20 settembre 2013
Sbatti il mostro anarchico in prima pagina
19 settembre 2013
Roma: operazione dei Ros contro "anarcoinsurrezionalisti"
15 febbraio 2013
La vicenda Brushwood, delle vittime e dei carnefici della cementificazione in Umbria
19 dicembre 2011
Ganzer, il generale del Ros, condannato a 14 anni, ma che resta al comando
14 maggio 2011
Il Tribunale di Terni condanna per associazione sovversiva 2 compagni
28 dicembre 2010
Il capo dei Ros Ganzer si accordò con i narcotrafficanti
15 luglio 2010
Tutto quello che non si scrive sulla condanna del generale Ganzer
La ricostruzione di una storia italiana dopo la clamorosa condanna a 14 anni del generale dei Ros: i misteri d'Italia, i processi ai movimenti, le trame...Rinasce la P3 , il solito Dell’Utri, il coordinatore di Forza Italia, il vecchio faccendiere Carboni. Siamo abituati. Un po’ meno al fatto che un generale dei carabinieri, capo dell’ineffabile Ros, sia duramente condannato a 14 anni in primo grado per aver messo in piedi una rete che acquista cocaina in Colombia per far meglio carriera.
Il generale Ganzer non ha fatto un piega. Aspetta le motivazioni di una sentenza del processo meno raccontato dai media italiani. Eppure i protagonisti e i fatti meritavano approfondimenti. Ma oggi nel Belpease chi si mette a scrivere delle ombre del reparto operativo più osannato nella lotta al crimine?A Milano hanno condannato anche ufficiali e sottoufficiali del Ros e un alto generale. Si chiama Mauro Obinu. Vice di Ganzer. Ma anche imputato in altri processi poco raccontati. A Palermo fa coppia sul banco degli imputati con il generale Mori. Sono accusati di non aver catturato Binnu Provenzano. In quel periodo attraverso i Ciancimino avevano avuto anche il mandato di trattare con Cosa Nostra invece di pensare ad arrestare boia e mandanti delle stragi che uccisero Falcone, Borsellino e le loro scorte. Obinu sta all’Aise. Che non è un’azienda di elettrodomestici ma una delle sigle dei nostri straordinari servizi segreti che ogni tanto cambiano sigla per rinverdire il brand. Il capo di Obinu è Gianni De Gennaro condannato in Appello ad un anno e quattro mesi per la macelleria messicana della scuola Diaz di Genova quando era il capo della polizia italiana. Poi richiamo alla vostra memoria che il comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale era stato condannato ad un anno e mezzo per peculato ed è stato ricompensato con una nomina a senatore del partito berlusconiano. Vogliamo aggiungere Niccolò Pollari direttore del Sismi salvato dalle accuse per il rapimento di Abu Omar con il segreto di Stato e ricompensato con una qualifica di Consigliere di Stato.
Vi meravigliate? Io ho poco disincanto forse perché essendo un direttore di giornale ho potuto verificare che in favore di Pollari con dossier mirati si muovevano strani personaggi calabresi in odor di massomafia. Non avete mai incontrato uomini delle istituzioni che si sentono Stato più Stato degli altri? Spesso in rapporto stretto con giornalisti di grido dotati di ottimi fonti e che nelle redazioni possono far emergere titoloni su quel personaggio o capaci di far circolare dossier molto documentati contro avversari interni o esterni. Anche loro P3? Chissà.
Stiamo ai fatti senza troppo dietrologia e comprendiamo chi è il generale Ganzer condannato a 14 anni da un Tribunale di quello Stato che doveva servire. Accademia Militare di Modena. Capitano e allivo del generale Dalla Chiesa tiene il fortino strategico di Padova dove coordina il blitz contro l’Autonomia. Si tratta del processo «7 aprile» ovvero quando l’inquisizione politica consente l’eclisse del Diritto. Il dossier che arriva al giudice Calogero porta le firma di Ganzer. Sul fronte della criminalità cattura la banda dei giostrai. Poi infiltra uno dei suoi uomini nella “Mafia del Brenta” di Felice Maniero. Pochi ricordano che un pm indaghi l’ufficiale dei carabinieri per falsa testimonianza a difesa dell’infiltrato. La circostanza è citata da Fiorenza Sarzanini del Corsera che la elogia in positivo chiosando : “preferì finire sotto processo piuttosto che tradire un collaborante”. Carabinieri su una linea d’ombra. Stato nello Stato. Ma ci sono anche magistrati che non fanno sconti. Parte da lontano la vicenda che ha visto condannare il capo Dei Ros ad una pesantissima condanna a 14 anni di carcere. A Ganzer è andata male perché ha trovato un mastino sulla sua strada. Lo stesso magistrato che ha indagato sul Sismi di Pollari. Un pm tostissimo. Armando Spataro della Procura di Milano. Che si fida ciecamente di Ganzer. Ma quelli come Spataro non si bevono tutto come oro colato. Anche se ti chiami Ganzer. Il pm riceve la richiesta di un’autorizzazione a ritardare il sequestro di una partita di droga. Questo il racconto del pm dagli atti processuali:«Mi disse che il Ros disponeva di un confidente colombiano che aveva rivelato l’arrivo nel porto di Massa Carrara di un carico di 200 chilogrammi di cocaina. Era destinata alla piazza di Milano e il confidente era disposto a fornire al Ros le indicazioni necessarie per seguire il carico fino a destinazione e catturare i destinatari della merce». Spataro firmò il decreto di ritardato sequestro. Ma i piani del Ros cambiarono: l’operazione infatti fu effettuata. Ma, dopo aver compiuto l’operazione, il Ros non diede più informazioni. Insospettito, Spataro si presentò negli uffici romani del Raggruppamento operativo speciale e chiese notizie attorno al sequestro dei due quintali di cocaina. Gli fu mostrata della droga conservata in un armadio. Quando, molti mesi dopo, Ganzer gli prospettò l’ipotesi di vendere quella droga a uno spacciatore di Bari, Spataro decise di informare il capo della procura e alcuni suoi colleghi. E ordinò la distruzione della droga. Un copione che sarebbe poi stato ricalcato molte altre volte. Secondo l’accusa, gli stessi carabinieri erano diventati protagonisti del traffico e le brillanti operazionì non erano altro che delle retate di pesci piccoli messe in atto per gettare fumo negli occhi all’opinione pubblica. Anche Fabio Salomone pm bresciano indaga sul Ros. Quello di Bergamo. I carabinieri reclutano giovani pusher su piazza. Trovano i clienti e vendono la coca. Un gruppo di carabinieri fa carriera con operazioni dove i soldi spariscono e che hanno una sorta di regia etorodiretta.
