La privatizzazione delle carceri, pratica in cui eccellono Stati Uniti e Inghilterra, avanguardie mondiali del liberal liberismo, è una scelta ignobile che espone migliaia di detenuti alle vessazioni di guardie il cui comportamento, di fatto, è sottratto a ogni controllo politico e giuridico.
Vessazioni che si manifestano sotto forma di percosse, isolamento,
riduzione degli standard nutrizionali e altro e che si fanno più
frequenti a mano a mano che le imprese, per ridurre i costi e aumentare i
margini di profitto, tagliano gli organici, per cui i carcerieri – già
poco inclini al rispetto dei diritti dei detenuti – diventano ancora più
sadici per paura di essere sopraffatti.
Ma questo è solo un aspetto del problema: le carceri private non sono
solo un luogo in cui vengono ignorati i diritti fondamentali di alcuni
cittadini, sono anche la metafora perfetta di un modello di
accumulazione caratterizzato dal definitivo divorzio fra democrazia e
capitalismo, come ha denunciato Slavoj Zizek.
Il lavoro coatto che si svolge nelle carceri private è parente stretto
sia della riduzione in schiavitù di vagabondi, debitori e altri
esponenti delle “classi pericolose”, che venivano rinchiusi nelle working house
nel Settecento, sia dei “campi” in cui il capitalismo del XXI secolo
concentra i nuovi schiavi che operano nelle filiere decentrate delle
imprese multinazionali.
Ma c’è di peggio: da un articolo
dell’Huffington Post apprendiamo che alcuni Stati americani hanno
stipulato con le imprese private contratti che li impegnano ad affidare
una quantità minima di prigionieri alle loro “cure”. In altre parole, le
imprese pretendono che tutti – o almeno quasi tutti – i loro letti (per
insistere sulla metafora sanitaria) siano occupati, onde sfruttare al
meglio la “capacità produttiva” della struttura. Quando queste quote non
vengono rispettate, le imprese fanno causa all’amministrazione pubblica
e, se quest’ultima si azzarda a perseguire politiche meno repressive in
tema di piccola criminalità e/o di ordine pubblico, avviano massicce
azioni di lobbying per obbligarle a invertire rotta.
In altre parole, siamo di fronte alla convergenza di interessi fra
“padroni” delle carceri, destra politica, opinione pubblica manipolata
da opportuni messaggi sull’aumento reale o presunto della criminalità,
magistrati forcaioli (o corrotti) per aumentare sia il numero che la
durezza delle condanne. E, visto che da noi sono riusciti a trasformare
in “terroristi” i militanti dei movimenti politici e sociali radicali
anche senza l’aiuto di questi interessi privati, provate a immaginare
cosa potrebbe succedere se, nel già ampio programma di privatizzazioni
annunciato da Letta, venissero inserite anche le carceri.
Carlo Formenti dal blog micomega

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