Conferma la tesi del pestaggio l’avvocato della famiglia di Stefano Cucchi, il trentenne romano arrestato nell’ottobre scorso e poi trasferito nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini, dove è morto. A sostegno ulteriore, dice il legale, «ci sono altre testimonianze importanti dalle celle sotterranee del palazzo di giustizia di Roma, forse decisive a chiarire la vicenda di Stefano Cucchi. Il pestaggio c’è stato, questo è sicuro, ed è stato anche molto violento e brutale», come testimoniato dai numerosi traumi sul corpo di Stefano, dalle fratture alla colonna vertebrale e dalle «terribili condizioni in cui è morto al Pertini». E a chiedere chiarezza sul caso Cucchi è ora anche il vicesegretario del Pd, Enrico Letta. 8 gennaio 2010
Omicidio Cucchi, altri testimoni del pestaggio
Conferma la tesi del pestaggio l’avvocato della famiglia di Stefano Cucchi, il trentenne romano arrestato nell’ottobre scorso e poi trasferito nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini, dove è morto. A sostegno ulteriore, dice il legale, «ci sono altre testimonianze importanti dalle celle sotterranee del palazzo di giustizia di Roma, forse decisive a chiarire la vicenda di Stefano Cucchi. Il pestaggio c’è stato, questo è sicuro, ed è stato anche molto violento e brutale», come testimoniato dai numerosi traumi sul corpo di Stefano, dalle fratture alla colonna vertebrale e dalle «terribili condizioni in cui è morto al Pertini». E a chiedere chiarezza sul caso Cucchi è ora anche il vicesegretario del Pd, Enrico Letta.
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Trento: La lega propone il licenziamento degli immigrati dalle ditte di pulizia.
E se l'impresa di pulizie nascondesse pericolosi terroristi islamici pronti a manomettere i computer del consiglio provinciale? Non è un'ipotesi peregrina. Anzi, è così seria che la Lega Nord trentina ha persino scritto una lettera al presidente Giovanni Kessler (Pd) chiedendo il licenziamento della ditta che ogni mattina pulisce gli uffici. Motivazione: i musulmani non scherzano. Tra una passata di aspirapolvere e uno spruzzo di Chanteclair potrebbero benissimo «mettere le mani ovunque» e trafugare «i dati sensibili» custoditi nei microchip della sede governativa provinciale. Altro che bodyscanner e mutande esplosive. Non importa se, come suggerisce un anonimo lettore del Corriere delle Alpi, basterebbe mettere una password: nella ditta potrebbe lavorare sotto copertura un abile hacker collegato ad Al Qaeda. Un pericolo da non sottovalutare.Il presidente Kessler preferisce non entrare nel merito della questione eppure ammette che, in effetti, qualche esponente leghista si sarebbe lamentato per via di alcuni addetti delle pulizie sorpresi a dormire sui divani degli uffici. Insomma, sono fannulloni o spie?«Così non ci pare possibile andare avanti», sbotta comunque il segretario del Carroccio trentino, il parlamentare Maurizio Fugazzi. E se davvero Osama bin Laden fosse interessato ai segreti della provincia di Trento?7 gennaio 2010
Modena, sgomberato lo spazio antagonista Guernica
Questa mattina le forze dell'ordine hanno sgomberato a Modeno lo spazio antagonista occupato Guernica. Spazio sociale nato un mese e mezzo fa con l'occupazione del 21 novembre scorso in quello che è un'ex concessionaria della Ford lasciata al degrado e all'abbandono. I compagni e le compagne del Guernica sono stati capaci di far tornare a vivere quelle mura, raccogliendo i sopiti bisogni e desideri, arrivanti soprattutto dai giovani modenesi, che altrimenti trovano il deserto attorno in termini di servizi sociali e spazi comuni. A dimostrare quanto ci sia bisogno di uno spazio sociale in città, di Guernica a Modena, lo conferma la partecipazione, l'entusiasmo e la passione con le quali in tantissimi hanno attraversato lo spazio occupato, facendolo vivere e mettendo in cantiere molteplici iniziative politiche e culturali.In seguito allo sgombero di questa mattina, eseguito da polizia e digos, si è creato un presidio di solidarietà dinnanzi allo spazio, con il diffondersi della notizia dell'opzione manu militari scelta. Uno sgombero che per certi versi era atteso dai compagni, alla luce dei piccoli sabotaggi (taglio acqua, luce, gas) subiti nell'ultima settimana ma soprattutto dinnanzi al procedere della richiesta di sgombero che s'annidava tra le fila della politica cittadina, nella quale ritroviamo tutta la miseria del nostro tempo, con un Partito Democratico silente e volto al rincorrere la destra, con un Partito della Libertà che si erige a garante della sicurezza e dell'ordine cittadino. Altra risposta securitaria alla crisi, a chi si ribella e resiste, a chi non si lascia catturare dalla compatibilità e dalla politica.
Le iniziative che erano in programma allo spazio Guernica non si fermeranno, vivranno per il momento altrove, dentro la città. Per il prossimo 16 gennaio è in programma una giornata di mobilitazione nel centro cittadino contro lo sgombero dello spazio occupato Guernica.
fonte: InfoAut
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Milano: 51 avvisi di garanzia per i solidali con Cox 18
Sono 51 i compagni che rischiano un processo per le manifestazione seguite lo scorso anno allo sgombero del Cox 18 di Milano. Le comunicazioni sono arrivate poco prima di Natale ai militanti dell'area antagonista. Tra i denunciati militanti dei Corsari, presenti alla Statale di via Festa del perdono, del centro sociale Cantiere, del Vittoria, di Villa occupata e i Transiti.
Per loro le accuse sono a vario titolo di manifestazione non autorizzata, devastazione e saccheggio, incendio, lesioni, interruzione di pubblico servizio. Le indagini riguardano sia il 22 gennaio quando il tam tam tra i militanti radunò in una via Conchetta militarizzata decine di esponenti dei centri sociali, che poi bloccarono la circonvallazione in viale Tibaldi e partirono in corteo lungo le vie del quartiere ma anche la manifestazione del 24 gennaio che partì da piazza XXIV maggio, attraversò il centro e arrivò fino a piazza Duomo. Una manifestazione a cui avevano partecipato migliaia di persone.
fonte: InfoAut
Per loro le accuse sono a vario titolo di manifestazione non autorizzata, devastazione e saccheggio, incendio, lesioni, interruzione di pubblico servizio. Le indagini riguardano sia il 22 gennaio quando il tam tam tra i militanti radunò in una via Conchetta militarizzata decine di esponenti dei centri sociali, che poi bloccarono la circonvallazione in viale Tibaldi e partirono in corteo lungo le vie del quartiere ma anche la manifestazione del 24 gennaio che partì da piazza XXIV maggio, attraversò il centro e arrivò fino a piazza Duomo. Una manifestazione a cui avevano partecipato migliaia di persone.
fonte: InfoAut
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Voleva tornare a casa ma è clandestino: manette in aereoporto
Nemmeno Kafka sarebbe arrivato a congeniare una storia tanto assurda. Assurda al punto da raggiungere il sublime, se non fosse che un uomo che non ha mai rubato nulla, trafficato sostanze illecite, esercitato violenza o truffato alcuno, ma al contrario ha sempre lavorato, lasciandosi sfruttare al nero, giace nel fondo di una prigione. Khadim, un cittadino senegalese quarantunenne che da otto anni viveva in Italia in situazione amministrativa irregolare aveva deciso di rientrare nel suo Paese. Notizie non buone sullo stato di salute di alcuni suoi familiari l'avevano finalmente spinto a mettere fine alla sua esperienza di migrante, mai pervenuta al raggiungimento dell'agognato permesso di soggiorno. Otto anni di vita da clandestino sono pesanti anche se alla fine chi ti è vicino ti vuole bene, hai saputo crearti degli amici, hai l'impressione di vivere tra la gente una esistenza quasi normale, sempre che non ti capiti di incontrare una uniforme, di dover varcare un ufficio amministrativo o un ospedale. Khadim era stanco e così aveva acquistato di tasca propria un biglietto per Dakar. Giunto all'imbarco dell'aereo che doveva riportarlo a casa è stato arrestato e condotto in carcere perché sulla sua testa pesava, a sua insaputa, una condanna a 7 mesi di carcere. In passato non aveva ottemperato ad alcune misure di espulsione dal territorio pronunciate nei suoi confronti. La procedura era andata avanti fino a trasformarsi in una condanna penale. Khadim ignorava tutto ciò, aveva un passaporto regolare e pensava di poter lasciare tranquillamente l'Italia. Non poteva immaginare che sarebbe stato arrestato proprio perché non aveva lasciato l'Italia. Su due piedi si fa un po' fatica a capire che una persona possa essere arrestata perché una legge dice che, data la sua situazione amministrativa irregolare, deve lasciare il territorio e ciò accade proprio quando lui sta lasciando il territorio. Ma la legge, come si dice, è cieca. E così, invece si di salire sul volo per Dakar, Khadim si è ritrovato nel carcere laziale di Civitavecchia. Era l'11 ottobre scorso. La notizia è stata resa nota dal garante dei detenuti della regione Lazio, Angiolo Marroni, allertato a sua volta da alcuni conoscenti italiani di Khadim, proprio quelli che l'avevano accompagnato all'aeroporto romano di Fiumicino. Questi credevano il loro amico in Senegal e invece si sono visti recapitare una sua lettera dal carcere. Una volta imprigionato, Khadim non si è perso d'animo, anche se i primi giorni sono stati duri. Senza effetti personali, trattenuti al momento dell'arresto, e recuperati anche grazie all'intervento del garante. Ha subito avviato le pratiche per l'espulsione. Ipotesi prevista come misura alternativa per diversi reati con condanna inferiore ai due anni. Tuttavia la sua istanza è stata respinta dai magistrati perché la legge "Bossi-Fini" non consentirebbe questo tipo di soluzione per chi non ha ottemperato all'espulsione. Peccato che Khadim stesse ottemperando da solo. Ora dovrà restare in carcere fino allo scadere dei 7 mesi previsti. Difficilmente potrà accorciare la sua permanenza usufruendo dei 45 giorni di liberazione anticipata previsti in caso di buona condotta. Questo beneficio scatta solo dopo ogni semestre e i tempi tecnici per il suo riconoscimento sono abbastanza farraginosi. In ogni caso, dopo il carcere, Khadim non sarà subito libero. Non potrà salire sul primo aereo per Dakar ma finirà dritto in un Cie, dove dovrà attendere settimane e forse mesi, fino a un massimo di altri sei, perché le pratiche della sua espulsione vengano portate a termine e la polizia possa ricondurlo forzatamente alla frontiera. Peccato che Khadim, se lo lasciassero andare, partirebbe tranquillamente da solo. Questa storia è emblematica dei livelli di oscena stupidità che possono essere raggiunti dalle burocrazie repressive. Appena 9 mila sono gli immigrati espulsi, ha detto il ministro dell'Interno. Una inezia. Ciò dimostra che le leggi contro l'immigrazione non servono a scacciare i migranti, ma a cacciarli in una condizione di clandestinità che li trasforma in una sottoclasse ipersfruttata. Chi predica la lotta alla clandestinità, vuole in realtà ripristinare lo schiavismo.Paolo Persichetti
6 gennaio 2010
62enne si toglie la vita nel carcere di Cagliari: è il secondo detenuto suicida in 5 giorni
Celeste Frau, 62 anni, condannato a 12 anni di carcere per una rapina commessa nel 2007, si è ucciso ieri nel carcere “Buoncammino” di Cagliari.Frau, che di mestiere faceva il rottamaio, aveva diversi precedenti penali, ma non aveva mai dovuto confrontarsi con una condanna così pesante e, sconfortato dall’idea di dover trascorrere gli ultimi anni della sua vita in una galera, ha preferito darsi la morte.
Celeste Frau era in cella con altri tre detenuti. Che non vedendolo uscire dal bagno si sono allarmati. Quando si sono affacciati, hanno visto il suo corpo penzolare dalla finestra. Aveva annodato le lenzuola. Non ha lasciato un biglietto né, che risulti, ha mai manifestato con alcuno intenti suicidi.
La vittima era una vecchia conoscenza del direttore di Buoncammino, Gianfranco Pala. Che definisce la sua morte “imprevista ed imprevedibile”. Frau, riferisce Pala, “aveva passato buona parte della sua vita in galera e non era depresso. Aveva un ottimo rapporto con i detenuti e con gli agenti. Semmai aveva problemi cardiaci e per questo era seguito con particolare attenzione dai medici”. Aggiunge, Pala, che i compagni di cella sono rimasti molto colpiti.
Il suo avvocato, Erika Dessì si dice “affranta”. “Ero fermamente convinta della sua innocenza, ha commentato ieri. “Frau è stato condannato perché a casa sua sono stati trovati alcuni gioielli della rapina. Ma il suo telefono all'ora della rapina aveva agganciato una cella di Assemini, dove risiedeva. Dopo la pubblicazione della sentenza mi sarei battuta in cassazione per farlo assolvere”.
Sposato e padre di sei figli, Frau ha fatto parlare di sé non solo in relazione ad episodi di “cronaca nera”: nel 1994 è ancora detenuto a Cagliari, dove sconta una condanna di 2 anni e 6 mesi, quando suo figlio Stefano, 21enne, muore in un incidente stradale. Celeste chiede un permesso per partecipare ai funerali del figlio: il giudice glielo concede, ma dispone che ci vada in manette e scortato dai Carabinieri. L’uomo rifiuta il permesso e si appella alle autorità civili e religiose perché lo sostengano nella richiesta di dare l’ultimo saluto al figlio senza l’umiliazione delle manette.
L’Osservatore Romano si occupa del suo caso con un articolo dal titolo “Una giustizia senza cuore” e l’Ordine degli avvocati di Cagliari presenta un protesta formale in Tribunale, ma la decisione del giudice non cambia.
Con la morte di Celeste Frau salgono a 21 i detenuti morti negli ultimi 8 anni nel carcere di Cagliari: 11 si sono suicidati, 4 sono deceduti per malattia e per altri 6 è stata aperta un’inchiesta giudiziaria mirante all’accertamento delle cause della morte.
Per quanto riguarda i suicidi di detenuti “over 60”, con quello di Frau negli ultimi otto anni se ne contano 26, di cui 3 ultrasettantenni. Di certo le condizioni detentive, caratterizzate da un cronico sovraffollamento e dalla carenza di personale, anche sanitario, penalizzano in maniera particolare i detenuti anziani che avrebbero bisogno di spazi e assistenza adeguate (sono oltre 2.500 gli “over 60” e 450 di loro hanno più di 70 anni).
fonte: Ristretti Orizzonti
4 gennaio 2010
Teramo: In piazza contro il fascismo
La notte del 23 dicembre è stata scritta una delle più brutte pagine della storia recente della nostra città. Una quindicina di sedicenti fascisti hanno aggredito, in maniera fredda e premeditata, alcuni ragazzi che entravano in un locale, ferendone tre con armi da taglio.Non si può rimanere impassibili di fronte a fatti così gravi. Non è possibile che a Teramo a qualcuno sia consentito di girare liberamente con un coltello in tasca, organizzando aggressioni e violenze, senza che si faccia niente per fermarli.