Un esponente della malavita, Biagio Rotondo, detto «Il Rosso» racconta al pm Salomone che nel 1991 due carabinieri del Ros lo avvicinarono in carcere e gli proposero di diventare un confidente nel campo della droga. In realtà, secondo l’accusa, questi confidenti (tra il 1991 e il 1997 ne furono reclutati in gran numero) venivano utilizzati come agenti provocatori, come spacciatori, come tramiti con le organizzazioni dei trafficanti. «Il Ros – scrivono i giudici nel rinvio a giudizio – instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere nè alla loro identificazione nè alla loro denuncia… ordina quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». «Si tratta – annota la Procura di Milano – di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». I sottoufficiali indagati nascondono microspie ambientali e registrano l’interrogatorio del Pm. Per Ganzer è un gioco facile denunciare Salomone per abuso alla procura di Venezia e paralizzare per lungo tempo l’inchiesta. Un’inchiesta, nata a Brescia nel 1997 (pm Fabio Salamone) passata poi a Milano (pm Davigo, Boccassini e Romanelli) perchè coinvolgeva un pm bergamasco, salvo poi essere mandata a Bologna (per un episodio a Ravenna), restituita da Bologna a Milano, girata a Torino e rispedita a Bologna, che sollevò conflitto di competenza in Cassazione, la quale stabilì infine la competenza di Milano. Un giro d’Italia che ha ritardato la fine di un processo durato un’eternità e che a quello di piazza Fontana gli fa un baffo per quanti tribunali ha visitato nel silenzio generale. E Biagio Rotondo detto “Il Rosso”? Il testimone che ha permesso di scoprire i giochi del Ros è morto suicida in carcere a Lucca il 29 agosto nel 2007. Cinque giorni prima la squadra mobile lo ha arrestato nell’ambito di un’inchiesta su delle rapine avviata con delle intercettazioni . Fuori dal ristorante dove lavora è stata trovata avvolta in un tovagliolo una vecchia pistola di strana provenienza e che ha giustificato il fermo per porto d’armi abusivo. Nella sua ultima lettera indirizzata anche ai magistrati che hanno gestito la sua collaborazione c’è scritto: “Confermo che tutto quello che ho detto corrisponde a verità. E’ un momento tragico per la mia vita, sono fallito come tutto e ritrovarmi in carcere senza aver fatto nulla è per me insopportabile…Vi chiedo scusa per questo insano gesto”. C’ è un’altra presunta mela marcia in questa storia. E’ il magistrato Mario Conte che a Bergamo offre la copertura legale al supermarket carrierista della droga. E quando l’inchiesta Salomone decolla Conte si fa trasferire a Brescia acconto alla stanza di Salomone. Per motivi di salute la sua posizione è stralciata e si trova in attesa di giudizio. Si vedrà.
Per il momento una sentenza di primo grado ci dice che il metodo Ganzer nella lotta alla droga ha permesso l’arresto di molti pesci piccoli, sono aumentate le finanze di molti narcos ed è aumentativo il volume della cocaina nel nostro Paese. Senza dimenticare le violazioni del diritto e la deviazione delle istituzioni. Chissà se vi è capitato di assistere in televisione a vedere i servizi di quelle operazioni antidroga come “Cobra” o “Cedro” e che nulla altro sarebbero state che delle recite a soggetto. I Ros di Ganzer avrebbero anche installato una finta raffineria a Pescara per rendenre più brillante l’operazione. Ma tutto questo non era un’associazione a delinquere secondo il Tribunale di Milano. Resta con la prescrizione una zona d’ombra anche per un carico arrivato dal Libano di 4 bazooka,119 kalasnikov, 2 lanciamissili in quel caldissimo 1993 italiano e che secondo l’originario capo d’accusa i Ros avrebbero venduto alla cosca dei Macrì-Colautti. I soldi dell’affare non si trovano. Solo qualche traccia bancaria sbiadiata. Guadagni forse personali e qualche conto off shore che l’inchiesta non è stata in grado di trovare. Ganzer e Obinu sapevano quello che combinavano i sottoposti. Sono stati tutti condannati insieme al loro tramite libanese Jean Ajai Bou Chaya che dovrà scontare 18 anni di carcere.
Intanto a Milano per arrivare a questa sentenza sono stati escussi trecento testimoni ( a favore di Ganzer la difesa ha anche chiamato l’ex procuratore nazionale Vigna) e accorpati centoquaranta fascicoli. Tenute 163 udienze in cinque anni, 28 tra requisitorie e arringhe, 8 giorni di camera di consiglio. Nessuno ha seguito il processo fatto salvo rinvio a giudizio, richiesta pena e cronache sulla sentenza. L’unica eccezione è rappresentata da un articolo dell’Unità apparso in pagina il 25 febbraio del 2009 a firma di Nicola Biondo.
Il generale Ganzer in tutto questo trambusto è diventato capo del Ros dal 2002 con beneplacito di destra e sinistra. A Mario Mori sotto processo a Palermo succede Ganzer condannato ieri a Milano. Allievi di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Nucleo speciale. Molti ufficiali e poca truppa. Investigazione speciale e segreta. I magistrati sono stati spesso al loro guinzaglio, intercettazioni invasive e operazioni nella terra di mezzo con il confidente. Una strana miscela che ha fatto esplodere conflitti esplosivi come quello tra il colonnello Riccio e Mori in Sicilia. Anche per Riccio condotte illegali nelle indagini antimafia gli sono costate una condanna in Appello a 4 anni e 10 mesi. Chi è più Stato dello Stato? I Ros di Ganzer oggi gestiscono le inchieste sui fondi neri a Finmeccanica, i ricatti a Marrazzo, tutte le nobile gesta della cricca, l’asse calobro-lombarda delle ndrine e gli affari della Camorra. Può il generale rimanere al suo posto? Secondo il ministro dell’Interno leghista e per il Comando generale dell’Arma non ci sono dubbi, dall’opposizione non vola neanche una mosca. L’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, da ministro dell’Interno vide lungo e chiese che alcune competenze dei reparti speciali italiani andassero ai comandi territoriali. Il Gico della Guardia di Finanza e lo Sco della Polizia hanno ottemperato alla disposizione. Tranne il Ros dei carabinieri che con le sue ventisei sezioni dislocate nelle Procure distrettuali restano delle monadi impenetrabili. Da quei reparti vengono uomini come Angelo Jannone, Giuliano Tavaroli, Marco Mancini e finiti tutti nello scandalo dei dossier illegali Telecom-Sismi. E gli ex Sismi accusano gli ex Ros di avere contatti proprio con Ganzer che con il Ros di Roma va a Palermo a disarticolare l’ufficio di Genchi subito sospeso dall’incarico senza essere formalmente indagato mentre il generale resta al suo posto mancando solo la promozione di generale di brigata. I Ros sono quelli che arrestarono a Milano il calabrese Daniele Barillà, sette anni di carcere innocente risarcito con soldi e la fiction di Beppe Fiorello “L’uomo sbagliato”. Potremmo narrarvi tante storie sul Ros. Ma io che sono un cronista di provincia ricordo che il Ros di Ganzer si occupò anche dei No Global di Cosenza e della Rete del Sud ribelle dopo i fatti di Genova. E dal mio archivio pesco un documentato articolo di Peppino D’Avanzo che su Repubblica ci svelava questa trama: «ACCADE che il Raggruppamento Operazioni Speciali (Ros) dell’Arma dei Carabinieri si convinca che dietro i disordini di Napoli (7 maggio 2001) e di Genova (21 luglio 2002) non ci sia soltanto il distruttivo, nichilistico furore di casseur europei o il violento spontaneismo delle teste matte (e confuse) di casa nostra, ma addirittura un’associazione sovversiva. Concepita l’ipotesi, gli investigatori dell’Arma intercettano, spiano, osservano, pedinano. In assenza di contraddittorio, s’acconciano come vogliono cose, frasi, dialoghi, eventi, luoghi edificando una conveniente e coerente cabala induttiva. È il sistema che più piace agli addetti: “lavorare su materia viva, a mano libera”. Organizzato il quadro, occorre ora trovare un pubblico ministero che lo prenda sul serio. Alti ufficiali del Ros consegnano il dossier, rilegato in nero, di 980 pagine più 47 di indici e conclusioni ai pubblici ministeri di Genova. Che lo leggono e concludono che ‘quel lavoro è del tutto inutilizzabile’. Gli investigatori dell’Arma non sono tipi che si scoraggiano. Provano a Torino. Stesso risultato: “Questa roba non serve a niente”. Il dossier viene allora presentano ai pubblici ministeri di Napoli. L’esito non è diverso: il dossier, da un punto di vista penale, è aria fritta. Finalmente gli ufficiali del Ros rintracciano a Cosenza il pubblico ministero Domenico Fiordalisi. Fiordalisi si convince delle buone ragioni dell’Arma dei Carabinieri. Ora rendere conto delle buone ragioni del Ros che diventano buone ragioni per il pubblico ministero e il giudice delle indagini preliminari, Nadia Plastina, è imbarazzante per la loro e nostra intelligenza».
