Pubblichiamo qui di seguito l’editoriale di oggi del Manifesto a firma di Ugo Mattei, Alberto Lucarelli e Livio Pepino sulla persecuzione portata avanti dalla Procura Torinese a danno dei No Tav.
Ancora una volta il Movimento No Tav è destinatario di attenzioni discutibili della Procura di Torino. C’eravamo abituati, fin dai tempi della campagna avviata
nel gennaio del 2012 con la richiesta di misure cautelari per gli
scontri del giugno-luglio precedente finanche nei confronti di
incensurati. Ma negli ultimi mesi è stato un crescendo di iniziative
oltre ogni logica, in evidente parallelismo con il cambio di strategia
delle “forze dell’ordine”, passata da una (già assai dura) attività di
contenimento degli attacchi al cantiere della Maddalena a una vera e
propria guerra preventiva
con anticipazione dello scontro (sotto l’occhio vigile dei pubblici
ministeri accorsi sul posto…) prima ancora dell’avvicinamento dei
manifestanti al cantiere (in una prospettiva che ricorda in modo
sinistro i metodi di Minority Report).
Gli esempi sono molti: l’apertura di
un procedimento per “procurato allarme” nei confronti del presidente di
Pro Natura Piemonte e dei responsabili di altre associazioni
ambientaliste per avere diffuso un documento-denuncia su comportamenti
ritenuti irregolari nella realizzazione del cantiere della Maddalena, in
particolare in punto mancata installazione di reti paramassi su un
versante di frana conclamata; l’incriminazione del responsabile
dell’Ufficio Tecnico del Comune di Chiomonte per “false comunicazioni al
pubblico ministero”, intervenuta (secondo la cronaca del ben informato
cronista della Stampa)
all’esito di un interrogatorio di sette ore teso a chiarire chi lo
avrebbe indotto a emettere un’ingiunzione di abbattimento delle reti di
protezione del cantiere della Maddalena, non rappresentate su nessun
elaborato progettuale e quindi, sotto il profilo edilizio, abusive (sic!); la perquisizione disposta nel giugno 2013 nei confronti di quattro attivisti No Tav indagati nientemeno che per il reato di stalking
in relazione a minacce subite da un operaio di una ditta impegnata nei
lavori al cantiere della Maddalena in cui, alla singolarità della
contestazione, si accompagna la apodittica motivazione che «tutti gli
episodi di cui è stato fatto oggetto sono da ricondurre ad un’unitaria
regia da individuare nell’ambito di soggetti che si riconoscono nella
lotta alla realizzazione della suddetta linea ferroviaria, in
particolare in tutti quelli che si identificano nell’ala violenta del
movimento No Tav».
Ma la notte scorsa si è realizzato
un salto di livello di gravità inaudita. Sono state, infatti, disposte
ed effettuate dodici perquisizioni domiciliari nei confronti di
attivisti No Tav (della Valle e di Torino) contestualmente indagati, con
riferimento agli scontri della Maddalena del 10 luglio scorso, di
“attentato per finalità terroristiche o di eversione dell’ordine
democratico” ai sensi dell’art. 280 codice penale, che punisce con pene
fino a venti anni di carcere chi, per le finalità anzidette, “attenta
alla vita od alla incolumità di una persona”. Proprio così, anche se c’è
da non crederci. E l’incredulità aumenta se si dà un semplice sguardo
al contesto normativo e alla giurisprudenza della cassazione sul punto:
«Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la
loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o ad
un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di
intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o
un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un
qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche
fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di
un’organizzazione internazionale, nonché le altre condotte definite
terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o
altre norme di diritto internazionale vincolanti per l’Italia (art. 270 sexies
codice penale); «La nozione di “eversione dell’ordine democratico” deve
intendersi riferita all’ordinamento costituzionale, cioè a quei
principi fondamentali che formano il nucleo intangibile destinato a
contrassegnare la specie di organizzazione statale, secondo la
Costituzione; di conseguenza, essa non può essere limitata al solo
concetto di “azione politica violenta”, ma deve necessariamente
identificarsi nel sovvertimento dell’assetto costituzionale esistente
ovvero nell’uso di ogni mezzo di lotta politica che tenda a rovesciare
il sistema democratico previsto dalla Costituzione nella
disarticolazione delle strutture dello Stato o, ancora, nella deviazione
dai principi fondamentali che lo governano» (Cass. – sez. 2, n. 39504
del 17 settembre 2008). Davvero qualcuno può seriamente pensare che gli
“attacchi” al cantiere della Maddalena abbiano qualcosa a che vedere con
fattispecie e finalità siffatte? Eppure le contestazioni sono state
fatte e i procedimenti aperti.
Nessuno chiede impunità a prescindere.
I reati commessi vanno perseguiti. Ma il rigore nelle contestazioni e
il senso delle proporzioni sono parte integrante di un diritto penale
garantista e coerente con la Costituzione. Discostarsi da questa strada è
un pericolo per tutti. Anche per questo la Val Susa è un caso
nazionale.

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