8 agosto 2011

No Tav: Comunicato dei fermati ad Avigliana. Fogli di via=Stato di Polizia

Mercoledì 3 Agosto dopo la sveglia rumorosa a suon di pentole all'Hotel Ninfa di Avigliana (avvenuta senza nessuna tensione, minaccia o ingresso all'interno dello stabile, anzi fermata per vari minuti per consentire il passaggio di una ragazza disabile), veniamo fermati dalla polizia mentre ci accingiamo ad andarcene via con le nostre autovetture e fatti tornare verso il parcheggio.
Ci vengono presi i documenti con il pretesto d'identificarci e vengono consegnate multe a chi aveva fari rotti nella macchina o non aveva ancora allacciato le cinture di sicurezza nei 50m adiacenti all'hotel; ci vengono perquisite le auto e gli zaini.
Dopo 2 ore al sole, sorvegliati a vista d'occhio da celere, digos e polizia stradale, ci viene detto di salire sul furgone della polizia e veniamo portati nella caserma di via Veglia x un'identificazione più dettagliata(?????).
Qui ci viene anche notificata una denuncia per VIOLENZA PRIVATA IN CONCORSO AGGRAVATA e ci vengono fatte varie fotografie.
Dopo circa 4 ore (dentro la cella temporanea), siccome l'ennesima identificazione sembrava non bastare veniamo portati nella sede della questura a Torino, negli studi della polizia scientifica, dove, oltre alle foto segnaletiche ci vengono prese anche le impronte digitali.
A questo punto 3 di noi vengono allontanati dal gruppo e caricati su 3 macchine diverse (con tre agenti della digos sopra) che le porteranno alle proprie abitazioni e autovetture per una perquisizione in cerca di: armi, esplosivi e strumenti da scasso.
Tutte e 3 le perquisizioni si concludono negativamente (nulla viene trovato e preso dalle case) e i 3 tornano in questura dove vengono consegnati, a loro e agli altri fermati il FOGLIO DI VIA dai comuni di Avigliana, Susa, Gravere, Chiomonte, Exilles, Giaglione.
Intorno alle 21 i fermati vengono uno alla volta rilasciati.
Foglio di via, vecchio strumento fascista che non era più usato da decenni ma tornato alla ribalta per allontanare le persone “scomode” da certi luoghi.
Questo fa capire che lo Stato non è più (o forse non lo è mai stato) quell'istituzione democratica in cui molti vogliono credere ma soltanto un fasci-stato di polizia che tramite la repressione fisica e giuridica cerca di mettere a tacere la gente che ha ancora il coraggio di alzare la testa e manifestare contro qualcosa che non gli va!
Questi fogli di via non sono altro che la conferma che la situazione in Val di Susa preoccupa le autorità e non trovano altra soluzione che privare la gente della libertà di muoversi e di manifestare liberamente nella propria terra.
Anche le perquisizioni in casa dei 3 altro non sono che atti intimidatori per scoraggiare il movimento e i perquisiti. Vogliono farci credere di essere dei criminali perché difendiamo la nostra terra e il nostro futuro, Ma noi non ci fermiamo! Non sarà certo una restrizione a fermare la nostra voglia di opporci a un opera inutile, ma soprattutto a tutto quello che vi ruota dietro e che le autorità cercano sempre più di nascondere cercando di far tacere tutti per evitare un collasso totale. Non sarà questo a sopprimere il nostro amore per questa valle in cui alcuni di noi sono cresciuti e di cui altri si sono innamorati e dalla quale ora vorrebbero strapparci via.
Sicuramente pensavano di intimidirci ma hanno solo aumentato la nostra voglia di lottare e unirci insieme per affrontare un altro problema a testa alta e senza paura. Sperano di rinchiuderci in casa spaventati ma “LA VALSUSA PAURA NON NE HA” lo gridiamo oggi come lo gridavamo davanti alle ruspe il giorno dello sgombero!

Non ci terranno lontani dalla nostra terra!!!

La Valle non si ferma e nemmeno noi fermati. Continueremo a partecipare alle iniziative, sempre pronti, con gli scarponi vicino al letto e sempre pronti a gridare NO TAV!!!


Esiliati della Valsusa

6 agosto 2011

Così hanno Ammazzato "Il Maestro più Alto del Mondo"

A distanza esatta di 2 anni dalla morte di Francesco Mastrogiovanni, l'accurata Inchiesta di Uno Tv curata da Luigi Pastore ricostruisce attraverso ricerche storiche, testimonianze e video-shock in parte inediti una storia vergognosa di ordinaria bestialità. Una storia drammatica di Violenza Assassina, Indifferenza per la Vita Umana, Spregio delle Regole Civili: Ecco come hanno ammazzato "Il Maestro più Alto del Mondo".  (video)

ATTENZIONE: LA VISIONE E' ADATTA AD UN PUBBLICO ADULTO.

Inchiesta a cura di Luigi Pastore- Riprese e montaggio Domenico Martoccia

GUARDA LA PARTE 2 DELL'INCHIESTA DI UNO TV SU FRANCESCO MASTROGIOVANNI: http://www.unotvweb.it/articolo/582001/