Nadia Plastina è stata promossa, Fiordalisi è diventato pm in una procusa sarda e vive sotto scorta per le minacce ricevute. I militanti arrestati nell’operazione No global sono stati tutti assolti nel processo di primo grado e devono affrontare quello d’appello. Il generale Ganzer è stato condannato da un tribunale dello Stato e resta al suo posto di comandante del Ros.
Paride Leporace da carta.org
12 luglio 2010
Il comandante dei ROS dei Carabinieri condannato a 14 anni: un vero criminale che però resterà al suo posto!!!
Almeno venti carabinieri, tra ufficiali e sottufficiali, hanno sistematicamente violato le norme sulle operazioni antidroga sotto copertura, trasformandosi in trafficanti e raffinatori di stupefacenti. Arresti obbligatori di latitanti sono stati omessi, falsificando regolarmente i rapporti all'autorità giudiziaria. In questa storia i conti vanno fatti in lire: centinaia di milioni in contanti, frutto di sequestri durante le operazioni, sono stati sottratti alle regole della confisca per essere riciclati. No era un'associazione a delinquere armata per spacciare droga a livello internazionale e per fabbricarsi carriere gloriose nelle pieghe di quella sorta di "secondo lavoro" ma il loro comandante, secondo il tribunale di Milano, il generale Ganzer ieri comunque è stato condannato a 14 anni dall'ottava sezione penale per le irregolarità di quelle operazioni antidroga attuate con l'aiuto di un magistrato bergamasco, oggi a Brescia e che sarà processato a parte. Un processo lunghissimo e semiclandestino per fatti che risalgono a un arco di tempo che, dal '91, arriva al '97 e prova a far luce sull'attività di venti manovali in divisa agli ordini del noto ufficiale dell'Arma su cui, come da copione, si cuce la stima e la fiducia di statisti del calibro di Maroni Roberto, titolare del Viminale e di strateghi come Federici Luigi, comandante generale della Benemerita negli anni in cui, secondo i giudici, operava l'associazione a delinquere. Entrambi pronti a giocarsi la testa. La decenza vorrebbe che si attendesse il tempo necessario a leggere le motivazioni della sentenza. Ma la decenza non alberga in certi ambienti come dimostra la recentissima pioggia d'affetto che ha avvolto un altro condannato eccellente, il capo della polizia all'epoca del G8 2001, De Gennaro, oggi capo di tutti i servizi segreti. E i servizi c'entrano anche stavolta: tra i condannati spicca il nome di Mauro Obinu, ieri all'Arma, capo della sezione antidroga del Ros, oggi all'Aise (l'agenzia informazioni e sicurezza esterna, ex Sisde). Per Ganzer 14 anni, s'è detto (ma la pm Luisa Zanetti ne aveva chiesti 27) e 65mila euro di multa. Per Obinu 7 anni, 10 mesi e 35mila euro. 13 anni e mezzo e 59mila euro per l'ex sottufficiale Gilberto Lovato. Tra i 18 imputati solo tre sono andati assolti. Soddisfati i difensori per la cancellazione del reato associativo. Non più un'associazione a delinquere ma un «insieme di ufficiali e sottufficiali in combutta con alcuni malavitosi».
Dunque questi carabinieri, anche d'alto rango, hanno forzato le regole per fabbricarsi carriere, visibilità e prestigio e le sostanze che raffinavano e vendevano si sono "perse" nel mercato dei clan.
Ricapitolando: agli inizi degli anni '90, l'Arma decide di sperimentare metodi nuovi nel contrasto al narcotraffico immaginando per alcuni agenti sotto copertura dei limiti più ampi di quelli in vigore. Si possono infiltrare, possono ottenere di ritardare i sequestri di sostanze, salvare i pesci piccoli per acchiappare quelli più grossi. E' su questa libertà operativa che Ganzer mette a punto il "metodo" che rivendica anche alla luce di questa sentenza. Sono anni in cui il Ros agirà con carta bianca prendendo contatti con narcos colombiani e libanesi, ordinando e comprando "roba" da loro con fondi neri, soldi sequestrati di cui veniva omesso il sequestro, poi quella droga veniva raffinata in proprio e se ne curava in proprio lo smercio. Più che infiltrazioni sarebbero istigazioni a compiere reati. L'unica cosa a contare era la fabbricazione di operazioni eclatanti: Operazione Cedro, Operazione Lido, Operazione Shipping, Operazione Hope e poi Cedro Uno. 502 milioni di lire e 65 chili di stupefacenti di cui si perdono le tracce. Non si può fare a meno di pensare a un'altra eclatante fabbricazione dei Ros: i fascicoli contro gli attivisti del Sud ribelle sui quali si voleva imbastire il tremendo reato di cospirazione. Missione compiuta quando un controverso pm cosentino ha accettato quei dossier ma fallita quando i giudici hanno mandato assolti tutti gli imputati. Il 20 luglio finirà anche il processo d'appello al Sud ribelle.
Si torni al processo Ganzer. Naturalmente, il dispositivo letto in aula prevede l'interdizione dai pubblici uffici. Non luogo a procedere, invece, per l'accusa di traffico di armi. Il capo di imputazione, prescritto, riguarda l'importazione dal Libano di 4 bazooka, 119 kalashnikov, 2 lanciamissili e centinaia di proiettili nel dicembre 1993 e la loro cessione nel maggio 1994 a una cosca calabrese che, poco dopo lo scambio di denaro, se li è vista sequestrare dagli stessi carabinieri. Con i militari è stato condannato il loro maggiore confidente, soprannominato «Fonte trafficante». Secondo il pubblico ministero Luisa Zanetti, anche se i giudici hanno ritenuto inesistente l'associazione per delinquere contestata ai carabinieri, la condanna di Ganzer per i singoli episodi di traffico di droga attesta che ha avuto un ruolo attivo, organizzativo e direttivo. Le operazioni antidroga che hanno portato alle condanna di Ganzer sono la «Cobra» e la «Cedro 1».
