16 novembre 2011

Ilaria Cucchi: i familiari di De Cupis trattati come noi

Il caso della morte di Christian De Cupis presenta già un'analogia con quello di Stefano Cucchi: i tempi e le modalità con cui i rispettivi familiari ne sono venuti a conoscenza. A denunciarlo è Ilaria Cucchi, la sorella del ragazzo morto a 31 anni nel periodo della sua detenzione a Regina Coeli.
Di De Cupis, il detenuto romano di 36 anni morto nel reparto di medicina protetta dell'ospedale Belcolle di Viterbo sabato scorso, Ilaria premette di "saperne molto poco, ma una cosa mi ha colpito: mia madre ha saputo della morte di Stefano sei giorni dopo che non lo vedeva, lo ha saputo con il decreto di autopsia. In questo modo è stato comunicato ad una madre che il proprio figlio non c'era più". In maniera analoga, accusa Cucchi, "i familiari di questo ragazzo hanno saputo, dopo la sua morte, che il ragazzo era stato arrestato. Vengono trattate queste persone come se non fossero degli esseri umani, con del vissuto e degli affetti. In questi ambienti -conclude Ilaria Cucchi- la vita non conta niente, conta solo la loro burocrazia.

Napoli: raffica di perquisizioni contro i ‘Precari Bros’

All'alba perquisite numerose abitazioni e due sedi di movimento. Nel mirino di nuovo il movimento dei disoccupati, in particolare quello dei 'Precari Bros'.

All’alba la Digos ha effettuato 15 perquisizioni nelle abitazioni di numerosi aderenti al movimento dei ‘precari Bros’ e di altre sigle dei senza lavoro partenopei. Le perquisizioni sono state realizzate su mandato della Procura della Repubblica del capoluogo nell'ambito di una inchiesta che considera il movimento di lotta dei precari alla stregua di una associazione a delinquere. Ai perquisiti viene infatti contestato l’articolo 416 del Codice Penale.
Il procuratore aggiunto, Giovanni Melillo, spiega alla stampa che le indagini mirano a verificare se i «blocchi ferroviari, lesioni personali, danneggiamenti ed incendi, invasioni di edifici, violenze private siano o meno espressione di strategie criminose finalizzate ad un uso ricattatorio della violenza di piazza di gruppi organizzati che non si battono per l'affermazione di diritti ma apertamente pretendono il mantenimento di promesse, o presunte tali, ricevute nel quadro di pluriennali ed ambigue relazioni politico-clientelari».
Oltre a numerose abitazioni la Digos ha perquisito anche il Centro Sociale "Carlo Giuliani" e il Centro di Banchi Nuovi. Gli agenti hanno portato via pc e ‘documentazione varia’. «Uno dei nostri compagni è stato condotto in Questura ma non sappiamo a che titolo. Ci accusano di associazione per delinquere in base ad una indagine avviata dai Pm due anni fa» ha detto uno dei portavoce del movimento dei disoccupati alle agenzie di stampa. Nel corso della mattinata si annuncia quindi una massiccia partecipazione alla manifestazione, già programmata, dei disoccupati organizzati da piazza Garibaldi. Ai perquisiti sono già arrivati numerosi messaggi di solidarietà da parte dei collettivi studenteschi e dei sindacati di base.
L’inchiesta sarebbe partita già due anni fa, ma c’è chi afferma che l’improvvisa recrudescenza della repressione abbia a che fare con la clamorosa contestazione nei confronti del Sindaco di Napoli Luigi De Magistris che alcuni giorni fa ha visto come protagonisti proprio gli aderenti al movimento finito oggi di nuovo nel mirino degli inquirenti.


Di seguito il comunicato diffuso dai ‘Precari Bros’.

ANCORA UN TENTATIVO DI CRIMINALIZZARE E INFANGARE LA MOBILITAZIONE E GLI OBIETTIVI DI LOTTA DEI DISOCCUPATI E DEI PRECARI BROS.

Questa mattina (mercoledì 16) la polizia si è reacata nelle case di 15 precari aderenti ai movimenti di lotta dei disoccupati e dei precari Bros nell’ambito di una inchiesta che configura il reato di “Associazione a delinquere”.
Sono state perquisite le sedi del Centro Sociale “Carlo Giuliani” in Via Cesare Rosaroll e la sede del Comitato Banchi Nuovi in Via del Grande Archivio.
E’ evidente il tentativo della Procura della Repubblica, attraverso questo tipo di inchiesta, di infangare, attraverso l’utilizzo di un articolo del codice penale che, di solito, viene utilizzato contro delinquenti e camorristi, la lotta e le Vertenza dei Precari Bros.
Mentre, a Napoli come altrove, cresce il numero dei disoccupati, mentre le politiche padronali e governative causano la chiusura di fabbriche, mentre le amministrazioni regionali e locali chiudono ospedali e tagliano i trasporti pubblici la Procura della Repubblica si accanisce contro chi si organizza e lotta per affermare il proprio sacrosanto diritto al lavoro.
Non è la prima volta che la Procura della Repubblica prova ad infangare la Vertenza Bros. Già negli anni passati una inchiesta simile si rivelò una vera e propria bufala giudiziaria.
Nel ribadire le ragioni e gli obiettivi della nostra Vertenza i Preacri Bros rilanciano l’allarme democratico circa il tentativo di criminalizzare e soffocare una protesta sociale che non si fermerà fino all’affermazione del diritto al reddito e al lavoro.

Bologna: sgomberato l'ex cinema Arcobaleno occupato

Alle 6 di questa mattina una quarantina fra agenti di polizia e carabinieri circondano i portici davanti all'ex cinema Arcobaleno occupato. La polizia in assetto antisommossa è intervenuta, sgomberando lo stabile e sollevando di peso gli occupanti. Le forze di polizia, chiamate dal sindaco Merola - degno successore dello “sceriffo” Cofferati - hanno sgomberato quel posto, per restituirlo al nulla al quale l’occupazione lo aveva sottratto.
Alle sette una bordata di fischi accoglie la serranda dell'ex cinema che si abbassa e mette fine allo sgombero. Gli occupanti pensano già al dopo: finita l'operazione di polizia sollevano la statua di Santa Insolvenza, simbolo della loro protesta, e la portano in giro per la città. Slogan contro il sindaco urlati col megafono mentre marciano sotto la Questura e il Comune blindatissimo, poi tornano davanti all'ex cinema Arcobaleno e infine, sugli scalini di Sala Borsa, annunciano una conferenza stampa per oggi alle ore 16.
Un luogo pubblico, un luogo che apparteneva alla comunità è stato sequestrato dagli interessi privati. Come accade sempre più spesso gli interessi del profitto, della rendita immobiliare e della speculazione prevalgono sugli interessi della comunità. Avrebbero voluto aprire un supermercato, in quel posto. Ma non ne possono mutare la destinazione d'uso, quindi il cinema ex Arcobaleno, non più cinema, è diventato un buco nero, un monumento al nulla culturale di questa classe politica corrotta e asservita alla dittatura finanziaria. E tale deve rimanere: un monumento al nulla.

15 novembre 2011

Viterbo: Detenuto muore, aveva denunciato pestaggio da parte degli agenti della Polfer


