Di loro la procura possiede solo le immagini girate da un ragazzino dal terrazzo di casa sua, in via Carlo Botta, dietro via Merulana. Lui e la madre erano stati in finestra per ore, preoccupati per la sorte della macchina parcheggiata sotto casa. E' la voce della donna a urlare che quei ragazzi, immortalati a mani alzate mentre si lasciano arrestare docilmente, non c'entrano nulla con gli scontri. «Non sono loro che dovete prendere, questi stavano buoni. Non sono loro che dovete prendere». Spontaneamente, madre e figlio, porteranno il video in questura e confermeranno quelle parole: da almeno un quarto d'ora - fa fede la videocamera - erano seduti su quel gradino. Credevano di aver trovato un angolo tranquillo da cui cercare un varco per prendere una metro, raggiungere la macchina e tornare nella provincia romana. Giuseppe è uno studente di istituto tecnico, Lorenzo giardiniere, precario. Famiglie modeste ma che li seguono molto. Nessuno dei due è un attivista in senso stretto. A trascinarli in piazza, la propria condizione materiale e il tam della rete sulla nascente indignazione italiana.
L'unico atto d'accusa è il verbale degli agenti, che però in aula non li avrebbero riconosciuti. Un verbale che descrive la scena di un gruppo di 200 facinorosi respinti da S.Giovanni in via Merulana e nelle strade limitrofe. Un gruppo sempre più assottigliato fino a diventare una squadra di calcio. Gli arresti furono undici.
Lorenzo ha preso cinque anni, Giuseppe quattro. Il reato è lo stesso, resistenza aggravata a pubblico ufficiale, ma per pm e gup la differenza sta nel fatto che Lorenzo, timoroso di eventuali lanci di lacrimogeni, s'era portato una mascherina antigas che gl'hanno trovato nello zaino. «Una sentenza pesantissima e che potrebbe rovinar loro la vita - dice la loro legale, Maria Luisa D'Addabbo - ora dovremo attendere i trenta giorni che s'è riservato il gup per pubblicare la sentenza e capire quali siano i gravi indizi di colpevolezza in base ai quali è stata comminata una sentenza di una sproporzione incomprensibile».
La prima condanna a 3 anni e 4 mesi per gli scontri fu inflitta il 17 novembre a Giovanni Caputi. La seconda condanna è stata emessa il 9 febbraio al romeno Robert Scarlat, al quale sono stati inflitti due anni di reclusione per resistenza pluriaggravata e lesioni personali gravi. Alemanno - a stretto giro di agenzie - esprime il suo vivo apprezzamento per quello che sembra un madornale errore giudiziario mentre - dalla parte opposta dell'etica e della politica - Paolo Ferrero, segretario Prc - registra la pessima aria che tira a poche ore dalla manifestazione No Tav di sabato prossimo.
Una sentenza pesante e vergognosa che può far piacere al Procuratore Caselli, al capo della Polizia Manganelli ed ai loro teoremi accusatori contro i movimenti.

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