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14 gennaio 2010

Rosarno, le bugie di Maroni: su 1078 identificati 795 erano in regola

Il ministro dell'interno Maroni è un "duro". Lo ha detto più volte e senza mezzi termini: con i clandestini bisogna essere "cattivi". Bisogna essere anche dei ciarlatani, almeno stando alla sua relazione sui fatti di Rosarno, presentata al Senato il 12 gennaio. I fatti sono noti e non starò qui a ripeterli. Quello che mi interessa mettere in evidenza è che l'interpretazione che ne ha dato il "duro" Maroni è stata fin da subito univoca: quello che è successo è colpa dei clandestini. Maroni e i suoi compari lo hanno ripetuto in maniera ossessiva in questi giorni e sono stati efficaci tanto che la stessa rappresentante in Italia dell'Alto commissariato dell'ONU per i rifugiati, Laura Boldrini, che non può essere accusata di razzismo e xenofobia, l'ha implicitamente confermato dichiarando l'8 gennaio all'agenzia ASCA che "fra i molti immigrati clandestini di Rosarno ci sono anche rifugiati politici e richiedenti asilo".
In breve, quello che è passato di fronte alla cosiddetta opinione pubblica è il messaggio lanciato da Maroni e ripreso dalla canea fascistoide che ci governa: a far "casino" a Rosarno ci sono i clandestini.
Ebbene si tratta di una clamorosa falsità come hanno dimostrato le cifra snocciolate da Maroni nel citato intervento al Senato che abbiamo ripreso dal sito del ministero dell'interno e che possiamo così riassumere: a Rosarno sono stati identificati 1078 extracomunitari, di questi 795 (74%) sono risultati in possesso di permesso di soggiorno, 46 sono clandestini che verranno immediatamente espulsi (4%) mentre i restanti 238 (22%) verranno internati nei famigerati CIE per un approfondimento di indagine. Come è stato costretto ad ammettere il "duro" Maroni: "La maggioranza degli immigrati a Rosarno era regolare dal punto di vista del permesso di soggiorno". Le vittime dello sfruttamento selvaggio dei proprietari terrieri della piana do Gioia Tauro, coloro che hanno osato ribellarsi alla mafia non erano i tremendi clandestini di cui si riempiono la bocca politicanti e gazzettieri da due soldi. Eppure nonostante questa ammissione il "duro" Maroni ha continuato a sostenere una clamorosa falsità e cioè che "i fatti di Rosarno rendono evidenti tutte le conseguenze negative che derivano dall'immigrazione clandestina" affermazione che è stata inserita nel comunicato pubblicato sul sito del ministero dell'interno e immediatamente ripresa nei "lanci" di due fra le maggiori agenzie di stampa: "Immigrati, Maroni, combattere senza tentennamenti i clandestini (Adnkronos) e "Rosarno, Maroni, governo proceda senza tentennamenti contro l'immigrazione clandestina per favorire la legalità" (ANSA).
Ancora una volta gli sciamani della politica ci hanno dato un esempio da manuale di come si riesce a manipolare l'informazione per dare una visione distorta della realtà.

fonte: SenzaSoste

Omicidio razziale a Napoli, vittima un senzatetto marocchino

Si chiamava Yussuf Errahali, aveva 37 anni ed era originario del Marocco. E' stato assassinato a Napoli la notte fra lunedì e martedì scorsi, da uno dei tanti gruppi di giovani che in tutta Italia, da nord a sud, hanno abbracciato le ideologie razziste che ormai da anni, diffuse da politici e media, permeano la società italiana. Yussuf, che non aveva un tetto sotto cui ripararsi dal gelo invernale, è stato aggredito, insultato, umiliato, percosso e gettato in una fontana, con una temperatura vicina a zero gradi. Dopo un'atroce agonia, è morto su una panchina di piazza Cavour, in pieno centro. La sua morte era già stata liquidata dalle autorità come decesso causato dalla precarietà e dalle intemperie: identica sorte che la stessa notte, sempre secondo le autorità, sarebbe toccata, sempre nel capoluogo partenopeo, a un altro senzatetto. Grazie all'indagine di Stefano Piedimonte del Corriere del Mezzogiorno, è però emersa almeno questa volta la verità e le autorità non dovrebbero incontrare ostacoli a identificare e arrestare il gruppo di giovani assassini razziali.

fonte: www.everyonegroup.com

13 gennaio 2010

Uno sciopero «nero» contro l'alleanza schiavista sud-padana

Tra il 16 e il 20 agosto del 1893 a Aigues-Mortes (vicino Nimes et Montpellier) si scatenò una violentissima ratonnade, una sorta di pogrom che provocò l'assassinio di decine di italiani che lavoravano nelle saline. La cifra ufficiale di 9 morti fu poi smentita da altre che stimarono a circa 50 i morti e 150 i feriti, ma molti cadaveri non furono ritrovati perché buttati nei canali o in mare o in mezzo alle campagne o peggio... dati in pasto ai maiali. Del resto nessuno sapeva quanti e chi fossero i liguri, i piemontesi, i lombardi e i toscani che andavano a piedi a lavorare clandestinamente fra Nizza, Marsiglia e Perpignan e l'ambasciata d'Italia non si curò neanche di accertare chi fossero i morti. Già allora gli italiani erano chiamati genericamente «napoletani» e poi con tutti gli epiteti dispregiativi abituali (sarazins, ritals o bougnoules, terroni) e accusati di rubare il lavoro ai francesi anche da qualche leader sindacale di sinistra come Jules Guesde. I francesi che parteciparono alla caccia all'italiano non sembra fossero aizzati da una qualche mafia locale, ma sicuramente da qualche politicante e sindacalista nazionalista. Insomma, spargendo il sangue degli italiani il cosiddetto popolino locale francese si sfogò della sua misera esistenza.
Fatti del genere ne sono successi tanti in tutti i paesi d'immigrazione e in diversi periodi storici e recentemente è quanto è successo anche in Africa con la persecuzione assassina dei rifugiati in paesi confinanti a quelli da cui scappavano.
Le analogie fra questi fatti e i pogrom di Rosarno o di Castelvolturno non mancano, ma ci sono delle differenze non da poco. Cosa è diventata la Calabria nell'Italia di oggi? Cosa sono diventate tante zone europee simili alla Calabria nell'odierna Europa (si ricordino anche le uccisioni di tanti polacchi in Puglia, dei marocchini a El Ejido nel sud est della Spagna, di albanesi in certe zone greche vicino all'Albania e altri casi anche a danno dei rom in quasi tutti i paesi dell'Europa "democratica")?
Circa cinquant'anni di clientelismo selettivo hanno trasformato le zone cosiddette povere d'Italia in territori abbandonati da una forte percentuale di emigrati e rimasti popolati da persone in maggioranza costrette a sottostare al mercimonio dei mediatori di potere fra i quali innanzitutto i mafiosi. Quando il centrosinistra è andato al potere in tali zone quasi sempre ha dovuto fare compromessi se non vere e proprie intese forti con le mafie locali, e quando non l'ha fatto è stato subito sconfitto. In altri termini, buona parte della popolazione di queste zone è alla mercé, massa elettorale o persino bacino di manovalanza delle mafie locali. In altri termini è quella parte di popolazione che fa da pendant a quel popolino padano che rivendica la libertà di fare quello che vuole per arricchirsi sempre più. Ciò che accomuna questi due "popoli" che per 50 anni hanno votato Dc o personaggi del centrosinistra dotati di carisma clientelare o mafiosesco è infine la pretesa secondo loro indiscutibile di una superiorità assoluta in quanto cittadini italiani ed europei. Ergo una superiorità che non è dissimile da quella dei colonialisti o degli americani del Ku Klux Klan. Solo qualche stupido poteva credere che al sud ci fosse - chissà perché - più "umanità" per gli immigrati. Ci si dimentica che in tutte le zone dove la possibilità di tutela dei diritti fondamentali e dove gli spazi di emancipazione sono scarsi o inesistenti c'è sicuramente rischio di schiavizzazione e questo vale anche per tante zone della Padania anche se non si vede in maniera plateale come a Rosarno (dove peraltro questa situazione dura da anni, mentre la cosiddetta opinione pubblica sinora non s'era accorta di nulla).
Ecco quindi che terroni padani e terroni del sud si uniscono per la difesa della loro pretesa di schiavizzare e di eliminare lo schiavo quando loro aggrada. È il diritto di cittadinanza liberista che di fatto corrisponde a quello che difende Angelo Panebianco sul Corriere della sera. Di fronte a tanta vigliacca protervia razzista la rivolta degli immigrati s'è mischiata alla disperazione totale. Dopo quella di Castelvolturno è la seconda rivolta resa nota all'opinione pubblica. Allora quand'è che la sinistra e i sindacati si impegneranno seriamente a sostenere le mobilitazioni nazionali e locali degli immigrati? Sono più di 800 mila gli stranieri iscritti al sindacato in Italia. Dovrebbe bastare per un impegno sindacale che diventi effettivamente incisivo, a cominciare da uno sciopero nazionale non solo degli immigrati ma anche di tutti gli italiani che vivono nel sommerso o nella quasi schiavitù, che per i condannati alla clandestinità è anche rischio di morte violenta.

Salvatore Palidda da il manifesto

10 gennaio 2010

Speciale Rosarno

Ma come fa Maroni a dire quello che dice? Ci crede oppure fa finta e poi, quando è lontano dai microfoni, si mette a dare di gomito e a ridere? Se per una volta perfino un Bersani, quella pasta d'uomo che guarda al centro, gliene ha cantate quattro, vuol proprio dire che il buon Roberto, l'avvocato e tastierista della Lega che si occupa della nostra sicurezza, le ha proprio sparate grosse.
Dire che quello che sta succedendo a Rosarno è colpa della tolleranza è una barzelletta, anzi una spudorata violazione del buon senso. Tolleranza? Da un anno e mezzo, il governo, di cui Maroni è uno dei ministri chiave, smantella i campi nomadi, scheda Rom e Sinti, blocca i migranti in alto mare e li rimanda in Libia, affidati alle cure di quel simpatico difensore dei diritti umani di Gheddafi, il grande amico di Berlusconi. E che dire del pacchetto sicurezza e di quei sindaci della Lega che invitano i cittadini a denunciare i clandestini? E degli innumerevoli gesti di disprezzo e razzismo, della propaganda xenofoba ufficiale e ufficiosa, della persecuzione a ogni livello di chi non ha i documenti in regola e anche di chi ce l'ha? Le condizioni di vita degli stranieri impiegati nell'agricoltura stagionale sono schiavistiche per i vescovi e persino per «Farefuturo». Che si tratti di sovversivi?
La pura e semplice verità è che la tolleranza in questo paese c'è per il lavoro schiavistico, per il caporalato, per i salari da fame, per le condizioni in cui sono costretti a vivere i migranti, per l'assoluta privazione dei loro diritti. Qualcuno si è mai preoccupato di allestire alloggi decenti per i lavoratori stagionali? Di proteggerli dalla mafia o dalla camorra, come a Castel Volturno? Se tutti i quattrini spesi nella gigantesca bufala della sicurezza fossero stati usati per accogliere e aiutare i lavoratori stranieri (di cui si occupa solo il volontariato), a Rosarno non sarebbe successo nulla, anche mettendo nel conto i colpi di pistola sparati da qualche canaglia o mafioso che sia. Nelle dichiarazioni dadaiste di Maroni c'è tutta la linea politica di un governo che esclude, reprime, espelle, soffia sul fuoco e magari riscuotere il premio elettorale dell'insofferenza diffusa.
Il vero miracolo è che non sia successa prima. È incredibile il grado di sopportazione dei lavoratori stranieri. Ma prima o poi questi fatti si ripeteranno. E allora i nodi cominceranno a venire davvero al pettine. Compresa l'ambiguità di tanta parte dell'opposizione nelle questioni della cittadinanza, delle migrazioni, dell'ordine pubblico, della sicurezza. Perché quello che non si è voluto capire, nel centrosinistra degli ultimi vent'anni, è che sui diritti umani fondamentali - che si sia al governo o all'opposizione - si transige solo al prezzo di un'irrimediabile degradazione della vita sociale.
E oggi recuperare una cultura dei diritti significa stare dalla parte dei lavoratori di Rosarno e dei loro fratelli oppressi nel paese e in queste ore a rischio di vita e sotto attacco razzista.


