò chiamato a testimoniare lo farò molto volentieri per dare un contributo a chiarire i fatti".
Così Domenico Minervini, ex direttore del carcere di Asti e attualmente direttore della casa circondariale di Aosta, commenta la notizia del rinvio a giudizio di cinque agenti della polizia penitenziaria astigiana per aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti.
In merito alla vicenda, Minervini sottolinea: "Ho sempre trasmesso alla procura le segnalazioni di pestaggi o abusi nei confronti di detenuti. In quel caso il personale non mi aveva segnalato nulla e quindi non ho potuto informare la magistratura: si tratta di pubblici ufficiali che avevano l'obbligo di relazionarmi e non l'hanno fatto. Ora il processo accerterà eventuali responsabilità".
Minervini, infine si dice "amareggiato per la superficialità dell'associazione Antigone" che ha parlato di indifferenza da parte dei medici e del direttore del carcere di Asti. Secondo Minervini l'associazione "ha fatto affermazioni senza aver letto le carte dell'inchiesta. Io non ho ricevuto alcun provvedimento da parte della procura, nemmeno un avviso di garanzia, segno che i magistrati hanno reputato che sono totalmente estraneo alla vicenda contestata.

fonte: Ansa

4 agosto 2011

Testimonianze: a Lampedusa abusi e violenze

Di ritorno da Lampedusa, pervasa di impotenza. Nelle orecchie ancora le urla di un ragazzino che tenta di ribellarsi ad una perquisizione. Eravamo a Contrada Imbriacola a salutare i ragazzi e Tracy, una bellissima minore nigeriana che, quando mi abbraccia, prende la rincorsa e poi si stringe con la testa sulle spalle, sorride e abbassa lo sguardo un po' vergognosa.
Angelina (un nome, una garanzia) di Msf le ha portato “il piccolo principe” in inglese e lei se l'è divorato in una notte. Vorrebbe leggere ancora e ancora ma sull'isola in inglese c'è solo la bibbia (che il prete distribuisce a larghe mani insieme a rosari colorati) e lei la sta studiando a memoria.. Da una stanza accanto ai bagni sentiamo urlare, la porta è accostata, mi avvicino vedo M. il parrucchiere filosofo, come lo abbiamo ribattezzato.
Lui parla spesso con noi, è sveglio e parla un buon francese. In Tunisia faceva il barbiere ed è scappato non per problemi economici ma per l'instabilità del suo paese (dove gli scontri non sono mai cessati ma si è solo smesso di parlarne) per questo motivo ha già manifestato la sua volontà di chiedere asilo. Cionostante si trova rinchiuso insieme agli altri da settimane a Contrada Imbriacola. Neanche a lui come agli altri è stato notificato alcun provvedimento di trattenimento: trattenuto di fatto ma non di diritto. In attesa di non si sa cosa, M. non si perde d'animo. Come molti altri rifiuta il cibo definito immangiabile distribuito dalla Lampedusa Accoglienza. Lui però a differenza degli altri ha qualche soldo in tasca che è riuscito a portare con sé e proteggere nel viaggio. Per questo appena può cerca di uscire dal Cpsa per andare a comprarsi cibo e sigarette e poi torna.
Lui è sveglio, sa che la sua detenzione è illegittima e comunque non vuole scappare (e dove potrebbe andare, si trova su un'isola peraltro presidiata da ogni tipo di forza armata, compreso l'esercito) vuole solo per mezz'ora sentirsi “normale” mangiare cibo vero, tipo un panino bere una coca e fumarsi una sigaretta. Vuole per mezz'ora non sentirsi un criminale in gabbia. Gli spieghiamo ogni giorno che non può uscire, che deve resistere, che tra poco verrà trasferito in un centro per richiedenti asilo (Cara) e chi lì andrà meglio. Ma lui non ci ascolta, scuote la testa.
M. crede che le persone abbiano il diritto di essere felici o almeno di provarci, e si preoccupa per noi. Dice che ogni giorno ci vede più stanche, vede i nostri visi provati e gli occhi tristi. Scherza con noi e si preoccupa dei nostri di diritti, dice che non è normale che tre ragazze (beh io non lo sono più da un po' di anni ma lui è galante) su un'isola bellissima passino il loro tempo in quel posto schifoso anziché su una spiaggia. Mi domanda se dormo abbastanza perché effettivamente ho le occhiaie dopo qualche notte insonne, gli spiego che ho troppi pensieri e non riesco a dormire. Ha una soluzione: mi dice di passare al Centro prima di coricarmi: mi terrà da parte il cibo che l'ente gestore distribuisce e mi assicura che dopo averlo ingerito si prende subito sonno. Quel cibo fa schifo ma fa dormire.
Ora M. è rinchiuso in una stanza e sta subendo una perquisizione fin troppo approfondita a giudicare dalle urla e dai guanti di lattice che fasciano le mani dei poliziotti e degli agenti della guardia di finanza che si affollano nella stanza. Vorrei fare qualcosa per lui ma questa non è una perquisizione normale. Non credo sia stato avvertito del diritto di nominare un avvocato perché assista alla perquisizione (né che alla fine gli verrà consegnato un verbale che ne specifichi l'esito) e quindi non ho diritto ad assisterlo non essendo stata da lui nominata.
Mi avvicino più che posso, chiedo informazioni ma l'unica risposta che ottengo é che la perquisizione è necessaria perché questi ragazzi quando escono dal centro magari comprano le lamette (per poi inghiottirle quando la depressione e la rabbia prendono il sopravvento) e se le nascondono “ovunque” e quindi spetta a loro, alla polizia, frugare “ovunque” per scovare queste eventuali lamette.
E così quella che sembra un'arbitraria punizione sarebbe un legittimo atto dovuto. Peccato che viola qualunque regola procedurale in materia e che si svolge su di un ragazzo richiedente asilo privato da settimane illegittimamente della libertà personale. Ma soprattutto perché nessuno si domanda come mai dei ragazzini che hanno rischiato la vita per tentare di avere un futuro, una volta rinchiusi nelle gabbie di Contrada Imbriacola (o negli altri centri) coltivino tutta questa voglia di morire? E perché nessuno fa nulla per evitarlo?
Restiamo lì finché le urlano non cessano, poi lo vediamo uscire, lo spingono verso il cancello, verso la gabbia degli adulti: chiede una sigaretta, gliela danno ma gli impongono di dire grazie. Glielo urlano, devi dire grazie! Lui allora urla grazie ad ognuno dei poliziotti che l'ha perquisito, con aria di sfida, con l'orgoglio di chi può essere spogliato e perquisito ma non sottomesso. I poliziotti non la prendono bene e mentre lo strascinano al cancello gli urlano: vedrai il grazie che ti diremo noi tra poco.
Il mio aereo parte tra 50 minuti e comunque lì sono totalmente inutile. E così frustrata e nauseata lascio M., il centro e l'isola. Sull'aereo sento addosso, appiccicata sulla pelle e negli occhi tutta la violenza che, impotente, ho visto e sentito in questi giorni.
Avvilita, mi aggrappo allora, per non essere sopraffatta dalla nausea e dalla disperazione, ad un pensiero felice. Ad una speranza. Un miracolo di cui sono stata spettatrice. A Lampedusa per una settimana una cinquantina di ragazzi (ma anche qualche adulto) ha partecipato al campeggio organizzato da Amnesty International per i diritti umani. Hanno sostato fuori dai centri, salutato sbracciandosi i giovani prigionieri, hanno parlato di leggi e di diritti, hanno fatto domande e cercato risposte. Con curiosità, purezza ed intelligenza. Accoglienti, preparati e partecipi. Volevano portare il loro saluto ai migranti detenuti nei centri ma non gli è stato concesso. Volevano trasmettere la loro vicinanza ai loro coetanei migranti. Le hanno provate tutte. Si sono ingegnati e poi hanno scritto questa lettera perché la leggessimo ai minorenni rinchiusi alla Loran.

