Per qualche ora qualcuno, l’altro ieri, ha fatto circolare come scontata la “notizia” che lo stralunato aggressore del presidente del Consiglio dei ministri a Milano, fosse «nell’orbita dei centri sociali». Con la velocità d’una sonda Voyager, la “notizia” è altrettanto naturalmente scomparsa. Ma tant’è: non è stato che l’inizio d’un disinvolto crescendo. Relegati «i centri sociali» alla momentanea classificazione negli omissis, la costruzione politica, ideologica e culturale d’un rapporto causale nei confronti della triste parodia del tirannicidio negli anni 2000 - quasi 2010, si è rivolta contro il conflitto tout court. Non conta il paradosso, l’evidenza dell’ossimoro: conta la produzione della (inversione della) realtà a mezzo d’ingiunzione mediatica.
E’ solo la riunione dei tanti specchi ingannatori prodotti giorno dopo giorno, con meticolosità, da molto prima che una solitudine depressa consentisse al corpo solitario e assediato del sovrano di trasfigurarsi nell’esibizione del martirio. I centri sociali, appunto: gli stessi che la ministra Maria Stella Gelmini e il collega Roberto Maroni di rincalzo (o, piuttosto, viceversa) hanno di recente evocato ogni qual volta il movimento degli studenti e dei precari della conoscenza s’è riversato in piazza a contestare i provvedimenti governativi di taglio a istruzione e ricerca pubbliche e di sostegno agli interessi privati. Erano «i centri sociali violenti» a venire sovrapposti ai manifestanti dell’Onda che in piazza della Repubblica a Roma e nel centro di Torino, venerdì scorso, tanto per ricordare l’ultimo episodio, prendevano a mani nude manganellate in dovizia per il solo fatto di voler «forzare» dei «protocolli»limitativi del diritto costituzionale alla pubblica manifestazione. Tanto maggiori saranno la dovizie repressive quando studenti e precari, tornati prima o poi in piazza, saranno ormai preventivamente classificati come «i violenti dei centri sociali».
Poi, i centri sociali propriamente detti: sgomberato due volte nel giro di pochi mesi il più giovane, l’Horus 2.0 a Roma, sgomberati due centri anarchici tre giorni fa a Torino, sgomberati laboratori autogestiti nella provincia profonda del Nord come del Sud, a ripetizione. Scontri? Sassaiole? Fuochi di molotov nelle notti metropolitane? Niente di tutto ciò, eppure: gli sgomberi sono sempre più «per motivi d’ordine pubblico» e le Questure lanciano comunicati su ritrovamenti nei luoghi sgomberati di «materiale atto ad offendere». Alla sinistra viene impedito di entrare in Piazza Fontana durante l’anniversario? Si ripetono confronti a mani nude con il muro di polizia preventivamente eretto? E’, implacabilmente, «violenza dei centri sociali». E «la sinistra» finisce a sua volta in sovrapposizione, con altrettanta ingiunzione a dissociarsi o perire nell’inagibilità legittimata.
In verità, non è che si costruiscano le condizioni della repressione, o peggio dello Stato di polizia. E’, invece, che repressione e vero e proprio Stato di polizia vengono prima. Sono mesi che è legge dello Stato il “Pacchetto sicurezza” di Maroni, nonostante gli allarmi e le critiche di giuristi come di agenzie delle Nazioni Unite. Quanto a limitazione delle libertà politiche, la sua efficacia ha agito senza bisogno di allarmi se non quelli più vasti e ancor più distorsivi che rigurardano il colore stesso della pelle. E senza che le maggiori “opposizioni” rappresentative obiettino gran che. L’«allarme sociale», per stabilire “anche" la repressione politica. “Protocolli” dei sindaci a discendere. Divieto di dissenso in occasione delle “grandi occasioni” come il G8 a contornare - prima ancora e a mo’ di modello per Grecia in fiamme e Danimarca alle prese con le bugie dei Grandi sul clima sotto egida Onu. Quindi, diffusione delle manganellature conseguenti: a 360 gradi, dai “centri sociali” disinvoltamente estesi all’Onda come alle lotte per la casa come alle proteste per l’atroce morte carceraria di Stefano Cucchi e tant’altri, fino agli operai di Eutelia per mano para-poliziesca o a quelli minerari e siderurgici per mano poliziesca ufficiale.
«Terrorismo», infine. Le organizzazioni «terroristiche» smantellate negli ultimi tempi sono tutte allo stato del «progetto», della confusione e della minorità totale: pur in questa situazione. Ma alla fine dei conti è il conflitto, per quanto disperso, che deve finire ora coi denti rotti. Ed è questa situazione, che ora si vuole peggiori. In alto eccepiranno ancor meno dei pochi fin qui. E in basso, a pagare, quelle e quelli che, francamente, sono molto meno interessati di certi grandi “giornali-partito” e di tanta piccola borghesia orfana di politica “forte”, alla contrapposizione ad personam con Berlusconi Silvio. Ma il corpo del sovrano, imbellettato o ferito, non è sempre stato l’estremo ricorso simbolico del potere, nei tempi di crisi e di “stato d’eccezione”?
