Associazione per delinquere. Questo il reato per cui un giudice del tribunale di Milano ha deciso di condannare due writer di 22 e 24 anni a sei mesi e venti giorni di carcere ciascuno. Le loro firme, Harvey e Zed, si leggono centinaia di volte sui muri della città. Scritte spruzzate di fretta durante raid notturni, in cui il magistrato ha visto la sistematicità tipica del crimine organizzato.
Così la crew - il gruppo di writer che insieme disegnano sulle pareti - secondo
la sentenza è un'associazione il cui fine è imbrattare.
Dopo il giro di vite della magistratura milanese, anche la procura di Bologna
sposa la linea dura e valuta la possibilità di contestare il reato associativo
ai writer (Lbz, Tls, Miserabile e Swoch) le cui firme ricoprono i 40 chilometri
di portici simbolo della città. E il procuratore aggiunto Valter Giovannini
parla di "centro cittadino forse irreparabilmente deturpato".
Ma proprio nel momento in cui nelle aule di giustizia la repressione del
writing fa un salto di qualità, è un ex magistrato, il sindaco di Bari Michele
Emiliano, a mettere in guardia: "Il carcere non serve a nulla, può anzi essere
controproducente. Si punti sui lavori socialmente utili e sulle richieste di
risarcimento".
E si riapre il dibattito su un tema con cui tutte le amministrazioni delle
grandi città sono costrette a confrontarsi: "Anche se non è sempre semplice,
bisogna distinguere fra street art e writing vandalico, per promuovere la prima
e combattere il secondo", dice Emiliano, primo sindaco in Italia ad avere
istituito un albo dei writer autorizzati a dipingere muri scelti dal Comune.
A Milano, se da una parte lo stesso Giuliano Pisapia ha presentato una
denuncia contro ignoti per l'imbrattamento di un centro comunale, dall'altra
vengono concessi spazi a giovani artisti, come il chilometro di parete lungo
l'ippodromo. Nella capitale, invece, trentacinque muri in 31 strade sono stati
messi a disposizione dei graffitari, ma da tre anni le multe per chi imbratta i
muri sono salite a 300 euro, fino a 500 se si colpiscono monumenti e chiese. Le
amministrazioni si dividono fra intransigenti e dialoganti secondo schemi non
sempre prevedibili.
Fra le "colombe" c'è il leghista Flavio Tosi, sindaco di Verona: "Sono
contrario al carcere per chi imbratta, tranne casi di recidiva - dice - li si
punisca con lavori socialmente utili e al limite li si aiuti a realizzare la
propria creatività, se c'è".
Le multe fioccano a Firenze e Napoli per scoraggiare i vandali, mentre
Torino, per incoraggiare gli artisti, ha organizzato un festival internazionale
(il Picturin Mural art festival) che ha trasformato importanti muri della città
con grandi opere. La diatriba fra pugno di ferro e promozione artistica divide
le città ovunque nel mondo. Se New York da anni conduce una campagna di arresti
e condanne per chi imbratta le stazioni della metropolitana, a Bristol in Gran
Bretagna - dove ha cominciato a dipingere Banksy, star del writing - si è
lasciato scegliere ai cittadini con un referendum se i murales fossero da
cancellare o da salvare.
Una distinzione, quella tra imbrattatori e artisti, su cui però i
graffitari stessi non si formalizzano: "Non me la sento di criminalizzare chi
lascia tag in giro per la città - spiega Hogre, street artist romano - io faccio
principalmente stencil, ma con i writer le radici sono comuni, scrivere sui muri
è un gesto spontaneo che non critico. Perché allora non ce la prendiamo contro
le orribili pubblicità che portano pochi soldi nelle casse dei Comuni o contro
chi affigge manifesti elettorali abusivi?".
Luca De Vito e Franco Vanni da La Repubblica

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