Alessandro Dal Lago da il manifesto

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A Rosarno esiste un gioco chiamato «andare per marocchini», altri lo chiamano «il gioco della Nazionale». Per partecipare bisogna andare in gruppo sugli scooter con i bastoni - appunto lungo la via Nazionale - sfrecciare accanto ai migranti che la percorrono a piedi di ritorno da lavoro, prendere la mira e picchiarli, proprio come i giocatori di polo con la palla. C'è anche una variabile: c'è chi sale sui cavalcavia armato di sassi e fa il tiro a bersaglio. Ieri l'altro tre ragazzi a bordo di una macchina scura ridevano e urlavano, poi hanno iniziato a sparare con fucili ad aria compressa. E' in questo contesto che vivono i migranti di Rosarno.
Abbiamo conosciuto la storia dei migranti di Rosarno nel 2005, è un ragazzino rosarnese di 16 anni a raccontarcela per la prima volta. Inizia a raccontare una storia surreale: migliaia di neri vivono in una condizione di schiavitù. Sapevamo dello sfruttamento dei migranti nell'agricoltura, ma quella storia aveva dell'incredibile. Andammo di domenica, con due macchine. Nei giorni feriali alle 5 del mattino vengono prevelati e portati in campi inavvicinabili. Siamo entrati così in un inferno chiamato Rosarno, che nessuno oggi può dire di non conoscere. Perciò adesso che i migranti con coraggio e disperazione hanno deciso di ribellarsi - mentre la bomba di Reggio Calabria passa nel (quasi) disinteresse generale - non vogliamo parlare di quello che c'era dentro la Cartiera (e nelle ex fabbriche che l'hanno sostituita), ma attorno alla Cartiera.
Quella domenica la cosa più impressionante non furono paradossalmente le condizioni di vita dei migranti, ma un vecchio alla guida di un'Ape che, passando da lì, con un gesto automatico sputò in direzione della Cartiera e urlò: «Cornuti! Mmerda!». Poi girò lo sguardo e vide noi, dei volti bianchi, delle facce non di Rosarno, stranieri anche noi. E si sentì spiazzato. Ci raccontarono che quello di sputare era un'abitudine giornaliera. Perché? C'è razzismo a Rosarno. E non bisogna nascondersi, come fa il commissario prefettizio dicendo che il ferimento «non è riconducibile a razzismo». Bisogna invece provare a disinnescarlo, in un territorio fatto di emigranti e di lavoratori delle campagne: chi sfrutta oggi, veniva a sua volta sfruttato negli anni 60. E c'è un altro cortocircuito che va disinnescato: «Il problema degli immigrati va riallacciato a quello della 'ndrangheta. C'è uno sfruttamento pilotato da parte della criminalità e questo a causa dell'assenza dello Stato, che deve tornare a intervenire», spiega don Pino Demasi, vicario della diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera in Calabria. Il sistema delle cosche è perfetto: i boss richiedono la manodopera, mettono a disposizione i mezzi e si arricchiscono nell'ombra. E, pur avendo dei business molto più redditizi, non lasciano Rosarno e le sue campagne: il potere di sopraffazione è lì che va mantenuto.
Che la situazione fosse esplosiva era chiaro da tempo: il 12 dicembre 2008 due giovani italiani a bordo di una Panda sparano e feriscono due ivoriani. Già quel giorno i migranti erano scesi in piazza per protestare. Già in quelle ore s'era mostrata tutta l'indifferenza dello Stato. Oggi succede di più: i rosarnesi in piazza chiedono agli africani di andare via, qualcuno spara dalla sua terrazza.
C'è un intero sistema al collasso. Rosarno esiste nell'indifferenza generale. Nel frattempo questi fantasmi dalla pelle nera mandano avanti l'industria degli agrumi. Rosarno è probabilmente il luogo in cui la Bossi-Fini ha dato i suoi frutti più amari. E' la sublimazione di un sistema perverso che il ministro Maroni che parla di «troppa tolleranza» continua irresponsabilmente ad alimentare. Rosarno è lo specchio dell'inadeguatezza della classe dirigente calabrese che si riempie gli occhi del modello Riace e non fa nulla per replicare quella felice esperienza altrove. Tra qualche settimana i lavoratori di Rosarno non serviranno più. L'anno prossimo ne arriveranno altri. E la ruota ricomincerà a girare.


Celeste Costantino daSud

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Noi diciamo che le parole del ministro Maroni, l'accusa rivolta ai migranti - perché di questo si tratta - di essere, letteralmente, causa del proprio male, sono abominevoli. Lo sono moralmente e politicamente. Il ministro degli Interni sa che il lavoro di raccolta di agrumi e ortaggi nelle campagne siciliane, calabresi, pugliesi, campane viene svolto dai lavoratori stranieri, per lo più extracomunitari; conosce le condizioni di sfruttamento, di inaudito servaggio in cui quel lavoro si svolge; sa della miserabile paga che "remunera" quella durissima fatica; ha certo adeguata nozione delle baraccopoli, delle bidonville , che ricordano le favelas più degradate del pianeta, dove si svolgono gli scampoli di vita che quelle persone riescono a sottrarre al massacrante lavoro quotidiano. Il ministro sa anche altre cose. Per esempio che lo Stato ha nei fatti appaltato alla 'ndrangheta la gestione del mercato del lavoro locale, acconsentendo o subendo che su quell'attività l'organizzazione criminale lucri il pizzo e amministri, come in una zona franca, la più arbitraria e sordida violenza. E che ribellarsi a questo stato di cose non è dato, se non mettendo a repentaglio la propria incolumità o la propria vita. Il ministro dovrebbe poi sapere - ma invece ignora o, piuttosto, finge di ignorare - che la legge razzista varata per disciplinare il fenomeno migratorio impedisce, in realtà, la regolarizzazione di un migrante intenzionato a svolgere onestamente il proprio lavoro e che è stata respinta ogni strategia di emersione fondata sul riconoscimento del permesso di soggiorno a chi trovi il coraggio di denunciare il proprio sfruttatore. Al ministro Maroni, ligio all' imprinting xenofobo della sua parte politica, non interessa che lo Stato si allei con i migranti per promuovere un percorso di integrazione e di cittadinanza condivisa. Meglio chiudere gli occhi e agire con la forza della repressione quando la sofferenza di quella povera gente supera ogni soglia di sopportabilità ed esplode, come a Rosarno, con la furia disperata di chi si sente abbandonato e comprende di non avere più nulla da perdere. Allora, ecco comparire lo Stato. E cosa fa lo Stato? Spazza via i migranti, come rifiuti umani, li deporta, lontano dall'epicentro degli scontri. Dove invece la caccia all'uomo di pelle nera continua. Domani cosa sarà di loro? Dica la verità, signor Ministro, a lei non importa niente. Per questo si permette di pronunciare irresponsabili parole, che forniscono alibi, alibi istituzionali, a continuare la mattanza. Complimenti.

Dino Greco da Liberazione

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Calma, calma. Non è successo nulla, è solo finita la stagione del raccolto. E' finita a San Nicola d'Arco nella Piana del Sele e sta finendo nella Piana di Rosarno. Anche la raccolta delle arance e dei mandarini a gennaio ormai avanzato si va avvicinando alla conclusione. Ormai gli immigrati regolari e irregolari, cittadini di stati membri dell'unione e cittadini - come usa dire - extracomunitari non servono più. A San Nicola d'Arco già il mese scorso si è provveduto a uno sgombero con la scusa delle illegalità compiute da qualche immigrato per sbattere via in malo modo centinaia e centinaia di onesti lavoratori.
A Rosarno invece non c'è stato bisogno di alcuna montatura: si è immediatamente passati alla pratica dell'obiettivo. Era prevedibile una reazione esasperata dei lavoratori immigrati dopo che dei criminali avevano sparato a due di loro. Dico reazione esasperata non tanto per commentare il carattere della reazione quanto per spiegare il perché di quel tipo di reazione.
Esasperata è la reazione di chi è senza speranza, di chi non ne può più e di chi sa di non essere difeso da nessuno - men che meno dallo Stato - e che è destinato a veder solo peggiorare la propria situazione. Al danno non segue la beffa ma un danno ancora peggiore di quello di prima. I giornali avranno raccontato in dettaglio le condizioni di estrema miseria e squallore nelle quali questi lavoratori sono costretti a vivere. A volte dagli articoli sembra che squallore e miseria siano una loro scelta. Eppure se i salari per il loro duro e onesto lavoro fossero regolarmente pagati - e poi se le politiche sindacali alle quali hanno diritto fossero applicate e se le politiche sociali relative all'accoglienza degli immigrati, previste peraltro dalla legge, fossero effettivamente praticate - essi vivrebbero ben diversamente.
Si dice solitamente che questi immigrati clandestini (e buona parte non lo sono) forniscono la manodopera per la criminalità organizzata. Per quel che riguarda i fatti di Rosarno e Gioia Tauro il ministro Maroni è arrivato a dire che per loro colpa degli arrivi dei clandestini la criminalità organizzata si è sviluppata in Calabria. La frase non merita commenti. Questi lavoratori - e forse va sottolineato che di lavoratori di tratta - stanno qui per rendere produttiva e competitiva una agricoltura anche e soprattutto grazie ai loro infimi salari.
La cosa che più preoccupa naturalmente è che per la prima volta, o forse una delle prime volte, è saltato quel sotto-equilibrio meridionale fatto di tolleranza e di reciproca benevolenza tra i locali e gli immigrati.
Fin che questi stavano al loro posto andava tutto bene. Gli immigrati nella loro miseria più totale lavoravano, i caporali taglieggiavano, i produttori agricoli guadagnavano. Ma neanche questo basta. Qualcuno ha voluto cercare la rissa, determinare lo scontro, portare gli immigrati alla risposta esasperata. Ricucire sarà difficile: ognuno ha le sue ragioni, tranne ‘ndrangheta, padroni e caporali. I locali, solo in minima parte inseriti nel processo di sfruttamento si sono visti ricambiare la loro tolleranza con manifestazioni esasperate e gli immigrati, oppressi e super sfruttati, hanno compiuto una classica rivolta contadina.
A soffiar sul fuoco in tutto questo è Maroni che attribuisce la situazione al presunto lassismo della politica migratoria (e all'ingresso di clandestini), tralasciando un piccolo particolare: cioè che la politica migratoria, soprattutto nei suoi lati peggiori, è frutto del pensiero e della pratica dei governi di destra, ispirati in questo campo in primo luogo dalla Lega. Lascia poi davvero stupiti il fatto che si individuano le radici della crescente forza della ‘ndrangheta nella immigrazione. Se la priorità che il governo vuole dare alla repressione della 'ndrangheta è questa stiamo freschi!
Infine, per quel che riguarda la questione della immigrazione clandestina: le dichiarazioni di Maroni sono del tutto coerenti con una pratica che è iniziata già da prima della messa in atto della Bossi-Fini: quella che nel nostro Paese si conduce da anni non è la lotta contro la clandestinità ma la lotta contro i clandestini. La mancanza di difesa sindacale, il trovarsi sempre a rischio di deportazione, il doversi nascondere e l'assenza di futuro per i clandestini sono alla base della esplosione di giovedì. Purtroppo si vede poca luce per il futuro. In realtà non è vero che non è successo nulla.