Oggi ci troviamo ad esprimere la nostra rabbia contro questo atto vile, ma solo per un caso fortuito non stiamo versando lacrime per qualcuno che, a seguito di quelle coltellate, avrebbe potuto perdere la vita.
Vogliamo quindi esprimere tutto il nostro disprezzo verso questi soggetti che millantando un ideale fascista, celano, in realtà, dietro questi atti di violenza infame, soltanto tutta la loro frustrazione e debolezza.
L’appartenenza politica degli aggressori è forse anche la ragione di tanta “morbidezza” degli organi inquirenti: nella storia d’Italia spesso chi ha indagato su certi ambienti ha lavorato per nascondere la verità ed anche questa volta è stata generata una strana confusione tra aggressori e aggrediti.
Confusione preoccupante e offensiva non solo nei confronti delle vittime, ma anche di tutti coloro che ritengono necessario riaffermare la verità e lavorare per togliere spazi di agibilità politica ai fascisti, nuovi e vecchi.
È ora di farci sentire
SABATO 9 GENNAIO 2010 ore 16,30
concentramento Largo Madonna delle Grazie
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Detenuto di 39 anni muore suicida nel carcere di Altamura (Ba)
Dopo che il 2009 ha fatto registrare il numero più alto di suicidi in carcere della storia italiana (72), il 2010 sembra essere iniziato all’insegna della medesima “emergenza”: infatti sabato 2 gennaio, nel carcere di Altamura (Ba) è morto Pierpaolo Ciullo, 39 anni, detenuto per reati di droga. Si sarebbe ucciso asfissiandosi con il gas. Il giovane è stato rinvenuto, ormai senza vita, ai piedi del letto nella sua cella, dove sembra fosse da solo; vicino al corpo un fornello da campeggio, alimentato da una bombola di gas, di quelli in dotazione ai detenuti. A nulla sono serviti i soccorsi del personale della Casa Circondariale. L’ipotesi del suicidio non è stata ancora confermata ufficialmente, ma sembrerebbe al momento la più probabile. Pierpaolo Ciullo, originario della Provincia di Lecce, era arrivato da poco nell’Istituto Penitenziario di Altamura, proveniente dalla Casa Circondariale di Lecce. Da quanto si è appreso avrebbe chiesto spontaneamente di essere trasferito, perché nel carcere leccese vi era un rapporto difficile con gli altri detenuti e per lui la situazione era diventata insostenibile. Nel piccolo carcere di Altamura, dove a fronte di 52 posti “regolamentari” i detenuti presenti sono 90, erano anni che non si verificava un suicidio. Nel complesso delle carceri pugliesi, invece, i detenuti sono oltre 4.300 (la capienza è di 2.535 posti) e nel 2009 si sono verificati 3 suicidi (a Foggia, all’IPM di Lecce e a San Severo), mentre i tentativi di suicidio sono stati circa 80. Nel 2008 i suicidi erano stati 2 ed i tentativi di suicidio circa 60.fonte:Ristretti Orizzonti
2 gennaio 2010
Se criminalizzano il diritto a manifestare
E’ di questi giorni la notifica a 3 attivisti del movimento bolognese di una denuncia in merito ai fatti del 21 Marzo 2009, quando il movimento bolognese seppe rispondere al tentativo di imporre il divieto de facto a manifestare nel centro della città.Una giornata, quella, che ci vide tutt* protagonisti nel riaffermare il nostro diritto a manifestare, messo in discussione dal pacchetto sicurezza e negato da un provvedimento di ordine pubblico avvallato dall’amministrazione Cofferati.
Sull’appello di 100 lavoratori migliaia di persone si ritrovarono in piazza quel giorno, determinate a percorrere le vie del centro. Non solo sindacati di base e centri sociali, ma una presenza che rispecchiava l’intera città laddove inaccettabili proprio per l’intera città erano le prescrizioni ed il tentativo di mettere un bavaglio all’espressione del dissenso.
I tentativi che quel giorno ci furono da parte delle forze dell’ordine di circondare la piazza e di impedire al corteo di partire si infransero sulla sua semplice incontebibilità: laddove un cordone di agenti veniva schierato subito dietro nuovi partecipanti in arrivo davano vita a nuovi presidi, blocchi stradali, pezzi di corteo; laddove la polizia si esibiva in qualche pirotecnica carica di alleggerimento la piazza non si disperdeva.
Il coraggio della piazza si impose fino a determinare il ritiro delle forze dell’ordine e a dare vita ad un corteo che attraversò tutto il centro cittadino, facendo nei fatti carta straccia del pacchetto sicurezza e dei divieti a manifestare.
Oggi, con queste denunce, assistiamo al tentativo di criminalizzare la pluralità di quella piazza. Un segnale che non sono sopite le volontà di imbavagliare e mettere a tacere il dissenso, così temuto dai palazzi del potere in tempo di crisi, come se non fossero stati sufficienti le esternazioni del ministro degli interni che proprio in questi giorni torna ad attaccare, su qualsiasi pretesto possibile, la libertà a manifestare e quella di espressione, paventando altri divieti e censure.
Ma sappiamo per certo che non è affatto sopita la nostra determinazione e la nostra passione di libertà. Al fianco dei 3 attivisti denunciati c’eravamo tutt* così come tutt* ci saremo ogniqualvoltà ci sarà la necessità di tornare ad affermare che le strade e le piazze della nostra città ci appartengono al di là e contro ogni decreto liberticida o spasmo securitario.
Rdb-Cub
Confederazione Cobas
Laboratorio Crash!
Vag61
Xm24
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Il carcere nel 2009: 71 suicidi e 20mila detenuti in più
La morte di Stefano Cucchi ha rappresentato il definitivo tramonto di un principio che ritenevamo ormai acquisito: il principio dell’habeas corpus, l’idea che lo Stato non è padrone del nostro corpo e deve tutelare la vita e la dignità di chi è ristretto nella propria libertà.Non a caso, il 2009 è stato definito l’annus horribilis per il sistema penitenziario. Perché si è raggiunto il record dei suicidi in carcere (71) e del sovraffollamento (oltre 20.000 presenze in più di quelle consentite), tanto che siamo stati condannati dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’art. 3 della Convenzione, quello relativo alla tortura e ai trattamenti disumani. Uno "squallore intollerabile", come ha avuto modo di ricordarci il cardinale Dionigi Tettamanzi.
Manifestiamo la nostra solidarietà a tutti coloro che vivranno ammassati l’ultimo dell’anno, portando loro il nostro simbolico saluto con una visita al carcere di Rebibbia nella mattinata dell’ultimo dell’anno. Ci appelliamo alla sensibilità del Presidente della Repubblica, convinti che una sua attenzione al dramma delle carceri nel discorso di fine anno possa spronare interventi, ormai indilazionabili, per restituire la dignità a chi è privato della libertà.
Crediamo che la discussione della mozione parlamentare sulla emergenza carceri, prevista per i prossimi 11 e 12 gennaio, necessita del sostegno di tutta la società civile, perché sarà il banco di prova su cui testare la volontà della politica di affrontare questo dramma. Noi saremo lì a ricordare che il solo piano edilizia e il sedicente processo breve non bastano.
Si deve intervenire sul diritto sostanziale, depenalizzando determinate condotte non lesive dei diritti altrui, riducendo il numero di reati che oggi in Italia supera le 5000 fattispecie. Non vogliamo più un diritto forte con i deboli e debole con i forti. Si deve ricorrere maggiormente alle misure alternative al carcere, perché chi esce dal carcere nell’80% dei casi vi rientra, mentre tra chi ha usufruito di una misura alternativa reitera il reato (solo) il 19%. Ci auguriamo che se il 2009 verrà ricordato come l’anno di approvazione del pacchetto sicurezza, l’annus horribilis del sistema penitenziario e della negazione dell’habeas corpus vissuta con la morte di Stefano Cucchi, il 2010 sia l’anno delle depenalizzazioni e dell’approvazione delle leggi che istituiscono il reato di tortura e il garante delle persone private della libertà.
Giovanni Russo Spena e Gennaro Santoro
31 dicembre 2009
Lodi la polizia carica selvaggiamente gli operai in sciopero
Ieri sera i lavoratori di una coperativa in sciopero sono stati duramente caricati dalla polizia mentre picchettavano l'ingresso dell'azienda in protesta contro il piano di licenziamenti.
Almeno due partecipanti al picchetto sono in ospedale, altri due sono trattenuti in questura; uno dei trattenuti in caserma è un sindacalista dello slai cobas, l'altro un operaio di 31. Tra i feriti, pare, anche un dirigente della Digos.
Le cariche si sono verificati nel corso di un picchettaggio teso a impedire l'uscita dei mezzi dalla ditta per protestare, contro la variazione dei contratti che la societa' avrebbe stipulato con delle cooperative.
Il presidio si è poi spostato davanti alla "Rsz New Projects società cooperativa", presso Fiege Borruso S.P.A., Località Garibaldino - Brembio (LO), quindi sotto la questura di Lodi per ottenere il rilascio dei compagni fermati.
La ristrutturazione in atto prevede che il subentro della nuova coperativa assumerà la metà dei lavoratori con contratti particolari e con salario da fame, e l'altra metà potrebbe essere spostata alle stesse condizioni in siti a 50Km dall'attuale sito.
Oggi presidio dalle ore 6.00 davanti alla "Rsz New Projects società cooperativa".
Le cariche si sono verificati nel corso di un picchettaggio teso a impedire l'uscita dei mezzi dalla ditta per protestare, contro la variazione dei contratti che la societa' avrebbe stipulato con delle cooperative.
Il presidio si è poi spostato davanti alla "Rsz New Projects società cooperativa", presso Fiege Borruso S.P.A., Località Garibaldino - Brembio (LO), quindi sotto la questura di Lodi per ottenere il rilascio dei compagni fermati.
La ristrutturazione in atto prevede che il subentro della nuova coperativa assumerà la metà dei lavoratori con contratti particolari e con salario da fame, e l'altra metà potrebbe essere spostata alle stesse condizioni in siti a 50Km dall'attuale sito.
Oggi presidio dalle ore 6.00 davanti alla "Rsz New Projects società cooperativa".
fonte: InfoAut
Internato all’OPG di Aversa muore “soffocato da un rigurgito”: aveva 45 anni
Con Pierpaolo Prandato salgono a 175 i detenuti morti da inizio anno, di cui 72 suicidi. Il decesso risale al 21 dicembre scorso, ma solo oggi se ne è avuta notizia, anche in questo caso per volontà della famiglia. Per accertare le cause del decesso, il magistrato ha disposto l’autopsia.Esame di cui si attendono gli esiti perché, per ora, il referto del medico legale sulle cause della morte parla di soffocamento da rigurgito di cibo, un’eventualità diffusa soprattutto tra i neonati e non tra gli adulti. Ci sono 60 giorni di tempo per depositare la perizia sull’autopsia, che è attesa anche dai parenti di Prandato. I familiari, infatti, non si rassegnano ad una perdita così inaspettata. La sorella minore Maria Bertilla è l’unica che riesce a parlare. “Lo sentivo per telefono ogni settimana”, racconta, “avevamo deciso di andarlo a trovare a Natale, non avremmo mai immaginato una simile tragedia, anche perché sembrava aver recuperato, sia fisicamente che moralmente, se stesso”.
Pierpaolo Prandato da piccolo aveva avuto due crisi cardiache piuttosto gravi che l’avevano privato per alcuni secondi di ossigeno al cervello, minando in parte la sua salute mentale. Era caduto nell’alcool e nella droga, una discesa negli abissi che ha avuto l’apice il 7 maggio 2008 quando, in un solo giorno, a San Bonifacio è riuscito a commettere 12 tra reati e illeciti amministrativi, fra i quali molestie sessuali a una donna. Al processo era stato giudicato non imputabile perché incapace di intendere e volere al momento dei fatti, e condannato a scontare 4 anni in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario.
Da evidenziare che, dopo il caso di Stefano Cucchi - che ha sollevato l’indignazione dell’intero Paese - i parenti dei detenuti hanno preso coraggio e “denunciano” sistematicamente le morti dei loro congiunti.
Questo ci ha consentito di documentare un numero di casi molto maggiore rispetto al passato, ma temiamo che una parte delle morti rimanga comunque “oscura”: ne è prova anche la recente ispezione dell’Associazione Antigone nel carcere di Sollicciano (FI), nel corso della quale una fonte interna all’Istituto ha riferito di ben 5 suicidi avvenuti dall’inizio dell’anno (mentre noi ne avevamo “censito” 3).
I 175 decessi (72 per suicidio) dei quali abbiamo una segnalazione, con ogni probabilità non sono la totalità dei “morti di carcere”: anche perché in nessuno di questi 175 casi la notizia è arrivata “spontaneamente” da parte dell’Amministrazione Penitenziaria (che invece - correttamente - dà conferma, o smentisce, una volta interpellata al riguardo).
fonte: Ristretti Orizzonti
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Gorizia: Immigrato pestato da una guardia nel Cie
"Ci è stato segnalato quest'oggi un gravissimo episodio di violenza e tortura, verificatosi all'interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Gradisca d'Isonzo (Gorizia) nella notte fra il 28 e il 29 dicembre 2009". Lo denunciano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell'organizzazione per i diritti umani Gruppo EveryOne, che si sta occupando della vicenda.