Siamo arrivati da diverse parti di Italia e d'Europa, siamo giovani e meno giovani, abbiamo provato a portarvi un sorriso, abbiamo provato a raggiungervi per conoscere il Vostro sorriso abbiamo provato ad incontrarvi per ascoltare i vostri nomi e per darvi il nostro benvenuto, abbiamo guardato da lontano i vostri saluti e abbiamo risposto salutandovi: Volevamo correre, saltare il cancello e con un pallone conoscervi per condividere qualche istante sereno... ma non cel'abbiamo fatta a far sii che il nostro sorriso potesse diventare anche il vostro... Noi, e tanti altri con noi, continueremo a sperare di ascoltare i vostri racconti, non smetteremo mai di chiedere i vostri sorrisi, continueremo a cercare il vostro abbraccio e non finiremo mai di chiedere di farci incontrare... Non possiamo venire lì, ma di certo non smetteremo mai di aspettarvi qui!

C'era un silenzio irreale nel centro: 101 ragazzi muti, raccolti intorno a noi, ad ascoltare questa testimonianza di empatia. Hanno applaudito due volte e alla fine con gli occhi umidi mi hanno chiesto di ringraziare questi amici sconosciuti. Hanno pensato a tutti i ragazzi di Amnesty. Anche ai lampedusani che sanno di essere stati accoglienti quando lo Stato latitava. Così hanno deciso di scriverla questa riconoscenza tracciando sulla sabbia della spiaggia la scritta Grazie rivolta verso il paese, verso gli isolani, e poi immortalando l'immagine in tante cartoline distribuite nella festa serale nella via principale dell'Isola. Nella piazza di fronte alla chiesa hanno predisposto un piccolo percorso di candele e scritte.
Trovo, tra le altre, questa versione geniale e commuovente del Padre Nostro. Gian Marco, l'autore, è uno dei “campeggiatori” di Amnesty, un giovane poeta.

Migrante Nostro. Migrante Nostro, Che sei nei centri, Sia rispettato il tuo nome Venga il giorno in cui ovunque la terra ti accolga, Ti sia restituita la tua Dignità, Come in mare Così in terra. Che non ti sia negato il pane quotidiano Perdona a noi la violazione dei tuoi diritti Come noi ci impegniamo a non esserti più debitori. E non ricorriamo ingiustamente alla detenzione ma liberiamoti dal mare... Amin
(Gian Marco Giuliana con l'inestimabile aiuto di Helena Caruso).

Questi ragazzi così belli e creativi sono la nostra Italia migliore, da difendere e far crescere. Penso a loro sull'aereo. E ricomincio a sperare.