Enrico Pugliese da Liberazione

9 gennaio 2010

Roma: Polizia carica presidio antirazzista

«Troppa (in) tolleranza, nessun diritto. Maroni dimettiti». Con questo striscione oltre un centinaio di immigrati stanno protestando in piazza dell'Esquilino a Roma, nei pressi del Viminale «in solidarietà ai cittadini migranti di Rosarno, dove si sono verificati i recenti scontri e per rivendicare il valore positivo della rivolta degli immigrati». I manifestanti chiedono anche «la regolarizzazione dei lavoratori stranieri edili e agricoli. Durante il sit-in di solidarietà con i migranti di Rosarno un centinaio di manifestanti hanno tentato di raggiungere Piazza del Viminale aggirando il cordone di forza pubblica. Gli uomini delle forze dell'ordine hanno caricato i manifestanti all'altezza di via Cesare Balbo per riportarli in piazza dell'Esquilino, durante questa carica una trentina di manifestanti sono stati identificati dal personale della Polizia Scientifica e della Digos presenti alla manifestazione e verranno deferiti all'autorità giudiziaria insieme al promotore».

8 gennaio 2010

Maroni, basta con le menzogne. Questo caos lo hai creato tu

Secondo il ministro dell`Interno l`immigrazione clandestina a Rosarno alimenta criminalità e degrado. Maroni dimentica la rivolta antimafia dello scorso dicembre, la collaborazione degli africani con le forze dell`ordine, le terribili condizioni in cui sono costretti a lavorare e contro cui protestano da sempre. E soprattutto non ricorda di aver annunciato - lo scorso anno - 200 mila euro per far fronte all`emergenza. Oggi ne sono arrivati 900 mila, solo a Rosarno. Come sono stati spesi?

"A Rosarno c`e` una situazione difficile come in altre realtà, perché in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un`immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall`altra ha generato situazione di forte degrado". Il ministro dell`Interno, Roberto Maroni, parla della rivolta degli extracomunitari ieri sera in Calabria. "Abbiamo posto sostanzialmente fine all`immigrazione clandestina: a poco a poco riporteremo alla normalità le situazioni che lo richiedono".

Questa è la realtà che il ministro finge di non conoscere:

1) nel marzo del 2009, Maroni arrivava a Reggio Calabria e - colpito dalla situazione dei migranti nella Piana - annunciava 200 mila euro del PON Sicurezza per l`emergenza migranti, in particolare "primi interventi assistenziali in relazione alla situazione di forte disagio presente a Rosarno ed in altre aree della provincia per la presenza di immigrati". Oggi quei fondi sono arrivati, anzi di più: 930 mila euro per il “recupero urbano delle aree degradate” di Rosarno. Come sono stati spesi? Perché l`emergenza annunciata (che si presenta ogni inverno dal 1990) non è stata affrontata?

1) Non tutti sono "clandestini". Tanti lavoratori hanno il permesso di soggiorno in scadenza, sono stati licenziati nelle aziende del Nord dove lavoravano fino a ieri e rischiano di perdere i documenti se non trovano un altro contratto entro pochi mesi. Sono le regole disumane della Bossi Fini.

2) Tanti irregolari sono denegati (richiedenti asilo a cui è stato opposto un rifiuto). Molti hanno il permesso di soggiorno, ad esempio uno dei due ragazzi feriti nell`attentato che ha scatenato la rivolta.


3) Dire che gli stranieri portano degrado a Rosarno è assolutamente falso; il degrado è frutto dello strapotere mafioso, prodotto da italiani, contro cui il suo governo non ha fatto nulla e che viene di fatto accettato dagli abitanti locali. Gli africani, invece, si sono ribellati alla mafia nel dicembre 2008 ed hanno collaborato con i carabinieri, portanto all`arresto dei loro aguzzini.

4) I migranti irregolari della Piana hanno sempre chiesto di "poter lavorare in condizioni dignitose". Non vogliono essere "clandestini": si trovano a non avere documenti per le assurde leggi razziste varate da uno Stato irresponsabile.

5) Molti arrivano al Sud perché sperano di trovare uno Stato meno asfissiante, e di sfuggire al clima da caccia allo straniero creato dalla Lega.

6) Gli stranieri - sia "clandestini" che regolari - sostengono l`economia agricola del Sud. Senza di loro, arance, pomodori ed ortaggi marcirebbero nei campi. I loro salari da fame sono indipendenti dal prezzo di mercato. Braccianti e consumatori pagano una filiera malata, caratterizzata da passaggi parassitari, forme estorsive, presenze mafiose.

7) Qual è la "normalità" che Maroni vuole portare nella Piana, cacciando i "clandestini"? Quella dei morti ammazzati a colpi di kalashnikov dopo una lite per un posteggio? Quella delle autobombe? Quella dei razzi anticarro di provenienza jugoslava trovati in normali appartamenti? Quella dei ragazzini di 14 anni ammazzati con un colpo alla nuca?

Se proseguirà l`azione criminale della Lega, la rivolta di Rosarno si estenderà rapidamente al Nord. Milioni di lavoratori stranieri - che sostengono la nostra economia, pagano le nostre pensioni, tengono in piedi interi settori produttivi - non ne possono più di essere criminalizzati e sfruttati.



fonte: terrelibere.org

Nuova rivolta a Rosarno. Esplode la rabbia dei migranti

Dormono in tubi di metallo, vivono in ex fabbriche abbandonate, sono diventati l'occasione per progetti fumosi e strampalati, lavorano per pochi soldi in condizioni durissime. E soprattutto non ne possono più di sopportare la violenza gratuita di mafiosi e balordi. Loiero: «Quello che è successo è il frutto del clima di intolleranza xenofoba e mafiosa».
In contrada Spartimento, nei pressi dell’ex Opera Sila di Gioia Tauro che ospita centinaia di raccoglitori di arance, due africani sono stati feriti con un fucile ad aria compressa. E’ accaduto nel pomeriggio di ieri. Uno di loro è un rifugiato politico del Togo con regolare permesso di soggiorno. Le condizioni delle persone ferite portate nell’ospedale di Gioia Tauro non sarebbero gravi.
«Lo so che adesso daranno tutta la colpa a noi. E quei ragazzi che si divertivano a utilizzarci come tiro al bersaglio chissà dove sono a spassarsela», dice un lavoratore marocchino alla Repubblica. E racconta: «Ridevano, tre ragazzi su una macchina scura. Ridevano e urlavano: `Oggi non si lavora?`. Dalla statale la macchina ha cominciato ad accelerare e dai finestrini due si sono messi a sparare». «Siamo qui solo per lavorare», urla un giovane del Ghana con l’accento bergamasco.
Dopo gli attentati, alcune centinaia di africani hanno iniziato a protestare bruciando dei copertoni. Stessa reazione, appena si è diffusa la notizia dei ferimenti, c’è stata nell’ex fabbrica Rognetta di Rosarno. Più tardi, in serata, sono state danneggiate diverse auto nella cittadina della Piana. Dopo l’arrivo dei rinforzi di polizia e carabinieri, si è cercata una mediazione. La trattativa si è svolta in un clima di grande tensione. Gli abitanti di Rosarno avevano inveito contro gli immigrati mentre questi, nel loro tragitto, danneggiavano tutto ciò che incontravano sulla loro strada. In tarda serata, a Gioia Tauro è stata bloccata la nazionale.
Nella Piana ci sono alcune centinaia di immigrati che lavorano nella raccolta delle arance. La maggior parte di loro sono bulgari e rumeni, che sembrano invisibili perché – da quando sono diventati neocomunitari – possono andare e venire in base all’offerta di lavoro, affittare un appartamento, vivere in condizioni decenti.
Gli africani no. Sono il prodotto delle leggi razziste, sono gli scarti della politica della Lega. Vivono da settimane in due strutture abbandonate, la Rognetta nel centro di Rosarno e l’ex Opera Sila nei pressi Gioia Tauro. La prima è una ditta per la produzione di succo, fallita da anni. La seconda doveva distillare ottimo olio calabrese, ma è abbandonata da tempo. Gli africani dormono, lì, nei silos di metallo. Sono l’ultimo anello di un sistema malato.
In estate è stata sgomberata e murata la Cartiera, altra ex fabbrica abbandonata che per anni ha ospitato la comunità africana. Erano stati promessi interventi strutturali ed altri per fronteggiare l’emergenza umanitaria che ogni inverno riecheggia in tutto il mondo. Non è stato fatto nulla, se non progetti astratti [infopoint, orientamento al lavoro], proposte ridicole [villaggio della solidarietà, museo dell’agricoltura], piccoli interventi [bagni chimici installati e poi tolti, cisterne inviate e ritirate]. Maroni, da ultimo, ha stanziato 930 mila euro per il «recupero urbano delle aree degradate». Gli africani sono «poverissimi in un mare di soldi», al pari dei calabresi costretti all’emigrazione.
Una filiera mafiosa che penalizza i lavoratori, un sistema di norme feroci che impedisce loro di vivere in maniera dignitosa. Nel corso degli anni sono sempre stati vittime di atti di violenza. L’anno scorso hanno detto basta, dopo il ferimento di due di loro. Sembrava fosse chiara la determinazione della comunità africana a non accettare ulteriori atti di violenza nei loro confronti. Ed invece, è accaduto ancora una volta. «Quello che è successo è il frutto del clima di intolleranza xenofoba e mafiosa», ha dichiarato subito il presidente della Regione Loiero.


fonte: Terrelibere.org

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FERRERO (PRC): MARONI COPRE I CAPORALI CHE TRATTANO GLI IMMIGRATI COME SCHIAVI. LA SOLUZIONE E’ DARE IL PERMESSO DI SOGGIORNO A COLORO CHE LAVORANO IN AGRICOLTURA, COME SI E’ FATTO PER LE BADANTI.