Cristian De Cupis

Una storia già vista troppe volte. Nove novembre, in mattinata, Cristian De Cupis, 36 anni, una vita complicata, come tanti, viene fermato dagli agenti della polizia ferroviaria alla Stazione Termini di Roma. Secondo le forze dell’ordine, con versioni diverse e discordanti, avrebbe dato in escandescenze, un normale fermo che diventa in arresto. Resistenza a pubblico ufficiale o pestaggio vero e proprio? Fatto sta che viene condotto all’ospedale romano di S. Spirito. Presenta lividi in fronte ed escoriazioni, denuncia – su consiglio degli stessi medici – i maltrattamenti ma viene trasferito, per ragioni ancora da comprendere presso l’ospedale di Belcolle, a Viterbo, dove viene sottoposto a tutti gli esami di rito, compresa una Tac. L’arresto viene convalidato, si aspetta solo il termine del ricovero per mandare Cristian agli arresti domiciliari. Chi lo incontra lo definisce a tratti agitato e a tratti lucido, ma nulla lascia presagire il seguito. La mattina del 12 novembre Cristian muore, per cause ancora da accertare. I suoi familiari nel frattempo non vengono a sapere nulla, Ricevono una telefonata quando il decesso è già avvenuto. "Ha denunciato, al Pronto Soccorso di un ospedale di Roma, di essere stato pestato dagli agenti della Polfer che lo avevano arrestato. " denuncia il fratello.
Il garante per i detenuti, Angiolo Marroni, ha già disposto, in attesa dell’esame autoptico, una nota al ministro della Giustizia e a quello dell’interno, per chiedere chiarimenti e approfondimenti.
Sulla morte di Cristian De Cupis, detenuto romano nel carcere di Viterbo, Giovanni Russo Spena, responsabile dipartimento giustizia di Rifondazione comunista, ha dichiarato: “Occorre accertare al più presto le cause della morte di De Cupis. L’episodio è l’ennesima dimostrazione della drammatica situazione in cui versano le carceri italiane: da Stefano Cucchi in poi anche l’opinione pubblica ha realizzato che la tortura, nei nostri istituti di pena, è purtroppo una realtà. Per risolvere il problema delle carceri in questo Paese noi chiediamo e sosteniamo la decarcerizzazione e la depenalizzazione dei reati, per scongiurare o almeno ridurre in primis il sovraffollamento, che è una costante pressoché in tutti i penitenziari italiani. Ci auguriamo che venga fatta luce nel più breve tempo possibile sulla fine di De Cupis. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà alla famiglia del giovane morto a Viterbo”.

C’è però la solita atmosfera di omertà, sembra di rivivere l’incubo della storia di Stefano Cucchi e di tanti altri morti di Stato

14 novembre 2011

Napoli: Tensione tra disoccupati e polizia

A Napoli questa mattina due diverse proteste stanno bloccando la città.
Tensione e scontri a Napoli per un corteo non autorizzato realizzato da un centinaio di aderenti al movimento di disoccupati organizzati «Banchi Nuovi».
Il gruppo di disoccupati si è concentrato in via Vittorio Colonna ed è entrato in contatto con la polizia a piazza San Pasquale. Lì si sono verificate delle tensioni con le forze dell'ordine che hanno intimato loro di disperdersi. Poco dopo il gruppo di manifestanti si è nuovamente riunito in piazza Trieste e Trento dove, ancora una volta, è entrato in contatto con la polizia. Dopo essere stati allontanati dalla polizia, i disoccupati organizzati si sono spostati in una strada parallela a via Roma, nei Quartieri Spagnoli tallonati dalla polizia che presidia la zona che va da piazza Trieste e Trento a piazza Carità.
Un gruppo di lavoratori dell'Arpac, l'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Campania, sta invece effettuando un blocco stradale in via Nuova Poggioreale, nei pressi della sede dell'agenzia. I lavoratori protestano contro il mancato pagamento dei loro stipendi e chiedono un incontro urgente con il direttore dell'Agenzia per sbloccare la situazione.

fonte: contropiano.org

Carceri: 58 suicidi in 2011 uno ogni 5 giorni.

Con gli ultimi due suicidi avvenuti a Napoli e Reggio Emilia sale a 58 il bilancio dei detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri italiane nel 2011, una media di un suicidio ogni 5 giorni, mentre sono in totale 164 ad oggi i decessi. Sabato scorso due detenuti si sono suicidati. Erano uomini con gravi problemi psichici. Il primo era stato protagonista, il giorno prima, di una vera e propria notte di follia seminando il terrore in diverse abitazioni ed accoltellando, nel tentativo di ucciderle, la compagna, la madre, la sorella e una vicina. I carabinieri - racconta Riccardo Polidoro, presidente dei 'Il Carcere Possibile Onlus' -lo hanno trovano chiuso in bagno con un grosso coltello. Si è impiccato nella casa circondariale di Poggioreale, riuscendo a fare un cappio con la coperta.
Il secondo era stato condannato, due settimane fa, a 20 anni di reclusione e 5 anni di cura in ospedale psichiatrico giudiziario, per aver ucciso con una pistola e un fucile a pompa, il 25 aprile, l'ex moglie, una vicina di casa e un conoscente. Si è impiccato nell'Opg di Reggio Emilia. "Due storie simili - spiega Polidoro - che hanno in comune anche l'assoluta incapacità del sistema penitenziario di garantire il necessario controllo in situazioni di accertata pericolosità. Se si consente ad una persona reclusa, a 24 ore da folli gesti, di togliersi la vita vuol dire che ormai lo stato di abbandono è totale".
"Per la sopravvivenza dei detenuti, cioè per il cibo, oggi vengono spesi 3,95 euro al giorno, mentre per il trattamento 11 centesimi. Cifre - aggiunge - che non hanno bisogno di commenti e che lasciano comprendere come quello 'stato di emergenza' proclamato dal Consiglio dei Ministri il 29 marzo 2010 e poi prorogato per tutti il 2011, debba essere davvero affrontato, senza più alcun rinvio, con interventi concreti".

fonte TMNews

13 novembre 2011

Cronaca di una partita di pallone fra comunisti e uomini ombra

Alcuni vivono per la politica, molti della politica (Max Weber)

Sabato 29 ottobre del 2011 dentro l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) di Massima Sicurezza di Spoleto per la prima volta in assoluto c’è stata una partita di calcio tra una squadra composta da ergastolani ostativi ( cattivi, i colpevoli per sempre) e una composta da dirigenti e militanti del partito di Rifondazione Comunista, da associazioni mutualistiche, politiche e culturali e da lavoratori in lotta della Fiat di Pomigliano.
Per gli ergastolani ostativi tutti i giorni sono uguali, rotondi e vuoti, ma oggi è stata una giornata diversa da tutte le altre. Mi sono svegliato presto, ero preoccupato per il tempo e subito ho guardato fra le sbarre il cielo per vedere se pioveva o se era nuvoloso. Quando ho visto che la giornata non era troppo bella, ma neppure troppo brutta per non poter giocare la partita, ho tirato un grosso respiro di sollievo. All’apertura delle celle sono andato dal dentista e poi subito di corsa al campo sportivo del carcere. Erano già tutti lì prima di me, gli operai cassaintegrati di Pomigliano, Giovanni Russo Spena (ex senatore della Repubblica) Mario Pontillo e Italo Di Sabato (dell'Osservatorio sulla Repressione), Giuliano Capecci dell’Associazione Liberarsi, (un fratello adottivo che mi segue da venti anni) Nadia e Giuseppe della Comunità Papa Giovanni XXIII ( due angeli fra molti diavoli rossi) e tanti altri che io non ricordo i nomi ma il mio cuore ricorda bene i loro visi e i loro meravigliosi sorrisi. Ho iniziato a salutare e abbracciare tutti e subito vengo a sapere che il Ministro di Giustizia ci ha vietato le riprese televisive, ci ha autorizzato solo di fare una foto di gruppo. Peccato, ma non fa nulla, non mi arrabbio, non voglio rovinarmi la gioia di questa giornata diversa da tutte quelle passate e da tutti quelle che verranno. Intanto la partita incomincia, si nota subito che le due squadre sono diverse perché la nostra è composta esclusivamente da uomini ombra (ergastolani ostativi). Poi per miracolo e magia anche gli uomini ombra s’illuminano d’amore sociale e non noto più nessuna differenza fra le due squadre. I miei compagni smettono di essere uomini ombra, mi sembrano pieni di luce come i giocatori dell’altra squadra, sorridono ed esultano ogni volta che segnano un goal.
Finita la partita, per la cronaca cinque a cinque, si va alla biblioteca del carcere e inizia il momento più politico, comunicativo della giornata:

-Anche la fabbrica è diventata un carcere e devi chiedere persino il permesso di andare in bagno

-Finirò la mia pena nel 9.999.999, ma credo che in quel anno non ci sarò più, almeno in questo mondo. Forse sarò da un’altra parte, ma spero che l’aldilà non esista perché non vorrei continuare a scontare la mia pena anche nell’altro mondo.

-Come la maggioranza dei partiti sfruttano la criminalità per farsi eleggere, poi sfruttano pure gli operai per farsi mantenere.

-La condanna più assurda è una pena che non finisce mai, perché non è ragionevole ritenere una persona colpevole e cattiva per sempre.

- Lottiamo insieme e uniti per cambiare e portare legalità e diritti dentro e fuori nelle fabbriche.

-Per prima cosa al mattino quando apro gli occhi guardo le sbarre della mia finestra per assicurarmi che mi trovo dove un giorno dovrò morire. Si vive come morti che respirano, ma che cazzo di giustizia ci potrà mai essere in una pena che non finisce mai?