Alessandra Ballerini @valigia blu - riproduzione consigliata


Nel decimo anniversario del G8 di Genova, Amnesty International chiede all'Italia di introdurre il reato di tortura, gli strumenti per prevenire e punire gli abusi di funzionari e agenti delle forze di polizia e le misure per identificare gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Firma l'appello di Amnesty International Operazione trasparenza, diritti umani e polizia in Italia

12 maggio 2011

Processo "Aldrovandi ter": Condannato l’ex dirigente delle volanti della polizia

Paolo Marino è stato condannato a 3 mesi, con l’interdizione per un anno dai pubblici uffici. È la sentenza emessa ieri pomeriggio dal giudice collegiale di Ferrara (presidente Giorgi, a latere Rizzieri e Attinà) al termine del processo “Aldrovandi ter”, che vedeva imputato l’ex dirigente delle volanti della polizia per omissione in atti di ufficio.
Il procedimento contro l’ufficiale di polizia (già condannato a un anno per omissione nell’Aldrovandi bis per aver omesso di informare dettagliatamente il pm di turno di quanto accaduto in via Ippodromo il 25 settembre 2005, quando morì Federico), come ha spiegato il pm Nicola Proto in sede di requisitoria (al termine della quale chiederà nove mesi), nasceva dall’imputazione coatta formulata dal gup Monica Bighetti dopo la richiesta di archiviazione del pubblico ministero.
L’accusa consisteva nella mancata trasmissione dei brogliacci della questura relativi all’intervento delle volanti, nei quali comparivano correzioni e cancellazioni fatte a mano. “Nessuno sapeva dell’esistenza di quel brogliaccio, importante per capire gli orari di arrivo delle due volanti in via Ippodromo – fa notare Proto – fino al febbraio 2007, quando la difesa degli imputati ne chiese l’acquisizione”. L’allora capo della Mobile Pietro Scroccarello prese il registro e si accorse delle modifiche che spostavano in avanti di cinque minuti la chiamata di una pattuglia.
“Il gup ravvisò un’omissione in atti di ufficio – ricostruisce Proto – dal momento che il dirigente della squadra volanti aveva l’obbligo di trasmetterlo”.
Nella sua arringa, invece, l’avvocato Piersilvio Cipolotti sostiene che “i brogliacci non sono un atto pubblico, dal momento che sono equiparabili ad appunti, con mera funzione di annotazione: un documento interno all’ufficio, quale può essere il quaderno di una segretaria: e un documento privato non diventa atto pubblico solo in virtù dell’acquisizione in un processo penale”. E di quel “quaderno”, inoltre, Marino “non ne prese nemmeno visione”. E, proprio perché semplice documento e non atto pubblico, “non lo trasmise come informativa”.
Tutt’al più secondo Cipolotti “si può parlare di omessa denuncia, che tra l’altro è la descrizione del capo di imputazione, che il pm erroneamente rubrica come omissione”. Di conseguenza, se si tratta di omessa denuncia, è un reato perseguibile a querela di parte “e qui manca la relativa denuncia”. Se invece si insiste sulla omissione, “manca la qualità di atto pubblico”. Alla fine il difensore chiederà l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”.
Il giudice, al termine di un’ora di camera di consiglio, ha accolto solo in parte le critiche mosse al capo di imputazione originario dall’avvocato, condannando Marinno per omessa denuncia aggravata. “Aspetteremo di leggere le motivazioni della sentenza (attese tra 90 gironi, ndr) – commenta a margine del’udienza il legale – e faremo sicuramente ricorso”.
In aula c’era anche Lino Aldrovandi, il padre di Federico: “un altro passo verso la giustizia” è stato il suo commento all’uscita dell’aula.

3 maggio 2011

Roma: Violenza della polizia al concerto a piazza San giovanni

Due poliziotti in borghese arrestano due giovani per uno spinello durante il concerto in piazza San Giovanni, violenza gratuita davanti a tanti giovani e bambini... e gente che rimane tranquillamente a guardare...

Caso Uva, polemiche sul processo

Nuova puntata del caso Uva, giunto alla seconda udienza davanti al tribunale di Varese. In aula anche domani saranno presenti Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, e Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi. Le due donne sostengono con passione la battaglia di Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto nel giugno del 2008 all'ospedale di Varese, dopo il fermo in via Dandolo e l'interrogatorio nella caserma dei carabinieri. E oggi (venerdì 29 aprile), le tre donne hanno tenuto una conferenza stampa, alla Coopuf di via De Cristoforis, per tenere alta l'attenzione della società civile su questa vicenda. La conferenza stampa è stata realizzata con l'appoggio del comitato provinciale dell'Arci di Varese e dell'associazione “Antigone Lombardia”, con la presidente regionale Alessandra Naldi. Secondo quest'ultima è necessario «rompere il velo di silenzio intorno al caso e fare sì che l'opinione pubblica vigili sulla vicenda». Patrizia Moretti è stata la prima ad affrontare il dolore della morte e del silenzio della giustizia, ma per il decesso del figlio, a Ferrara, c'è già stata una sentenza di primo grado:«Siamo contro la violenza – ha tuttavia ricordato a scanso di equivoci – e pertanto ci sentiamo anche vicine ai familiari dei carabinieri picchiati a Grosseto. Su questo caso, invece, devo dire che ci sentiamo vicine a Lucia Uva, che non ha avuto ancora una vera giustizia e che, devo dire, è stata anche trattata in maniera ostile alla scorsa udienza, quando il pm ha chiesto di farla uscire dall'aula. Ci è sembrata una decisione un po' crudele».
Ilaria Cucchi è d'accordo:«Noi familiari, in aula, riviviamo ogni volta un grande dolore. E' accaduto anche a me, ieri, al processo di Roma per la morte di mio fratello. E' per questo che non capisco come mai vi sia questa ostilità, in aula, verso Lucia. Ci vuole più umanità».
Il dialogo delle donne chiamate da Antigone è stata appassionato e a tratti commovente. Sono persone molto sensibili e che stanno affrontando i processi andando a sostenere l'una le altre.
Ma se da un alto la coscienza civile e la forza di queste donne suscita ammirazione, dall'altro vi è il risvolto giudiziario che vede Lucia Uva in una posizione davvero polemica nei confronti del pm Agostino Abate, a cui i giudici non hanno mai contestato nulla. La donna lo ha criticato nuovamente con una lettera dai toni molti accesi: «Se davvero pensa che io abbia manomesso il cadavere di mio fratello mi deve denunciare» ha anche detto durante il suo intervento. C'è davvero un muro di incomprensione e rancore che si è levato verso la procura. Ma Lucia è una persone semplice e di cuore e ha sentito nei suoi confronti molta asprezza che la fa soffrire profondamente. Sono sentimenti che vanno oltre il lavoro dei pm ed é da questi presupposti che si deve partire per capire come mai il processo che vede imputati tre medici, stia suscitando polemiche.

