A Di Pietro che chiede la reintroduzione della Legge Reale ci si poteva pure arrivare. Più semplice immaginare le prime pagine de Il Giornale che oggi chiede la chiusura dei centri sociali e lo sgombero di tutti i posti occupati. Ai più attenti non meravigliano di certo neanche i forzati scoop di Repubblica che si rivelano delle vere e proprie bufale virali. Quello che invece un po' sorprende è il delatore di sinistra da social network.
19 ottobre 2011
In galera, in galera!!! La sinistra che passa da Deleuze alla delazione
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18 ottobre 2011
Si scatena il delirio repressivo: ecco cosa prevedeva la legge Reale
Il paese era insanguinato dalla violenza di destra e di sinistra. Erano gli anni di piombo quando, il 22 maggio del 1975, il governo Moro decise di ricorrere a «nuove disposizioni a tutela dell'ordine pubblico». Norme che oggi, dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, il leader dell'Idv Antonio Di Pietro rimpiange, e che il ministro dell'Interno Roberto Maroni vorrebbe in parte rispolverare.
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15 Ottobre: La Procura di Roma cambia la procedura per gli arrestati
La magistratura non procede come di consueto per direttissima perché vuole allargare le indagini e utilizzare capi d’accusa più pesanti.
Per gli arrestati negli scontri di sabato, la Procura di Roma ha deciso di non procedere come avviene di solito con giudizi per direttissima. In questo modo ritiene di per poter proseguire negli accertamenti che riguardano i movimenti avvenuti nell'ambito del corteo da parte di chi ha organizzato o partecipato agli scontri nella manifestazione di sabato.
La richiesta di convalida degli arresti e di detenzione in carcere per i 12 arrestati per gli scontri di sabato a Roma, è stata accompagnata dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti da un'ampia motivazione nella quale tra l'altro si sottolinea quali sono le impressioni del magistrato a proposito delle azioni messe in atto. Secondo Saviotti “i reati contestati si inseriscono in un complesso di condotte di maggior gravità che in attesa di altre acquisizioni, esaltano la pericolosità dei reati contestati nella consapevolezza di fornire un apporto alla situazione di prolungata ed allarmante violenza messa in atto”. Agli arrestati viene contestato dalla Procura di aver agito “nel corso di una manifestazione pacifica e autorizzata” utilizzandola “come contesto idoneo ad ostacolare la pubblica difesa”, ossia l'intervento della polizia. La manifestazione per i magistrati è stata quindi “strumentalizzata” dagli arrestati per i loro fini che hanno usato il corteo di manifestanti pacifici “come luogo di mimetizzazione” sapendo che la polizia non avrebbe potuto caricare il corteo.
L'entità della pena prevista per il reato di resistenza a pubblico ufficiale pluriaggravata contestata agli indagati dalla Procura è di tre anni. “Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”, si legge nell'articolo 337 del codice di procedura penale, ma che nel caso specifico risulta aggravato come all'articolo 339, secondo il quale «le pene stabilite sono aumentate se la violenza o la minaccia è commessa con armi, o da persona travisata, o da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte. Se la violenza o la minaccia è commessa da più di cinque persone riunite, mediante uso di armi anche soltanto da parte di una di esse, ovvero da più di dieci persone, pur senza uso di armi, la pena è della reclusione da tre a quindici anni”.
fonte: Contropiano
17 ottobre 2011
Di Pietro invoca una legge reale bis...... Maroni appalude e approva
Il bravo Tonino Di Pietro, ex poliziotto e ex magistrato ora leader dell'Idv. dopo aver votato il macello sociale in Europa con l'approvazione del Six Pack non trova di meglio che annunciare una legge reale per recintare ancora di più il conflitto sociale in questo paese e fornire su un piatto d'argento al governo un ulteriore giro di vite contro i diritti. Una bella proposta, tanto ganza che Maroni non se la lascia scappare e annuncia che già da domani presenterà in consiglio dei ministri nuove pene e misure restrittive.
«Pensare di affrontare e spazzare via i tumulti di piazza con la semplice repressione e nuove leggi speciali è pura follia: significa alimentare una spirale che già negli anni '70 consegnò una generazione alla lotta armata. Maroni e Di Pietro cerchino di placare le loro pulsioni autoritarie. Non c'è bisogno di nessuna Legge Reale Bis. Già la prima ha fatto abbastanza morti». Lo afferma Francesco Caruso, ex portavoce della rete noglobal ed ex parlamentare di Rifondazione Comunista. «Bisogna piuttosto colmare un vuoto politico attraverso l'azione, la mobilitazione e l'autorganizzazione delle vittime della crisi - sostiene - per evitare che la distanza tra il disagio emergente e le strutture organizzate della società venga riempito dall'autolesionismo militante dei giovani esasperati dalla mancanza di prospettive e di futuro. Cambiare il mondo purtroppo -conclude - è più complicato di incendiare un blindato della polizia».
“La proposta avanzata da Di Pietro di riesumare la Legge Reale è una sciocchezza. L’idea di abbandonare lo stato di diritto non è mai una buona idea: già negli anni scorsi ha fatto danni. In più, l’idea di ridurre ad un problema di ordine pubblico quello che è un problema politico determinato dal fallimento delle politiche neoliberiste è proprio il contrario di cosa è opportuno fare". dichiara Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc "Dopo la manifestazione di sabato mi sarei aspettato piuttosto da Di Pietro una autocritica rispetto al voto favorevole dato dall’Italia dei Valori nel Parlamento Europeo sul Six Pack, cioè sulla stangata decisa qualche settimana fa che obbligherà l’Italia a tagli di oltre 20 miliardi di euro all’anno per vent’anni. Questo è il problema politico da affrontare, non certo le leggi sull’ordine pubblico.”
E' iniziata la caccia alle streghe: perquisizioni intimidatorie in tutta Italia
La furia repressiva che si scaglia in mattinata contro ignari compagni, alla ricerca di "armi ed esplosivi" tra l'altro ovviamente non trovati(anche se qualche volta hanno trovato uno o 2 grammi d'erba, forse erano queste le bombe che cercavano??),
Non si hanno ancora notizie precise, ma sembra che perquisizioni siano avvenute in gran parte dell'Italia: Padova, Livorno, Palermo, Napoli, Trento, Milano, Firenze, Cosenza, Roma... Per ora non risultano ulteriori arresti oltre quelli effettuati il 15 ottobre in Piazza, ma si attendono nuove notizie.
15 ottobre: Voci dalla piazza/3
Con ancora negli occhi il fuoco dei simboli del capitale e nella gola il sapore acre dei lacrimogeni, provo a buttar giù sotto forma di elenco alcune piccole considerazioni sulla giornata di ieri, 15 ottobre 2011.
Una giornata globale di mobilitazione contro il capitale ha avuto a Roma il suo apice con scontri di una violenza inaudita e per certi versi sorprendente. Un gruppo nutrito (diverse migliaia) di manifestanti è scesa in piazza con l’obiettivo dello scontro fisico.
Perquisizioni all'alba per i fatti di Roma
Sono passate poche ore dalla manifestazione romana e dalla resistenza di massa alle forze dell'ordine mostrata in piazza da migliaia di manifestanti ed ecco che arriva la risposta delle questure, schizofrenica e quantomai funzionale ad accontentare il clima da caccia alle streghe che imperversa sui maggiori quotidiani nazionali e le televisioni.
16 ottobre 2011
15 ottobre: Voci dalla piazza/2
Per me e per tanti come me, Piazza San Giovanni rappresenterà molto di più di Genova. Noi non eravamo lì per incendiare Suv e Bmw, né per lanciare bottiglie e petardi contro le forze dell’ordine, ma per dire chiaro e tondo che non ce la facciamo più. Per questo la nostra indignazione è salita quando la Polizia e la Guardia di Finanza, con tre camionette e due idranti, hanno cominciato a bersagliarci e ad aizzarci con stupidi caroselli e pericolose serpentine, accelerando la corsa tra la gente costringendoci ad arretrare e ad avanzare, ma soprattutto a difenderci da quell’umiliante gioco da piccoli criminali di borgata che loro, e non noi, hanno inscenato all’ingresso della piazza.
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15 ottobre: Voci dalla piazza
La giornata romana del 15 ottobre è stata complessa. Diversi scenari si sono sovrapposti, differenti soggetti hanno interagito, si sono scontrati talvolta duramente, hanno provato a delineare la propria tattica o magari hanno sottolineato la mancanza di una visione strategica più ampia.