Poi arrivano le guardie, bisogna andare via, ci scambiamo gli ultimo saluti, gli ultimi abbracci, gli ultimi sorrisi e gli ergastolani ostativi ridivengono uomini ombra, ma con la speranza là fuori di non essere più soli.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, novembre 2011

Reggio Emilia: suicidio all’Opg, internato di 40 anni si impicca in cella

Un uomo di 40 anni, che era internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, si è impiccato nella sua stanza questa mattina dopo il colloquio con i familiari. Lo ha reso noto il sindacato della polizia penitenziaria Sappe, aggiungendo che - nonostante l’immediato intervento del personale sanitario dell’ospedale psichiatrico e degli operatori del 118 - non c’è stato niente da fare per l’uomo, “che aveva commesso tre omicidi”.
L’uomo - spiega Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe - era ristretto in uno dei cinque reparti gestiti esclusivamente da personale medico e paramedico, dove si svolge la sperimentazione sulla sanitarizzazione degli ospedali psichiatrici, cioè la gestione affidata al solo personale medico e paramedico, senza la presenza del personale di polizia penitenziaria.
“Dobbiamo ricordare - aggiunge Durante - che esiste una legge che prevede la dismissione di tali strutture, con passaggio delle stesse all’esclusiva competenza della sanità e relativa territorializzazione dell’esecuzione di tali misure. Oggi, in Italia, esistono sei ospedali psichiatrici, ognuno dei quali ha una competenza extraregionale. Ogni regione dovrebbe dotarsi di una propria struttura, per ospitare gli internati appartenenti al proprio territorio. L’Emilia-Romagna ha già firmato un protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’ Amministrazione penitenziaria, anche se al momento sembra che nessuna delle regioni interessate abbia individuato la struttura per ospitare gli internati. Bisogna comunque tenere conto del fatto che alcuni di questi internati sono soggetti molto pericolosi, per i quali è necessario dotarsi di strutture adeguatamente attrezzate”.
È Omar Bianchera, un autotrasportatore di 45 anni che il 25 aprile dello scorso anno aveva ucciso nel Mantovano - con due pistole e un fucile a pompa - l’ex moglie, una vicina di casa e un conoscente con cui in passato aveva avuto rapporti di affari, l’uomo che si è impiccato questa mattina nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia.
Appena due settimane fa, il 28 ottobre, Bianchera era stato condannato a vent’anni di carcere più cinque di cura in ospedale psichiatrico. La sentenza era stata pronunciata a porte chiuse dal Gup di Mantova, Gianfranco Villani; il Pm aveva chiesto l’ergastolo. Sulla sentenza ha pesato la perizia psichiatrica che aveva dichiarato l’imputato seminfermo di mente. Bianchera - già detenuto nell’Opg reggiano - aveva assistito impassibile all’udienza e alla lettura della sentenza.
L’uomo, dopo il triplice omicidio compiuto tra Volta Mantovana e Monzambano, era fuggito per essere poi rintracciato ad Anfo, nel Bresciano, dove si era arreso senza opporre resistenza.

fonte: Ansa

11 novembre 2011

La storia di Malik noi non l'archiviamo !

NON E' SUCCESSO NIENTE...

Nella giornata di mercoledì 12 ottobre abbiamo appreso dai legali di Malika Yacout che il medico legale e l'ufficiale Giudiziario imputati di "violenza privata" e "lesioni personali in concorso di reato" NON SONO
STATI RINVIATI A GIUDIZIO, questa è la decisione del Giudice dell'Udienza Preliminare, quindi il caso è chiuso, e il procedimentoarchiviato...
Non è successo niente...
Il giorno dello sfratto il 3 dicembre del 2004, Malika (cittadina italiana e marocchina) era in avanzato stato di gravidanza (al sesto mese), viene bloccata, strattonata e gettata per terra da cinque uomini, e mentre la  tengono ferma, le vengono praticate due iniezioni pesantissime per sedarla, si saprà, diversi giorni dopo, che i farmaci in questione sono due neurolettici, Largactil e Farganese. Questi farmaci possono avere, come sottolineato anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità effetti dannosi sul feto in qualsiasi periodo della gravidanza.
La donna viene accompagnata al reparto di Psichiatria di S.M.NUOVA con un TSO, mai convalidato da nessuno...eppure il Trattamento Sanitario Obbligatorio le è stato APPLICATO...
Oltre al danno la beffa! Infatti questa settimana Malika ha avuto, dopo 6 anni, la dichiarazione di Ballerini (psichiatra, all'epoca primario di S:M:Nuova, ma che non era presente al momento del TSO) che Malika non è e non era affetta da nessuna patologia psichiatrica. Dichiarazione fondamentale che nessun giudice e nessun avvocato ha mai preso in considerazione.
Insomma, una serie di abusi che vanno dal sequestro di Persona alle alle minacce, dalla violenza privata all'abuso d'ufficio, alle lesioni (quelle provocate alla figlia che oggi ha 6 anni) ma secondo il Giudice
non è successo niente.
Insieme a Malika e al suo avvocato è stato deciso di fare ricorso in appello per riaprire il caso e, qualora si chiudessero tutti i gradi di giudizio, faremo anche ricorso alla corte di giustizia europea.
Intanto in questi giorni è stato informato il consolato del Marocco, che avrebbe il dovere di prendere posizione.

Le donne del Movimento di Lotta per la Casa e il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud continueranno la comune battaglia per richiedere VERITA' E GIUSTIZIA sul quel BARBARO episodio.

sabato 12 novembre presidio 10.30 Piazza San Firenze  a seguire conferenza stampa alle ore 11.30.

 
Le donne del movimento di lotta per la Casa di Firenze
Il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa

Testimonianze: l'omicidio di Carrus Maria Rosanna

Buongiorno mi presento sono Massimo Uccheddu figlio della signora Maria Rosanna Carrus Vedova pensionata di 71 anni uccisa e data alle fiamme nella sua casa in sardegna Comune di Siliqua provincia di Cagliari da tre ragazzini del paese (di cui 1 minorenne all’ epoca dei fatti )e ritrovata nella sua casa semicarbonizzata il 10 Aprile 2010 dai vigili del fuoco intervenuti x domare l’ incendio divampato nel cuore della notte.SILIQUA è 1 PAESINO CON CIRCA 4000 ABITANTI e si conoscono tutti ;la rapina in casa in danno agli anziani soli era un abitudine che alcune persone attuavano gia da tempo ( anni ) e tutti in paese sapevano chi erano queste persone : lo dicono tutti anche le forze dell’ ordine solo che loro hanno a loro dire le mani legate perché la gente non li aiuta…………
Ci sono molti lati oscuri che vanno chiariti in questa vicenda,innanzitutto le forze dell’ ordine erano state allertate prima che accadessero i fatti ma( nell’ occasione una persona era andata in caserma a denunciare che alcune persone avevano espressamente dichiarato di voler entrare a casa di mia madre e di un altro anziano per rapinarli,fornendo anche nomi e cognomi delle stesse che in seguito si sono rivelate autori dei fatti, e tutto questo risulta agli atti della magistratura ) non hanno fatto nulla dopo 11 dico undici rapine in casa a danno di anziani indifesi commesse nell’arco di 6 mesi questi signori non fanno niente.( l’ultima prima di mia madre il giorno 02 Aprile 2010 con tanto di denuncia presentata alle stesse autorità)6 giorni prima……….
Dalla mattina del giorno 08 Aprile 2010 ore 10,30 quando come da verbale di servizio la persona a conoscenza dei fatti si presenta in caserma per denunciare non viene redatto nemmeno un verbale delle dichiarazioni, alla stessa viene chiesto di lasciare un recapito telefonico per essere contattata da un superiore.
Il superiore contatta telefonicamente la persona informata sui fatti alle 18,30 circa dello stesso 08 Aprile 2010 e la persona conferma telefonicamente quanto detto nella mattinata al suo subordinato,nessuno si sogna di andare ad avvisare mia Mamma soprattutto chi per dovere ha l’ obbligo di prevenire certi crimini……….sembra pazzesco ma è tutto vero e questo è quanto risulta dalla documentazione messa agli atti dalla magistratura non mi stò inventando niente,,,peccato che quando si toccano certi tasti o certi appartenenti alle forze dell’ ordine si sollevano muri di gomma e certa stampa addomesticata ti ascolta ma poi scrive quello che gli pare per non mettere in imbarazzo quei membri di certe forze dell’ ordine che gli danno le notizie fresche da mettere in esclusiva dimenticandosi però che prima si dovrebbero avvisare perlomeno i figli della vittima cosa che con noi non è avvenuta, anzi ; mentre sindaco funzionari e lacchè vari si complimentavano tra di loro con sorrisi ( cosa avevano poi da ridere )e strette di mano davanti alle telecamere della tv locale noi figli della vittima eravamo confinati in albergo( cercato da noi……che si arrivava con il traghetto dalla Brianza) nella più totale disinformazione con la scusa che non ci potevano dire nulla perché c’ era un indagine in corso……..ma come con la stampa parlate alla tv fate dichiarazioni e a noi non ci avvisate e non dite niente per via delle indagini?
Mi son detto qui c’è qualcosa che non ci dicono……..e infatti poi il 27 Ottobre 2010 sono andato a Cagliari presso la cancelleria del tribunale a ritirare tutti i documenti messi agli atti dal pubblico ministero………..e leggendo quei documenti ho capito perché a noi figli non hanno detto niente………hanno cercato di coprire le loro mancanze mia Mamma è stata uccisa lo stesso giorno : il 08 Aprile 2010 alle 14,00 15,00 circa dopo essere stata aggredita nel cortile di casa sua ,picchiata imbavagliata legata e soffocata con una maglietta spinta in fondo alla gola mentre uno dei due maggiorenni la immobilizzava l’ altro metteva a soqquadro tutta la casa in cerca di denaro e oggetti di valore e poi veniva aiutato dall’ altro perché mia madre aveva perso i sensi……..mentre il minorenne faceva il palo fuori nelle vie circostanti controllando che non vi fossero in giro i tutori dell’ ordine e della “pubblica sicurezza”dichiarazioni a verbale di indagato in procedimento penale dopo che lo stesso aveva chiesto di essere sentito dal magistrato in carcere e altra dichiarazione a verbale dell’ altro indagato sentito in seguito sempre dal magistrato.
Il giorno 08 Aprile in tarda serata la persona a conoscenza dei fatti contatta gli appartenenti alle forze dell’ ordine per riferire che ha notato un anomalia in casa di mia madre la serranda basculante è aperta cosa che non è nelle abitudini di mia madre ,i tutori dell’ ordine si fermano controllano i cancelli e risultano chiusi guardano con il faro brandeggiante in dotazione e vedono le persiane chiuse e il portoncino all ‘interno del cortile accostato come se fosse chiuso ma non si accertano suonando il campanello o chiamando mia madre ne mai l’ hanno fatto nell’ arco di tutta la giornata.nel frattempo gli esecutori della rapina come da loro dichiarazioni rese a verbale d’ interrogatorio stanno già aspettando il momento opportuno per rientrare in casa di mia madre e hanno pianificato un incendio per poter cancellare le tracce del loro passaggio visto che uno di loro è pregiudicato ed entrambi non avevano guanti.
Praticamente entrano dal retro come avevano già fatto nel primo pomeriggio durante la rapina e (si verrà poi a sapere leggendo gli atti anche la notte precedente senza esito perché mia madre era chiusa in casa)usando gli abiti le lenzuola e le coperte come delle micce e dirigendole da una stanza all’ altra imbevendo le stesse con liquido infiammabile appiccano un incendio nel piano abitativo della casa, nel seminterrato dove si trova una cucina rustica c’è il corpo di mia madre ormai senza vita, a loro dire e come risulta anche dal referto del medico legale,i due prendono un materasso lo sistemano sopra il corpo di mia madre lo imbevono di liquido infiammabile e con lo stesso fanno una scia fino alla porta che da sul cortile e poi danno fuoco e scappano scavalcando il muro di cinta.
E già la terza volta che entrano in casa di mia madre e 2 volte nello stesso giorno in cui sono state allertate le forze dell’ ordine.
Ora io mi faccio queste domande :i tutori dell’ ordine a noi dicono che nessuno li aiuta…….ma quando un cittadino rompe il muro del silenzio e li aiuta loro cosa fanno? Non si degnano di avvisare mia Mamma ne controllano le persone segnalate nonostante l’ ultimo colpo l’ abbiano fatto 6 giorni prima e quando vengono invitate a notare certi particolari rilevanti trattano gli argomenti con superficialità dopo ben 11 casi già accaduti e sapendo che le persone segnalate sono quelle che commettono questi reati .Hanno controllato a loro dire e sempre se questo si chiama controllare…. solo la parte davanti della casa e dietro? Forse i rapinatori conoscevano meglio il territorio di loro?
Veniamo al giorno 09 Aprile 2010 tutto tace nessuno si presenta a casa di mia madre cosi per curiosità x vedere se x caso è stata rapinata se quella basculante lasciata aperta è stata 1 dimenticanza se per caso ci viene voglia di avvisare la signora se si ha anche voglia di chiedergli se ha notato qualcosa di strano scambiare due chiacchere accertarsi che sia viva……insomma fare il lavoro per cui sono pagati oltre ad aver prestato giuramento e aver letto in che cosa consiste il lavoro che hanno scelto…….
Macche neanche l’ ombra di una divisa…….pero come da quanto risulta agli atti qualcuno si muove e con l’ aiuto di altre persone va a verificare come mai in paese non si parla dell’ incendio che hanno appiccato nella notte e manda prima qualcun’ altro a controllare e poi si accerta personalmente e vede che a parte qualche segno di bruciatura visibile dal cancello sul retro la casa è ancora li…però strano che le forze dell’ ordine non siano passate nella strada che da sul retro della casa se passavano e si affacciavano vedevano i segni che il fumo aveva lasciato sopra la facciata all’ altezza della porta che da sul cortile e invece niente……e magari passando avrebbero incrociato i rapinatori e ora anche assassini che andavano a controllare e invece niente ancora…….
Quindi per tutto l’ arco della giornata (a parte le perlustrazioni dei criminali e di alcuni loro amici fiancheggiatori che erano al corrente dell’ omicidio e dell’ intenzione dei criminali di appiccare un ulteriore incendio più devastante (come dichiarazione messa a verbale quindi agli atti) che facesse crollare tutta la casa)nessun tutore dell’ ordine viene colto dal dubbio e si premura di andare a controllare.
Magari si faranno un giro di sera o di notte e invece nulla anche stavolta……
I criminali invece ci tornano a casa di mia madre e passano dalla parte davanti ,dall’ ingresso principale rompendo la serratura del cancello e aprendo la famosa basculante( mai controllata in precedenza e lasciata accostata )mettono la diavolina su un’ auto parcheggiata nell’ autorimessa e danno fuoco.
Si allontanano e vanno a casa di uno dei due poi uno di loro torna indietro per controllare che l’ opera proceda ma tornando vede che il fuoco si è spento, allora ritorna a casa del complice e lo convince a ritornare sul posto per appiccare un nuovo incendio.
Detto fatto entrando sempre dall’ingresso principale riappiccano l’ incendio e questa volta la casa va in fiamme alle ore 03,00 circa della mattina del 10 Aprile 2010 i vicini sentono le pignate dell’ autorimessa esplodere e chiamano i vigili del fuoco il resto è storia di cronaca riportato dalle tv nazionali e dai quotidiani con farciture e fantasie varie tranne che per alcuni più vicini alle forze dell’ ordine che avevano l’ imbeccata giusta.
Morale la persona che ha avvisato le forze dell’ ordine è stata intervistata da un inviato di un’ emittente privata con la promessa che l’ intervista si sarebbe svolta nell’ anonimato e con la voce contraffatta , peccato che le promesse si sono rivelate parole al vento ed è stata riconosciuta e minacciata di morte per aver denunciato le intenzioni di quei criminali.
Ora si trova in una località lontana ma ha perso il lavoro , le forze dell’ ordine non la proteggono ne la aiutano altri organi governativi, anzi qualcuno che indossa la divisa si è anche permesso di intimidire questa persona dicendo che innanzitutto la hanno minacciata due donne( come se le donne non sono in grado di portare a compimento delle minacce fatte tra l’ altro in presenza di appartenenti alle forze dell’ ordine e testimoni dichiaranti vari di cui agli atti, nonostante questo senza alcun riscontro di altri organi competenti in materia e con il chiaro intento di attribuirsi i meriti della cattura dei criminali dicendo quelli li curavamo già da 1 anno e mezzo e li prendevamo anche se non c’eri tu.
Ma allora perché non li avete presi? Perché mia Mamma è morta assassinata?perchè dopo 5 volte che sono entrati in casa e hanno fatto quello che han voluto si lavano la faccia con il sangue di mia Mamma e nessuno ci dice dove erano e cosa aspettavano ad intervenire?
Premetto che in quel periodo ( Aprile 2010 )si era in campagna elettorale per le provinciali e un po’ tutti a partire dal sindaco che ci ha fatto un sacco di promesse ( far portar via le masserizie e i mobili bruciati all interno della casa a spese del comune quando ci avessero dissequestrato la casa)rivelatesi poi prese in giro di cattivo gusto…..(sono andato in Comune per chiudere le utenze e mi hanno consegnato il modulo x pagare l’ i.c.i. e la t.a.r.s.u. dicendomi che anche se la casa era andata bruciata ed era sotto sequestro erano dovute…….vergogna non avevo fatto il funerale a mia Madre e già chiedono soldi )il tutto per lavarsi la faccia in periodo di elezioni, a quel signore ho scritto 2 volte mai risposto.
Queste sono cose che lasciano rabbrividire se penso che la nostra sicurezza dipende da certa gente e gli esiti del loro operato sono il favoreggiamento all’ esecuzione di :rapine con percosse ai danni degli anziani soli ed indifesi con risvolti come l’ efferato delitto di mia Mamma ,incendi dolosi ad auto ed abitazioni e dopo…….il menefreghismo totale: la schifosa farsa di approfittare della situazione per attribuirsi dei meriti e coprire i demeriti e la negligenza del loro operato con un arroganza che ha del grottesco ci hanno provato anche con me appena arrivavo in paese si presentavano subito e mi chiedevano signor Uccheddu quando riparte?poi siccome hanno capito di che pasta sono fatto hanno cominciato a chiedere ad altre persone se sapevano cosa io facevo in paese di che e con chi parlavo dove andavo cosa avevo in mente e quando me ne andavo….
Io in paese ora ci sono rimasto anzi ho pure fatto la residenza…..perchè non chiedono alle famiglie di quei delinquenti quando se ne vanno?