"La vittima dell'ennesimo pestaggio si chiama Said Stati," riferiscono gli attivisti, "è di nazionalità marocchina e vive a Gavardo, in provincia di Brescia. Abita in Italia da oltre 19 anni, ha sempre lavorato e pagato le tasse. Tutti i suoi parenti" continuano i rappresentanti di EveryOne, "vivono nel nostro Paese: la madre e sei fratelli che sono tutti sposati, con figli. Durante il terremoto che ha colpito Salò nel 2005, Said ha perso la casa. Sempre in seguito al sisma," raccontano ancora Malini, Pegoraro e Picciau, "la fabbrica dove era occupato ha chiuso e il ragazzo, con moglie e due figli piccoli, pur avendo bussato a ogni porta, non ha trovato in tempo un'occupazione alternativa. Quando il suo permesso di soggiorno è scaduto è divenuto 'clandestino', in base alla legge 94/2009 (il 'pacchetto sicurezza') già pesantemente criticata per il suo contenuto xenofobo dalla Commissione europea, dal Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni Unite, dalle autorità ecclesiastiche e dalle principali organizzazioni per i Diritti Umani. L'11 novembre scorso, Said è stato arrestato e condotto al Cie di Gradisca, dove è stato identificato e ha ricevuto un decreto di espulsione. Nonostante soffra di una depressione e il medico curante gli abbia prescritto un antidepressivo, le autorità gli hanno negato, poche ore prima dell'abuso nei suoi confronti, di assumere il farmaco. Said ci ha raccontato al telefono che nella notte fra lunedì e martedì scorso, tre guardie lo hanno prelevato dalla sua cella, conducendolo in un'altra, dove gli è stato intimato di togliersi gli occhiali perché l'avrebbero sottoposto a un pestaggio. Ci ha inoltre confessato che per dare un esempio agli altri carcerati, è stato consentito ad alcuni detenuti di assistere alla violenza. Anche operatori in servizio preso il centro hanno presenziato alla violazione dei suoi diritti umani. Said è stato picchiato con inaudita brutalità al capo, al tronco e in diverse altre parti del corpo, con pugni e colpi di manganello. Solo dopo averlo lasciato a terra, pesto e sanguinante, le guardie hanno consentito agli operatori di portarlo al pronto soccorso, dove è stato medicato".
Il Cie di Gradisca di Isonzo è stato teatro di ripetute violenze e abusi sugli internati, e già un detenuto aveva videoripreso, il 21 settembre scorso, con un telefonino, le conseguenze di un pestaggio di massa da parte delle forze dell'ordine. In quell'occasione, l'episodio venne denunciato presso le sedi competenti in Italia e all'estero dal Gruppo EveryOne e da altre organizzazioni per i diritti umani e i principali quotidiani lo riportarono, assieme alle stigmatizzazioni di autorità politiche e dalla società civile. "Nulla è tuttavia cambiato nel Centro," sottolineano con preoccupazione i rappresentanti del Gruppo, "e anzi trattamenti inumani e degradanti continuano a essere perpetrati dallle autorità senza che la Procura di Gorizia e lo stesso Ministero dell'Interno prendano provvedimenti. Abbiamo informato della vicenda di Said il Comitato contro la Tortura del Consiglio d'Europa, affinché venga inviata al Cie quanto prima una commissione ispettiva d'inchiesta; abbiamo inoltre depositato un esposto presso la Procura di Gorizia e una memoria all'Alto Commissario per i Diritti Umani e all'Alto Commissario per i Rifugiati, presso gli uffici di Ginevra delle Nazioni Unite". Contemporaneamente, EveryOne ha chiesto in una lettera al Presidente della Camera, onorevole Gianfranco Fini, di prendersi a cuore il caso di Said: "Il giovane marocchino attende, distrutto nel corpo e nello spirito, di essere deportato in Marocco, dove non ha parenti né conoscenze. Said è un cittadino esemplare e non ha mai avuto problemi con la giustizia. La sua famiglia e la sua vita non hanno senso lontano dall'Italia e solo una serie di eventi drammatici gli ha impedito di avere i requisiti per rinnovare, con le attuali disposizioni, il permesso di soggiorno. I suoi figli, un bambino che frequenta la terza elementare e una bimba di tre anni, sono disperati e non si danno pace per la mancanza dell'amato papà, che è stato loro strappato senza che avesse alcuna colpa. Ci auguriamo," scrivono Malini, Pegoraro e Picciau a conclusione della lettera a Fini, "che, grazie a un Suo provvidenziale intervento, si eviti che al dolore e alle ingiustizie patite dal detenuto si aggiunga un nuovo dramma irreparabile, che annienterebbe un'intera famiglia vulnerabile e innocente".
"La vittima dell'ennesimo pestaggio si chiama Said Stati," riferiscono gli attivisti, "è di nazionalità marocchina e vive a Gavardo, in provincia di Brescia. Abita in Italia da oltre 19 anni, ha sempre lavorato e pagato le tasse. Tutti i suoi parenti" continuano i rappresentanti di EveryOne, "vivono nel nostro Paese: la madre e sei fratelli che sono tutti sposati, con figli. Durante il terremoto che ha colpito Salò nel 2005, Said ha perso la casa. Sempre in seguito al sisma," raccontano ancora Malini, Pegoraro e Picciau, "la fabbrica dove era occupato ha chiuso e il ragazzo, con moglie e due figli piccoli, pur avendo bussato a ogni porta, non ha trovato in tempo un'occupazione alternativa. Quando il suo permesso di soggiorno è scaduto è divenuto 'clandestino', in base alla legge 94/2009 (il 'pacchetto sicurezza') già pesantemente criticata per il suo contenuto xenofobo dalla Commissione europea, dal Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni Unite, dalle autorità ecclesiastiche e dalle principali organizzazioni per i Diritti Umani. L'11 novembre scorso, Said è stato arrestato e condotto al Cie di Gradisca, dove è stato identificato e ha ricevuto un decreto di espulsione. Nonostante soffra di una depressione e il medico curante gli abbia prescritto un antidepressivo, le autorità gli hanno negato, poche ore prima dell'abuso nei suoi confronti, di assumere il farmaco. Said ci ha raccontato al telefono che nella notte fra lunedì e martedì scorso, tre guardie lo hanno prelevato dalla sua cella, conducendolo in un'altra, dove gli è stato intimato di togliersi gli occhiali perché l'avrebbero sottoposto a un pestaggio. Ci ha inoltre confessato che per dare un esempio agli altri carcerati, è stato consentito ad alcuni detenuti di assistere alla violenza. Anche operatori in servizio preso il centro hanno presenziato alla violazione dei suoi diritti umani. Said è stato picchiato con inaudita brutalità al capo, al tronco e in diverse altre parti del corpo, con pugni e colpi di manganello. Solo dopo averlo lasciato a terra, pesto e sanguinante, le guardie hanno consentito agli operatori di portarlo al pronto soccorso, dove è stato medicato".
Il Cie di Gradisca di Isonzo è stato teatro di ripetute violenze e abusi sugli internati, e già un detenuto aveva videoripreso, il 21 settembre scorso, con un telefonino, le conseguenze di un pestaggio di massa da parte delle forze dell'ordine. In quell'occasione, l'episodio venne denunciato presso le sedi competenti in Italia e all'estero dal Gruppo EveryOne e da altre organizzazioni per i diritti umani e i principali quotidiani lo riportarono, assieme alle stigmatizzazioni di autorità politiche e dalla società civile. "Nulla è tuttavia cambiato nel Centro," sottolineano con preoccupazione i rappresentanti del Gruppo, "e anzi trattamenti inumani e degradanti continuano a essere perpetrati dallle autorità senza che la Procura di Gorizia e lo stesso Ministero dell'Interno prendano provvedimenti. Abbiamo informato della vicenda di Said il Comitato contro la Tortura del Consiglio d'Europa, affinché venga inviata al Cie quanto prima una commissione ispettiva d'inchiesta; abbiamo inoltre depositato un esposto presso la Procura di Gorizia e una memoria all'Alto Commissario per i Diritti Umani e all'Alto Commissario per i Rifugiati, presso gli uffici di Ginevra delle Nazioni Unite". Contemporaneamente, EveryOne ha chiesto in una lettera al Presidente della Camera, onorevole Gianfranco Fini, di prendersi a cuore il caso di Said: "Il giovane marocchino attende, distrutto nel corpo e nello spirito, di essere deportato in Marocco, dove non ha parenti né conoscenze. Said è un cittadino esemplare e non ha mai avuto problemi con la giustizia. La sua famiglia e la sua vita non hanno senso lontano dall'Italia e solo una serie di eventi drammatici gli ha impedito di avere i requisiti per rinnovare, con le attuali disposizioni, il permesso di soggiorno. I suoi figli, un bambino che frequenta la terza elementare e una bimba di tre anni, sono disperati e non si danno pace per la mancanza dell'amato papà, che è stato loro strappato senza che avesse alcuna colpa. Ci auguriamo," scrivono Malini, Pegoraro e Picciau a conclusione della lettera a Fini, "che, grazie a un Suo provvidenziale intervento, si eviti che al dolore e alle ingiustizie patite dal detenuto si aggiunga un nuovo dramma irreparabile, che annienterebbe un'intera famiglia vulnerabile e innocente".
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Milano: Legato e picchiato in caserma. Imbavagliato col nastro adesivo e preso a manganellate. Ha subito lesioni permanenti.
Le mani legate dietro la schiena. La bocca incerottata con il nastro da pacco. Costretto a inginocchiarsi a terra. Poi giù botte. Pugni, manganellate. Il pestaggio prosegue anche quando l'uomo sta quasi per soffocare, perché il sangue che perde dalla bocca non può uscire. È il 12 agosto 2009.
In una stanza della caserma di via Montebello, sede del comando del nucleo radiomobile dei carabinieri, è notte fonda. L'uomo inginocchiato si chiama Luciano Ferrelli, 36 anni, originario di Foggia. Qualche precedente per droga, è stato l'autista-factotum di Giuseppe Aronna, il dentista dei vip con studio in via Montenapoleone arrestato nel 2007 - in manette anche Ferrelli - per una storia di carte di credito rubate e riutilizzate (venivano strisciate sul "pos" del professionista e trasformate in moneta sonante). Bene inserito nella Milano dei locali notturni, poi il declino personale, segnato soprattutto dall'abuso di sostanze stupefacenti.
La droga c'entra anche nella notte del 12 agosto.
Ferrelli è con altre due persone, un italiano e un nordafricano. Trattano l'acquisto di dosi di eroina in una delle piazze milanesi in mano ai pusher del Corno d'Africa: ma litigano per la qualità della "roba". Gli spacciatori, forse minacciati, forse preoccupati per il possibile arrivo della polizia, si allontanano a piedi.
Restano due auto. Ferrelli e i suoi amici ne prendono una, ma non fanno molta strada: vengono fermati da una pattuglia del Radiomobile dei carabinieri. Li portano nella caserma di via Montebello. Qui - stando a un'inchiesta avviata dalla Procura: si ipotizza il reato di lesioni gravi e gravissime per un appuntato che avrebbe agito in concorso con altri militari - Ferrelli è vittima di una violenta aggressione. Il pm Antonio Sangermano apre un fascicolo. Notifica un avviso di garanzia a un carabiniere in servizio al nucleo radiomobile: l'ipotesi di reato è l'articolo 583, 1° e 2° comma (lesioni gravi e gravissime). È lui che avrebbe preso di mira l'uomo. Forse, secondo le indagini affidate alla sezione di polizia giudiziaria della Procura - e ancora in corso - non da solo. Nell'avviso di garanzia (con invito a comparire davanti al magistrato) il pm Sangermano scrive che l'appuntato avrebbe agito "in concorso con altri pubblici ufficiali". Non sono escluse, nei prossimi giorni, altre iniziative.
Ma che è successo realmente nella pancia del comando del nucleo radiomobile dell'Arma? Per come li ha ricostruiti la Procura - e da come si può leggere nelle carte - i fatti hanno come triste epilogo l'immagine di un uomo - Luciano Ferrelli - "steso a terra, privo di forze e con numerose lesioni sul corpo". Le botte subite - è scritto nel rapporto dell'Istituto di medicina legale di Milano, allegato agli atti - gli hanno procurato "l'incapacità ad attendere alle mansioni originarie", con una "prognosi superiore a 40 giorni". Motivata con un "indebolimento permanente dell'organo della masticazione e della prensione", con una "deformazione dello spettro facciale mediante avulsione dell'incisivo anteriore con caratteristiche proprie dello sfregio permanente". Una volta ammanettato dietro la schiena e con la bocca tappata dal nastro da pacco, Ferrelli sarebbe stato costretto a inginocchiarsi e poi colpito con pugni al volto (gli è caduto un dente) e con una raffica di manganellate sulle spalle, sulle mani e sui piedi. Al pestaggio in caserma assistono anche gli altri due uomini fermati.
Negli interrogatori, uno, l'italiano, conferma tutto; l'altro, il nordafricano, è reticente. Alle prime luci dell'alba Ferrelli viene trasferito nel carcere di San Vittore con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Condannato per direttissima, è tuttora dietro le sbarre. In merito al presunto pestaggio Repubblica ieri ha contattato il comando del reparto operativo dei carabinieri, che ha ritenuto di non rilasciare dichiarazioni.
Fonte: La Repubblica
In una stanza della caserma di via Montebello, sede del comando del nucleo radiomobile dei carabinieri, è notte fonda. L'uomo inginocchiato si chiama Luciano Ferrelli, 36 anni, originario di Foggia. Qualche precedente per droga, è stato l'autista-factotum di Giuseppe Aronna, il dentista dei vip con studio in via Montenapoleone arrestato nel 2007 - in manette anche Ferrelli - per una storia di carte di credito rubate e riutilizzate (venivano strisciate sul "pos" del professionista e trasformate in moneta sonante). Bene inserito nella Milano dei locali notturni, poi il declino personale, segnato soprattutto dall'abuso di sostanze stupefacenti.
La droga c'entra anche nella notte del 12 agosto.
Ferrelli è con altre due persone, un italiano e un nordafricano. Trattano l'acquisto di dosi di eroina in una delle piazze milanesi in mano ai pusher del Corno d'Africa: ma litigano per la qualità della "roba". Gli spacciatori, forse minacciati, forse preoccupati per il possibile arrivo della polizia, si allontanano a piedi.
Restano due auto. Ferrelli e i suoi amici ne prendono una, ma non fanno molta strada: vengono fermati da una pattuglia del Radiomobile dei carabinieri. Li portano nella caserma di via Montebello. Qui - stando a un'inchiesta avviata dalla Procura: si ipotizza il reato di lesioni gravi e gravissime per un appuntato che avrebbe agito in concorso con altri militari - Ferrelli è vittima di una violenta aggressione. Il pm Antonio Sangermano apre un fascicolo. Notifica un avviso di garanzia a un carabiniere in servizio al nucleo radiomobile: l'ipotesi di reato è l'articolo 583, 1° e 2° comma (lesioni gravi e gravissime). È lui che avrebbe preso di mira l'uomo. Forse, secondo le indagini affidate alla sezione di polizia giudiziaria della Procura - e ancora in corso - non da solo. Nell'avviso di garanzia (con invito a comparire davanti al magistrato) il pm Sangermano scrive che l'appuntato avrebbe agito "in concorso con altri pubblici ufficiali". Non sono escluse, nei prossimi giorni, altre iniziative.