fonte: Unotvweb

4 agosto 2011

Testimonianze: a Lampedusa abusi e violenze

Di ritorno da Lampedusa, pervasa di impotenza. Nelle orecchie ancora le urla di un ragazzino che tenta di ribellarsi ad una perquisizione. Eravamo a Contrada Imbriacola a salutare i ragazzi e Tracy, una bellissima minore nigeriana che, quando mi abbraccia, prende la rincorsa e poi si stringe con la testa sulle spalle, sorride e abbassa lo sguardo un po' vergognosa.
Angelina (un nome, una garanzia) di Msf le ha portato “il piccolo principe” in inglese e lei se l'è divorato in una notte. Vorrebbe leggere ancora e ancora ma sull'isola in inglese c'è solo la bibbia (che il prete distribuisce a larghe mani insieme a rosari colorati) e lei la sta studiando a memoria.. Da una stanza accanto ai bagni sentiamo urlare, la porta è accostata, mi avvicino vedo M. il parrucchiere filosofo, come lo abbiamo ribattezzato.
Lui parla spesso con noi, è sveglio e parla un buon francese. In Tunisia faceva il barbiere ed è scappato non per problemi economici ma per l'instabilità del suo paese (dove gli scontri non sono mai cessati ma si è solo smesso di parlarne) per questo motivo ha già manifestato la sua volontà di chiedere asilo. Cionostante si trova rinchiuso insieme agli altri da settimane a Contrada Imbriacola. Neanche a lui come agli altri è stato notificato alcun provvedimento di trattenimento: trattenuto di fatto ma non di diritto. In attesa di non si sa cosa, M. non si perde d'animo. Come molti altri rifiuta il cibo definito immangiabile distribuito dalla Lampedusa Accoglienza. Lui però a differenza degli altri ha qualche soldo in tasca che è riuscito a portare con sé e proteggere nel viaggio. Per questo appena può cerca di uscire dal Cpsa per andare a comprarsi cibo e sigarette e poi torna.
Lui è sveglio, sa che la sua detenzione è illegittima e comunque non vuole scappare (e dove potrebbe andare, si trova su un'isola peraltro presidiata da ogni tipo di forza armata, compreso l'esercito) vuole solo per mezz'ora sentirsi “normale” mangiare cibo vero, tipo un panino bere una coca e fumarsi una sigaretta. Vuole per mezz'ora non sentirsi un criminale in gabbia. Gli spieghiamo ogni giorno che non può uscire, che deve resistere, che tra poco verrà trasferito in un centro per richiedenti asilo (Cara) e chi lì andrà meglio. Ma lui non ci ascolta, scuote la testa.
M. crede che le persone abbiano il diritto di essere felici o almeno di provarci, e si preoccupa per noi. Dice che ogni giorno ci vede più stanche, vede i nostri visi provati e gli occhi tristi. Scherza con noi e si preoccupa dei nostri di diritti, dice che non è normale che tre ragazze (beh io non lo sono più da un po' di anni ma lui è galante) su un'isola bellissima passino il loro tempo in quel posto schifoso anziché su una spiaggia. Mi domanda se dormo abbastanza perché effettivamente ho le occhiaie dopo qualche notte insonne, gli spiego che ho troppi pensieri e non riesco a dormire. Ha una soluzione: mi dice di passare al Centro prima di coricarmi: mi terrà da parte il cibo che l'ente gestore distribuisce e mi assicura che dopo averlo ingerito si prende subito sonno. Quel cibo fa schifo ma fa dormire.
Ora M. è rinchiuso in una stanza e sta subendo una perquisizione fin troppo approfondita a giudicare dalle urla e dai guanti di lattice che fasciano le mani dei poliziotti e degli agenti della guardia di finanza che si affollano nella stanza. Vorrei fare qualcosa per lui ma questa non è una perquisizione normale. Non credo sia stato avvertito del diritto di nominare un avvocato perché assista alla perquisizione (né che alla fine gli verrà consegnato un verbale che ne specifichi l'esito) e quindi non ho diritto ad assisterlo non essendo stata da lui nominata.
Mi avvicino più che posso, chiedo informazioni ma l'unica risposta che ottengo é che la perquisizione è necessaria perché questi ragazzi quando escono dal centro magari comprano le lamette (per poi inghiottirle quando la depressione e la rabbia prendono il sopravvento) e se le nascondono “ovunque” e quindi spetta a loro, alla polizia, frugare “ovunque” per scovare queste eventuali lamette.
E così quella che sembra un'arbitraria punizione sarebbe un legittimo atto dovuto. Peccato che viola qualunque regola procedurale in materia e che si svolge su di un ragazzo richiedente asilo privato da settimane illegittimamente della libertà personale. Ma soprattutto perché nessuno si domanda come mai dei ragazzini che hanno rischiato la vita per tentare di avere un futuro, una volta rinchiusi nelle gabbie di Contrada Imbriacola (o negli altri centri) coltivino tutta questa voglia di morire? E perché nessuno fa nulla per evitarlo?
Restiamo lì finché le urlano non cessano, poi lo vediamo uscire, lo spingono verso il cancello, verso la gabbia degli adulti: chiede una sigaretta, gliela danno ma gli impongono di dire grazie. Glielo urlano, devi dire grazie! Lui allora urla grazie ad ognuno dei poliziotti che l'ha perquisito, con aria di sfida, con l'orgoglio di chi può essere spogliato e perquisito ma non sottomesso. I poliziotti non la prendono bene e mentre lo strascinano al cancello gli urlano: vedrai il grazie che ti diremo noi tra poco.
Il mio aereo parte tra 50 minuti e comunque lì sono totalmente inutile. E così frustrata e nauseata lascio M., il centro e l'isola. Sull'aereo sento addosso, appiccicata sulla pelle e negli occhi tutta la violenza che, impotente, ho visto e sentito in questi giorni.
Avvilita, mi aggrappo allora, per non essere sopraffatta dalla nausea e dalla disperazione, ad un pensiero felice. Ad una speranza. Un miracolo di cui sono stata spettatrice. A Lampedusa per una settimana una cinquantina di ragazzi (ma anche qualche adulto) ha partecipato al campeggio organizzato da Amnesty International per i diritti umani. Hanno sostato fuori dai centri, salutato sbracciandosi i giovani prigionieri, hanno parlato di leggi e di diritti, hanno fatto domande e cercato risposte. Con curiosità, purezza ed intelligenza. Accoglienti, preparati e partecipi. Volevano portare il loro saluto ai migranti detenuti nei centri ma non gli è stato concesso. Volevano trasmettere la loro vicinanza ai loro coetanei migranti. Le hanno provate tutte. Si sono ingegnati e poi hanno scritto questa lettera perché la leggessimo ai minorenni rinchiusi alla Loran.

“Siamo arrivati da diverse parti di Italia e d'Europa, siamo giovani e meno giovani, abbiamo provato a portarvi un sorriso, abbiamo provato a raggiungervi per conoscere il Vostro sorriso abbiamo provato ad incontrarvi per ascoltare i vostri nomi e per darvi il nostro benvenuto, abbiamo guardato da lontano i vostri saluti e abbiamo risposto salutandovi: Volevamo correre, saltare il cancello e con un pallone conoscervi per condividere qualche istante sereno... ma non cel'abbiamo fatta a far sii che il nostro sorriso potesse diventare anche il vostro... Noi, e tanti altri con noi, continueremo a sperare di ascoltare i vostri racconti, non smetteremo mai di chiedere i vostri sorrisi, continueremo a cercare il vostro abbraccio e non finiremo mai di chiedere di farci incontrare... Non possiamo venire lì, ma di certo non smetteremo mai di aspettarvi qui!”

C'era un silenzio irreale nel centro: 101 ragazzi muti, raccolti intorno a noi, ad ascoltare questa testimonianza di empatia. Hanno applaudito due volte e alla fine con gli occhi umidi mi hanno chiesto di ringraziare questi amici sconosciuti. Hanno pensato a tutti i ragazzi di Amnesty. Anche ai lampedusani che sanno di essere stati accoglienti quando lo Stato latitava. Così hanno deciso di scriverla questa riconoscenza tracciando sulla sabbia della spiaggia la scritta Grazie rivolta verso il paese, verso gli isolani, e poi immortalando l'immagine in tante cartoline distribuite nella festa serale nella via principale dell'Isola. Nella piazza di fronte alla chiesa hanno predisposto un piccolo percorso di candele e scritte.
Trovo, tra le altre, questa versione geniale e commuovente del Padre Nostro. Gian Marco, l'autore, è uno dei “campeggiatori” di Amnesty, un giovane poeta.

Migrante Nostro. Migrante Nostro, Che sei nei centri, Sia rispettato il tuo nome Venga il giorno in cui ovunque la terra ti accolga, Ti sia restituita la tua Dignità, Come in mare Così in terra. Che non ti sia negato il pane quotidiano Perdona a noi la violazione dei tuoi diritti Come noi ci impegniamo a non esserti più debitori. E non ricorriamo ingiustamente alla detenzione ma liberiamoti dal mare... Amin
(Gian Marco Giuliana con l'inestimabile aiuto di Helena Caruso).

Questi ragazzi così belli e creativi sono la nostra Italia migliore, da difendere e far crescere. Penso a loro sull'aereo. E ricomincio a sperare.

Alessandra Ballerini @valigia blu - riproduzione consigliata


Nel decimo anniversario del G8 di Genova, Amnesty International chiede all'Italia di introdurre il reato di tortura, gli strumenti per prevenire e punire gli abusi di funzionari e agenti delle forze di polizia e le misure per identificare gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Firma l'appello di Amnesty International Operazione trasparenza, diritti umani e polizia in Italia

