17 dicembre 2009

Il governo prepara la schedatura di massa

La libertà della rete non si tocca. Perché chi istiga a delinquere, fa apologia di reato o istiga all'odio razziale è già perseguibile dalla magistratura.Dunque netta opposizione alla voglia di censura che attraversa gli animi del centrodestra. Questo il pensiero, e questa la battaglia, di Agorà Digitale, associazione dei radicali che si occupa dei diritti del web. Ne abbiamo parlato con il segretario Luca Nicotra. Maroni annuncia un giro di vite sui social network come Facebook, volto a censurare e punire chi istiga alla violenza. Davvero il web ha bisogno di regole?Lo sconcerto che prova Maroni o chiunque nel leggere commenti che inneggiano alla violenza contro Berlusconi è assolutamente condivisibile. Anzi, lo sconcerto è maggiore se pensiamo che queste persone lo fanno usando nome, cognome e foto. Chiaramente non percepiscono il rischio che corrono, dal punto di vista penale. Quello che leggiamo questi giorni su Facebook è per certi versi paragonabile a Radio Parolaccia, l'esperimento che facemmo negli anni '80 e '90 aprendo i microfoni di Radio radicale: un diluvio di insulti inauditi. La gente vomitava i suoi sentimenti peggiori, è una parte del Paese terribile e odiosa che bisogna ascoltare e non censurare. Con un limite: punire chi commette reati. E forse bisogna ripetere che i reati previsti dal codice penale come apologia di reato e istigazione a delinquere, valgono in rete come nella realtà. Tanto è vero che i magistrati hanno aperto un fascicolo sui gruppi di Facebook che auspicavano la morte del premier.Cosa rischiamo con la nuova stretta securitaria 2.0.?Probabilmente il governo rispolvererà il cosiddetto emendamento d'Alia ovvero una misura che consente a palazzo Chigi di oscurare siti, blog, pagine web senza la mediazione della magistratura. In questo modo chi decide che cosa è reato? Un ministro? Per esempio l'apologia di reato è una questione complessa, e lo stesso codice distingue il luogo, la circostanza, la funzione dell'oratore. Non è la stessa cosa se auspico la morte di Berlusconi al bar con gli amici o lo grido alla folla dal palco di un comizio politico. E queste distinzioni devono spettare unicamente al giudice. Temiamo poi che con questo episodio di Piazza Duomo il Parlamento prorogherà ulteriormente il decreto Pisanu, concepito dopo l'11 settembre, che, unico caso nel mondo occidentale e liberale, obbliga l'identificazione di coloro che vogliono accedere al web nei luoghi pubblici. Nel Pdl cresce la voglia di abolire persino l'anonimato in rete. Con quali conseguenze?L'anonimato non esiste su Facebook, eppure è una garanzia importantissima dentro e fuori la rete. Infatti ci permette di non mostrare documenti quando andiamo in posta a fare un bollettino, per esempio. Non a caso è il primo diritto soppresso nelle dittature. Abolire l'anonimato, potrebbe dire il governo, servirà a colpire i criminali.I criminali sul web sono già perseguibili anche se anonimi, dalla polizia postale che risale alla loro identità. Bisogna capire che la mancanza di anonimato ci espone alla catalogazione e alla schedatura. Non solo di opinioni che sconfinano nel reato, ma anche di normali opinioni politiche che dissentono dal governo e che, un giorno, potrebbero venirci rinfacciate. Arriveremmo allo stato di polizia. L'unica deroga alla privacy e all'anonimato è concessa alla magistratura quando deve perseguire un presunto colpevole. Deve rimanere uno stato di eccezione, nel bene della collettività. E fuori dalle mani della politica. Ecco perché speriamo che sulla questione il Pd assuma una posizione netta e, specialmente, chiediamo al governo di non utilizzare un decreto d'urgenza per una tematica che tocca i diritti fondamentali delle persone come la libertà di espressione. Il Parlamento pochi mesi fa bocciò una norma che ora, probabilmente, il consiglio dei ministri vuole reintrodurre scavalcando le prerogative dell'Aula.
fonte: liberazione

Roma: Vietato il corteo per Sher Khan

Siddique Nure Alam, più conosciuto come Bachu non è solo il presidente dell'associazione Dhuncathu ma da tanti anni è noto a Roma, con il Comitato immigrati di cui è fra i fondatori, uno dei leader che più spesso ha scelto la piazza per far sentire la propria voce. «Abbiamo da sempre manifestato per chiedere i nostri diritti. In maniera pacifica e democratica, perché pensiamo di vivere in un paese democratico. Nel mio paese, il Bangladesh per indire una manifestazione non bisogna chiedere autorizzazioni, solo comunicare orario, percorso, partecipazione alle autorità e verificare che non vi siano incompatibilità. È chiaro che se andiamo a chiedere una manifestazione nello stesso posto in cui si vedono quelli che non vogliono che gli immigrati abbiano diritti, le due cose sono incompatibili e allora ci si regola. Ma non di più».Dopo quanto accaduto al presidente del consiglio, vogliano rendere più restrittive le norme per le manifestazioni...«Io credo che i problemi non li creano mai i manifestanti e che quello che è successo a Milano non è un motivo per mettere dei divieti. Spesso i problemi arrivano più dalle dichiarazioni dei vostri leader politici che da chi scende in piazza».Ma voi di problemi ne avete avuti spesso in questo sensoIntanto noi immigrati, secondo le istituzioni di Roma non possiamo chiedere la piazza o un corteo. Ci deve essere un italiano che lo faccia per noi. Dicono che manifestare è un diritto dei cittadini e intendono solo dei cittadini italiani, ma non sta scritto da nessuna parte. Poi la situazione è peggiorata. Un esempio, poche settimane fa per la comunità islamica ricorreva l'Aid al kabir (la festa del sacrificio), un momento di preghiera per noi importantissimo. Abbiamo chiesto l'autorizzazione a celebrarla in Piazza Vittorio, da tre mesi e la sera prima, alle 18, dal Comune ci è arrivato un fax con cui ci veniva negata la piazza. Una preghiera, neanche un corteo. Per fortuna il questore ha avuto buon senso, ha capito che non potevamo annullare l'appuntamento e ci ha lasciato svolgere la nostra mattinata. Prefetto e sindaco erano contrari o non si esponevano.Poi ci sono state le restrizioni dei protocolliNoi vogliamo rispettare le vostre usanze. Quindi se ci chiedono di non manifestare in centro durante le feste natalizie comprendiamo. Ma se questo significa non poter manifestare per nulla, no.Avete indetto per domani una manifestazione per ricordare la morte di Sher KhanLa delegazione che è andata in questura per comunicare la volontà di fare un piccolo corteo intorno a P.zza Vittorio mi ha appena comunicato che la manifestazione non sarà autorizzata. Dicono che si viola il protocollo. Ci permetteranno di fare solo un presidio. E pensare che se non c'erano le vostre feste avremmo chiesto di poter arrivare a Piazza Navona. Cosa faranno ora, vieteranno anche le manifestazioni del Pdl o del Pd? A noi immigrati non ci permettono neanche di manifestare un lutto. Decideremo giovedì pomeriggio alle 5 cosa fare insieme a tutti i cittadini e le cittadine italiani che vorranno stare con noi. Saluteremo insieme Sher Khan che non è morto per il freddo ma perché dava fastidio in quanto lottava da oltre venti anni per i diritti di tutti.
fonte: Liberazione

16 dicembre 2009

Per il gip Massimo Ricciarelli Aldo Bianzino è morto per cause naturali.

Il gip Massimo Ricciarelli archivia il fascicolo per omicidio:
"Cause naturali in seguito ad aneurisma" E' stata archiviata dal gip del tribunale di Perugia l'inchiesta per omicidio a carico di ignoti per la morte nel carcere del capoluogo umbro, nell'ottobre di due anni fa, di Aldo Bianzino, il falegname che era stato arrestato pochi giorni prima per la coltivazione di alcune piante di canapa indiana.
Secondo il giudice, il decesso avvenne per cause naturali in seguito ad un aneurisma cerebrale.
Il giudice ha accolto la seconda richiesta di archiviazione del fascicolo avanzata dal pm Giuseppe Petrazzini. Ad entrambe le istanze si erano invece opposti i familiari di Bianzino.
In base agli accertamenti svolti dai consulenti della procura, il giudice ha però ritenuto che la lesione riscontrata al fegato del falegname sia legata alle manovre di rianimazione dopo l'aneurisma. Ha quindi disposto l'archiviazione del fascicolo.
"Aldo Bianzino, è stato trovato morto nella cella di un carcere di Perugia. E' stato ucciso senza lasciar tracce esterne sul corpo. La decisione del gip Massimo Ricciarelli, di archiviare il fascicolo per omicidio mette una pietra tombale alla verita. Oggi Aldo Bianzino è stato ucciso una seconda volta." E' questo il commento a caldo di Italo Di Sabato dell'Osservatorio sulla Repressione.
"Nonostante siano state riscontrate lesioni sul suo corpo con quattro commozioni cerebrali, lesioni al fegato e due costole rotte dopo il decesso, che dimostrano chiaramente la compatibilità con l'omicidio, e nonostante il medico legale abbia escluso la morte per infarto, la decisione del Gip Ricciarelli ci lascia esterefatti e dimostra come in Italia ci sia ormai una assoluta immunità verso coloro che compiono violelenze e purtroppo anche omicidi all'interno di careceri e caserme, cosi come è capitato ad Aldo Bianzino e ultimamente a Stefano Cucchi." - continua Di Sabato - "Questi "omicidi" comincino a diventare normalità in un paese che fra giri di vite e pacchetti sicurezza sta lentamente scivolando verso una forma di autoritarismo di cui non si conosce la fine. Sembra quasi che stia (ri)nascendo una zona d'ombra nella nostra democrazia, generata dall'intreccio tra retoriche securitarie e piano simbolico, tra guerra al povero e disprezzo per la diversità. Ormai, sembra che la nostra società non sia più in grado di metabolizzare i fenomeni che l'attraversano, e che stia delegando all'apparato repressivo la risoluzione di tutte le sue contraddizioni; perchè questo avvenga è sicuramente il frutto di dinamiche complesse e multifattoriali, sulle quali occorre riflettere seriamente. Quello che è certo è che questa deriva va contrastata a fondo, senza cedimenti, e dopo archiviazione del caso Bianzino da parte del dott. Ricciarelli è difficile credere ancora nella giustizia. Per questo rivolgo - conclude Di Sabato - un'appello per organizzare al più presto, in una modalità tale da permettere la massima convergenza di tutte le forze che ritengono utile impegnarsi in questo senso, un grande appuntamento nazionale contro le leggi emergenzialiste e per un nuovo garantismo sociale, perché un paese intollerante è tutto tranne che un paese sicuro.

