19 luglio 2011

G8 Genova: Lettera aperta al Presidente della Repubblica

Sig. Giorgio Napolitano, Signor Presidente,

tra pochi giorni sarà il decimo anniversario dei fatti di Genova, luglio 2001. In questi lunghissimi dieci anni ho scritto molte lettere: ai Presidenti della Repubblica, ai Presidenti del Consiglio, ai ministri, ai parlamentari, che si sono succeduti.
Sollecitando risposte, prese di posizione, di fronte agli abusi compiuti dalle forze di Polizia in quei giorni ed ampiamente documentate e provate dai processi e dalle sentenze in merito ai fatti di strada, alle violenze
perpetrate alla Scuola Diaz ed a Bolzaneto.
Non ci sono mai state risposte e questa è l’ultima lettera che scriverò, la mia mano è stanca e la mia voce quasi afona.
Il procuratore generale di Genova: Luciano Di Noto, in un’intervista, ha detto parole molto chiare sul comportamento tenuto dalle istituzioni pubbliche in merito agli abusi di potere, i falsi, le calunnie, le violenze
attribuiti alle forze di polizia durante il G8 di Genova. Sono parole importanti, dato il ruolo e il prestigio personale di chi le ha pronunciate. Secondo Luciano Di Noto, di fronte ai fatti avvenuti alla scuola Diaz e
nella caserma di polizia di Bolzaneto, qualcuno doveva chiedere scusa e chi aveva alte responsabilità doveva dimettersi.
Da anni chiedo le stesse cose - scuse e dimissioni - ma nessuno, ai vertici dello stato, ha mai avuto il coraggio di dare una risposta. Si è fatto finta di non sentire, di non sapere, si sono accampate le scuse più varie - ci
sono le inchieste in corso, aspettiamo il giudizio di primo grado, poi di secondo grado, poi di terzo grado... - rifiutando, con vigliaccheria, una seria assunzione di responsabilità.
Continuo a pensare, come il procuratore generale, che le scuse alle vittime degli abusi, e a tutti i cittadini, non possano tardare oltre. Ora è l’ultima occasione per rimediare a un’omissione che ha menomato la
credibilità delle istituzioni democratiche italiane. Questa settimana, saranno a Genova molte delle vittime italiane e straniere di quegli abusi, persone che hanno collaborato lealmente con la magistratura italiana,
testimoniando davanti ai giudici e partecipando ai processi come parti civili; sono persone che meritano il ringraziamento delle nostre istituzioni.
E’ arrivato il momento che Lei, il presidente della Repubblica, dica una parola chiara e chieda scusa a nome dello stato, è una questione, ormai, di dignità delle istituzioni.
Quanto alle mancate dimissioni (e le numerose promozioni) di chi aveva ed ha tuttora ruoli di alta responsabilità, nonostante le condanne in primo e secondo grado, è legittimo chiedersi: “che polizia abbiamo?” La mia risposta è che abbiamo una polizia, a partire dal vertice, che ha mancato di
rispettare i propri obblighi morali e civili di fronte ai cittadini ed alla Costituzione. Un vertice di polizia che ha perduto ogni credibilità.
La nostra Carta fondamentale all’articolo 54 dice: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.
In questi dieci anni concetti come onore, responsabilità, lealtà istituzionale sono rimasti ai margini, arrecando un grave danno alle nostre istituzioni. Se qualcuno, a partire da Lei, vuole impegnarsi per rimarginare la ferita aperta nel luglio 2001, diventata una piaga purulenta nel decennio seguente, è ora che si faccia avanti.

Enrica Bartesaghi - Presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova


Genova, 18 luglio 2011

18 luglio 2011

Il “Garage Olimpo” nei penitenziari italiani

Ismail Ltaief è un giovane uomo tunisino, ex detenuto nel carcere di Velletri. Lì Ismail faceva il cuoco. A un certo punto si accorge che gran parte delle derrate destinate ad alimentare la popolazione penitenziaria viene “sottratta” da secondini e funzionari.
Ai detenuti, da mangiare, davano pasta in bianco, sempre. Okkey, Ismail denuncia. Figurarsi, ai ladri st’iniziativa non piace per nulla. Lo prendono con le buone, all’inizio. Gli dicono: sta zitto e avrai la tua parte. Parla e ti parcheggiamo in un cubo di cemento. Ismail non ritratta.
E la “lezione” arriverà, puntuale. Pressioni psicologiche, piccole violenze. Poi, visto che il tunisino non cede, viene predisposto per lui il più radicale “metodo Cucchi”. Avete presente, no? Ecco, verrà massacrato, Ismail, ridotto in fin di vita. Ma ne esce vivo, come un miracolato. Ed è fortunato poi anche perché il magistrato di sorveglianza che si occupa del caso a seguito delle sue denunce indaga, comprende il pericolo di vita che corre il ragazzo, trova riscontri alle accuse e, a dispetto dell’omertosa intransigenza del fronte degli accusati - quelli che, in verità, dovrebbero rappresentare lo Stato, ovvero la legge - ebbene rinvia a processo gli agenti picchiatori e i funzionari ladri. Oggi la prima udienza.
Il caso di Ismail è stato reso noto dall’associazione radicale Il detenuto ignoto alla quale lo stesso tunisno si era rivolto, non appena uscito dal carecre, per chiedere supporto legale. Una storia di vergognosa gravità, la sua. Il pianeta penitenziario italiano, però quello è. Rita Bernardini, per dire, ha appena sollevato un’altra questione che la dice lunga su come funzioni là dentro. La società appaltatrice delle mense penitenziarie, ovvero quella che rifornisce tutte le carceri italiani grazie ad una gara vinta allo stra-ribasso (3 euro e 80 al giorno per i tre pasti - colazione, pranzo e cena), è la stessa che gestisce gli spacci interni. Orbene, con 3 euro e 80 al giorno, che vuoi che venga dato da mangiare ai reclusi, sbobba, no? Ecco, e visto che di sola sbobba non si campa, i detenuti sono costretti a comprarsi da mangiare allo spaccio, dove - toh - i prezzi degli alimenti sono da gastronomia extra-chic.
Ripetiamo: questo non è un problema dei detenuti. Nelle carceri si è ormai sviluppato un sistema criminale governato sotto le insegne di Stato. Esagera Pannella? Esagerano i penalisti, gli operatori penitenziari, Rita Bernardini, i 30.000 cittadini che con il vecchio lottatore non-violento si battono con la privazione del cibo per restituire un senso alla altrimenti così vuota definizione repubblicana di democrazia?


Teramo:La procura continua con la persecuzione repressiva contro gli antifascisti

Associazione a delinquere, rissa, devastazione e saccheggio, stalking, brigantaggio. Sono questi i reati contestati dalla Procura di Teramo che a giugno ha chiuso l’inchiesta relativa agli scontri teramani tra i gruppi fascisti e antifascisti.
Tutto è cominciato quel 24 dicembre 2009, quando le due fazioni se le diedero di santa ragione davanti ad un locale di Villa Pavone. “In quel caso” spiega il segretario cittadino del Prc Filippo Torretta “la Procura parla di rissa, nonostante i gruppo fascisti fossero armati di coltelli. Secondo gli atti, invece, i ragazzi del gruppo antifascista hanno avuto la deliberata volontà di esporsi ai coltelli”.
Da qui l’ipotesi della rissa, che cancella la vera e propria aggressione da sempre ipotizzata da Rifondazione. “Ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso” aggiunge Torretta “più chiaro e, invece, con il loro comportamento criptico hanno determinato in seguito altri episodi, che sono sicuramente da condannare. L’associazione a delinquere, tuttavia, sembra un provvedimento non adatto al caso. E’ un fatto estremamente grave che interpretiamo come un attacco a Rifondazione Comunista, finalizzato a liberare la città da coloro che hanno provato ad ipotizzare per Teramo qualcosa di diverso. Ci troviamo di fronte ad una chiusura totale della democrazia e noi vogliamo portare avanti una mobilitazione per far capire alla città che, al di là della condivisione degli ideali, c’è un problema di limitazione della libertà di opinione”.
“Ipotizzare il reato di associazione a delinquere” commenta il segretario regionale Marco Fars “è assolutamente fuori luogo e, se non fosse per la gravità del reato, sarebbe addirittura ridicolo. Questi gruppi non sono nati per delinquere, ma per rivendicare un ideale. Solo in seguito sono nati i conflitti, ma non stiamo certo parlando della banda della Magliana. Non scherziamo, questi ragazzi rischiano condanne superiori a dieci anni. Gli episodi nascono dall’aggressione del dicembre 2009, ma da settembre 2010 a oggi non viene contestato alcun reato. Eppure i ragazzi hanno continuato a fare campagna politica. E, allora, visto che non è successo nulla in termini di scontro fisico, cosa viene inserito nell’inchiesta? Un pesce d’aprile, giudicato come un procurato allarme. Tutto questo è sconcertante. Sono stati sequestrati dei computer per un pesce d’aprile. Non è giusto che questi ragazzi vengano visti come mostri e criminali, fanno solo impegno politico ed è giusto che paghino per i danni arrecati. Ma l’associazione a delinquere mi sembra un provvedimento abnorme. Ed è chiaro che in tutto questo ci sia la forte azione della Questura”.