Ai confini dell'Europa dove razzismo e xenofobia dilagano

Va bene, la Norvegia. E la Svezia, la Finlandia e la nera Danimarca. Ma sebbene ora l'attenzione dell'Europa per i movimenti di estrema destra sia concentrata sulla penisola scandinava e dintorni, il più grosso coacervo d'odio razziale in Europa - un'Europa allargata - è poco più a est. In Russia. Pronto a esplodere.
Nel 2008 ogni mese, in media, in Russia sono state uccise nove persone per motivi razziali. Nove omicidi al mese, che per dodici fanno 108 morti. Più delle vittime di Anders Breivik. Da allora la situazione sembra essere migliorata: il numero di omicidi è calato sensibilmente, anche e forse soprattutto grazie a una politica di repressione voluta e conseguentemente portata avanti dal presidente della Federazione, Dmitri Medvedev. Ma nonostante l'epifenomeno sia ridimensionato, le cause profonde del malessere, il sentimento d'odio per il diverso, non sembrano affatto essere diminuiti, spiegano gli esperti. Medvedev ne è consapevole, ma dalle dichiarazioni sulla necessità di combattere culturalmente il razzismo non si è ancora passato ai fatti.
Nelle scuole la storia russa è la storia dei russi etnici. L'idea dell'integrazione attraverso l'omologazione prevale su quella della convivenza tra culture differenti. La vecchia idea dell'amicizia tra i popoli sembra insomma essere naufragata con il comunismo sovietico, seppellita definitivamente dalle guerre combattute contro gli islamisti ceceni e caucasici.
Recentemente tutti i giornali russi hanno raccontato con enfasi la difesa di un villaggio, Sagra, sugli Urali, da parte di un coraggioso gruppo di russi etnici. La cittadina sarebbe stata aggredita da una banda di delinquenti, una sessantina di azeri, armati di bastoni, coltelli, catene e armi da fuoco. Dopo aver pestato due minorenni capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato, gli aggressori avrebbero terrorizzato la cittadina, fin quando un manipolo di coraggiosi russi è riuscito a scacciarli dopo una rissa colossale.
I russi amano queste storie di difesa eroica con vittoria finale dei buoni, scrive in proposito il quotidiano tedesco Die Welt, che ha raccontato la vicenda. Ma chi erano in questo caso i buoni? Gli azeri furiosi erano calati su Sagra per vendicare la cacciata violenta di un loro connazionale, e le tante offese razziste subite da altri. Alla fine l'unica vittima dell'assalto è stato un azero. La quindicesima persona a perdere la vita in Russia per motivi razziali dall'inizio dell'anno.
Oggi in Russia vivono, secondo le statistiche, più di dodici milioni di migranti. Solo negli Stati Uniti ce ne sono di più. La maggior parte proviene dalle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale e del Caucaso. I migranti per l'economia russa costituiscono una realtà importante e insostituibile. Soprattutto per il settore dell'edilizia - che come gli altri sfrutta la manodopera a basso costo -, dove lavorano il 40% degli stranieri. Ma anche per i rispettivi paesi di provenienza, gli immigrati in Russia sono ormai una risorsa insostituibile. Le rimesse costituiscono una parte sempre più consistente del prodotto interno lordo dei paesi d'emigrazione. L'esempio più estremo, in questo senso, è il Tagikistan, il cui pil è costituito per il 49% dai soldi che gli emigranti spediscono a casa.
Ma nonostante questa doppia dipendenza i rapporti quotidiani tra la maggioranza dei russi etnici e le tante minoranze - le più consistenti sono quelle dei tatari e dei baschiri - è oltremodo complicata. Secondo i sondaggi più della metà dei russi vorrebbe espellere dal paese almeno una delle minoranze. Nelle curve degli stadi l'estremismo di destra la fa da padrone e il razzismo è il piatto servito freddo ogni maledetta domenica. Atteggiamenti o offese razziste fanno parte del vocabolario quotidiano della strada. Anche tra gli uomini della polizia il livello di pregiudizio è alto: spesso capita di vedere fermare persone dall'aspetto "esotico".
Le accuse sono le solite, e la più grave, specialmente in periodi di crisi e povertà diffusa come questi, riguarda il lavoro: gli stranieri rubano il posto ai russi. Persino il premier, ex e probabilmente futuro presidente del paese, Vladimir Putin, nel 2009 aveva dato parzialmente la colpa della crisi che sta colpendo la popolazione agli immigrati stranieri.
Per "difendersi" da questa "invasione" sono nati sempre più gruppi di estrema destra. Alcuni hanno il carattere di vere e proprie milizie, con tanto di esercitazioni di tiro nelle foreste durante il fine settimana. La maggior parte dei loro membri sono giovani e giovanissimi, studenti.
Per comprendere meglio la gravità della situazione torna utile citare un episodio: l'anno scorso, a dicembre, Mosca è stata teatro della più grande e violenta manifestazione razzista della storia della Federazione. Per "vendicare" l'uccisione di un tifoso della squadra locale da parte di un gruppo di caucasici, più di seimila persone hanno tenuto sotto scacco per ore l'intero centro cittadino, pestando qualunque straniero capitasse a tiro. Recentemente è cominciato il processo per l'omicidio che ha scatenato quella protesta. Se la corte dovesse essere troppo clemente con l'imputato, ci saranno certamente altri episodi di violenza.
Mosca a parte, è però nel sud del paese che i conflitti etnici sono più aspri. Secondo un esperto di movimenti migratori citato da die Welt, Grigory Ioffe, "le tensioni interetniche in Russia hanno raggiunto il livello di quelle della Jugoslavia negli anni '90". E il conflitto potenziale è in continua crescita: la popolazione di russi etnici è in rapido calo. Oggi ce ne sono sette milioni in meno rispetto al 1992, in gran parte a causa della scarsa natalità. E le previsioni parlano di un calo demografico del 25% - 17 milioni in meno - entro il 2026. Per Ioffe, nello stesso arco di tempo arriveranno nella Federazione dieci milioni di stranieri, attirati dalla carenza di disponibilità della forza lavoro. In alcune città del sud i russi sono già in minoranza.
La Russia ha bisogno dei migranti, ma ancora oggi non sembra culturalmente pronta ad accoglierli, spiegano gli esperti. La situazione è esplosiva.

Matteo Alviti da Liberazione.it

3 agosto 2011

Napoli: Polizia carica presidio lavoratori Astir. Una donna in ospedale

Da una parte i lavoratori che non vengono pagati da due mesi e che rischiano il posto, dopo che sono già partite 38 lettere di licenziamento. Dall'altra una squadra di forze dell'ordine in tenuta antisommossa, difendono l'ingresso di Palazzo Santa Lucia. I lavoratori premono, urlano, sono in preda all'esasperazione, vogliono incontrare il governatore Caldoro. Parte il corpo a corpo con le forze dell'ordine, ci sono respingimenti. Nel disordine una donna, Elisabetta Castiello, batte la testa su un pilone del marciapiedi. Il colpo è forte, la donna sviene. Portata in ambulanza al Loreto Mare, viene dimessa qualche ora dopo con una diagnosi di trauma cranico, prognosi di 5 giorni. Nella ressa resta vittima anche Annunziata Ordone, il labbro superiore gonfio e sanguinante. "Ci hanno caricato" dicono i manifestanti. Per la polizia, invece, si è trattato di una "manovra di alleggerimento". Pochi metri più in là, in corrispondenza del cantiere del monte Echia, due lavoratori osservano la scena da una gru, dall'altezza di 20 metri. Si sono arrampicati poche ore prima.
Momenti difficili per la vertenza Astir. La protesta si spegne soltanto alle sei del pomeriggio, quando i manifestanti ottengono la promessa di un incontro domani in prefettura. Solo allora abbandonano il presidio davanti a Palazzo Santa Lucia e i due operai scendono dalla gru. "Scendiamo perché crediamo nell'impegno di un incontro - dice Ciro Di Gennaro, 52 anni, assunto alla Astir nel 2003, è un ex Lsu - chiediamo risposte, dobbiamo sapere qual è il nostro futuro".

Etica delle polizie e spirito liberista

In Italia non c’è uno specifico codice deontologico della polizia di stato. Tutti ignorano la raccomandazione del “Codice Europeo di Etica per la Polizia”. Le infrazioni al G8 di Genova sono solo una parte.