Il ministro Maroni mente sapendo di mentire. Gli immigrati clandestini di Rosarno lavorano al nero in agricoltura e sono sfruttati come schiavi. Gli sgomberi di Maroni servirebbero solo a non far pagare gli stipendi a questi lavoratori da parte dei caporali che li sfruttano. La soluzione c’è ed è semplice: si dia il permesso di soggiorno a tutti coloro che lavorano a Rosarno: il governo lo ha fatto per le badanti perché non lo si deve fare per chi lavora in agricoltura? Il vero nemico a Rosarno come in tutta Italia è il lavoro nero e schiavistico ma questo problema Maroni non lo vuole risolvere perché la Lega esprime, al governo, il peggio di una politica xenofoba e razzista.

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FANTOZZI (PRC): ROSARNO, MARONI RECITA INUTILI GIACULATORIE ALLA BASE DELLA RIVOLTA ODIERNA LA CONDIZIONE DISUMANA DEI LAVORATORI MIGRANTI.

E’ probabile che il ministro dell'Interno Maroni, che di fronte alla situazione drammatica di Rosarno non sa far altro che recitare le consuete giaculatorie leghiste, abbia mangiato in queste vacanze di Natale le arance e le clementine raccolte nella piana di Gioia Tauro dagli immigrati.
La rivolta di ieri, scatenata dall’ennesimo episodio di aggressione subita dai migranti, ha alle spalle la condizione disumana in cui i lavoratori stranieri sono costretti a vivere, come sa chiunque si sia occupato di una vicenda da tempo nota.
Lavoratori che sono una parte indispensabile del comparto agricolo calabrese e che lavorano dieci ore al giorno per venticinque euro, che vivono in mezzo ai rifiuti e all’eternit (abbondante nella cartiera andata a fuoco pochi mesi fa), bruciano la plastica per riscaldarsi, consumando in fretta l’unico bene di cui dispongono: la propria salute e forza fisica. Braccia e corpi usa e getta. Da più parti ci si è adoperati per alleviare una situazione estrema, ma non certo isolata, a cominciare dall’associazionismo laico e religioso. Ma è impossibile che si risolvano situazioni di questo tipo se non si modificano gli indirizzi politici di fondo: costruendo strutture dove i lavoratori migranti possano vivere decentemente, consentendone la regolarizzazione perché possano sottrarsi ai mille ricatti che gravano sulle loro vite. Solo in questo modo è possibile evitare che aumenti l’imbarbarimento sociale.

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Don De Masi (Libera): «I migranti costretti a vivere come animali»

«Quello che è accaduto a Rosarno è frutto della mancanza di una pianificazione adeguata per i lavoratori stagionali e della totale assenza di una politica dell’integrazione»: ne è convinto Don Pino de Masi, vicario generale della diocesi di Oppido-Palmi e referente dell’associazione ‘Libera’ per la piana di Gioia Tauro, contattato dalla Misna all’indomani delle proteste dei lavoratori immigrati di origine africana bersaglio, la notte tra mercoledì e giovedì, di un attacco con armi ad aria compressa da parte di ignoti.
«Le proteste di ieri hanno sconvolto tutti per le modalità con cui sono state condotte – afferma il vicario – ma se andiamo oltre i danni alle auto e i cassonetti incendiati ci rendiamo contro che era solo questione di tempo. Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale».
Questa mattina i lavoratori immigrati – in prevalenza giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana, che lavorano nella zona come braccianti agricoli – hanno ripreso le strade e organizzato una marcia verso il municipio di Rosarno per denunciare lo sfruttamento e le condizioni in cui sono costretti a vivere. «Nella piana ci sono circa 2 mila immigrati africani che si accalcano per dormire la notte tra un’ex-cartiera in disuso e un immobile dell’ex-Opera Sila. Se qualcuno del governo centrale o della regione vedesse in che condizioni vivono, senza nulla, senza servizi, luce, acqua, alimenti o riscaldamento non si stupirebbe di quanto è accaduto» dice ancora Don Pino, che da anni si occupa di immigrazione e lotta alla ‘Ndrangheta «perché quello di cui dobbiamo renderci conto è che i due problemi non sono scissi in regioni ad alto rischio di illegalità come la nostra». Pur non giustificando «nessuna azione violenta, sbagliata di per sé, ma che temo frutto dell’esasperazione di molti immigrati», il vicario racconta delle vessazioni e lo sfruttamento a cui molti di loro sono sottoposti. «Capita spesso che dopo giornate intere di raccolta nei campi invece di versare loro la paga, i datori di lavoro minaccino di chiamare i carabinieri, costringendoli alla fuga perché privi di documenti regolari» aggiunge Don Pino, secondo cui «l’invisibilità a cui queste persone sono costrette li priva di ogni diritto, rendendoli vulnerabili e soli». Il religioso si dice fiducioso negli abitanti della piana che «hanno un animo buono e conoscono la situazione di questa gente» osservando tuttavia che «le autorità devono assumersi la responsabilità di una situazione che necessita di giustizia prima ancora che di carità».

Trento: La lega propone il licenziamento degli immigrati dalle ditte di pulizia.

E se l'impresa di pulizie nascondesse pericolosi terroristi islamici pronti a manomettere i computer del consiglio provinciale? Non è un'ipotesi peregrina. Anzi, è così seria che la Lega Nord trentina ha persino scritto una lettera al presidente Giovanni Kessler (Pd) chiedendo il licenziamento della ditta che ogni mattina pulisce gli uffici. Motivazione: i musulmani non scherzano. Tra una passata di aspirapolvere e uno spruzzo di Chanteclair potrebbero benissimo «mettere le mani ovunque» e trafugare «i dati sensibili» custoditi nei microchip della sede governativa provinciale. Altro che bodyscanner e mutande esplosive. Non importa se, come suggerisce un anonimo lettore del Corriere delle Alpi, basterebbe mettere una password: nella ditta potrebbe lavorare sotto copertura un abile hacker collegato ad Al Qaeda. Un pericolo da non sottovalutare.Il presidente Kessler preferisce non entrare nel merito della questione eppure ammette che, in effetti, qualche esponente leghista si sarebbe lamentato per via di alcuni addetti delle pulizie sorpresi a dormire sui divani degli uffici. Insomma, sono fannulloni o spie?«Così non ci pare possibile andare avanti», sbotta comunque il segretario del Carroccio trentino, il parlamentare Maurizio Fugazzi. E se davvero Osama bin Laden fosse interessato ai segreti della provincia di Trento?

7 gennaio 2010

Voleva tornare a casa ma è clandestino: manette in aereoporto

Nemmeno Kafka sarebbe arrivato a congeniare una storia tanto assurda. Assurda al punto da raggiungere il sublime, se non fosse che un uomo che non ha mai rubato nulla, trafficato sostanze illecite, esercitato violenza o truffato alcuno, ma al contrario ha sempre lavorato, lasciandosi sfruttare al nero, giace nel fondo di una prigione. Khadim, un cittadino senegalese quarantunenne che da otto anni viveva in Italia in situazione amministrativa irregolare aveva deciso di rientrare nel suo Paese. Notizie non buone sullo stato di salute di alcuni suoi familiari l'avevano finalmente spinto a mettere fine alla sua esperienza di migrante, mai pervenuta al raggiungimento dell'agognato permesso di soggiorno. Otto anni di vita da clandestino sono pesanti anche se alla fine chi ti è vicino ti vuole bene, hai saputo crearti degli amici, hai l'impressione di vivere tra la gente una esistenza quasi normale, sempre che non ti capiti di incontrare una uniforme, di dover varcare un ufficio amministrativo o un ospedale. Khadim era stanco e così aveva acquistato di tasca propria un biglietto per Dakar. Giunto all'imbarco dell'aereo che doveva riportarlo a casa è stato arrestato e condotto in carcere perché sulla sua testa pesava, a sua insaputa, una condanna a 7 mesi di carcere. In passato non aveva ottemperato ad alcune misure di espulsione dal territorio pronunciate nei suoi confronti. La procedura era andata avanti fino a trasformarsi in una condanna penale. Khadim ignorava tutto ciò, aveva un passaporto regolare e pensava di poter lasciare tranquillamente l'Italia. Non poteva immaginare che sarebbe stato arrestato proprio perché non aveva lasciato l'Italia. Su due piedi si fa un po' fatica a capire che una persona possa essere arrestata perché una legge dice che, data la sua situazione amministrativa irregolare, deve lasciare il territorio e ciò accade proprio quando lui sta lasciando il territorio. Ma la legge, come si dice, è cieca. E così, invece si di salire sul volo per Dakar, Khadim si è ritrovato nel carcere laziale di Civitavecchia. Era l'11 ottobre scorso. La notizia è stata resa nota dal garante dei detenuti della regione Lazio, Angiolo Marroni, allertato a sua volta da alcuni conoscenti italiani di Khadim, proprio quelli che l'avevano accompagnato all'aeroporto romano di Fiumicino. Questi credevano il loro amico in Senegal e invece si sono visti recapitare una sua lettera dal carcere. Una volta imprigionato, Khadim non si è perso d'animo, anche se i primi giorni sono stati duri. Senza effetti personali, trattenuti al momento dell'arresto, e recuperati anche grazie all'intervento del garante. Ha subito avviato le pratiche per l'espulsione. Ipotesi prevista come misura alternativa per diversi reati con condanna inferiore ai due anni. Tuttavia la sua istanza è stata respinta dai magistrati perché la legge "Bossi-Fini" non consentirebbe questo tipo di soluzione per chi non ha ottemperato all'espulsione. Peccato che Khadim stesse ottemperando da solo. Ora dovrà restare in carcere fino allo scadere dei 7 mesi previsti. Difficilmente potrà accorciare la sua permanenza usufruendo dei 45 giorni di liberazione anticipata previsti in caso di buona condotta. Questo beneficio scatta solo dopo ogni semestre e i tempi tecnici per il suo riconoscimento sono abbastanza farraginosi. In ogni caso, dopo il carcere, Khadim non sarà subito libero. Non potrà salire sul primo aereo per Dakar ma finirà dritto in un Cie, dove dovrà attendere settimane e forse mesi, fino a un massimo di altri sei, perché le pratiche della sua espulsione vengano portate a termine e la polizia possa ricondurlo forzatamente alla frontiera. Peccato che Khadim, se lo lasciassero andare, partirebbe tranquillamente da solo. Questa storia è emblematica dei livelli di oscena stupidità che possono essere raggiunti dalle burocrazie repressive. Appena 9 mila sono gli immigrati espulsi, ha detto il ministro dell'Interno. Una inezia. Ciò dimostra che le leggi contro l'immigrazione non servono a scacciare i migranti, ma a cacciarli in una condizione di clandestinità che li trasforma in una sottoclasse ipersfruttata. Chi predica la lotta alla clandestinità, vuole in realtà ripristinare lo schiavismo.


