La giornalista Simona Mazza all'indomani della vergognosa sentenza sull'omicidio di Stefano Cucchi ha scritto un articolo per il giornale con cui collabora. L'editore ha bloccato la pubblicazione, temendo querele in quando l'articolo parla esplicidamente di "tortura".
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12 giugno 2013
Omicidio Cucchi: L'articolo negato
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8 giugno 2013
Caso Uva, vogliono insabbiare anche il film
Querelati gli autori, Chiarelli e Menghini, che hanno ricostruito la storia dagli atti del processo. Grottesco il tentativo di censura.
7 marzo 2013
Omicidio Aldrovandi, il Coisp intimidisce un giornalista
Ennessima vigliacca provocazione del sindacato di polizia Coisp che apre una campagna in favore dei quattro poliziotti condannati per l'omicidio di Federico e chiede sanzioni per chi li critica
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13 luglio 2012
Condannato il gestore del sito "Abuse Sbirro"
All'epoca il gestore del sito venne denunciato dal commissariato di Lanciano CH (Ispett. Ucci Antonio e questa volta appoggiato anche dall'ispettore capo Roberto Montebruno) leggi qui la segnalazione, per aver postato due immagini.
15 giugno 2012
Indymedia (quasi) oscurata
Indymedia oscurata. La notizia rimbalza sulla rete. Prima un tweet, poi un post pubblicato sul blog dell'avvocato Fulvio Sarzana ospitato dal sito de Il Fatto quotidiano. Gli attivisti di uno dei più cliccati network liberi, alternativi e indipendenti ne discutono fra loro, ma al momento nessuno ha ricevuto comunicazione dalla magistratura. E il sito è ancora accessibile. Eppure la richiesta ai provider di oscurare le sezioni di Toscana e Piemonte di Indymedia è già scritta in un'ordinanza datata 24 maggio e firmata da un gip di Milano.
10 aprile 2012
Deliri e censure: Il ministro Fornero chiude il sito della Direzione Provinciale del Lavoro di Modena
Il Ministro Fornero fa chiudere un sito della Direzione Provinciale del Lavoro di Modena, colpevole, secondo lei, di non essere omogeneo con la sua visione del mondo http://www.dplmodena.it/
questa non è un ministro è una minaccia per le istituzioni democratiche e per i cittadini
9 ottobre 2011
Indagato per vilipendio per i post su Facebook. Il caso Vincenzo Lo Zito
Che sia giunto il momento di imbavagliare Facebook? Le opinioni espresse in bacheca potrebbero infatti costare caro. Un maresciallo della Croce Rossa, Vincenzo Lo Zito (nella foto), è indagato per vilipendio proprio a causa delle sue espressioni, spesso colorite, contro Silvio Berlusconi.
Il sostituto procuratore Francesco Minisci lo ha iscritto al registro il 7 luglio scorso e il 21 ha trasmesso il fascicolo alla Giunta della Camera per chiedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del cittadino Lo Zito. Di verificare cioè se esistono o meno i presupposti per continuare ad indagare sul maresciallo e su quello che scrive sul suo blog.
Nell’atto inviato alla Giunta, il pm Minisci elenca gli indizi dell’eventuale reato. “Lo Zito Vincenzo, mediante un proprio blog su internet e diversi interventi sul social network Facebook, pubblicamente vilipendeva la Repubblica, il Parlamento, il Governo e i suoi membri”.
Claudia Fusani, per L’Unità, riporta un lungo elenco di slogan e pensieri del maresciallo Lo Zito. Del tipo: “Il ministro La Russa ci manda a scopare per strada a Napoli”, riferito a quando i militari furono impiegati per l’emergenza rifiuti a Napoli. “Il caro Silvio non poteva scegliere conduzione migliore al Pdl, baciamo le mani Angelino”, riferito a quando l’ex ministro della Giustizia è diventato segretario politico del Pdl.
Lo Zito ha esternato anche quando il governo ha approvato il nucleare: “E’ arrivato il nucleare in Italia, Berlusconi apri la bocca, inspira bene e cerca di scoreggiare in Parlamento”.
Perplessa Donatella Ferranti del Pd: “L’accusa di vilipendio è molto grave. Colpisce però che una norma nata a tutela dei cittadini rischi di diventare strumento per limitare la libertà di opinione”. E’ la prima volta che nel mirino finisce la bacheca di Facebook.
fonte: blitz quotidiano
5 ottobre 2011
“caso Meredith” e “caso Bianzino”… se la morte non ha lo stesso peso e non buca il video
Il caso Amanda Knox e Raffaele Sollecito ha scatenato attenzioni e reazioni dagli Stati uniti alla Gran Bretagna. Anche se gli italiani si sono accontentati di un voyeurismo sensazionalista, a partire dal reggiseno con le tracce di liquido seminale, il “caso Meredith” ha scatenato una copertura mediatica monumentale. Alcune morti in effetti pesano stranamente più di altre.
