Uno è quello di cui si parla in tv e sui giornali, in rete a al bar. L’altro è quello reale. Il secondo tipo prevede celle gelide d’inverno e bollenti d’estate dove si dorme con i topi e si trascorrono anche ventidue ore senza fare nulla. Ogni tanto qualcuno che si taglia sulle braccia, ingoia le lamette, infila la testa in un sacchetto di plastica e sniffa dalla bombola del gas, qualcuno che si impicca. Scrive Ascanio Celestini dopo una visita al carcere: “Anche gli agenti si impiccano, mi dice serio un detenuto mentre il poliziotto in piedi accanto alla porta mi guarda e annuisce. È proprio quell’agente che uscendo mi dice senza giri di parole: «Come si fa a parlare di rieducazione in un posto così? E Rebibbia non è il peggiore. In Italia la recidiva è quasi al 70 per cento, ma scende al 20 tra quelli che godono di misure alternative almeno nella parte finale della pena. Più stanno chiusi qua dentro e più peggiorano. E noi con loro»”.
In Italia ci sono due tipi di carcere. Uno è quello di cui si parla in televisione e sui giornali, in rete a al bar. L’altro è quello reale.
Il primo è composto da sette lettere, il secondo da sessantacinquemila detenuti. Anche se si chiamano alla stessa maniera sono due luoghi diversi. Il primo è spesso associato al nome di qualche famoso politico.
Quando si parla di quel tipo di carcere è quasi sempre con un certo
astio nei confronti di una parte della classe dirigente. Molte persone
vorrebbero che ci finissero deputati e senatori per poi buttare la
chiave della cella. Nel carcere vero invece i politici ci finiscono
raramente. In quel posto è pieno di stranieri, tossicodipendenti e
ladruncoli che hanno reiterato piccoli reati. Ci stanno grazie a tre
leggi recenti: la Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi e l’Ex-Cirielli.
Ogni tanto il carcere di sette lettere e quello di sessantacinquemila
mila detenuti si avvicinano al punto di diventare una sola cosa. Accade
quando le chiacchiere si trasformano in leggi. Per un attimo abbiamo
l’impressione di parlare veramente dei nostri istituti di pena. Ci
sembra che non sia soltanto una parola di sette lettere. Ma è
un’impressione perché tutti quei detenuti che compongono la popolazione
carceraria sono muti e invisibili. Si parla di loro e del loro destino,
ma mai con loro. Così quando sono entrato a Rebibbia per fare un
incontro coi detenuti gli ho fatto una domanda: cosa devo dire al mio
vicino di casa quando parlo di voi?
Le proposte che leggiamo sui giornali in questi giorni spaziano dalla
costruzione di nuovi carceri, la riapertura di istituti che sono più
fatiscenti di quelli attivi, la revisione o azzeramento di qualche
legge, l’espulsione dei detenuti stranieri (quelli per i quali Alfano
non voleva più pagare vitto e alloggio) fino all’indulto e all’amnistia.
I detenuti che ho incontrato non hanno parlato di nessuno tra questi
argomenti.
Un signore anziano molto calmo mi dice: «Al tuo vicino di casa puoi
dirgli che anche suo figlio un giorno potrebbe finire in carcere. Sia
perché potrebbe commettere un reato, sia perché potrebbe essere accusato
ingiustamente. Quasi la metà di noi è in attesa di giudizio e molti
risulteranno innocenti».
Un uomo coi capelli bianchi un po’ lunghi ha un tono e un volume di
voce entrambi molto alti e con una parlata romana e molti gesti mi dice
che è colpevole del reato per il quale è stato condannato e se anche non
fosse così sarebbe la stessa cosa. Mi dice «sto in galera perché ci
devo stare, non mi lamento di questo, ma perché devo dormire coi topi in cella?
Perché devo cucinare a pochi centimetri dalla turca? L’articolo 27
della Costituzione dice che “Le pene non possono consistere in
trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla
rieducazione del condannato”».
Accanto a lui c’è un migrante che aggiunge: «E gli affetti? Posso
vedere i famigliari per pochissimo tempo e senza un minimo di intimità.
Persino in Croazia e Albania è possibile passare alcune ore con la
propria compagna!». Un siciliano che parla a voce bassa mi dice «sono
costretto a comprare il cibo perché quello dell’istituto e scarso e
immangiabile. Devo acquistare i prodotti che fanno parte del listino a
prezzi da negozio di lusso e non mi permettono di lavorare. In molti
istituti stai in cella anche per 22 ore su 24 e spesso non puoi scendere
dal letto perché non c’è spazio sufficiente per tutti. Non voglio
uscire un giorno prima. Voglio una detenzione dignitosa».
Qualcuno mi suggerisce l’idea per un’istallazione. «Monta una cella
in qualche piazza al centro di Roma – dice – ma una vera, con lo spazio
che ci mettono a disposizione. Deve essere sporca e fatiscente, gelida d’inverno e bollente d’estate,
pranzo e cena con la sbobba della casanza e ogni tanto qualcuno che si
taglia sulle braccia, si ingoia le lamette, infila la testa in un
sacchetto di plastica e sniffa dalla bombola del gas, e magari anche
qualcuno che si impicca». «Anche gli agenti si impiccano» mi dice serio
un altro mentre il poliziotto in piedi accanto alla porta mi guarda e
annuisce.
È proprio quell’agente che uscendo mi dice senza giri di parole:
«Come si fa a parlare di rieducazione in un posto così? E Rebibbia non è
il peggiore. In Italia la recidiva è quasi al settanta per cento, ma
scende al venti tra quelli che godono di misure alternative almeno nella
parte finale della pena. Più stanno chiusi qua dentro e più peggiorano.
E noi con loro».
Mentre scrivo queste righe mi vado a leggere qualche articolo sulla stampa
on line e inevitabilmente mi casca l’occhio sui commenti. «Le
istituzioni europee condannano continuamente l’Italia per ogni virgola
fuori posto che mette» scrive qualcuno senza rendersi conto che le
“virgole” sono 66 mila esseri umani.
Uno propone «le frustate: le applicano gli islamici e nessuno dice nulla. Ma che la frusta sia un gatto a nove code»
Qualcuno dice che «questa sinistra da barzelletta sa solo svuotare
le carceri, aprire le frontiere ed in genere elogiare l’illegalità»
condendo il giustizialismo con un po’ di razzismo.
Uno sostiene che «il carcere non deve essere bello e invitante o
faremmo a gara per entrarci invece di pagare mutui di trent’anni»
dimenticando l’articolo 27, ma anche che la pena consiste nella
privazione della libertà e non nella tortura.C’è chi vorrebbe
l’istituzione di carceri privati, chi manderebbe i detenuti all’estero
dicendo che in Cina se li prenderebbero e ci costerebbero meno che in
Italia.
Chi parla di lavori forzati, chi metterebbe tutti al muro e chi
evoca corda e sapone. Con questo clima sarà difficile migliorare le
nostre galere con la speranza che diventino luoghi di rieducazione, superare leggi inique e magari pensare ad una serie legge contro la tortura.
Ascanio Celestini da Comune-info

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