Vogliamo ripercorre gli avvenimenti riguardanti la marcia degli ultracinquantenni in Clarea, avvenuta il 10 Agosto, per la quale siamo imputati per presunte minacce e violenze (i pm addirittura contestavano la tentata rapina) ad una giornalista.
Quella giornata, che
tutti ricordiamo bene, ha visto una partecipazione ampia e una
manifestazione davvero riuscita, senza incidenti di sorta ma con un
piglio deciso. L’idea risultò azzeccata: portare i meno giovani, colonna
portante del movimento no tav, al cantiere per una battitura delle reti
a suon di martellate.
Ci fu davvero una grande partecipazione e la
battitura andò avanti per circa due ore, interrompendosi solo per dare
voce agli interventi al megafono. Si riscattavano in qualche modo gli
arresti di fine luglio e qualche manganellata di troppo, per non parlare
delle molestie all’interno del cantiere ai danni di una ragazza
fermata. Inoltre ancora una volta sfidavamo platealmente il dispositivo
prefettizio della “zona rossa”.
Il movimento no tav riaffermò che non
riconosce zone rosse, e che le reti del cantiere, con tutto quello che
c’è dentro, legali o illegali restano illegittime. Fu dimostrato ancora
una volta che a combattere il cantiere non ci sono solo “i giovani
venuti da fuori” e che il movimento non si divide in buoni e cattivi.
Insomma una vittoria totale su tutti i fronti, che smentiva tutte le costruzioni giornalistiche e repressive sul movimento.
Durante
quella giornata il quotidiano La Repubblica manda allo sbaraglio una
giovane giornalista, che si infiltra nel corteo come manifestante per
fare foto durante i danneggiamenti. Quelle foto e quei filmati, però,
non le pubblicherà mai sul giornale per portarle direttamente in
procura. Evidentemente l’inviata è “servitor di due padroni”.
Comunque
è maldestra e si fa notare, sia perché filma i singoli manifestanti sia
perché saluta gli agenti della digos all’interno del cantiere. Beccata
con le mani nella marmellata la malcapitata nega, dichiara di non essere
una giornalista ma una manifestante, si trincera dietro sorrisi
imbarazzati.
Inoltre non sa riconoscere nessuno del movimento e anzi, in
un tentativo ridicolo di dimostrarsi una no tav scambia Guido Fissore
con Alberto Perino. Nonostante ciò nessuno la offende verbalmente o
altrimenti, senz’altro fare che tenerla d’occhio. Di più, nel tragitto
di ritorno del corteo sono diverse le persone che si avvicinano e le
parlano, persuasi che la ragazza possa in fin dei conti essere una
manifestante. Lei non risponde e ascolta, osserva, manda messaggi e
parla col telefonino.
Giunti a Giaglione finalmente ammette di
essere una giornalista, mostra il tesserino e ritorna a prendere la
propria macchina, senza che più nessuno si curi di lei dal momento in
cui si allontana.
Quanto vi abbiamo raccontato succedeva nel bel
mezzo del corteo, con decine di persone che intervenivano, le parlavano o
ascoltavano, tutte testimoni che non è successo nulla più che chiederle
chi fosse e smentire le sue bugie. Ma di tutto questo lei ricorda solo
tre persone, che a suo dire l’avrebbero circondata, chiedendole di
consegnare il telefono e riaccompagnandola alla macchina scortandola
fisicamente e qualcuno brandendo addirittura un bastone (molti dei
partecipanti alla marcia avevano un bastone per affrontare la
camminata).
Per questo, siamo stati arrestati con richiesta di
custodia cautelare in carcere, sostituita con i domiciliari in virtù
della legge Severino, e permaniamo con gravi restrizioni della libertà.
In
tutto ciò rileviamo ancora una volta che il teorema Caselli di “non
colpire il movimento ma singoli reati” è smentito nei fatti. A parte
l’insussistenza dei reati, perché non si capisce in cosa codesta
aspirante giornalista sia stata offesa, è evidente agli stessi pm che le
misure cautelari sono spropositate ma ci vengono appioppate comunque,
ben al di là delle condotte individuali, proprio in virtù “del contesto
della lotta no tav” come ha chiosato senza alcuna esitazione il pm
Rinaudo.
La nostra è certo una piccola vicendama vale forse la pena di provare a coglierne il senso complessivo.
Nel
ragionamento di Rinaudo di fronte al Riesame sta il senso profondo dei
nostri arresti e della gran parte delle inchieste che colpiscono il
movimento. Per Rinaudo i No Tav sarebbero dei “paranoici” che vedono
ormai all’esterno solo nemici. Sarebbero “usurpatori” delle prerogative
di controllo del territorio che spettano allo Stato, perché si premurano
di controllare chi devasta il territorio, chi si adopera perché questo
disastro che si chiama TAV vada avanti.