Ma che è successo realmente nella pancia del comando del nucleo radiomobile dell'Arma? Per come li ha ricostruiti la Procura - e da come si può leggere nelle carte - i fatti hanno come triste epilogo l'immagine di un uomo - Luciano Ferrelli - "steso a terra, privo di forze e con numerose lesioni sul corpo". Le botte subite - è scritto nel rapporto dell'Istituto di medicina legale di Milano, allegato agli atti - gli hanno procurato "l'incapacità ad attendere alle mansioni originarie", con una "prognosi superiore a 40 giorni". Motivata con un "indebolimento permanente dell'organo della masticazione e della prensione", con una "deformazione dello spettro facciale mediante avulsione dell'incisivo anteriore con caratteristiche proprie dello sfregio permanente". Una volta ammanettato dietro la schiena e con la bocca tappata dal nastro da pacco, Ferrelli sarebbe stato costretto a inginocchiarsi e poi colpito con pugni al volto (gli è caduto un dente) e con una raffica di manganellate sulle spalle, sulle mani e sui piedi. Al pestaggio in caserma assistono anche gli altri due uomini fermati.
Negli interrogatori, uno, l'italiano, conferma tutto; l'altro, il nordafricano, è reticente. Alle prime luci dell'alba Ferrelli viene trasferito nel carcere di San Vittore con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale. Condannato per direttissima, è tuttora dietro le sbarre. In merito al presunto pestaggio Repubblica ieri ha contattato il comando del reparto operativo dei carabinieri, che ha ritenuto di non rilasciare dichiarazioni.
Fonte: La Repubblica
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30 dicembre 2009
Torino: Migrante prima pestato e poi espulso
Ci sono storie di cronaca nera che raccontano, oltre all'aspetto criminale, gli spaccati di una città che cambia, gli effetti perversi dell'applicazione di leggi e leggine, i timori che si intravedono dietro alcuni reati, l'essere vittima due volte per chi è senza documenti e senza diritti. Un ragazzo gabonese clandestino - status che gli è costatato una denuncia e una nuova espulsione sulla carta, cinque giorni per tornare a casa, pena l'arresto obbligatorio - è stato aggredito da tre ragazzi torinesi. Gli amici italiani, dai 18 ai 25 anni, lo hanno agganciato alle due di notte all'angolo tra via Vibò e via Chiesa della Salute. Forse pensavano che fosse uno spacciatore, con le tasche piene di quattrini. Forse, è più di un sospetto, se la sono presa con lui perché di colore.
«Fermo, polizia», gli hanno gridato. E quando lui ha provato a dire che non aveva soldi, i fasulli agenti lo hanno picchiato duro. Se ne sono andati solo dopo avergli rapinato due telefoni cellulari. Lui, colpito e derubato, ha cercato di fermarli aggrappandosi allo specchietto della macchina sulla quale sono saliti per fuggire via. Lo ha rotto. E la reazione gli è costata una ulteriore dose di violenza e botte. I ragazzi sono tornati indietro e lo hanno "punito". In zona era in corso un servizio straordinario di controllo del territorio, pattuglie miste di agenti veri del commissariato di zona e di militari dell'esercito. I picchiatori-rapinatori sono stati arrestati. Cristian Morello ha solo 18 anni. Daniele Ficarra ne ha 20. Il più "grande" del terzetto è Nicola Pirro di 21 anni.
Il ragazzo aggredito è stato portato in ospedale. Venticinque giorni di prognosi. Poi si è posto il problema sul da farsi, con lui. Senza permesso di soggiorno, già controllato più volte in passato e anche arrestato perché non aveva obbedito a un vecchio provvedimento formale di espulsione, in un primo tempo sembrava avviato sulla strada del Cie, il centro di identificazione di corso Brunelleschi. Poi la questura ha deciso di notificargli una espulsione bis, consegnandogli il decreto che lo invita a lasciare l'Italia in meno di una settimana. Essendo parte lesa, vittima di un reato e grave, potrebbe sperare di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo per motivi di giustizia. La denuncia per clandestinità non gliel'ha tolta nessuno. Ma diversamente da quanto è accaduto per il fiorista del Bangladesh rapinato ad agosto - a fuor di popolo ammesso a un programma di protezione, perché diventato uno spinoso caso nazionale - lui ha un passato considerato «non limpido» dalla polizia. «Le chance - traduzione - vengono date agli incensurati, per gli altri si deve valutare caso per caso, in raccordo con la procura».
Quanto agli aggressori, avvisato il pm di turno del fattaccio e delle manette, gli atti dell'arresto sono stati inviati anche alla Digos e alla squadra Mobile. Si vuole capire se il raid possa avere una qualche connotazione razzista. E si ragiona sull'ipotesi concreta che possano esserci stati raid analoghi, taciuti dagli stranieri nel mirino per paura di schedature, denunce, internamento al Cie.
fonte: La Repubblica
«Fermo, polizia», gli hanno gridato. E quando lui ha provato a dire che non aveva soldi, i fasulli agenti lo hanno picchiato duro. Se ne sono andati solo dopo avergli rapinato due telefoni cellulari. Lui, colpito e derubato, ha cercato di fermarli aggrappandosi allo specchietto della macchina sulla quale sono saliti per fuggire via. Lo ha rotto. E la reazione gli è costata una ulteriore dose di violenza e botte. I ragazzi sono tornati indietro e lo hanno "punito". In zona era in corso un servizio straordinario di controllo del territorio, pattuglie miste di agenti veri del commissariato di zona e di militari dell'esercito. I picchiatori-rapinatori sono stati arrestati. Cristian Morello ha solo 18 anni. Daniele Ficarra ne ha 20. Il più "grande" del terzetto è Nicola Pirro di 21 anni.
Il ragazzo aggredito è stato portato in ospedale. Venticinque giorni di prognosi. Poi si è posto il problema sul da farsi, con lui. Senza permesso di soggiorno, già controllato più volte in passato e anche arrestato perché non aveva obbedito a un vecchio provvedimento formale di espulsione, in un primo tempo sembrava avviato sulla strada del Cie, il centro di identificazione di corso Brunelleschi. Poi la questura ha deciso di notificargli una espulsione bis, consegnandogli il decreto che lo invita a lasciare l'Italia in meno di una settimana. Essendo parte lesa, vittima di un reato e grave, potrebbe sperare di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo per motivi di giustizia. La denuncia per clandestinità non gliel'ha tolta nessuno. Ma diversamente da quanto è accaduto per il fiorista del Bangladesh rapinato ad agosto - a fuor di popolo ammesso a un programma di protezione, perché diventato uno spinoso caso nazionale - lui ha un passato considerato «non limpido» dalla polizia. «Le chance - traduzione - vengono date agli incensurati, per gli altri si deve valutare caso per caso, in raccordo con la procura».
Quanto agli aggressori, avvisato il pm di turno del fattaccio e delle manette, gli atti dell'arresto sono stati inviati anche alla Digos e alla squadra Mobile. Si vuole capire se il raid possa avere una qualche connotazione razzista. E si ragiona sull'ipotesi concreta che possano esserci stati raid analoghi, taciuti dagli stranieri nel mirino per paura di schedature, denunce, internamento al Cie.
fonte: La Repubblica
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29 dicembre 2009
Bologna: Corteo contro la direttiva Maroni, tre denunciati
Il 21 marzo 2009 il duemila persone violarono il divieto di manifestare in centro nel fine settimana, in un appuntamento di piazza convocato anche in opposizione alle limitazioni del diritto di sciopero. La misura prefettizia, recentemente reiterata, applica in maniera estremamente restrittiva la direttiva Maroni emanata in seguito alle preghiere celebrate in piazza al termine di cortei, a forte partecipazione migrante, tenuti a Bologna e Milano contro l’operazione Piombo Fuso delle forze armate israeliane, che un anno fa insanguinò la striscia di Gaza.
Attivisti dei centri sociali, dei sindacati di base, dell’associazionismo e semplici cittadini sfilarono da piazza Maggiore a piazza Verdi in un centro storico assolutamente militarizzato da poliziotti e carabinieri.
A nove mesi di distanza arrivano tre denunce per altrettanti attivisti del laboratorio Crash per i fatti di quella giornata. Il capo d’accusa riportato negli avvisi di fine indagine è quello di “resistenza a pubblico ufficiale” e non si riferiscono quindi alla violazione del divieto.
Attivisti dei centri sociali, dei sindacati di base, dell’associazionismo e semplici cittadini sfilarono da piazza Maggiore a piazza Verdi in un centro storico assolutamente militarizzato da poliziotti e carabinieri.
A nove mesi di distanza arrivano tre denunce per altrettanti attivisti del laboratorio Crash per i fatti di quella giornata. Il capo d’accusa riportato negli avvisi di fine indagine è quello di “resistenza a pubblico ufficiale” e non si riferiscono quindi alla violazione del divieto.
fonte: zic.it
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28 dicembre 2009
Milano, suicido di una trans fermata e deportata con altri viados nel Cie di via Corelli
«Dai suoi capelli sfilo le dita/quando le macchine puntano i fari/sul palcoscenico della mia vita/dove tra ingorghi di desideri/alle mie natiche un maschio s'appende/nella mia carne tra le mie labbra/un uomo scivola l'altro si arrende». Scorreva così, «sotto le ciglia degli alberi», nel chiaroscuro dei viali milanesi, la vita di Carlos S., transessuale brasiliana di 34 anni.
Fino a domenica 20 dicembre, quando è rimasta impigliata in una retata della polizia, un tempo si sarebbe detto della "buon costume". Carlos, non conosciamo il nome che si era scelta, era sprovvista dei documenti necessari per la sua permanenza in Italia. Per questo è stata fermata e poi deportata insieme con altri viados nel Cie di via Corelli. Di umiliazioni, dolore e discriminazioni, lei, come le altre, ne aveva conosciute e sopportate tante. Non l'ultima però. Non la degradazione e l'abisso dei "campi di concentramento" di cui sono disseminate le democrazie occidentali. Non questi luoghi dove vige lo stato d'eccezione, dove si è sottoposti a "detenzione amministrativa", una coercizione dei corpi che l'ipocrisia di Stato non ha saputo nemmeno designare con un nome. Altrove sono stati coniati singolari neologismi. I francesi meno restii nel riconoscere esplicitamente il ricorso all'eccezione, parlano di rétention per distinguerla dalla detenzione. Campi di permanenza temporanea dove una persona straniera in situazione amministrativa irregolare è trattenuta a forza in attesa di "identificazione ed espulsione", come recita l'ultima dizione legislativa. Luoghi vuoti di diritto, buchi neri che hanno ridotto a un colabrodo le nostre democrazie tanto decantate. In uno di questi recinti Carlos ha smesso di mescolare «i sogni con gli ormoni». L'ultima fermata è arrivata il giorno di Natale. L'hanno trovata appesa ad un lenzuolo, intorno alle 15.30, quando il resto del Paese era seduto attorno a tavole imbandite di cibo, panettoni e spumante. Carlos se n'andava per fuggire all'orrore di una prigionia senza reato, di una punizione senza colpa, se non quella di esistere, di voler essere donna. Se n'è andata liberandosi anche di quel corpo che l'aveva imprigionata ad una identità sessuale che non era sua.
«Il 33% delle persone transessuali sono a rischio di suicidio a causa della discriminazione che subiscono», hanno spiegato in un comunicato Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, responsabili di EveryOne, associazione per i diritti umani. Nonostante ciò, prosegue sempre il testo del comunicato, «i transessuali vengono rinchiusi nei Cie, che sono vere e proprie carceri. L'Italia è il primo Paese europeo per discriminazioni, morti e violenze transfobiche: un terribile primato che rende le persone transessuali e transgender cittadini vulnerabili ed esclusi».
«L'Italia sta violando i diritti umani senza porsi il problema del rimedio», sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone che annuncia come già mille detenuti, da agosto ad oggi, abbiano chiesto il sostegno dell'associazione nella procedura di ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro le condizioni di vita che sono costretti a subire negli istituti di pena italiani. «Mille richieste di indennizzo, dunque, contro lo Stato italiano - spiega Gonnella - per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, quello che vieta le torture e le pene inumane o degradanti».
Proprio a partire da quest'ultima vicenda, "l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere" ha ritenuto opportuna la creazione di un'apposita "Sezione" per il monitoraggio delle morti che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale al di fuori del sistema penitenziario. Nella società odierna si può essere privati della propria libertà senza per questo ritrovarsi in carcere. Il carcere diffuso rappresenta ormai una tendenza sempre più affermata. Fuori dalle mura di cinta delle prigioni, ci sono i Cie, le camere di sicurezza delle questure e delle stazioni dei carabinieri; esiste poi un'area penale esterna che avviluppa in una sorta di "blindato sociale" la vita di centinaia di migliaia di persone sottoposte a misure alternative e di prevenzione; ci sono inoltre le case lavoro e gli Opg e infine i Tso, i trattamenti sanitari obbligatori. Ogni morte, violenza o discriminazione subita da persone private della libertà all'esterno del carcere sfugge alle statistiche. Il rischio è che quanto avviene in queste zone dove vige uno stato di diritto attenuato, per non dire inesistente, resti confinato in un cono d'ombra, al riparo dalla percezione pubblica. «Nei centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt), come pure nelle "camere di sicurezza" delle questure e delle caserme - afferma il comunicato stampa diffuso ieri dall'Osservatorio - le persone non sono "detenute", quindi paradossalmente possono risultare meno tutelate rispetto a chi entra nel circuito penitenziario (regolato da un apparato normativo che prevede anche una serie di "strumenti di garanzia" per i detenuti)».
Nelle tabelle rese note il suicidio di Carlos è il secondo che avviene in un Cie dall'inizio dell'anno, oltre ad un decesso per "causa da accertare" nel Cie di Roma. Nel 2008 nei Cie si sono registrati due morti per malattia, mentre nel 2007 altri 3 suicidi (di cui 2, nel Cie di Modena, a distanza di un solo giorno l'uno dall'altro). Per quanto riguarda le persone "fermate" e poi morte nelle Questure, "l'Osservatorio" ha raccolto informazioni su tre decessi avvenuti tra il 2007 e il 2008 nella questura di Milano e altri due avvenuti nella questura di Roma nel 2002.