In questi casi, conviene sempre diffidare di chi fornisce rappresentazioni schematiche, di chi disegna scenari nitidi e propugna visioni manichee: buoni-cattivi, infiltrati-manifestanti, teppisti-indignati. Per questo, per mantenere la lucidità e non affogare nella retorica, non bruciare nel fuoco di paglia dell’entusiasmo o perdersi nel vortice della depressione, abbiamo scelto di raccogliere qui alcune voci dalla e sulla piazza. Una narrazione polifonica e per certi versi contraddittoria. Si tratta infatti di opinioni parziali [di parte], di punti di vista scelti in maniera arbitraria e da fonti eterogenee, tentando di affiancare diversi tasselli di un mosaico ancora in corso d’opera.
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Caso Uva; la sorella contro il pm "non ha indagato"
L'ombra delle botte in caserma sulla morte di Giuseppe. "Mi dissero che non era sangue ma pomodoro". Una perizia del tribunale parla di tracce ematiche. Il cadavere potrebbe essere riesumato. Per l'inchiesta di Varese, l'uomo era deceduto per un'aritmia causata da un farmaco.
Da quella "maledetta notte", Lucia Uva aspetta ancora la verità. "Sono passati tre anni e quattro mesi e finora la procura non ha fatto nulla per spiegare cos'è successo a Giuseppe nella caserma dei carabinieri di Varese", scrive nella sua lettera aperta. Era il 14 giugno 2008, e solo oggi, tre anni e quattro mesi dopo, i parenti di Giuseppe Uva, morto a 43 anni in ospedale dopo essere rimasto tre ore in caserma, vedono uno spiraglio di luce.
Le pagine della consulenza dei periti del Tribunale mettono in discussione l'impianto accusatorio del pm Agostino Abate che ha mandato a processo per omicidio colposo lo psichiatra Carlo Fraticelli, il medico che avrebbe somministrato i farmaci a Uva. Per i periti, invece, l'artigiano è sì morto per "aritmia cardiaca" ma le concentrazioni di medicinale sarebbero "inidonee a causare il decesso". E solo la riesumazione potrà dire se i traumi sul corpo possono essere collegati alla notte in caserma, e alle botte denunciate dall'unico testimone.
Sono le 2.55 quando Giuseppe e il suo amico Alberto Biggiogero vagano per il centro di Varese. Sono ubriachi. Si divertono a mettere transenne di traverso per strada. Arriva una gazzella dei carabinieri e i due finiscono nella caserma di via Saffi. Alberto racconta di "un via vai di carabinieri e poliziotti, mentre udivo le urla di Giuseppe che echeggiavano per tutta la caserma assieme a colpi dal rumore sordo. Piangevo e urlavo di smetterla di massacrare Giuseppe. Udivo ugualmente le sue urla incessanti per circa un'ora e mezzo ancora".
"In tre anni e quattro mesi, un'inchiesta a dir poco bizzarra è stata capace di non ascoltare mai l'unico testimone oculare, che il giorno dopo presentò un dettagliatissimo esposto" accusa Luigi Manconi, presidente di "A buon diritto", che ha denunciato anche i casi Aldrovandi e Cucchi. Proprio nella perizia si parla di "tracce di natura ematica sui pantaloni", un "indizio - ha sempre sostenuto Fabio Anselmo, il legale della famiglia Uva - che indica chiaramente un'emorragia derivante da traumi, estesa sui pantaloni dieci centimetri per sedici". "Mi dissero che era pomodoro" dice oggi, amaramente, Lucia Uva.
Se il tribunale deciderà per la riesumazione del corpo di "Pino", alcuni quesiti medici potrebbero trovare risposta. I periti ritengono "imprescindibili" una nuova autopsia, una tac per individuare eventuali traumi in grado di provocare l'aritmia, l'analisi biologica sui jeans Rams insanguinati "tra il cavallo e la zona anale" e su "altri vestiti eventualmente reperibili", un accertamento farmaco-genetico alla ricerca di eventuali allergie.
Altri punti oscuri potranno essere chiariti dalle indagini della procura. Perché il ricovero arriva così in ritardo rispetto al fermo? Chi fa sparire gli slip della vittima, arrivato di fronte all'anatomopatologo solo con "un pannolone e una maglietta bianca"? Cosa indicano le scarpe "visibilmente consumate" nella parte anteriore, mette a verbale il poliziotto in servizio quella notte in ospedale, come se ci fosse stata "un'estenuante difesa a oltranza dell'uomo"?
Non morì per i farmaci, i periti chiedono di riesumare il corpo
Varese, torna l'ipotesi del pestaggio in caserma: "Trovate tracce di sangue". Gli esperti del tribunale riaprono il caso. Per il suo decesso venne imputato lo psichiatra che gli aveva dato le medicine al pronto soccorso.
Non furono i farmaci somministrati in pronto soccorso a uccidere Giuseppe Uva, morto in ospedale dopo due ore di permanenza nella caserma dei carabinieri di Varese, il 14 giugno del 2008. Secondo la perizia ordinata dal tribunale e presentata ieri nel processo all'unico imputato per omicidio colposo, lo psichiatra Carlo Fraticelli, Uva sarebbe morto per aritmia cardiaca, ma le concentrazioni di medicinale sarebbero "inidonee a causare il decesso per depressione del sistema nervoso centrale" ed è necessario riesumare il cadavere per capire l'origine dei traumi sul suo corpo. Per i tre periti (Santo Davide Ferrara, Gaetano Thiene, Angelo Demoni) ci sono "tracce di sangue sui pantaloni".
Un'analisi che rimette in discussione l'impianto accusatorio della procura che aveva escluso violenze in caserme, denunciate dall'amico di Uva, Alberto Biggiogero, unico testimone mai interrogato dal pm, che racconta di "un via vai di carabinieri e poliziotti, mentre udivo le urla di Giuseppe che echeggiavano per tutta la caserma assieme a colpi dal rumore sordo". È lui a chiamare il 118. "Lo stanno massacrando" dice all'operatore dall'interno della caserma.
Per capire cosa ha provocato l'aritmia cardiaca "con particolare riferimento al ruolo di eventuali traumi - scrivono i periti - si impone l'esecuzione dell'esame necroscopico del cadavere esumato e di ogni ulteriore accertamento diagnostico, comprensivo di tac". "Il riferimento al sangue sui pantaloni conferma pienamente i nostri sospetti: in caserma è successo qualcosa di terribile" commenta il legale della famiglia di Uva, Fabio Anselmo, lo stesso che ha assistito le famiglie di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. "L'ambulanza viene mandata via dai carabinieri - dice il legale - se Uva stava già male perché non si fa entrare a soccorrerlo?". Ma i parenti chiedono risposte anche ad altre incongruenze di quella notte: perché in caserma affluiscono carabinieri e poliziotti? Come si spiega il sangue sui vestiti e le macchie rosse tra pube e regione anale? Perché l'autopsia non ha previsto esami radiologici che evidenzino fratture?
Fonte: La Repubblica
12 ottobre 2011
Bologna: Cariche della Polizia davanti a Banca d'Italia
Appuntamento pubblico questa mattina alle ore 11.00 davanti alla Banca d'Italia lanciato da diversi collettivi cittadini tra cui Tpo, Sadir, Panenka e Time Out per manifestare contro la crisi e contro gli Istituti Finanziari verso la giornata del 15 ottobre.
In duecento si sono ritrovati con striscioni e soundsystem con la richiesta di entrare all'interno della Banca per un'occupazione simbolica. "A voi i debiti, a noi la borsa e la vita, No al debito sì al redditto e anche Rise Up, we are 99% sono gli slogan della mattinata, accanto allo scandire di cori "La vostra crisi non la paghiamo".
Blindate dalle forze dell'ordine le porte d'accesso alla Banca mentre i manifestanti dietro a delle protezioni che richiamavano i Book Block che recitavano i punti della lettera di Trichet e Draghi all'Italia, spingevano per accedere. Due i contatti con la polizia e la seconda carica, molto violenta ha causato cinque feriti tra i manifestanti, tra cui una studentessa di 23 anni che è stata trasportata in ambulanza all'ospedale. (foto)
Dopo la violenza i manifestanti si sono compattati dientro il sound system e hanno dato vita a un corteo che si sta muovendo per le vie della città. Rise up verso il 15 ottobre: "Noi la crisi non la paghiamo".