Infine i No Tav sarebbero
responsabili di una “pressione ambientale ben nota in altri contesti
criminosi”. Cioè scimmiotterebbero un controllo mafioso del territorio e
in questo senso i fatti vengono riletti dalla procura. Per questo agli
inquisiti va vietato ogni contatto con gli altri no tav, applicando il
massimo delle restrizioni. Nella teatrale arringa di Rinaudo non abbiamo
sentito un solo riferimento alle nostre condotte.
Semplicemente ha
citato un paio di episodi di attrito con le forze dell’ordine o con
altri giornalisti per inventare un contesto in cui i No Tav
spadroneggiano indisturbati prefigurando un controllo del territorio
criminale e criminogeno… Noi? Il mondo alla rovescia, insomma.
C’è
solo ideologia dietro a queste sparate oppure qualche fondamento lo
ritroviamo? Qualcosa ci suona in questo piagnisteo sullo Stato vuotato
delle proprie prerogative. Uno Stato, ridotto a debole governance
di processi che non controlla, scevro della minima parvenza di
legittimità democratica, ostaggio di un accumulo di capitale finanziario
che lo sovrasta e lo controlla, accusa noi di volerne usurpare le
prerogative? Sicuramente siamo colpevoli di volerci provare. Provare a
riprendere il controllo delle nostre vite, del nostro futuro, dei nostri
territori.
Crediamo in definitiva che questa vicenda sia stata
montata ad arte per essere catapultata in prima pagina, per evocare
presunte intimidazioni giornalistiche che rimandano a scenari passati.
Ma all’orizzonte noi non vediamo nessun caso Pecorelli. Si tratta,
piuttosto, di un altro “caso pecorella”.
Non è un segreto che
siano i tormentoni giornalistici a creare la predisposizione
nell’opinione pubblica per le manovre repressive. Il battage
mediatico c’è stato, e la copertura politica “di larghe intese” pure.
Gli organi competenti sono quindi abbondantemente coperti per il loro
operato.
Si sa che gli apparati repressivi in Italia si muovono su
precise indicazioni politiche: ricordiamo per esempio cosa ha portato
l’impunità garantita dalle alte cariche dello Stato a Genova nel 2001 e
sotto questa luce rileggiamo l’intervento di Napolitano di questi giorni
che suona come un sinistro imprimatur repressivo.
Il
tentativo, ampiamente preannunciato e già altre volte fallito, è ancora
quello di spaccare il movimento tra “sinceri no tav” e “frange
estremiste” che approfittano della lotta per altri scopi. A questo scopo
servono caricature umane da sbattere sui giornali come tocca ormai a
chiunque si spenda per questa lotta. Un crescendo isterico che non
risparmia neppure chi semplicemente si esprima in favore del movimento,
trasformando Erri De Luca in un “cattivo maestro” o Stefano Rodotà in un
filobrigatista.
Non ci soffermiamo su quanto poco si sia parlato
dei casi Lorenzetti o Azzolini, che da soli dovrebbero bastare a
spazzare via un’intera classe politica. Facciamo solo presente che Pd e
Pdl non sono nemmeno più in competizione (governano insieme), a
dimostrare de facto che il concetto di governo è oggi assimilabile allo svolgimento di un compitino dettato dalla troika.
Al servizio dei grandi capitali ovviamente, condividendo lo spazio del
mercato, senza alcun imbarazzo, con imprese esplicitamente mafiose. Non
lo diciamo noi, ma la cronaca.
Per chi si oppone si rispolverano
vecchi codici o se ne congegnano di nuovi: dai reati associativi, alla
“devastazione e saccheggio”, dai reati d’opinione alle molte leggi
emergenziali che sono da cinquant’anni il sale della nostra italica
democrazia. Ultimo arrivato, il divieto di fotografare o filmare le
attività del cantiere pena l’accusa di “spionaggio”, introdotto con il
ddl sul “femminicidio”.
Aggiungiamo una nota sullo strumento del
“divieto di comunicazione”, applicato come misura cautelare ma che in
verità è solo una pena afflittiva che mira a colpire non la condotta del
supposto reo, ma la sua identità: colpisce i suoi affetti quanto le sue
relazioni con i compagni di lotta, impedendogli di prendere parte in
qualunque modo alla vita collettiva. Chi ha “tutte le restrizioni” deve
scomparire e tacere, piegandosi al ricatto dell’isolamento in attesa di
abiurare le proprie idee.
Il divieto di comunicazione è stato
sostenuto come misura necessaria dal pm, secondo il quale è proprio con
la comunicazione che il movimento no tav agisce, si coordina, prosegue
nelle sue battaglie.
Un banale truismo, certo, che denuncia però,
una volta di più, quanto sostenuto finora: il nostro movimento non è
pericoloso soltanto per ciò che fa ma soprattutto per ciò che è.
Gli imputati del 10 agosto
da InfoAut

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