Verso l'applicazione del Dasp ai cortei

«Sono in corso approfondimenti di livello tecnico per verificare la possibilità di iniziative legislative per contrastare più efficacemente gli episodi di violenza in caso di manifestazioni pubbliche, sempre in un quadro di compatibilità con l’ordinamento vigente, sulla falsariga di quanto già avviene per combattere la violenza negli stadi». Così il ministro degli Interni, Roberto Maroni, nella sua informativa ieri alla Camera dei deputati.
Con quelle parole, Maroni ha aperto un nuovo capitolo, illuminante sulla strategia di restrizione delle libertà pubbliche e individuale in questo Paese. Un capitolo persino più grave di quello sull’«oscuramento dei siti web» che il ministro ha comunque toccato contestualmente e che in realtà si profila come la nemesi dell’emendamento D’Elia (Udc) scomparso per una pelo dal testo finale del “Pacchetto sicurezza”, laddove si prevedeva l’oscuramento medesimo per siti e blog «incitanti a disobbedire alle leggi o all’odio sociale» e una pena fino ai 4 anni per i responsabili.
E’ una minaccia anche più grave, quella riguardante le «manifestazioni politiche» perché, come spiega lo stesso Maroni poco dopo in Transaltantico, non si tratta nemmeno di limitare il diritto di critica in occasione di comizi istituzionali o elettorali, come pure aveva invocato tonante il collega ministro della Difesa, La Russa, fin da lunedì.Certo, si conferma l’indirizzo di “blindatura” delle iniziative elettorali, dal momento che Maroni si sofferma sulla necessità di «trovare un equilibrio tra la libertà di manifestazione del proprio pensiero in campagna elettorale e quella di manifestare la propria critica». Ma quando gli è stato chiesto un chiarimento sui «cambiamenti» da apportare a livello di «modello» generale di «ordine pubblico», il ministro leghista ha filosofeggiato: «L’ordine pubblico non è un modello statico definito cinquanta anni fa ma un modello dinamico sempre adeguato alle nuove esigenze e questo è quello che sta accadendo. Ci sono delle regole poi si tiene conto del contesto, se c’è un percorso o un sit-in eccetera, e mi sembra che finora questa linea abbia dimostrato di funzionare».
Per capire di cosa Maroni parli, basta ascoltare un’eco locale, peralto rilevante visto che si tratta della capitale della Repubblica, come quella prodotta ieri dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il quale a proposito della «tregua natalizia» con la quale d’accordo con questore e prefetto ha imposto il divieto di manifestare per le strade romane, «tregua» un tantino prolungata visto che è proclamata fino al 12 gennaio compreso, ha detto: «Non sarà rotta, ho l’impegno di prefetto e questore che se qualcuno proverà a farlo interverrà la polizia». Prefetto, che - pur essendosi espresso criticamente in precedenza sulle ipotesi di «protocollo» permanente coltivate apertis verbis dal sindaco - risponde al governo; e questore, che risponde direttamente al Viminale.
Ma il punto vero, più allarmante, è in quelle parole pronunciate da Maroni nell’Aula di Montecitorio: «Sulla falsariga di quanto già avviene per combattere la violenza negli stadi». Significa il “Daspo”. Significa la legge 41 del 2007 che ha appesantito il decreto 401 del 1989 e successive modifiche. Significa insomma che chi è anche solo denunciato per «violenze» alle manifestazioni non potrà andare, con un’estensione all’infinito del già famigerato “articolo 1”, un confino diffuso; e che, di più, non vi si potrà accendere neanche un fumogeno, che vi saranno sequestrati gli striscioni giudicati «ingiuriosi». Tutto ciò essendo «urgente», Maroni l’ha già detto ieri, ci piomberà addosso «per decreto». Ricorda qualcosa, forse, nella storia italiana?


Anubi D'Avossa Lussurgiu da Liberazione

15 dicembre 2009

Caccia alle streghe: Dirigente del Pdl chiede la chiusura del sito Senza Soste

Nella dimensione quotidiana da circo che ormai caratterizza questo paese, oggi un esponente del PdL livornese, il solito Emiliano Baggiani, ha chiesto la chiusura del sito di Senza Soste per un commento redazionale al ferimento di Berlusconi.

Ecco il comunicato della redazione di Senza Soste:

Leggiamo con divertimento le parole di Baggiani che chiede a gran voce la chiusura del sito di Senza Soste per un commento redazionale al ferimento di Berlusconi.
Questa presa di posizione, che a suo dire sarà seguita da un esposto alle forze dell'ordine, non rispecchia altro che l'atteggiamento di paura oltre che di intolleranza verso uno strumento come la rete che di giorno in giorno logora il potere televisivo che per anni ha permesso a Berlusconi di essere un monopolista dell'informazione. Mediaset infatti ha permesso a personaggi grotteschi di assumere ruoli chiave nelle istituzioni e mandare avanti in politica un codazzo di vassalli tanto improbabili quanto ridicoli. Livorno ne è un chiaro esempio.
Secondo la curiosa concezione che Baggiani ha della politica e della comunicazione mediatica, i continui titoli de La Padania (quotidiano del suo ex partito) contro gli extracomunitari e tutti coloro che non sono bianchi, nordici, ricchi e ipocriti, costituiscono un'incitazione alla violenza inferiore a quella che esprime la pura e semplice constatazione che Berlusconi è un comune mortale?
Internet in ogni caso è riuscito a rompere il rapporto gerarchico fra televisione e telespettatore e un sistema politico sempre più fragile non può che temerlo. A Baggiani vorremmo ricordare che se lui prendesse voti per quanti ingressi fa il nostro sito, a questo punto sarebbe sindaco. Ma per fortuna lui nella politica livornese è solo un altro dei tanti improbabili. Suggeriamo inoltre a Baggiani di ripassarsi Walt Disney: la definizione di "apprendista stregone" rivolta a Berlusconi sul nostro sito è tratta da "Fantasia", il celebre cartone animato. Invece di un incitamento alla violenza si tratta di un suggerimento alla visione di un classico dell'infanzia.
La redazione di Senza Soste

Link: Federazione della sinistra: "Inaccettabile attacco a Senza Soste"


Guarda il video di PeaceReporter sulle violenze avvenute nel corso del comizio milanese di Berlusconi



Alle Compagne e ai Compagni di Senza Soste la nostra più viva solidarietà!

Il governo apre una nuova stagione di caccia alle streghe

Il Governo è pronto ad usare l’aggressione a Silvio Berlusconi per aprire una nuova stagione di caccia alle streghe: i mandanti, gli istigatori, i cattivi maestri, i creatori del clima di odio e chi più ne ha più ne metta. Il gesto terribile di uno squilibrato viene preso a pretesto dal governo per cercare un po’ di tranquillità attraverso un giro di vite – in nome della sicurezza e del “raffreddiamo il clima politico” – contro chiunque osi criticarli, si tratti di centri sociali, partiti, giornali, esponenti politici, organizzazioni sociali o collettivi di lavoratori.
Già si parla di leggi speciali per le manifestazioni: divieti di orario, limitazioni di itinerari, pene più dure per chi “interrompe” e mostra “atteggiamenti di dissenso”. Alle manifestazioni e ai comizi come allo stadio: chi sgarra entra nella black list degli indesiderati. Dopo quello per i tifosi, anche un Daspo per la politica. E una volta blindate le piazze vere, il governo provvederà a blindare anche quelle virtuali con leggi speciali per chi usa il web. Dopo l’approvazione del “Pacchetto sicurezza”, di chiaro stampo razzista e xenofobo ora si agita l’ "allarme sociale", per stabilire ulteriormente la repressione politica. Le proposte avanzate dal Ministro degli Interni Maroni sono vecchie come il mondo e non potranno che fallire, facendo pagare a tutti un altissimo prezzo: la riduzione, di lungo periodo, di libertà e diritti. Le lotte sociali, i social network, non possono essere criminalizzati e repressi, ma al contrario queste rappresentano le forme più dirette di partecipazione e democrazia. Di fronte a questo scenario non si può restare in silenzio. Daremo battaglia contro questa nuova ondata emergenzialista e invitiamo tutta l’opposizione, i movimenti, il mondo dell’associazionismo a trovare una convergenza stabile e forme unitarie di azione politica per contrastare questo nuovo attacco alla libertà di pensiero e al dissenso.


Osservatorio sulla Repressione

Il conflitto stigmatizzato e lo stato d'eccezione

Per qualche ora qualcuno, l’altro ieri, ha fatto circolare come scontata la “notizia” che lo stralunato aggressore del presidente del Consiglio dei ministri a Milano, fosse «nell’orbita dei centri sociali». Con la velocità d’una sonda Voyager, la “notizia” è altrettanto naturalmente scomparsa. Ma tant’è: non è stato che l’inizio d’un disinvolto crescendo. Relegati «i centri sociali» alla momentanea classificazione negli omissis, la costruzione politica, ideologica e culturale d’un rapporto causale nei confronti della triste parodia del tirannicidio negli anni 2000 - quasi 2010, si è rivolta contro il conflitto tout court. Non conta il paradosso, l’evidenza dell’ossimoro: conta la produzione della (inversione della) realtà a mezzo d’ingiunzione mediatica.
E’ solo la riunione dei tanti specchi ingannatori prodotti giorno dopo giorno, con meticolosità, da molto prima che una solitudine depressa consentisse al corpo solitario e assediato del sovrano di trasfigurarsi nell’esibizione del martirio. I centri sociali, appunto: gli stessi che la ministra Maria Stella Gelmini e il collega Roberto Maroni di rincalzo (o, piuttosto, viceversa) hanno di recente evocato ogni qual volta il movimento degli studenti e dei precari della conoscenza s’è riversato in piazza a contestare i provvedimenti governativi di taglio a istruzione e ricerca pubbliche e di sostegno agli interessi privati. Erano «i centri sociali violenti» a venire sovrapposti ai manifestanti dell’Onda che in piazza della Repubblica a Roma e nel centro di Torino, venerdì scorso, tanto per ricordare l’ultimo episodio, prendevano a mani nude manganellate in dovizia per il solo fatto di voler «forzare» dei «protocolli»limitativi del diritto costituzionale alla pubblica manifestazione. Tanto maggiori saranno la dovizie repressive quando studenti e precari, tornati prima o poi in piazza, saranno ormai preventivamente classificati come «i violenti dei centri sociali».
Poi, i centri sociali propriamente detti: sgomberato due volte nel giro di pochi mesi il più giovane, l’Horus 2.0 a Roma, sgomberati due centri anarchici tre giorni fa a Torino, sgomberati laboratori autogestiti nella provincia profonda del Nord come del Sud, a ripetizione. Scontri? Sassaiole? Fuochi di molotov nelle notti metropolitane? Niente di tutto ciò, eppure: gli sgomberi sono sempre più «per motivi d’ordine pubblico» e le Questure lanciano comunicati su ritrovamenti nei luoghi sgomberati di «materiale atto ad offendere». Alla sinistra viene impedito di entrare in Piazza Fontana durante l’anniversario? Si ripetono confronti a mani nude con il muro di polizia preventivamente eretto? E’, implacabilmente, «violenza dei centri sociali». E «la sinistra» finisce a sua volta in sovrapposizione, con altrettanta ingiunzione a dissociarsi o perire nell’inagibilità legittimata.
In verità, non è che si costruiscano le condizioni della repressione, o peggio dello Stato di polizia. E’, invece, che repressione e vero e proprio Stato di polizia vengono prima. Sono mesi che è legge dello Stato il “Pacchetto sicurezza” di Maroni, nonostante gli allarmi e le critiche di giuristi come di agenzie delle Nazioni Unite. Quanto a limitazione delle libertà politiche, la sua efficacia ha agito senza bisogno di allarmi se non quelli più vasti e ancor più distorsivi che rigurardano il colore stesso della pelle. E senza che le maggiori “opposizioni” rappresentative obiettino gran che. L’«allarme sociale», per stabilire “anche" la repressione politica. “Protocolli” dei sindaci a discendere. Divieto di dissenso in occasione delle “grandi occasioni” come il G8 a contornare - prima ancora e a mo’ di modello per Grecia in fiamme e Danimarca alle prese con le bugie dei Grandi sul clima sotto egida Onu. Quindi, diffusione delle manganellature conseguenti: a 360 gradi, dai “centri sociali” disinvoltamente estesi all’Onda come alle lotte per la casa come alle proteste per l’atroce morte carceraria di Stefano Cucchi e tant’altri, fino agli operai di Eutelia per mano para-poliziesca o a quelli minerari e siderurgici per mano poliziesca ufficiale.
«Terrorismo», infine. Le organizzazioni «terroristiche» smantellate negli ultimi tempi sono tutte allo stato del «progetto», della confusione e della minorità totale: pur in questa situazione. Ma alla fine dei conti è il conflitto, per quanto disperso, che deve finire ora coi denti rotti. Ed è questa situazione, che ora si vuole peggiori. In alto eccepiranno ancor meno dei pochi fin qui. E in basso, a pagare, quelle e quelli che, francamente, sono molto meno interessati di certi grandi “giornali-partito” e di tanta piccola borghesia orfana di politica “forte”, alla contrapposizione ad personam con Berlusconi Silvio. Ma il corpo del sovrano, imbellettato o ferito, non è sempre stato l’estremo ricorso simbolico del potere, nei tempi di crisi e di “stato d’eccezione”?