Io non me ne vado e non mollo…….
Detto questo sono in possesso di tutti i documenti AGLI ATTI compresi i filmati del R.I.S. immagini crude e che fanno riflettere.
Se qualcuno pensa che questa storia meriti dell’ attenzione……..come questa ce ne sono tante perché si leggono tutti i giorni sui giornali.
Anziani ci vogliamo diventare tutti chi ha lavorato una vita facendo sacrifici ha il diritto di vivere la vecchiaia in tranquillità e protetto.
Contattatemi metterò tutto il materiale in mio possesso a disposizione perché venga a galla la verità scritta in quei verbali ,fate cadere questa moda infame.


P.S. il giorno 24 01 2011 presso il Tribunale dei Minori di Cagliari alle ore 09,00 ci sarà la prima udienza dibattimentale del processo a Porte Chiuse che vede imputato il Minore all’ epoca dei fatti(ora maggiorenne: lo è diventato due mesi dopo l’omicidio IL 22 06 2010 però gode della tutela delle leggi che regolano il trattamento dei Minori): noi figli della Vittima possiamo partecipare Ascoltare Senza intervenire e senza alcun diritto di replica se non solo a cose fatte cioè a Sentenza Emessa ed Inappellabile DA PARTE DELLE PERSONE OFFESE Con un eventuale Memoriale…….
Oltre al Dolore al Danno e i problemi ( economici non indifferenti Perché poi ci sarà un altro procedimento per i 2 maggiorenni coinvolti ed esecutori materiali dell’omicidio e i processi costano)che dovremo affrontare Io ,Mia Sorella Rita e le nostre Famiglie, ecco La beffa…….processo rinviato al 03 marzo 2011 perchè al P.M. mancano i verbali di 2 interrogatori.........ma come dobbiamo arrivare noi da milano per dargli copia durante il processo? a quegli interrogatori ha partecipato anche il P.M. perchè è 1 indagine congiunta, e poi c'è anche la sua firma su quei verbali....... ( il P.M. sostiene che c'è stata una mancanza del suo ufficio ) la difesa del minore chiede che vengano refertati gli esiti degli esami istologici :sono Stati effettuati durante l' autopsia dei prelievi su quel che resta del corpo di mia mamma si parla della data del 14/15 aprile 2010 e tuttora non si sà come mai quegli esami non sono ancora stati effettuati eppure hanno fatto la spola tra CAGLIARI e ROMA....COME SE IN QUESTO LASSO DI TEMPO IN QUEI LABORATORI SI FOSSE FERMATO IL MONDO E QUINDI??? IL P.M. decide comunque di andare al giudizio immediato senza fornire una motivazione valida........morale come già detto sopra processo rinviato tanto noi coglioni buttiamo via soldi tempo e salute e chi paga siamo noi di tasca nostra e le nostre famiglie a cui facciamo mancare il pane..........ma chi se ne frega? mica pagano loro e il tempo i sacrifici e la salute mica sono loro........beh io penso che abbiamo già pagato abbastanza ma al P.M. non basta e quindi in una assurda quanto inqualificabile ricostruzione della persona di mia mamma tira fuori sbagliando pure le date nonostante avesse davanti ( lo spero ) copia degli atti , tutto quello che sa fare è dire che mia mamma era 1 persona che parlava da sola.........perchè molti anziani che vivono da soli lo fanno..........MA QUESTO P.M.???? CHI CE L' HA MESSO LI ????? non mi invento niente quanto e accaduto viene registrato e trascritto per nostra fortuna ADESSO BASTA X FAVORE DATECI VOCE AIUTATECI VOI

QUESTI SONO INDIRIZZI WEB SU CUI POTETE TROVARE IMMAGINI NOTIZIE E VIDEO INERENTI LA VICENDA DI MIA MAMMA

Certo di un vostro gentile riscontro.

Vogliate gradire: Cordiali saluti.

Massimo Uccheddu


10 novembre 2011

Processo Cucchi: infermiera testimonia “mi disse che a picchiarlo furono i Carabinieri”

Continuano le udienze del processo per accertare le cause della morte del giovane Stefano Cucchi. Il romano 31enne, arrestato con l’accusa di spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti, morì dopo un ricovero durato quattro giorni nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini.
Imputati nel processo che si svolge in Corte d’Assise sono tre guardie penitenziarie, tre infermieri e sei medici. Ieri è stato uno di quei giorni in cui un testimone è venuto a confermare quanto detto durante la fase di indagine. Si tratta di una delle infermiere dell’ospedale Sandro Pertini, Silvia Porcelli: “Stefano Cucchi mi disse che qualcuno gli aveva menato e che erano stati i carabinieri - ha detto.
Quando dissi a Stefano che avrei dovuto chiamare gli agenti come testimoni di quello che mi diceva - ha aggiunto Porcelli - lui, mentre stavo per uscire dalla stanza, mi disse “non chiamare nessuno, tanto non lo ripeto”. Da quel momento ha cominciato a negare tutto, anche il fatto che aveva già detto di essere celiaco”. Ieri in aula è stato anche visto un video dei sotterranei delle celle del tribunale, dove secondo i pm Cucchi fu picchiato dagli agenti penitenziari, pestaggio suffragato dalla testimonianza Yaya Samura già raccolta in incidente probatorio. La difesa degli agenti ritiene che da quella posizione era impossibile vedere. Mentre secondo i pm la visuale era adeguata.

fonte: il manifesto

9 novembre 2011

15 Ottobre: arrestato un 19/enne

Un altro giovane è stato arrestato per gli scontri alla manifestazione dello scorso 15 ottobre, nella capitale. Si tratta di un ragazzo di diciannove anni, romano, finito ai domiciliari, che aveva tentato di assaltare il mezzo idrante della polizia in piazza S.Giovanni. L'accusa è di devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata. La misura restrittiva è stata emessa dal gip Riccardo Amoroso nell'ambito delle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti e avviate dagli agenti del commissariato Trevi della questura di Roma.