Il corteo continua conun'azione si sanzionamento all'Ufficio Pignoramenti del Tribunale, dove sono stati lancia dalle finestre degli uffici registri e atti di pignoramento. I manifestanti di dono diretti in Piazza Verdi.
fonte: Global Project
Repressione a Brindisi: 18 arresti per lotte sociali
Con le accuse di violenza privata aggravata, arbitraria invasione e occupazione di aziende, sabotaggio e interruzione di servizio pubblico, la Digos della questura di Brindisi ha arrestato 18 componenti del Comitato dei disoccupati di Brindisi. Tra i destinatari dei provvedimenti vi è il capo storico dei Cobas, e promotore del Comitato disoccupato, Roberto (detto 'Bobò) Aprile.
Le indagini della Digos sono state avviate lo scorso primo marzo quando l'allora neonato Comitato occupò le sedi della Monteco, la società che compie il servizio di raccolta di rifiuti solidi urbani. Uno degli arrestati è accusato anche di evasione perchè al momento della protesta era agli arresti domiciliari. Gli arresti sono stati compiuti in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice delle indagini preliminari Giuseppe Licci su richiesta del sostituto procuratore Pierpaolo Montinaro. Sono indagate altre 11 persone che hanno ricevuto informazioni di garanzia. Per fornire informazioni sull'operazione di polizia è prevista una conferenza stampa alle 10.30 col procuratore della Repubblica, Marco Dinapoli, il sostituto procuratore Pierpaolo Montinaro, il questore, Alfonso Terribile, e il dirigente della Digos, Vincenzo Zingaro.
E' più che evidente la sproporzione tra i "fatti" contestati e il provvedimento preso. Se si pensa di governare in questo modo la crisi, non andrete molto lontano.
fonte: Contropiano
COMUNICATO DELLA CONFEDERAZIONE COBAS SULL’ARRESTO DI BOBO APRILE E ALTRI 7 COMPAGNI A BRINDISI
Il compagno Bobo Aprile della Confederazione Cobas di Brindisi , animatore dei movimenti sociali,sindacali,ambientalisti,culturali, di tutela dei diritti dei migranti e degli oppressi, questa mattina è stato privato della libertà personale e posto agli arresti domiciliari, insieme a lui altri 7 arrestati e 10 denunciati del movimento dei disoccupati organizzati.
I capi di imputazione parlano di “ interruzione di pubblico servizio , violenza privata ,…” in riferimento alle lotte promosse dalla Confederazione Cobas per sostenere il diritto al lavoro dei disoccupati , aprendo una vertenza con la ditta Monteco , che svolge in appalto lo smaltimento dei rifiuti urbani.
In particolare , si fa riferimento alle giornate di lotta del 1-2 marzo 2011, quando si produsse una forte astensione dal lavoro e dal servizio , il cui clamore dette luogo all’avvio delle trattative con l’allora sindaco Mennitti (poi dimissionario, ora c’è il commissario Prefettizio in attesa di elezioni) che aprì un tavolo con i Cobas per affrontare la situazione. Sono trascorsi 8 mesi da quella usuale e giusta iniziativa senza che alcuna
comunicazione sia stata fatta agli attuali perseguitati : desta sospetto che l’operazione sia scattata il giorno stesso che nella piazza principale di Brindisi ( piazza Vittoria ,ore 17) è prevista e confermata la grande
manifestazione indetta dai Cobas in sostegno dell’occupazione, dei diritti e della dignità dei disoccupati e dei lavoratori , alla vigilia della mobilitazione nazionale del 15 ottobre a Roma .
La Confederazione Cobas deplora e denuncia il comportamento subdolo e fazioso degli inquirenti , votato a reprimere le lotte sindacali e popolari invece che a proteggere coloro che soffrono l’indigenza e le discriminazioni. Ciò è ancora più grave a Sud , dove endemica è la carenza del lavoro e massiva è l’esclusione sociale e l’emigrazione, dove l’impegno civile e sindacale è visto di malocchio è c’è più disponibilità tra gli inquirenti a fare carriera ai danni del protagonismo sociale.
La Confederazione Cobas mobilitata nel fornire il massimo sostegno ai lavoratori e ai ceti popolari - investiti da questa tremenda e permanente crisi causata dalle banche e dalla speculazione finanziaria - attraverso vertenze e azioni dirette , scioperi e manifestazioni , assume la liberazione di Bobo e degli altri 7 compagni arrestati come impegno incondizionato e teso alla scarcerazione immediata, anche per dare a questi nostri compagni la possibilità di partecipare alla manifestazione nazionale a Roma del 15 ottobre, a cui stavano contribuendo con i bus delle lotte dei disoccupati, dei lavoratori e degli ambientalisti brindisini.
A Bobo , ai compagni arrestati e denunciati , la Confederazione Cobas esprime i più sinceri sentimenti di affetto e solidarietà , l’impegno a riportarli subito tra di noi e nelle lotte .
Roma 12 ottobre 2011
CONFEDERAZIONE COBAS
COMUNICATO DELLA CONFEDERAZIONE COBAS SULL’ARRESTO DI BOBO APRILE E ALTRI 7 COMPAGNI A BRINDISI
Il compagno Bobo Aprile della Confederazione Cobas di Brindisi , animatore dei movimenti sociali,sindacali,ambientalisti,culturali, di tutela dei diritti dei migranti e degli oppressi, questa mattina è stato privato della libertà personale e posto agli arresti domiciliari, insieme a lui altri 7 arrestati e 10 denunciati del movimento dei disoccupati organizzati.
I capi di imputazione parlano di “ interruzione di pubblico servizio , violenza privata ,…” in riferimento alle lotte promosse dalla Confederazione Cobas per sostenere il diritto al lavoro dei disoccupati , aprendo una vertenza con la ditta Monteco , che svolge in appalto lo smaltimento dei rifiuti urbani.
In particolare , si fa riferimento alle giornate di lotta del 1-2 marzo 2011, quando si produsse una forte astensione dal lavoro e dal servizio , il cui clamore dette luogo all’avvio delle trattative con l’allora sindaco Mennitti (poi dimissionario, ora c’è il commissario Prefettizio in attesa di elezioni) che aprì un tavolo con i Cobas per affrontare la situazione. Sono trascorsi 8 mesi da quella usuale e giusta iniziativa senza che alcuna
comunicazione sia stata fatta agli attuali perseguitati : desta sospetto che l’operazione sia scattata il giorno stesso che nella piazza principale di Brindisi ( piazza Vittoria ,ore 17) è prevista e confermata la grande
manifestazione indetta dai Cobas in sostegno dell’occupazione, dei diritti e della dignità dei disoccupati e dei lavoratori , alla vigilia della mobilitazione nazionale del 15 ottobre a Roma .
La Confederazione Cobas deplora e denuncia il comportamento subdolo e fazioso degli inquirenti , votato a reprimere le lotte sindacali e popolari invece che a proteggere coloro che soffrono l’indigenza e le discriminazioni. Ciò è ancora più grave a Sud , dove endemica è la carenza del lavoro e massiva è l’esclusione sociale e l’emigrazione, dove l’impegno civile e sindacale è visto di malocchio è c’è più disponibilità tra gli inquirenti a fare carriera ai danni del protagonismo sociale.
La Confederazione Cobas mobilitata nel fornire il massimo sostegno ai lavoratori e ai ceti popolari - investiti da questa tremenda e permanente crisi causata dalle banche e dalla speculazione finanziaria - attraverso vertenze e azioni dirette , scioperi e manifestazioni , assume la liberazione di Bobo e degli altri 7 compagni arrestati come impegno incondizionato e teso alla scarcerazione immediata, anche per dare a questi nostri compagni la possibilità di partecipare alla manifestazione nazionale a Roma del 15 ottobre, a cui stavano contribuendo con i bus delle lotte dei disoccupati, dei lavoratori e degli ambientalisti brindisini.
A Bobo , ai compagni arrestati e denunciati , la Confederazione Cobas esprime i più sinceri sentimenti di affetto e solidarietà , l’impegno a riportarli subito tra di noi e nelle lotte .
Roma 12 ottobre 2011
CONFEDERAZIONE COBAS
11 ottobre 2011
Processo Cucchi: Direttore carcere testimonia “ci furono problemi trasporto per ospedale”
Ci furono problemi organizzativi per il trasporto di Stefano Cucchi nella struttura protetta dell’ospedale “Sandro Pertini” di Roma, dove la settimana dopo il suo arresto per droga, il 22 ottobre 2009 morì. La conferma viene dal direttore del carcere di “Regina Coeli”, Mauro Mariani, sentito come testimone al processo che per la morte del romano di 31 anni vede imputate dodici persone.