Viene alla mente quella di Aldo Bianzino, un uomo che entrò sano, in quegli stessi giorni e sempre a Perugia, nel carcere di capanne e ne uscì morto. Nessuno se ne occupò (tranne qualche giornalista e i radicali) anche se quell’episodio oscuro era tinto di giallo non meno di quello che riguardava quanto accadde nell’appartamento della povera Meredith Kercher.
Come spesso accade per i fatti di cronaca, l’opinione pubblica si divide in due: colpevolisti o innocentisti. Prima, durante e dopo la sentenza. Nel caso di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, la cosa è andata oltre i confini italiani assumendo toni e connotati da disputa internazionale. Gli americani contro la colpevolezza, i britannici a favore (anche se con maggior equilibrio). Gli italiani si sono accontentati di un voyeurismo sensazionalista, a partire dal reggiseno e dalle tracce di liquido seminale.
Per alcuni, difficile dire quanti, l’eccesso di notizie su quell’oscura vicenda deve aver però causato una forma di rigetto nonostante la pressante valanga di informazioni, indiscrezioni, dubbi (o forse proprio per questo). Che cosa ci spinga, o non ci spinga, ad appassionarci alle tenebre dei delitti resta un fatto inspiegabile, buono più per la letteratura psicoanalitica che non per gli studi di sociologia. Resta il fatto che alcune notizie, non meno gravi, non meno ‘gialle”, il video non lo bucano affatto. Anzi.
Viene alla mente quanto avvenne, grosso modo negli stessi giorni, sempre a Perugia nell’autunno del 2007, quando un ebanista che coltivava un po’ di marijuana nell’orto di casa venne arrestato dalla polizia. Il poveretto finì in carcere, prelevato, assieme alla compagna, nell’abitazione sulle montagne dove viveva con la vecchia madre e il figlioletto che, dopo aver assistito all’arresto, venne abbandonato con la parente ottuagenaria che a fatica capiva quanto stava accadendo.
Il fatto è che Aldo Bianzino, questo il suo nome, uscì di prigione per andare direttamente all’obitorio e di lì a una rapida sepoltura. Già se ne erano occupate solo le cronache locali, figurarsi quando sotto i riflettori esplose il caso Meredith e tutta la vicenda a tinte forti che ne scaturì. Il è solo uno dei tanti casi in cui un uomo entra vivo in carcere e ne esce morto in circostanze oscure.
Il secondo è uno dei pochi che sembra meritare attenzione. Sul primo calò rapidamente il silenzio e si venne a sentenza abbastanza rapidamente, nel 2009, quando per il caso del falegname di Pietralunga la procura di Perugia decise l’archiviazione, ignorando le opposizioni degli avvocati alla richiesta di escludere la possibilità dell’omicidio. Per la magistratura di Perugia, nonostante le rimostranze di parenti amici e, tra i politici, soprattutto dei radicali, Aldo Bianzino morì per cause naturali anche se entrò in carcere sano e ne uscì morto.
Qui non si vuol dar la croce addosso a questo o quel magistrato o mettere in dubbio i risultati delle indagini pur con tutti i dubbi che restano, in una vicenda o nell’altra. Vien solo da chiedersi perché alcune morti pesino più di altre. Almeno sul piatto mediatico. Quella del povero Aldo pesava davvero molto meno di quella della povera Meredith.
Emanuele Giordana da Terra
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26 settembre 2011
Bavaglio al web col ddl intercettazioni ritorna la norma "ammazza blog"
Il governo torna alla carica sul ddl intercettazioni, fortemente voluto dal premier Silvio Berlusconi. Una questione su cui l'esecutivo è orientato a porre la fiducia, bloccando la via a ogni eventuale emendamento. Ma il disegno di legge attualmente allo studio contiene ancora la norma 1 cosiddetta "ammazza blog", una disposizione per cui, letteralmente, ogni gestore di "sito informatico" ha l'obbligo di rettificare ogni contenuto pubblicato sulla base di una semplice richiesta di soggetti che si ritengano lesi dal contenuto in questione. Non c'è possibilità di replica, chi non rettifica paga fino a 12mila euro di multa.
Una misura che metterebbe in ginocchio la libertà di espressione sulla Rete, e anche le finanze di chi rifiutasse di rettificare, senza possibilità di opposizione, ciò ha ritenuto di pubblicare. Senza contare l'accostamento di blog individuali a testate registrate, in un calderone di differenze sostanziali tra contenuti personali, opinioni ed editoria vera e propria.
Ai fini della pubblicazione della rettifica, non importa se il ricorso sia fondato: è sufficiente la richiesta perché il blog, sito, giornale online o quale che sia il soggetto "pubblicante" sia obbligato a rettificare. Ecco il testo: "Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono".
Al di là delle diffamazioni e degli insulti, ogni contenuto sul web diventerebbe potenzialmente censurabile, con l'invio di una semplice mail. E sul ddl intercettazioni, il governo ha particolarmente fretta: il documento potrebbe passare così com'è entro pochi giorni. Un caso unico in Europa che, come in passato 2, sta già allarmando il popolo del web e mobilitando i cittadini in favore della difesa della libertà di informazione, come già accaduto ai tempi della contestata delibera AgCom. 3
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