Paolo Persichetti
Fino a domenica 20 dicembre, quando è rimasta impigliata in una retata della polizia, un tempo si sarebbe detto della "buon costume". Carlos, non conosciamo il nome che si era scelta, era sprovvista dei documenti necessari per la sua permanenza in Italia. Per questo è stata fermata e poi deportata insieme con altri viados nel Cie di via Corelli. Di umiliazioni, dolore e discriminazioni, lei, come le altre, ne aveva conosciute e sopportate tante. Non l'ultima però. Non la degradazione e l'abisso dei "campi di concentramento" di cui sono disseminate le democrazie occidentali. Non questi luoghi dove vige lo stato d'eccezione, dove si è sottoposti a "detenzione amministrativa", una coercizione dei corpi che l'ipocrisia di Stato non ha saputo nemmeno designare con un nome. Altrove sono stati coniati singolari neologismi. I francesi meno restii nel riconoscere esplicitamente il ricorso all'eccezione, parlano di rétention per distinguerla dalla detenzione. Campi di permanenza temporanea dove una persona straniera in situazione amministrativa irregolare è trattenuta a forza in attesa di "identificazione ed espulsione", come recita l'ultima dizione legislativa. Luoghi vuoti di diritto, buchi neri che hanno ridotto a un colabrodo le nostre democrazie tanto decantate. In uno di questi recinti Carlos ha smesso di mescolare «i sogni con gli ormoni». L'ultima fermata è arrivata il giorno di Natale. L'hanno trovata appesa ad un lenzuolo, intorno alle 15.30, quando il resto del Paese era seduto attorno a tavole imbandite di cibo, panettoni e spumante. Carlos se n'andava per fuggire all'orrore di una prigionia senza reato, di una punizione senza colpa, se non quella di esistere, di voler essere donna. Se n'è andata liberandosi anche di quel corpo che l'aveva imprigionata ad una identità sessuale che non era sua.
«Il 33% delle persone transessuali sono a rischio di suicidio a causa della discriminazione che subiscono», hanno spiegato in un comunicato Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, responsabili di EveryOne, associazione per i diritti umani. Nonostante ciò, prosegue sempre il testo del comunicato, «i transessuali vengono rinchiusi nei Cie, che sono vere e proprie carceri. L'Italia è il primo Paese europeo per discriminazioni, morti e violenze transfobiche: un terribile primato che rende le persone transessuali e transgender cittadini vulnerabili ed esclusi».
«L'Italia sta violando i diritti umani senza porsi il problema del rimedio», sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone che annuncia come già mille detenuti, da agosto ad oggi, abbiano chiesto il sostegno dell'associazione nella procedura di ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro le condizioni di vita che sono costretti a subire negli istituti di pena italiani. «Mille richieste di indennizzo, dunque, contro lo Stato italiano - spiega Gonnella - per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, quello che vieta le torture e le pene inumane o degradanti».
Proprio a partire da quest'ultima vicenda, "l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere" ha ritenuto opportuna la creazione di un'apposita "Sezione" per il monitoraggio delle morti che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale al di fuori del sistema penitenziario. Nella società odierna si può essere privati della propria libertà senza per questo ritrovarsi in carcere. Il carcere diffuso rappresenta ormai una tendenza sempre più affermata. Fuori dalle mura di cinta delle prigioni, ci sono i Cie, le camere di sicurezza delle questure e delle stazioni dei carabinieri; esiste poi un'area penale esterna che avviluppa in una sorta di "blindato sociale" la vita di centinaia di migliaia di persone sottoposte a misure alternative e di prevenzione; ci sono inoltre le case lavoro e gli Opg e infine i Tso, i trattamenti sanitari obbligatori. Ogni morte, violenza o discriminazione subita da persone private della libertà all'esterno del carcere sfugge alle statistiche. Il rischio è che quanto avviene in queste zone dove vige uno stato di diritto attenuato, per non dire inesistente, resti confinato in un cono d'ombra, al riparo dalla percezione pubblica. «Nei centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt), come pure nelle "camere di sicurezza" delle questure e delle caserme - afferma il comunicato stampa diffuso ieri dall'Osservatorio - le persone non sono "detenute", quindi paradossalmente possono risultare meno tutelate rispetto a chi entra nel circuito penitenziario (regolato da un apparato normativo che prevede anche una serie di "strumenti di garanzia" per i detenuti)».
Nelle tabelle rese note il suicidio di Carlos è il secondo che avviene in un Cie dall'inizio dell'anno, oltre ad un decesso per "causa da accertare" nel Cie di Roma. Nel 2008 nei Cie si sono registrati due morti per malattia, mentre nel 2007 altri 3 suicidi (di cui 2, nel Cie di Modena, a distanza di un solo giorno l'uno dall'altro). Per quanto riguarda le persone "fermate" e poi morte nelle Questure, "l'Osservatorio" ha raccolto informazioni su tre decessi avvenuti tra il 2007 e il 2008 nella questura di Milano e altri due avvenuti nella questura di Roma nel 2002.
Paolo Persichetti
24 dicembre 2009
Omicidio Cucchi: gli strani errori nel verbale dei carabinieri
Dubbi e ancora dubbi. Più si scovano carte e voci più i dubbi sulla versione ufficiale della vicenda di Stefano Cucchi si fanno importanti. L’ultima notizia è relativa alle pressioni sul medico che lo visitò a Regina Coeli non appena arrivò dal tribunale. Questo dottore constatò che il trentunenne romano, arrestato solo tredici-quattordici ore prima, era in fin di vita e protestò per il ritardo con cui venne trasferito al Fatebenefratelli. Ci vollero tre ore per oltrepassare il ponte che separa il lungotevere dall’isola Tiberina, un paio di chilometri. E dire che, a causa dell’urgenza del ricovero, la direzione di Regina Coeli disse che non era stato possibile sottoporre Cucchi a una visita psicologica. Ora, grazie alle risultanze della commissione parlamentare che indaga sul servizio sanitario nazionale, pare che il medico sia stato oggetto di pressioni per autosospendersi. Ancora più inquietante il dettaglio fornito da Ignazio Marino, capo di quella commissione: quando venne convocato al Senato da Regina Coeli avrebbero risposto che era irreperibile, fuori dal Paese, forse in viaggio di nozze. Il camice bianco in questione è stato sentito già dai pm che si occupano della vicenda ma, all’uscita dal tribunale non ha rilasciato dichiarazioni. Dunque il dubbio è legittimo.Secondo: una serie di siti, da Antigone a Ristretti.it fino alle pagine web dei radicali, hanno messo in rete le 348 pagine della relazione finale dell’indagine interna del Dap, il dibattimento dell’amministrazione penitenziaria. Spulciando meglio le carte dell’inchiesta amministrativa saltano agli occhi gli errori clamorosi contenuti nel verbale di arresto. Il primo sbaglio è relativo alla data di nascita e al luogo: si legge che Cucchi sia nato in Albania il 24 ottobre del 75, ossia sei anni prima di quanto sia nella realtà. Ed è nato a Roma. Poi si scopre che sarebbe «sfd», senza fissa dimora come l’indomani avrebbe scritto anche la giudice che gli ha negato i domiciliari senza accorgersi dei segni delle percosse sul viso. A dire il vero non se ne rese conto il legale d’ufficio. Solo al padre fu evidente che il figlio - quando poté abbracciarlo per l’ultima volta nell’aula di Piazzale Clodio - era stato gonfiato di botte. E se ne accorsero anche i suoi compagni di viaggio di quella mattina, dalle rispettive camere di sicurezza in caserme dell’Arma fino alle celle dei sotterranei della Città giudiziaria. Hanno testimoniato che Cucchi soffriva come un cane per il trattamento riservatogli dai carabinieri. Il verbale prosegue. E dice che Cucchi fu identificato a mezzo di rilievi fotosegnaletici e accertamenti dattiloscopici. Davvero esiste una foto segnaletica di Cucchi? Quando fu presa? E perché il verbale lo scheda come pregiudicato quando la sua famiglia lo nega decisamente?
Solo il nome corrisponde: si chiamava Cucchi Stefano. L’ora segnata dai carabinieri, le 15.20, neanche quella corrisponde. E perché il ragazzo che fu fermato con lui ricorda cinque uomini, tre in divisa e due in borghese, ma nel verbale ci sono solo quattro firme a dare atto di aver proceduto all’arresto?
Poi il verbale sembra prendere una piega più corrispondente al vero: «In data odierna, alle 23.35, mentre espletavamo servizio di pattuglia automontata per le vie della giurisdizione per prevenire e reprimere reati di spaccio di stupefacenti, nei pressi della chiesa di S.Policarpo, adiacenze via Lemonia, notavamo un giovane intento a cedere involucri di cellophane trasparenti in maniera furtiva ricevendo in cambio una banconota». Un racconto che, pare, non sarebbe stato confermato da chi fu fermato assieme a Cucchi. I due sarebbero stati fermati mentre erano sulle rispettive auto, affiancate. Ma è un dettaglio decisamente meno interessante di un altro. Dopo l’arresto, infatti, si scrive che «il detenuto interpellato» dichiarava «di non voler nominare difensore di fiducia».
Bugia: il teste ha sentito almeno tre volte pronunciare da Stefano il nome del legale di fiducia. Quaranta minuti dopo l’arresto, Cucchi fu accompagnato a casa per la perquisizione. Sua madre chiese se dovesse attivarsi per avvisare un legale. «Stia tranquilla - le rispose uno dei militari - è tutto a posto». Mica tanto perché il verbale recita che «pertanto questo comando nominava un avvocato d’ufficio» e segue un nome ma non è quello che Cucchi trovò al mattino in tribunale. Altra curiosità del verbale d’arresto: «Il pervenuto dichiarava di non dare notizia del proprio arresto ai propri familiari». Una frase che suona strana dal momento che pochi minuti Stefano e i carabinieri tornarono a casa Cucchi per la perquisizione che non avvenne in tutti i locali, come assicura il verbale, ma solo nella cameretta di Stefano e senza alcun risultato.
Però, a un certo punto, spunta finalmente il nome del legale che avrebbe voluto Stefano, che si lasciò morire al Pertini perché gli si impediva di avere contatti con l’esterno. Il nome dell’avvocato compare solo nel verbale di consegna del detenuto alle guardie penitenziarie dopo udienza di convalida. Sono le 13.30 del 16 ottobre. Si domanda Ilaria, sua sorella: «Se è vero che Stefano non l’aveva nominato che ne sapevano i carabinieri?». Ma anche in questo passaggio c’è un errore: quel nome viene segnato come avvocato d’ufficio. Invece Stefano aveva nominato in aula il legale che gli avevano fatto trovare e che non sarebbe mai andato a trovarlo in ospedale. Morirà il 22 ottobre, solo, disidratato e immobilizzato. Per la sua morte, finora, sono indagati tre agenti penitenziari e sei medici. Finora.
Checchino Antonini
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21 dicembre 2009
Livorno: arrestato ultrà amaranto per i cori di domenica contro Berlusconi
Un tifoso di 33 anni è stato arrestato per gli episodi di ieri allo stadio Picchi di Livorno. Allo scadere del primo tempo erao stati lanciati due petardi e la partita era stata sospesa. La curva aveva inoltre intonato cori come: "Tartaglia uno di noi" e "Spinelli compraci Tartaglia", inneggiando a Massimo Tartaglia, autore dell'aggressione del presidente del Consiglio a Milano.L'arresto è chiaramente una rappresaglia per dare un segnale a tutta Livorno, al suo spirito beffardo e ribelle e al fatto di essere la bestia nera per il centro destra. Mentre i fascisti di tutte le curve possono cantare cori indegni si prende come capo espiatorio un tifoso 33enne del Livorno. Maroni ha guidato la mano della questura labronica e il Tirreno (che guarda caso ha l'esclusiva della notizia) ha fatto da risonanza mediatica.
Ormai il regime, che ha fatto dello stadio il suo banco di prova, è completo, alla faccia di tutte quelle anime belle (poche ma rumorose) che domenica in tribuna inveivano contro la Nord. Un'altra dimostrazione di dove stiamo andando, un altra dimostrazione di come il Tirreno e il governo siano i veri portatori di odio politico, guidato ed indirizzato contro ogni critica o contestazione.
fonte: SenzaSoste
Testimonianze: Manifestazione No Ponte, centinaia di poliziotti in tenuta antisomossa, nessuna ambulanza
Villa S.Giovanni 19 dicembre 2009, manifestazione per dire no alla costruzione del Ponte sullo Stretto ed alla apertura dei cantieri.Una giornata di lotta pacifica finita nel peggiore dei modi a causa della morte del compagno Franco Nisticò.
Arrivati a Villa, appena scesi dal pullman, che da Soverato ci ha portato sulla sponda calabrese dello Stretto, intuiamo subito che la città è stata blindata dalla Questura. Poliziotti in tenuta anti-sommossa ed in “borghese” su tutti i tetti delle abitazioni che erano interessate dal percorso del corteo.
Infatti, i compagni ci riferiscono che nel corso della settimana che ha preceduto la manifestazione c’è stata una strategia pianificata della tensione, della paura e della falsità.
Si raccontava che alla manifestazione avrebbero partecipato orde di barbari, con l’unico intento di sfasciare vetrine, negozi e tutto ciò che gli capitava a tiro. Addirittura i black bloc di Copenhagen. In sostanza, avevano tentato di far passare l’idea che avremmo messo la città a ferro ed a fuoco.
Infatti, ci siamo trovati di fronte alle scuole, di ogni ordine e grado, chiuse.
Le avvisaglie premonitrici di questa situazione c’erano già state. Infatti, ci era stato chiesto dalla Questura di Catanzaro di comunicare il numero di targa del pullman che da Soverato ci avrebbe portato a Villa S.Giovanni. Identica richiesta, nel vano tentativo di impedire la sua partenza, era stata avanzata per il camioncino sul quale avevamo collocato il sound system.
Queste le nuove modalità di gestire le manifestazioni da parte di chi è addetto a garantire il cosiddetto “ordine pubblico”. Realizzare un preventivo clima di terrore e di tensione, scoraggiare la partecipazione, impedire qualsiasi possibilità di contatto con la popolazione residente, isolare i manifestanti. Tutto ciò quando il tutto si svolge “regolarmente”. Quando va storta qualche cosa capita ciò che è capitato agli studenti ed agli operai in questi ultimi mesi.
In questo contesto repressivo, che mette fortemente in discussione le libertà democratiche garantite dalla Costituzione, la salute del manifestante non conta nulla. Allora succede ciò che è successo a Villa San Giovanni, una manifestazione pacifica, non violenta, allegra e colorata, caratterizzata dalla presenza di tante/i giovani, accolta con tanti applausi da quella popolazione dalla quale bisognava impedire qualsiasi contatto, alla quale non è stata garantita nemmeno la presenza di una ambulanza.
Franco dopo l’intervento ha avvertito un malore e si è accasciato sul palco, rimanendoci per otre 20 minuti. Immediatamente è stato soccorso, in attesa dell’arrivo dell’ambulanza del 118, da alcuni medici che erano sul posto. Quella maledetta ambulanza, che probabilmente poteva salvargli la vita, non c’era ed è arrivata 15 minuti dopo la partenza di Franco per gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, dove è poi deceduto.
In ospedale è stato trasportato, non certamente con la tempestività (elemento determinante per salvare la vita) che necessita per questo tipo di patologie, con l’ambulanza della polizia che è più una medicheria, utile solamente per i contusi, non attrezzata con tutte quelle dotazioni fisse e mobili che consentono di intervenire per il mantenimento delle funzioni vitali del paziente negli interventi di carattere medico-cardiologico e traumatologico.