Paolo Persichetti

31 dicembre 2009

Gorizia: Immigrato pestato da una guardia nel Cie

"Ci è stato segnalato quest'oggi un gravissimo episodio di violenza e tortura, verificatosi all'interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) nella notte fra il 28 e il 29 dicembre 2009". Lo denunciano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell'organizzazione per i diritti umani Gruppo EveryOne, che si sta occupando della vicenda.
"La vittima dell'ennesimo pestaggio si chiama Said Stati," riferiscono gli attivisti, "è di nazionalità marocchina e vive a Gavardo, in provincia di Brescia. Abita in Italia da oltre 19 anni, ha sempre lavorato e pagato le tasse. Tutti i suoi parenti" continuano i rappresentanti di EveryOne, "vivono nel nostro Paese: la madre e sei fratelli che sono tutti sposati, con figli. Durante il terremoto che ha colpito Salò nel 2005, Said ha perso la casa. Sempre in seguito al sisma," raccontano ancora Malini, Pegoraro e Picciau, "la fabbrica dove era occupato ha chiuso e il ragazzo, con moglie e due figli piccoli, pur avendo bussato a ogni porta, non ha trovato in tempo un'occupazione alternativa. Quando il suo permesso di soggiorno è scaduto è divenuto 'clandestino', in base alla legge 94/2009 (il 'pacchetto sicurezza') già pesantemente criticata per il suo contenuto xenofobo dalla Commissione europea, dal Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni Unite, dalle autorità ecclesiastiche e dalle principali organizzazioni per i Diritti Umani. L'11 novembre scorso, Said è stato arrestato e condotto al Cie di Gradisca, dove è stato identificato e ha ricevuto un decreto di espulsione. Nonostante soffra di una depressione e il medico curante gli abbia prescritto un antidepressivo, le autorità gli hanno negato, poche ore prima dell'abuso nei suoi confronti, di assumere il farmaco. Said ci ha raccontato al telefono che nella notte fra lunedì e martedì scorso, tre guardie lo hanno prelevato dalla sua cella, conducendolo in un'altra, dove gli è stato intimato di togliersi gli occhiali perché l'avrebbero sottoposto a un pestaggio. Ci ha inoltre confessato che per dare un esempio agli altri carcerati, è stato consentito ad alcuni detenuti di assistere alla violenza. Anche operatori in servizio preso il centro hanno presenziato alla violazione dei suoi diritti umani. Said è stato picchiato con inaudita brutalità al capo, al tronco e in diverse altre parti del corpo, con pugni e colpi di manganello. Solo dopo averlo lasciato a terra, pesto e sanguinante, le guardie hanno consentito agli operatori di portarlo al pronto soccorso, dove è stato medicato".
Il Cie di Gradisca di Isonzo è stato teatro di ripetute violenze e abusi sugli internati, e già un detenuto aveva videoripreso, il 21 settembre scorso, con un telefonino, le conseguenze di un pestaggio di massa da parte delle forze dell'ordine. In quell'occasione, l'episodio venne denunciato presso le sedi competenti in Italia e all'estero dal Gruppo EveryOne e da altre organizzazioni per i diritti umani e i principali quotidiani lo riportarono, assieme alle stigmatizzazioni di autorità politiche e dalla società civile. "Nulla è tuttavia cambiato nel Centro," sottolineano con preoccupazione i rappresentanti del Gruppo, "e anzi trattamenti inumani e degradanti continuano a essere perpetrati dallle autorità senza che la Procura di Gorizia e lo stesso Ministero dell'Interno prendano provvedimenti. Abbiamo informato della vicenda di Said il Comitato contro la Tortura del Consiglio d'Europa, affinché venga inviata al Cie quanto prima una commissione ispettiva d'inchiesta; abbiamo inoltre depositato un esposto presso la Procura di Gorizia e una memoria all'Alto Commissario per i Diritti Umani e all'Alto Commissario per i Rifugiati, presso gli uffici di Ginevra delle Nazioni Unite". Contemporaneamente, EveryOne ha chiesto in una lettera al Presidente della Camera, onorevole Gianfranco Fini, di prendersi a cuore il caso di Said: "Il giovane marocchino attende, distrutto nel corpo e nello spirito, di essere deportato in Marocco, dove non ha parenti né conoscenze. Said è un cittadino esemplare e non ha mai avuto problemi con la giustizia. La sua famiglia e la sua vita non hanno senso lontano dall'Italia e solo una serie di eventi drammatici gli ha impedito di avere i requisiti per rinnovare, con le attuali disposizioni, il permesso di soggiorno. I suoi figli, un bambino che frequenta la terza elementare e una bimba di tre anni, sono disperati e non si danno pace per la mancanza dell'amato papà, che è stato loro strappato senza che avesse alcuna colpa. Ci auguriamo," scrivono Malini, Pegoraro e Picciau a conclusione della lettera a Fini, "che, grazie a un Suo provvidenziale intervento, si eviti che al dolore e alle ingiustizie patite dal detenuto si aggiunga un nuovo dramma irreparabile, che annienterebbe un'intera famiglia vulnerabile e innocente".

30 dicembre 2009

Torino: Migrante prima pestato e poi espulso

Ci sono storie di cronaca nera che raccontano, oltre all'aspetto criminale, gli spaccati di una città che cambia, gli effetti perversi dell'applicazione di leggi e leggine, i timori che si intravedono dietro alcuni reati, l'essere vittima due volte per chi è senza documenti e senza diritti. Un ragazzo gabonese clandestino - status che gli è costatato una denuncia e una nuova espulsione sulla carta, cinque giorni per tornare a casa, pena l'arresto obbligatorio - è stato aggredito da tre ragazzi torinesi. Gli amici italiani, dai 18 ai 25 anni, lo hanno agganciato alle due di notte all'angolo tra via Vibò e via Chiesa della Salute. Forse pensavano che fosse uno spacciatore, con le tasche piene di quattrini. Forse, è più di un sospetto, se la sono presa con lui perché di colore.
«Fermo, polizia», gli hanno gridato. E quando lui ha provato a dire che non aveva soldi, i fasulli agenti lo hanno picchiato duro. Se ne sono andati solo dopo avergli rapinato due telefoni cellulari. Lui, colpito e derubato, ha cercato di fermarli aggrappandosi allo specchietto della macchina sulla quale sono saliti per fuggire via. Lo ha rotto. E la reazione gli è costata una ulteriore dose di violenza e botte. I ragazzi sono tornati indietro e lo hanno "punito". In zona era in corso un servizio straordinario di controllo del territorio, pattuglie miste di agenti veri del commissariato di zona e di militari dell'esercito. I picchiatori-rapinatori sono stati arrestati. Cristian Morello ha solo 18 anni. Daniele Ficarra ne ha 20. Il più "grande" del terzetto è Nicola Pirro di 21 anni.
Il ragazzo aggredito è stato portato in ospedale. Venticinque giorni di prognosi. Poi si è posto il problema sul da farsi, con lui. Senza permesso di soggiorno, già controllato più volte in passato e anche arrestato perché non aveva obbedito a un vecchio provvedimento formale di espulsione, in un primo tempo sembrava avviato sulla strada del Cie, il centro di identificazione di corso Brunelleschi. Poi la questura ha deciso di notificargli una espulsione bis, consegnandogli il decreto che lo invita a lasciare l'Italia in meno di una settimana. Essendo parte lesa, vittima di un reato e grave, potrebbe sperare di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo per motivi di giustizia. La denuncia per clandestinità non gliel'ha tolta nessuno. Ma diversamente da quanto è accaduto per il fiorista del Bangladesh rapinato ad agosto - a fuor di popolo ammesso a un programma di protezione, perché diventato uno spinoso caso nazionale - lui ha un passato considerato «non limpido» dalla polizia. «Le chance - traduzione - vengono date agli incensurati, per gli altri si deve valutare caso per caso, in raccordo con la procura».
Quanto agli aggressori, avvisato il pm di turno del fattaccio e delle manette, gli atti dell'arresto sono stati inviati anche alla Digos e alla squadra Mobile. Si vuole capire se il raid possa avere una qualche connotazione razzista. E si ragiona sull'ipotesi concreta che possano esserci stati raid analoghi, taciuti dagli stranieri nel mirino per paura di schedature, denunce, internamento al Cie.


fonte: La Repubblica

28 dicembre 2009

Milano, suicido di una trans fermata e deportata con altri viados nel Cie di via Corelli

«Dai suoi capelli sfilo le dita/quando le macchine puntano i fari/sul palcoscenico della mia vita/dove tra ingorghi di desideri/alle mie natiche un maschio s'appende/nella mia carne tra le mie labbra/un uomo scivola l'altro si arrende». Scorreva così, «sotto le ciglia degli alberi», nel chiaroscuro dei viali milanesi, la vita di Carlos S., transessuale brasiliana di 34 anni.
Fino a domenica 20 dicembre, quando è rimasta impigliata in una retata della polizia, un tempo si sarebbe detto della "buon costume". Carlos, non conosciamo il nome che si era scelta, era sprovvista dei documenti necessari per la sua permanenza in Italia. Per questo è stata fermata e poi deportata insieme con altri viados nel Cie di via Corelli. Di umiliazioni, dolore e discriminazioni, lei, come le altre, ne aveva conosciute e sopportate tante. Non l'ultima però. Non la degradazione e l'abisso dei "campi di concentramento" di cui sono disseminate le democrazie occidentali. Non questi luoghi dove vige lo stato d'eccezione, dove si è sottoposti a "detenzione amministrativa", una coercizione dei corpi che l'ipocrisia di Stato non ha saputo nemmeno designare con un nome. Altrove sono stati coniati singolari neologismi. I francesi meno restii nel riconoscere esplicitamente il ricorso all'eccezione, parlano di rétention per distinguerla dalla detenzione. Campi di permanenza temporanea dove una persona straniera in situazione amministrativa irregolare è trattenuta a forza in attesa di "identificazione ed espulsione", come recita l'ultima dizione legislativa. Luoghi vuoti di diritto, buchi neri che hanno ridotto a un colabrodo le nostre democrazie tanto decantate. In uno di questi recinti Carlos ha smesso di mescolare «i sogni con gli ormoni». L'ultima fermata è arrivata il giorno di Natale. L'hanno trovata appesa ad un lenzuolo, intorno alle 15.30, quando il resto del Paese era seduto attorno a tavole imbandite di cibo, panettoni e spumante. Carlos se n'andava per fuggire all'orrore di una prigionia senza reato, di una punizione senza colpa, se non quella di esistere, di voler essere donna. Se n'è andata liberandosi anche di quel corpo che l'aveva imprigionata ad una identità sessuale che non era sua.
«Il 33% delle persone transessuali sono a rischio di suicidio a causa della discriminazione che subiscono», hanno spiegato in un comunicato Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, responsabili di EveryOne, associazione per i diritti umani. Nonostante ciò, prosegue sempre il testo del comunicato, «i transessuali vengono rinchiusi nei Cie, che sono vere e proprie carceri. L'Italia è il primo Paese europeo per discriminazioni, morti e violenze transfobiche: un terribile primato che rende le persone transessuali e transgender cittadini vulnerabili ed esclusi».
«L'Italia sta violando i diritti umani senza porsi il problema del rimedio», sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone che annuncia come già mille detenuti, da agosto ad oggi, abbiano chiesto il sostegno dell'associazione nella procedura di ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro le condizioni di vita che sono costretti a subire negli istituti di pena italiani. «Mille richieste di indennizzo, dunque, contro lo Stato italiano - spiega Gonnella - per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, quello che vieta le torture e le pene inumane o degradanti».
Proprio a partire da quest'ultima vicenda, "l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere" ha ritenuto opportuna la creazione di un'apposita "Sezione" per il monitoraggio delle morti che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale al di fuori del sistema penitenziario. Nella società odierna si può essere privati della propria libertà senza per questo ritrovarsi in carcere. Il carcere diffuso rappresenta ormai una tendenza sempre più affermata. Fuori dalle mura di cinta delle prigioni, ci sono i Cie, le camere di sicurezza delle questure e delle stazioni dei carabinieri; esiste poi un'area penale esterna che avviluppa in una sorta di "blindato sociale" la vita di centinaia di migliaia di persone sottoposte a misure alternative e di prevenzione; ci sono inoltre le case lavoro e gli Opg e infine i Tso, i trattamenti sanitari obbligatori. Ogni morte, violenza o discriminazione subita da persone private della libertà all'esterno del carcere sfugge alle statistiche. Il rischio è che quanto avviene in queste zone dove vige uno stato di diritto attenuato, per non dire inesistente, resti confinato in un cono d'ombra, al riparo dalla percezione pubblica. «Nei centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt), come pure nelle "camere di sicurezza" delle questure e delle caserme - afferma il comunicato stampa diffuso ieri dall'Osservatorio - le persone non sono "detenute", quindi paradossalmente possono risultare meno tutelate rispetto a chi entra nel circuito penitenziario (regolato da un apparato normativo che prevede anche una serie di "strumenti di garanzia" per i detenuti)».
Nelle tabelle rese note il suicidio di Carlos è il secondo che avviene in un Cie dall'inizio dell'anno, oltre ad un decesso per "causa da accertare" nel Cie di Roma. Nel 2008 nei Cie si sono registrati due morti per malattia, mentre nel 2007 altri 3 suicidi (di cui 2, nel Cie di Modena, a distanza di un solo giorno l'uno dall'altro). Per quanto riguarda le persone "fermate" e poi morte nelle Questure, "l'Osservatorio" ha raccolto informazioni su tre decessi avvenuti tra il 2007 e il 2008 nella questura di Milano e altri due avvenuti nella questura di Roma nel 2002.