Omicidio Cucchi: video conferma versione del supertest

La pubblica accusa, al processo per la morte di Stefano Cucchi in corso davanti alla corte d’assise di Roma, ha mostrato nell’udienza un filmato realizzato dai tecnici della polizia scientifica con le riprese delle camere di sicurezza in cui il trentenne geometra romano venne portato la mattina del 16 ottobre 2009, poche ore dopo il suo arresto per detenzione di una piccola quantità di droga, in attesa dell’udienza di convalida del fermo. In questi luoghi, secondo l’accusa, Cucchi fu picchiato da alcuni agenti della polizia penitenziaria; dopo l’udienza fu portato a nel carcere di Regina Coeli, da qui al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli e poi nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini, dove morì una settimana dopo l’arresto.
Il filmato è stato realizzato il 24 novembre 2009 alla presenza di Yaya Samura, il testimone originario del Gambia il quale sostiene di aver visto alcuni uomini “con la divisa blu” picchiare Stefano. In particolare Yaya Samura disse di aver visto la scena dallo spioncino della camera di sicurezza in cui lui era rinchiuso; lo spioncino è stato ripreso dai tecnici della Scientifica, i quali hanno anche realizzato la ripresa di ciò che da quel piccolo spazio era possibile vedere. Il testimone era chiuso nella cella numero 5, mentre Cucchi si trovava nella numero 3.

Rovigo: picchia un detenuto, ex agente penitenziario condannato

Era già finito in manette per aver chiesto 2.500 euro a un detenuto in cambio dell’uso del proprio cellulare. E due anni fa era stato rinchiuso nel carcere di Padova, con un anno e cinque mesi da scontare per corruzione. Ma per l’ex agente di polizia penitenziaria Luigi Marini, 42 anni, non è finita, perché tra capo e collo gli fiocca un’altra pena. Ieri il tribunale lo ha condannato a un anno e mezzo di reclusione per le lesioni procurate a un detenuto. Assoluzione piena invece, come chiesto dal pm Stefano Longhi, per il reato di abuso d’ufficio.
Il rodigino, residente a Costa, era imputato per alcuni episodi avvenuti all’interno della casa circondariale di via Verdi nel gennaio 2005. In un caso era stato accusato di aver percosso un detenuto con un manico di scopa. Un’altra volta Marini, invece di riportare in cella un carcerato, l’aveva condotto in quella di altri due, permettendo che lo prendessero a schiaffi. Gli episodi sono stati confermati da circostanze e testimoni e alla fine è arrivata la condanna: un anno e sei mesi per lesioni. Caduta invece l’accusa di abuso d’ufficio, per la quale l’agente è stato assolto.
Marini, addetto alla vigilanza della sezione maschile, ha già alle spalle una serie di grane giudiziarie. Anni fa era stato condannato a sette mesi di reclusione (pena sospesa) per il favoreggiamento di un detenuto, per conto del quale aveva portato all’esterno del carcere di via Verdi alcune lettere. Quindi, nel 2007, era scoppiato il caso del cellulare ceduto a un carcerato in cambio del pagamento di 2500 euro. In realtà si trattava di un agente sotto mentite spoglie. Una trappola messa in atto dalla Squadra mobile, dopo che alcuni suoi colleghi si erano insospettiti per alcuni comportamenti troppo confidenziali di Marini con i detenuti. Due anni fa la condanna a un anno e cinque mesi, con ordinanza di carcerazione a Padova. E ieri ecco la nuova botta da un anno e sei mesi: l’ultimo conto rimasto da saldare.

fonte: Il Gazzettino

8 novembre 2011

Democrazia sospesa in Val di Susa

La Val di Susa è la cartina di tornasole dello scivolamento democratico in atto, di un'alterazione della forma di governo parlamentare. Come nel ricorso continuo a decreti leggi a Roma, così nelle ricorrenti ordinanze prefettizie - per sgomberi e zone off-limits - in Valle, qualcosa non torna. Entrambi dovrebbero essere adottati solo in casi straordinari di necessità ed urgenza. Non è così. Perché, allora, stabilizzare l'emergenza? Se lo sono chieste due studiose di diritto, Daniela Bauduin (avvocato, recente autrice con Giancarlo Ferrero di L'economia sommersa e lo scandalo dell'evasione fiscale, Ediesse) ed Elena Falletti (ricercatrice di diritto privato comparato), che hanno analizzato le ordinanze emesse dalla prefettura di Torino da giugno a ottobre. Partiamo dalla prima, che ordinò lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena (il presidio No Tav a Chiomonte), emessa il 22 giugno e notificata il 27.
Il provvedimento si richiamava all'articolo 2 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, secondo il quale il prefetto nel caso di urgenza o grave necessità pubblica, ha facoltà di adottare provvedimenti indispensabili per la tutela dell'ordine pubblico. Articolo, ricordano Bauduin e Falletti, dichiarato parzialmente illegittimo - nei limiti in cui attribuisce ai prefetti il potere di emettere ordinanze senza il rispetto dei principi giuridici - dalla Corte costituzionale nel 1961, che invitò il legislatore a intervenire. Ma il testo è rimasto inalterato e «molti prefetti hanno emesso provvedimenti spesso oggetto di censure di legittimità». In realtà, le ordinanze prefettizie non dovrebbero mai essere in contrasto con la Costituzione. Gli strumenti ordinari, davvero, non bastano? Il pretesto dell'urgenza non regge di fronte a una protesta che dura da 22 anni. Sono poi arrivate le ordinanze del 29 luglio e del 30 settembre, quasi identiche, reiterate e prorogate che hanno, tra l'altro, vietato l'ingresso e lo stanziamento nell'area di persone cose e mezzi estranei alle attività di cantiere. Nemmeno un mese dopo, ecco quella prima della manifestazione del 23 ottobre, con la «zona rossa» istituita dal prefetto, che ha esteso l'area interdetta all'accesso dei manifestanti di alcuni chilometri. È seguita un'ordinanza della Questura, paventando una linea di «tolleranza zero». Provvedimenti «esorbitanti» e «in odore di incostituzionalità». «Questi strumenti - spiegano le studiose - rafforzano il ruolo del governo per far fronte a un'emergenza, che però viene qualificata come tale dallo stesso soggetto che esercita il potere straordinario.
Ne consegue l'ampia discrezionalità del prefetto. Le ordinanze dovrebbero essere giustificate da un contesto di eccezionalità e provvisorietà, senza nascondere problemi strutturali e persistenti. Diversamente, si altera la forma di governo democratico-parlamentare». Il legittimo diritto alla sicurezza «non può prevaricare sul diritto di manifestare liberamente il proprio dissenso».

Mauro Ravarino da il manifesto

Misteriosa incursione a casa dell'amico di Giuseppe Uva

La casa di Varese dove abitò Giuseppe Uva è stata devastata da ignoti, nella notte tra venerdì 4 novembre e sabato 5, in via Turati, a Biumo Inferiore. Nell’appartamento vive oggi Alberto Biggiogero (foto), l’amico di Giuseppe, il giovane che la notte in cui l'artigiano 42enne fu fermato si trovava con lui nella caserma dei carabinieri. E che ha depositato, due anni fa, una memoria alla procura della repubblica in cui sostiene di avere sentito, dalla stanza accanto, le urla dell’amico e un continuo andirivieni di carabinieri e poliziotti. Biggiogero, com'è noto, chiamò il 118 con il cellulare mentre si trovava ancora nel comando di via Saffi e implorò ai sanitari di inviare un’ambulanza «perché stanno massacrando un ragazzo». Attraverso il suo legale, Stefano Bruno, ha denunciato di aver subìto lo scasso di una porta finestra, al piano terra, effettuato probabilmente con un badile; chi ha compiuto il gesto è penetrato nell’appartamento e ha aperto tutti i cassetti, spaccando oggetti e mobili – anche un mobiletto del bagno - ma non ha portato via nulla, nemmeno il televisore e due stereo hi fi. La denuncia è stata spedita per raccomandata, questa mattina, alla procura della repubblica e ipotizza un gesto di deliberato vandalismo.
A questo si aggiungono le minacce via telefono compiute da ignoti. Biggiogero racconta di aver ricevuto, negli ultimi due anni, tre chiamate anonime, in cui una voce non meglio identificata gli diceva di guardarsi alla spalle. L’ultima, secondo quanto ha scritto, gli è giunta dopo il servizio tv de Le Iene, a ottobre, quando comparve accanto al giornalista inviato dalla tv: «Sei Alberto Biggiogero? – ha detto la voce dall’altro capo della cornetta – vieni bene in video, ma stai attento e guardati le spalle». In un’altra occasione, la voce al telefono gli ha detto che lui avrebbe fatto la stessa fine del suo amico.L’uomo è molto spaventato: l’episodio di venerdì notte era stata già verbalizzato agli agenti del 113 di turno, ma la denuncia dell’avvocato Stefano Bruno (che depositerà domani le carte anche di persona) mette adesso in diretta relazione gli episodi della casa devastata e delle minacce telefoniche, con il ruolo di testimone (in realtà ha solo depositato una memoria) avuto dal ragazzo nel caso della morte di Giusepe Uva. Ovviamente sono ipotesi tutte da verificare ma intanto, rinvolgendosi al suo legale, Biggiogero ha inteso tutelarsi, anche su consiglio dell’avvocato Fabio Anselmo, parte civile al processo incorso a Varese.