Inizia adesso una nuova battaglia per l’accertamento delle responsabilità.
21.12.2009
Pino Commodari
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Teramo: muore in cella il detenuto testimone del pestaggio
"Abbiamo rischiato una volta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra i n sezione, si massacra sotto...". Queste le parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia del carcere di Castrogno a Teramo. Parole che raccontano di un pestaggio ai danni di un detenuto e dei timori che qualcuno avesse visto e potesse parlare. Un audio, pubblicato da Repubblica.it, che all'inizio di novembre fece scoppiare un caso e portò alla sospensione del comandante delle guardie penitenziarie.Adesso, una notizia riporta quel carcere all'attenzione delle cronache. La morte, cioè, di Uzoma Emeka, 32 anni, di nazionalità nigeriana, deceduto nel carcere di Teramo due giorni fa. Per molti, "il negro" citato nella registrazione, anche se davanti ai magistrati che lo hanno ascoltato, finora ha sempre risposto con dei "non ricordo".
Non sono ancora chiare le cause del decesso dell'uomo. I primi riscontri fanno pensare a cause naturali. Si attendono i risultati dell'autopsia disposta dall'autorità giudiziaria. Sulla morte di Emeka è stato aperto un fascicolo dalla Procura di Teramo.
Da verificare, soprattutto, che non vi siano stati ritardi nei soccorsi prestati all'uomo. Emeka avrebbe accusato un malore intorno alle 8.30 di venerdì scorso, all'interno della sua cella (dove stava scontando due anni per droga), e le guardie carcerarie lo avrebbero condotto in infermeria. Sottoposto alle prime cure, si sarebbe aggravato nelle ore successive. Vista la gravità delle sue condizioni, le guardie avrebbero chiamato il 118. Ma era già troppo tardi.
Finora sono sei le persone indagate per il presunto pestaggio del quale parlerebbe la registrazione, e che sarebbe stato compiuto lo scorso 22 settembre. Si tratta dell'ex comandante Giuseppe Luzi - sospeso dal suo incarico - di quattro agenti di polizia penitenziaria e del detenuto vittima del pestaggio, un italiano, iscritto nel registro degli indagati perché, secondo gli agenti, sarebbe lui l'aggressore. Abuso e lesioni le ipotesi contestate.
ASCOLTA L'AUDIO
fonte: La Repubblica
Nuovo suicidio in carcere: eguagliato il “record” nella storia della Repubblica
Marco Toriello, 45 anni, tossicodipendente, gravemente ammalato, venerdì scorso si è ucciso impiccandosi nella sua cella del carcere di Salerno. Si tratta del sessantanovesimo recluso che si toglie la vita dall’inizio dell’anno. Viene così eguagliato il triste “record” del 2001: il numero più alto di detenuti suicidi nella storia della Repubblica. Il totale dei detenuti morti nel 2009 sale così a 171.Anche per Marco, come in altri casi recenti, i famigliari non credono al suicidio e vogliono che la magistratura intervenga, disponendo un’indagine. E se è vero che ogni nuova morte in carcere si presta ad alimentare sospetti e polemiche (e i parenti hanno il sacrosanto diritto di chiedere e ottenere una verità certa), l’attenzione alla singola vicenda non deve far dimenticare che le “morti di carcere” rappresentano sempre e comunque una sconfitta per la società civile.
Negli ultimi 10 anni nelle carceri italiane sono morte 1.560 persone, di queste 558 si sono suicidate. Per la maggior parte si trattava di persone giovani, spesso con problemi di salute fisica e psichica, spesso tossicodipendenti.
Ma è davvero scontato ed inevitabile che i detenuti muoiano, seppur giovani, con questa agghiacciante frequenza di 1 ogni 2 giorni? No, assolutamente no!
I morti sarebbero molti meno se nel carcere non fossero rinchiuse decine di migliaia di persone che, ben lontane dall’essere “criminali professionali”, provengono piuttosto da realtà di emarginazione sociale, da storie decennali di tossicodipendenza, spesso affette da malattie mentali e fisiche gravi, spesso poverissime.
Oggi il carcere è pieno zeppo di queste persone e il numero elevatissimo di morti ne è conseguenza diretta: negli anni 60, come dimostra la ricerca allegata, i suicidi in carcere erano 3 volte meno frequenti di oggi, i tentativi di suicidio addirittura 15 volte meno frequenti… e non certamente perché a quell’epoca i detenuti vivessero meglio.
Oggi il 30% dei detenuti è tossicodipendente, il 10% ha una malattia mentale, il 5% è sieropositivo hiv, il 60% una qualche forma di epatite, in carcere ci sono paraplegici e mutilati, a Parma c’è una sezione detentiva per “minorati fisici”… e si potrebbe continuare.
Le misure alternative alla detenzione vengono concesse con il contagocce: prima dell’indulto del 2006 c’erano 60.000 detenuti e 50.000 condannati in misura alternativa; oggi ci sono 66.000 detenuti e soltanto 12.000 persone in misura alternativa.
Più della metà dei detenuti sono in attesa di giudizio, mentre 30.500 stanno scontando una condanna (vedi allegato): di questi quasi 10.000 hanno un residuo pena inferiore a 1 anno e altri 10.000 compreso tra 1 e 3 anni.
Molti di loro potrebbero essere affidati ai Servizi Sociali, anziché stare in cella: ne gioverebbero le sovraffollate galere e, forse, anche la conta dei “morti di carcere” registrerebbe una pausa.
fonte: OSSERVATORIO PERMANENTE SULLE MORTI IN CARCERE
20 dicembre 2009
Omicidio Cucchi:Nuovi testimoni accusano i carabinieri
Lo hanno visto scendere dalla macchina nel piazzale del Tribunale, la mattina del 16 ottobre intorno alle 8,30, e non si reggeva in piedi. Poi sono stati messi nella stessa cella di sicurezza, in attesa della convalida. «Che ti è successo?», gli hanno chiesto. «Mi hanno picchiato i carabinieri questa notte», «E perché non lo dici?», «Perché sennò mi fanno le carte per dieci anni». Cioè: se lo dico si inventano qualcosa per tenermi in carcere a lungo. A svelare questi nuovi particolari sul caso di Stefano Cucchi - il ragazzo morto il 22 ottobre scorso nel reparto carcerario del Pertini - sono due cittadini albanesi, fermati anch'essi dalla compagnia Casilina la sera del 15 ottobre. E compagni di cella di Stefano in tribunale. Ieri mattina i due albanesi, assistiti dall'avvocato Simonetta Galantucci, sono stati sentiti dai procuratori Vincenzo Barba e Francesca Loi. Una deposizione circostanziata, che tira in ballo le responsabilità dei carabinieri, già raccolta nelle scorse settimane dagli avvocati di parte civile Dario Piccioni e Fabio Anselmo. Ora il loro racconto è agli atti della Procura, che dovrà valutarlo alla luce di quanto finora emerso.La sera del 15 ottobre i due cittadini albanesi vengono fermati con l'accusa di tentato furto. Stefano, invece, viene fermato con l'accusa di spaccio perché ha in tasca 20 grammi di marijuana. Tutti e tre vengono portati nella caserma di via del Calice, ma non si incontrano. La stazione Appia è una delle sei di competenza della compagnia Casilina. Una caserma piccola, che in genere chiude alle dieci di sera e che solitamente non viene usata per ospitare le persone arrestate. Qui si svolge l'interrogatorio di Stefano e quello dei due albanesi. Poi le strade si dividono: i due vengono portati in un'altra caserma per passare la notte, Cucchi viene prima portato a casa dei genitori per una perquisizione. E' l'una di notte, sua madre lo vede e sta bene, tanto da venire tranquillizzata sia da Stefano che dai militari: «domani sarà a casa». Quindi il ragazzo ripassa a via del Calice, e poi viene trasferito nelle celle di sicurezza della stazione di Tor Sapienza. Di ciò che accade in questa stazione si sa pochissimo, se non che intorno alle 5 Stefano accusa un malore e per questo viene chiamata un'ambulanza. E iniziano le prime stranezze. A partire da quanto viene annotato nella scheda del 118 («schizofrenia», forse solo un errore materiale) fino al fatto che i due infermieri non riescono a visitare Stefano: il ragazzo è a letto, avvolto nelle coperte. Notano soltanto degli arrossamenti sotto le palpebre. Ma vista la scarsa collaborazione del ragazzo se ne vanno dopo mezz'ora. Stefano era stato picchiato? E' quanto sostengono i due testimoni albanesi, che incontrano il ragazzo la mattina dopo, giorno della convalida in tribunale. Tutti e tre sono scortati da carabinieri della compagnia Casilina, ma sono su due macchine diverse: Stefano viaggia su quella dietro la loro. Quando arrivano nel piazzale del tribunale, vedono Stefano scendere dalla macchina e notano che «non si regge in piedi». E' dolorante e fa fatica a camminare. Ne rimangono impressionati, fumano insieme una sigaretta ma non si parlano: davanti a loro ci sono i carabinieri. Poco dopo vengono messi nella stessa cella. Stefano sta talmente male, raccontano i due testi, che devono aiutarlo a sedersi. Finalmente gli chiedono che cosa è accaduto: «Mi hanno picchiato i carabinieri, ma non questi qua», dice il ragazzo riferendosi alla sua scorta. La convalida dei due albanesi si svolge prima di quella di Stefano. A loro va bene: non viene convalidato il fermo. Per Stefano, invece, l'incubo prosegue. Non solo gli vengono negati gli arresti domiciliari (e agli atti viene scritto che è un «senza fissa dimora»), ma secondo quanto riferito da due testimoni ascoltati in incidente probatorio Stefano subisce un pestaggio anche nei sotterranei del tribunale. Per questo sono stati indagati tre agenti della polizia penitenziaria con l'accusa di omicidio preterintenzionale. Stefano, di certo, esce dal Tribunale con delle lesioni. Per questo finirà nel reparto penitenziario dell'ospedale Pertini, sulla cui negligenza la Procura sembra non avere dubbi visto che nel registro degli indagati sono finiti altri tre medici (oltre ai tre già indagati insieme agli agenti penitenziari) con l'accusa di omicidio colposo. Finora nessuna ombra è emersa sul comportamento dei carabinieri. Ma la testimonianza di ieri cambia le carte in tavola.fonte: Il manifesto
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19 dicembre 2009
Natale di Solidarietà. Catania città aperta all’accoglienza
senza le confische, le perquisizioni, gli arresti perpetrati ai danni dei migranti, extracomunitari e non, che svolgono attività di lavoratori ambulanti.
Da qualche tempo Catania è ancora più violenta. Stavolta non parliamo della violenza odiosa dell’assenza dei servizi, spazi e democrazia, e di quella sfacciata e brutale praticata dalle bande criminali che imperversano nella nostra città. Parliamo degli atti di maltrattamento che i migranti subiscono quasi quotidianamente ad opera della forza pubblica mentre, nel disperato tentativo quotidiano di sopravvivere, cercano di vendere le loro mercanzie, specie nell’area di Corso Sicilia.
E’ grottesco che tutto ciò avvenga proprio a Catania, dove mafia, clientelismo e malaffare allungano i propri tentacoli su importanti settori della vita sociale, politica, economica ed anche religiosa; in una città dove gli amministratori , che smantellano i servizi pubblici comunali e con oltre un miliardo di euro di deficit, con 6 nuove ordinanze, in vigore dall’agosto scorso, vorrebbero garantire la nostra sicurezza privando della libertà i migranti, restringendo quella di noi tutti/e, militarizzando la città.
Il diritto a vivere e a lavorare deve essere garantito a tutti gli esseri umani
anche a Catania:ai tanti disoccupati , giovani, precari,ai cittadini migranti che hanno cercato rifugio nella nostra città, fuggendo dalla fame e da guerre.
Ribadiamo il nostro NO al razzismo
alle disumane leggi che criminalizzano i migranti, alla violenza delle galere etniche, alle ronde, agli sgomberi dei campi rom, al pacchetto sicurezza e alla “morte sociale” a cui sono condannati i non regolari, ai respingimenti che sempre più provocano stragi di uomini, donne e bambini nel Mediterraneo.
La paura genera il razzismo. Il razzismo genera guerre fra poveri.
La Solidarietà unisce i popoli! Mai più clandestini, ma cittadini!
Invitiamo a partecipare
22dicembre CORTEO concentramento ore 17.30 in Corso Sicilia– incrocio Via Puccini-
Iniziamo una fase di sensibilizzazione antirazzista, di lotta e di confronto con le strutture istituzionali
dalle 20,30 Incontro antirazzista con assemblea, cena sociale e musica presso ARCI, piazza Carlo Alberto 47
promuovono:Anpi, Arci,Centro Popolare Experia, CittàInsieme, Cobas, Collettivo Rotta Indipendente (Fac. Lettere e Filosofia), Collettivo Scienze Politiche, Comunisti Italiani, Coordinamento Precari Scuola, Gapa, Gas Tapallara, Giovani Comunisti, Movimento Studentesco Catanese, Officina Rebelde Catania, Open Mind Gblt, Rete Antirazzista Catanese, Riccardo Orioles, Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà
Da qualche tempo Catania è ancora più violenta. Stavolta non parliamo della violenza odiosa dell’assenza dei servizi, spazi e democrazia, e di quella sfacciata e brutale praticata dalle bande criminali che imperversano nella nostra città. Parliamo degli atti di maltrattamento che i migranti subiscono quasi quotidianamente ad opera della forza pubblica mentre, nel disperato tentativo quotidiano di sopravvivere, cercano di vendere le loro mercanzie, specie nell’area di Corso Sicilia.
E’ grottesco che tutto ciò avvenga proprio a Catania, dove mafia, clientelismo e malaffare allungano i propri tentacoli su importanti settori della vita sociale, politica, economica ed anche religiosa; in una città dove gli amministratori , che smantellano i servizi pubblici comunali e con oltre un miliardo di euro di deficit, con 6 nuove ordinanze, in vigore dall’agosto scorso, vorrebbero garantire la nostra sicurezza privando della libertà i migranti, restringendo quella di noi tutti/e, militarizzando la città.
Il diritto a vivere e a lavorare deve essere garantito a tutti gli esseri umani
anche a Catania:ai tanti disoccupati , giovani, precari,ai cittadini migranti che hanno cercato rifugio nella nostra città, fuggendo dalla fame e da guerre.
Ribadiamo il nostro NO al razzismo
alle disumane leggi che criminalizzano i migranti, alla violenza delle galere etniche, alle ronde, agli sgomberi dei campi rom, al pacchetto sicurezza e alla “morte sociale” a cui sono condannati i non regolari, ai respingimenti che sempre più provocano stragi di uomini, donne e bambini nel Mediterraneo.