fonte: City rumors.it News 24

17 luglio 2011

Prove generali di guerra globale. Ecco perché lo Stato s'è assolto. I fatti del luglio 2001 nella cornice della svolta mondiale

La cornice in cui si situa il G8 di Genova è segnata innanzitutto dalla nuova tappa della svolta neo conservatrice a livello mondiale che si impone in parte già con l'amministrazione Clinton e diventa esplicita con Bush. Una delle caratteristiche cruciali di tale svolta riguarda le pratiche di potere o del dominio, ossia la tendenza assai palese a calpestare il rispetto formale delle norme dello Stato di diritto a vantaggio della guerra permanente e quindi della supremazia a tutti i costi da parte degli attori più forti.
Lo "scenario di guerra" a Genova 2001 è stato studiato dai diversi soggetti istituzionali dell'intelligence internazionale con largo anticipo ed era stato affinato sul campo dei diversi appuntamenti del movimento altermondialista che avevano preceduto le giornate del luglio 2001 (Seattle, Quebec, Praga, Nizza, Napoli, Goteborg). Le disposizioni date ai precedenti governi di centrosinistra presieduti da D'Alema e Amato, solo in parte modificate da quello di centrodestra entrato in carica nell'aprile 2001, provenivano infatti da quell'intelligence internazionale che in Italia aveva in Gianni De Gennaro il suo attore principale.
La preparazione del G8 genovese è stata accompagnata da un escalation allarmistica, grazie alla complicità dei media, allo scopo di accentuare la paura, soprattutto l'ansia sui giovani agenti che in alcune strutture e durante l'addestramento sono stati incitati ad accumulare sempre più odio verso i noglobal accusati di prepararsi a massacrarli e a distruggere la città.
Salvo qualche rara eccezione, nessuna personalità istituzionale ha obiettato al piano di sicurezza del G8 che prevedeva una militarizzazione inquietante della città ligure. Il dispositivo predisposto dai vertici della polizia e la scelta del personale da impiegare non sono stati conformi all'obiettivo di garantire lo svolgimento negoziato e pacifico delle manifestazioni. Molti dirigenti delle polizie, presenti a Genova, non erano esperti in servizi di ordine pubblico, ma al contrario abituati a operare in "teatri di guerra". In particolare, la scelta di affiancare al battaglione Tuscania dei Carabinieri - unità militare, non certo avvezza alla gestione pacifica dell'ordine pubblico e con un passato alquanto oscuro - un'unità speciale (con a capo Canterini, condannato poi a 5 anni di reclusione per le violenze su manifestanti inermi), composta da personale proveniente dai reparti mobili incitati a "dare una lezione ai rossi…". Gli attacchi portati a "freddo" da parte delle polizie, com'è testimoniato dai numerosi video, dimostra che non si è affatto trattato di comportamenti tipici di "schegge impazzite", di "mele marce". Come dimostrato anche in sede processuale, il blitz con la "macelleria messicana" alla scuola Diaz è stato assolutamente ingiustificato, deciso "a freddo". Cosi come si afferma, sempre dagli atti processuali che hanno portato alla condanna gli agenti presenti alla caserma Bolzaneto, le pratiche adottate dagli operatori delle polizie si configurano come vere e proprie torture, sebbene tale reato non sia previsto nel codice penale italiano.
In altri termini, è assai difficile smentire la tesi secondo la quale i comportamenti delle polizie a Genova fossero dovuti all'obiettivo di dare una lezione durissima, se non risolutiva al movimento no global, tesi tra l'altro confermata anche da Condoleeza Rice al Congresso americano nell'audizione per l'attentato alle torri gemelle dell'11 settembre 2001.
La ricerca della verità e della giustizia per la violenta repressione e il difendersi dai processi e dai teoremi a carico delle compagne/i imputate/i è stata, infine, un lavoro costante in questi dieci anni.
Alcuni processi individuali in sede civile si sono conclusi con il risarcimento dei danni subiti dalle vittime dallo Stato che teoricamente dovrebbe cercare i responsabili di tali danni. I processi per l'irruzione alla scuola Diaz e le torture alla caserma Bolzaneto, hanno visto condannati in secondo grado tutti gli imputati, anche se molti dei reati contestati sono caduti in prescrizione. Anche il regista principale della repressione l'allora capo della polizia ed oggi al vertice dei servizi segreti Gianni De Gennaro è stato condannato in secondo grado ad 1 anno e 4 mesi di reclusione per induzione alla falsa testimonianza. Ma la cosa più vergognosa è che lo Stato non solo non ha rimosso nessuno degli appartenenti alle forze dell'ordine prima imputati e poi condannati ma paradossalmente li ha premiati avanzandoli di grado.
In primo grado sono stati pure condannati per i reati di devastazione e saccheggio a una pena complessiva di 98 anni di carcere 10 dei 25 manifestanti imputati. Mentre sono stati tutti assolti gli imputati arrestati, nel novembre 2002, in merito all'inchiesta della procura di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle. Inchiesta partita da un dossier dei Ros, ritenuto inconsistente da più Procure e che trova un ambiente accogliente nella Procura di Cosenza e che porta all'arresto di venti militanti (alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti negli anni Trenta, come il "sovvertimento dell'ordinamento economico costituito nello Stato".


Italo Di Sabato - Osservatorio sulla Repressione

pubblicato sull'inserto "Spirito di Genova" Liberazione 16 luglio 2011

16 luglio 2011

Scarcerati I quattro No Tav arrestati il 3 luglio

Sono stati tutti scarcerati i quattro No Tav che il 3 luglio, durante la lunga domenica resistente della Maddalena furono arrestati dalle forze dell’ordine.
Il tribunale del Libertà ha ritenuto eccessiva la custodia cautelare in carcere sostituendola con gli arresti domiciliari per Gianluca Ferrari, Salvatore Soru e Roberto Nadalini e con l’obbligo di dimora per Marta Bifani.
A loro, l'abbraccio caloroso e fraterno del movimento No Tav che non li ha mai lasciati soli, accompagnandoli con presidi di solidarietà, ricordandoli nelle iniziative, mandandogli centinaia di messaggi di partecipazione e vicinanza.

Marta, Gianluca,Salvatore, Roberto...bentornati... ma vi vogliamo liberi del tutto!

Liberi Tutt*!!!