“Fu il dottor Rolando Degli Angioli, del servizio sanitario del carcere - ha detto Mariani - ad avvertirmi telefonicamente il 16 ottobre 2009 che era entrato un detenuto per il quale occorreva fare accertamenti radiologici all’esternò. E fu lo stesso Degli Angioli ad avvisare il direttore che c’era un problema organizzativo per la polizia penitenziaria. Quale è presto detto: “c’erano i due uomini di scorta non l’autista del mezzo comune disposto per il trasporto di Cucchi al pronto soccorso del Fatebenefratelli”.
Il passaggio successivo fu che “contattai il medico del carcere pregandolo di cambiare il mezzo disponendo il trasporto con un’ambulanza convenzionata. Io non potevo fare la sostituzione; è il medico che, a seconda delle condizioni, sceglie il mezzo con il quale un detenuto dev’essere portato in ospedale”. Il direttore del carcere seppe successivamente che furono i sanitari del “Fatebenefratelli” a disporre il ricovero di Cucchi al “Pertini” dove morì una settimana dopo l’arresto.
fonte: Ansa
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Detenuto tunisino di 35 anni si impicca nel carcere “Pagliarelli" di Palermo
Nelle carceri siciliane è il quarto suicidio di un detenuto dall’inizio di settembre, il secondo a Palermo nell’ultimo mese. A togliersi la vita è stato Mohamed Nahiri, 35 anni.
L’uomo si è impiccato domenica notte alle sbarre del bagno della sua cella con un lenzuolo. Intorno alle 3, Nahiri ha afferrato il lenzuolo della sua branda, l’ha bagnato e si è impiccato alle sbarre della finestra del bagno. I suoi sette compagni di cella si sono accorti di quanto accaduto solo ieri mattina, quando non c’era più nulla da fare. Il magistrato di turno non ha ritenuto necessario disporre l’autopsia.
Mohamed Nahiri era arrivato al Pagliarelli nel maggio scorso. Ad Augusta, dove era rinchiuso dal 2007, Nahiri aveva avuto alcuni problemi con gli altri carcerati e con il personale penitenziario che avrebbe aggredito in più di un’occasione. Finito in cella per l’omicidio di un connazionale a Roma, il tunisino sarebbe uscito nell’ottobre del 2019. Neanche al Pagliarelli Nahiri aveva intrecciato buoni rapporti con i compagni, tanto da essere trasferito qualche settimana fa in un’altra cella, nella quale dormivano in otto.
Un mese fa, un altro caso simile all’Ucciardone. A uccidersi era stato Alex Pantano, 38 anni, torinese, accusato di spaccio e furto. I poliziotti penitenziari lo hanno trovato impiccato alla finestra con i pantaloni del pigiama. Prima, altri due detenuti si erano tolti la vita a Messina e ad Agrigento.
Da inizio anno sale a 146 il totale dei “morti di carcere”: 50 detenuti si sono suicidati, 1 è stato ucciso (il 24enne Abbedine Kemal, “pestato” nel carcere di Opera il 23 giugno scorso da persone non ancora identificate e poi deceduto in ospedale per le ferite riportate), 29 sono morti per “cause da accertare” ed i restanti 66 per “cause naturali”.
L’età media dei suicidi era di 35 anni, quella dei morti per cause diverse dal suicidio di 41 anni.
42 dei “morti di carcere” erano stranieri, 104 italiani. 3 le donne: Loredana Berlingeri, 44 anni, morta per un’infezione il 4 marzo nel carcere di Reggio Calabria; Adriana Ambrosini, 24 anni, suicida nell’Opg di Castiglione (Mn) il 3 aprile scorso ed Elena D., 30enne deceduta il 12 luglio nel carcere di Trani (Ba) per cause non ancora accertate.
fonte: Ristretti Orizzonti
Caso Mastrogiovanni: quando la contenzione diventa “un sistema di terapia”
4 ottobre 2011 ore 14 circa. Nel giorno in cui sarebbe caduto l’onomastico di Francesco Mastrogiovanni, presso il Tribunale di Vallo della Lucania (Sa), riprende il processo contro i sei medici e i dodici infermieri del reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania (Sa) rinviati a giudizio per la morte del maestro elementare di Castelnuovo Cilento, avvenuta nella notte del 4 agosto 2009, dopo un Tso illegittimo e illegale e quattro giorni di contenzione continua, immotivata ed illegale.
La Presidente del Tribunale, Dr.ssa Elisabetta Garzo inizia l’appello e per diciotto volte, dopo il nome e cognome di ogni singolo imputato, aggiunge “libero assente”, “libero presente” e di seguito il nome di uno o più avvocati. Moltissimi imputati continuano ad essere contumaci.
Anche oggi, e nonostante la disposizione impartita ai carabinieri di accompagnamento coattivo, l’ultimo teste del P.M. Dr. Renato Martuscelli, non si è presentato. Il pm Martuscelli e i legali degli imputati hanno chiesto che la procedura venga rinnovata per la prossima udienza. Non è stata accolta la richiesta di tener conto della situazione di malattia in cui versa il teste, dando per acquisite le deposizioni già rese alla polizia giudiziaria.
Nell’udienza odierna, con esclusione del medico legale Di Stasio la cui deposizione è stata rinviata alla prossima udienza che si terrà il 18 ottobre, sono stati sentiti i testimoni indicati dall’avvocatessa Caterina Mastrogiovanni, legale della famiglia del defunto. Nell’udienza del 18 ottobre ci sarà anche l’interrogatorio di Licia Mazzarella Musto, la proprietaria del campeggio nel quale trascorreva le vacanze Mastrogiovanni e alla quale Mastrogiovanni chiese profeticamente: “Non mi fate portare all’ospedale di Vallo, perché lì mi uccidono!”
Palesemente irrilevanti le deposizioni del direttore amministrativo e del responsabile del personale amministrativo. Se, in una precedente udienza il dr. Giuseppe Ortano, psichiatra di Aversa, aveva affermato: “La contenzione è un reato. Soltanto nel caso previsto dall’art. 54 del c.p. può essere praticata e per il tempo strettamente necessario”, oggi, invece, il dr. Pantaleo Palladino, in qualità di direttore sanitario dell’ospedale di Vallo della Lucania, ha ribadito: “Il Tso è contenzione… La contenzione è un sistema di terapia... La contenzione nel reparto di psichiatria veniva praticata perché si acquistavano le fascette di contenzione. Non sono a conoscenza di contenzione fuori regola”.
Il dr. Palladino arriva anche a giustificare la contenzione di Mastrogiovanni, sostenendo che era un violento. La sua affermazione viene smentita dal video - che dice di non aver visto, tranne gli spezzoni trasmessi dalle tv nazionali - nel quale però si vede una persona tranquilla e collaborativa che viene legata per non essere sciolta se non dopo la morte. I membri del Comitato Verità e Giustizia per Franco Mastrogiovanni consigliano amichevolmente al dr. Palladino di guardarlo attentamente quel video, magari - non ce ne voglia - sforzandosi di pensare che la persona legata è un suo amico o addirittura un suo familiare e solo dopo ci ripeta che la contenzione è una terapia.
Purtroppo la deposizione del direttore sanitario prova in maniera chiara ed inequivocabile che la contenzione era il “sistema” adottato nell’ospedale di Vallo della Lucania e testimonia che ne fosse a conoscenza anche la direzione sanitaria, rendendosi in tal modo corresponsabile di questo metodo che non è affatto una terapia, ma una tortura, che nel caso di Francesco Mastrogiovanni è stata addirittura prolungata anche oltre la morte, avvenuta sei ore prima di essere slegato, quando ormai il suo cadavere era freddo. Nel corso dei precedenti interrogatori è risultato che la contenzione veniva praticata regolarmente a tutti i pazienti, uomini e donne, in trattamento obbligatorio e finanche volontario. Insomma i medici di quel reparto, calpestando la loro scelta professionale e scientifica, invece di usare le medicine usavano i legacci immobilizzando e torturando i pazienti. Esattamente come si faceva al tempo delle caverne, come si faceva al tempo del Medio Evo… Per i medici del reparto di psichiatria e per la dirigenza dell’ospedale di Vallo della Lucania il tempo della scienza e della medicina si è fermato al Medio Evo!