Anubi D'Avossa Lussurgiu da Liberazione

13 dicembre 2009

Udine: 22 ANNI DI AUTOGESTIONE NON SI CANCELLANO CON UNO SGOMBERO!!

Giovedì 10 dicembre 2009 i carabinieri hanno apposto i sigilli al Centro Sociale Autogestito di Udine, con il pretesto di un “sequestro preventivo”dell'edificio che non si giustifica in nessun modo sul piano giuridico,dato che il processo per l'occupazione del Centro Sociale è ancora in corso e le Ferrovie non hanno mai richiesto alcun sequestro.È fin troppo chiara la volontà politica di chiudere la bocca ad uno spazioche da 22 anni lotta per una nuova cultura autogestita ed è sempre stato inprima fila nella difesa dei diritti delle donne, dei migranti, delterritorio e dell'ambiente (non ultima la battaglia NO TAV), che si èsempre battuto contro il militarismo ed ogni forma di oppressione. Carabinieri e Digos hanno agito approfittando della riunione del Movimento Studentesco e intimidendo pesantemente alcuni studenti che si trovavano neilocali (e che ora vengono riconvocati in caserma per accertamenti). Non è il primo tentativo di fermare la protesta studentesca: solo alcuni giornifa due studenti del Liceo Marinelli si erano visti recapitare un decretopenale di condanna per la pacifica occupazione della scuola nell'ambitodelle proteste contro il decreto Gelmini nel 2008. Nonostante l'occupazione non fosse stata ostacolata dal preside, schieratosi con gli studenti, èdiventata pretesto per una azione repressiva unica in Italia. Evidentemente Carabinieri e Magistratura di Udine vogliono apparire iprimi della classe nel clima di pesante repressione che si va sviluppando in tutta Italia fino a configurare una forma sempre più palese di fascismo.Sembra la messa in pratica del disegno cominciato con la "strategia della tensione" proprio 40 anni fa con la strage di Stato di piazza Fontana. E' necessario mobilitarsi più che mai in difesa della libertà diespressione e di organizzazione.
SABATO 19 DICEMBRE 2009
MANIFESTIAMO TUTT* A UDINE CONTRO SGOMBERI E REPRESSIONE
Ulteriori info presto in questi siti internet:
csascalonuovo.noblogs.org
zardinsmagnetics.noblogs.org
Centro Sociale Autogestito di Udine

Bologna: Corteo antifascista, arrestati 3 compagni

Alle 19 di sabato 12 dicembre un nutrito gruppo di antifascisti si è trovato in via Riva Reno nei pressi della sede di Forza Nuova per contrastare l’iniziativa di un concerto fascista organizzato nel centro di Bologna e per provocazione proprio il 12 dicembre, a 40 anni dalla Strage di Piazza Fontana e dall’uccisione di Pinelli nei locali della questura di Milano. La polizia e i carabinieri, in tenuta antisommossa e con un numero esagerato di camionette, schierati come se dovessero presidiare la zona rossa del G8 difendevano i fascisti che intanto facevano il saluto romano ben protetti e sicuri di non essere raggiunti. Quando è arrivata la notizia che il concerto non lo avrebbero più fatto, un gruppo si è spostato nelle vie del centro per dire alla città che non può essere accettata così senza fiatare la presenza di chi continua ad innegiare il fascismo. In via Marconi il corteo è stato attaccato dalla polizia che nel frattempo avevano ricevuto rinforzi. Tre compagni sono stati buttati a terra e ammanettati. Poi è iniziata una caccia all’uomo che è arrivata fino in via Indipendenza dove altri quattro sono stati fermati. Tutti e sette sono stati portati in questura dove i quattro modenesi, fermati in via Indipendenza, sono stati rilasciati dopo qualche ora, mentre Nicu, Robbi e Andrea sono stati arrestati con l’accusa di lesioni e resistenza. Un presidio solidale è stato improvvisato sotto i locali della questura. Lunedì ci sarà o l’udienza di convalida degli arresti o il processo per direttissima, si riservano di dirlo entro domenica sera (poverini si vede che devono pensarci stanotte con calma dopo le botte che hanno dato).

Solidarietà agli arrestati

12 dicembre 2009

Omicidio Bianzino: Richiesta di archiviazione, il gip rimanda la decisione.

Si è svolta ieri presso il tribunale di Perugia l'udienza sulla richiesta di archiviazione del fascicolo per omicidio a carico di ignoti avanzata dal pubblico ministero, Giuseppe Petrazzini, per la morte di Aldo Bianzino. Alla richiesta, la seconda dopo quella presentata nell'ottobre 2008 e respinta, si sono opposti i familiari di Bianzino. Il gip, Massimo Ricciarelli, fara conoscere la sua decisione nei prossimi giorni. Nel corso della seduta un centinaio di persone hanno manifestato all'esterno. Presenti il figlio di Bianzino, Rudra, 16 anni, e Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi, il giovane morto nel reparto penitenziario dell'ospedale Pertini di Roma a seguito del pestaggio subito dopo l'arresto, insieme al «Comitato Verità e Giustizia per Aldo». Bianzino, persona mite e abile artigiano, venne arrestato il 12 ottobre del 2007 perché coltivava alcune piante di canapa indiana. Morì nel carcere di Perugia due giorni dopo. Inizialmente il decesso venne attribuito a un malore naturale. L'autopsia certificò invece l'assenza di patologie pregresse e lesioni agli organi interni, presenza di sangue nell'addome e nelle pelvi, lacerazione epatica, lesioni all'encefalo. Una seconda autopsia riscontrò anche un distacco del fegato e ipotizzò la morte per aneurisma cerebrale. Evento probabilmente scatenato da un violento pestaggio subito dopo l'arresto, in circostanze mai accertate. In carcere Bianzino venne abbandonato a se stesso. Per questa assenza di cure, l'agente di polizia penitenziaria in servizio la notte della sua morte è stato rinviato a giudizio, lo scorso 28 giugno, per omissione di soccorso e falsificazione dei registri. La morte di Bianzino e quella di Cucchi sono il calco perfetto della violenza impunita delle istituzioni. In entrambi i casi solo l'apparato-cenerentola, la penitenziaria, è rimasto impigliato negli ingranaggi della giustizia.

11 dicembre 2009

Cariche della Polizia a Roma e Torino contro gli studenti

Il corteo degli studenti e dei precari di scuola e università ha lasciato piazzale Aldo Moro per raggiungere piazza della Repubblica dove, secondo il parziale divieto della Questura, dovrebbe limitarsi. Ma a piazza dei Cinquecento si sono verificati diversi scontri con le forze dell'ordine. La polizia ha bloccato, usando i manganelli, gli studenti dell'Onda che hanno cercato di forzare per due volte il cordone delle forze dell'ordine, fronteggiandolo a mani alzate. Nel corso delle cariche sono stati feriti due dirigenti di Rifondazione Comunista: il presidente del Collegio nazionale di Garanzia ed ex senatore Salvatore Bonadonna e il responsabile nazionale università Fabio De Nardis.
I manifestanti hanno raggiungento il ministero dell'Istruzione nonostante il divieto e a sorpresa, dopo essere arrivati in piazza della Repubblica, per evitare il blocco in via Nazionale, hanno cominciato a correre all'impazzata verso viale XX settembre, dove si trova il ministero dell'Economia, rincorsi dalla polizia. Dopo tafferugli e momenti di tensione alcune migliaia di studenti e precari sono riusciti ad arrivare davanti al ministero al grido: "Noi la crisi non la paghiamo".
Alla testa uno striscione che recita "Vogliono fare un deserto e chiamarlo futuro". Tra i vari striscioni, anche appesi su camioncini da cui altoparlanti mandano musica e i ragazzi recitano gli slogan, "Dieci anni + 3 riforme = Istruzione pubblica distrutta", firmato Atenei in rivolta. E ancora, "La scuola rende liberi il precariato no", e "Noi non moriremo precari".
Intanto gli studenti dei licei romani, partiti da Piramide, dopo una serie di contrattazioni con le forze dell'ordine, sono riusciti a raggiungere il ministero dell'Istruzione. Sono oltre 500 e urlano slogan contro il ministro Mariastella Gelmini. Davanti un grande striscione: "Ci vogliono ignoranti, ci avranno ribelli. Bloccare la riforma, riprenderci il futuro".
Momenti di tensione anche nel centro di Torino per il corteo organizzato dagli studenti contro la riforma del sistema scolastico del ministro Gelmini. Il corteo, partito in piazza Arbarello, avrebbe dovuto raggiungere Palazzo Nuovo, sede dell'università, in via Sant'Ottavio. Tuttavia, in via Micca angolo via Bertola, c'è stato un tentativo di deviazione da parte di un gruppo di manifestanti per dirigersi in piazza San Carlo. A quel punto gli studenti sono venuti a contatto con le forze dell'ordine, che hanno caricato il corteo.