Paolo Persichetti

19 dicembre 2009

Natale di Solidarietà. Catania città aperta all’accoglienza

senza le confische, le perquisizioni, gli arresti perpetrati ai danni dei migranti, extracomunitari e non, che svolgono attività di lavoratori ambulanti.

Da qualche tempo Catania è ancora più violenta. Stavolta non parliamo della violenza odiosa dell’assenza dei servizi, spazi e democrazia, e di quella sfacciata e brutale praticata dalle bande criminali che imperversano nella nostra città. Parliamo degli atti di maltrattamento che i migranti subiscono quasi quotidianamente ad opera della forza pubblica mentre, nel disperato tentativo quotidiano di sopravvivere, cercano di vendere le loro mercanzie, specie nell’area di Corso Sicilia.

E’ grottesco che tutto ciò avvenga proprio a Catania, dove mafia, clientelismo e malaffare allungano i propri tentacoli su importanti settori della vita sociale, politica, economica ed anche religiosa; in una città dove gli amministratori , che smantellano i servizi pubblici comunali e con oltre un miliardo di euro di deficit, con 6 nuove ordinanze, in vigore dall’agosto scorso, vorrebbero garantire la nostra sicurezza privando della libertà i migranti, restringendo quella di noi tutti/e, militarizzando la città.

Il diritto a vivere e a lavorare deve essere garantito a tutti gli esseri umani

anche a Catania:ai tanti disoccupati , giovani, precari,ai cittadini migranti che hanno cercato rifugio nella nostra città, fuggendo dalla fame e da guerre.

Ribadiamo il nostro NO al razzismo

alle disumane leggi che criminalizzano i migranti, alla violenza delle galere etniche, alle ronde, agli sgomberi dei campi rom, al pacchetto sicurezza e alla “morte sociale” a cui sono condannati i non regolari, ai respingimenti che sempre più provocano stragi di uomini, donne e bambini nel Mediterraneo.

La paura genera il razzismo. Il razzismo genera guerre fra poveri.

La Solidarietà unisce i popoli! Mai più clandestini, ma cittadini!



Invitiamo a partecipare

22dicembre CORTEO concentramento ore 17.30 in Corso Sicilia– incrocio Via Puccini-

Iniziamo una fase di sensibilizzazione antirazzista, di lotta e di confronto con le strutture istituzionali

dalle 20,30 Incontro antirazzista con assemblea, cena sociale e musica presso ARCI, piazza Carlo Alberto 47

promuovono:Anpi, Arci,Centro Popolare Experia, CittàInsieme, Cobas, Collettivo Rotta Indipendente (Fac. Lettere e Filosofia), Collettivo Scienze Politiche, Comunisti Italiani, Coordinamento Precari Scuola, Gapa, Gas Tapallara, Giovani Comunisti, Movimento Studentesco Catanese, Officina Rebelde Catania, Open Mind Gblt, Rete Antirazzista Catanese, Riccardo Orioles, Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà

Libertà è di tutti: Manifestazione contro il pacchetto sicurezza a Reggio Emilia

Il Comitato Provinciale Nopacchettosicurezza continua la propria campagna d'opposizione alle politiche razziste e autoritarie definite dalla Legge Maroni, che toccano pesantemente tutta la popolazione italiana, immigrati e non solo.

LIBERTA' E' DI TUTTI, recita il manifesto per la mobilitazione. Dopo 9 mesi di attività il Comitato, che raccoglie oggi più di 40 realtà reggiane fra partiti, associazioni, gruppi culturali, cooperative, sindacati, comunità d'immigrati e singoli cittadini, scende in piazza con un grande corteo di tanti colori e persone di ogni estrazione e provenienza uniti contro il razzismo e la xenofobia, per riaffermare una città libera, accogliente e solidale, senza paura, dove tutte e
tutti possano muoversi, incontrarsi ed esprimersi liberamente.

La mobilitazione – come tutte le attività del Comitato – però è rivolta anche a livello locale. Infatti:
- chiediamo il ritiro del Decreto prefettizio che limita fortemente la libertà di manifestare nei fine settimana nel centro storico di Reggio Emilia. Ad ora tale decreto è stato solo sospeso fino ad aprile 2010, dopo numerose mobilitazioni cittadine;
- chiediamo che il Comitato possa presentare in Consiglio Comunale la mozione d'iniziativa popolare sottoscritta da 700 cittadini e rifiutata dal Consiglio stesso con una motivazione cavillosa, sottraendosi così al confronto aperto sulle questioni legate alla sicurezza, integrazione, diritti e libertà fondamentali delle persone;
- vogliamo una politica dell'accoglienza che sappia valorizzare come una ricchezza le differenze e non affronti il tema “sicurezza” solo come questione d'ordine pubblico. Come comitato Nopacchettosicurezza vogliamo essere occasione di incontro e confronto politico per tutte le forze sociali impegnate in questa battaglia di libertà.

Tutti in piazza, insieme.

MANIFESTAZIONE PROVINCIALE, SABATO 19 DICEMBRE a Reggio Emilia
Concentramento ore 14.30 alla Gabella in fondo a Via Roma - Porta S.Croce

Comitato NOpacchettosicurezza
info - contatti - adesioni Segreteria del Comitato
nopacchettosicurezza.re@gmail.com
Emiliano: limonaie@mclink.it - 3491967628
Simone: simoneruini@libero.it - 3290660868

aderiscono: Amnesty International - sezione di Reggio Emilia; ANPI; ARCI; Assemblea Permanentemente Temporanea; Associazione Araba di Cultura e Solidarietà; Associazione Culturale Passaparola; Associazione Culturale Nuova Officina Incanto; Associazione 14 Luglio;
Associazione Generazione Articolo 3; Associazione Quinto Colle - Quattro Castella; CGIL; Circolo Arci FUORI ORARIO - Taneto di Gattatico; Circolo Arci Indiosmundo - San Polo; CO.LO.RE -
Coordinamento Locride Reggio Emilia; Comitato Provinciale Acqua Bene Comune; Emergency; FAI - Federazione Anarchica Reggiana; Federazione Giovani Comunisti Italiani; Federazione Rom e Sinti Insieme - Thèm Romanò Onlus; FIAP; FIOM; Gente di Reggio; Giustizia e Libertà;
GrilliReggiani per la libertà di manifestare in piazza; Iniziativa Laica; Lista CavriagoComune; Lista Lavorare per S.Ilario; MirniMost (Un Ponte per la Pace) - Guastalla; Partigiani Urbani; Pane Pace Lavoro; Partito Comunista dei Lavoratori; Partito dei Comunisti Italiani; Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea; Pax Christi; Pollicino Gnus; Rete Lilliput; Save The Children; Sinistra e Ambiente per Correggio; Sinistra e Libertà; Tavolo Coordinamento
Antirazzista della Bassa

17 dicembre 2009

Roma: Vietato il corteo per Sher Khan

Siddique Nure Alam, più conosciuto come Bachu non è solo il presidente dell'associazione Dhuncathu ma da tanti anni è noto a Roma, con il Comitato immigrati di cui è fra i fondatori, uno dei leader che più spesso ha scelto la piazza per far sentire la propria voce. «Abbiamo da sempre manifestato per chiedere i nostri diritti. In maniera pacifica e democratica, perché pensiamo di vivere in un paese democratico. Nel mio paese, il Bangladesh per indire una manifestazione non bisogna chiedere autorizzazioni, solo comunicare orario, percorso, partecipazione alle autorità e verificare che non vi siano incompatibilità. È chiaro che se andiamo a chiedere una manifestazione nello stesso posto in cui si vedono quelli che non vogliono che gli immigrati abbiano diritti, le due cose sono incompatibili e allora ci si regola. Ma non di più».Dopo quanto accaduto al presidente del consiglio, vogliano rendere più restrittive le norme per le manifestazioni...«Io credo che i problemi non li creano mai i manifestanti e che quello che è successo a Milano non è un motivo per mettere dei divieti. Spesso i problemi arrivano più dalle dichiarazioni dei vostri leader politici che da chi scende in piazza».Ma voi di problemi ne avete avuti spesso in questo sensoIntanto noi immigrati, secondo le istituzioni di Roma non possiamo chiedere la piazza o un corteo. Ci deve essere un italiano che lo faccia per noi. Dicono che manifestare è un diritto dei cittadini e intendono solo dei cittadini italiani, ma non sta scritto da nessuna parte. Poi la situazione è peggiorata. Un esempio, poche settimane fa per la comunità islamica ricorreva l'Aid al kabir (la festa del sacrificio), un momento di preghiera per noi importantissimo. Abbiamo chiesto l'autorizzazione a celebrarla in Piazza Vittorio, da tre mesi e la sera prima, alle 18, dal Comune ci è arrivato un fax con cui ci veniva negata la piazza. Una preghiera, neanche un corteo. Per fortuna il questore ha avuto buon senso, ha capito che non potevamo annullare l'appuntamento e ci ha lasciato svolgere la nostra mattinata. Prefetto e sindaco erano contrari o non si esponevano.Poi ci sono state le restrizioni dei protocolliNoi vogliamo rispettare le vostre usanze. Quindi se ci chiedono di non manifestare in centro durante le feste natalizie comprendiamo. Ma se questo significa non poter manifestare per nulla, no.Avete indetto per domani una manifestazione per ricordare la morte di Sher KhanLa delegazione che è andata in questura per comunicare la volontà di fare un piccolo corteo intorno a P.zza Vittorio mi ha appena comunicato che la manifestazione non sarà autorizzata. Dicono che si viola il protocollo. Ci permetteranno di fare solo un presidio. E pensare che se non c'erano le vostre feste avremmo chiesto di poter arrivare a Piazza Navona. Cosa faranno ora, vieteranno anche le manifestazioni del Pdl o del Pd? A noi immigrati non ci permettono neanche di manifestare un lutto. Decideremo giovedì pomeriggio alle 5 cosa fare insieme a tutti i cittadini e le cittadine italiani che vorranno stare con noi. Saluteremo insieme Sher Khan che non è morto per il freddo ma perché dava fastidio in quanto lottava da oltre venti anni per i diritti di tutti.
fonte: Liberazione