fonte: Varese News

2 maggio 2011

Ilaria Cucchi parla del processo in corso per la morte di Stefano: “ho brutta sensazione”...

“Ho una brutta sensazione, perché sentire e vedere che una o due persone sentite ieri ammettono che mio fratello era come quando è entrato in carcere e non come le foto che abbiamo visto tutti...”.
A parlare è la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, il romano di 31 anni fermato dai Carabinieri per droga il 15 ottobre 2009, al Parco degli Acquedotti di Roma, e morto il successivo 22 mattina nella struttura di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini. Intervistata dall’emittente radiofonica Centro Suono Sport, ha spiegato: “La donna che disse di non intervenire quando furono udite le urla d’aiuto? Fra gli imputati ci sono anche infermiere e dottoresse, ma nessuna del carcere però. Il fatto che mio fratello urlasse, è l’anello mancante, e che fa più male.
Vedere l’indifferenza di fronte a mio fratello, un ragazzo che ha perso la vita così...”. Si sono sentite molte testimonianze discordanti (ieri c’è stata la seconda udienza del processo): “Alcuni prima affermavano una cosa che adesso rinnegano. Io vorrei solo sapere la verità”. Durante l’udienza un carabiniere ha parlato della paura che aveva Stefano del giudizio della famiglia per il nuovo problema giudiziario: “Sì, è un cosa che fa male perché in quei momenti quella era la sua più grande preoccupazione, noi non solo abbiamo saputo dell’arresto ma abbiamo risaputo anche della droga”.
Secondo Ilaria verranno chiamate a testimoniare le donne che erano recluse con Stefano quella sera: “Penso di sì, ci sono circa 150 testimoni, i capi d’accusa si basano su quello. In più vorrei avere tante risposte anche di altri momenti. Ogni elemento è indispensabile quando si cercano di ricostruire determinate situazioni”.

fonte: Dire

29 aprile 2011

Prime testimonianze dei carabinieri al processo Cucchi: Stefano cercò aiuto

Stefano Cucchi avrebbe cercato di chiamare l'attenzione su di sè mentre si trovava all'interno della cella nel  sotterraneo di piazzale Clodio in attesa dell'udienza di convalida del fermo. A riferirlo oggi in aula, davanti ai giudici della terza Corte d'assise di Roma, è stato il carabiniere Francesco Tedesco, il militare che aveva proceduto all'arresto di Stefano Cucchi e che quella mattina lo aveva accompagnato in tribunale insieme ad altri carabinieri. "Ho sentito Cucchi gridare 'guardia, guardià - ha detto il carabiniere Francesco Tedesco che in quel momento si trovava in una saletta d'attesa nelle vicinanze delle celle - subito dopo una donna ha detto 'stai zitto che è meglio per te, non le chiamare guardiè". L'episodio era stato già riferito dal militare agli inquirenti mentre nel corso dell'udienza Francesco Tedesco in un primo momento ha riferito di non essere sicuro di aver riconosciuto proprio la voce di Cucchi per poi, dopo le contestazioni degli avvocati di parte civile, confermare quanto dichiarato nel corso del suo interrogatorio. Nel corso dell'udienza sono stati ascoltati in tutto sette militari dei carabinieri che hanno avuto a che fare con Stefano Cucchi dal momento del suo fermo, alle 23,30 del 15 ottobre 2009, fino all'udienza di convalida al tribunale di piazzale Clodio. A tutti i sette carabinieri è stata mostrata, inoltre, una foto di Cucchi che lo riprende al momento del suo ingresso nel carcere di Regina Coeli dove ha evidenti segni e gonfiori sotto gli occhi.
"Al momento del fermo Stefano Cucchi era tranquillo e spiritoso. Si è anche scherzato, era solo molto preoccupato per la reazione che avrebbe avuto la sua famiglia". Così in aula, davanti ai giudici della terza Corte di Assise di Roma, il maresciallo Roberto Mandolini, ex comandante della stazione dei carabinieri di Roma Appia, racconta i momenti in cui ha verbalizzato l'arresto di Stefano Cucchi, il 16 ottobre del 2009. Cucchi, che sarebbe morto dopo sei giorni all'ospedale Sandro Pertini, era stato fermato dai militari per spaccio di droga nella zona dell'Appio Claudio nei pressi del Parco Lemonia. Il maresciallo Mandolini, rispondendo alle domande del pubblico ministero, Vincenzo Barba, ha riferito che Stefano Cucchi al momento del fermo mentre si trovava nella stazione Appia non ha voluto mangiare nulla ed ha accettato solo di bere acqua. "Era molto magro - ha detto in aula il maresciallo Roberto Mandolini - su questo punto abbiamo anche scherzato. Infatti lui mi ha risposto che non era magro lui ma che invece ero grasso io. Aveva comunque delle occhiaie marroni sotto gli occhi, ma queste credo fossero dovute allo stato di sofferenza della tossicodipendenza". Il carabiniere ha, inoltre, riferito che Cucchi gli disse di soffrire di alcuni problemi con il fegato. Inoltre al maresciallo Mandolini è stata mostrata una fotografia scattata a Stefano Cucchi al momento dell'ingresso nel carcere di Regina Coeli: "le sue condizioni sono simili a quelle del momento del fermo - ha detto il maresciallo - non vedo particolari differenze". "In caserma - ha detto ancora Mandolini - non è stato fotosegnalato e questo perchè Cucchi si era detto infastidito dall'inchiostro e non voleva sporcarsi le mani".