fonte: VareseNews

6 novembre 2011

"Malapolizia", la linea sottile tra ordine pubblico e abuso di potere

Molti anni dopo, di fronte a un cadavere con dodici costole fratturate e la milza spappolata di un ragazzo morto nelle procedure d'arresto, faccia a terra, con i segni delle manette - qualsiasi "nerista" scriverà che si tratta di un nuovo caso Aldrovandi. Lo scriverà, sebbene con mille cautele e condizionali all'ingrosso. Riporterà invece puntualmente le dichiarazioni dei vertici di polizia o carabinieri, parole rassicuranti che, anche di fronte all'evidenza, ci marceranno pescando nel repertorio della retorica delle "mele marce". Ma quel nerista non potrà non fare cenno al caso Aldrovandi.
Era l'alba di una domenica di settembre del 2005 quando il diciottenne ferrarese restò ucciso nel corso di un misterioso e violento «controllo di polizia» di fronte al cancello dell'ippodromo della sua città. Chi parlò a nome della Questura usò proprio questa formula «controllo di polizia». Ma i giudici scopriranno che già era partita la macchina del depistaggio. Da allora il caso Aldrovandi è l'archetipo della «malapolizia», un termine coniato da Liberazione - il primo quotidiano a raccogliere la denuncia di Lino e Patrizia, i genitori del ragazzo - per indicare i misteri e la mole di abusi nel "normale" svolgersi delle funzioni di polizia. Qualcosa di diverso ma non meno feroce dalla "straordinaria" repressione vista in atto sulle strade genovesi o alla Diaz e a Bolzaneto. Qualcosa di quotidiano, consuetudinario. Normale, appunto. Così normale che più di tre quarti dei colleghi dei quattro indagati, duecentocinquanta agenti della questura estense, manifesteranno in varie forme la propria solidarietà alle ultime quattro divise che videro vivo un ragazzo disarmato, incensurato, inerme, che non stava commettendo alcun reato. La condanna dei quattro in fondo a una faticosissima inchiesta della famiglia, sostenuta da una campagna di solidarietà in diverse città, ha scosso la proverbiale prudenza dei "neristi", assuefatti al flusso di notizie ben pastorizzate distribuite dagli uffici stampa delle forze dell'ordine. Da allora, infatti, sono usciti un bel po' di articoli, programmi tv e libri su quello e su altri casi di malapolizia.
Questo libro ha il merito di averne messi in fila un bel po', nell'assenza di qualsiasi statistica ufficiale, e di aver cercato un filo nero che li collegasse. Perché non è vero che di certe cose la stampa non ne parli. All'epoca del web è quasi impossibile che un fatto di cronaca venga insabbiato. E' vero che la stampa mainstream soffre di una dipendenza dalle fonti ufficiali - un giudiziarista penderà dalle labbra della Procura, un nerista da quelle dei comandi e così via - che ha l'effetto collaterale di produrre censura e autocensura. E' vero che, dopo il clamore del caso Aldrovandi, quel tipo di stampa ha imparato a parlarne come sa fare lei: trasformando in spettacolo il dolore di chi, scaraventato sulla scena pubblica dalle manganellate letali di un tutore dell'ordine su un figlio o un fratello, è costretto a rivivere lo strazio più immane della propria vita inseguendo brandelli di verità e giustizia. Così può accadere che Giuliano Giuliani, un decennio dopo l'omicidio di suo figlio in piazza Alimonda, sia ancora in giro per l'Italia a mostrare il filmato dell'agonia di Carlo. Oppure Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, morto dopo essere desaparecido per sei giorni tra un carcere e un repartino penitenziario di un ospedale romano, si senta chiedere da un noto anchorman dell'ammiraglia Mediaset: «Ma com'era suo fratello da bambino?». Bisogna fare pena se non si riesce a ribaltare i ruoli - come è capitato a Carlo come è stato tentato con Federico. E alla fine faranno pena tutti, aggressori e aggrediti perché resta potente la retorica pasoliniana dei figli del popolo. Tutto il dolore possibile va in scena, anche il sangue buca lo schermo, purché si eviti un ragionamento pubblico su che tipo d'uomo scelga di fare il poliziotto o il carabiniere al tempo del nuovo modello di difesa e della tolleranza zero. E di quale tipo di agente riesca a far carriera operando in quello che ormai appare come il fronte interno della guerra globale. Il Viminale e Viale Romania, quartier generali di ps e carabinieri, preferiscono distrarre l'opinione pubblica fornendo tutto il know how all'industria della fiction e perfino la pletora di sindacati di polizia, con marginali eccezioni, si sottrae al confronto pubblico sulla "malapolizia", ovvero sul moltiplicarsi di episodi di devianza da parte di cittadini in divisa e sulla relazione che questa devianza ha con i processi di rimilitarizzazione, con il modello di reclutamento e formazione in auge. E tutti si rifiutano di accettare perfino blande misure - come un codice alfanumerico sul casco di chi agisca travisato in ordine pubblico - che garantiscano i cittadini con la divisa o senza. Anzi, una delle sigle più importanti, ha inviato propri osservatori in Val Susa «per monitorare il comportamento dei manifestanti» e ha istituito una «help line telefonica» per i colleghi che occupano militarmente la valle a cui si promette «assistenza a 360 gradi gratis, anche legale se sarà necessario».
Da sempre gli unici posti al mondo in cui la gente si massacra cadendo dalle scale o si ammazza sbattendo la testa sul pavimento sembrano essere i commissariati o luoghi assimilabili. Da troppo tempo l'Italia è un «Paese di comitati», unici strumenti per la memoria collettiva, come non si stanca di ripetere Manlio Milani, la cui moglie fu uccisa nella strage di Piazza della Loggia del '74. Lo scarto di questo libro dalla corposa bibliografia, che pure lo ha generato, sta nella capacità di far parlare le carte, di non fare leva sulla compassione per comprendere i fatti in questione. Sta nella scelta di far parlare i fatti fino a scoprire che la malapolizia è una categoria necessaria per una critica del neoliberismo. E' proprio dentro le aree di esclusione sociale, indotte dai processi di precarizzazione delle vite e privatizzazione dei servizi, che mutano anche le politiche di controllo: questi cessa di essere uno strumento per la ricostruzione dell'integrazione sociale e diviene funzionale alla costituzione di recinti urbani, alla costruzione dello stigma per soggetti, etnie e classi "pericolose" perché marginali e subalterne. E' così che funziona la fabbrica della paura. E, in questo senso, la legge Reale, la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi non sono più violente del pacchetto Treu o della legge 30.
Questo libro ci insegna a leggere che ogni volta che siamo di fronte a un misterioso e violento controllo di polizia bisogna iniziare col domandarsi chi controlla la polizia. «Quello che vorrei - ha spiegato Fabio Anselmo, legale degli Aldrovandi all'indomani del giudizio d'appello - è che questo caso serva per spazzare via il pregiudizio deleterio della presunzione di fidefacenza degli imputati in divisa e dei loro colleghi che indagano. Gli imputati in divisa andrebbero trattati come imputati normali e le indagini su di loro affidate a terzi. Ma questo non accade mai».

Checchino Antonini

Milano: Polizia carica il presidio operaio ai magazzini Esselunga

Verso le 19.30 la polizia ha caricato il presidio permanente dei lavoratori del consorzio SAFRA , che lavora all'interno dei magazzini Esselunga di Limito Pioltello.
La carica della polizia è avvenuta dopo che i lavoratori hanno bloccato uno dei pochi crumiri rimasti con il padrone, che ha tentato diverse volte di investire con la macchina i lavoratori e i solidali in presidio.
Questo ennesimo episodio di provocazione fa seguito ai ripetuti tentativi fatti nei giorni scorsi,con minacce da parte dei capi, tra cui l'aggrssione fisica da parte di un capo (De Siena) ai danni di un lavoratore che rientrava a casa dopo il turno di presidio.
Lo sciopero prosegue da una settimana, oggi viviamo una fase della lotta che vede in difficoltà il consorzio SAFRA ed Esselunga, che sostenuti dalla polizia cercano di rompere il fronte di lotta con provocazioni in puro stile mafioso e cariche.
Si fa appello a tutti i solidali ad essere presenti stasera a partire dalle ore 22.00, per respingere tali tentativi e per favorire quella spallata operaia necessaria a piegare il Consorzio ad accettare le rivendicazioni della lotta.