Non bisogna mai stancarsi di ricordare che il paradosso - non casuale - del caso italiano sta nel contrasto più che palese fra una Carta costituzionale i cui articoli sono in maggioranza ancor oggi assolutamente validi dal punto di vista dello stato di diritto democratico e le pratiche abituali di quasi tutte le istituzioni locali e nazionali che oscillano fra illecito e lecito sino a scivolare in violazioni della democrazia e in reati anche gravissimi.
Questa oscillazione o anamorfosi dello stato di diritto o coesistenza perpetua fra legale e criminale non riguarda solo i fatti tragici del G8 di Genova ma spesso il quotidiano di tanti rom, immigrati, marginali o sfortunati che vi incappano. Questo paradosso s’è imposto e rinnovato continuamente sin dall’entrata in vigore della Costituzione il 1 gennaio 1948, grazie a quel colpo di stato bianco del 18 aprile ‘48, e quindi ai quarant’anni di Democrazia Cristiana e in parte di compromesso storico, poi grazie a un centrosinistra in gran parte liberista e alla destra berlusconiana, postfascista e leghista che s’è sentita in diritto e dovere di fare dieci volte peggio.
Come sanno bene gli addetti ai lavori (vedi www.poliziaedemocrazia.it), in Italia, ad oggi, non vi è uno specifico codice deontologico della polizia di stato e delle altre polizie; esistono solo degli indirizzi, dei comportamenti che sono definiti deontologicamente corretti. Peraltro, il “Codice di comportamento dei dipendenti delle Pubbliche amministrazioni” del 2000, all’art. 1, prevede espressamente la non applicabilità di questo codice alle forze di polizia e ha soppresso l’automatismo fra incriminazione dell’operatore e sua sospensione dal servizio.
La situazione è ancora peggiorata prima e dopo il G8 di Genova (passando da D’Alema ad Amato sino a Berlusconi, con ministri dell’interno Napolitano, Bianco e poi Scajola). È infatti emblematico che nessun partito si sia preoccupato di chiedere l’adozione della raccomandazione emanata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 19 sett. 2001.
Tale Raccomandazione (2001/10) riguarda il Codice Europeo di Etica per la Polizia (Ceep, per i 45 paesi membri del Consiglio d’Europa). Preparata dal Comitato degli esperti d’etica della polizia e dei problemi dell’ordine pubblico (Pc-Po), molto più dei tradizionali codici etici, il testo riguarda il quadro generale organizzativo delle forze di polizia, i rapporti con il sistema giudiziario, gli obiettivi, le pratiche e le responsabilità, offrendo quindi una guida per la redazione dei “Codici deontologici” delle polizie di ogni paese. Il Codice dovrà applicarsi “sia alle tradizionali forze di polizia pubbliche, sia ai servizi pubblici di polizia, che agli altri corpi organizzati e autorizzati pubblicamente” ed è composto da 66 articoli.
Ovviamente questa raccomandazione va in parallelo con la richiesta d’adozione delle norme del protocollo contro la tortura, anch’essa disattesa dall’Italia.
Se si guardano i 66 articoli della raccomandazione europea si può facilmente constatare che le polizie italiane sono in infrazione della quasi totalità di essi non solo in occasione di fatti del G8 di Genova, ma anche nel corso della maggioranza delle loro pratiche quotidiane e questo riguarda anche le polizie locali.
Secondo alcuni addetti ai lavori sarebbero almeno duemila gli operatori della polizia di stato attualmente inquisiti per i più diversi reati. Se si considera ragionevolmente che il tasso di operatori denunciati o arrestati è relativamente basso perché in molti casi le vittime non possono osare denunciare (si pensi al caso del rom, del clandestino o anche del marginale italiano) o per l’omertà o la paura che pervade spesso lo “spirito di corpo” (basta pensare ai casi di operatori che per più di dieci anni non sono mai stati disturbati nella loro attività criminale) si può stimare che il “numero oscuro”, ossia i non-denunciati siano quantomeno il doppio di quelli denunciati.
Ne consegue che il tasso di criminalità fra gli operatori di polizia risulta circa dieci volte più alto di quello di tutta la popolazione italiana adulta. Com’è noto, peggiore è il tasso degli inquisiti fra i parlamentari (più del 9%). In altre parole, si dovrebbe dire che si tratta di categorie socio-professionali ad alto rischio di devianza o criminalità.
I democratici hanno mai riflettuto su questi dati? Hanno mai cercato di capire perché e come risanare questa situazione? Non è forse la discrezionalità incontrollata che scade nel libero arbitrio a favorire lo scivolamento in atteggiamenti, comportamenti e attività devianti? Non è forse lo “spirito di corpo” ad alimentare l’indifferenza, la tolleranza se non la complicità con la devianza di alcuni “colleghi”?
Allo stato attuale le norme interne riguardanti le sanzioni nei confronti degli inquisiti nelle polizie sono sempre subordinate alla massima discrezionalità dei vertici locali e nazionali; può anche succedere che per lo stesso tipo di imputazione senza ancora condanna definitiva un questore approvi la sospensione dal servizio e un altro no. Solo in caso di arresto c’è sospensione automatica.
Intanto, pare che ogni anno l’Italia paghi una multa perché condannata dalla Comunità europea per aver impiegato forze militari in servizio di ordine pubblico. E ancora peggio è che, da quasi venti anni, le forze di polizia e persino i vigili del fuoco reclutano solo ex-volontari dell’esercito che hanno fatto l’esperienza delle missioni militari all’estero.
La ri-militarizzazione di tutte le polizie e persino dei pompieri fa parte, infatti, della “rivoluzione liberista negli affari di polizia” sfruttando anche la creazione del comparto sicurezza e il sistema maggioritario che ha eroso le possibilità di controllo democratico.
Nelle polizie come in parlamento ci sono ancora dei democratici ma sembrano isolati e anche poco informati. Si capisce quindi che l’attuale maggioranza dei parlamentari di centro sinsitra e ancor meno di destra potranno lavorare per il risanamento democratico di istituzioni cruciali come le polizie; così i pochi magistrati che vorrebbero semplicemente perseguire i reati degli operatori delle polizie (come dei politici) sono additati come dei pazzi Savonarola. Ma sono questo parlamento e gli attuali vertici delle polizie che pretendono di scrivere le norme e applicarle per disciplinare la popolazione.
Come se ciò non bastasse, il geniale ministro Maroni vuole attuare una grande innovazione: in giugno scorso ha nominato una commissione per l’aggiornamento della legge n. 121/81. Sceglierà solo “esperti” assai ossequiosi di cotanto ministro e degli attuali vertici delle polizie e così l’aggiornamento dello spirito “nei secoli fedeli” (al governo e ai vertici) sarà certamente prospettato in chiave liberista e quindi anche per esaltare il sicuritarismo localista, per la tutela del libero arbitrio e degli inquisiti.

Salvatore Palidda da Il manifesto

Carceri: detenuto suicida al carcere di Perugia

Il fenomeno dei suicidi in carcere ha fatto la sua comparsa anche al Carcere di Capanne di Perugia. Ieri sera le guardie penitenziare sono rimaste impotenti - così anche i soccorsi successivi - di fronte al corpo privo di vita di un italiano di 36 - originario di Rieti - che si è tolto la vita dopo un'azione mirata che si è svolta nel bagno del carcere perugino.
I soccorritori hanno potuto soltanto costatare il decesso che sarebbe avvenuto - secondo fonti della Procura - inalando per molto tempo una bomboletta della gas. L'allarme è stato lanciato direttamente dai compagno di cella che non vedendo tornare dal bagno il ragazzo ha informato della sua preoccupazione il personale di sorveglianza.
L'uomo pur essendo un criminale abituale aveva precedenti penali per furto e spaccio di droga. E non avrebbe dovuto scontare un periodo di pena così in sopportabile. Secondo fonti raccolte da Umbrialeft, l'uomo sofriva da tempo di stti d'anima ansiosi. Le indagini vanno avanti.

fonte: Umbria Left

No Tav: 16 attivisti fermati e portati in commissariato PS

Ancora scene di ordinaria repressione, questa mattina ad Avigliana, dove un gruppo di attivisti No Tav si erano radunati per un'azione pacifica e rumorosa di disturbo presso uno degli hotel dove soggiornano le truppe dislocate in Valsusa. Il gruppo, composto da una quarantina di persone, si è avvicinato all'albergo facendo rumore con pentole, coperchi, vuvuzela e altro. Il proprietario è uscito dall'albergo chiedendo di cessare il rumore, ma i più anziani, sempre fuori dall'albergo, hanno risposto a tono. Ad un certo punto è uscita una famiglia con anziani ed una ragazzina disabile sulla carrozzina e per tutto il tempo in cui sono saliti sull'automobile gi attivisti hanno sospeso il rumore, si sono spostati per lasciare passare la macchina. Allontanata la macchina i manifestanti hanno ripreso a fare rumore, girando intorno all'albergo (sempre all'esterno, nessuno mai è entrato all'interno dell'algergo), controllati a vista da due pattuglie della stradale che erano (stranamente) già posizionate sul posto, ed hanno continuato a fotografare. Pare che qualcuno fotografasse anche dalle finestre dell'albergo.
Per aumentare il rumore sono stati fatti esplodere due petardi, poi hanno deciso di spostarsi, ma è a questo punto che arriva un'automobile con quattro agenti della DIGOS che poco prima stavano parlando con il proprietario dell'albergo. Quando hanno visto che i manifestanti si stavano spostando e quindi tornavano alle auto, gli agenti della digos sono corsi verso i manifestanti e li hanno fermati, identificati, poi hanno perquisito le loro autovetture. Dalle ultime notizie risulta che hanno portato in  Commissariato Ps in via Veglia 16 i manifestanti. Storie di ordinaria repressione. Naturalmente l'informazione che passano le agenzie al servizio del regime è ben diversa.