20 aprile 2010
18 maggio processo d'appello al Sud Ribelle. Breve storia
La PROCURA GENERALE DI COSENZA a Dicembre del 2008 chiede l’appello e appello sarà. Il prossimo 18 maggio a Catanzaro. La prima parte del lungo processo è terminata il 24 aprile del 2008 dopo cinque anni dall’avvio e dopo 50 lunghe udienze spesso iniziate la mattina e finite nel tardi pomeriggio. Il PM del processo contro i 13 militanti del Sud Ribelle , Domenico Fiordalisi non si era smentito. Alla fine della sua lunga discussione, durata ben 6 ore aveva richiesto per tutti gli imputati oltre 50 anni di carcere. Aveva chiesto 6 anni di carcere più tre anni di libertà vigilata per Francesco Cirillo, Francesco Caruso e Luca Casarini ; Tre anni e sei mesi più due anni di libertà vigilata per Lidia Azzarita, Alfonso De Vito, Anna Curcio ,Salvatore Stasi, Peppe Fonzino,Michele Santagata, Antonino Campennì ; Due anni e sei mesi più 1 anno di libertà vigilata per Emiliano Cirillo, Vittoria Oliva e Claudio Dionesalvi. Ma la Corte d’Assise di Cosenza presieduta dalla dott.ssa Maria Antonietta Onorati non ha assolutamente tenuto conto né degli avvocati dell’accusa della parte civile , nè dei teoremi del PM Fiordalisi, né delle testimonianze del dirigente della Digos di Cosenza Cantafora, né dei rapporti dei Ros. Non esistevano prove tangibili del coinvolgimento dei 13 imputati negli scontri di Genova: nessun video, nessuna foto, nessuna testimonianza diretta. Solo parole, opinioni, discussioni captate per telefono dopo i fatti di Genova . Nessuna prova di alcuna organizzazione degli scontri. Il processo interessò poco la stampa nazionale ed anche quella regionale salvo qualche trafiletto cronachistico. Eppure quello ai militanti del sud ribelle è un processo che ha tutti i risvolti di un processo alla democrazia, alla libertà di manifestare, alla sospensione dei diritti, oltre che alla libertà di pensiero e di movimento rappresentate da un intera generazione. Qui le accuse di devastazione sono generiche ed il perno di tutta l’accusa si basa esclusivamente su reati di opinione e di associazione. Pesa come un macigno sulle udienze processuali la morte di Carlo Giuliani che viene fuori ogni tanto dalla visione dei video-shock sul massacro e sulla “macelleria messicana” alla genovese. Archiviato il 'caso De Gennaro' – che la corte non ha voluto ascoltare sulle giornate di Genova, come teste d’accusa, e definendo la sua <> – spuntano come funghi altre notizie collegate al procedimento penale contro il Sud Ribelle. Ricordiamo solo alcuni degli elementi e dei personaggi, ormai noti, assolutamente non trascurabili, per inquadrare il processo cosentino. Una voce, risuonò su tutte, fu quella del dottor Mortola, l'uomo che pronunciò la frase "oh ragazzi, le molotov non lasciatemele qui", riferendosi alle famose molotov che costarono l'accusa di falso e la cui esistenza fu utilizzata come pretesto per il massacro alla Scuola Diaz. Pensiamo, poi, ai verbali falsificati dagli agenti nella caserma di Bolzaneto, fatti firmare ai fermati stranieri, nei quali involontariamente, si rifiutavano di voler avvertire le proprie ambasciate e di chiamare un avvocato. Ai commenti degli operatori telefonici di pubblica sicurezza che rispondevano ai centralini nelle ore 'calde' con "siamo uno a zero per noi" o "gli zecconi maledetti". Voci che risuonavano dappertutto, ma che non poterono essere ascoltate nelle aule del triste Tribunale di Cosenza. Prendono, intanto, corpo i primi risarcimenti per i pestaggi di strada, a Genova nel 2001, nei confronti dei manifestanti. Chi risarcirà? Lo Stato. Lo stesso Stato che si e' costituito come parte civile nel processo di Cosenza, contro la 'Rete Meridionale del Sud Ribelle', che solo nella fantasia dell'ex titolare dell'inchiesta Fiordalisi poteva essere il "regista della sovversione a Genova e Napoli". Ma sul Tribunale di Cosenza non mancano i veleni giornalistici. Alcuni 'strani' movimenti - a livelli alti e nascosti - sono descritti in vari articoli, sul quotidiano La Repubblica. A quanto pare, oltre che per magistrati, vip, politici, venivano confezionati dossier anche sui movimenti antiglobalizzazione in particolare nella preparazione del social forum di Firenze nel 2002. Gli arresti e l’operazione ‘Sud Ribelle’ doveva partire proprio a ridosso del social forum. Ma poi qualcuno consigliò di spostare gli arresti a qualche settimana dopo. La Digos cosentina in tutto il procedimento è centrale, perché fa partire proprio da uno strano attentato, avvenuto a Roma il 10 aprile del 2000 ,ad opera di un fantomatico gruppo terroristico, detto NIPR, l’inchiesta sul Sud Ribelle. Questi fantomatici attentatori mandarono, secondo quanto scritto dalla Digos e dal Ros, un volantino alla Zanussi di Rende. Uno pensa ad una fabbrica con operai, ed invece non è altro che un deposito di ricambi della Zanussi con un solo impiegato tuttofare che trova nella casella della posta il “magico volantino“. Da qui le prime intercettazioni a militanti storici e non dell’antagonismo calabrese. Intercettazioni che non hanno fatto altro che registrare opinioni, discussioni, convocazioni di riunioni pubbliche che il PM Fiordalisi ha ripetuto passo per passo durante la sua lunga requisitoria cercando di farle apparire come discussioni operative. Per capire il perché si sia deciso da parte dello Stato l’attacco al movimento meridionale del Sud Ribelle bisogna conoscere cosa è successo immediatamente prima gli arresti del 15 novembre del 2002. Il territorio meridionale per la prima volta dopo decenni di silenzio è attraversato da una serie di lotte dure ed autonome. Dai disoccupati di Napoli, agli operai di piccole fabbriche in chiusura, all’occupazione di strade e ferrovie, è un fiorire di lotte, dove il controllo tradizionale dei partiti e delle istituzioni è completamente sfuggito,loro, di mano. La prova del fuoco è il Global Forum di Napoli a maggio del 2001. Il movimento riesce a portare in piazza, per la prima volta cinquantamila persone provenienti da tutti i territori meridionali. Comitati contro le discariche e gli inceneritori, comitati di base sindacali, comitati di lotta di fabbriche, studenti, immigrati, per la prima volta sono insieme a Napoli per protestare contro la vergogna rappresentata dai capi di stato riuniti e barricati in piazza Plebiscito, nel Palazzo Reale che fu dei Borboni. Una manifestazione assolutamente pacifica viene attaccata in piazza Municipio, da tutti i lati, come una moderna Little Big Horn, dai reparti speciali di polizia, carabinieri e finanza. E’ una mattanza. Centinaia di compagni e compagne vengono massacrati e trasportati in caserme dove vengono torturati. E’ la prova su Genova. Il ministro ulivista è Enzo Bianco che se ne sta seduto comodamente in un ristorante napoletano, col cellulare spento, mentre la polizia si sbizzarrisce fra i vicoli di Napoli alla ricerca di sovversivi. Ma il movimento non si ferma. L’esperienza di Napoli impone livelli di coordinamento organizzativo e soprattutto impone una piattaforma sulle istanze che provengono dal sud. Nasce il Sud Ribelle. Per la prima volta a Cosenza si riuniscono gruppi, comitati, sindacati, associazioni, centri sociali, per andare insieme a Genova e portare insieme quella che è la realtà e la specificità del sud. In preparazione dell’evento