L’altra questione affrontata è quella delle ferie del dr. Michele Di Genio, comunemente ritenuto primario del reparto di psichiatria. Per il dr. Pantaleo Paladino il dott. Di Genio è tutt’altro! All’epoca dello svolgimento dei fatti è il responsabile del Dipartimento di salute mentale dell’Asl e come tale non è tenuto a chiedere le ferie alla direzione sanitaria come tutti gli altri operatori sanitari, medici ed infermieri, ma alla direzione dell’Asl, al direttore generale dell’Asl (che all’epoca era Saracino). Solo gli altri medici e gli infermieri del reparto sono tenuti a presentare domanda alla direzione sanitaria; non vengono protocollate, ma solo acquisite agli atti, sottolinea il dr. Palladino. Però, in una precedente udienza, si è parlato di una domanda di ferie del dott. Di Genio presentata e protocollata. Chi mente?
Probabilmente questa asserzione mira a sostenere che il primario dott. Di Genio non ha nessuna responsabilità per la morte di Francesco Mastrogiovanni, perché in ferie al momento della contenzione e della morte di Francesco. (La Cassazione con la sentenza del settembre 2010 non ha rettamente valutato la posizione del dr. Di Genio?). All’epoca dei fatti, risulta che il responsabile del reparto di psichiatria era un altro medico, ma sempre su nomina (non scritta) del responsabile del dipartimento, ovvero il dott. Di Genio.
Quando è chiamato a deporre l’avvocato Loreto D’Aiuto, familiare acquisito di Francesco, gli avvocati degli imputati si oppongono alla sua deposizione, accampando inesistenti conflitti, che l’avv. D’Alessandro vuol provare attraverso l’incartamento, ma sono documenti che non riesce a trovare e chiede tempo. L’avvocato D’Aiuto viene fatto allontanare, l’udienza prosegue con gli altri interrogatori e poi l’avv. D’Aiuto viene richiamato. Ma nonostante che l’avv. D’Alessandro è per oltre un’ora alla ricerca affannosa di documenti che dovrebbero impedire la deposizione del suo collega, non li trova, e ciò nonostante - appellandosi all’art. 197 del cpp - continua a sostenere che l’avv. D’Aiuto non dev’essere sentito. Alla fine il presidente dr.ssa Garzo - dando la giusta interpretazione dell’art. 197 - stabilisce che non c’è nessuno ostacolo alla sua audizione. In una toccante deposizione l’avv. D’Aiuto riferisce di conoscere fin da quando erano entrambi studenti Francesco Mastrogiovanni e di averlo sempre frequentato e stimato, fino ad innamorarsi della cugina, l’avv. Caterina Mastrogiovanni, sua moglie, che siede al banco dei difensori e lo sta interrogando. Riferisce che la mattina del 4 agosto 2009, trovandosi a Vallo della Lucania per comperare un fascio di fiori e recarsi al cimitero del suo paese, perché ricorreva l’anniversario della morte della madre, fu raggiunto dalla telefonata della moglie, che lo avvertiva dell’improvvisa morte del cugino, ricoverato all’ospedale.
L’avv. D’Aiuto alle 8,15 è già all’ospedale, appena mezz’ora dopo la constatazione della morte di Mastrogiovanni, scoperta alle 7,40. È il primo a recarsi all’obitorio dell’ospedale e dopo arriveranno il cognato e la sorella. La sua testimonianza è scioccante: “Sono stato il primo a giungere all’obitorio. Franco era completamente coperto da un lenzuolo bianco. L’ho scoperto e mi sono reso conto che era anche nudo e il suo corpo era martirizzato in modo terribile e agghiacciante.
Presentava profondi lividi su tutto il corpo. Sono stato poi colpito dal comportamento dell’addetto all’obitorio che aveva fretta di vestire il cadavere di Franco e la cosa mi ha infastidito al punto di farla presente al dipendente dell’ospedale”. L’avvocato ha aggiunto: “Franco non era pazzo! L’ho visto l’ultima volta solo qualche giorno prima del suo ricovero. Era venuto a salutarmi anche per salutare un nipote che trascorreva le vacanze presso la mia casa al mare. Assolutamente nulla che manifestasse che Franco non stava bene!”. Alla fine della deposizione non c’è nessun avvocato tra i difensori dei diciotto imputati che ha voglia di fare solo mezza domanda all’avv. D’Aiuto. Ci sarà giustizia per Franco Mastrogiovanni, a Vallo della Lucania, almeno da morto?Vincenzo Serra, Giuseppe Tarallo, Giuseppe Galzerano
Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni
10 ottobre 2011
Napoli: Provocazioni e aggressioni fasciste all'università..... e la polizia li protegge
Metti che un giorno alcune decine di mazzieri arrivino sotto una Università in agitazione con le suddette mazze insieme a caschi e bandiere del partito fascista inglese degli anni '30. Metti che sono accuditi e accompagnati da inquietanti personaggi che richiamano alla destra eversiva degli anni '80...
Metti che capisci di non essere in un film e neppure in uno scialbo remake degli anni '60. Metti che questi personaggi si autodefiniscono "fascisti del terzo millennio". Metti che pensi che svariati milioni di morti come tributo alla tirannia fascista sarebbero anche bastati... allora magari decidi di contestarli!
E' quello che è successo oggi all'Università!
Questa mattina alcune decine di neofascisti di casapound-blocco studentesco, convocati da tutta la regione con mazze, bottiglie e bandiere fasciste al seguito (le croci celtiche con il fulmine dentro, ispirate e identiche a quelle del British Union of fascists del 1930,) hanno fatto di nuovo irruzione fra la facoltà di Lettere e quella di Giurisprudenza su via Marina. Per la seconda volta in dieci giorni!A differenza dell'altra volta, in questa occasione neanche la finzione di un volantinaggio "contro l'ignoranza antifascista" (Sic!! e proprio sotto l'università di giurisprudenza..). Stavolta sono venuti direttamente per aggredire!
Tra loro l'ex-candidato alla II municipalità nelle liste del Pdl Tarantino, noto per aver accoltellato alcuni studenti nel maggio scorso e per aver fatto gli auguri di compleanno ad Hitler sul suo profilo facebook. E altri personaggi davvero pittoreschi.. (vedi foto).
Dopo la manifestazione di venerdi scorso in cui gli studenti autorganizzati sono scesi in strada in oltre diecimila per difendere il diritto allo studio disintegrato dalle finanziarie, la facoltà di Lettere in via porta di Massa è entrata in agitazione il giorno seguente. In vista del 15 ottobre, giornata della manifestazione internazionale contro i tagli sociali e la speculazione finanziaria.Probabilmente tutto questo ai gruppetti neofascisti non sta bene, oppure fanno i servi idioti di qualcun altro!
La tensione è subito salita, perchè ovviamente dalla facoltà e dal resto dell'Università sono arrivati oltre un centinaio di studenti a contestarne la presenza, garantita invece da un reparto della celere e dei carabinieri. Nel caos che è seguito i fascisti si sono dovuti allontanare dalla facoltà di giurisprudenza, ma hanno lanciato pietre e bottiglie ferendo un ragazzo alla gamba e invece alla testa una studentessa che usciva dai corsi...
E però su via Marina la polizia ha ben pensato di caricare gli studenti accorsi!
Immaginiamo bene che una storia del genere produca in chi ascolta un'istintiva repulsione... eppure non è fantascienza! Soprattutto in una fase di grave crisi sociale ed economica, in opposizione al meccanismo emancipativo delle lotte sociali, c'è spazio per chi soffia sul fuoco del rancore verso i più deboli, verso le diversità, verso l'attivismo politico. Migranti, omosessualità, partecipazione politica.. può finire nel mirino di queste nuove squadracce alimentando le pulsioni più velenose che esistono nella nostra società. E' esattamente quello che quest'organizzazione sta riproducendo in tutta Italia, a partire dalla famosa aggressione al movimento studentesco in piazza Navona a Roma. Ed è per questo che rifiutare ogni diritto di cittadinanza a questi psicotici del terzo millennio è una responsabilità comune che non si può delegare!
Collettivi studenteschi
Rete contro il razzismo, il neofascismo e il sessismo
Le dieci domande a Manganelli che vorremmo che Fabio Fazio gli rivolgesse
Il capo della polizia Manganelli andrà da Fabio Fazio prossimamente. Ecco le 10 domande che chiediamo gli venissero rivolte. Si può scrivere alla redazione da qui: raitre.chetempochefa@rai.it
Gentile Fabio Fazio,
pensando alle migliaia di persone che hanno partecipato dieci anni fa alle manifestazioni contro il G8 a Genova, alla fallimentare gestione dell’ordine pubblico che portò all’omicidio di un ragazzo, ai processi che hanno condotto alla condanna di decine di agenti, funzionari e dirigenti delle forze dell’ordine, le chiediamo di porgere alcune domande al capo della polizia, Antonio Manganelli, che sarà suo ospite in una delle prossime puntate della sua trasmissione e che in questi anni ha evitato di dare spiegazioni soddisfacenti.