Genova G8: Violenze, torture e omertà. La cultura opaca delle forze di polizia

Quella che il grande storico del movimento operaio Edward Palmer Thompson definì in un’opera celebre, «l’opacità operaia» (in La formazione della classe operaia inglese), è stata per decenni oggetto di approfonditi studi sociologici. L’attenzione degli studiosi era rivolta alla comprensione dei meccanismi che portano i ceti subalterni a frapporre una sorta di schermo protettivo, al coperto del quale riescono a dare vita e riprodurre una cultura resistente, oppositiva, solidale e autonoma, il più delle volte ritenuta illegittima e pericolosa dai ceti dominanti che esercitano il monopolio della legalità. L’opacità è dunque la condizione essenziale per tutelare la propria libertà e sottrarsi ai valori legittimi espressi e imposti dai ceti dominanti. Da questo genere di ricerche hanno preso avvio i Subaltern Studies, che si occupano appunto delle culture oppresse, cancellate, perseguitate. In Italia, nel corso degli anni 70, l’opacità operaia non fu oggetto di studi ma entrò nel mirino delle inchieste giudiziarie condotte dalla magistratura contro la lotta armata sorta nelle fabbriche. Soprattutto divenne un “problema politico” per le forze sindacali e il partito comunista che concentrarono contro di essa ogni tipo di sforzo. Sgretolare l’opacità operaia, fidelizzando la classe lavoratrice alla cultura della legalità istituzionale, fu l’obiettivo portato avanti non solo con mezzi ideologici ma anche ricorrendo alla delazione organizzata, all’infiltrazione condotta in accordo con le forze speciali dell’antiterrorismo guidate dal generale Alberto Dalla Chiesa. La città di Genova, e le sue fabbriche, furono uno dei luoghi dove più aspro divenne questo confronto. Genova, sempre Genova. Una città che con la sua storia ha segnato tante svolte, come quella del luglio 60. Ebbene, sempre a Genova nel 2001, durante le sanguinose giornate del G8, abbiamo visto emergere in modo deflagrante un’altra forma di opacità: quella poliziesca, risvolto cinico e feroce del sovversivismo delle classi dominanti. «Cosa accade nella testa di un uomo perché diventi un poliziotto?». La lungimirante domanda non sarebbe più d’attualità secondo Sebastiano Vassalli, che sul Corriere della sera di pochi giorni fa ricordava come questa frase apparisse su un manifesto del 68 parigino. Se il compito dei giovani è diventare vecchi, come diceva Benedetto Croce, il sessantenne Vassalli c’è riuscito benissimo e dalla sua canuta agiatezza spiega alle malcapitate generazioni precarie di oggi che la polizia non può essere più percepita come il baluardo di ciò che il poeta Pablo Neruda chiamava «il formaggio del capitalismo», con i suoi «pallidi vermi». Oggi il problema sarebbe dato da un altro formaggio, «quello della democrazia» che rende possibile un nuovo genere di vermi, «i black bloc», a suo dire protagonisti dei «fatti tragici e demenziali della Valsusa». Abituato alla cucina della sua casa Vassalli non s’accorge che il formaggio della democrazia è stato divorato da tempo e quello del capitalismo è pieno di buchi provocati dai roditori della finanza internazionale. Contrariamente a quel che sostiene Vassalli quella domanda ha oggi ancora più senso, anche se pure i vermi hanno fame, a partire da quella opacità poliziesca che ci è stata raccontata dalla difficile inchiesta sulle violenze e torture genovesi del G8. Una lunga catena di falsità che dai più alti vertici delle forze dell’ordine scendeva fino agli ultimi gradi della scala gerarchica: dalle ragioni inventate (la presenza dei black bloc) per giustificare l’irruzione e il brutale pestaggio nella scuola Diaz, alla fabbricazione di false testimonianze che hanno visto protagonisti l’allora capo della polizia Giovanni De Gennaro, il capo della Digos genovese Spartaco Mortola e il questore Francesco Colucci; al tentativo di introdurre, sempre nella palestra dove era appena avvenuto il massacro, due bottiglie molotov trovate altrove, ai falsi verbali che attribuivano ai fermati comportamenti violenti o addirittura cambiavano il luogo del fermo in modo da coinvolgerli in situazioni compromettenti; al falso accoltellamento denunciato da un poliziotto, Massimo Nucera, che invece lacerò appositamente il proprio giubbotto per accreditare l’aggressione subita e dunque far passare il pestaggio come una legittima difesa contro dei violenti animati da tentazioni omicide. Atteggiamento menzognero reiterato da Nucera recentemente. Una sentenza del tribunale di Teramo, infatti, l’ha condannato nel maggio 2010 ad un anno e 4 mesi di reclusione per aver fornito falsa testimonianza nel tentativo di scagionare due suoi colleghi che avevano pestato (31 giorni di prognosi) un tifoso durante l’incontro di basket Teramo-Rosetana.
L’opacità poliziesca oggi è un problema anche per la procura genovese che ha chiesto la collocazione ad altro servizio dell’ispettore Antonio Del Giacco, condannato ad otto mesi, insieme ad altri poliziotti, per per aver fabbricato prove false contro alcuni no-global, prima aggrediti e poi arrestati, la mattina del 20 luglio 2001.

Paolo Persichetti da Liberazione

No Tav: Video inquietante sulle violenze delle forze dell'ordine

In un video inedito vengono raccontate le immagini che mancavano della giornata del 3 luglio alla Maddalena no tav di Chiomonte. Siamo sul fronte Ramats dietro il museo archeologico della Maddalena di Chiomonte e il prato inquadrato è l'area archeologica vera e propria dove erano custodite due tombe del neolitico. In un primo tempo si vedono i manifestanti fermati che vengono brutalmente pestati a freddo dagli agenti che lontani dai luoghi di contatto con i manifestanti si sfogano con bastoni calci e manganelli. In un secondo tempo si vedono gli agenti raccogliere delle pietre a terra per poi lanciarle verso i manifestanti. In un terzo tempo ancora si vede una ruspa cingolata ed un camion idrante che impunemente passano sulle tombe preistoriche e vengono dirette verso i manifestanti nel bosco.

15 luglio 2011

Morti in carcere: svelato un omicidio coperto da un finto suicidio

Una notizia pur essendo tragica, è importantissima per stabilire che la nostra ipotesi (per noi verità) che Niki Aprile Gatti sia stato ucciso e non suicidato sia fondata.

La Magistratura che ha archiviato la morte di Niki come suicidio, tra le righe, aveva fatto intendere che la verità che urla a squarciagola Ornella Gemini potrebbe essere quasi un'ipotesi fantascientifica. Addirittura il garante dei detenuti di Sollicciano Corleone in una intervista su Radio 24 diceva che era assurdo che Niki sia stato ucciso e che per farlo ci voleva un'organizzazione troppo sofisticata e in breve tempo non potevano organizzare un omicidio. E invece, oggi, c'è una notizia che potrebbe aprire la strada anche all'accertamento per la vera causa della morte di Niki Aprile Gatti.
Il 18 novembre del 2007 Marco Erittu, sassarese, 40 anni, viene trovato agonizzante sul proprio letto, con un lenzuolo intorno al collo e in parte conficcato in bocca: è impossibile salvarlo. Si pensava ad un suicidio, a una morte per impiccagione. Gli agenti della polizia penitenziaria trovarono l’uomo moribondo in cella. Sul posto giungono i medici del 118 che non possono far altro che constatare il decesso per soffocamento. Ed esattamente come Niki, la morte venne classificata come suicidio.
Ma a distanza di quattro anni c'è stato un colpo di scena: per gli inquirenti è stato un omicidio.
Fermiamoci un attimo. Noi per Niki avevamo ipotizzato che ucciderlo purtroppo non sarebbe stato poi così tanto complicato come volevano farci credere. Bastano tre persone. Due detenuti legati alla criminalità organizzata, o comunque appartenenti ad una banda criminale, e ovviamente per forza di cose un secondino.
Perchè è stato ucciso Niki? Lo abbiamo detto, pubblicato, documentato molte volte: poteva essere quel granello di sabbia che avrebbe inceppato l'ingranaggio. E non doveva avvenire perchè è chiaro come la luce del sole che dietro ci siano interessi di forti Poteri che coinvolgono grossi gruppi finanziari e collusione tra Stato e criminalità organizzata.
Ritorniamo all'omicidio-suicido di Erittu. Per gli inquirenti è accaduto questo: l'agente avrebbe lasciato la porta della cella aperta, consentendo a due detenuti di entrare e soffocare Erittu con una busta di plastica avvolta intorno al capo. La cella era stata quindi richiusa e la morte di Erittu era stata classificata come suicidio.
Il movente sarebbe questo: l'eliminazione di quello che sarebbe potuto diventare un testimone scomodo su vicende legati a sequestri di persona negli anni '80.
Ora io mi chiedo: come hanno fatto ad archiviare in fretta e furia la morte di Niki, nonostante le numerose contraddizioni ed elementi non chiariti?
Niki è stato ucciso e per strozzarlo hanno magari utilizzato lo stesso laccio usato successivamente per simulare un'impiccagione... davvero improbabile visto che non poteva assolutamente sostenere il suo peso.
Tutti noi che ci impegniamo per rendere Giustizia a Niki non abbiamo mai archiviato.
E gli eventi ci stanno dando ragione. Purtroppo.