30 novembre 2009

Ponticelli. Colpevole di essere rom

Il Tribunale dei minorenni di Napoli ha respinto le richieste della difesa [modifica della misura cautelare e del collocamento in comunità] per la ragazza rom accusata del rapimento di una neonata. Agghiacciante la motivazione: «L’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom».
Ricordate la storia della ragazza rom di Ponticelli [Napoli] accusata di aver tentato di rapire una neonata? Il Tribunale per i Minorenni di Napoli, in sede di appello, ha rigettato le richieste della difesa e nei giorni scorsi ha reso nota la motivazione. Nel provvedimento, tra le altre cose, si legge: «Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva». La decisione afferma l’esistenza di un nesso di causalità tra l’appartenenza etnica e la possibilità di commettere reati. «Questo assunto, sfacciatamente razzista, si traduce nella decisione di non concedere nemmeno misure alternative alla carcerazione», commenta l’avvocato della ragazza rom, Cristian Velle. Secondo il Tribunale «sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano, infatti, misure inadeguate anche in considerazione alla citata adesione agli schemi di vita rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole».
Il provvedimento di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare afferma a chiare lettere che il collocamento in comunità non è ammissibile in quanto la ragazza aderisce agli schemi di vita del popolo cui appartiene. Aggiunge Cristian Valle: «In modo sconcertante, si afferma l’opzione del carcere su base etnica, e, attraverso la definizione di ‘comune esperienza’, i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica. In un paese che sanziona la clandestinità come reato, l’intera vicenda della ragazza rom è rappresentativa dell’accanimento giudiziario contro gli stranieri che gravemente annichilisce i diritti umani».
A.V., questo il nome della quindicenne rom accusata di aver rapito la neonata a Ponticelli nel maggio 2008, è stata accusata dalla madre della neonata, unica testimone dell’avvenimento, che finora però ha fornito una versione dei fatti poco verosimile. Secondo il racconto della madre A. V. sarebbe riuscita a introdursi nella sua abitazione dove, approfittando del fatto che la neonata sarebbe rimasta per pochi attimi sola in cucina, sarebbe riuscita a «rapire» la neonata e a uscire dall’appartamento, il tutto in pochi secondi, senza produrre il minimo rumore e senza provocare il pianto della bimba.
Nonostante ciò, il Tribunale per i Minorenni ha condannato la minore rom a 3 anni e 8 mesi, fondando la decisione di colpevolezza sul presupposto che la madre della neonata non avrebbe avuto alcun interesse ad accusare la minore rom se il fatto non fosse accaduto.
La difesa della ragazza rom ha sempre denunciato la violazione dei diritti fondamentali come, ad esempio, la mancata traduzione degli atti nella lingua conosciuta dall’imputata, questione più volte sollevata ma sempre respinta, nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale che accolse a Nisida la piccola rom, secondo la quale A.V. al momento dell’arresto non comprendeva minimamente la lingua italiana. Ogni richiesta della difesa, insomma, è stata sistematicamente respinta, perfino la richiesta della messa alla prova e l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con la motivazione che A.V. potrebbe avere ingenti patrimoni nel suo paese d’origine. Non le è stato concesso alcun beneficio di legge benché la minore risulti incensurata e in stato di abbandono. I familiari di A.V., infatti, sono scappati a seguito della devastazione del campo rom e delle persecuzioni verificatesi a Ponticelli. La sentenza d’appello ha confermato in pieno quella di primo grado e si attende ora la decisione della Corte di Cassazione. Con il processo ancora in corso, la piccola rom si trova in custodia cautelare nel carcere di Nisida da un anno e mezzo. A nulla sono valse le motivate istanze di scarcerazione.


Gianluca Carmosino

Casoria: intimidazione razzista al museo

Un bambolotto di colore, alto circa un metro, senza abiti, infilzato come un crocifisso sulle sbarre del cancello del Cam, il Contemporary Art Museum di Casoria. E' questo lo spettacolo inquietante che si sono trovati di fronte stasera il direttore del museo Antonio Manfredi e i suoi collaboratori, arrivati per gli ultimi ritocchi all'allestimento della grande mostra "AfriCam" dedicata all'arte contemporanea africana, che apre il 5 dicembre. Con loro c'erano anche due artisti arrivati per l'occasione per esporre i loro lavori, il ganese Narku Thompson Nii e l'egiziano Mohamed Alaa, che sono rimati impressionati.
"E' stato un chiaro gesto intimidatorio ma certo noi non ci scoraggiamo e andiamo avanti - dice Manfredi, che è andato subito dai carabinieri - Non a caso oggi è uscito l'annuncio della mostra sul giornale locale di Casoria. E' stato un gesto di razzismo vero e proprio. E' stato comunque uno shock, perché è vero che noi siamo abituati come museo a Casoria a stare sempre in lotta per sopravvivere, ma nell'arte non ci aspetteremmo mai azioni di questo tipo che testimoniano una volontà razzista. Nell'arte non pensiamo mai alle ghettizzazioni, noi vogliamo stare al di sopra di queste diversità. L'obiettivo della mostra infatti è di mostrare che anche in situazioni di difficoltà la cultura vince, permane e dà la forza per andare avanti. Tutte le opere in mostra vogliono raccontare che l'Africa non è solo fatta di immigrati disperati, ma ci sono anche artisti e intellettuali. Che magari fanno sculture con la carta riciclata dalla spazzatura, o che lavorano in atelier-baracche. Ma portano colori straordinari in posti fatti di nulla e cenere. L'arte dell'Africa aiuta l'immagine dell'Africa".
Dalla periferia del mondo alla periferia di Napoli. A dar fastidio, forse, la mobilitazione di associazioni e comunità di immigrati e rifugiati africani che il Cam ha attivato. Dall'associazione dei Rifugiati di Napoli, a Ltm Laici Terzo Mondo O.N.G. di cooperazione internazionale, l'Ufficio Diocesano Migrantes, la Comunità di S. Egidio, Medici senza Frontiere, l'Uffico Immigrati della Cgil, il Centro Sociale Autogestito "EX-Canapificio", l'associazione Terra Buona Onlus (con la quale gli artisti Narku Thompson Nii e Mohamed Alaa parteciperanno domani mattina a un laboratorio di pittura creativa e una tavola rotonda con gli studenti delle scuole del territorio dell'area a Nord di Napoli).
"Tutte queste associazioni - sottolinea Manfredi - hanno portato il nostro messaggio agli africani con cui hanno contatto. Noi vogliamo che nella nostra mostra gli africani immigrati vedano l'arte del loro paese, che sentano l'appartenenza ad uno stesso continente attraverso le opere in mostra. Vorremmo che il Cam diventasse con la mostra un punto di contatto per una consapevolezza della loro identità. E per l'inaugurazione saranno presenti tutte le associazioni e tutti gli immigrati africani, dagli ambulanti ai responsabili degli uffici di rifugiati, dalle persone ai limite della società a quelle più inserite. Tutti devono venire e capire che appartengono ad una stessa identità e attraverso la cultura questo è possibile".
Una mostra "impegnata", quella del Cam, costruita da Manfredi con un anno di viaggi in Africa tra Kenya, Ghana, Nigeria, Egitto, Burkina Faso, a tessere una rete di contatti con gli artisti più interessanti direttamente sul posto, anche i più remoti, dove non esistono intermediazioni di gallerie o collezionisti, per scoprire l'espressione più libera dell'arte africana svincolata da interventi economici di privati e da influenze occidentali che spesso condizionano l'originalità delle produzioni artistiche. Le difficoltà sono state enormi. In Kenya Manfredi è stato anche arrestato perché aveva fotografato un commissariato. "La paura degli attentati è fortissima lì - racconta - alle nove di sera scatta il coprifuoco, non si può più girare".

Notizie utili - "AfriCam", dal 5 dicembre al 28 febbraio, CAM_Casoria Contemporary Art Museum, Via Duca D'Aosta 63/A Caloria (Napoli), Tel/Fax: +39 0817576167, martedì- mercoledì- giovedì- domenica 10.00/13.00; sabato 17.00/20.00.

Informazioni:

26 novembre 2009

A Rovato è caccia al migrante. Botte e spedizioni punitive

Dopo giorni di benzina sul fuoco, in Franciacorta la situazione dei migranti vira pericolosamente verso l'allarme rosso. Martedì sera alcune decine di persone, incappucciate e col volto coperto da sciarpe, hanno infatti deciso di dare corpo al terribile fantasma che da giorni aleggia sull'ovest bresciano: la caccia al migrante.
Sfruttando la marcia silenziosa, apolitica e composta organizzata a Rovato dagli amici della giovane coppia brutalmente aggredita nel fine settimana da un 24enne cittadino di origine marocchina (almeno duemila le persone in corteo), il gruppo ha deciso di passare direttamente alla violenza indiscriminata e squadrista. Almeno tre gli episodi registrati: il primo al bar "Mandarino" di corso Bonomelli, di proprietà di alcuni cittadini cinesi e punto di ritrovo di diverse comunità migranti. Dal fondo del corteo un petardo è esploso a pochi passi dalla porta del bar: in pochi istanti sui visi di una ventina di persone - praticamente tutte di fuori paese, dicono a Rovato - sono comparse sciarpe, cinghie, aste di bandiera e cappucci. La barista - italiana, per quel che vale - del bar è stata picchiata con un'asta al braccio. La donna. R.B., con l'aiuto degli avventori è comunque riuscita a chiudere la porta. «Sono stata un anno e mezzo senza lavoro - ha affermatola la barista - Un cittadino cinese me l'ha dato, mentre dagli italiani che manifestavano contro la violenza ho ricevuto botte».
Stesso copione per un operatore di una tv locale, buttato contro un furgone in sosta perché "sorpreso" a filmare il tentato assalto razzista. Organizzatori e gente comune in corteo hanno subito stigmatizzato l'accaduto, mentre qualcuno ha abbandonato addirittura la sfilata. La marcia comunque è poi ripartita, ma a pochi passi dalla conclusione in piazza Cavour, una nuova aggressione, stavolta ancora più grave: la stessa ventina si è staccata dal corteo e si è lanciata in una vera e propria caccia al migrante nei vicoli del vecchio Castello, un'area popolata da numerosi migranti di diverse nazionalità. Ad avere la peggio due fratelli di 35 e 36 anni, operai kosovari appena rientrati dal lavoro, aggrediti a calci e pugni mentre parcheggiavano la loro autovettura in vicolo Rose. Un petardo ha mandato i vetri dell'auto in frantumi, mentre i due sono stati costretti a ricorrere alle cure del pronto soccorso dell'ospedale di Chiari. In tarda serata, infine, un'altra esplosione: una bomba carta non lontano dal centro sociale "28 Maggio 1974" di Rovato.
Completamente sorprese le forze dell'ordine: lontano da qualunque solleticazione poliziesca, va comunque registrato che qualche carabiniere di paese, una manciata di vigili e alcuni poliziotti in borghese non sono certamente lo schieramento che si è soliti vedere per un corteo di duemila persone e con una tensione così palpabile nell'aria. SuI fatti di Rovato sarebbero comunque in corso indagini della Digos e dei carabinieri, volte a individuare gli autori delle aggressioni squadristiche ed ad impedire azioni analoghe nel resto di una settimana che si preannuncia estremamente calda.
Sempre martedì sera decine di antirazzisti e migranti hanno presidiato il comune di Coccaglio, teatro della tristemente nota ordinanza xenofoba "White Christmas". All'interno del consiglio comunale, presieduto dal sindaco leghista Franco Claretti, gli attivisti del Comitato Antirazzista dell'Ovest Bresciano hanno esposto uno striscione ironico: "Baldassare, Melchiorre e Gesù Bambino: anche il presepe è clandestino". «Dopo i fatti di Rovato - hanno detto gli attivisti del Comitato durante la diretta di Radio Onda d'Urto - il clima è ancora più teso in tutto l'ovest bresciano: la destra soffia strumentalmente sulle paure della gente, fingendo di non vedere che la vera emergenza del territorio si chiama occupazione. I tanti migranti che i razzisti vari continuano a definire "ciondolanti per le strade dei nostri Comuni senza fare niente" si trovano in questa condizione perché le loro aziende li hanno licenziati, così come sta succedendo a tanti autoctoni».
Per spezzare questo cortocircuito mediatico ed istituzionale, sabato, a Coccaglio, saranno decine le realtà politiche, sociali e sindacali che si ritroveranno per la manifestazione contro razzismo e sessimo "United colours of Christmas". Il ritrovo è fissato per le ore 14.30 di fronte alla stazione ferroviaria della linea Brescia-Bergamo. L'appello della manifestazione, presente sul sito del c.s. "28 Maggio" (www.28maggio.org ), raccoglie giorno dopo giorno sempre più adesioni.


PZ, redattore Radio Onda D'urto

25 novembre 2009

Venezia: La polizia carica presidio antirazzista

Una donna incinta, un bambino e un padre, il più alto misura un metro e venti. Una famiglia di carta pesta è stato il motivo dell'attacco della polizia di Venezia sui corpi di 50 manifestanti di "Venezia respinge il razzismo" che stamattina hanno preso parte ad una manifestazione autorizzata al Ponte dell'Accademia. E tutto era autorizzato fino a ieri sera alle sette. a quell'ora, infatti, chi aveva chiesto l'autorizzazione è stato riconvocato d'urgenza in questura per sentirsi dire che le cose erano cambiate, che il Ministro degli Interni, in modo perentorio, diretto e insindacabile, aveva vietato la parte acquea della manifestazione. Ok, niente barca, niente bacino, ma il presidio sì, con le concordate forme pacifiche e creative.
Questi gli accordi presi fino alla sera prima.
Ma stamattina all'Accademia la polizia era di altro avviso: "se tirate fuori i manichini dobbiamo intervenire" dice subito il dirigente Digos, mentre degli "inviati" romani, mandati direttamente dal Ministero, restano ai margini a controllare, a valutare anzi, la condotta dei loro colleghi della Questura di Venezia, visibilmente imbarazzati di fronte ad ordini così ingiustificabili: caricare una manifestazioni autorizzata perché a Maroni danno fastidio tre manichini di cartapesta e tutto quello che possono evocare e rappresentare.
I manifestanti, società civile di tutte le età, a volto completamente scoperto, signore e studenti, con le mani alzate, si ritrovano nella grottesca, incredibile situazione di dovere difendere coi loro corpi dei manichini di carta.
La polizia si avvicina, schiaccia i manifestanti dopo averli circondati da tutti i lati. Si cerca di impedire che le telecamere della Rai e i giornalisti locali possano filmare o fotografare i tre manichini. Tanto fastidio danno questi simboli di dissenso e solidarietà, di "pietas" e di denuncia.
La polizia si avvicina, hanno l'ordine chiaro di caricare. Alzano i manganelli, si mettono i caschi, schiacciano i corpi dei manifestanti con i loro scudi. parte qualche colpo, viene strappato il microfono a chi stava denunciando questo ingiustificabile attacco alla democrazia, alla libertà di pensiero e parola.
Ma la parte coraggiosa e civile di una Venezia che difende i suoi veri valori riesce a mostrare cosa significa veramente disobbedire a delle imposizioni ingiustificabili. Troppi giornalisti esterrefatti, troppa gente che si ferma in solidarietà vedendo quella violenza scagliarsi addosso a una manifestazione del genere.
La polizia deve allontanarsi, il microfono torna in mano a chi sta conducendo questa battaglia di civiltà. I manichini vengono salvati e fotografati. Solo uno, il papà, è stato "arrestato", forse per reato di immigrazione clandestina commesso da un cadavere di carta pesta.
Alla fine sono i manifestanti stessi a consegnare alla polizia i manichini: li volevate tanto? Noi adesso, decidiamo di consegnarveli. Questo è un bambino morto di fame, freddo e disidratazione il 10 agosto del 2009, su una barca, sotto gli occhi del Ministro che voi oggi avete difeso anche a costo di mettervi contro le più elementari norme di democrazia di questo paese alla deriva.
Venezia ha vinto, e il leone di San marco di una città liberata ha sventolato a lungo dal Ponte dell'Accademia. Quel che è accaduto, però, resta un precedente inaccettabile e pericoloso, che deve richiamare la coscienza di tutti. è in ballo davvero la nostra sicurezza, la sicurezza e la libertà di cittadini che vogliono vivere in una città solidale e democratica.

Maroni non venga più, da Roma, a imporre il suo razzismo e la sua repressione.

Venezia Respinge il Razzismo
fonte: Global Project

22 novembre 2009

San Martino dall'Argine (MN): Sindaco invita i suoi concittadini a denunciare i clandestini

Arrivi da Marcaria ed ecco i portici gonzagheschi e la chiesa del Castello. A sinistra, le affissioni: i defunti, «firma per il lavoro» del Pdci e il manifesto del Comune di San Martino dall'Argine, nel Mantovano, sui clandestini.
Una frase è maiuscola, in neretto, carattere più grande: «...chiunque fosse a conoscenza della presenza sul territorio comunale di immigrati clandestini è pregato di comunicarlo con tempestività al sindaco, all'ufficio di polizia municipale o all'ufficio anagrafe del Comune per i necessari atti conseguenti».

Il testo fa un po' impressione nella patria del pedagogista Ferrante Aporti. Ma leggiamo anche la parte alta del manifesto: riporta il decreto Maroni dove punisce «da 6 mesi a 3 anni» chi per «trarre ingiusto profitto» affitta o rinnova la locazione a persone senza permesso di soggiorno e impone la verifica delle condizioni igieniche degli alloggi in caso di iscrizione o variazione anagrafica.

Ricordare ai cittadini una nuova legge è utile. Ma perchè quella frase che, non fossimo in un paese di nemmeno duemila anime, così tranquillo, farebbe gridare allo scandalo, all'istigazione contro i più deboli, alla caccia all'uomo?

«Clandestini? Non credo, c'è qualche albanese, un po' di indiani» ci rispondono nei negozi. Dal fotografo, alla pasticceria e all'edicola nessuno ha visto o sentito parlare del manifesto. Qualcuno segnala spacciatori di droga («gente di qui, però»), altri periodici furti. Una signora cita un nullafacente straniero con moglie che lavora. Una commerciante ha sentito di stranieri che ospitano un connazionale a 250 euro al mese: «Sono furbi, non creda. Però penso abbia il permesso».

Finalmente, dal giornalaio, un giovane ci risponde che il manifesto lo conosce bene. «Sono un consigliere comunale, Novellini. E' per le case, ci sono stati casi di immigrati ammucchiati che pagavano anche tanto». In tabaccheria qualcuno ha commentato: «Se non c'è lavoro, è meglio che tornino a casa».
In realtà San Martino dall'Argine è uno dei Comuni mantovani con la più bassa percentuale di stranieri. Lo ammette lo stesso vicesindaco Alessio Renoldi. E in paese non ci sono clandestini, lo sostiene l'assessore alle politiche sociali, Cedrik Pasetti: «C'erano problemi coi cinesi, un laboratorio tessile che fu chiuso. Ma adesso hanno riaperto, sono in 4 regolari».
E allora? Il sindaco Alessandro Bozzoli: «Niente di speciale, abbiamo fatto conoscere la legge, si è deciso all'unanimità». Poi ci indirizza al vicesindaco. Renoldi e Pasetti sono della Lega Nord. Forse è stato il partito a suggerire il manifesto?
«Nessun imput, anche se nel direttivo provinciale si parla di queste cose, in generale». Avete letto prima il testo al segretario provinciale Bottari? «No!» risponde Pasetti, fresco responsabile leghista per la zona 'doc' Viadana, Bozzolo, Sabbioneta... E' un avvocato e non vuole passare per testa calda, spiega che la sicurezza sta a cuore, anche quella degli stranieri, spesso vittime di padroni di casa che si fanno dare molto per sistemazioni indecorose.Il manifesto è affisso da lunedì e nessuno si è visto. Ma se qualcuno venisse? «Lo faremmo parlare con la polizia municipale, che sa cosa fare». Cioè? «Noi siamo amministratori, per far rispettare la legge ci sono vigili e carabinieri». Ma se finisse nella rete una badante? «Sono tutte in regola, l'anagrafe è aggiornata. A San Martino c'è la casa di riposo, l'assistente sociale, il centro anziani, i volontari. Troveremo una badante in regola».

Per l'Osservatorio sulle discriminazioni Il manifesto di San Martino dall'Argine è «un precedente pericolosissimo» per Articolo 3, osservatorio sulle discriminazioni, che cita pure Ceresara.«L'obbligo di comunicare la notizia di reato non spetta al cittadino - dice Articolo 3 - ma alle autorità di pubblica sicurezza. La legge 94/2009 (dl Maroni, ndr) non prevede l'obbligo di denuncia di una notizia di reato. Se non si trae un vantaggio iniquo dalla presenza di una persona non in regola con i documenti di soggiorno non c'è alcun obbligo di riferire della stessa. Riteniamo questo (il manifesto, ndr) un invito alla delazione. Il cittadino... deve rispondere solo alla propria coscienza... non gli si può chiedere di segnalare la semplice presenza nel territorio comunale di esseri umani». Articolo 3 raccoglierà anche pareri legali.



Fonte: La Gazzetta di Mantova

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