Sono questioni che non è possibile eludere, se si vuole dialogare seriamente con il capo della polizia.
1. Perché non ha ancora chiesto scusa per le violenze, gli abusi, le calunnie e i falsi compiuti da uomini della polizia alla scuola Diaz, alla caserma di Bolzaneto, in numerosi episodi di piazza, tutti fatti accertati in sede storica?
2.Perché non ha ripudiato, come incompatibile con una polizia democratica, il blitz alla scuola Diaz, che fu un violento pestaggio concluso con l’arresto di 93 persone sulla base di prove false?
3.Perché i funzionari e i poliziotti responsabili di quegli episodi, non sono stati subito, nel 2001, sospesi dagli incarichi o assegnati a ruoli non operativi?
4.Perché non furono avviati, già nel 2001, i procedimenti disciplinari per i dirigenti impegnati nel blitz alla scuola Diaz consigliati dall’ispettore ministeriale, dottor Micalizio?
5.Perché i funzionari rinviati a giudizio nel processo Diaz non sono stati sospesi, come indicato dalla giurisprudenza della Corte Europea, al momento del rinvio a giudizio (nel 2004)?
6.Perché non stati rimossi nemmeno dopo le sentenze di condanna in secondo grado, nel 2010? (non ci risponda, come ha fatto in passato, che manca ancora il giudizio della Cassazione e quindi non è possibile far niente, perché questa non è una risposta: la Cassazione giudica solo su questioni di diritto e non può certo modificare gli eventi, ormai accertati in sede storica)
7.Perché alcuni degli stessi funzionari sono stati promossi a inchieste e processi ancora in corso e anche dopo le sentenze di condanna?
8.Perché il funzionario condannato con sentenza definitiva per un episodio che ha coperto di vergogna il nostro paese – l’arresto illegale e il pestaggio di un minorenne, documentato da filmati e fotografie che hanno fatto il giro del mondo – è ancora al suo posto di vice questore?
9.Perché la polizia di stato non ha collaborato con i magistrati che hanno condotto le inchieste genovesi, spingendo i pm a parlare di omertà?
10.Trova corretto sul piano etico e professionale che 25 imputati su 27 nel processo Diaz si siano avvalsi della facoltà di non rispondere e che nessuno di loro abbia rinunciato alla prescrizione?
Vittorio Agnoletto, ex portavoce Gsf, coautore “L’eclisse della democrazia” (Feltrinelli)
Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova
Giuliano Giuliani, Comitato Piazza Carlo Giuliani
Haidi Giuliani, Comitato Piazza Carlo Giuliani
Lorenzo Guadagnucci, coautore “L’eclisse della democrazia” (Feltrinelli)
9 ottobre 2011
«I miei figli picchiati in questura» Parla la madre di Nicolò e Tommaso: «Voglio giustizia, ma temo un'archiviazione»
«Quando sono arrivata l'ho visto in piedi, che sputava sangue, ho urlato 'che siamo, in America?', mi sembrava uno di quei film». La signora Simonetta Cordella ricorda tutto di quella notte del 2 aprile del 2009. Ricorda soprattutto la telefonata del figlio Nicolò, 25 anni: «Correte in questura, hanno ammazzato mio fratello». Sono momenti che nella memoria sembrano durare ore, in realtà tutto si è svolto in una trentina di minuti. Lei e suo marito corrono giù in strada, abitano a due passi dalla questura: «Sono un collega, vado alle volanti», dice il marito della signora esibendo il tesserino. Perché il padre dei due ragazzi, è Walter De Michiel, ispettore capo della polizia di frontiera di Venezia. Quando i coniugi De Michiel arrivano nel chiostro della questura di Santa Chiara, la situazione è surreale: Tommaso, 23 anni, ha il labbro spaccato, un occhio pieno di sangue, fatica a respirare, ed è circondato da almeno dieci poliziotti, racconta Simonetta. Ha bevuto, ma soprattutto è spaventato, alterna pianti a urla: «Non mi picchiate più adesso, non mi picchiate perché ci sono i miei genitori?». Intanto da dietro una porta sentono la voce dell'altro figlio: «Ho aperto la porta a vetri, l'ho visto seduto, ammanettato anche lui, ma a una sbarra. Ero una furia». In ospedale Tommaso avrà una prognosi di venticinque giorni, che diventeranno quaranta: ha due costole rotte, una tumefazione al torace, il labbro spaccato e lo scroto annerito, con tracce di sangue nell'urina. Lo tratteranno quella notte. A Nicolò è andata meglio: quattro giorni di prognosi.
«Tic, tac, tic, tac», scrive Simonetta sul gruppo Facebook nato due anni fa «Per non dimenticare». Vuol dire che il tempo sta per scadere. Le indagini sono aperte da due anni e mezzo, la famiglia De Michiel teme un'archiviazione. Forse anche per questo, l'altra sera a Padova, durante una serata sulle vittime di Stato, a cui partecipavano Patrizia Moretti e Lucia Uva - madre e sorella di due ragazzi uccisi dopo un fermo di polizia - si è alzata e ha raccontato questa storia, che il giornalista Filippo Vendemmiati ha rilanciato sul sito di Articolo21.
In città la vicenda dei fratelli De Michiel se la ricordano un po' tutti. Lì per lì ha fatto scalpore, ma con il tempo le cose sembrano essere un po' cambiate. La versione della polizia parla di un intervento per sedare una rissa, di due ragazzi molto agitati che hanno aggredito i poliziotti, tanto da ferirne cinque. E in quanto ai fratelli De Michiel in molti sussurrano che siano due teste calde. Eppure ci sono ancora un paio di cose da sottolineare in questa storia tutta da chiarire. Intanto c'è una testimone, una donna che ha assistito al fermo dei due fratelli. È stata ascoltata dall'avvocato della famiglia, ma non ancora dal pm che segue le indagini. La donna dice di aver visto i due ragazzi discutere, ma che certo non si trattava di una rissa. Quando sono arrivati i poliziotti - erano a bordo di una volante lagunare - si sono fermati per chiedergli i documenti, e subito hanno avuto un «confronto» con Tommaso, che era senza documenti. «Porta rispetto», gli dicevano i poliziotti. E lui: «Se non me lo porti tu, non te lo porto neanche io». Finisce che Tommaso viene portato sulla barca e lì si ribella: sono pugni e calci per ammanettarlo. La testimone era alla finestra di casa sua, e avrebbe gridato: «Ma che fate a quel ragazzo?». Un agente avrebbe risposto: «Ha qualcosa da dire, signora?». I due fratelli finiscono in questura, e lì comincerebbe la «rieducazione» del riottoso Tommaso. Il testimone è il fratello, che viene subito ammanettato alla sbarra: vede un poliziotto dare un calcio potentissimo a Tommaso sullo scroto. Il ragazzo cadere a terra e il poliziotto mettergli un piede sulla testa: «Hai finito di rompere i coglioni?». Nicolò urla di lasciarlo stare, e allora tocca a lui: un poliziotto gli dà due calci negli stinchi e esce chiudendo la porta. È a quel punto che Nicolò, cercando di raggiungere la maniglia della porta, si mette la mano in tasca alla ricerca di qualcosa che possa aiutarlo. Trova il cellulare e chiama i genitori.
E ancora: quella notte a Tommaso e Nicolò viene notificata solo una denuncia per ubriachezza manifesta. Solo in seguito Simonetta saprà che sia lei che i figli sono stati denunciati per resistenza a pubblico ufficiale, e Tommaso anche per lesioni. E poi: due giorni dopo il fatto, alcuni ragazzi organizzano una manifestazione. Tommaso prende il microfono, il padre lo vede in difficoltà e interviene. Dice che si dissocia dal comportamento di quei poliziotti, ma che la polizia è fatta di persone perbene. Per aver preso quel microfono, l'ispettore De Michiel è stato deferito alla Commissione disciplinare con l'accusa di manifestazione non autorizzata, oltraggio al corpo di polizia e pure omissione di atti di ufficio. Perché lui doveva sapere chi aveva organizzato la manifestazione, che poi si è chiusa con qualche «disordine» davanti alla questura, e avrebbe dovuto avvertire la polizia. All'inizio è stata condannato al licenziamento, poi commutato in una più «morbida» sospensione per sei mesi a mezzo stipendio.