Napoli: Pestato dai Carabinieri, ricoverato con un polmone bucato

"Sono venuti a casa senza mandato. Mi hanno pestato a sangue e poi arrestato". Dal letto 11 della 36esima Pneumologia del Cardarelli, il 40enne Giuseppe Sgambato denuncia un'inspiegabile violenza da parte dei carabinieri. È accaduto domenica, ma solo ieri, quando il gip ha firmato il decreto di immediata scarcerazione, ha potuto raccontare la storia. Accanto, i familiari e il boccione di vetro collegato al tubo che dal torace gli aspira il sangue.
"Tutto è iniziato sabato, dopo cena", attacca Giuseppe che gestisce un negozio di scarpe a Ercolano, "mio cognato era sotto casa e mi chiama, allarmato. Sta discutendo con due persone, poi intervengono due carabinieri. Vogliono sapere cosa sta succedendo, li tranquillizzo "ce la stiamo vedendo da noi...". Una banale discussione, ma domenica mattina gli stessi carabinieri tornano da Sgambato. "Uomini in divisa e in borghese", continua, "si fermano da una famiglia del primo piano, poi salgono da me, al secondo". Sono le 10, in casa c'è la moglie, subito allontanata in un'altra camera, mentre il figlio è fuori. "Per fortuna", si sfoga Giuseppe, "altrimenti che shock con me che, alla porta, vengo aggredito subito "ah, sei tu, quello di ieri sera. Dove tieni la droga?". Gli dico che non ho niente, ma mi trascina in salotto, mi riempie di pugni. Dietro di lui, c'era un altro carabiniere. E sono botte, ovunque. Sento un dolore lancinante, mi manca il fiato, mi portano in caserma".
Reclama il 118, ma l'ottiene solo quando ammette che "sì, sono caduto, perciò mi sono fatto male". Arriva l'ambulanza, lo trasferiscono al Maresca di Torre del Greco. "Ma lì l'ho detto subito che mi avevano picchiato", puntualizza Giuseppe. Il chirurgo di guardia lo ricovera. Radiografie e tac: duplice frattura costale e un "pneumotorace traumatico" che gli ha messo fuori uso un polmone. In sala operatoria gli inseriscono il drenaggio. E va in corsia, piantonato. Lunedì arriva al Cardarelli, nel Padiglione Palermo. Ieri, il dietrofront. Il gip Ludovica Mancini, lo interroga e firma il decreto di scarcerazione: è incensurato, non c'è rischio di reiterazione di reato e c'è bisogno di ulteriori indagini. L'avvocato Mariella De Cesare che tutela Sgambati: "La verità non va travisata, non vorrei che come sempre la ragione venisse data ai pubblici ufficiali".

fonte: La Repubblica

Palermo, sgomberato lo studentato occupato Anomalia

Sgomberato stamane all'alba l'edificio di via Archirafi 11, occupato un anno e mezzo fa dagli studenti  palermitani. (foto)
Solidarietà alle compagne e ai compagni dell'Anomalia che, dopo un anno e mezzo di lavoro all'interno dell'edificio, stavano, fra l'altro, per rendere disponibili alla comunità accademica una trentina di posti letto, riuscendo a rendere funzionale un posto abbandonato da più di 20 anni dall'Ateneo palermitano.
Alle 18 si terrà un'assemblea e con ogni probabilità le studentesse e gli studenti rimarranno a dormire davanti all'edificio sgomberato.

Qui le righe pubblicate sul sito internet dello studentato occupato:

"Questa mattina all’alba, a Palermo, la polizia ha dato inizio allo sgombero dello studentato occupato Anomalia.
Al momento dell’irruzione della sbirraglia erano presenti all’interno della struttura alcuni compagni che sono stati trattenuti in stato di fermo per alcune ore.
Un luogo che è stato strappato all’incuria ed all’abbandono e che è stato attraversato da migliaia di studenti, precari, lavoratori e disoccupati, un luogo che ha visto decine di presentazioni, seminari, proiezioni che ha offerto alla città occasioni di socialità e di cultura altra che ha attraversato ed è stato attraversato da tutte le mobilitazioni da tutte le insorgenze che hanno interessato la città.
Un luogo che è stato una ricchezza per la città e che chi la governa, a vario titolo, vuole restituire al degrado. Sia chiaro che questo non avverrà e che come sempre la risposta sarà ancora più lotta.

2 agosto 2011

Appovata la legge che allunga a 18 mesi la reclusione nei Cie per chi è senza documenti

Con 151 voti favorevoli e 129 contrari, il Senato ha convertito oggi in legge il decreto rimpatri, già approvato dalla Camera lo scorso 14 luglio. Il limite massimo della detenzione nei centri di identificazione e espulsione (Cie) passa quindi da 6 a 18 mesi. Per la promulgazione della legge, tecnicamente manca soltanto la firma del presidente della repubblica Giorgio Napolitano e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Di fatto però la norma è già applicabile, in virtù del decreto legge approvato dal governo lo scorso 17 giugno. Tanto per capirci, nei Cie di Milano, Bologna e Torino - per limitarci ai soli casi di cui abbiamo notizia certa - nelle ultime tre settimane abbiamo assistito ad almeno 7 proroghe oltre il sesto mese.
All'interno dei Cie, i reclusi hanno accolto la notizia con molta angoscia. Nessuno riesce a spiegarsi come sia giustificabile passare 18 mesi dietro le sbarre per un permesso di soggiorno scaduto o per un viaggio senza passaporto. Nemmeno gli ex detenuti riescono a capire come sia possibile che servano 18 mesi di detenzione per identificarli dopo che sono stati giudicati dai tribunali italiani e dopo che sono già stati detenuti, a volte per anni, nelle carceri di questo paese.
L'unica nota positiva della giornata è l'approvazione di un ordine del giorno proposto dall'opposizione che impegna il governo a ritirare la circolare 1305 che vieta l'accesso dei giornalisti ai Cie e ai Cara. Ma è davvero una magrissima consolazione in questa giornata che segna una delle pagine più tristi della politica italiana. Se non altro però, appena ripristinato il diritto di cronaca (i tempi saranno con tutta probabilità lunghissimi!) ce ne serviremo per continuare a raccontare le lotte che inevitabilmente scoppieranno nei Cie.

Perché, su questo c'è da scommetterci, ci aspetta un'estate molto calda.
 
fonte: Fortress Europe

Al fianco dei migranti del Cara di Bari-Palese

Una rivolta annunciata quella dei migranti del C.A.R.A. di Bari-Palese.

Stamattina eravamo con loro che hanno manifestato la loro rabbia fuori dal CARA. Eravamo con loro già da quando sono arrivati a Manduria, scappando da una guerra a cui l´Italia contribuisce con il suo arsenale, eravamo con loro quando sono arrivati al CARA di Bari e hanno deciso di fare domanda d'asilo. Abbiamo sentito le loro lacrime, le loro grida di rabbia quando hanno ricevuto il diniego in quanto non riconosciuti degni di asilo politico. Proprio così, perché per il Ministero dell'Interno non ha importanza se sei in fuga da una guerra, se la Libia è sotto i bombardamenti della Nato o di Gheddafi o dei ribelli e se è il paese il cui lavori da anni, se avevi una vita, non importa se in Libia ti danno la caccia sia gli uomini di Gheddafi sia
rivoltosi. Non importa insomma da dove vieni: non sei cittadino libico quindi non hai diritto d'asilo. L´attesa nel C.A.R.A. significa mesi di degrado terribile, senza doccia, con un solo pasto al giorno, isolato dalla città, senza possibilità di vita all'interno di una struttura militarizzata come il CARA di Bari (all'interno appunto di una base dell'Areonautica). E dopo la penosa attesa arriva il diniego del permesso di soggiorno che significa ricevere la condanna definitiva del ritorno all'inferno da cui sei scappato.
Dopo aver chiesto alla Presidenza della Regione, agli Enti Locali, a esponenti politici, dopo aver occupato per due volte i binari, dopo aver manifestato in tanti sotto la Prefettura di Bari senza aver alcuna risposta se non un "si vedrà" stamattina è esplosa la rabbia. Non si può giocare con la vita delle persone, non si può giocare per equilibri politici con una vicenda umanitaria che quotidianamente assume i tratti della tragedia
(mentre stamattina a Bari i migranti manifestavano il Mediterraneo ha fatto arrivare a Lampedusa un altro barcone con altri 25 morti a bordo). Non si può dire come ha fatto il Sottosegretario Mantovano semplicemente che "la violenza è intollerabile", per noi è ancora meno tollerabile attraversare il
Mediterraneo scappando da una guerra, vedendo morire i tuoi compagni di viaggio, essere rinchiuso in una tendopoli dove la regola è lo stato di eccezione, e poi ancora attendere in una base militare per essere rispedito verso morte certa o abbandonato a una vita da clandestino. E´ intollerabile che dal 1991 ci siano solo risposte di politica emergenziale come l´ultima proposta della Regione Puglia che decide di chiudere la tendopoli di Manduria per riaprire la ex- base militare di San Vito dei Normanni, una discarica di amianto che si vuole trasformare in un´ennesima discarica umana.
Stamattina eravamo al loro fianco e continueremo a camminare con loro imparando dalla loro determinazione la capacità di prendersi ciò che è dovuto senza indietreggiare, senza aver paura, assumendosi fino in fondo le scelte dei gesti che la rabbia ti costringe a compiere.
Per proseguire il percorso di sostegno ai migranti che chiedono il permesso di soggiorno e in vista dell´arrivo di mercoledì del sottosegretario Mantovano per discutere della situazione in Prefettura si terrà l´assemblea antirazzista il  2/8/2011 alle ore 20:00 alla Parrocchia San Sabino, in Via Caduti Caduti del 28 luglio 1943 n. 5.