Milano: Poliziotto condannato a 10 anni. "Uccise un clochard in stazione Centrale"

E' stato condannato a dieci anni di reclusione per omicidio preterintenzionale Emiliano D'Aguanno, un agente della Polfer accusato di aver picchiato fino a ucciderlo un senzatetto, Giuseppe Turrisi, nel settembre del 2008 negli uffici di polizia della stazione Centrale di Milano. Domenico Romitaggio, un altro poliziotto, che era sempre accusato di omicidio preterintenzionale, è stato invece condannato a tre anni per falso. La sentenza è stata emessa dalla prima Corte d'assise di Milano. "Sono contento che sia stata fatta giustizia - ha commentato Omar, il figlio della vittima - mi sono tolto un peso. C'era il rischio che non succedesse nulla".
Il pm Isidoro Palma, che ha coordinato l'inchiesta, aveva chiesto una condanna a 12 anni di carcere per entrambi. Dopo la lettura della sentenza, D'Aguanno è stato colto da un lieve malore. Per l'altro agente la Corte ha derubricato l'accusa di omicidio in lesioni, ma quest'ultima contestazione viene cancellata dalla scriminante della legittima difesa. Romitaggio, dunque, è stato condannato a tre anni solo per falso, relativo a una relazione di servizio sull'accaduto, con la concessione della attenuanti generiche. E' caduta invece per tutti e due gli imputati l'accusa di calunnia.
Stando alle indagini il senzatetto, che passava le sue giornate in stazione Centrale da circa tre anni, sarebbe stato pestato a sangue il 6 settembre 2008 da D'Aguanno negli uffici della Polfer, dove era stato portato. Secondo il pm, anche l'altro poliziotto avrebbe avuto un ruolo nel pestaggio. I due agenti erano stati arrestati nell'aprile del 2009 per omicidio volontario. Secondo l'accusa i due agenti avrebbero avuto motivi di astio nei confronti del clochard di 58 anni e per questo lo avrebbero picchiato, tenendolo dentro gli uffici per 35 minuti. Inoltre i due agenti nella relazione di servizio su quella sera avevano parlato solo di un clochard che si era sentito male e poi era morto. Le difese hanno sempre sostenuto che Turrisi aveva aggredito i due agenti, dopo aver partecipato a una rissa con altre persone

fonte: La Repubblica

Basta con gli arresti preventivi, basta con la guerra. Da Pisa una lettera-appello per la liberazione dei tre cittadini libici

Nelle settimane scorse a Perugia sono stati arrestati tre cittadini libici nel corso di una operazione "antiterrorismo", uno di loro è anche il rappresentante della Lega degli Studenti Libici in Italia. Ma di quali gravi “crimini” si sarebbero macchiati i tre studenti libici? Nessuno, si tratta infatti di “arresti preventivi", uno di loro ebbe il coraggio di farsi intervistare da una emittente televisiva locale, dicendo la sua verità su quanto accade nel suo Paese.
Tra i "reati scopo" ipotizzati vi sarebbe stata la intenzione di riappropiarsi dell’Ambasciata libica in Italia (attualmente abusivamente occupata dai "ribelli" filo Nato), altra grave responsabilità sarebbe poi il voler organizzare presso una sede universitaria una conferenza di contro-informazione sulla reale situazione in Libia.
Ai tre libici (tra i quali un ricercatore che svolge il dottorato di ricerche presso la facoltà di Scienze Politiche a Pisa) non si contestano reati materiali, la loro colpa è quella di essere stati in prima fila nelle proteste contro i bombardamenti sulla Libia e di aver condannato come imperialistica l’ingerenza della NATO negli affari interni del loro paese, smentendo anche con documentazione e video le notizie di "genocidio" che la propaganda addossava alle forze leali a Gheddafi.
E' evidente che il Governo Berlusconi dopo aver fatto affari con la Libia di Gheddafi e con innumerevoli altri paesi (vedi gli osceni accordi per il contenimento e la deportazione dei migranti, causa di sofferenze e di morte per centinaia di persone) oggi sostiene gli interessi USA e delle multinazionali del petrolio che vogliono mettere le mani sui giacimenti libici, solo per coltivare la illusione di una credibilità internazionale affossata tra scandali, corruzione e barzellette. L'Italia spera così, ipocritamente, di ottenre dalla guerra di aggressione al popolo libico qualche concessione dai vincitori, in particolare per lo sfruttamento delle risorse energetiche di quel Paese.
L'arresto preventivo dei tre cittadini libici ricorda altri arresti di migranti, come quelli avvenuti a Bologna: a detta degli inquirenti stavano preparando attentati alle chiese, salvo poi scoprire (dopo mesi di ingiusta e mai risarcita detenzione) la loro totale estraneità ai fatti contestati.
Il governo italiano, con questi arresti di chiaro stampo politico a cui si è prestata la Magistratura e le forze di Polizia, cerca di impedire ai cittadini libici il loro legittimo diritto di protestare contro l’ennesima aggressione coloniale; un uso arbitrario della giustizia che ai riflettori mediatici fa seguire lunga carcerazione preventiva.
Mentre i tre sfortunati restano senza motivo in carcere, i nostri aerei e le nostre basi forniscono supporto e partecipano alla distruzione del loro Paese, causando sofferenze e vittime nella popolazione civile. Per questo chiediamo la immediata libertà dei tre libici arrestati e la fine di ogni appoggio a questa ennessima guerra di aggressione.

Per adesioni scrivere a: liberta.peritre@gmail.com  indicando i propri dati personali

PRIMI FIRMATARI:

Adriano Ascoli (Zone del Silenzio)
Federico Giusti (Delegato RSU Comune Pisa)
Marcello Di Pietro (Gruppo Anarchico Kronstadt)
Cesare Ascoli (Biofisico, rete NO Hub)
Donatella Petracchi (Ricercatrice pensionata CNR, No Hub Pisa)
Andrea Montella (PRC Tognetti)
Nino Frosini (Segretario Regionale PdCI)

Salvatore Bonavoglia (Esecutivo Naz.le COBAS Pubblico Impiego)
Tiziana Petrocelli (CAF-COBAS)
Olivia Curzio (Opera Nomadi Pisa)
Sara Cozzani (Opera Nomadi)
Andrea Venturi (Ass. Italia-Cuba)
Marco Chiletti (Contadino)
Giovanni Bruno (Insegnante, COBAS Scuola)
Stefano Carlesi (Laureando, Università di Pisa)
Paolo Barrucci (Docente Università di Firenze)
Mirko Frosini (Tecnico Informatico)
Sandro Giuliani (licenziato FS Rm)
Laura Saredo Parodi (Impiegata)
Alessia Scuderi
Antonio Luigi Cannoletta (Pensionato)
Italo Di Sabato (Osservatorio sulla Repressione)
Ascanio Bernardeschi (Volterra)

Jennifer Telluzzi (Zone del Silenzio)
Marco Lenzoni (Associazione Solidarietà Proletaria)
Maria Teresa Cappelletti (Infermiera Caposala)
don Agostino Rota Martir (Campo "nomadi" Coltano, PI)
Walter Lorenzi (Rete dei Comunisti, PI)
Roberto Villani (Comunisti Uniti Rm)
Marinella Correggia (Torri in Sabina)
Federico Oliveri (Segretario cittadino Rifondazione Comunista, PI)