21 marzo 2011

10 anni NoGlobal

LA VIGILIA DEL G8 DI GENOVA Un convegno per ricordare i fatti del 17 marzo 2001 a Napoli e quello che ne è seguito: le tecniche di repressione sperimentate con gli ultras e applicate ai movimenti, le zone rosse, l'assenza del reato di tortura, le legislazioni speciali per controllare le rivolte contro le discariche e gestire il dopo-terremoto a L'Aquila. In 10 anni, 16 mila attivisti denunciati e 6 mila rinviati a giudizio per le lotte sociali.

Il 17 marzo a Napoli non si ricorda l'unità d'Italia ma il Global forum del 2001, almeno nell'area che si riconosce nelle lotte politiche e sociali. Quel pomeriggio, cioè, che anticipò il G8 di Genova sul piano della repressione violenta del dissenso. Ieri un convegno organizzato dal Legal team Italia proprio a Napoli ha ripercorso l'ultimo decennio di politiche e legislazioni speciali come pratiche riproposte poi, di volta in volta, sui territori in rivolta contro le discariche, la Tav fino a L'Aquila del post terremoto. Dalla gestione delle manifestazioni in piazza, quindi, si è passati alle proteste per il lavoro, alle comunità, il controllo sociale diventato un problema di ordine pubblico. È Livio Pepino, direttore di Quale Giustizia, a spiegare come molti dispositivi utilizzati dal 2001 in avanti siano stati sperimentati negli anni sulle tifoserie calcistiche, gruppi che non sollevano particolari simpatie e quindi facilmente isolabili, dall'arresto in flagranza differita fino al daspo,
che a dicembre scorso si è proposto di estendere alle manifestazioni politiche. Soprattutto, il reato di devastazione: «In Italia - spiega Pepino - era stato utilizzato quasi esclusivamente per i terroristi altoatesini che mettevano le bombe ai tralicci, per le rivolte carcerarie e, naturalmente, per gli hooligan». La gestione concordata della piazza è terminata quando è cominciata la politica delle zone rosse: «Dal '46 al '77 - ricorda ancora - sono stati 142 i morti durante i cortei. Dal '77 al 2001, cioè da Giorgiana Masi a Carlo Giuliani, non era più accaduto». A Genova è successo qualcosa di diverso, che aveva avuto un suo precedente a marzo a Napoli, sotto un governo di differente colore politico ma con la stessa gestione dell'ordine pubblico.
Piazza Municipio ridotta a una tonnara con, per la prima volta dopo decenni, anche carabinieri e guardia di finanza a gestire la repressione, feroce. Nessun varco per scappare, manifestanti colpiti con manganelli fuori ordinanza, inseguiti fin dentro il pronto soccorso degli ospedali. Il processo terminato con la condanna in primo grado per sequestro di persona aggravato per i funzionari, non tutti, una parte delle colpe sanate dalla prescrizione: «Perché l'Italia - ricorda l'avvocato Liana Nesta - non ha recepito il reato di tortura. Portati nella caserma Raniero senza conoscere l'imputazione, senza poter parlare con un legale, identificati e sottoposti ad angherie.
Tra i condannati in primo grado il vicequestore Fabio Ciccimarra, che metterà poi la molotov nella Diaz a Genova». E poi la ritorsione dello stato, perché quello che è successo nella città ligure è successo sotto obiettivi e telecamere di giovani, reporter e mediattivisti, le bugie smascherate anche grazie a una segreteria legale che ha fornito supporto tecnico nei diversi procedimenti. E allora arrivano nel 2002 i processi di Cosenza e Taranto, dove si teorizza che un gruppo di sovversivi, dai docenti agli operai, hanno cospirato da sud contro lo stato prima e durante i fatti di Genova: «Hanno tirato - spiega l'avvocato Simonetta Crisci - fuori dal cassetto il reato di cospirazione, un'accusa sufficientemente vaga da poter colpire chiunque, un arnese che ha funzionato dal fascismo a oggi. I giornali, esibiti in aula, raccontavano dei Ros del generale Ganzer che giravano le procure proponendo l'inchiesta, lo stesso accusato di traffico d'armi e droga. Di uno degli accusati, Francesco Cirillo, avevano fatto la copia delle chiavi di casa per installare delle cimici, dopo ogni incursione se le tenevano invece di riconsegnarle al pm, così entravano e uscivano quando volevano». Un'accusa basata non su prove ma interpretazioni di conversazioni, già bocciata due volte, ma portata lo stesso in appello.
In dieci anni, sono 16mila le persone denunciate, seimila rinviate a giudizio, per fatti che riguardano le lotte sociali ricorda Italo di Sabato, dell'Osservatorio sulla repressione. Nel 2009 a Teramo 39 ragazzi sono finiti nelle maglie della giustizia dopo uno scontro con Forza nuova e la rottura di una vetrina, di cui 22 solo per aver esposto allo stadio uno striscione di solidarietà: «La legalità come dichiarazione di guerra contro i poveri cristi». Napoli, Genova e poi le Torri gemelle con la lotta planetaria al terrorismo che, dagli Usa all'Europa, impone la compressione dei diritti civili, così spiega l'avvocato Ezio Menzione si arriva ad accettare come normali le retate a tappeto, le zone off limits, gli arresti fuori flagranza, i controlli alle frontiere fino ai pastori sardi bloccati a Civitavecchia per non farli arrivare a manifestare a Roma. Fino alle discariche dichiarate zone militari, con le aggravanti per gli arrestati nelle vicinanze, aggravanti anche per chi colpisce un agente di pubblica sicurezza, cose che capitano in una manifestazione, oppure si fanno capitare.