Rete Antirazzista Bari

1 agosto 2011

Rivolta al Cara di Bari

Continua l’agitazione dei migranti rinchiusi nelle carceri del nostro paese, a poche ore dagli eventi del Cie romano di Ponte Galeria. A Bari centinaia di migranti hanno occupato la statale 16bis e i binari ferroviari nelle vicinanze del Cara dove erano reclusi . Ci sono stati scontri con le forze dell’ordine, che avrebbero portato ad una trentina di feriti. La protesta è iniziata verso le 6.30, e da circa due ore dopo, con l’intensificarsi del traffico, ha paralizzato la città.
Massi sono stati utilizzati per bloccare la circolazione dei treni mentre venivano bruciati copertoni,bidoni e sterpaglie dentro e fuori dal Cara (dove son dovuti intervenire i vigili del fuoco), prima che le forze dell’ordine rimuovessero a suon di cariche e degli ormai immancabili lacrimogeni i blocchi e facessero retrocedere i migranti (che però non hanno avuto alcun atteggiamento passivo, continuando a lanciare pietre contro la polizia) nuovamente verso l’area del Cara. YouReporter racconta di testimoni che affermano che sarebbero stati sparati in aria alcuni colpi d’arma da fuoco.
La situazione è tuttora in evoluzione, si parla di alcuni fermati da parte delle forze dell’ordine, che stanno procedendo nelle identificazioni mentre la circolazione ferroviaria è ancora bloccata e molti treni sono stati cancellati. Sembra che in questi momenti il viceprefetto e l’assessore all’accoglienza di Bari stiano proponendo una mediazione ai migranti, che non hanno intenzione di sciogliere la protesta, quantomeno fino a quando le persone fermate non verranno rilasciate invece che portate in Questura.
Tra i migranti la rabbia è dettata soprattutto dalla paura che passi la decisione sull’aumento fino a 18 mesi del periodo possibile di permanenza nei centri di identificazione ed espulsione, oltre che dall’esasperazione per l’attesa infinita nei Cara (centri di “accoglienza” per richiedenti asilo) . I migranti chiedono la regolarizzazione e lo status di rifugiato politico, data la loro massiccia provenienza da paesi stremati e messi alle corde dalle guerre quasi sempre spinte dalle potenze dell’Occidente. “Vogliamo i documenti” ha detto uno di loro, Mohammed, ad una emittente locale venuta a riprendere l’accaduto. Mohammed è da 7 mesi nel Cara di Bari..

fonte: InfoAut

Roma: fugge dalla polizia, gli sparano sul Gra e muore

Pare sia arrivato davanti alla casa della sua ex fidanzata, in via Quintilio Varo, nel quartiere Tuscolano della capitale. Abbia sfondato a calci il portone, esploso alcuni colpi con una pistola a salve, minacciando la donna e tentando di entrare nel suo appartamento. Terrorizzata, l'ex compagna si è barricata in casa e ha chiamato la polizia. All'arrivo degli agenti l'uomo, Bernardino Budroni, un romano 40enne pluripregiudicato e denunciato per stalking, è scappato cercando di investire un agente che ha provato a fermarlo. La fuga in auto è finita in tragedia. Budroni è morto all'alba a Roma durante l'inseguimento della polizia. Intorno alle 5, sul Grande raccordo anulare, all'altezza dell'uscita Nomentana, dalla volante sono stati esplosi due colpi d'arma da fuoco contro la vettura di Budroni. Uno dei proiettili lo ha colpito. L'uomo è morto dopo essere stato soccorso all'ospedale Sandro Pertini. Sono in corso le indagini dei carabinieri. Idol pm incaricato degli accertamenti, Giorgio Orano, dovrebbe ascoltare nelle prossime ore gli agenti di polizia. Resta un vero dubbio: può morire un uomo, se pure pluripregiudicato, solo perché in fuga dalla polizia?

30 luglio 2011

Al centro di accoglienza di Lampedusa minori picchiati dalle forze dell'ordine

Notte di proteste anche al centro di accoglienza di Lampedusa, a Contrada Imbriacola, dove sono detenuti da settimane, senza nessuna convalida giudiziaria, senza colpe e senza reati, 206 prigionieri, tra i quali 34 minori non accompagnati. La rivolta è esplosa proprio tra i minorenni. Un gruppo di una decina di adolescenti tunisini sono saliti sui tetti per protesta. Si tratta degli stessi adolescenti che erano stati picchiati dalle forze dell'ordine due giorni fa. Quel giorno, i ragazzi si erano allontanati dal centro di accoglienza per fare un giro a Lampedusa e non appena rintracciati dalla polizia sono stati caricati malamente su una camionetta, all'interno della quale è avvenuto il primo pestaggio. Il secondo giro di botte invece gliele hanno date nei bagni del centro di accoglienza. Prima però li hanno fatti spogliare nudi per una perquisizione. E quindi li hanno picchiati. Uno di loro ha un labbro rotto, un altro ha una caviglia gonfia e un po' tutti sono ricoperti di lividi. L'associazione Save The Children, che a Lampedusa lavora con il ministero dell'Interno per il progetto Presidium proprio per la tutela dei minori, ha chiesto al direttore del centro d'accoglienza Cono Galipò - nel frattempo indagato per truffa aggravata continuata - di fare visitare i ragazzi dal poliambulatorio dell'isola. Ma il medico dell'ente gestore Lampedusa Accoglienza, ha ritenuto che non fosse necessario. Così i ragazzi sono rimasti nel centro, ma al contrario di Save The Children hanno preferito rompere il silenzio e protestare. Perchè non serve una laurea in pedagogia per capire che degli adolescenti non possono essere denudati e picchiati dalle forze dell'ordine. Ma dove siamo finiti?
Intanto altri 169 minori continuano a essere reclusi, contro ogni legge, nella ex base Loran dell'isola. Sui tetti non sono ancora saliti, ma per farsi sentire hanno scritto una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.


Pestaggi al Cie di Ponte Galeria a Roma

E' da poco passata la mezzanotte al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Tre detenuti tentano la fuga. La polizia li trova. E li massacra di botte agli ordini di una ispettrice che ha deciso di fare la dura. Qualcuno però assiste alla scena. E indignato, sparge la voce tra i reclusi dell'area maschile. Scoppia la rivolta. I detenuti rifiutano di rientrare nelle camerate, la polizia in tenuta antisommossa fuori dalla gabbia minaccia di sfondare. Dentro si armano di pietre per difendersi e danno alle fiamme alcuni materassi. Intanto noi, da fuori, grazie a fonti fidate all'interno del Cie, seguiamo per tutta la notte gli sviluppi della rivolta. Leggete come è andata a finire. E se anche a voi sembra che non sia una roba normale, chiamate il centralino di Ponte Galeria allo 06.65854224. Facciamogli sentire che hanno gli occhi addosso.