Un'ultima cosa: Tommaso ha un processo in corso per lesioni, perché un militante di Forza Nuova lo ha riconosciuto tra le persone che lo hanno picchiato il 12 maggio 2009, anche se altri ragazzi presenti non lo ricordano. È il giorno dopo la scadenza della prognosi. Davvero un facinoroso, questo Tommaso: appena tornato al lavoro si butta subito in una rissa. Facinoroso o no, uscire con quaranta giorni di prognosi da una questura italiana merita qualche approfondimento.
Cinzia Gubbini da "il manifesto"
Indagato per vilipendio per i post su Facebook. Il caso Vincenzo Lo Zito
Che sia giunto il momento di imbavagliare Facebook? Le opinioni espresse in bacheca potrebbero infatti costare caro. Un maresciallo della Croce Rossa, Vincenzo Lo Zito (nella foto), è indagato per vilipendio proprio a causa delle sue espressioni, spesso colorite, contro Silvio Berlusconi.
Il sostituto procuratore Francesco Minisci lo ha iscritto al registro il 7 luglio scorso e il 21 ha trasmesso il fascicolo alla Giunta della Camera per chiedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del cittadino Lo Zito. Di verificare cioè se esistono o meno i presupposti per continuare ad indagare sul maresciallo e su quello che scrive sul suo blog.
Nell’atto inviato alla Giunta, il pm Minisci elenca gli indizi dell’eventuale reato. “Lo Zito Vincenzo, mediante un proprio blog su internet e diversi interventi sul social network Facebook, pubblicamente vilipendeva la Repubblica, il Parlamento, il Governo e i suoi membri”.
Claudia Fusani, per L’Unità, riporta un lungo elenco di slogan e pensieri del maresciallo Lo Zito. Del tipo: “Il ministro La Russa ci manda a scopare per strada a Napoli”, riferito a quando i militari furono impiegati per l’emergenza rifiuti a Napoli. “Il caro Silvio non poteva scegliere conduzione migliore al Pdl, baciamo le mani Angelino”, riferito a quando l’ex ministro della Giustizia è diventato segretario politico del Pdl.
Lo Zito ha esternato anche quando il governo ha approvato il nucleare: “E’ arrivato il nucleare in Italia, Berlusconi apri la bocca, inspira bene e cerca di scoreggiare in Parlamento”.
Perplessa Donatella Ferranti del Pd: “L’accusa di vilipendio è molto grave. Colpisce però che una norma nata a tutela dei cittadini rischi di diventare strumento per limitare la libertà di opinione”. E’ la prima volta che nel mirino finisce la bacheca di Facebook.
fonte: blitz quotidiano
8 ottobre 2011
Milano: Polizia carica presidio antifascista
Presidio antifascista questa mattina in piazza Miani a Milano, nel popolare quartiere della Barona. Obiettivo dell’iniziativa: contrastare l’apertura della sede dei neofascisti di Fiamma Tricolore in via Tosi. Presenti Anpi, Cgil e numerosi militanti di organizzazioni politiche di sinistra, spazi sociali e gente del quartiere. Sulla loro strada, però, un’imponente militarizzazione, con carabinieri e poliziotti che hanno impedito agli antifascisti di avanzare verso il raduno fascista. Le “forze dell’ordine” hanno anche effettuato due cariche contro il centinaio di compagni presenti. (foto)
6 ottobre 2011
Messina: detenuto romeno muore; durante l’arresto ha “sbattuto il viso sul pavimento”
Un’inchiesta dovrà chiarire le cause della morte di un detenuto romeno, Marcel Vitiziu, 30 anni, della casa circondariale di Gazzi, a Messina, morto lunedì, per arresto cardiaco, mentre in ambulanza veniva trasferito al Policlinico. Il procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro e il sostituto Federica Rende hanno dato incarico a due medici legali palermitani di effettuare l’autopsia.
Il 30enne era stato arrestato venerdì sera dai carabinieri in una rivendita di tabacchi di Camaro Inferiore. Era ubriaco e all’arrivo dei militari si è scagliato contro di loro con calci e pugni. A fatica sono riusciti a mettergli le manette ma lui riesce a divincolarsi, perde l’equilibrio e cade sbattendo il viso sul pavimento. Non si calma e per metterlo sull’ambulanza viene legato alla lettiga e ammanettato. Al pronto soccorso dell’ospedale “Piemonte” viene sedato e giudicato guaribile in 30 giorni: ha lesioni al naso ed all’arcata sopraccigliare.
Quindici minuti dopo la mezzanotte viene trasferito in carcere. L’indomani, alle 11, viene portato in ambulanza al Policlinico per sottoporlo alla Tac da cui si rileva un trauma cranico-facciale, la rottura del setto nasale e un edema. Viene riportato in carcere, ma le condizioni peggiorano e domenica, alle 8.18, viene sottoposto al Policlinico ad un’altra Tac che conferma la diagnosi precedente. Torna così di nuovo in carcere.
Lunedì, alle 9.30, il Gip Masimiliano Micali non riesce a convalidare l’arresto per le sue condizioni psicofisiche. Alle 11.15 ha un arresto cardiaco mentre un’ambulanza corre verso il Policlinico. Inutili i tentativi di rianimarlo e a mezzogiorno viene dichiarato il decesso. Il legale d’ufficio, Giuseppe Serafino, nutre dubbi sulle cause del decesso che potrebbe essere stato provocato da lesioni interne “non correttamente diagnosticate tra venerdì sera e lunedì mattina”.
Chiede alla procura di accertare da dove eventualmente derivino, se da traumi o da percosse, ma anche perché è stato portato in carcere in stato d’arresto per resistenza a pubblico ufficiale e non invece sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio.
fonte: Agi
Verso la mobilitazione del 15 ottobre: a Padova studenti identificati dalla Digos
Questa mattina davanti alla Facoltà di Lettere e Filosofia quattro studenti sono stati identificati dalla Digos mentre distribuivano volantini informativi e offrivano la colazione con un banchetto agli altri universitari.
Precisiamo che uno degli studenti identificati non era promotore del banchetto ma semplicemente un passante.
L’iniziativa era volta a promuovere le giornate di mobilitazione del 7 e 15 Ottobre e le assemblee relative, contro le politiche di austerity e le riforme dell’università.
Da anni i banchetti davanti alle facoltà sono una pratica quotidiana tramite cui i gruppi e le associazioni universitarie si relazionano con gli studenti.
Quanto successo non può che rivelarsi come un chiaro atto di intimidazione verso chi si mobilita con sguardo critico verso quanto accade e cerca di creare un’alternativa.
Già a conclusione dell’anno politico scorso sei studenti del movimento cittadino erano stati sottoposti a misure cautelari tuttora in vigore (quotidianamente devono presentarsi in Questura). Questi giovani sono stati accusati di essere socialmente pericolosi sulla base di un impianto accusatorio più che debole: uno dei reati contestati, per fare un esempio, è di “manifestazione non autorizzata” per un banchetto simile a quello di questa mattina gestito da sole due persone.
Con l’inizio dell’anno accademico e dentro a un quadro sociale di forte mobilitazione a tutti i livelli sociali l’orientamento della Questura appare quello di far pressione attraverso la “paura “.
In un paese democratico vi è il diritto (e in questo momento storico diremo quasi un “dovere”) di esprimere il proprio dissenso ed episodi come quello di oggi devono essere denunciati e rispediti al mittente.
Studenti della facoltà di Lettere e Filosofia
Morte di Stefano Cucchi; agli atti del processo la lettera di un ex detenuto
“Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri, tutta la notte ho preso botte per un pezzo di fumo”. È la confidenza che Alaya Tarek ha detto di aver sentito con le sue orecchie direttamente da Stefano Cucchi, il geometra 31enne arrestato per detenzione di droga e morto nel reparto clinico del carcere Regina Coeli il 22 ottobre 2009.
Tarek poi chiese di ricopiare tutto a un’altra persona che era detenuta, Stefano Capponi: ora quella lettera è agli atti del processo a carico di sei medici, tre infermieri e tre guardie carcerarie. Le accuse, a vario titolo, vanno dalle lesioni e abuso di autorità fino al favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d’ufficio e falsità ideologica. Nessuno dei dodici imputati era presente nell’aula del Tribunale. “Io Cucchi non l’ho visto né conosciuto - ha detto Capponi ieri in aula a Roma - . Fu Tarek a chiedermi di ricopiargli una lettera. Era scritta in un italiano strano”. Capponi ha confermato in pieno i contenuti della lettera.