Adriana Pollice - il manifesto

17 dicembre 2010

“Ci hanno picchiato e ci hanno detto: ricordatevi di Bolzaneto”

I racconti dei ragazzi fermati dopo la manifestazione di Roma e l’udienza di convalida del fermo di polizia: sputi, calci e minacce dalle forze dell’ordineIn un articolo a firma di Carlo Bonini, La Repubblica racconta le difese di otto dei fermati dopo la manifestazione di Roma e l’udienza di convalida del fermo di polizia. I nomi: Sasha Montanini, Angelo De Matteis, Nicola Corsini, Gerardo Morsella, Federico Serra, Andrea Donato, Riccardo Li Calzi e Alice Niffoi. Ad eccezione di Gerardo, che di anni ne ha 37, laureato in fisica teorica, ricercatore universitario alla cattedra di Matematica dell’Università di Tor Vergata a Roma, hanno un’età media di 22 anni. E condividono poche cose: il capo di imputazione (resistenza pluriaggravata all’arresto); una fedina penale immacolata; ventiquattro ore di detenzione. Ecco i loro racconti:

Alice, studentessa di scienze politiche alla “Sapienza”, i capelli lisci di un nero corvino, gli occhi vispi, l’accento sardo addolcito in cinque anni da fuorisede, si accarezza l’ematoma violaceo che le gonfia lo zigomo e la palpebra destra. Sorride: «Non è qui che ho preso le manganellate. Quelle me le hanno date alla schiena e alla testa. Però mi hanno spiegato che dopo un po’ l’ematoma scende…». Le manca una scarpa da martedì («l’ho persa cadendo»). Ha fame e freddo. «Abbiamo passato la notte in via Patini, dove fanno il fotosegnalamento. Ci hanno messo in uno stanzone senza una sedia o una panca in cui hanno tenuto sempre aperte le finestre. Niente da mangiare, niente da bere». Non riesce a dimenticare le parole di quando è stata caricata sul pavimento del “cellulare” dopo l’arresto: «Ci hanno legato i polsi con le stringhe di plastica e un poliziotto ci ha detto che ci avrebbero fatto vedere cosa era successo a Bolzaneto. Finché non è arrivato un superiore che ha ordinato di non toccarci ». Anche al commissariato “Trevi” ci sono stati momenti complicati. Alice ha una smorfia di pudore: «Diciamo che non ho voglia di ripetere cosa mi ha detto uno degli agenti che ci sorvegliavano ».

Ecco le accuse e le prove fornite dalla polizia per giustificare l’arresto:

Sostengono i verbali di arresto che Alice, Sasha e Gerardo abbiano lanciato «un oggetto contundente », forse un tondino di ferro, contro i reparti di polizia schierati in via Goldoni. E che i tre, da quel momento, siano stati inseguiti fino alla cattura in piazza del Popolo. Alice spiega al Tribunale di essere stata arrestata da sola, in via del Corso, quando una carica ha travolto il cordone di studenti cui era allacciata. «Non indossavo caschi, cappucci. Avevo solo la sciarpa che mi proteggeva dal freddo». Alice spiega di aver visto per la prima volta la faccia di Sasha, come quella di Gerardo quando li hanno scaraventati sul fondo del cellulare in cui lei era già ammanettata. E Gerardo conferma. Lui, l’hanno acciuffato sul lato di piazza del Popolo che dà su piazzale Flaminio, mentre provava a ripararsi dalle cariche. A quasi un chilometro di distanza dal punto in cui avrebbe tirato il tondino che giura di non aver mai afferrato. «Davvero lo hanno inseguito o al contrario lo hanno rastrellato in mezzo a una moltitudine?», chiede il suo avvocato. Riccardo Li Calzi, palermitano e studente fuori sede a Bologna, è accusato di aver «selvaggiamente resistito all’arresto». Trasecola. Ha dei punti in testa e il mignolo fratturato. Giura di essere stato preso alle spalle da una carica in via del Corso. Che di «selvaggio» c’è stato solo l’accanimento di uno sfollagente sulla sua testa, mentre era ormai sull’asfalto. Il Tribunale lo ascolta perplesso. Finché l’avvocato Francesco Romeo non mostra su un notebook un video pescato su “You tube” (“La Polizia si accanisce sui manif e s t a n t i ”)  Riccardo si distingue rannicchiato in posizione fetale. Non ha il volto coperto. Implora di non colpirlo ancora, mentre tenta di salvare gli occhiali che stringe nella mano sinistra. Il Tribunale acquisisce le immagini.

Infine, c’è il racconto di un ragazzo che ha preso uno sputo da un poliziotto:

Anche Angelo De Matteis non si riconosce nella descrizione del brogliaccio di arresto che lo accusa di resistenza. È uno studente barese di lingue. Ha un bendaggio sulla testa che copre i tre punti che suturano la ferita aperta dallo sfollagente che lo ha abbattuto davanti alla saracinesca di un negozio di via del Corso, cui aveva bussato, implorando di aprire, quando le cariche erano cominciate. «Ricordo questo poliziotto corpulento con la maschera antigas e un braccio grande come la mia gamba che continuava a darmele. Ricordo anche che mi hanno sputato». Aggiunge: «In piazza non ho fatto niente. Non ho tirato neanche una carta per terra. E so che in piazza ci tornerò. Questa volta in mutande e a mani alzate, così vediamo».