a Genova, il sud ribelle mette in atto una serie di iniziative che pongono le problematiche del sud: la militarizzazione del territorio, la NATO, la ‘ndrangheta di stato, la devastazione ambientale del territorio, su tutte il Ponte sullo Stretto, le scorie nucleari a Policoro, le prime sperimentazioni di OGM su territori da sempre dediti all’agricoltura tradizionale, le navi dei veleni che esploderanno sulle cronache dei giornali ben sei anni dopo. A giugno 2001 si manifesta a Policoro contro il deposito di scorie nucleari e contro le sperimentazioni OGM sulle melanzane. A luglio si occupano le agenzie di lavoro a Napoli, Taranto, Cosenza, Palermo. Il movimento cresce e diventa sempre di più presente all’interno delle lotte. A Genova per la prima volta si arriva uniti ed organizzati. Ed a Genova scatta la seconda repressione dello stato e dei suoi sbirri sul movimento. Al posto del Ministro Bianco alla cabina di comando ci sono Scaloja e Fini. Il ritorno da Genova rappresenta l’avvio di una serie di nuove iniziative sul territorio meridionale. La presenza nelle lotte è sempre più significativa e soprattutto organizzata. Lo stato non può più stare fermo di fronte alla crescita evidente del movimento e dà mandato ai Ros di organizzare gli arresti. La vita dei militanti appartenenti al movimento del Sud Ribelle, viene scandagliata fin nei piccoli particolari. Cominciano una serie di pedinamenti, intercettazioni, servizi fotografici, sull’attività di cento militanti del sud e si raccolgono alcuni faldoni provenienti da altre procure, si entra addirittura nelle case, oltre che nelle auto, per apporvi micro spie . Il pedinamento è continuo fino alla decisione, insieme alla Procura di Cosenza che ha sposato in pieno le “prove” portate da Ros e Digos, dell’arresto di 18 attivisti. Cosa che avviene nella notte del 15 novembre 2002. Il Sud ribelle secondo gli investigatori è un enorme associazione sovversiva all’interno della quale agisce un gruppo ristretto di sovversivi con intenti terroristici. I 18 attivisti, considerati elementi pericolosissimi, vengono portati in carceri speciali e qui restano per 20 giorni fino a quando il Tribunale del Riesame di Catanzaro non ne decide la scarcerazione. Gli attivisti del sud ribelle vengono accusati di reati pesantissimi che vanno dalla Cospirazione politica mediante associazione al fine di : Turbare l’esercizio delle funzioni del governo italiano durante il G8 a Genova nel luglio 2001; Effettuare propaganda sovversiva Creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato. Associazione per delinquere / Associazione sovversiva / Attentato contro organi costituzionali a Genova / Attentato contro organi costituzionali a Napoli/ Porto di oggetti atti ad offendere / Resistenza a pubblici ufficiali / Turbativa violenta del possesso di cose immobili / Propaganda sovversiva.Queste le tappe dell’inquisizione sul Sud ribelle:
- 15 Novembre 2002: 18 attivisti del movimento meridionale sono tratti in arresto per vari reati associativi .
- 23 Novembre 2002: Centomila persone scendono in piazza a Cosenza per chiedere la liberazione immediata di tutte e tutti gli arrestati.
- 2 Dicembre 2002: Il Tribunale della libertà di Catanzaro produce una sentenza che, oltre a rimettere in libertà tutti gli arrestati, demolisce dalle fondamenta l’impianto accusatorio del provvedimento. "Esprimere il dissenso non è reato" è il messaggio cardine delle motivazioni di quella sentenza.
- 9 Maggio 2003: Nonostante la richiesta dello stesso Procuratore Generale di rigettare il ricorso presentato dal Pm titolare dell’indagine, la Cassazione annulla la sentenza del Tdl di Catanzaro per esclusivi vizi di forma, mentre i contenuti della sentenza contestata non sono minimamente messi in discussione.
- Luglio 2003: Il Pm Fiordalisi presenta una “memoria” in cui ribadisce la volontà di arrestare nuovamente tutti e 20 gli indagati, ed estende all’intero movimento le accuse già formulate contro il Sud Ribelle. Fiordalisi chiede di depositare decine di migliaia di pagine contenenti "nuove" prove: si tratta essenzialmente di altre intercettazioni telefoniche riciclate (e molte di queste palesemente manomesse dalla digos di Cosenza) da altre procure che le avevano dichiarate inutili e insignificanti, ma per Fiordalisi sono una conferma: le contestazioni al G8 di Genova erano un attacco al governo Berlusconi. Secondo lui, gli indagati volevano "turbare l’esecuzione delle funzioni del governo italiano, sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito dello Stato, sovvertire la globalizzazione economica”.
- Novembre 2003: Nuova sentenza del tribunale della libertà di Catanzaro. A carico di cinque su diciotto già scarcerati, rimangono i gravi indizi di colpevolezza. A tre di loro viene addirittura imposto l’obbligo di firma (Caruso, Cirillo, Santagata) che durerà fino all’inizio del processo per oltre 1 anno; per tutti gli altri cade ogni contestazione.
- Aprile 2004: Richiesta di rinvio a giudizio per tredici degli indagati, due dei quali completamente estranei fino a quel momento a tutta la vicenda giudiziaria (Luca Casarini e Alfonso De Vito). Le posizioni di altri 41 indagati vengono archiviate. Solo per 11 dei 18 arrestati nel novembre 2002, è stata presentata richiesta di rinvio a giudizio; cinque di quelli che finirono nelle carceri speciali vedono cadere ogni contestazione a proprio carico. Fiordalisi aggiunge il reato di “associazione a delinquere”. Quindi, non solo sovversivi e cospiratori, ma anche delinquenti.
- Maggio 2004: Prima udienza preliminare. I legali si oppongono alla costituzione di parte civile presentata dalla Presidenza del Consiglio e dai Ministeri dell’Interno e della Difesa, che è stata però accolta. Il governo chiede cinque milioni di euro di risarcimento per i danni non patrimoniali, cioè d’immagine, subiti in occasione dei vertici di Napoli e di Genova. Ma il Gup Giusi Ferrucci, respinge questa e tutte le altre eccezioni della difesa, e prim’ ancora fissa il calendario del dibattimento, stralciando la perizia sulle intercettazioni (che sono il cuore del “teorema Fiordalisi”). Gli imputati, dinanzi a questo atteggiamento del Gup, che mostra già di aver deciso l’esito dell’udienza, chiedono la ricusazione del magistrato.
- Giugno 2004: La corte di appello rigetta la ricusazione del Gup fatta dagli imputati e ristabilisce il collegio. Gli imputati che hanno firmato la richiesta di ricusazione vengono anche multati di 1500 euro ciascuno.
- Giugno 2004: La Corte di cassazione rigetta il ricorso presentato da Caruso e Santagata contro l’obbligo di firma che li costringe ormai da nove mesi a firmare in caserma. Oltre al rigetto, i due imputati sono condannati ad una multa di 500 euro ciascuno.
- Luglio 2004: A Roma nasce l’Osservatorio parlamentare sul diritto al dissenso: seguirà il processo di Cosenza. I firmatari sono 12 deputati e due senatori. Il Gup rinvia a giudizio 13 indagati. Le pene previste per i reati contestati, vanno da 12 a 15 anni di carcere.- Agosto 2004: La Cassazione respinge i ricorsi sulla presunta incompetenza territoriale del tribunale di Cosenza. La Procura presenta una “integrazione d’indagine”. I mezzi di informazione locali annunciano che tra i testi d’accusa il Pm Fiordalisi ha inserito il capo della polizia De Gennaro.