Torino: sgomberate due case occupate

Doppio sgombero in due case occupate, a Torino. Dopo il blitz nell'ex sede di Economia e commercio in piazza Arbarello il 2 dicembre, ieri mattina alle 6 la polizia ha fatto irruzione nell'ex scuola di via Zandonai, angolo corso Taranto, presa dagli anarchici della Fai domenica e rinominata "Cà neira". Gli occupanti e i compagni accorsi in solidarietà vengono caricati una prima volta; ne fa le spese una signora del quartiere uscita per comperare le sigarette: per lei manganellate sulla schiena e alle gambe. Alle
19 nuova occupazione ca'neira che viene sgomberata prima delle 20.00 con ingenti forze, dopo una resistenza sul tetto da parte di alcuni ed incatenamenti a finestre di altri; vengono portati in via Grattoni(in quattro) e rilasciati intorno alle 23.
Intorno alle 20 le forze dell'Ordine, visto che l'autoscala non è ancora passata, decidono di sgomberare corso vercelli quindi caricano una seconda volta più decisi e con i lacrimogeni, i compagni un po' resistono, poi si disperdono, ma c'è un fermo. Un po' di disordini avvengono in giro. Dopo aver cacciato ogni sguardo indiscreto dalla zona, le forze dell'ordine iniziano una prima rappresaglia verso i mezzi dei compagni (tergicristalli strappati e perquisizione) e verso il materiale (impianto audio e minicucina allestita per l'occasione) portato via dall'Amiat, iniziano le operazioni di sgombero. Alle 21 la polizia arrivano sul tetto dell'ostile e portano via 3 dei 6 dell'ostile; poco dopo tireranno giù anche gli altri a forza.
Le cariche continuano in piazza crispi ancora più pesantemente con lacrimogeni ad altezza uomo e si susseguono con l'ausilio dei blindati, vengono ferite (un dito rotto per una e calci in faccia per l'altro) e fermate due persone. Approfittando della carica una camionetta fugge via dalla scena portando i ragazzi dell'ostile in caserma in via Tirreno.
Intando anche il tam tam per il corteo nazionale del 19 dicembre a Torino, indetto proprio per protestare contro la politica di sgomberi decisa da Comune, prefettura e forze dell'ordine dopo l'assalto al banchetto della Lega Nord in piazza Castello a ottobre

Polizia carica gli operai della Tenaris Dalmine

Sembrava un tranquillo corteo di lavoratori, quello iniziato attorno alle 9,45 davanti ai cancelli Tenaris Dalmine e diretto verso l’ex Statale 525 e poi verso l’autostrada. Un corteo condiviso da Cgil, Cisl e Uil, con le rispettive federazioni metal meccaniche Fiom, Fim e Uilm, e con i segretari schierati in prima fila.
C’erano Ferdinando Piccinini, della Cisl, Luigi Bresciani, Cgil, Fernando Uliano, della Fim e Mirco Rota (Fiom). Bandiere e cori di protesta, contro il piano industriale Tenaris che prevede esuberi per 836 persone solo negli stabilimenti di Dalmine e Costa Volpino. Trecento persone in tutto, in mezzo al traffico.
Tutto ha rischiato di degenerare attorno alle 10,15, al rondò nei pressi del casello dell’A4. La polizia ha imposto un blocco, per impedire che la manifestazione si spostasse verso il casello. Dieci minuti di blocco, senza lasciarsi scappare alcuni lavoratori che hanno tentato comunque di passare oltre. Sono volate manganellate, un paio di operai sono finiti sulla piccola striscia d’erba tra la carreggiata e la recinzione della proprietà Lombardini, dove qualche manganellata è arrivata ancora.
La tensione è terminata nel giro di dieci minuti, quando il blocco della polizia si è sciolto e il corteo ha potuto proseguire verso il casello. Lo stop è stato poi imposto dalle forze dell’ordine proprio all’ingresso dell’autostrada. Lì le ripetute richieste di poter entrare sulle carreggiate dell’A4 (da parte della Fiom, della Fim e di rappresentanti di Rifondazione Comunista) non sono state accolte. Il corteo si è fermato.
Dalle 10 in poi la circolazione della zona è andata completamente in tilt: chiuso il casello di Dalmine in entrata e in uscita e, al ritorno del corteo, anche il rondò tra la Villa d’Almè-Dalmine e l’ex statale 525 è stato chiuso, con lunghe code sulle strade. Il corteo si è quindi spostato, solo attorno alle 11,30, davanti al Comune di Dalmine.
Sui fatti di Dalmine la questura di Bergamo ha voluto precisare che "non ci sono state nè cariche, nè l'uso di manganelli (ma nelle foto si vede qualcosa di diverso, ndr) o di lacrimogeni per contenere la protesta che, ottenuto l'accesso attraverso il cordone, ha raggiunto il casello autostradale".
Altre le versioni dei sindacalisti, ad esempio di Luigi Bresciani, segretario generale Cgil Bergamo: "Trovo incomprensibili certi atteggiamenti tenuti oggi dalle forze dell'ordine, in particolare nei momenti in cui hanno tentato di vietare agli operai di avvicinarsi al casello autostradale. Ero presente, ho visto due operai colpiti. Questo clima non aiuta, soprattutto perchè le forse dell'ordine devono rendersi conto che saremo di fronte nei prossimi mesi a sicure tensioni sociali. Le proteste è probabile che aumenteranno e per questo invitiamo tutti alla calma, consci dei disagi che certe forme di lotta possono creare".
"Non si risponde con le manganellate ai lavoratori della Tenaris Dalmine che manifestano per il loro posto di lavoro. L'atteggiamento tenuto questa mattina dalle forze dell'ordine, in ossequio agli ordini del ministro degli Interni Maroni, è semplicemente scandaloso" è quando dichiarano Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, e Ezio Locatelli, segretario provinciale del Prc-Se di Bergamo.

10 dicembre 2009

Genova: Studenti denunciati per slogan satirici contro la polizia

Per la digos, che ha già depositato la denuncia in Procura, si tratta di «vilipendio allo Stato». Questo avrebbe commesso il gruppo di studenti che mercoledì scorso, durante un corteo davanti alla Prefettura, ha rivolto una serie di cori ai poliziotti impegnati nel servizio di ordine pubblico, tirando in ballo l’inchiesta sugli agenti cocainomani che da settimane riempie le pagine dei giornali: «Offri un pippotto/al poliziotto», «Noi precari/voi cocainomani» erano gli slogan più gettonati. Il tutto accompagnato dal disegno di lunghe “piste”, realizzate svuotando decine di sacchi di farina con tanto di grosso cilindro metallico per “pippare” il finto stupefacente. Agli occhi di molti la provocazione è parsa tanto gratuita quanto innocua. Perché se è indubbio che il problema della droga in polizia, descritto nelle carte di un’inchiesta che portò persino all’arresto di due agenti genovesi accusati di spaccio, alza il sipario su spaccati inquietanti, il fenomeno è circoscritto a poche decine di uomini. E nessuno dei nomi tirati in ballo dalle informative che recentemente sono giunte al palazzo di giustizia o al ministero degli Interni, era presente in piazza l’altro giorno. Ma per le forze dell’ordine, generalizzare in modo così “eccessivo”, è comunque meritevole d’una segnalazione alla magistratura.


fonte: il secolo XIX

Lotta per la casa, crolla il teorema accusatorio

Il 14 settembre riaprivano le scuole; decine di scolaretti ansiosi sonnecchiavano ancora nei loro lettini. Presto sarebbero scesi in strada vestiti con i grembiulini voluti dalla Gelmini. Nella ex scuola 8 marzo, periferia ovest di Roma, un edificio da due anni occupato da una quarantina di famiglie in prevalenza immigrate, di bambini ce ne sono molti ma quel giorno non sarebbero andati a scuola come previsto. Qualcuno voleva cacciarli di casa, non voleva che studiassero. Aveva scelto quella data con particolare sadismo. All'improvviso il sole ancora basso sull'orizzonte era oscurato dall'ombra cupa di un elicottero che volteggiava rasente sui tetti del popolare quartiere della Magliana. I bambini si svegliano terrorizzati. Chi riesce ad affacciarsi dalle finestre vede convergere su via dell'Impruneta decine di blindati. Almeno 200 carabinieri fanno irruzione all'interno dell'edificio. Ma gli abitanti non si lasciano intimidire e salgono sul tetto. I militi sfondano porte, scaricano tutto il loro consueto odio sugli interni degli appartamenti, saccheggiando, devastando, violando giacigli, cassetti, oggetti, giocattoli. A controllare che la razzia fosse ben fatta arrivava poco dopo il loro capo, il comandante provinciale dell'Arma, generale Vittorio Tomasone, che passa in rassegna una truppa soddisfatta, ma solo a metà, dell'impresa. Lo sgombero, infatti, non era riuscito. Il prefetto, subito interpellato, cadeva dalle nuvole. In giro nemmeno una volante della questura. La Digos faceva sapere che l'operazione in corso era di esclusiva competenza dei carabinieri. Loro non c'entravano nulla perché nessun piano di sgombero era stato attivato. Ma allora che cosa stava succedendo? Perché quell'imponente dispiegamento di carabinieri? E perché solo carabinieri?
Indagine laboratorio
Il metodo impiegato nell'inchiesta contro l'occupazione dell'ex scuola 8 marzo mostra il tratto tipico dei grandi teoremi accusatori. Dietro al tentativo di sgombero si nasconde, in realtà, la più classica delle montature poliziesche: fare del movimento di lotta per la casa un'impresa criminale. Non più un'azione sociale frutto dell'emergenza abitativa iscritta nel dna delle periferie urbane e nemmeno una fattispecie di "delitto politico", ma un'associazione a delinquere finalizzata all'estorsione. Teorema architettato dalla nuova cupola che governa la città. Non a caso il sindaco Gianni Alemanno, con una tempistica più che sospetta, denunciava subito dopo l'irruzione dei carabinieri l'esistenza a Roma di «un racket delle occupazioni», del quale sarebbero vittime «persone costrette a pagare un affitto e a partecipare a manifestazioni» e altre addirittura «aggredite e malmenate perché non pagavano questi veri e propri pizzi». La presenza di un regolamento interno all'occupazione, affisso addirittura in bacheca, nel quale si prevede l'obbligo di partecipazione alle assemblee, o d'informarsi in caso d'impossibilità, oltre che l'impegno a garantire la propria presenza alle mobilitazioni in favore della lotta per la casa, è stato trasformato dagli accusatori nell'esercizio di una forma di pressione e violenza sugli occupanti e non in un libero patto di reciproco sostegno. Allo stesso modo, il versamento di un canone mensile di 15 euro per nucleo familiare (che i carabinieri nei loro rapporti mezogneri hanno fatto lievitare fno a 150 euro a testa, compresi i minori...), necessario a sostenere le spese collettive, la riqualificazione dell'immobile (trovato in condizioni disastrate dopo anni d'abbandono), l'arredo e l'apertura al quartiere di una sala teatrale, di una palestra popolare, la creazione di un asilo nido, il recupero e l'apertura del giardino antistante l'edificio, unico spazio verde a disposizione della popolazione, sono stati assimilati al pagamento di un pizzo. D'altronde se la sola presenza di una cassa comune dovesse comprovare il reato di estorsione, sarebbero a rischio tutti i condomini d'Italia e qualsiasi consiglio d'amministrazione.
Stigmatizzazione sociale
Fallito il tentativo di sgombero, è scattato l'arresto per cinque occupanti (un sesto era all'estero per motivi di lavoro), identificati come le persone che svolgevano un ruolo di responsabilità all'interno dell'occupazione. Due di loro sono anche militanti del centro sociale "Macchia rossa". L'accanimento con sovrappiù di linciaggio mediatico è stato particolarmente duro. Circostanza rivelatrice: il tentativo di sgombero era stato anticipato da una campagna diffamatoria lanciata dal Messaggero e dal Tempo , quotidiani della capitale controllati da Gaetano Caltagirone e Francesco Bonifaci, entrambi potenti imprenditori nel campo delle costruzioni. Proprio il giorno degli arresti, il comitato d'occupazione aveva indetto una conferenza stampa per rispondere alle accuse. Particolarmente odioso e denigratorio è stato il ritratto tratteggiato nei confronti di Francesca Cerreto, che in soli 17 giorni ha girato ben tre carceri (Rebibbia, Civitavecchia e Perugia). Dipinta dai cronisti dei due quotidiani come un'icona della doppiezza che avrebbe celato dietro la dolcezza apparente dei modi femminili una spietata determinazione criminale. Una stigmatizzazione personale ripresa anche dalla Gip, che l'ha ritenuta «non idonea a lavorare con le fasce più deboli». Tuttavia, alla fine della scorsa settimana, dopo ripetuti ricorsi il tribunale del riesame ha sbriciolato una parte rilevante del teorema accusatorio, revocando anche gli arresti domiciliari in cambio del semplice obbligo di firma per chi era ancora sottoposto a misure cautelari. Crollata l'accusa di associazione per delinquere, agli inquirenti resta ancora l'onere di provare la violenza privata e l'estorsione, partita dalla denuncia iniziale di un ex occupante, mosso da risentimento perché allontanato per i suoi ripetuti comportamenti aggressivi e violenti, in particolare contro le donne.
Il nuovo sacco di Roma
Il movimento di lotta per la casa appartiene alla costituzione materiale di una città come Roma. Non ha mai cessato di riprodursi attraversando epoche molto diverse tra loro, dagli anni 70 ad oggi. Cancellare l'anomalia delle occupazioni socio-abitative e delle esperienze più creative dei centri sociali, spazzare via gli ultimi fortini che fanno resistenza, spine nel fianco della speculazione immobiliare e della rendita è stato, fin dal suo insediamento, uno degli obiettivi designati dalla giunta Alemanno. Attuato con successo contro le 300 famiglie che occupavano, dal 2007, l'ex ospedale Regina Elena e poi contro il centro sociale Horus, il nuovo sacco della città passa da qui. Si spiega così il tentativo di criminalizzare una delle più riuscite esperienze di lotta per la casa invisa agli appetiti storici dei palazzinari romani, che sull'immobile occupato di via dell'Impruneta hanno gettato l'occhio da tempo, ed ai loro lacché, alcuni esponenti politici della destra locale saliti in orbita dopo l'elezione a sindaco di Alemanno. Tra questi, il presidente della commissione sicurezza del comune, Fabrizio Sartori, ex An, nemico dichiarato degli occupanti. Gaetano Caltagirone è da poco entrato a far parte dell'ex Sviluppo Italia, ente che ha raccolto l'eredità della Cassa per il mezzogiorno. Società che vanta un interesse speculativo di lunga data sull'ex scuola, inizialmente concessa dal comune per l'avvio di un incubatore d'impresa mai decollato. Sulla tavola imbandita della giunta comunale arrivano piani per nuove speculazioni urbanistiche. L'area riveste un rinnovato interesse poiché dovrebbe sorgervi un enorme parcheggio funzionale ad un progetto di funivia che dovrebbe collegare le due sponde del Tevere. Da qui la campagna diffamatoria a mezzo stampa contro gli occupanti, la montatura orchestrata dai carabinieri che vantano un filo diretto in giunta, gli arresti concessi da alcuni magistrati particolarmente servili. A Roma l'8 marzo è una trincea.