Anche altri due ex detenuti, cittadini albanesi, che il giorno della convalida dell’arresto di Cucchi si trovavano come lui nelle celle del tribunale di Roma avrebbero sostenuto che Cucchi aveva raccontato loro di essere stato percosso dai carabinieri. Ieri non erano in aula perché irreperibili. Per la difesa la loro audizione è necessaria; il pm era pronto a farne a meno. Dovranno quindi essere rintracciati.
In relazione alla morte di Stefano è già stato condannato a due anni di carcere con rito abbreviato Claudio Marchiandi, funzionario del Prap (Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria). Secondo il gup che ha firmato quella condanna, Stefano Cucchi “doveva essere internato” nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini proprio per “evitare che soggetti estranei all’amministrazione penitenziaria prendessero cognizione delle tragiche condizioni in cui era stato ridotto”.
Ricoverato lì per evitare che la situazione “venisse portata a conoscenza dell’autorità giudiziaria”; “per tenere Cucchi al riparo da sguardi indiscreti sottraendolo intenzionalmente a tutte le cure di cui aveva bisogno”. Per il giudice Rosalba Liso infatti “non c’era spazio a dubbi di sorta in ordine al fatto che Cucchi fosse stato picchiato”. “Stefano non doveva assolutamente entrare poiché si trattava di un paziente in un fase di acuzie”.
Marchiandi per il gup “ha concorso alla falsa rappresentazione delle reali condizioni di Stefano (fu redatto dalla dottoressa Rosita Caponetti, anche lei imputata, un falso un falso certificato medico) così determinandone l’ingresso al reparto protetto del Pertini, che non sarebbe stato altrimenti in alcun modo possibile”.
fonte: Ansa
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Teramo: respinta richiesta archiviazione, si riapre processo per pestaggio in carcere
“Massacrato al punto di rischiare una rivolta dei detenuti”: non usa mezzi termini il giudice Angela Di Girolamo. Nelle otto pagine di motivazioni, il magistrato (all’epoca dei fatti in servizio a Teramo e ora all’Aquila) mette nero su bianco il perché dell’assoluzione di Mario Lombardi. L’uomo, 46 anni, di Chieti, è il detenuto pestato a cui si fa riferimento nell’audio shock sul carcere di Castrogno che rivelava un pestaggio avvenuto nel penitenziario.
Un caso che due anni finì sulle prime pagine di tutti i giornali. Lombardi (assistito dall’avvocato Filippo Torretta) era andato a processo con l’accusa di lesioni e resistenza ad un agente di polizia penitenziaria e a gennaio è stato assolto perché il fatto non sussiste. L’uomo, che nel frattempo ha finito di scontare la pena ed è uscito dal carcere, ha sempre sostenuto di essere stato picchiato dagli agenti come atto di ritorsione proprio per la sua resistenza nei confronti di uno di loro.
“Nessuna violenza a pubblico ufficiale è ipotizzabile”, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza, “nessuna prova è emersa sulla circostanza che il prevenuto abbia voluto opporsi con violenza e minaccia all’agente. Tenuto conto delle contraddittorie risultanze processuali e delle gravi lesioni riportate dal detenuto Lombardi non può ritenersi raggiunta la prova della penale responsabilità in capo all’imputato”.
Nel corso del processo sono stati ascoltati vari testi, tra cui anche la moglie di Uzoma Emeka, ritenuto il testimone chiave del pestaggio in carcere morto nel novembre del 2009 a Castrogno per un cancro non diagnosticato. “Mio marito era in carcere e mi disse di aver visto un agente picchiare un detenuto” ha raccontato la donna al giudice. nei mesi scorsi il gip Marina Tommolini ha riaperto il caso Castrogno, respingendo la richiesta di archiviazione presentata dalla procura per l’ex comandante della polizia penitenziaria Giuseppe Luzi e per cinque agenti. Ad opporsi è stato proprio Lombardi che ha sempre sostenuto di essere stato picchiato per vendetta. Il pm David Mancini, dopo mesi di indagine, aveva chiesto l’archiviazione per l’ex comandante Luzi e i cinque agenti, sottolineando e rimarcando l’impossibilità di poter dimostrare i fatti per l’omertà registrata proprio nell’ambiente carcerario.
fonte: il Centro
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Giustizia: ma quante “Amanda” ci sono ancora nelle carceri italiane?
Millequattrocento giorni. È quanto Amanda Knox e Raffaele Sollecito hanno atteso in carcere prima di essere assolti. Quattro anni. Un’ampia fetta sottratta alla gioventù dei due imputati, che all’epoca dei fatti avevano vent’anni o poco più. Un bel pezzo di vita spesa dietro le sbarre, mentre fuori si consumavano le schermaglie tra innocentisti e colpevolisti.
Ma lontano dagli onori della cronaca e dalle prime pagine dei giornali, dai riflettori e dai salotti televisivi, sono tantissime le vite ostaggio dei tempi di una giustizia bloccata. Di un sistema ormai al collasso sotto il peso di un arretrato pendente che sfiora i tre milioni e mezzo di procedimenti penali e sei milioni di procedimenti civili. Una paralisi che è valsa al nostro Paese da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo ben 1095 condanne per violazione della ragionevole durata dei processi, rispetto alle 278 inflitte alla Francia, alle 54 della Germania e alle 11 della Spagna.
E sono migliaia coloro che attendono giudizio, come i protagonisti della piéce di Samuel Beckett attendono Godot, tra le mura di quell’inferno conclamato che sono le nostre galere. Oltre 28 mila, secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia: il 42 per cento dell’intera popolazione carceraria che ad oggi conta circa 67400 detenuti. Un’anomalia tutta italiana che costituisce una delle principali cause del grave stato di sovraffollamento che affligge le carceri del nostro Paese, dove ci sarebbe posto per 46 mila persone: quindi oltre ventimila in meno rispetto a quelle attualmente presenti.
In Italia la carcerazione preventiva è consentita solo in tre casi: il pericolo di fuga, il pericolo di reiterazione del reato e il pericolo di turbamento delle indagini. Eppure l’abuso di questo strumento appare ormai evidente e sono in tanti a denunciarlo perfino tra le massime autorità istituzionali. L’ha sottolineato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al convegno sui temi del carcere e della giustizia che si è tenuto lo scorso luglio al Senato, dove nel corso di un intervento dai toni gravi e inequivocabili ha parlato di un “crescente ricorso alla custodia cautelare, abnorme estensione in concreto della carcerazione detentiva”, che contribuisce a determinare una realtà “che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana - fino all’impulso a togliersi la vita - di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo”.
In quella stessa occasione faceva eco al Capo dello Stato il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, invitando i magistrati “ad un uso sempre più prudente e misurato della misura cautelare restrittiva, strumento da mantenere nell’eccezionalità, quando nessun altro strumento può essere utilizzato per soddisfare le esigenze cautelari”. Parole riprese dal ministro della Giustizia Nitto Palma nella relazione tenuta due settimane fa a Palazzo Madama, in apertura della sessione straordinaria sulla crisi del sistema penitenziario e della giustizia.
Ma non è tutto. Secondo le statistiche la metà di coloro che oggi attendono giudizio dietro le sbarre, ammassati come carne da macello, al termine dell’iter processuale sarà riconosciuta innocente. Com’è accaduto a Massimo Papini, scenografo apprezzato e stimato, che da un giorno all’altro, nell’ottobre del 2009, si è visto sbattere in galera con l’accusa di terrorismo.
A suo carico l’amicizia che da tempo lo legava a Diana Blefari Melazzi, membro delle nuove Br, e altre frequentazioni di gioventù. Frattaglie del passato sufficienti, in un clima da caccia alle streghe, a costituire per l’accusa un impianto probatorio. E a sottoporre l’uomo a un regime detentivo per certi versi più duro di quello imposto a mafiosi e camorristi. Dopo 18 mesi di carcerazione preventiva, però, Massimo Papini è stato prosciolto da tutte le accuse, anche se nulla potrà restituirgli il tempo che una giustizia miope gli ha scippato. Né a lui, né alle altre vittime di uno Stato che ogni anno sborsa milioni per risarcire le ingiuste detenzioni. Ferite più semplici da evitare, che da curare.
Valentina Ascione da Gli Altri
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