16 dicembre 2010

Lettera aperta di Lucia Uva, sorella di Giuseppe Uva

Sono Lucia Uva ed ho partecipato all'udienza di ieri riportata sui quotidiani della città.

La procura ha sempre detto che i responsabili della morte di Giuseppe fossero i due medici indagati e soltanto loro, mentre erano da escludere altre responsabilità, dichiarando ai giornalisti di aver chiuso le indagini riguardo ciò che è avvenuto in caserma quella maledetta notte.
Il procuratore Grigo aveva infatti dichiarato a suo tempo alla stampa che era stato apposta aperto un procedimento per quello scopo.
In udienza il dott Abate ha dichiarato che su quel fascicolo era stata fatta richiesta di avocazione alla procura generale, però sbagliata perché quel procedimento non era più contro ignoti.
I miei avvocati in udienza hanno chiesto una perizia perché ritenevano quella di Motta insufficiente per il processo.
Il dott Abate si è opposto chiedendo il rinvio a giudizio dei due indagati sostenendo a spada tratta la bontà della consulenza Motta.
Il Giudice ha assolto addirittura uno dei due medici che il dott Abate ha sempre sostenuto di essere responsabili della morte di mio fratello.
Qualcuno mi può spiegare per favore perché la procura di Varese è così soddisfatta della assoluzione di uno dei due indagati che riteneva colpevoli della morte di Pino?
I miei avvocati mi hanno spiegato che il gup, quando assolve l'imputato nella udienza preliminare lo fa o perché ritiene le indagini assolutamente insufficienti per il processo, o perché addirittura pensa che ci sia la prova della sua innocenza.
La procura aveva richiesto il processo.
Che c'è da gioire?
Di quale processo parliamo?

Francamente mi sento presa in giro, non si tratta così una cittadina.

Lucia Uva

9 dicembre 2010

Intercettazioni abusive a carico dell'avvocato Anselmo, legale dei familiari di Cucchi, Aldrovandi e Uva

Veleni nella procura di Ferrara. Prima la presentazione di esposti per presunte intercettazioni abusive e minacce, ora l’indagine ispettiva del ministero di grazia e giustizia. Il capo dell’ispettorato generale Arcibaldo Miller ha ascoltato a Bologna in procura generale protagonisti e testimoni. Il primo ad essere convocato è stato l’avvocato Fabio Anselmo, legale dei familiari di Aldrovandi, Cucchi e Uva, subito dopo il procuratore capo di Ferrara Rosario Minna, poi altri magistrati.
Tutto è partito da un esposto presentato dall’avvocato dopo un colloquio con il capo della procura ferrarese avvenuto il 15 settembre.
Racconta Fabio Anselmo: “Chiesi un incontro al procuratore capo di Ferrara perché si verificarono strane anomalie nei telefoni del mio studio e in quelli della ditta Niagara, un’azienda di smaltimento rifiuti che io assisto, come parte lesa, in un processo per tentata concussione.”
Nel procedimento sono imputati due carabinieri del Nucleo operativo ecologico, Sergio Amatiello, ex comandante del Noe, il maresciallo Vito Tufariello e un imprenditore Marco Varsallona. La procura di Ferrara ha contestato loro i reati di concussione e rivelazione di segreto d’ufficio. Il processo è stato trasferito per competenza territoriale a Bologna e già dalle prime due udienze si annuncia complesso e carico di tensioni. Secondo l’accusa ci sarebbe un legame d’affari illegali tra i carabinieri e l’imprenditore, basato su una società di consulenza ambientale che i tre si preparavano a fondare, ancora prima di lasciare l’arma. Le intercettazioni telefoniche e ambientali dimostrerebbero la fondatezza delle denuncia dei rappresentanti della ditta Niagara: emergono minacce d’arresto, di chiusura e sequestro dell’azienda, richieste esplicite di denaro in cambio di una linea più morbida, l’indicazione di far transitare i soldi del riscatto attraverso uno studio legale di fiducia: E ora l’inchiesta potrebbe allargarsi ad altre ditte del settore e ricostruire un business illecito ben più vasto.
“Nel corso del colloquio il procuratore capo, prosegue l’avvocato Anselmo, mi colse di sorpresa informandomi che la mia incolumità personale o professionale, non era chiaro a cosa si riferisse, sarebbe stata compromessa da un gruppo di persone che mi avrebbe spezzato le gambe. La intesi come una notizia di carattere minaccioso e ciò che mi spaventò fu che mi fu data per certa, in modo asettico e poco rassicurante.”
I sospetti dell’avvocato sulle linee telefoniche si dimostrarono fondati. Il controllo ambientale ha appurato che le scatole della centralina sono state aperte e che le viti dei collegamenti manomesse. La relazione, acquisita dalla polizia giudiziaria, sottolinea che ci sono segni inequivocabili di intercettazione abusiva.
Altri elementi legano minacce e telefoni sotto controllo alla vicenda Niagara. Li forniscono in particolare due telefonate, dai toni e dalle frasi agghiaccianti, di un colonnello dei carabinieri: Michele Vito Sarno, allora comandante del quadrante Est del Noe. Sarno parla a lungo al telefono con uno dei due militari indagati, Vito Tufariello, esprime a lui e all’altro militare sotto inchiesta, Sergio Amatiello, solidarietà e pronuncia minacce pesantissime e volgari nei confronti di chi li ha denunciati. Anche questa telefonata è finita nel mirino degli ispettori del ministero. Ma non è tutto perché nel fascicolo, che poi sarà trasmesso al consiglio superiore della magistratura, si menziona anche un’altra inchiesta definita “esplosiva” da un inquirente. I pubblici ministeri Proto e Cavallo stanno facendo luce su una presunta truffa all’Iva realizzata attraverso un traffico di acciaio tra San marino, Panama e alcune aziende ferraresi. Venti persone sono indagate e tra queste anche Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo.