14 luglio 2011

Lettera dal Cie di Ponte Galeria: "situazione disumana"

Lettera a nome di cinque persone detenute nel Cie di Ponte Galeria a Roma, in merito al decreto del ministro Maroni (in discussione in questi giorni al Parlamento) che allunga a diciotto mesi la detenzione nei Cie

Scrivo a nome di cinque persone che sono detenute qua nel centro di Ponte Galeria a Roma. Siamo quasi 200 uomini e 50 donne detenuti al centro di Ponte Galeria. Qua siamo detenuti come colpevoli, come persone che hanno commesso un reato. Perché sei mesi? è un periodo troppo lungo. E ora vogliono aumentare a diciotto mesi.
Ma quelli che fannno queste leggi non sanno niente della nostra situazione e della nostra sofferenza. Soprattutto quel partito della Lega Nord, quello del ministro Maroni. La corte europea ha tolto l’articolo 14 della legge Bossi-Fini e questa è una sconfitta per Maroni. E allora lui vuole fare una rivincita con un’altra legge che ammazza la gente: vuole convincere gli italiani che è per motivi di sicurezza ma è una legge fatta per un motivo fascista e basta.
Qua c’è gente per bene e gente per male, come in tutto il mondo. Anche in Veneto, da dove viene lui, ci sono tanti stranieri che lavorano nell’agricoltura e nelle fabbriche. A Milano e a Brescia il lavoro duro lo fanno gli stranieri. Noi non siamo venuti qua dalla Tunisia per fare i delinquenti. Una volta gli italiani hanno fatto per primi l’immigrazione in America. Dicono che gli italiani sono mafiosi ma ci sono anche italiani per bene che hanno fatto la storia in America.
Noi crediamo all’Italia e all’Europa. Noi non siamo venuti per fare male. Io sono tunisino e sono scappato da una situazione disumana. Dopo la caduta del nostro presidente Ben Alì non è cambiato niente, tutti i giorni ci sono manifestazioni e la gente muore per strada. Abbiamo sentito che Maroni ha fatto un accordo col nuovo governo della Tunisia e rimandano lì la gente che arriva in Italia. Ma nei nostri paesi c’è la guerra civile e i rifugiati che arrivano dalla Libia sono tutti qui. Lì per noi non c’è niente da mangiare.
Ma noi amiamo l’Italia. Nei nostri paesi guardiamo RaiUno e tifiamo per le squadre italiane. Io sono nato nella città dove è nata Claudia Cardinale. Non abbiamo problemi con voi italiani. Noi veniamo perchè sognamo la libertà, come voi una volta sognavate l’America. E’ il nostro sogno e invece veniamo qua e troviamo un centro come questo a Ponte Galeria. Perché? noi non abbiamo commesso niente.
Ti dicono che dopo sei mesi esci, ma io sono venuto qua per migliorare, per cambiare, per guadagnare qualcosa per i nostri figli e per le nostre famiglie perché nel nostro paese c’è la povertà. E invece una mattina ti svegliano alle sei del mattino e entrano 20 persone coi guanti, ti portano in una stanza e ti tolgono tutta la tua roba e ti rimandano a casa. Qua c’è gente che dell’Italia non ha visto niente, solo questo centro, e non parla nemmeno una parola d’italiano e la rimandano al paese suo senza il telefono e senza le sue cose. Noi li chiamiamo al telefono e loro non rispondono perché il telefono è qua. Ma poi quando ci chiamano, ci dicono che li hanno riportati al paese senza niente.
Noi siamo detenuti qua, in una situazione proprio disumana: otto persone in una stanza di quattro metri per quattro. Viviamo uno attaccato al letto dell’altro. Chi si alza dopo le otto del mattino non prende la sua colazione. Chi arriva ultimo per la fila non arriva a prendere il pranzo e la cena perché noi facciamo la fila in 200 persone per prendere il nostro mangiare. Chi arriva ultimo non arriva a prendere il suo pasto.
Ti danno un buono di 3 euro e 50 al giorno per comprare sigarette, shampoo, merendine, però non bastano, è troppo poco. Anche per fare la doccia, l’acqua non c’è tutti giorni e nemmeno shampoo, asciugamano e dentifricio. La gente scappata dalla morte non ha portato lo shampoo e la roba per fare la doccia dal suo paese.
Anche le pulizie non le fanno abbastanza perché i dipendenti della Auxilium si lamentano che li pagano poco e che il loro stipendio è basso. Quelli della Auxilium ti ridono in faccia e ti accoltellano alle spalle, buttano le pietre e nascondono la mano. Li chiami e non viene nessuno, sono troppo furbi. Dei poliziotti non ne parliamo proprio, se dici “buongiorno” non ti rispondono. Quando rimandano le persone al loro paese le legano come un pacco postale, legano mani e piedi e mettono una fascia sulla bocca per non farle gridare, per non farle sentire al pilota. Ti fanno salire per ultimo così nessuno ti vede. I poliziotti sono pronti per intervenire e dare botte come in un mattatoio. I detenuti spesso si sentono male, hanno fatto il viaggio in mare, vengono dal loro paese e non sanno palrare, nessuno li capisce e la polizia li mena per farli calmare, così quelli dormono e basta. Gente venuta da un’ altra cultura, un altro mondo diverso dall’italia. Gente che non ha parlato con nessuno e non ha visto niente dell’Italia e si sente presa in giro, incompresa.
Le persone qui vorrebbero parlare ma nessuno li capisce, non hanno lingua per parlare e nessuno li ascolta, quindi per questo si ribellano e la polizia li picchia con i manganelli, con calci, pugni e tutto.
Un altro problema: la gente è venuta dal mare, fanno viaggi della morte per arrivare qua. Quando arrivano sentono sei mesi e gridano tutta la notte, non hanno la testa normale e chiedono al medico tranquillanti perché hanno solo paura del domani, non dormono la notte e cercano un modo nelle medicine. Gli infermieri ti danno le terapie per drogati e la gente dorme tutto il giorno, hanno la faccia gonfia come drogati e la notte urlano e gridano, sono disperati. Prendono le gocce e se il giorno dopo devi partire te ne danno di più, così quando ti vengono a prendere non capisci nulla, è per evitare che ti ribelli alla deportazione.
Le nostre richieste sono: vogliamo che tutti i cittadini italiani sentano la nostra voce, che vicino a Roma ci sono 250 persone che soffrono di brutto, tutti giovani, donne e uomini, gente che è venuta qua in Italia perchè sogna la libertà, la democrazia. Perchè non abbiamo vissuto la democrazia, abbiamo sentito quella parola ma non l’abbiamo mai vissuta. Noi chiediamo l’aiuto della gente fuori, aiutateci e dovete capire che qua c’è gente che non ha fatto male a nessuno e che sta soffrendo. Noi soffriamo già 6 mesi, figurati 18 mesi. Se passa la legge qui c’è gente che fa la corda perchè già così, con i sei mesi, c’è gente che si è tagliata le mani, figurati con diciotto mesi, la gente si ammazza, la gente esce fuori di testa. Chiediamo che la gente là fuori, tutti, anche i partiti politici, faccia di tutto per non far passare quella legge. Chiediamo che la gente fuori, ogni giovedì mattina, vada a vedere a Fiumicino le persone portate via con la forza, che vada a fermare il massacro.

Un gruppo di detenuti del Cie di Ponte Galeria

fonte: Corriere Immigrazione

La camera approva il decreto rimpatri: Cie fino a 18 mesi e rimpatrio immediato degli irregolari "pericolosi"

La camera ha approvato il decreto legge sui rimpatri dei cittadini irregolari. Passato con 273 favorevoli e 257 contrari, il decreto prevede l’espulsione immediata degli immigrati irregolari considerati pericolosi e l’allungamento della permanenza nei Cie da 6 a 18 mesi.
Licenziato alla Camera, il testo va adesso al Senato.