Ore 00:47

La polizia sta picchiando 4 algerini al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Li hanno presi un'ora fa mentre tentavano di scappare. Secondo alcuni testimoni li avrebbero pestati malamente. Gli altri reclusi del settore maschile stanno protestando fuori dalle camerate, si sono disposti davanti all'entrata della gabbia e impediscono l'ingresso della polizia che a quest'ora di solito li chiude a chiave nelle sezioni. Rifiutano di rientrare nelle camerate fino a quando non avranno visto in che condizioni hanno ridotto i quattro, che si trovano ancora isolati nella stanza dove sarebbero stati picchiati.

Ore 01:17

I reclusi continuano a rifiutare di rientrare nelle camerate e rimangono concentrati di fronte al cancello della gabbia. Di là dalla rete sono schierate le forze dell'ordine in tenuta antisommossa. Una ventina di militari e una trentina di agenti tra polizia e finanza, pronti a intervenire per far rientrare la protesta. I quattro algerini sono ancora rinchiusi nella stanza dove sarebbero stati picchiati. Si tratta di quattro algerini sbarcati a Lampedusa nelle settimane scorse e provenienti dalla Libia. Alla protesta partecipano anche gli egiziani presi dalla polizia durante la retata del 27 luglio ai mercati generali agroalimentari di Roma, a Guidonia-Montecelio, che ha portato alla reclusione di 16 lavoratori egiziani senza contratto. Non partecipano invece, per evidenti ragioni, i due reclusi ancora rinchiusi in isolamento, ormai da più di un mese, uno dei quali in sciopero della fame dal 22 luglio scorso.

Ore 01:33

Spunta un testimone oculare. I quattro fuggitivi sono stati bloccati in due posti diversi. Tre di loro sono stati immobilizzati davanti alla gabbia dell'area femminile. Secondo il racconto della nostra fonte, inizialmente gli agenti li hanno immobilizzati a terra e gli hanno ammanettato i polsi dietro la schiena. Fin lì tutto tranquillo, poi è arrivata sul posto un'ispettrice di polizia, che ha dato un calcio in faccia a uno dei tre. E ha continuato poi a colpire a calci gli altri tre già immobilizzati a terra, per poi schiacciargli la faccia al suolo sotto le suole degli stivali. A quel punto le detenute hanno iniziato a gridare e l'ispettrice ha dato ordine ai suoi uomini di portare i quattro all'interno degli uffici.

Ore 01:54

Si prepara la rivolta. La polizia ha portato davanti al cancello i quattro algerini per farli rientrare nelle sezioni e ha chiesto ai reclusi di spostarsi dal cancello per lasciarli entrare e poterli rinchiudere nelle aree. Ma la reazione alla vista dei quattro è stata fortissima. Secondo testimoni oculari i quattro algerini sarebbero in brutte condizioni dopo il pestaggio subito. Dentro la gabbia si prepara la rivolta. Un gruppo di reclusi è riuscito a rompere due ferri della gabbia e ad aprirsi un varco per raggiungere un terreno vicino al muro di cinta dove prendere delle pietre con cui armarsi per difendersi nel caso in cui i trenta agenti in tenuta antisommossa dovessero entrare con la forza e picchiare i reclusi. Intanto uno dei detenuti si è tagliato con un ferro il braccio e la caviglia.

Ore 02:07

Secondo una nostra fonte, alla base della rivolta in corso al Cie di Roma, oltre al pestaggio dei quattro algerini di stasera, ci sarebbe una violenta espulsione avvenuta questa mattina. Si tratta di un cittadino tunisino, Monji, residente a Milano da 20 anni, con la moglie e due bambini, preso di forza dal letto mentre ancora dormiva questa mattina all'alba e portato via legato con lo scotch dopo che opponeva resistenza. Il signore in questione aveva già scontato nel Cie di Roma 5 mesi e 25 giorni di reclusione e sarebbe dovuto uscire dopo cinque giorni. La moglie, da Milano, gli aveva già inviato i soldi con Western Union per comprare il biglietto del treno per ritornare dalla sua famiglia in Lombardia. Secondo la nostre fonte questa sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un momento in cui tutti i reclusi si sentono spaventati dalla nuova legge in discussione al Senato, che porta a 18 mesi il limite massimo di detenzione nei Cie

Ore 02:28

I reclusi continuano a gridare e a sbattere contro i ferri della gabbia. Gli agenti, in tenuta antisommossa non sono ancora entrati, anche perchè in inferiorità numerica. I reclusi infatti sono più di un centinaio e armati di pietre per difendersi. Nel cortile centrale della gabbia, sono stati dati alle fiamme 7 materassi per evitare l'avanzamento delle forze dell'ordine. Alla protesta partecipano anche sei albanesi, stranamente reclusi da ormai 40 giorni, pur essendo regolarmente entrati in Italia con il nuovo passaporto biometrico, che dal dicembre scorso consente la libera circolazione dei cittadini albanesi nell'Unione europea senza bisogno di visto. Chiedono di essere rilasciati, in Italia o in Albania, senza passare un solo giorno di più in detenzione. Intanto una ventina di reclusi sono saliti per protesta sul tetto delle celle.

Ore 02:55

Grazie all'utilizzo di un idrante, la squadra di agenti in tenuta antisommossa è riuscita a disperdere le decine di reclusi davanti il cancello e a entrare nella gabbia. A forza di manganellate, e proteggendosi con gli scudi dal lancio di pietre, gli agenti sono riusciti a costringere parte dei reclusi a rientare nelle celle, e hanno poi chiuso le gabbie con delle catene con il lucchetto, dal momento che nelle due ore precedenti, i reclusi avevano manomesso le serrature. Secondo una delle nostre fonti ci sarebbero almeno otto feriti tra i detenuti. Un gruppetto di reclusi è ancora fuori dalle celle e cerca di difendersi dal pestaggio lanciando sassi e altri oggetti.

Ore 03:16

Tutti i reclusi, compresi i quattro algerini picchiati tre ore fa, sono stati adesso ricondotti e rinchiusi dentro le celle. Al momento sembra essere tornata la calma. La polizia è uscita all'esterno della gabbia. Dentro però la rabbia è ancora alta. E va di pari passo con l'apprensione per la nuova legge sui sei mesi. Intanto sono emersi nuovi dettagli sull'espulsione di Monji di questa mattina. Testimoni oculari hanno descritto la sua espulsione come molto violenta. Intorno alle sei del mattino, una decina di poliziotti si sono presentati nella sua cella e mentre lui ancora dormiva, tre di loro gli si sono buttati addosso di peso per immobilizzarlo. A quel punto, svegliato di soprassalto, è stato costretto con la forza a inginocchiarsi e quindi è stato ammanettato con i polsi dietro la schiena e trascinato via di forza. I reclusi che hanno assistito alla scena si dicono scioccati. Si tratta del secondo caso di un tunisino espulso allo scadere dei sei mesi. Martedì scorso infatti, nel gruppo di 16 tunisini espulsi c'era anche un certo Mohamed, lavoratore presso il mercato del pesce di Bari e da più di dieci anni in Italia, a cui rimanevano soltanto quattro giorni per compiere i sei mesi di detenzione e uscire.

Ore 04:30

Perquisizione nelle celle. Una squadra di 8 agenti conta i reclusi, cella per cella. All'appello mancano tre persone che durante il caos degli scontri sono riusciti a nascondersi sui tetti. Si tratta di tre algerini.

Ore 7:00

Dei tre algerini che mancavano all'appello, due sono stati ritrovati e ricondotti in cella, apparentemente senza violenza. Il terzo invece è riuscito a fuggire dalla gabbia ed è di nuovo in libertà. Per capire di chi si tratti, la polizia fa una seconda conta, cella per cella, stavolta però con i registri e le foto.

Ore 7:30

Un gruppo di agenti in borghese fotografano i danni della struttura. Un pannello di plexiglass sfondanto all'ingresso della gabbia, 7 materassi bruciati, 2 telecamere distrutte e due ferri spezzati sul retro della gabbia, che vengono prontamente saldati, sotto la sorveglianza di tre agenti di polizia. Nessuno invece fotografa i detenuti feriti.