La paura genera il razzismo. Il razzismo genera guerre fra poveri.
La Solidarietà unisce i popoli! Mai più clandestini, ma cittadini!
Invitiamo a partecipare
22dicembre CORTEO concentramento ore 17.30 in Corso Sicilia– incrocio Via Puccini-
Iniziamo una fase di sensibilizzazione antirazzista, di lotta e di confronto con le strutture istituzionali
dalle 20,30 Incontro antirazzista con assemblea, cena sociale e musica presso ARCI, piazza Carlo Alberto 47
promuovono:Anpi, Arci,Centro Popolare Experia, CittàInsieme, Cobas, Collettivo Rotta Indipendente (Fac. Lettere e Filosofia), Collettivo Scienze Politiche, Comunisti Italiani, Coordinamento Precari Scuola, Gapa, Gas Tapallara, Giovani Comunisti, Movimento Studentesco Catanese, Officina Rebelde Catania, Open Mind Gblt, Rete Antirazzista Catanese, Riccardo Orioles, Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà
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Libertà è di tutti: Manifestazione contro il pacchetto sicurezza a Reggio Emilia
Il Comitato Provinciale Nopacchettosicurezza continua la propria campagna d'opposizione alle politiche razziste e autoritarie definite dalla Legge Maroni, che toccano pesantemente tutta la popolazione italiana, immigrati e non solo.LIBERTA' E' DI TUTTI, recita il manifesto per la mobilitazione. Dopo 9 mesi di attività il Comitato, che raccoglie oggi più di 40 realtà reggiane fra partiti, associazioni, gruppi culturali, cooperative, sindacati, comunità d'immigrati e singoli cittadini, scende in piazza con un grande corteo di tanti colori e persone di ogni estrazione e provenienza uniti contro il razzismo e la xenofobia, per riaffermare una città libera, accogliente e solidale, senza paura, dove tutte e
tutti possano muoversi, incontrarsi ed esprimersi liberamente.
La mobilitazione – come tutte le attività del Comitato – però è rivolta anche a livello locale. Infatti:
- chiediamo il ritiro del Decreto prefettizio che limita fortemente la libertà di manifestare nei fine settimana nel centro storico di Reggio Emilia. Ad ora tale decreto è stato solo sospeso fino ad aprile 2010, dopo numerose mobilitazioni cittadine;
- chiediamo che il Comitato possa presentare in Consiglio Comunale la mozione d'iniziativa popolare sottoscritta da 700 cittadini e rifiutata dal Consiglio stesso con una motivazione cavillosa, sottraendosi così al confronto aperto sulle questioni legate alla sicurezza, integrazione, diritti e libertà fondamentali delle persone;
- vogliamo una politica dell'accoglienza che sappia valorizzare come una ricchezza le differenze e non affronti il tema “sicurezza” solo come questione d'ordine pubblico. Come comitato Nopacchettosicurezza vogliamo essere occasione di incontro e confronto politico per tutte le forze sociali impegnate in questa battaglia di libertà.
Tutti in piazza, insieme.
MANIFESTAZIONE PROVINCIALE, SABATO 19 DICEMBRE a Reggio Emilia
Concentramento ore 14.30 alla Gabella in fondo a Via Roma - Porta S.Croce
Comitato NOpacchettosicurezza
info - contatti - adesioni Segreteria del Comitato
nopacchettosicurezza.re@gmail.com
Emiliano: limonaie@mclink.it - 3491967628
Simone: simoneruini@libero.it - 3290660868
aderiscono: Amnesty International - sezione di Reggio Emilia; ANPI; ARCI; Assemblea Permanentemente Temporanea; Associazione Araba di Cultura e Solidarietà; Associazione Culturale Passaparola; Associazione Culturale Nuova Officina Incanto; Associazione 14 Luglio;
Associazione Generazione Articolo 3; Associazione Quinto Colle - Quattro Castella; CGIL; Circolo Arci FUORI ORARIO - Taneto di Gattatico; Circolo Arci Indiosmundo - San Polo; CO.LO.RE -
Coordinamento Locride Reggio Emilia; Comitato Provinciale Acqua Bene Comune; Emergency; FAI - Federazione Anarchica Reggiana; Federazione Giovani Comunisti Italiani; Federazione Rom e Sinti Insieme - Thèm Romanò Onlus; FIAP; FIOM; Gente di Reggio; Giustizia e Libertà;
GrilliReggiani per la libertà di manifestare in piazza; Iniziativa Laica; Lista CavriagoComune; Lista Lavorare per S.Ilario; MirniMost (Un Ponte per la Pace) - Guastalla; Partigiani Urbani; Pane Pace Lavoro; Partito Comunista dei Lavoratori; Partito dei Comunisti Italiani; Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea; Pax Christi; Pollicino Gnus; Rete Lilliput; Save The Children; Sinistra e Ambiente per Correggio; Sinistra e Libertà; Tavolo Coordinamento
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18 dicembre 2009
Omicidio Cucchi, altri tre medici del Pertini sotto inchiesta per omicidio colposo
Ci sono altri tre medici dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, dove Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre scorso, sotto inchiesta da parte della procura di Roma per l'ipotesi di reato di omicidio colposo. I loro nominativi, secondo quanto si è appreso, stanno per essere iscritti nel registro degli indagati su iniziativa dei pubblici ministeri Vincenzo Barba e FrancescA Loy, titolari dell'inchiesta giudiziaria. A questi sanitari gli inquirenti sono arrivati dopo un ulteriore esame della cartella clinica di Cucchi. Da quella documentazione è emerso che i tre hanno avuto a che fare con il detenuto nel reparto penitenziario del Sandro Pertini. I loro nomi vanno ad aggiungersi a tre colleghi dello stesso ospedale, a loro volta iscritti per omicidio colposo, e a tre agenti della polizia penitenziaria in servizio nel tribunale di Roma sotto inchiesta per omicidio preterintenzionale.La famiglia - "Noi lo abbiamo detto fino dal primo momento. Senza le botte Stefano al Pertini non sarebbe arrivato, ma la colpa dei medici è gravissima, soprattutto da un punto di vista deontologico". Così Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano ha commenta la notizia a CNRmedia. "Noi stiamo portando avanti la nostra battaglia con enorme sofferenza; ogni elemento nuovo che si aggiunge va a formare il quadro e a farci rendere conto ulteriormente di quanto è stata drammatica questa situazione".Le indagini - Il giorno dopo il reintegro dei tre medici del Pertini, la Tac eseguite sul cadavere riesumato di Stefano Cucchi ha confermato le lesioni rilevate tramite l'autopsia: una frattura vertebrale e una lesione al coccige, escludendo, invece, la frattura della mandibola.
fonte: La Repubblica
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17 dicembre 2009
Il governo prepara la schedatura di massa
La libertà della rete non si tocca. Perché chi istiga a delinquere, fa apologia di reato o istiga all'odio razziale è già perseguibile dalla magistratura.Dunque netta opposizione alla voglia di censura che attraversa gli animi del centrodestra. Questo il pensiero, e questa la battaglia, di Agorà Digitale, associazione dei radicali che si occupa dei diritti del web. Ne abbiamo parlato con il segretario Luca Nicotra. Maroni annuncia un giro di vite sui social network come Facebook, volto a censurare e punire chi istiga alla violenza. Davvero il web ha bisogno di regole?Lo sconcerto che prova Maroni o chiunque nel leggere commenti che inneggiano alla violenza contro Berlusconi è assolutamente condivisibile. Anzi, lo sconcerto è maggiore se pensiamo che queste persone lo fanno usando nome, cognome e foto. Chiaramente non percepiscono il rischio che corrono, dal punto di vista penale. Quello che leggiamo questi giorni su Facebook è per certi versi paragonabile a Radio Parolaccia, l'esperimento che facemmo negli anni '80 e '90 aprendo i microfoni di Radio radicale: un diluvio di insulti inauditi. La gente vomitava i suoi sentimenti peggiori, è una parte del Paese terribile e odiosa che bisogna ascoltare e non censurare. Con un limite: punire chi commette reati. E forse bisogna ripetere che i reati previsti dal codice penale come apologia di reato e istigazione a delinquere, valgono in rete come nella realtà. Tanto è vero che i magistrati hanno aperto un fascicolo sui gruppi di Facebook che auspicavano la morte del premier.Cosa rischiamo con la nuova stretta securitaria 2.0.?Probabilmente il governo rispolvererà il cosiddetto emendamento d'Alia ovvero una misura che consente a palazzo Chigi di oscurare siti, blog, pagine web senza la mediazione della magistratura. In questo modo chi decide che cosa è reato? Un ministro? Per esempio l'apologia di reato è una questione complessa, e lo stesso codice distingue il luogo, la circostanza, la funzione dell'oratore. Non è la stessa cosa se auspico la morte di Berlusconi al bar con gli amici o lo grido alla folla dal palco di un comizio politico. E queste distinzioni devono spettare unicamente al giudice. Temiamo poi che con questo episodio di Piazza Duomo il Parlamento prorogherà ulteriormente il decreto Pisanu, concepito dopo l'11 settembre, che, unico caso nel mondo occidentale e liberale, obbliga l'identificazione di coloro che vogliono accedere al web nei luoghi pubblici. Nel Pdl cresce la voglia di abolire persino l'anonimato in rete. Con quali conseguenze?L'anonimato non esiste su Facebook, eppure è una garanzia importantissima dentro e fuori la rete. Infatti ci permette di non mostrare documenti quando andiamo in posta a fare un bollettino, per esempio. Non a caso è il primo diritto soppresso nelle dittature. Abolire l'anonimato, potrebbe dire il governo, servirà a colpire i criminali.I criminali sul web sono già perseguibili anche se anonimi, dalla polizia postale che risale alla loro identità. Bisogna capire che la mancanza di anonimato ci espone alla catalogazione e alla schedatura. Non solo di opinioni che sconfinano nel reato, ma anche di normali opinioni politiche che dissentono dal governo e che, un giorno, potrebbero venirci rinfacciate. Arriveremmo allo stato di polizia. L'unica deroga alla privacy e all'anonimato è concessa alla magistratura quando deve perseguire un presunto colpevole. Deve rimanere uno stato di eccezione, nel bene della collettività. E fuori dalle mani della politica. Ecco perché speriamo che sulla questione il Pd assuma una posizione netta e, specialmente, chiediamo al governo di non utilizzare un decreto d'urgenza per una tematica che tocca i diritti fondamentali delle persone come la libertà di espressione. Il Parlamento pochi mesi fa bocciò una norma che ora, probabilmente, il consiglio dei ministri vuole reintrodurre scavalcando le prerogative dell'Aula.
fonte: liberazione
Roma: Vietato il corteo per Sher Khan
Siddique Nure Alam, più conosciuto come Bachu non è solo il presidente dell'associazione Dhuncathu ma da tanti anni è noto a Roma, con il Comitato immigrati di cui è fra i fondatori, uno dei leader che più spesso ha scelto la piazza per far sentire la propria voce. «Abbiamo da sempre manifestato per chiedere i nostri diritti. In maniera pacifica e democratica, perché pensiamo di vivere in un paese democratico. Nel mio paese, il Bangladesh per indire una manifestazione non bisogna chiedere autorizzazioni, solo comunicare orario, percorso, partecipazione alle autorità e verificare che non vi siano incompatibilità. È chiaro che se andiamo a chiedere una manifestazione nello stesso posto in cui si vedono quelli che non vogliono che gli immigrati abbiano diritti, le due cose sono incompatibili e allora ci si regola. Ma non di più».Dopo quanto accaduto al presidente del consiglio, vogliano rendere più restrittive le norme per le manifestazioni...«Io credo che i problemi non li creano mai i manifestanti e che quello che è successo a Milano non è un motivo per mettere dei divieti. Spesso i problemi arrivano più dalle dichiarazioni dei vostri leader politici che da chi scende in piazza».Ma voi di problemi ne avete avuti spesso in questo sensoIntanto noi immigrati, secondo le istituzioni di Roma non possiamo chiedere la piazza o un corteo. Ci deve essere un italiano che lo faccia per noi. Dicono che manifestare è un diritto dei cittadini e intendono solo dei cittadini italiani, ma non sta scritto da nessuna parte. Poi la situazione è peggiorata. Un esempio, poche settimane fa per la comunità islamica ricorreva l'Aid al kabir (la festa del sacrificio), un momento di preghiera per noi importantissimo. Abbiamo chiesto l'autorizzazione a celebrarla in Piazza Vittorio, da tre mesi e la sera prima, alle 18, dal Comune ci è arrivato un fax con cui ci veniva negata la piazza. Una preghiera, neanche un corteo. Per fortuna il questore ha avuto buon senso, ha capito che non potevamo annullare l'appuntamento e ci ha lasciato svolgere la nostra mattinata. Prefetto e sindaco erano contrari o non si esponevano.Poi ci sono state le restrizioni dei protocolliNoi vogliamo rispettare le vostre usanze. Quindi se ci chiedono di non manifestare in centro durante le feste natalizie comprendiamo. Ma se questo significa non poter manifestare per nulla, no.Avete indetto per domani una manifestazione per ricordare la morte di Sher KhanLa delegazione che è andata in questura per comunicare la volontà di fare un piccolo corteo intorno a P.zza Vittorio mi ha appena comunicato che la manifestazione non sarà autorizzata. Dicono che si viola il protocollo. Ci permetteranno di fare solo un presidio. E pensare che se non c'erano le vostre feste avremmo chiesto di poter arrivare a Piazza Navona. Cosa faranno ora, vieteranno anche le manifestazioni del Pdl o del Pd? A noi immigrati non ci permettono neanche di manifestare un lutto. Decideremo giovedì pomeriggio alle 5 cosa fare insieme a tutti i cittadini e le cittadine italiani che vorranno stare con noi. Saluteremo insieme Sher Khan che non è morto per il freddo ma perché dava fastidio in quanto lottava da oltre venti anni per i diritti di tutti.
fonte: Liberazione
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16 dicembre 2009
Per il gip Massimo Ricciarelli Aldo Bianzino è morto per cause naturali.
Il gip Massimo Ricciarelli archivia il fascicolo per omicidio:
"Cause naturali in seguito ad aneurisma" E' stata archiviata dal gip del tribunale di Perugia l'inchiesta per omicidio a carico di ignoti per la morte nel carcere del capoluogo umbro, nell'ottobre di due anni fa, di Aldo Bianzino, il falegname che era stato arrestato pochi giorni prima per la coltivazione di alcune piante di canapa indiana.
Secondo il giudice, il decesso avvenne per cause naturali in seguito ad un aneurisma cerebrale.