Il decreto è l'ennesima provvedimento razzista e xenofobodel Governo, che invece di affrontare il fenomeno migratorio nella sua complessità si limita a provvedimenti punitivi e criminalizzanti. Provvedimenti che, peraltro, non hanno mai inciso sul numero di cittadini stranieri che annualmente entrano in Italia.
Vale la pena di rammentare che dal 1998, quando il periodo massimo di trattenimento previsto era di 40 giorni, ora si arriverebbe a ben un anno e mezzo con triplicazione degli attuali sei mesi.
Tuttavia, in questi tredici anni l'andamento statistico degli arrivi in Italia è rimasto tutto sommato costante e del tutto indifferente rispetto all'aggravarsi in senso securitario delle politiche italiane.
Va ribadito con forza che i CIE, oltre a essere dei veri e propri buchi neri nell’ordinamento nazionale nonché dei luoghi dove le violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri sono al’ordine del giorno, risultano un mezzo assolutamente fallimentare anche nel contenimento dell'immigrazione irregolare (ammesso e non concesso che il concetto di irregolarità abbia un qualche senso). Appare quindi paradossale che piuttosto di ragionare di strumenti aderenti alla realtà e che permettano - come prima imprescindibile necessità - la regolarizzazione dei cittadini stranieri presenti sul territorio, si preferisca scientemente insistere con uno strumento inadeguato, inefficace e illegittimo ma con il pregio di essere evidentemente propagandistico.
Inoltre, il decreto risulta in patente contrasto con la stessa normativa europea.

Lecce: detenuto di 46 anni si impicca in cella, è il 35esimo suicidio in carcere da inizio anno

Un detenuto di 46 anni, Antonio Padula, di Francavilla Fontana (Brindisi), si è tolto la vita nella cella del supercarcere di Borgo San Nicola a Lecce, impiccandosi con i lacci delle scarpe. A scoprire l'accaduto questa mattina è stato un agente di custodia. L'uomo si trovava in carcere per l'omicidio di Donato Andrisani, di 60 anni, originario di Francavilla Fontana, avvenuto nel gennaio scorso e confessato da Padula. Andrisani venne soffocato con una busta di plastica e poi dato alle fiamme. Un suicidio che conferma la denuncia dei sindacati di Polizia penitenziaria in merito al sovraffollamento esistente nell'istituto di detenzione di Lecce.

12 luglio 2011

Il video dell'arresto del giovane dottorando della Normale di Pisa

Nella notte tra sabato 9 e domenica 10 luglio, un dottorando della Normale esce dalla festa che si sta svolgendo dentro la sua Scuola per parlare con i carabinieri che sono intervenuti chiamati dai vigilantes. I carabinieri, intervenuti a causa di un diverbio scattato tra alcuni ragazzi e gli stessi vigilantes, chiedono i documenti al ragazzo. Di fronte alla richiesta di spiegazioni in merito a quanto stava accadendo, uno dei carabinieri mette le manette al giovane, lo strattona e colpisce più volte fino a infilarlo in macchina.
Il ragazzo, portato poi in caserma e infine in carcere, è rimasto agli arresti fino ad oggi, martedì 12 luglio.
Gli sono state riscontrate dai medici la mattina dopo l'arresto, ferite ai polsi, sotto al mento e un trauma cranico.

Aut*Aut Pisa

11 luglio 2011

11 luglio 2003-2011: il caso Lonzi e 8 anni di insabbiamenti

8 anni fa moriva nel carcere delle Sughere di Livorno, Marcello Lonzi. Quest'anno però non ci sarà nessun presidio fuori dal carcere delle Sughere. La madre, Maria Ciuffi, lo aveva annunciato lo scorso aprile durante l'ultimo presidio davanti al carcere livornese in occasione della protesta per il respingimento del ricorso all'archiviazione: "Questa è l'ultima volta che vengo qui davanti, ma ciò non vuol dire che mi fermo. Porterò tutto a Strasburgo".
Nel marzo del 2010, infatti, la Procura di Livorno aveva definitivamente archiviato il caso come morte naturale, dopo che il pm Giaconi aveva riaperto il caso dopo la precedente archiviazione. Tutto lasciava presagire che ci fossero nuovi indizi alla luce anche delle nuove indagini e delle nuove testimonianze. Ma la Procura di Livorno non ha avuto il coraggio che serviva per rompere il silenzio e l'omerta all'interno di quel carcere della morte chiamato "Sughere".
Tutti sappiamo che non è andata così e che Marcello Lonzi è stato ucciso. O che comunque qualcosa in quella giornata è successo e che dentro il carcere si fece di tutto per ritardare l'uscita della notizia tanto che i familiari furono avvisati solo il giorno dopo. E poi ci sono le foto, eloquenti.
Stà invece a tutti noi tenere vico il ricordo di quest'ennesima vittima dello Stato e a continuare a dare una mano a Maria nella sua battaglia ed aiutarla a pagare le spese legali. Chiunque voglia farlo può consultare questo link.


fonte: SenzaSoste

10 luglio 2011

Pisa: Una notte di ordinaria follia, ragazzo malmenato e arrestato davanti alla Normale

Una sera come tante, piazza Cavalieri gremita di gente, e poco più in là il sontuoso palazzo della Normale. Ecco, il delirio che si svilupperà di lì a poco coinvolge più questo secondo luogo che non il primo, sempre sulla bocca di tutti negli ultimi tempi per la cosiddetta "movida".
Succede che c'è una festa in Normale, privata, nel senso per gli studenti della Normale e pochi altri, insomma una festa esclusiva che si svolge nel cortile interno della scuola d'eccellenza. L'entrate è su via Consoli del Mare, tre vigilanti tengono d'occhio gli ingressi, altri stanno poco più indietro.
Arriva un gruppo di ragazzi, chiede di entrare, ma niente, il numero cresce, ma i vigilantes rispondo a brutto muso: niente, non si entra.
Ne nasce un diverbio, che finisce di lì a poco, quando i vigilantes chiudono il portone per impedire a chiunque di entrare. Ma non basta, i vigilante chiamano i carabinieri, che arrivano con una volante, insieme a due della polizia.
All'arrivo dei tutori dell'ordine qualcuno va verso piazza Cavalieri per continuare la sua serata, altri spiegano ai poliziotti il perchè sono lì, ovvero c'è una festa a cui non fanno entrare. Nel frattempo qualcuno esce dalla festa con l'intento di risolvere il problema e porge dei "pass" per entrare. A quel punto tutti ci riprovano, si ritenta ad entrare, dal portone che finalmente si è riaperto.
Niente, i vigilantes incominciano a parlare di una lista, a cui se non sei iscritto non passi, e ovviamente ripartono le polemiche.
Intanto uno dei carabinieri incomincia a chiedere i documenti, con tono minaccioso e con dei modi che incominciano a far alzare la tensione.
Appena dopo aver preso gli estremi di un ragazzo passato di lì per caso, esce Dario, uno studente della Normale che era dentro alla festa. Dario è preoccupato ed esce per capire che sta succedendo fuori dalla scuola di eccellenza per cui sta svolgendo un dottorato. Esce anche perchè fuori, molte delle persone le conosce, e vuole evitare il peggio. Appena esce viene bloccato dal carabiniere di cui sopra, che ribattezziamo "testa quadrata". Testa quadrata prende Dario con un po' troppo vigore e tutti si girano per capire che sta succedendo. Dario chiede spiegazioni, ma testa quadrata non ne vuol sapere di darne, chiede i documenti con fare minaccioso. Dario dunque gli spiega chi è, ma prima dei documenti vuole sapere perchè sono lì e cosa sta succedendo. Quello che succede dopo ha dell'incredibile. Testa quadrata incomincia a strattonare Dario, sembra volerlo caricare in macchia per portarselo via. Sale lo sdegno e tutti si mettono a cercare di impedire che Dario venga preso. Testa quadrata infila al volo le manette a Dario, e continua a tirarlo per un braccio, prima, perfino per i capelli dopo. Dall'altra parte i ragazzi tentano di non permettere che Dario finisca in caserma, ma dopo aver tirato un po' di botte in aria, tra cui una serie proprio a Dario, testa quadrata insieme ai colleghi riesce a infilare il ragazzo in macchina.
Dario sale in macchina dopo 15 minuti di parapiglia, in cui si è preso anche un paio di cazzotti dal carabiniere. Dario sale in macchina che sanguina e il carabiniere che sale alla guida, nonostante due ragazzi si siano messi di fronte alla macchina, preme il piede sull'accelleratore e parte, scaraventando via i contestatori.
Quello che succede dopo è semplice. Un centinaio di persone si muove in direzione della caserma dei carabinieri, per andare a chiedere spiegazioni, per riavere indietro Dario. Urla e cori, caserma blindata, Dario è dentro. "Dario libero" gridato fino alle quattro del mattino, quando finalmente riesce ad entrare in caserma il suo avvocato.
Nel frattempo arriva pure l'ambulanza, chiamata dalla gente fuori, che non viene fatta entrare. Ritornerà e finalmente potrà entrare alle cinque e mezzo del mattino.
Verso le cinque i giovani sono ancora tutti lì, quando l'avvocato esce e dice che non c'è nulla da fare, fino a lunedì Dario rimane dentro.
Al momento sappiamo che Dario non ha fatto niente, ma dovrà rimanere dentro fino a lunedì, quando un magistrato deciderà il da farsi. Sappiamo che Dario è stato prelevato intorno alle tre del mattino, ma fino alle sei non è stato possibile farlo visitare dai medici del pronto soccorso.
Sappiamo che gli è stato riscontrato un trauma cranico, un trauma contusivo escoriativo ai polsi e una ferita sotto il mento. Sappiamo che è sotto shock, e lo siamo anche noi, perchè il motivo di tutto questo è incomprensibile.