- 27 Novembre 2004: Cosenza si mobilita di nuovo in vista dell’inizio del processo con tre giorni di mobilitazion, assembleee, musica ed un corteo con 10.000 persone scese di nuovo in strada a dare sostegno
- 2 Dicembre 2004: Inizio del processo con le revoche degli obblighi di firma a Caruso, Cirillo e Santagata. Volutamente il clima all’interno del Tribunale viene reso pesante dalla Digos con continue perquisizioni a cittadini e compagni che vogliono assistere al processo. Lo stesso non avviene in altre aule del tribunale a processi contro ndranghetisti. In una delle tante udienze addirittura un poliziotto aggredisce due compagni sulla soglia dell'aula. La pausa processuale e una sentenza della Corte Costituzionale fanno riprendere il processo a Ottobre 2005. Si inizia ascoltando i testi dell'accusa. Intanto anche la difesa si organizza, facendo entrare in aula il G8 nella sua gestione complessiva dal punto di vista della gestione dell'ordine pubblico, proiettando i video e visionando le foto. L'interazione tra avvocati genovesi e cosentini e segreterie legali è alta, proprio mentre si ascoltano dei testi molto importanti in entrambi i filoni processuali, i famigerati Mortola, Mondelli e Bruno. Il trio è molto conosciuto nelle aule genovesi: -Mortola sostiene diverse cose: che il corteo dei "disobbedienti" (una delle aree politiche italiane)era autorizzato, ma non riesce a spiegare perché sia stato attaccato dai Carabinieri (confronta Processo ai 25, su Via Tolemaide)--Bruno (capitano dei Carabinieri di Carrara a comando della Compagnia CCIT Alfa del III Battaglione Lombardia) ricorda molotov e lanci di materiale vario dappertutto, ma nelle numerose immagini visionate su richiesta del PM e delle difese non riesce a indicare neppure uno spillo lanciato contro i Carabinieri. Notevole poi che colui che ha diretto le cariche in via Tolemaide, abbia candidamente ammesso di non sapere e di non aver saputo allora se i cortei fossero autorizzati o meno (il corteo di Via Tolemaide ERA autorizzato!). I tonfa in dotazione ai suoi uomini poi, guardando bene le immagini mostrate durante l'udienza, si trasformano in manganelli, mazze, bastoni. A quel punto Bruno è costretto comunque a dire che non aveva una spiegazione a questo armamentario in quanto aveva personalmente passato in rassegna i suoi uomini la mattina. -Mondelli (funzionario della Polizia di Stato di Cuneo, distaccato a Genova, a capo del plotone dei Carabinieri del capitano Bruno) dichiara di non aver partecipato agli scontri, anzi di aver fatto di tutto per metter pace tra i due "contendenti" e di non aver dato l'autorizzazione al capitano Bruno di attaccare deliberatamente i manifestanti autorizzati, dando la colpa ai Carabinieri. Il successivo "teste eccellente" che viene ascoltato è il capo della Digos di Cosenza, Alfredo Cantafora, che si permette dalla sua posizione di testimone di emettere sentenze non richieste ("Sono colpevoli"), deridere i testi, addebitare agli imputati la morte di Carlo Giuliani per finire, subito zittito dalla Corte, a fare un pindarico collegamento con le Brigate Rosse . Ma i momenti migliori sono quelli di ilarità generale in aula quando Cantafora dichiara che alcuni imputati armati di verdure e scolapasta avrebbero usato violenza sulle forze dell'ordine. È stata poi la volta di Eugenio Astorino, anch'egli agente Digos di Cosenza che ha deposto sull'utilizzo (pe¬raltro perfettamente legale) di sistemi di criptazione della posta elettronica da parte di alcune persone non imputate nel procedimento odierno, nonché sul "pericoloso" sistema di comunicazione tra manifestanti: nientemeno che Radiogap, il progetto radiofonico nato durante il G8 a copertura delle manifestazioni. A questo punto, un colpo di scena: scompare il PM Fiordalisi, trasferito o meglio ritornato nella "sua" procura di origine, che viene sostituito da una staffetta di diversi colleghi. Il processo continua con l'escussione di diversi testimoni della difesa. Molti, quasi tutti lavoratori e sindacalisti di base, interrogati sulle giornate del Global Forum del 2001 a Napoli, hanno raccontato ciò' che e' avvenuto nel "sacco" di piazza Municipio; la mattanza attuata dalle forze dell'ordine nei confronti dei ma¬nifestanti: teste rotte, rastrellamenti negli ospedali, deportazione nella caserma Raniero, lacrimogeni a gogò', pestaggi gratuiti, fughe generalizzate, scene di panico, intere famiglie terrorizzate e quant'altro. Terminata l'escussione dei testimoni della difesa la novità più grossa dell'autunno ce la riserva l'udienza n. 35, con il ritorno in aula di Fiordalisi assieme al suo fedele factotum, perche' non c'erano altri pm disposti a sporcarsi le mani con questa spazzatura, in vista della sentenza che era stata calendarizzata per il 19 dicembre, in perfetta sincronia con le aule genovesi, ma rinviata al 31 gennaio. Il 10 gennaio 2008 il testimone dell'accusa, l'ispettore capo Rosario D'Agostino della Digos di Cosenza, è stato ascoltato nel processo Diaz. Doveva fugare, una volta per tutte, ogni dubbio rispetto alla presenza di soggetti pericolosi all'interno della Diaz, che avrebbero dato il via al pestaggio dei presenti. La sua trascrizio¬ne è stata depositata anche a Cosenza. Il 15 gennaio, invece, la città di Cosenza è stata omaggiata del trasferimento e promozione a vicequestore e capo della mobile, Fabio Ciccimarra. Il nuovo arrivato è molto conosciuto nell’ambiente del G8 per essere stato processato a Genova per i pestaggi avvenuti a Napoli durante il Global Forum del 2001.
- 24 gennaio 2008- Il PM Fiordalisi chiede 50 anni per tutti gli imputati
- 2 febbraio 2008- La città si mobilita ancora in vista della sentenza. Ancora 10 mila persone in piazza in solidarietà agli imputati.
- 24 aprile 2008 fine del processo con l’assoluzione piena per tutti gli imputati.
- Dicembre 2008 la Procura generale di Cosenza presenta appello
- 18 maggio 2010 – Catanzaro Inizio Processo d’Appello
Per tutto questo è di nuovo necessario mobilitarsi . Essere presenti vicino agli imputati far sapere allo Stato, ai magistrati, alla gente , che il movimento è ancora presente nei nostri territori, e soprattutto attivo contro le ndranghete di stato, i partiti corrotti, i politicanti che giocano sulla pelle della gente con false promesse e soprattutto mentre tutte le problematiche aperte nel lontano 2000, sui nostri territori sono ancora aperte e vive oltre che peggiorate. Ancora le scorie nucleari sono depositate a Poliporo, ancora si continuano le sperimentazioni OGM , ancora si è aggravata la richiesta del lavoro ed è peggiorata la precarietà, ancora le agenzie del lavoro giocano sui disoccupati, ancora si muore nei cantieri sul lavoro, ancora le devastazioni ambientali proseguono lungo le nostre coste , ancora si pensa di regalare il Ponte sullo stretto alla finanza ndranghetista, ancora si vuole nascondere la verità sulle navi dei veleni, ancora si vogliono riempire i nostri territori di diossina con nuove discariche e inceneritori, ancora sulle morti della Marlane non c’è giustizia, ancora……..
Per tutto questo, VENERDI’ 30 APRILE ALLE ORE 17 NEL CSOA RIALZO DI COSENZA ci sarà un ASSEMBLEA MERIDIONALE DI DISCUSSIONE ED ORGANIZZAZIONE aperta ai comitati di lotta, i centri sociali, le realtà di territori, i sindacati di base, le associazioni, i soggetti liberi perché il Processo d’Appello al Sud Ribelle non passi inosservato e porti ad una nuova piena assoluzione di tutti gli imputati ed al pieno riconoscimento della LIBERTA’ DI MANIFESTARE E FARE OPPOSIZIONE NEI TERRITORI
19 aprile 2010
Nei secoli a chi fedeli ?