fonte: liberazione

Intimidazioni al testimone del pestaggio a Stefano Cucchi

Ha confermato in incidente pobatorio che la mattina del 16 ottobre scorso nelle celle del palazzo di giustizia ha sentito pianti e lamenti verso le 8.30. Collega questo ricordo con il pestaggio subito da Stefano Cucchi, pur non avendo visto, ma solo sentito. Il testimone, un cittadino albanese di 23 anni, detenuto nel carcere di Velletri per furto, ha anche detto: «Ho paura per quando esco... loro hanno le pistole». E ha riferito di aver già ricevuto intimidazioni. Sarà ora compito dei magistrati ricostruire gli orari per stabilire il rilievo di questa testimonianza. Il gip Fiasconaro ha anche deciso di non accogliere la richiesta di incidente probatorio fatta per un altro testimone, il tunisino Tarek, il quale in una lettera accusa i carabinieri che avevano arrestato Cucchi di averlo percosso. Secondo l'istruttoria la lettera non sarebbe autentica.

Verità e Giustizia per Aldo Bianzino

L'11 dicembre alle ore 9 a Perugia si terrà l'udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione per omicidio ad opera di ignoti per la morte di Aldo Bianzino. Ilcomitato promuove un presidio per ribadire la propria contrarietà.

TUTTI MORTI DI VECCHIAIA: Bianzino, Cucchi, Lonzi, Aldrovandi …
Tanti i dubbi ancora da risolvere...


Arrestati e condotti nel carcere di Capanne -Aldo viene portato in isolamento e Roberta nel braccio femminile- al termine di una perquisizione, firmata dal PM Petrazzini, trovate solo alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti...” E' l'assurdo inizio della fine di Aldo.
Uomo libero, consumatore e coltivatore di canapa che per questo viene arrestato e muore in carcere, in una città che si preoccupa soltanto di reprimere i consumatori e la “manodopera di strada” mentre rimane una piazza centrale del narcotraffico. A più di due anni da questa "misteriosa" morte, si tenta ancora di insabbiare la verità. Infatti, mentre è stata rinviato a giudizio l'agente di polizia penitenziaria accusato di omissione di soccorso, oggi si richiede l'archiviazione del procedimento per omicidio, volendo farci credere che Aldo sia “stato ucciso” in carcere da un malore accidentale.
Il comitato verità e giustizia per Aldo Bianzino, con i familiari di Aldo, si oppone ancora una volta a questa richiesta di archiviazione mentre molte questioni rimangono aperte:

* Le telecamere potrebbero spiegare diversi interrogativi, ma come mai prima si dice che quella notte hanno avuto delle “anomalie” e giorni dopo che funzionano solo per 15 secondi ogni 2 minuti? E nei minuti e 45 rimasti scoperti quante persone sono entrate nella cella? E quelle che si vedono transitare perchè non sono state annotate nei registri? È credibile che tutto questo possa accadere in un carcere, luogo del controllo per eccellenza? Come è possibile che non possiamo sapere chi è entrato ed uscito dalla cella di Aldo?
* Aldo venne trovato praticamente nudo in periodo autunnale. Perchè non è mai stato disposto il sequestro degli indumenti di Aldo né furono mai effettuati rilevamenti della scientifica nella sua cella? Cosa ha subito Aldo mentre era chiuso in cella?
* Se fosse veramente morto per cause naturali che bisogno ci sarebbe stato di occultare la vista del suo corpo, steso nudo per terra, agli altri detenuti ponendo delle lenzuola sulle porte di tutte le altre celle della sezione?
* Nella prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni "compatibili con l'ipotesi di omicidio" e i medici legali dichiarano probabile la sua morte per percosse. Viene aperta un'inchiesta. Nella seconda, con l'asportazione del fegato e del cervello, la sua morte viene fatta risalire a cause naturali, negando di fatto l'ipotesi delle percosse. Perchè durante la seconda autopsia uno dei medici legali di parte smentisce che la milza e le costole siano state lesionate, al contrario di q uanto affermato nella prima autopsia, senza dare giustificazioni credibili? E' stata mai effettuata una radiografia delle costole di Aldo?

Dov'è la verità ?

* Come è possibile che lo stesso P.M. Petrazzini che ha ordinato l'arresto di Aldo sia anche quello che ha indagato sulle cause della sua morte? Non e' corretto che uno stesso magistrato svolga contemporaneamente il ruolo dell'accusa e della tutela (ruolo della difesa) nei confronti della medesima persona. Al limite il magistrato che ha emesso l'ordinanza di perquisizione nei confronti di Aldo potrebbe essere sentito come parte in causa all'interno dell'inchiesta sull'omicidio. Come potrebbe Petrazzini interrogare se stesso?
Se questo procedimento verrà archiviato come sarà possibile fare piena chiarezza su questi aspetti oscuri di questa vicenda? Come è possibile che il magistrato inquirente chieda l'archiviazione quando analizzando gli atti consultabili emergono numerosi altri aspetti oscuri?

L'11 dicembre 2009 ci sarà l'udienza per l'opposizione alla richiesta di archiviazione per l'accusa di omicidio di Aldo Bianzino a opera di ignoti.
Il comitato Verità e Giustizia per Aldo sarà presente, come sempre, con un presidio davanti al tribunale di Perugia.
Invitiamo tutte e tutti a esserci l'11 dicembre 2009 alle ore 9, facciamo sentire la nostre voce perchè la morte di Aldo non passi sotto silenzio!



Comitato Verità per Aldo Bianzino
veritaperaldo.noblogs.org

9 dicembre 2009

67° suicidio in carcere dall’inizio dell’anno. Nel carcere di Alessandria è stato ritrovato morto Ciro Ruffo, 35 anni

Nel carcere “San Michele” di Alessandria è stato ritrovato morto Ciro Ruffo, 35 anni, detenuto per reati di criminalità organizzata che aveva da poco iniziato a collaborare con i magistrati.
Ciro Ruffo, proveniente dal carcere di Ariano Irpinio, era arrivato al “San Michele” lunedì sera, quindi poche ore prima di morire.
Sabato scorso aveva chiamato la moglie dicendole: “Devo darti una bella notizia: sono arrivate le carte del trasferimento, le aspettavo da quindici giorni. Da lunedì sono più vicino a te, ci vedremo più spesso”.
La moglie dichiara: “La direttrice mi ha comunicato che lo hanno trovato impiccato, ma non è vero. Ho visto il corpo all’obitorio del cimitero di Alessandria: ha il naso rotto, un livido sotto l’occhio destro, tanti altri lividi sulla schiena, sulla pancia, in faccia. Ha perso sangue dagli occhi e dalle orecchie. È stato pestato”.
Dall’inizio dell’anno questo è il terzo suicidio che avviene nella Casa di Reclusione di Alessandria (dove sono ristretti 384 detenuti, per una capienza regolamentare di 263 posti): il 26 aprile scorso si è tolto la vita Franco Fuschi, 63 anni, ex agente segreto, in carcere per traffico di armi, mentre il 17 gennaio è morto Edward Ugwoj Osuagwu, 35 anni, nigeriano coinvolto in vicende di droga.
Ma la morte di Ciro Ruffo presenta alcune strane analogie anche con quella avvenuta lo scorso 17 novembre nel carcere di Palmi (Rc), dove Giovanni Lorusso, 41 anni, è stato ritrovato cadavere con un sacchetto di plastica infilato in testa e riempito di gas: entrambi i detenuti provenivano dal carcere di Ariano Irpino (Av) ed erano appena arrivati in un nuovo istituto. Inoltre, a detta dei parenti, non avevano alcun motivo apparente né avevano mai manifestato l’intenzione di suicidarsi. Infine, entrambi i corpi, restituiti alle famiglie, risultano “segnati” da ferite.


fonte: Ristretti Orizzonti

LA QUESTURA E IL SINDACO ALEMANNO VIETANO IL CORTEO NAZIONALE DELL'11 DICEMBRE DALLA SAPIENZA

ANCORA UNA VOLTA SI LIMITANO GLI SPAZI DI DEMOCRAZIA E DI LIBERO DISSENSO!

NOI NON ABBIAMO PAURA E L'11 DICEMBRE ARRIVEREMO AL MIUR, CONTRO IL PROTOCOLLO SUI CORTEI, CONTRO IL DDL GELMINI, IN DIFESA DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA E DEI POSTI DI LAVORO.