Si respira una brutta aria sotto la torre.

Alle due alcuni degli amici di Dario, insieme ai presenti di questa notte, hanno convocato una conferenza stampa di fronte alla caserma dei carabinieri.

Aut*Aut Pisa

G8 Genova: Premiato il medico delle torture

La Asl 3 premia il medico genovese che, secondo i giudici della Corte d'Appello, è uno dei responsabili di quel "delirio di violenze, sopraffazioni, umiliazioni" che fu la caserma prigione di Bolzaneto durante il G8 del 2001. Nel 2010, a marzo, Giacomo Toccafondi, seppur i suoi numerosi capi d'imputazione siano andati in prescrizione, è stato però ritenuto civilmente responsabile per gli abusi che commise e i comportamenti che tenne, nella prigione speciale del G8.
Ma un anno dopo, quando la direzione generale dell'Asl 3 ha dovuto stilare la lista dei dirigenti medici più meritevoli, ecco che Toccafondi compare nell'elenco dei buoni. Non a tutti i suoi dirigenti, infatti, la Asl 3 ha riconosciuto la voce "retribuzione di risultato" che premia i dipendenti più efficienti che hanno centrato i loro obiettivi. Si tratta di 4548,79 euro consegnati al medico che, scrivono i giudici, "anziché lenire la sofferenza delle vittime di altri reati, l'aggravò, agendo con particolare crudeltà su chi inerme e ferito, non era in grado di opporre alcuna difesa, subendo in profondità sia il danno fisico, che determina il dolore, sia quello psicologico dell'umiliazione causata dal riso dei suoi aguzzini".
All'interno della Asl genovese e dell'ambiente medico il caso sta facendo discutere. Colpisce, soprattutto, il fatto che la valutazione sia stata effettuata senza, in apparenza, tenere in considerazione questioni etiche, morali o assai più semplicemente di buon senso ed opportunità. Anche se per il processo di Bolzaneto si attende ancora il verdetto della Cassazione, la sentenza per i fatti della caserma carcere è stata talmente dura che si pensava avrebbe indotto atteggiamenti più prudenti negli enti coinvolti, in questo caso la Asl 3 e il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria presso cui era distaccato il "dottor mimetica", come era stato soprannominato per la sua predilezione per gli abiti militari.
Senza dimenticare che Toccafondi è stato condannato ad un anno per omicidio colposo per la morte, avvenuta nel 2002, di una detenuta sudamericana rinchiusa nel carcere di Pontedecimo. La donna era deceduta in seguito ad una malattia infettiva diagnosticata in ritardo. Sulla vicenda Toccafondi, tra l'altro, nonostante alcuni pubblici solleciti, anche l'Ordine dei Medici non è mai intervenuto.
Ma, a ben vedere, l'assenza di conseguenze per i condannati in appello per le vicende del G8 è pratica piuttosto diffusa, e lo racconta in dettaglio un dossier contenuto nell'ultimo numero della rivista Micromega. Al pari dell'Asl 3 si è, infatti, comportato il ministero dell'Interno nei confronti degli alti dirigenti di polizia condannati, anche loro in secondo grado, al processo per l'irruzione alla scuola Diaz. Anche in questo caso le parole della Corte d'Appello sono state terribili: "L'enormità di tali fatti, che hanno gettato discredito sulla nazione agli occhi del mondo intero, non rende seriamente rintracciabile alcuna circostanza attenuante generica".
Ma la raffica di condanne a quattro o cinque anni per i falsi, le prove inventate e le lesioni gravi, senza contare i reati caduti in prescrizione come la calunnia, non hanno arrestato la carriera di super investigatori come Francesco Gratteri, Gianni Luperi, Gilberto Caldarozzi, Vincenzo Canterini, o l'ex capo della Digos genovese Spartaco Mortola di recente nominato questore. Tutti blindati da un capo, Antonio Manganelli che da tempo chiede di "dimenticare Genova" e da una politica che da destra a sinistra, passando per Di Pietro, è sempre stata contraria ad una commissione parlamentare d'inchiesta.

Marco Preve da La Repubblica

9 luglio 2011

No Tav: Il Legal team del movimento denuncia le forze dell'ordine

Il legal team del movimento No Tav, quindici avvocati che prestano servizio senza alcun guadagno, ha ieri annunciato durante una conferenza stampa che verranno presentate denunce contro ignoti allo scopo di individuare gli appartenenti alle forze dell'ordine che avrebbero lanciato lacrimogeni all'indirizzo dei manifestanti domenica scorsa alla Maddalena di Chiomonte. «Visto che non sarà probabilmente possibile - spiega l'avvocato Claudio Novaro - individuare i singoli poliziotti e carabinieri cercheremo almeno di individuare chi ha diretto le operazioni. Le denunce che si configurano sono per lesioni e danneggiamento: i manifestanti sono stati bersagliati anche con sassi e oggetti di qualsiasi tipo. Se non sarà possibile farlo in sede penale, proseguiremo l'azione in sede civile». Secondo i legali «a Chiomonte sono state violate le regole di ingaggio e molti di noi lo hanno potuto vedere con i propri occhi. Le forze dell'ordine hanno sparato lacrimogeni potenzialmente pericolosi per la salute ad altezza d'uomo, oltre a pietre ed altri oggetti». I legali hanno anche manifestato dubbi sulla reale dinamica degli scontri, di fatto accusando Polizia, Carabinieri e GdF di aver dato via alle ostilità.