Il presidio operaio permanente ai magazzini Esselunga di Limito Pioltello
Via Giambologna - Pioltello

Questura e antirazzismo

E' di mercoledì 2 novembre la notizia che una squadra di calcio di terza categoria del girone E della Figc è stata inibita dalla Divisione Anticrimine della Questura a continuare a giocare fino a che non cambierà il nome. La squadra è la Assata Shakur, derivata dalla Polisportiva Antirazzista che porta lo stesso nome, e risiede ad Ancona. Da 10 anni organizza tornei di calcio antirazzista, si impegna nella costruzione di palestre popolari, ed è uno dei riferimenti antirazzisti ed inclusivi della provincia di Ancona, assieme all'Ambasciata dei Diritti, alla Rete migranti "Diritti Ora!", all'Arci, ai sindacati, al mondo cattolico, impegnati tutti nella progettualità in rete con le istituzioni anche riguardo ai rifugiati, nella riduzione delle conseguenze della crisi nei confronti degli immigrati licenziati che perdono il permesso di soggiorno. Non è un caso che il Comune di Ancona da anni finanziasse alcune attività della Polisportiva e che il torneo organizzato in piazza Pertini o al vecchio convento dei Saveriani fossero momenti di gioia e vitalità. Forse non è nemmeno un caso che la Questura si sia mossa dopo avere incriminato il presidente Alessio Abraham, ultrà dell'Ancona, per avere violato il Daspo, avendo seguito la sua squadra durante una trasferta. Sono voluti andare a fondo della questione ed hanno concluso che dietro ai nuovi antirazzisti ce n'era una "vecchia", che fu perseguitata dalla polizia statunitense negli anni 70. Colpirne uno per educarne cento?

Marcello Pesarini

5 novembre 2011

Oltre il consentito dalla legalità costituzionale, molto oltre. Accade a Roma…

Articolo 17 della Costituzione

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi.
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Gli echi di quanto accaduto il 3 novembre continuano a fare rumore e notizia, ma, come in tutti gli echi, le voci sono soffuse e confuse; pertanto è fondamentale fare chiarezza e fissare dei punti saldi.
Il divieto di manifestare con cortei imposto a Roma nella vastissima area del centro storico da Alemanno nella sua veste di Commissario per l’emergenza traffico appare anomalo sotto il profilo costituzionale e “sovrabbondante” rispetto alle deleghe ricevute: dove si rinviene comprovatamente la sicurezza o l’incolumità pubblica?
Il divieto esiste dal 17 ottobre con validità di un mese. Da questo punto di vista è esistita una superficiale attenzione di tutte le forze di sinistra, “di qualunque tribù”, nel non impugnare immediatamente al TAR l’ordinanza. Al di là della rodomontata di Luigi Nieri del 19 ottobre in cui si preannunciava come SEL il ricorso avverso l’ordinanza, non si è sentito più nulla fino a quando la CGIL, il 3 novembre, non ha annunciato il ricorso al TAR dopo l’infamia della repressione della manifestazione degli studenti medi alla Stazione Tiburtina. Di questa superficiale attenzione delle forze di sinistra bisognerà ragionare, perché il politicismo sonnecchiante, se non alieno, rispetto ad alcune possibilità giurisdizionali di intervento genera …mostri.

Il modello Roma.
Ne parla chiaramente pure Stefano Rodotà in un articolo sulla pagine romane de La Repubblica il 5 novembre 2011: “Sta emergendo un modello romano di gestione dell’ordine pubblico? Un modello che fa le sue prove a Roma in vista di una sua generalizzazione? I fatti, ultimi quelli di due giorni fa al Tiburtino, inducono a rispondere sì alla prima domanda.”
La più che dubbia, costituzionalmente, ordinanza Aledanno diventa il grimaldello per scassare norme e prassi adottate per anni. Su Il Messaggero sempre del 5 novembre uno dei ragazzi “attenzionati” del Liceo Tasso afferma “I video erano delle identificazioni: dopo l’ordinanza Alemanno sono cambiate le regole dei controlli”. Stiamo parlando di un lungo video cui è stato sottoposto un minorenne da parte funzionari della Digos e della Questura. Un minorenne “indotto e condotto” dal Vicepreside ad avere un “colloquio” on the road con la Digos: anche i professori di liceo sono diventati degli ausiliari di Pubblica Sicurezza e da quando, dall’ordinanza Alemanno? E quale era la “colpa” del ragazzo: quella di esser di sinistra e di chiacchierare davanti scuola se era il caso o meno di recarsi alla Manifestazione di Tiburtina? Nulla poena sine lege, dice il diritto, a meno che non si voglia considerare reato il fatto che un “pubblico sovversivo”minorenne sia davanti alla scuola e occupi impropriamente il suolo pubblico o che stia pascolando abusivamente. E perché il video, il lungo video, dopo avere controllato i documenti: per studiare la mimica facciale e la gestualità di un “ragazzino sovversivo”? A quale PM servono queste riprese?
E che dire di Alemanno che, in apparenza sommessa, di fatto con gusto sarcastico e irridente, dichiara ''La manifestazione di ieri sarebbe stata contestabile anche se non ci fosse l'ordinanza perchè non era autorizzata; quindi, la forza pubblica sarebbe dovuta intervenire''. Ma se lui stesso ha proibito i cortei verso il Centro, come si faceva a chiedere l’autorizzazione? Siamo qui al comma 22 del regolamento militare americano dell’aviazione (unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia;.tuttavia chi chiede il congedo automaticamente non è pazzo). Tutto ciò che in politica “rimanda” al comma 22 è l’epifania autoritaria di situazioni illogiche in cui la contraddizione è voluta per rendere sprezzatamente inapplicabile un diritto! A chi prende in giro Alemanno?
Comunque nel caso in cui il teorema Questura/Alemanno non regga in presenza di una ordinanza illegittima e di giudici che potrebbero assolvere i “pericolosi eversori” dei licei alla Stazione Tiburtina sulla base delle leggi vigenti, la Sveva Belviso, assessore capitolino, faccia “pulita” senza passati fascisti, annuncia (non si capisce se come Roma Capitale o più propriamente come PDL, per il tramite di qualche parlamentare), nuove fattispecie di reato per chi manifesta e devasta (?) con pene fino a tre anni di reclusione…..

Ma c’è dell’altro nel modello Roma.
Le disposizioni dell’ordinanza antimanifestazione, comunque inique, non si applicano a tutti. I baldi giovinotti di Casapound il 21 ottobre (per loro squallidamente la ricorrenza di un bombardamento alleato nel 1944 a Milano, dove morirono molti bambini) a Roma hanno dato luogo a un corteo di 50-60 persone, sfilato per tutto il centro storico, con distribuzione di volantini, con fumogeni e con musiche assordanti, di cui rimangono anche tracce di minuti e minuti su video caricati su web. La manifestazione era partecipata da persone quasi tutti in maschera, in violazione palese tra l’altro dell’art. 85 del TULPS. Il questore Tagliente non se ne è accorto? E la Digos? Nessun poliziotto in servizio ha visto niente? Perché non ci sono state cariche e identificazioni? Non ci sono le flagranze differite? I giovinotti partecipanti al delizioso happening e frequentanti le medie superiori sono stati videati a lungo e coram populo i giorni successivi davanti casa o davanti alla scuola? O forse però i giovinotti sono stati giudicati artisti in una opera futurista e “goliardica”, vista anche con simpatia da parte di alcuni delle forze dell’ordine?

E’ importante che l’ordinanza venga revocata tout court.
Ma è pure importante respingere il modello Roma dell’ordine pubblico. Inoltre, quando cadrà, sperabilmente presto, il Governo Berlusconi, sarebbe auspicabile non avere dirigenti di PS come quelli attuali di Roma. Questo paese è devastato dalla crisi ed abbiamo bisogno nelle istituzioni di uomini che non ossequino i voleri dei “potenti” di turno al Governo, ma che seguano piuttosto il tracciato della Costituzione democratica italiana per impedire tensioni lancinanti e ulteriori orripilanti fughe autoritarie.

Uriel

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