DI SEGUITO IL COMUNICATO DI STUDENTI E LAVORATORI DELLA FORMAZIONE:

E' di oggi la notizia che la Questura di Roma ha revocato l'autorizzazione del corteo indetto da tutto il mondo della formazione per l'11 dicembre. Partendo da piazzale Aldo Moro, passando per piazzale della Repubblica saremmo dovuti arrivare fin sotto il Ministero dell'Istruzione. Un corteo che in continuità con le mobilitazioni autunnali e con l'assemblea del 20 novembre, vuole rinnovare l'opposizione ai processi di trasformazione di scuola e università, dal D.D.L. Gelmini al D.D.L. Aprea, rivendicando un nuovo welfare per i soggetti precari e in formazione.

Ancora una volta, in tempo di crisi, si vuole limitare la libertà d'espressione e il diritto al dissenso, attraverso l'imposizione di un protocollo amministrativo, valido, quindi, solo per le parti contraenti. Ancora una volta viene agito il tentativo di limitare il protagonismo dei soggetti della formazione, studenti, ricercatori, insegnanti e genitori, che rifiutano di pagare una crisi che non hanno prodotto.

In un paese a democrazia bloccata crediamo invece sia fondamentale rivendicare il nostro diritto a manifestare, contro i processi di dismissione di scuola e università, contro ogni forma di precarizzazione del nostro lavoro e delle nostre vite. Per questo venerdì, in occasione dello sciopero dei lavoratori della conoscenza attraverseremo le strade della città riprendendoci la libertà d'espressione e il diritto a manifestare.

STUDENTI, PRECARI E LAVORATORI DELLA CONOSCENZA


INVITAMO TUTTI AD ESSERE PRESENTI VENERDI 11 DICEMBRE DALLE ORE 8,30 ALLA SAPIENZA

Testimonianze: Storia di ordinaria repressione

Giorno 19 Novembre mi è stato notificato un avviso di chiusura delle indagini preliminari nei miei confronti. Due fogli di carta firmati da un magistrato che riportano l'accusa: violenza privata aggravata! La mia prima reazione incredula si è trasformata in una lucida presa d'atto dell'ennesimo episodio repressivo ne confronti di chi continua a ribellarsi all'ingiustizia sociale.

Ma andiamo ai fatti: il 24 Luglio 2007 centinaia di braccianti agricoli di Palagonia(prov Ct) decidono di iniziare una lotta per il riconoscimento del sussidio di disoccupazione,un diritto sacrosanto negato
a centinaia di lavoratori e lavoratrici che durante la stagione agrumicola si spaccano la schiena in condizioni salariali vergognose! Nel pomeriggio si tiene una assemblea nell'aula consiliare del palazzo comunale e i lavoratori decidono di iniziare la protesta. Nella notte a centinaia si ritrovano a protestare per le vie di Palagonia e verso le 4 del mattino la protesta si sposta sulla strada Statale 417(Catania/Gela). I compagni e le compagne di Rifondazione Comunista appoggiano la protesta e solidarizzano con i lavoratori passando con loro la notte ai blocchi stradali. Una notte difficile da dimenticare per chi come noi continua incessantemente a reclamare diritti e giustizia sociale per i braccianti. Una bella notte d'estate passata tra chi è protagonista delle lotte sociali e vede nello strumento della lotta l'unica via d'uscita alla crisi di un settore che diventa la crisi di una intera comunità. I lavoratori sono determinati e solo la notizia dell'apertura di un tavolo di trattative in prefettura li convince a togliere il blocco stradale e tornare a casa. Felice di aver contribuito alla riuscita della protesta saluto i compagni e dopo la lunga notte insonne mi dirigo verso casa. Abbiamo più volte partecipato in seguito alle manifestazioni dei lavoratori del comparto bracciantile, peraltro la lunga vertenza e tuttora in corso.

Questa è la cronaca oggettiva dei fatti che risalgono ormai a più di due anni fa! La giustizia, meglio chiamarla repressione, si fa attendere e arriva la denuncia e l'avviso della chiusura delle indagini. Dal fascicolo in mio possesso emerge che i carabinieri di Palagonia hanno segnalato 20 persone che si sono macchiate del "grave" delitto di "interruzione di pubblico servizio" e "violenza privata aggravata"! Segnalazioni avvenute per "conoscenza diretta" dei presunti "sovversivi", senza "fermo" o richiesta di documenti. Non sapevo di essere così "famoso" da meritarmi l'attenzione dei carabinieri. L'accusa si basa sulle denuncie contro ignoti di alcuni automobilisti che a causa del blocco stradale hanno subito "disagi" e quindi un torto. Dovremo sulla base di queste "accuse" subire un processo e con fierezza lo affronteremo.

Quando non si è allergici alle piazze, alle manifestazioni, alle occupazioni si mette in contro che prima o poi una denuncia la puoi anche prendere, e personalmente non ne faccio una tragedia. Ma le accuse ridicole, il privare i cittadini del diritto al dissenso e all'agibilità democratica mi fanno pensare e preoccupare. Le accuse parlano di violenza privata e noi le rispediamo al mittente! Non è forse un atto di violenza privare lavoratori degli ammortizzatori sociali? Non è violento privarli della loro dignità e dei loro diritti? La vera violenza è rappresentata da questo sistema dove l'individuo diventa una merce e come tale può essere venduto e magari dismesso! La violenza dello stato, la violenza dei padroni che lincenziano o non rispettano i contratti collettivi nazionali e privano tutti e tutte dei basilari diritti sindacali. Piuttosto che perdere tempo inutilmente a "segnalare" pericolosi sovversivi, le forze dell'ordine farebbero bene a controllare i luoghi di lavoro dove perdono ogni hanno la vita in migliaia! Rendetevi utili visto che dite di "essere al nostro sevizio".....

Contro la repressione non un passo indietro!

Valerio Marletta

7 dicembre 2009

Caso Cucchi, il Dap non salva nessuno: «Morte inumana»

Non si capisce proprio cosa ci trovi di «importante e confortante», nella relazione finale del Dap sul caso Cucchi, uno dei sindacati della polizia penitenziaria. Gli ispettori del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria scrivono chiaro che Stefano Cucchi «ha concluso la sua vita in modo inumano e degradante». Nel documento, anticipato ieri dal Corriere della sera si legge che la catena di eventi che tra l'arresto (avvenuto la sera del 15 ottobre) e la morte (all'alba del 22, immobilizzato nel letto del reparto penitenziario del Pertini, cateterizzato e con addosso lo stesso cambio di sei giorni prima) s'è verificata l'«incredibile, continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei diritti in tutte le tappe che hanno visto Cucchi imbattersi nei vari servizi di diversi organi pubblici». Mancanze non coordinate tra loro ma che non assolvono nessuno. Tantomeno le guardie carcerarie. Le possibili colpe di altri organi non attenuano «la responsabilità di quanti, appartendendo all'amministrazione penitenziaria, abbiano partecipato con azioni e omissioni alla catena della mancata assistenza ». La relazione è stata trasmessa ai pm ai quali non sarebbe ancora arrivato il foglio, sbandierato da Alfano al Senato e da Panorama sul web, in cui Cucchi dichiarava di non voler che fossero fornite informazioni sulla sua salute ai familiari. Chi ha compilato quel documento, che spuntò diversi giorni dopo la morte, e perché non è ancora arrivato in procura? Giova ricordare che sul diario infermieristico, agli atti, è scritto che Cucchi rifiutava cibo, acqua e cure perché non gli veniva consentito un colloquio con un difensore di fiducia. Non si capisce proprio come si possano sentire sollevati i sindacati di categoria quando l'inchiesta interna ha appurato anche che il personale neppure conosce le circolari sul trattamento dei nuovi giunti, che nel posto di polizia penitenziaria della Città giudiziaria non c'erano il registro con i nomi e i movimenti dei detenuti. Scaturisce il quadro di un corpo di polizia negligente al punto da non segnalare neppure le condizioni degradate degli spazi destinati ai prigionieri nei sotterranei del tribunale: vomito sui muri, sporcizia in terra, mancanza di luce, aria e servizi igienici. Sul pestaggio, lungi dall'assolvere gli agenti, gli ispettori del Dap si rimettono alle conclusioni dell'autorità giudiziaria. Lo stesso capo del Dap, Franco Ionta, ha specificato che l'indagine, per quanto articolata, è «parziale». «Perché noi non siamo l'autorità giudiziaria». e ce n'è anche per il "repartino", così è chiamato il padiglione penitenziario dove Cucchi avrebbe aspettato la morte. Le regole ospedaliere, ha accertato il Dap, hanno peggiorato i «residui spazi che risultano assolutamente garantiti nella dimensione penitenziaria». Non ci sarebbero state né collaborazione tra medici e polizia penitenziaria, né l'osservanza di prescrizioni «volte all'accoglienza e all'interpretazione del disagio del detenuto tossicodipendente ».Interessanti le testimonianze raccolte dall'inchiesta. A partire da quella fornita dall'operatore del 118 che vide Cucchi la notte dell'arresto nella camera di sicurezza «senza luce» della caserma dei carabinieri di Tor Sapienza. Chiamato per una crsi epilettica, l'equipaggio del 118 troverà Cucchi avvolto tra le coperte, immobile, poggiato su un fianco, con gli occhi appena visibili sotto le coperte. Una costante di questa storia: quel viso invisibile di cui parleranno i medici e anche la volontaria che lo incontrò la sera prima che morisse. A lei fu chiesto di avvisare il cognato di Stefano. La sua famiglia, per quattro giorni, ha chiesto invano ai cancelli del repartino, di sapere notizie del trentunenne che, a sua volta, cercava un contatto con l'esterno. Fin da quando, al Fatebenefratelli, dopo l'udienza di convalida, aveva chiesto di «parlare urgentemente» il suo avvocato a uno degli agenti di custodia. Era arrivato già gonfio in tribunale, pare che se ne sia accorto solo il padre. Era sconvolto dal fatto che i carabinieri non avessero avvisato il legale da lui indicato al momento dell'arresto. Si vide negare i domiciliari con la motivazione strana di non avere fissa dimora. Avrebbe firmato, stranamente, per rifiutare il ricovero e tornare in carcere a mezzanotte del 16 ottobre. E ci sono alcuni detenuti che avrebbero visto degli agenti di custodia trascinarlo in cella sottoterra a Piazzale Clodio. Altri detenuti e alcuni agenti che riferiscono le sue confidenze circa le botte subite dai carabinieri. Al di là dell'inchiesta emerge con forza l'esigenza di strumenti di garanzia per la popolazione detenuta o in stato di fermo. Un senatore Idv, Stefano Pedica, piuttosto attivo in questa vicenda (ieri, è stato dal pm a consegnare la drammatica lettera di un detenuto tunisino a cui Cucchi avrebbe confidato di essere stato ammazzato di botte dai carabinieri), annuncia un disegno di legge per installare telecamere nelle celle dei tribunali, nei commissariati e nelle caserme. Il video dovrebbe essere conservato fino alla fine del processo. E dovrebbero essere scattate foto prima e dopo l'ingresso in luoghi pericolosi come tribunali e caserme. Una proposta passata inosservata e che potrebbe fare la fine dell'idea di assegnare un codice sulla giubba di operatori travisati in servizio di ordine pubblico. Ma è una battaglia che dovrebbe essere condotta da quello che una volta chiamavamo movimento.