"Cause naturali in seguito ad aneurisma" E' stata archiviata dal gip del tribunale di Perugia l'inchiesta per omicidio a carico di ignoti per la morte nel carcere del capoluogo umbro, nell'ottobre di due anni fa, di Aldo Bianzino, il falegname che era stato arrestato pochi giorni prima per la coltivazione di alcune piante di canapa indiana.
Secondo il giudice, il decesso avvenne per cause naturali in seguito ad un aneurisma cerebrale.
Il giudice ha accolto la seconda richiesta di archiviazione del fascicolo avanzata dal pm Giuseppe Petrazzini. Ad entrambe le istanze si erano invece opposti i familiari di Bianzino.
In base agli accertamenti svolti dai consulenti della procura, il giudice ha però ritenuto che la lesione riscontrata al fegato del falegname sia legata alle manovre di rianimazione dopo l'aneurisma. Ha quindi disposto l'archiviazione del fascicolo.
In base agli accertamenti svolti dai consulenti della procura, il giudice ha però ritenuto che la lesione riscontrata al fegato del falegname sia legata alle manovre di rianimazione dopo l'aneurisma. Ha quindi disposto l'archiviazione del fascicolo.
"Aldo Bianzino, è stato trovato morto nella cella di un carcere di Perugia. E' stato ucciso senza lasciar tracce esterne sul corpo. La decisione del gip Massimo Ricciarelli, di archiviare il fascicolo per omicidio mette una pietra tombale alla verita. Oggi Aldo Bianzino è stato ucciso una seconda volta." E' questo il commento a caldo di Italo Di Sabato dell'Osservatorio sulla Repressione.
"Nonostante siano state riscontrate lesioni sul suo corpo con quattro commozioni cerebrali, lesioni al fegato e due costole rotte dopo il decesso, che dimostrano chiaramente la compatibilità con l'omicidio, e nonostante il medico legale abbia escluso la morte per infarto, la decisione del Gip Ricciarelli ci lascia esterefatti e dimostra come in Italia ci sia ormai una assoluta immunità verso coloro che compiono violelenze e purtroppo anche omicidi all'interno di careceri e caserme, cosi come è capitato ad Aldo Bianzino e ultimamente a Stefano Cucchi." - continua Di Sabato - "Questi "omicidi" comincino a diventare normalità in un paese che fra giri di vite e pacchetti sicurezza sta lentamente scivolando verso una forma di autoritarismo di cui non si conosce la fine. Sembra quasi che stia (ri)nascendo una zona d'ombra nella nostra democrazia, generata dall'intreccio tra retoriche securitarie e piano simbolico, tra guerra al povero e disprezzo per la diversità. Ormai, sembra che la nostra società non sia più in grado di metabolizzare i fenomeni che l'attraversano, e che stia delegando all'apparato repressivo la risoluzione di tutte le sue contraddizioni; perchè questo avvenga è sicuramente il frutto di dinamiche complesse e multifattoriali, sulle quali occorre riflettere seriamente. Quello che è certo è che questa deriva va contrastata a fondo, senza cedimenti, e dopo archiviazione del caso Bianzino da parte del dott. Ricciarelli è difficile credere ancora nella giustizia. Per questo rivolgo - conclude Di Sabato - un'appello per organizzare al più presto, in una modalità tale da permettere la massima convergenza di tutte le forze che ritengono utile impegnarsi in questo senso, un grande appuntamento nazionale contro le leggi emergenzialiste e per un nuovo garantismo sociale, perché un paese intollerante è tutto tranne che un paese sicuro.
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Verso l'applicazione del Dasp ai cortei
«Sono in corso approfondimenti di livello tecnico per verificare la possibilità di iniziative legislative per contrastare più efficacemente gli episodi di violenza in caso di manifestazioni pubbliche, sempre in un quadro di compatibilità con l’ordinamento vigente, sulla falsariga di quanto già avviene per combattere la violenza negli stadi». Così il ministro degli Interni, Roberto Maroni, nella sua informativa ieri alla Camera dei deputati.
Con quelle parole, Maroni ha aperto un nuovo capitolo, illuminante sulla strategia di restrizione delle libertà pubbliche e individuale in questo Paese. Un capitolo persino più grave di quello sull’«oscuramento dei siti web» che il ministro ha comunque toccato contestualmente e che in realtà si profila come la nemesi dell’emendamento D’Elia (Udc) scomparso per una pelo dal testo finale del “Pacchetto sicurezza”, laddove si prevedeva l’oscuramento medesimo per siti e blog «incitanti a disobbedire alle leggi o all’odio sociale» e una pena fino ai 4 anni per i responsabili.
E’ una minaccia anche più grave, quella riguardante le «manifestazioni politiche» perché, come spiega lo stesso Maroni poco dopo in Transaltantico, non si tratta nemmeno di limitare il diritto di critica in occasione di comizi istituzionali o elettorali, come pure aveva invocato tonante il collega ministro della Difesa, La Russa, fin da lunedì.Certo, si conferma l’indirizzo di “blindatura” delle iniziative elettorali, dal momento che Maroni si sofferma sulla necessità di «trovare un equilibrio tra la libertà di manifestazione del proprio pensiero in campagna elettorale e quella di manifestare la propria critica». Ma quando gli è stato chiesto un chiarimento sui «cambiamenti» da apportare a livello di «modello» generale di «ordine pubblico», il ministro leghista ha filosofeggiato: «L’ordine pubblico non è un modello statico definito cinquanta anni fa ma un modello dinamico sempre adeguato alle nuove esigenze e questo è quello che sta accadendo. Ci sono delle regole poi si tiene conto del contesto, se c’è un percorso o un sit-in eccetera, e mi sembra che finora questa linea abbia dimostrato di funzionare».
Per capire di cosa Maroni parli, basta ascoltare un’eco locale, peralto rilevante visto che si tratta della capitale della Repubblica, come quella prodotta ieri dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il quale a proposito della «tregua natalizia» con la quale d’accordo con questore e prefetto ha imposto il divieto di manifestare per le strade romane, «tregua» un tantino prolungata visto che è proclamata fino al 12 gennaio compreso, ha detto: «Non sarà rotta, ho l’impegno di prefetto e questore che se qualcuno proverà a farlo interverrà la polizia». Prefetto, che - pur essendosi espresso criticamente in precedenza sulle ipotesi di «protocollo» permanente coltivate apertis verbis dal sindaco - risponde al governo; e questore, che risponde direttamente al Viminale.
Ma il punto vero, più allarmante, è in quelle parole pronunciate da Maroni nell’Aula di Montecitorio: «Sulla falsariga di quanto già avviene per combattere la violenza negli stadi». Significa il “Daspo”. Significa la legge 41 del 2007 che ha appesantito il decreto 401 del 1989 e successive modifiche. Significa insomma che chi è anche solo denunciato per «violenze» alle manifestazioni non potrà andare, con un’estensione all’infinito del già famigerato “articolo 1”, un confino diffuso; e che, di più, non vi si potrà accendere neanche un fumogeno, che vi saranno sequestrati gli striscioni giudicati «ingiuriosi». Tutto ciò essendo «urgente», Maroni l’ha già detto ieri, ci piomberà addosso «per decreto». Ricorda qualcosa, forse, nella storia italiana?
Anubi D'Avossa Lussurgiu da Liberazione
Con quelle parole, Maroni ha aperto un nuovo capitolo, illuminante sulla strategia di restrizione delle libertà pubbliche e individuale in questo Paese. Un capitolo persino più grave di quello sull’«oscuramento dei siti web» che il ministro ha comunque toccato contestualmente e che in realtà si profila come la nemesi dell’emendamento D’Elia (Udc) scomparso per una pelo dal testo finale del “Pacchetto sicurezza”, laddove si prevedeva l’oscuramento medesimo per siti e blog «incitanti a disobbedire alle leggi o all’odio sociale» e una pena fino ai 4 anni per i responsabili.
E’ una minaccia anche più grave, quella riguardante le «manifestazioni politiche» perché, come spiega lo stesso Maroni poco dopo in Transaltantico, non si tratta nemmeno di limitare il diritto di critica in occasione di comizi istituzionali o elettorali, come pure aveva invocato tonante il collega ministro della Difesa, La Russa, fin da lunedì.Certo, si conferma l’indirizzo di “blindatura” delle iniziative elettorali, dal momento che Maroni si sofferma sulla necessità di «trovare un equilibrio tra la libertà di manifestazione del proprio pensiero in campagna elettorale e quella di manifestare la propria critica». Ma quando gli è stato chiesto un chiarimento sui «cambiamenti» da apportare a livello di «modello» generale di «ordine pubblico», il ministro leghista ha filosofeggiato: «L’ordine pubblico non è un modello statico definito cinquanta anni fa ma un modello dinamico sempre adeguato alle nuove esigenze e questo è quello che sta accadendo. Ci sono delle regole poi si tiene conto del contesto, se c’è un percorso o un sit-in eccetera, e mi sembra che finora questa linea abbia dimostrato di funzionare».
Per capire di cosa Maroni parli, basta ascoltare un’eco locale, peralto rilevante visto che si tratta della capitale della Repubblica, come quella prodotta ieri dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il quale a proposito della «tregua natalizia» con la quale d’accordo con questore e prefetto ha imposto il divieto di manifestare per le strade romane, «tregua» un tantino prolungata visto che è proclamata fino al 12 gennaio compreso, ha detto: «Non sarà rotta, ho l’impegno di prefetto e questore che se qualcuno proverà a farlo interverrà la polizia». Prefetto, che - pur essendosi espresso criticamente in precedenza sulle ipotesi di «protocollo» permanente coltivate apertis verbis dal sindaco - risponde al governo; e questore, che risponde direttamente al Viminale.
Ma il punto vero, più allarmante, è in quelle parole pronunciate da Maroni nell’Aula di Montecitorio: «Sulla falsariga di quanto già avviene per combattere la violenza negli stadi». Significa il “Daspo”. Significa la legge 41 del 2007 che ha appesantito il decreto 401 del 1989 e successive modifiche. Significa insomma che chi è anche solo denunciato per «violenze» alle manifestazioni non potrà andare, con un’estensione all’infinito del già famigerato “articolo 1”, un confino diffuso; e che, di più, non vi si potrà accendere neanche un fumogeno, che vi saranno sequestrati gli striscioni giudicati «ingiuriosi». Tutto ciò essendo «urgente», Maroni l’ha già detto ieri, ci piomberà addosso «per decreto». Ricorda qualcosa, forse, nella storia italiana?
Anubi D'Avossa Lussurgiu da Liberazione
15 dicembre 2009
Caccia alle streghe: Dirigente del Pdl chiede la chiusura del sito Senza Soste
Nella dimensione quotidiana da circo che ormai caratterizza questo paese, oggi un esponente del PdL livornese, il solito Emiliano Baggiani, ha chiesto la chiusura del sito di Senza Soste per un commento redazionale al ferimento di Berlusconi.Ecco il comunicato della redazione di Senza Soste:
Leggiamo con divertimento le parole di Baggiani che chiede a gran voce la chiusura del sito di Senza Soste per un commento redazionale al ferimento di Berlusconi.
Questa presa di posizione, che a suo dire sarà seguita da un esposto alle forze dell'ordine, non rispecchia altro che l'atteggiamento di paura oltre che di intolleranza verso uno strumento come la rete che di giorno in giorno logora il potere televisivo che per anni ha permesso a Berlusconi di essere un monopolista dell'informazione. Mediaset infatti ha permesso a personaggi grotteschi di assumere ruoli chiave nelle istituzioni e mandare avanti in politica un codazzo di vassalli tanto improbabili quanto ridicoli. Livorno ne è un chiaro esempio.
Secondo la curiosa concezione che Baggiani ha della politica e della comunicazione mediatica, i continui titoli de La Padania (quotidiano del suo ex partito) contro gli extracomunitari e tutti coloro che non sono bianchi, nordici, ricchi e ipocriti, costituiscono un'incitazione alla violenza inferiore a quella che esprime la pura e semplice constatazione che Berlusconi è un comune mortale?
Internet in ogni caso è riuscito a rompere il rapporto gerarchico fra televisione e telespettatore e un sistema politico sempre più fragile non può che temerlo. A Baggiani vorremmo ricordare che se lui prendesse voti per quanti ingressi fa il nostro sito, a questo punto sarebbe sindaco. Ma per fortuna lui nella politica livornese è solo un altro dei tanti improbabili. Suggeriamo inoltre a Baggiani di ripassarsi Walt Disney: la definizione di "apprendista stregone" rivolta a Berlusconi sul nostro sito è tratta da "Fantasia", il celebre cartone animato. Invece di un incitamento alla violenza si tratta di un suggerimento alla visione di un classico dell'infanzia.
Leggiamo con divertimento le parole di Baggiani che chiede a gran voce la chiusura del sito di Senza Soste per un commento redazionale al ferimento di Berlusconi.
Questa presa di posizione, che a suo dire sarà seguita da un esposto alle forze dell'ordine, non rispecchia altro che l'atteggiamento di paura oltre che di intolleranza verso uno strumento come la rete che di giorno in giorno logora il potere televisivo che per anni ha permesso a Berlusconi di essere un monopolista dell'informazione. Mediaset infatti ha permesso a personaggi grotteschi di assumere ruoli chiave nelle istituzioni e mandare avanti in politica un codazzo di vassalli tanto improbabili quanto ridicoli. Livorno ne è un chiaro esempio.
Secondo la curiosa concezione che Baggiani ha della politica e della comunicazione mediatica, i continui titoli de La Padania (quotidiano del suo ex partito) contro gli extracomunitari e tutti coloro che non sono bianchi, nordici, ricchi e ipocriti, costituiscono un'incitazione alla violenza inferiore a quella che esprime la pura e semplice constatazione che Berlusconi è un comune mortale?
Internet in ogni caso è riuscito a rompere il rapporto gerarchico fra televisione e telespettatore e un sistema politico sempre più fragile non può che temerlo. A Baggiani vorremmo ricordare che se lui prendesse voti per quanti ingressi fa il nostro sito, a questo punto sarebbe sindaco. Ma per fortuna lui nella politica livornese è solo un altro dei tanti improbabili. Suggeriamo inoltre a Baggiani di ripassarsi Walt Disney: la definizione di "apprendista stregone" rivolta a Berlusconi sul nostro sito è tratta da "Fantasia", il celebre cartone animato. Invece di un incitamento alla violenza si tratta di un suggerimento alla visione di un classico dell'infanzia.
La redazione di Senza Soste
Link: Federazione della sinistra: "Inaccettabile attacco a Senza Soste"
Guarda il video di PeaceReporter sulle violenze avvenute nel corso del comizio milanese di Berlusconi
Link: Federazione della sinistra: "Inaccettabile attacco a Senza Soste"
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Alle Compagne e ai Compagni di Senza Soste la nostra più viva solidarietà!
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