Anubi D'Avossa Lussurgiu da Liberazione
E’ solo la riunione dei tanti specchi ingannatori prodotti giorno dopo giorno, con meticolosità, da molto prima che una solitudine depressa consentisse al corpo solitario e assediato del sovrano di trasfigurarsi nell’esibizione del martirio. I centri sociali, appunto: gli stessi che la ministra Maria Stella Gelmini e il collega Roberto Maroni di rincalzo (o, piuttosto, viceversa) hanno di recente evocato ogni qual volta il movimento degli studenti e dei precari della conoscenza s’è riversato in piazza a contestare i provvedimenti governativi di taglio a istruzione e ricerca pubbliche e di sostegno agli interessi privati. Erano «i centri sociali violenti» a venire sovrapposti ai manifestanti dell’Onda che in piazza della Repubblica a Roma e nel centro di Torino, venerdì scorso, tanto per ricordare l’ultimo episodio, prendevano a mani nude manganellate in dovizia per il solo fatto di voler «forzare» dei «protocolli»limitativi del diritto costituzionale alla pubblica manifestazione. Tanto maggiori saranno la dovizie repressive quando studenti e precari, tornati prima o poi in piazza, saranno ormai preventivamente classificati come «i violenti dei centri sociali».
Poi, i centri sociali propriamente detti: sgomberato due volte nel giro di pochi mesi il più giovane, l’Horus 2.0 a Roma, sgomberati due centri anarchici tre giorni fa a Torino, sgomberati laboratori autogestiti nella provincia profonda del Nord come del Sud, a ripetizione. Scontri? Sassaiole? Fuochi di molotov nelle notti metropolitane? Niente di tutto ciò, eppure: gli sgomberi sono sempre più «per motivi d’ordine pubblico» e le Questure lanciano comunicati su ritrovamenti nei luoghi sgomberati di «materiale atto ad offendere». Alla sinistra viene impedito di entrare in Piazza Fontana durante l’anniversario? Si ripetono confronti a mani nude con il muro di polizia preventivamente eretto? E’, implacabilmente, «violenza dei centri sociali». E «la sinistra» finisce a sua volta in sovrapposizione, con altrettanta ingiunzione a dissociarsi o perire nell’inagibilità legittimata.
In verità, non è che si costruiscano le condizioni della repressione, o peggio dello Stato di polizia. E’, invece, che repressione e vero e proprio Stato di polizia vengono prima. Sono mesi che è legge dello Stato il “Pacchetto sicurezza” di Maroni, nonostante gli allarmi e le critiche di giuristi come di agenzie delle Nazioni Unite. Quanto a limitazione delle libertà politiche, la sua efficacia ha agito senza bisogno di allarmi se non quelli più vasti e ancor più distorsivi che rigurardano il colore stesso della pelle. E senza che le maggiori “opposizioni” rappresentative obiettino gran che. L’«allarme sociale», per stabilire “anche" la repressione politica. “Protocolli” dei sindaci a discendere. Divieto di dissenso in occasione delle “grandi occasioni” come il G8 a contornare - prima ancora e a mo’ di modello per Grecia in fiamme e Danimarca alle prese con le bugie dei Grandi sul clima sotto egida Onu. Quindi, diffusione delle manganellature conseguenti: a 360 gradi, dai “centri sociali” disinvoltamente estesi all’Onda come alle lotte per la casa come alle proteste per l’atroce morte carceraria di Stefano Cucchi e tant’altri, fino agli operai di Eutelia per mano para-poliziesca o a quelli minerari e siderurgici per mano poliziesca ufficiale.
«Terrorismo», infine. Le organizzazioni «terroristiche» smantellate negli ultimi tempi sono tutte allo stato del «progetto», della confusione e della minorità totale: pur in questa situazione. Ma alla fine dei conti è il conflitto, per quanto disperso, che deve finire ora coi denti rotti. Ed è questa situazione, che ora si vuole peggiori. In alto eccepiranno ancor meno dei pochi fin qui. E in basso, a pagare, quelle e quelli che, francamente, sono molto meno interessati di certi grandi “giornali-partito” e di tanta piccola borghesia orfana di politica “forte”, alla contrapposizione ad personam con Berlusconi Silvio. Ma il corpo del sovrano, imbellettato o ferito, non è sempre stato l’estremo ricorso simbolico del potere, nei tempi di crisi e di “stato d’eccezione”?
Anubi D'Avossa Lussurgiu da Liberazione
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