fonte: Liberazione

Giustizia: i reati diminuiscono ma aumentano arresti e denunce

Negli ultimi cinque anni (dal 2004 al 2008) si è registrato in Italia un costante incremento degli arresti e delle denunce. E i dati relativi ai primi dieci mesi dell’anno ancora in corso confermano la tendenza positiva. È quanto emerge dalla Relazione sull’attività delle forze di polizia inviata al Parlamento dal ministero dell’Interno.
Questo l’andamento delle denunce illustrato nel documento: più 3,29% nel 2005, più 4,26 nel 2006, più 6,38 nel 2007, più 3,58% nel 2008. Ecco, invece, le percentuali riguardanti gli arresti: più 18,1% nel 2005, più 16,36% nel 2006, più 9,99% nel 2007, più 3,47% nel 2008.
L’anno scorso sono state denunciate 691.819 persone (di cui 205.188 stranieri e 25.686 minori) e arrestati 197.974 soggetti (di cui 97.423 stranieri e 6.140 minori). Per quanto riguarda i delitti, c’è stato un incremento fino al 2007, mentre nel 2008, si è registrato un calo (2.933.146 delitti, meno 7,61% rispetto all’anno precedente).
La flessione ha riguardato in particolare i furti (meno 14,9%), gli scippi (meno 18,5), le rapine (meno 10,8%), le truffe e le frodi informatiche (meno 13,7%)". Il governo intende andare avanti - afferma il ministro dell’Interno Roberto Maroni nell’introduzione della Relazione trasmessa alle Camere - lungo la strada intrapresa e i risultati dell’azione delle forze di polizia, nei primi dieci mesi di quest’anno, confermano l’efficacia delle misure adottate. Per questo motivo ringrazio ancora una volte le donne e gli uomini impegnati quotidianamente nel sistema di sicurezza".
Tutti i reati sono diminuiti mediamente dell’8,2%
Maroni al convegno dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi): "Le iniziative prese dal sistema delle banche e dalle forze dell’ordine stanno funzionando". Diminuiscono del 20% le rapine in banca, quelle a danno di esercizi commerciali, come tabaccherie o farmacie, scendono del 25%. I dati raccolti nell’indagine condotta dall’Ossif, il centro di ricerca dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi), sono stati illustrati dal presidente Corrado Fissola nel corso del convegno "La sicurezza in banca: scenario e prospettive", che si è svolto alla presenza del ministro dell’Interno Roberto Maroni questa mattina presso Palazzo Altieri a Roma, sul tema: "La collaborazione tra il sistema bancario e le Forze dell’Ordine".
Tra gennaio e agosto 2009, secondo quanto riferito dal ministro dell’Interno, tutti i reati sono diminuiti dell’8,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. In dettaglio, si registra un calo del 19,6% per le rapine in banca e un calo del 24,8% per le rapine negli esercizi commerciali. Diminuisce anche il bottino complessivo: 19,9 milioni di euro, il 18,7% in meno dell’anno precedente.
"Qualcuno - ha commentato Maroni - aveva ipotizzato che con la crisi economica sarebbero aumentati i fenomeni criminosi, ma i dati dei reati, tutti con il segno meno, dimostrano che il lavoro delle forze dell’ordine è stato straordinario su tutto il territorio". Il presidente Fissola, inoltre, ha ricordato che nel 2008 il sistema bancario ha investito quasi 800 milioni nella sicurezza: un più 8% rispetto al 2007. "Le iniziative prese dal sistema delle banche e dalle forze dell’ordine - ha osservato Maroni - stanno funzionando".
Un altro fattore che ha concorso al raggiungimento dei risultati, secondo il ministro dell’Interno, è quello dell’"ottima" collaborazione tra Polizia e Carabinieri. Inoltre, Maroni ha sottolineato la crescente importanza del ruolo che assumerà la polizia locale sul territorio.
L’obiettivo di Maroni, però, non è solo individuare gli autori dei crimini, ma anche rafforzare le attività di prevenzione. "Voglio potenziare - ha detto - i sistemi di videosorveglianza nelle città". Per questo, come il ministro dell’Interno ha riferito anche durante i recenti incontri con gli amministratori di Varese e di Como, "sono stati stanziati cento milioni di euro per finanziare progetti per la sicurezza di comuni".


Fonte: Avvenire, 5 dicembre 2009

L'ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA - LIBERTA' PER GLI ARRESTATI

12 dicembre 1969 - 12 dicembre 2009
A 40 anni dalla strage impunita di Piazza Fontana, che segnò l´inizio della strategia della tensione e l´uso dei teoremi giudiziari e dei gruppi neofascisti come manovalanza reazionaria, saremo in piazza a manifestare perché oggi è necessario ribadire che l´antifascismo è una pratica quotidiana di aggregazione, impegno e socialità, antidoto ad un clima generale fatto di "pacchetti sicurezza" e campagne di odio alimentate ormai da anni da un ceto politico screditato che attraverso la criminalizzazione di gruppi etnici, settori sociali ed esperienze politiche di base, cerca consensi e legittimità. In un paese in profonda crisi politica, economica e culturale, sono infatti la repressione, l´intolleranza e l´odio per un presunto diverso che stanno prevalendo. Si scaricano così tensioni sociali sulle categorie più deboli come gli immigrati e si reprime ogni forma di resistenza sul territorio. Un paese dove si muore pestati nelle celle, dove le carceri scoppiano, dove vige la caccia al rom, dove un gruppo di squadristi con a capo il padrone fa irruzione in una fabbrica occupata dai lavoratori senza stipendio da mesi - come all´Eutelia di Roma - e dove continuano a morire tre lavoratori al giorno. Un paese dove 5 studenti sono arrestati per rapina per non avere pagato 500 fotocopie. Un paese dove gli immigrati sono soggetti a leggi speciali, con carceri speciali, extragiudiziali come CPT e CIE, continuamente vessati nei loro diritti ed affetti, forza lavoro da sfruttare attraverso il ricatto. Un paese dove immigrati, omosessuali e trans sono vittime continuamente di aggressioni fasciste. Dove il ruolo della donna è relegato tra la "velina" e la brava casalinga.Non può stupire quindi che si legalizzino le ronde dei "cittadini" e che i nuovi gruppi fascisti siano protetti e finanziati in tutta Italia, usati nel tentativo di intercettare consenso e disagio tra i giovani e nei quartieri popolari.Questo sta accadendo anche in Toscana: 7 persone arrestate tra Pistoia e Livorno per i danneggiamenti della sede di Casapound Pistoia, 1 ragazzo arrestato per aver messo un petardo a Firenze ed 11 antifascisti accusati di tentata rissa perquisiti con cani antiesplosivo e costretti al prelievo del DNA semplicemente per aver risposto ad una chiamata d´aiuto di una ragazza minacciata da un gruppo di neofascisti. Appare chiara la strumentalizzazione di queste operazioni di Procure e polizie toscane, in cui si continua a costruire teoremi, usando categorie come quella del terrorismo per isolare e indicare al pubblico disprezzo compagni antifascisti e militanti politici, per ridurre al silenzio tutto un movimento forte e radicato, garantendo invece legittimità, soldi e agibilità a gruppuscoli fascisti. Una regione in cui 90 militari dell´Arma fanno irruzione nelle case occupate dal Movimento di Lotta per la Casa dove vivono rifugiati politici ed immigrati, spaccando tutto e denunciando gli abitanti con il solo scopo intimidatorio, mentre in galera vengono lasciati morire ragazzi come Yassin, 17 anni, suicida a Firenze nel carcere minorile. Dove altri ragazzi 17enni sono invece colpiti da denunce, avvisi orali, intimidazioni per frenare l´impegno e l´attività politica.Una regione dove però esiste ancora un tessuto sociale e popolare antifascista ed antirazzista, che rifiuta i fascisti, che rifiuta i CIE, che parla di unità oltre i colori della pelle, dove le mobilitazioni per la libertà degli antifascisti arrestati sono partecipate e diffuse.Il 12 dicembre la Toscana antifascista ed antirazzista sarà in piazza perché di fronte a tutto questo non si può più stare in silenzio!Saremo in piazza contro arresti, perquisizioni, inchieste e teoremi, per la libertà delle persone arrestate, per dire che continueremo le nostre lotte sul territorio, nelle scuole e nei posti di lavoro e contro la costruzione di un CIE in Toscana; saremo in piazza perché per noi sicurezza significa un posto di lavoro sicuro, una casa per tutti, una scuola pubblica, per rafforzare reti e relazioni sociali capaci di rispondere alla gravità di quanto sta accadendo.



12 DICEMBRE 2009 MANIFESTAZIONE REGIONALE ORE 15.30 Piazza San Marco - Firenze


Assemblea delle scuole in LottaVoci dalla Macchia - Assemblea Popolare Antifascista di Rignano- Centro Popolare Autogestito fi-sud - Cantiere Sociale Camillo Cienfuegos - Collettivo Politico di Scienze Politiche Unione degli Studenti Firenze -Assemblea permanente Campi Bisenzio Antifascista -Rifondazione Comunista Firenze - Rifondazione Cominista Livorno - Comitato cassintegrati GKN - Movimento di Lotta per la Casa -Cirocolo 26 luglio Italia-Cuba Rete Antifascista Pistoiese - Rete dei Comunisti Pisa - Circolo Agora' Pisa - Comitato per lo smantellamento di Camp Darby - Circolo Italia-Cuba Cienfuegos Pisa - Centro Politico 1921 - Livorno - Movimento Antagonista Livornese - Coordinamento Studentesco Livornese - Collettivo Anarchico Libertario Livornese - Coordinamento Antifascista Antirazzista Toscano -CAAT Valdera - SLAI Cobas - Cobas ATAF - Cobas del Comune di Firenze - Comunità di Base delle Piagge Firenze - Circolo Gramsci Campi Bisenzio - Circolo Aziendale Ferrovieri del PRC "Spartaco Lavagnini" Firenze - ANPI Campi Bisenzio - PerUnAltraCittà -Partito dei CARC - Partito Comunista dei Lavoratori Toscana - PCL Firenze - PCL Empoli - Associazione Sinistra Unita e Plurale Firenze - Nuova Unità

3 dicembre 2009

VERGOGNA:Il ministro della Giustizia Alfano continua l'opera di denigrazione di Stafano Cucchi e nasconde la verità

Per il ministro della Giustizia Angelino Alfano, Stefano Cucchi è caduto dalle scale. Per Carlo Giovanardi è morto di droga. Siccome era un tossicodipendente e spacciava, la sua vita non doveva valere nulla. Se l'era cercata. Per questi signori, Stefano Cucchi sarebbe morto di freddo. Anzi, come ha scritto Erri De Luca, «perché ostinatamente aveva smesso di respirare». Da allora la lista delle facce di bronzo non ha terminato di crescere. L'inchiesta interna condotta dall'amministrazione penitenziaria ha escluso l'esistenza di qualsiasi responsabilità della polizia penitenziaria nelle brutali percosse subite da Stefano Cucchi. E' quanto sottoscritto ieri, ultimo in ordine di tempo, dal capo del Dap, il magistrato Franco Ionta, la cui funzione è nobilitata dall'appellativo di Presidente. Su questo terribile episodio di violenza istituzionale, la macchina della controverità marcia a velocità folle. Appena pochi giorni prima un'altra commissione interna aveva assolto i medici del reparto penitenziario dell'ospedale dove, invece delle cure, al giovane era stata somministrata cinica indifferenza e sprezzante incuria. In compagnia solo del suo dolore e dell'umiliazione di un corpo bastonato, di membra lacerate, Stefano Cucchi è morto. Delle uniformi di Stato lo avevano arrestato quando era in perfette condizioni fisiche, delle uniformi di Stato lo hanno interrogato, delle uniformi di Stato lo hanno incarcerato, in tribunale un magistrato ha finto di non vedere, l'avvocato d'ufficio ha girato la testa, poi dei camici pubblici lo hanno abbandonato. Da settimane, le varie componenti istituzionali coinvolte in questa vicenda rispondono opponendo omertà d'apparato in difesa di una impunità di principio, di una visione completamente autoreferenziale della legalità e della morale. Ma come canta De André: «anche se vi credete assolti, siete per sempre coinvolti».