La vicenda Ganzer, il capo del Ros per cui la magistratura ha chiesto una pena di 27 anni di reclusione per spaccio internazionale di stupefacenti, riporta nuovamente alla luce uno dei lati oscuri della nostra mediocre Italia : chi controlla i controllori ?Marco Rigamo si chiede quando ci libereremo mai di Ganzer. Una domanda legittima che va inserita in un contesto molto più articolato che riguarda il tema della corruzione nelle forze dell’ordine ed in particolar modo nell’Arma dei Carabinieri.
Un corpo santificato da qualcuno come i paladini della lotta alla criminalità organizzata, ma che la vicenda Ganzer e tante altre che meritano lo spazio di un flash nei telegiornali, ci aiutano a comprendere come sia uno dei corpi più oscuri e maggiormente legato ai peggiori traffici nel nostro paese.
I Carabinieri nel nostro paese sono tutt’altro che una “vicenda da barzelletta”, come si lamentava qualche anno fa l’ex deputato di Alleanza Nazionale Filippo Ascierto. Proprio lui, presente nella centrale operativa di Genova durante il G8, proclamava la necessità di un riscatto morale della figura del carabiniere nell’immaginario collettivo del nostro paese. Non più soggetti da barzelletta ma sentinelle dell’ordine morale, giuridico e…evidentemente politico.
La vicenda Marrazzo, con due integerrimi della benemerita Luciano Simeone e Carlo Tagliente, che facevano irruzione in un appartamento di Via Gradoli a Roma in cui Marrazzo si intratteneva con la trans Brenda, giravano un filmato con il telefonino, introducevano cocaina nella stanza riprendendo i due nudi e la striscia di coca accanto al tesserino del ex governatore del Lazio, salvo poi sparire subito dopo e farsi vivi per ricattare Marrazzo, ci raccontano solo uno degli innumerevoli episodi in cui i Carabinieri sono stati coinvolti di recente nelle trame di potere del nostro paese.
Da Placanica a Via Gradoli, dal maresciallo Truglio a Ganzer, sono fin troppi gli elementi che dovrebbero portarci a comprendere come “l’ambiente” dei carabinieri sia denso di oscuri misteri e di trame fin troppo chiare per non essere lette come quelle di un braccio armato degli affari sporchi nel nostro paese. Un mondo che risulta complessivamente corrotto e fin troppo contiguo con quelli che sono gli ambiti criminali che dovrebbe “debellare”.
Alcuni esempi ci aiutano a capire come non esista un esclusivo utilizzo del corpo dell’arma per quelle che sono trame oscure e complotti che si potrebbero inserire nell’ambito di uno scontro tra poteri forti, assolutamente vivo nel nostro paese.
Ganzer è accusato sostanzialmente di aver fatto carriera favorendo il traffico internazionale di stupefacenti per poi arrivare al sequestro della merce senza mai individuare i pesci grossi, e garantendosi in questo modo, grazie alla platealità delle sue operazioni una folgorante carriera.
Carabinieri e criminali in affari, per agevolare gli uni nella carriere e sull’aspetto economico e non disturbare gli altri nei loro traffici.
E’ quello che in questi ultimi anni è venuto fuori costantemente…
Il 15 marzo scorso la DDA di Napoli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per 4 Carabinieri in forza al comando provinciale di Napoli. I 4 sarebbero stati stipendiati dal clan degli scissionisti per favorire gli stessi informandoli delle attività investigative nei loro confronti. Nelle intercettazioni telefoniche emerge come i carabinieri avvisavano i fratelli Ciro e Giuseppe Bastone, capipiazza degli scissionisti, sulla presenza di telecamere in prossimità delle piazze di spaccio e dei movimenti investigativi nei loro confronti. In cambio uno stipendio da 500 euro al mese e regali. Anche cocaina “per un amico avvocato”, oppure una collaborazione in un omicidio. Due dei quattro carabinieri infatti avrebbero prelevato due esponenti del clan rivale che sono stati poi uccisi dagli scissionisti. 250 mila euro a testa il guadagno dell’affare insieme agli scissionisti.
La stampa ufficiale dedica poco più di poche righe di commento a questi episodi, e quasi mai vengono rivelati i nomi dei carabinieri coinvolti.
Qualche volta i nomi trapelano come nel caso del Maresciallo Alfredo Bolognesi comandante della stazione di Pinetamare, arrestato pochi mesi fa, stipendiato dal clan dei casalesi fino a 1.000 euro di retribuzione mensile piu’ gli extra ed i regali. Bolognesi favoriva il clan più sanguinario della camorra agevolando le attività di spaccio e di gioco d’azzardo di Maurizio Brancaccio, cugino di Antonio Iovine detto “O’Ninno”, che insieme a Michele Zagaria è senza dubbio il capo dei casalesi.
Il Maresciallo Bolognesi rivela ai casalesi i nomi degli esponenti del clan prossimi all’arresto consentendogli la fuga, favorisce truffe assicurative e chiede ai suoi “amici” che qualcuno dei loro si consegni nelle sue mani per poter fare carriera. La storia di Bolognesi raggiunge l’apice quando lo stesso denuncia alla procura militare un collega, Vincenzo Davide della caserma di Castelvolturno. Bolognesi segnala alla procura militare una serie di atti illeciti e di complicità con i casalesi che in realtà sono stati commessi da lui stesso addebitandoli a Davide. Subito dopo la denuncia di Bolognesi arriva una lettera anonima che accusa proprio Davide di essere stipendiato dai casalesi. Il maresciallo Davide non ha idea ci cosa si celi dietro quella lettera anonima. La sola colpa del maresciallo Vincenzo Davide è quella di aver negato a Bolognesi alcune informazioni che avrebbe dovuto poi girare agli esponenti dei casalesi.
I Casalesi a dispetto dei proclami del Ministro Maroni, sembrano avere una certa dimestichezza nel riuscire facilmente a corrompere i Carabinieri. Il 27 aprile del 2009 tre militari dell’arma vengono arrestati per essersi introdotti abusivamente nel server del Ros di Napoli ed aver preso informazioni che riguardavano una importante indagine proprio sul conto dei casalesi, favorendo il figlio di Francesco Schiavone detto Sandokan già in carcere.
Un sistema di corruzione che possiamo dire senza dubbio di non recente comparsa. Era il 2000 quando una analoga operazione – come tutte quelle citate fino ad ora avvenute solo in seguito a dichiarazioni di pentiti – portò all’arresto di altri due Carabinieri insieme a due ispettori di Polizia.
Angelo Stellato e Pietro Campagna, carabinieri in lotta teoricamente contro la camorra, erano stati al soldo dei casalesi durante gli anni novanta quando prestavano servizio presso gli uffici di Polizia Giudiziaria ad Aversa. Riferivano la disposizione dei controlli delle forze dell’ordine nella zona di Casal di Principe, avvertivano il cartello criminale prima delle operazioni di arresto, omettevano i controlli per gli affiliati agli arresti domiciliari.