Ore 9:30

Per punizione, le celle sono ancora chiuse con le catene e i reclusi non possono uscire nel cortile della gabbia grande. Per tutta la notte, la direzione del Cie ha tenuto accese le luci nelle celle per impedire ai reclusi di riposare.

Ore 10:30

Il personale dell'ente gestore Auxilium porta la colazione, ma i reclusi rifiutano di essere serviti attraverso la gabbia, come se fossero animali, costretti a rimanere rinchiusi nelle celle. E proclamano lo sciopero della fame.

Ore 12:00

Per ritorsione, anche lo spaccio delle sigarette resta chiuso oggi.

Ore 13:30

Una ventina di agenti tra polizia e guardia di finanza entrano nella gabbia. Cella per cella, una squadra di otto composta da quattro poliziotti, due finanzieri e due agenti in borghese, armati di manganelli, prelevano alcuni reclusi. Finora dalle prime tre celle hanno prelevato 8 persone. Gli ultimi due erano egiziani del gruppo di lavoratori dei mercati generali agroalimentari di Roma presi nella retata di tre giorni fa. Ancora non si capisce se si tratti dei reclusi che saranno arrestati per la rivolta o se invece si tratti di un'espulsione collettiva in corso.




29 luglio 2011

Perquisizioni al Movimento No Tav

Ecco l’ennesimo attacco da parte della questura di Torino al movimento No Tav. Dopo le annunciate nuove denunce e il foglio di via ad un giovane No Tav piemontese, ecco che stanotte diverse perquisizioni sono state fatte nelle case di alcuni attivisti del movimento. Molte di queste sono state compiute con modalità non legittime e quindi saranno presto impugnate per via legale, ma la cosa che risulta sorprendente è come la questura di Torino si sta muovendo, chiedendo a se stessa il consenso a farlo, senza cioè alcuna autorizzazione da parte di un giudice.
Nel caso del foglio di via, infatti, l’autorizzazione è stata data dal Questore di Torino, in quello delle perquisizioni invece si appellano alla legge antiterrorismo, che non richiede altri passaggi o autorizzazioni.
Gli uomini e le donne che di sera autorizzano il lancio ad altezza uomo di centinaia di lacrimogeni al cs su chi assedia le recinzioni o sta in campeggio, di giorno cercano nuovi modi per spaventare e intimidire i No Tav, ancora in tanti, nonostante l’estate inoltrata, a presidiare Chiomonte e la Maddalena.
Pare che si sia creato uno stato di eccezione, un luogo dove le forze dell’ordine possono permettersi di militarizzare una valle, chiamare corpi speciali ed esercito, gasare quotidianamente migliaia di persone che semplicemente manifestano il loro dissenso ma soprattutto, da stanotte, questi agenti in divisa entrano nella casa della gente, mettendo tutto a soqquadro per poi tornarsene in Questura con in mano un pugno di mosche. Perché così sono andate queste perquisizioni, dei buchi nell’acqua, a meno che qualcuno non voglia convincerci che attrezzi agricoli e per la pesca siano armi improprie. Le maschere antigas, poi, quelle oramai fanno parte del Kit di sopravvivenza di migliaia di Valsusini che di respirare le porcherie che loro sparano coi lacrimogeni non hanno alcuna voglia!
Sarà forse terrorista il ragazzino minorenne, appena rientrato dalle vacanze con i suoi, che non partecipa alle iniziative di valle da settimane, che si è visto piombare in casa agenti che cercavano armi? E il fatto che questo ragazzo, accompagnato dalla zia, sia stato portato poi in questura dove gli sono state prese le impronte digitali e fatte delle foto segnaletiche tra gli insulti e l’aggressione verbale da parte di un funzionario, è un qualcosa di “normale” o fa parte di questo nuovo gioco sporco che la questura sta portando avanti? La risposta pare ovvia, ma sembra che adesso le cose funzionino così; il tutto è alimentato da pennivendoli da quattro soldi e ridicoli esponenti della politica che continuano a criminalizzare il movimento e fare appelli di ripristino della legalità, proprio a coloro i quali le leggi le usano a loro uso e consumo.
Fortunatamente nessuno si fa intimidire da questi gesti anche perché, diciamocelo, danno un po’ il senso della loro disperazione. Sono mesi che ci provano, ma il movimento No Tav continua compatto la mobilitazione, raccogliendo solidarietà da tutta Italia (ed Europa) e sabato scenderà di nuovo in piazza. Della serie, non sanno più che pesci prendere!

A sarà Dura, per loro.

Fogli di via contro attivisti No Tav

Ecco l'ennesimo attacco da parte della questura di Torino al Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno. Dopo la demonizzazione di Stefanino e la denuncia di ieri a Silvano causata dal ritrovamento durante la perquisizione della sua macchina di maschere antigas è arrivato oggi in giornata anche un foglio di via a Fabio, giovane no tav da anni parte integrante del comitato. Fabio oggi mentre si trovava in un bar di Susa a fare colazione con un amico è stato fermato e portato nella caserma dei Carabinieri dove è stato trattenuto per tre ore. Qui gli è stato notificato il provvedimento giudiziario. Già dall'arrivo della notizia molti no tav si sono raccolti in presidio davanti alla caserma. Nella notifica gli è stata vietata la permanenza nei comuni di Chiomonte, Giaglione, Exilles, Gravere e Susa. Fabio da molti anni partecipa attivamente al movimento ed è anche tra i redattori di due siti che fanno informazione no tav, notav.info e infoaut.org. Inoltre per motivi di lavoro è inviato a Chiomonte per Nuova Società giornale on-line diretto da Diego Novelli.
Fabio a differenza di quanto viene dichiarato nella notifica fin da piccolissimo ha vissuto la Val Susa nella sua quotidianità, spesso andava nella casa affittata nel comune di Exilles, e tutt'ora spende molto del suo tempo libero in quell'abitazione. L'amore per la valle quindi lo ha naturalmente spinto a sentirsi parte di questo movimento e a difendere il territorio in cui è cresciuto. Non di certo un professionista della violenza estraneo alla Val Susa come la questura vorrebbe far credere, ma bensì un giovane impegnato nella difesa di una terra che ha sempre amato ed abitato. Sentiamo echi di ventennio, dopo il divieto di accesso alle terre acquistate da notav senza previa autorizzazione nella zona della Maddalena adesso viene addirittura impedito l'accesso ai territori della valle a chi li ha sempre vissuti. Le truppe di occupazione assediate nel loro fortino non solo vietano la libertà di esprimere il proprio dissenso verso un'opera inutile e distruttiva, ma in più ci vogliono cacciare dalla nostra valle facendoci passare per fuorilegge. Ci vietano di visitare i posti in cui siamo cresciuti e abbiamo mosso i primi passi, ci vietano di vivere le immense bellezze che la valle nasconde, ci vietano di incontrare i nostri amici, i nostri parenti nei luoghi naturali di sempre. Ci impediscono di difendere il nostro territorio, ma non riusciranno ad intimidirci con questi provvedimenti, ci troveranno con la nostra testa dura sempre sulle nostre montagne dove la paura non è di casa!

Presto i divieti saranno violati!

fonte: notav.info

No Tav: Ancora una notte di lacrimogeni e cariche delle forze dell'ordine

Dure cariche delle forze dell'ordine (video) questa notte in Val di Susa. La tensione è alle stelle alla Maddalena di Chiomonte, dove si trova il cantiere della Tav. Poco dopo la mezzanotte 2 gruppi di manifestanti si sono avvicinati alle reti di recinzione dell’area del cantiere, nei pressi del viadotto di Ramat dell’autostrada A32 Torino-Bardonecchia e vicino all’area archeologica della Maddalena di Chiomonte (video).
I manifestanti, si sono posizionati nei pressi del viadotto di Ramats dell’autostrada A32 Torino-Bardonecchia e nei pressi dell’area archeologica, le forze dell'ordine poliziotti hanno aggredito i manifestanti in un primo momento con gli idranti, poi con i gas lacrimogeni.
Per motivi di sicurezza l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia è stata chiusa al traffico in entrambe le direzioni.

Notizie Correlate