2 dicembre 2009

Caso Cucchi, il verbale del testimone: "Ho visto che lo prendevano a calci"

"C'era una porta nera con un piccolo finestrino senza vetro, ero solo dentro la cella, e ho sentito rumori. C'era il ragazzo e qualcuno dava calci, faceva rumore con i piedi. Sentivo che il ragazzo era caduto in terra e stava piangendo. Poi ho guardato da quel finestrino e ho visto che loro lo mettevano dentro la cella. Loro, prima di pcchiare, parlavano, non capivo le parole ma la polizia diceva di entrare dentro e il ragazzo non voleva entrare dentro. Il ragazzo voleva sempre uscire, non so se voleva andare al bango o dal Giudice....".
L'immigrato africano, detenuto nel sotterraneo del tribunale di Roma nella mattinata del 16 ottobre scorso, aspettava anche lui di essere chiamato per il processo, quando ha assistito dallo spioncino della sua cella al pestaggio di Stefano Cucchi, il trentunenne arrestato la notte prima alle 23.30 e morto, denutrito, disidratato, con le vertebre rotte, traumi alla testa e sospette bruciature di sigaretta sul corpo, all'alba del 22 nel padiglione carcerario dell'ospedale Sandro Pertini. Per la sua morte tre medici sono indagati per omicidio colposo e altrettanti agenti penitenziari per omicidio preterintenzionale.
"Guarda cosa mi hanno fatto le guardie", ha confidato Stefano Cucchi al detenuto africano. "No", ha precisato il supertestimone, "non mi ha detto chi fossero gli aggressori e neanche ho chiesto se i carabinieri lo avessero picchiato, ma lui non mi ha parlato dei carabinieri". Così, si infittisce il mistero dopo i risultati dell'inchiesta del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che ha escluso il coinvolgimento dei suoi uomini nell'aggressione nelle celle del tribunale di Roma.

LEGGI IL VERBALE DEL TESTIMONE


fonte: La Repubblica

Omicidio Cucchi: Reintegro medici è assoluzione preventiva

Siamo al ‘metodo Genova’ adottato nei confronti degli indagati per l’omicidio di Stefano Cucchi: il reintegro dei medici inquisiti ha tutta l’aria di una assoluzione preventiva.” E’ quanto afferma in una dichiarazione, Alfio Nicotra, responsabile politico della Federazione romana del PRC. “Come non condividere lo sconcerto di Ilaria Cucchi? – prosegue l’esponente di Rifondazione Comunista – per stessa ammissione dei medici Stefano rifiutava il cibo perché chiedeva di parlare con i legali. Perché nessuno lo ha fatto o almeno perché non si è parlato con la famiglia?” “La sospensione dal servizio per fatti così gravi – precisa Nicotra – è un dovere. Qui invece si da un segnale devastante. Si dice ai medici d’infischiarsene se il paziente detenuto mostra segni evidenti di percosse e fratture multiple chiaramente sospette. E’ come dire ai medici: voltatevi dall’altra parte, non cercate problemi e il vostro comportamento sarà tutelato dallo Stato.”

Reintegrati i medici indagati per la morte di Stefano Cucchi

Sono stati reintegrati nel reparto penitenziario dell'ospedale Sandro Pertini i tre medici indagati per omicidio colposo dopo la morte di Stefano Cucchi. Eppure quanto è trapelato dagli accertamenti medico-legali sul corpo riesumato del giovane, deceduto il 22 ottobre scorso all'interno della struttura ospedaliera dopo una settimana di agonia seguita ad uno, o più, pestaggi e sevizie violentissime (sul numero esatto, e gli autori delle percosse subite, ancora oggi permane l'incertezza), confermerebbe le responsabilità dei sanitari nella sua morte. Il blocco della vescica riscontrato su Stefano Cucchi sarebbe, infatti, compatibile con la paralisi dell'ultimo tratto della colonna vertebrale. Mentre le lesioni alla schiena e alla testa, seppur serie, non sarebbero state letali se adeguatamente curate. Insomma tutto lascia seriamente supporre che nei confronti di Cucchi vi sia stato un «abbandono terapeutico», una situazione di lassismo e incuria, una sottovalutazione grave e colposa delle sue condizioni di salute e delle cause che le avevano originate. Nonostante ciò, l'indagine amministrativa interna condotta da una commissione, apparentemente composta da personale della medesima Asl, ha sbrigativamente liquidato l'accaduto come «un evento non prevedibile». Nella relazione depositata ieri, si può leggere che l'analisi dei fatti, a fronte del «carattere improvviso e inatteso del decesso, non ha messo in luce, sul piano organizzativo e procedurale, alcun particolare elemento relativo ad azioni e/o omissioni da parte del personale sanitario con nesso diretto causa-effetto con l'evento avverso in questione. Contestualizza e configura pertanto l'oggetto dell'indagine sotto il profilo di evento non prevenibile». Per questo motivo Il direttore generale dell'Asl RmB, Flori Degrassi, ha disposto la revoca dell'ordine di trasferimento, preso in via provvisoria il 18 novembre scorso, nei confronti di Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponetti. La diffusione della notizia ha subito suscitato sconcerto e raccolto i commenti negativi del lagale della famiglia, Fabio Anselmo, di Patrizio Gonnella dell'associazione Antigone, e di Luigi Nieri, assessore al Bilancio della regione Lazio, che ha censurato una «decisione affrettata e profondamente sbagliata», rilevando come sia piuttosto inusuale «che la Asl concluda la propria inchiesta amministrativa prima di quella penale». La decisione presa dalle strutture dirigenti dell'ospedale Pertini non si discosta molto da quello spirito corporativo che ha fino ad ora caratterizzato il comportamento di tutti gli altri attori coinvolti in questo terribile esempio di violenza istituzionale. Chiusura a riccio e omertà d'apparato in difesa di una impunità di principio che vorrebbe imporre l'idea della insindacabilità dell'operato di chi agisce in uniforme di Stato. Un atteggiamento viziato da una visione autoreferenziale della legalità e della morale. Alcuni apparati molto potenti non hanno mai accettato di essere messi sul banco dei sospetti e fin dall'inizio hanno operato nell'ombra, mettendo le briglie a un'inchiesta che altrimenti rischiava di mostrare il «re nudo». Mentre negli ultimi giorni nuove testimonianze di detenuti, presenti nell'infermeria di Regina Coeli con Stefano Cucchi, hanno riaperto scenari su violenze precedenti l'arrivo in tribunale, che la procura ha sempre evitato di approfondire ritenendoli privi di riscontri (ma l'inchiesta serve per trovare eventuali riscontri, non per escluderli a priori), da parte degli indagati emerge una nuova strategia. Non più scarica barile tra penitenziaria e carabinieri, ma fuoco concentrico sulla figura di Cucchi, dipinto come uno che entrava e usciva dal pronto soccorso degli ospedali. Un modo per dire che era già «rotto» prima di essere arrestato. E come se non bastasse, vengono diffuse minacce a mezzo stampa facendo circolare notizie sull'apertura di una inchiesta contro i legali della famiglia Cucchi per calunnia nei confronti dei carabinieri. Un modo per dire che gli apparati dello Stato sono santuari intoccabili.


Paolo Persichetti da Liberazione

1 dicembre 2009

Napoli: Sgomberata la Ex-Schipa occupata!

Questa mattina all'alba, con 9 blindati e la celere in assetto antisommossa, è stata sgomberata la Ex-Schipa occupata di via Salvator Rosa. 40 persone, tra attivisti e nuclei familiari che li vivevano, sono state sorprese nella notte e sono uscite dopo una trattativa di 30 minuti. Ciò malgrado sono state deportate in questura dove sono state denunciate per "invasione e occupazione di edificio". In questo momento, mentre gli occupanti escono dalla questura dopo le identificazioni, attesi da un presidio di altri compagni, stanno murando l'ingresso della Skipa e con esso i nostri sogni, il nostro lavoro, la ludoteca che partiva martedi (qualcuno lo spiegherà ai bambini!), la sala cineforum dove già si erano fatte le proiezioni in questi giorni ecc.
Abbiamo saputo che contemporaneamente è stata sgomberata Casapound a Materdei. 4 i fascisti che sono stati fermati. Delle due l'una: o hanno concordato lo sgombero o l'esiguità delle presenze rivela chi con l'occupazione rispondeva a un bisogno sociale e chi invece ne faceva una speculazione politica di estrema destra. Gli Schifone, i Taglialatela, i Santoro, rappresentanti istituzionali di una destra che quando le fa comodo sostiene di fare abiura del fascismo, dovrebbero spiegarci se l'appoggio e il sostegno concreto e continuo a un'organizzazione che per statuto si propone di "innovare e rinverdire l'eredità del fascismo" è semplicemente nostalgia per il loro passato di "camerati" o altro...
Noi non accettiamo in nessun modo questa equiparazione tra chi fa parte di una tradizione di esperienze e di autogestione a scopo sociale (che comprende non solo i centri sociali, ma gli occupanti casa, i movimenti dei disoccupati, perfino esperienze religiose ecc) e un gruppo sparuto di persone che punta a insediarsi a Napoli in strutture pubbliche per riprodurre le pratiche neofasciste, xenofobe e razziste di cui si sono resi protagonisti in tutta Italia! Con modalità squadriste e agguati che già abbiamo imparato a conoscere... Oggi il comune di Napoli e le altre istituzioni citttadine hanno compiuto un grave errore di pavidità culturale e politica. Una responsabilità anche per il futuro. Crediamo che la città debba schierarsi su questo, perchè ne va del grado di civiltà stessa della vita sociale.
Non ci fermeremo! i nostri progetti nel quartiere Materdei e a Salvator Rosa andranno avanti. Il bisogno di casa e socialità represso alla ex-Schipa troverà presto nuovi luoghi di espressione... Venerdi saremo nella manifestazione contro la repressione e l'autoritarismo indetta da un ampio arco di forze anche in difesa degli spazi occupati e che simbolicamente partirà proprio da Materdei. Stiamo infine organizzando la mobilitazione per il 12 dicembre, anniversario della strage di piazza Fontana e data simbolo di denuncia delle trame stragiste portate avanti dal neofascismo e dai servizi segreti in Italia! Difendiamo il futuro: Nessuno spazio ai fascisti e ai razzisti nella nostra città.

Rete napoletana contro il neofascismo, il razzismo e il sessismo

Notizie Correlate