Un vero e proprio sistema di corruzione che vedeva i carabinieri – così come innumerevoli poliziotti tra l’altro – al soldo della camorra. Forse quando pensiamo che anche le pietre sanno dove sono le piazze di spaccio a Napoli e che le stesse funzionano a pieno regime 24 ore su 24, cominciando a vedere il fenomeno da questa prospettiva, riusciamo a darci una risposta forse meno politically correct ma senza dubbio più vera.
Un’altra indicazione ce la dovrebbe dare la composizione delle forze dell’ordine che invece i camorristi li arrestano davvero. E’ il caso della caserma dei Carabinieri di Castello di Cisterna in provincia di Caserta. In ogni operazione contro la camorra a compiere indagini e arresti sono i Carabinieri di Castello di Cisterna. Se c’e’ da arrestare a Napoli o a Caserta, a Casal di Principe o a Secondigliano ad intervenire sono sempre loro.
Chissà se sono i più bravi di tutti o forse è una delle poche caserme in cui la corruzione non è ancora dilagata…
I principali alleati dei clan sono proprio le forze dell’ordine ed i fatti sopra citati sono solo alcuni degli innumerevoli esempi che confermano questa chiave di lettura. Il ministro Maroni potrà parlarci all’infinito di “criminalità debellata”, potranno dirci che ogni tizio residente a Casal di Principe che arrestano e’…”il vero capo dei casalesi”…ma i fatti ci raccontano che le collusioni tra controllati e controllori ci forniscono un elemento difficilmente demolibile per capire che i “proclami” del Ministero altro non sono che mera propaganda.
Carabinieri nei complotti e nelle trame degli scontri tra poteri forti, carabinieri al soldo dei criminali, ma questi bravi ragazzi tra una tangente da un camorrista ed un ricatto commissionato da un potente dovranno pur svagarsi ?
Lo fanno nelle caserme con il primo povero cristo che finisce nelle loro mani.
Di Aldrovandi, Bronzino, Cucchi (anche lui fermato prima dai Carabinieri) e tanti altri in molti hanno già raccontato.
In pochi – tranne L’Unità - hanno raccontato la vicenda di Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero. Nel giugno del 2008 Uva e Biggiogero vengono fermati da una volante dei Carabinieri a Varese. I due sono in stato d’ebrezza ed al momento del fermo nasce una colluttazione con i carabinieri perché Uva riconosciuto da uno dei militari proverà a scappare. Portati in caserma vengono separati. Biggiogero sente per due ore le urla di Uva che viene massacrato da 6 carabinieri in servizio. Riesce addirittura a chiamare con il suo cellulare il 118 del pronto soccorso dell’ospedale Circolo, ed anche suo padre che giunge in caserma quella notte si offre ai militari per accompagnare Uva in ospedale. I Carbinieri rispondono agli operatori del 118 che avevano chiamato in caserma dopo la telefonata di Biggiogero che non c’è nessun bisogno di un’ambulanza alla caserma di Via Saffi. All’alba giunge in caserma un signore che viene chiamato “il dottore”. Alle 8:30 del mattino i carabinieri portano Uva in ospedale per un TSO - trattamento sanitario obbligatorio - e viene ricoverato nel reparto psichiatrico del nosocomio. Alle 10:30 viene constatata la morte per arresto cardiaco. A Giuseppe Uva in quella caserma sono stati somministrati farmaci controindicati in caso di eccesso di alcol. Nessuno si preoccupa in ospedale di fare un’autopsia come si deve, nessuno si preoccupa di verificare quelle echimosi sul naso e sulla schiena di Giuseppe Uva. Nessuno si preoccupa di verificare quelle chiazze di sangue presenti nella zona anale, così come nessuno sa spiegare dove siano finiti gli slip di Giuseppe Uva. Sotto inchiesta ci finiranno i medici, mentre per i carabinieri nessun provvedimento è stato emesso.
Al servizio dei potenti per gli affari sporchi, al soldo dei criminali e dei narcotrafficanti per soldi e carriera e con la licenza di uccidere nelle caserme per sfogare la frustrazione da tanto lavoro….
E guai se qualcuno di loro provasse davvero a fare il suo mestiere…
Il caso ancora una volta ci porta dalle parti di Guido Bertolaso.
Il capitano Sergio De Caprio è da tutti conosciuto con il nome di Capitano Ultimo, famoso a seguito dell’arresto di Totò Riina. E’ proprio il capitano Ultimo che avvia le indagini e le attività investigative con la procura di Tempio Pausania in merito all' inchiesta sugli appalti del G8 alla Maddalena. Chiede a più riprese di poter intercettare i telefoni di Diego Anemone, Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro della Giovanpaola. Ma ad autorizzare Ultimo doveva essere l’ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, anche lui finito nell’inchiesta di appaltopoli solo mesi dopo, con l’inchiesta che veniva condotta in gran segreto dalla Procura di Firenze.
Ultimo fu esautorato dall’inchiesta. Ed ora è a dirigere il Nucleo Operativo Ecologico del Lazio. Le intercettazioni saranno poi seguite dalla “ammaestrata” Guardia di Finanza di Roma dove c’era il maresciallo Marco Piuniti, anche lui finito nell’inchiesta, e al soldo di Diego Anemone.
Insomma non è concesso di andare sopra le righe rispetto a quelli che appaiono ormai come dei comportamenti collaudati da tenere nel corpo dell’arma.
Ci si chiede quando ci libereremo di Ganzer ma forse è più opportuno chiedersi quando ci libereremo dai Carabinieri. Quando nei media main stream finalmente si cominceranno a dare notizie sulla corruzione, sulla complicità nelle trame oscure, sugli abusi e gli omicidi commessi dai Carabinieri. Quando finalmente qualcuno proverà a mettere insieme - come si prova a fare qui e nell’editoriale di Marco Rigamo su Ganzer - una serie impressionante di episodi che riguardano i Carabinieri.
Si presupporrebbe di essere in un paese dove la stampa è libera.
Scusate…dimenticavo che siamo in Italia…
In Italia dove i carabinieri sono “nei secoli fedeli”.
A chi non è molto chiaro…
"…ognuno ha la sua parte… dall’altra di guardia… i carabinieri nei secoli a chi fedeli ? ” Assalti Frontali
14 aprile 2010
Milano, chiesti 27 anni di carcere per il comandante dei Ros Ganzer
Pesante richiesta di condanna a 27 anni di carcere nei confronti del comandante del Ros, Giampaolo Ganzer, imputato a Milano. La richiesta è stata avanzata dal pm Luisa Zanetti nell'ambito del processo in cui Ganzer, insieme con altre persone tra cui l'ex colonnello delle teste di cuoio dei carabinieri Mauro Obinu e altri sottufficiali dell'Arma, sono ritenuti responsabili di presunte irregolarità in operazioni antidroga sotto copertura avvenuta tra il 1991 e il 1997. Ganzer e gli altri imputati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, falso e peculato.Il pm oltre alle condanne per Ganzer ha chiesto pene severe anche per gli altri 17 imputati, tra cui una serie di sottufficiali del Ros ai tempi componenti del cosiddetto gruppo di Bergamo. Le condanne vanno dai 27 anni (Obinu e Lovato) ai 5 anni e 18mila euro di multa. Il pm ha anche chiesto per tutti gli imputati l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Prima di chiedere le condanne il pm Zanetti ha voluto richiamarsi a quanto già affermato all'inizio della sua requisitoria e cioè la "gravità dei fatti" per i quali "la pena prevista è altissima" e ha parlato di "deviazione dai compiti istituzionali che emerge dal quadro che ho tentato di tracciare durante il mio intervento".Fra gli episodi contestati anche un traffico d'armi.