7 dicembre 2010

"Mamma, ci scappa la pipì" Denunciati due ragazzini sorpresi lungo una strada

«Mi scappa la pipì», ma ai due ragazzi e alla mamma costretta a fermare l’auto in aperta campagna è andata davvero storta: una pattuglia dei carabinieri li ha fermati, portati in caserma e denunciati. Una disavventura che costerà alla famiglia poco meno di settecento euro, tra contravvenzione e spese legali. E’ successo lungo la direttrice per Lombardore, a una quindicina di chilometri da Torino.
Mentre la donna resta al volante, i due si dirigono verso i prati. Passa una gazzella, i carabinieri notano la scena. «Ehi voi, che fate?», intima il maresciallo. «Sto facendo la pipì», confessa il grande, sorridendo. Presi in flagrante: «Documenti!», dice il milite.
Atti osceni in luogo pubblico? I carabinieri scartano l’articolo 527 del codice penale, impugnano il 726 «Atti contrari alla pubblica decenza». La mamma scende dalla vettura, chiede spiegazioni, poi timorosa si giustifica: «Del piccolo non ho documenti». «Fermi. Facciamo accertamenti», aggiungono i militari. «Ma scherzate davvero? qui ci sono solo arbusti, che cosa c'è di male?» prova a dire la madre. «Tutti in caserma! Seguiteci!», l'ordine è perentorio.
Inutili le giustificazioni dei ragazzi: «Mamma, non c'era nessuno...» ripete timidamente il bambino. I carabinieri sono abituati, fan tutti così davanti a chi deve far rispettare l'ordine: che paghino quanto prevede il 726 e via... a processo. La contravvenzione davanti al giudice comporterà una oblazione di 206 euro oltre le spese per l'avvocato.
Eppure la Cassazione ha sentenziato che «se certi atti vengono fatti con accortezza, lontano da occhi indiscreti e senza offendere o recare fastidio non si parla di reato». Ma allora perché perdere tempo in casi del genere? Si discute tanto di riforma della giustizia per ridurre i tempi dei processi e si rischia di moltiplicare le cause vigilando le campagne a caccia di chi gli «scappa la pipì». Una bella ramanzina e le forze dell'ordine avrebbero potuto dedicarsi ad altri servizi.

fonte: la Stampa

1 dicembre 2010

Omicidio Casu: colpo di scena, perizia sui farmaci

Colpo di scena in Tribunale, l'ennesimo di un processo cominciato oltre due anni fa su un caso delicatissimo: la morte dell'ambulante quartese Giuseppe Casu, spirato al Santissima Trinità il 22 giugno 2006 dopo sei giorni di ricovero in Psichiatria in seguito a un trattamento sanitario obbligatorio.
Ieri mattina il giudice Simone Nespoli non ha dato la parola al pubblico ministero per la requisitoria, com'era previsto da tempo, ma ha deciso, con sorpresa di tutti, di riaprire l'istruttoria dibattimentale: per il 27 gennaio ha riconvocato in Tribunale i periti ai quali porrà un nuovo quesito.
«Il giudice ha necessità di un supplemento istruttorio», ha spiegato Nespoli in aula, «le ragioni dipendono dall'andamento del processo che si è concentrato su alcune circostanze (il fatto che il paziente sia rimasto per sei giorni legato al letto) mentre gli esiti della perizia hanno spostato l'attenzione su altre circostanze (Casu sarebbe stato ucciso da un farmaco, l'aloperidolo)».
In gennaio il giudice conferirà un nuovo incarico ai periti ma si tratta di un'attività molto limitata, sul nesso causale tra il trattamento farmacologico e la morte. Il giudice ha dichiarato di essere stato fino all'ultimo in dubbio sul supplemento istruttorio.
Appuntamento, dunque, al prossimo anno per la fine di un processo che vede sul banco degli imputati, con l'accusa di omicidio aggravato dalla colpa cosciente, l'ex primario di Psichiatria Gian Paolo Turri e la sua collega del Santissima Trinità Maria Cantone.
Quattro anni fa la morte improvvisa di Giuseppe Casu aveva convinto i familiari a presentare un esposto in Procura mentre il Parlamento veniva investito della questione con diverse interrogazioni. All'epoca al centro della polemica c'era la lunghissima contenzione al letto del paziente ricoverato con un trattamento sanitario obbligatorio. Il pm aveva ordinato il sequestro dei pezzi anatomici del paziente per verificare le cause della morte ma i consulenti del pm si erano accorti che quelli non erano i reperti di Casu: la boccetta era stata scambiata e i resti dell'ambulante distrutti. Per questo il primario di Anatomia patologica del Santissima Trinità Antonio Maccioni è sotto processo - insieme al tecnico Stefano Esu - per soppressione di parti di cadavere, frode processuale, favoreggiamento, falso. Intanto Turri, la Cantoni e altri cinque psichiatri dovranno difendersi da una nuova accusa: sequestro di persona.

fonte: Unione Sarda

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