Morto detenuto paraplegico, gli sono state negate cure esterne al carcere

Il leader del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, denuncia un “nuovo gravissimo, tragico episodio verificatosi nelle carceri”.
“Un detenuto calabrese, E. M., di 52 anni, gravemente malato, costretto alla sedia a rotelle - afferma Corbelli - è deceduto in carcere mercoledì mattina, in una città siciliana, dove era stato trasferito da un mese, ai familiari è stato impedito di vedere la salma che è stata chiusa in una bara e trasportata in Calabria dove è arrivata giovedì sera alle 19”.
L’uomo, a favore del quale nei mesi scorsi era intervenuto Corbelli con un appello umanitario, era stato da un mese trasferito dalla Calabria in Sicilia, per scontare una condanna passata in giudicato di pochi anni di carcere”. “Nonostante le sue gravi condizioni di salute, perché era paraplegico - afferma Corbelli - E.M. non aveva ottenuto né gli arresti domiciliari, né la possibilità di essere ricoverato e curato in un centro specializzato di Catania o Parma (quelli attrezzati per la sua patologia).
Mercoledì mattina l’uomo alle 9,30 si è sentito male. Sono stati disposti degli esami. Un’ora dopo è stato trovato già morto per terra. Alle 14 è stata informata la famiglia in Calabria. Ai familiari è stato, di fatto, impedito di poter vedere la salma perché poche ore dopo il decesso, alle 17, è stata chiusa in una bara e il giorno dopo, ieri giovedì, trasferita in Calabria, dove è giunta ieri sera alle 19”.
“È doveroso in un Paese civile - sostiene Corbelli - dare risposte a questi interrogativi. Perché si è tenuto in carcere quell’uomo paraplegico? Perché non è stato curato adeguatamente? E soprattutto cosa è accaduto mercoledì mattina dal momento che si è sentito male sino a quando è morto?”.

fonte: Ristretti Orizzonti

8 luglio 2011

LIBERI TUTTI! Presidio di solidarietà agli arrestati No Tav

Il gip conferma l'arresto per i compagni notav arrestati domenica 3 luglio!
Marta, Salvatore, Roberto, Gianluca sono parte di noi perché hanno lotatto con noi, contro il Tav.
Un gip asservito li vuole trattenere in carcere per riprodurre la divisione tra "buoni" e "cattivi" che il movimento ha rifiutato in questi giorni.
Non lasciamoli soli!

Sabato 9 luglio, h 17.30 - Presidio sotto il carcere delle Vallette

In contemporanea presidio sul ponte sulla Dora a Bussoleno.

NON LASCIAMOLI SOLI, MANDIAMO LORO UNA CARTOLINA, UNA LETTERA, UN MESSAGGIO SOLIDALE!

Una cartolina o una lettera può fare la differenza tra la disperazione e la possibilità di trovare, negli altri, la forza di resistere, reagire, lottare. I 4 ragazzi arrestati stanno pagando per tutti, guardate i loro volti, sono stati "pestati" dopo l'arresto, cosa che hanno denunciato e che, prontamente, è stata negatoa da un comunicato della questura. Poi sono stati infangati dalla penna di Numa, che ha pubblicato articoli pieni di falsità....
Mandiamo loro un segnale forte della nostra solidarietà, facciamoli sentire parte di qualcosa che non si fermerà, anche grazie al loro tenace impegno.

Per scrivere agli arrestati:

Marta Bifani, Roberto Nadalini, Salvatore Soru, Giancarlo Ferrari
Casa Circondariale - Via Pianezza 300, 10151 TORINO

7 luglio 2011

No Tav: Convalidati gli arresti per i fermati domenica 3 luglio in Val di Susa

La notizia della convalida degli arresti con la disposizione della misura cautelare in carcere per tutti e quattro i compagni fermati, è giunta nella tarda mattinata. Il Giudice per le indagini preliminari ha così accolto la richiesta del pubblico ministero, decidendo per il dispositivo peggiore di tutti quelli, elencati nelle richieste della difesa, possibili. Niente arresti domiciliari, o misure alternative alla segregazione carceraria: secondo le motivazioni addotte dal magistrato, di fatti “troppo gravi” si tratta. A ben vedere i fatti della Val Susa, effettivamente, sono gravissimi. Un’intera popolazione, in virtù di quella logica che antepone gli interessi e i profitti di pochi affaristi a capo di oligarchie industriali e finanziarie che arrivano fino ai vertici dei partiti maggiori rappresentati in Parlamento, è stata attaccata militarmente, brutalizzata, privata di ogni diritto costituzionale e democratico. L’Alta Velocità che devasta la Valle, definita persino dall’ex ministro Burlando del Pd ‘un’opera inutile e dannosa, che non si porterà mai a termine”, è in realtà una “Grande Tangente”. Come lo sono tutte quelle faraoniche imprese di dubbia utilità sociale, ma di indiscussa capacità di drenare soldi pubblici verso conti correnti privati. Gianluca Ferrari, attivista del centro sociale Rivolta, come gli altri tre manifestanti detenuti, ha avuto la sfortuna di cadere nelle mani di quelle civilissime persone che con manganelli, lacrimogeni e altri corpi contundenti, hanno dato prova già altre volte del loro coraggio: quanto fegato ci vuole per sparare gas addosso a famiglie intere, compresi bambini, che abitano quelle terre? Quanta etica e moralità traspare dal torturare persone ferite, sottoponendole come nel caso di Fabiano Di Berardino, preso anche lui come ostaggio durante la manifestazione, a ore di pestaggio, a getti di urina, allo sfondamento con un tubo di ferro del setto nasale? Quanto “Stato” e quanto “Diritto” alberga in pubblici ufficiali che mirano ragazze che hanno le mani alzate per colpire con granate da mezzo chilo piene di gas venefici? O per cercare di uccidere con uno di questi colpi sparando da un metro al torace di uno studente di ventanni, come Jacopo Povelato di Mestre? Ce lo dica il Presidente Napolitano se è questa la “legalità” che si dovrebbe rispettare. Gianluca è ora rinchiuso nel carcere delle Vallette di Torino. Nonostante le prove a suo carico dimostrino al massimo la sua presenza sul posto, come uno di quei settantamila che hanno voluto esserci, è stato deciso da questa “legge” che non bastano le vessazioni e i soprusi esercitati su un’intero popolo, ma bisogna anche accanirsi sui singoli per impartire lezioni a tutti. Non si tratta di “capro espiatorio”, logica spesso applicata quando bisogna trovare colpevoli di crimini commessi da mani nascoste. Qui tutti i valsusini l’hanno detto e ripetuto: l’assedio al cantiere del 3 luglio è stato fatto da tutti e tutte, è stata la legittima risposta di un popolo violentato in nome di qualcosa che è fuori dalle regole e deciso attraverso procedure non democratiche. Credete che a qualcuno verrà mai in mente di sottoporre a referendum tra gli abitanti della Valle, ciò che dovrebbe cambiare per sempre la loro terra e le loro vite? Credete che quei 20 miliardi di euro che l’Alta Velocità si mangia dalle tasche di tutti gli italiani e gli europei, non avrebbero, proprio in tempi di crisi come questi, miglior destinazione? No, non sono capri espiatori i compagni e la compagna in arresto. Sono “prigionieri di guerra”, vittime della logica della rappresaglia che anima gli atti militari dell’occupazione di terre da ricondurre al dominio. E’ una guerra, quella contro la Val di Susa, che hanno deciso a Roma e portato avanti contro i civili. E come in tutte le sporche guerre che non hanno ragioni dalla loro parte, bisogna creare una legittimazione degli atti più infami, come appunto le violenze contro le persone. E allora ecco la cmpagna mediatica contro Gianluca e gli altri, contro i “Black Block” che oggi suona come quell’antico “Banditen” con il quale il nazifascismo bollava i partigiani che hanno costruito la Repubblica. Gianluca è in una galera sovraffollata, sporca, come lo sono quelle che i direttori degli istituti di pena chiamano le “discariche sociali”. Dobbiamo e vogliamo tirare fuori lui e tutti gli altri. Gli avvocati hanno già depositato la richiesta di riesame al Tribunale, e questo significa che al massimo tra quindici giorni ci sarà un’altra possibilità. Mentre i ricconi della casta compiono i crimini che più gli piacciono godendo dell’impunità, mentre i capi e i gregari della stessa polizia che macella la Val di Susa hanno già fatto quello che hanno fatto a Genova dieci anni fa, e mai nessuno si è sognato nemmeno di sospenderli anche dopo le condanne per torture, violenze e costruzione di prove false, Gianluca è lì. Attorno ha tutti noi, ha le migliaia e migliaia di persone che hanno deciso, tramite la rete, di informarsi da sole su ciò che era accaduto, ha soprattutto un’intero popolo della Val di Susa, che lo abbraccia. La vergogna delle loro azioni, invece, li porterà ad una solitudine schiacciante, a loro e a chi li usa, e non potranno mai raccontare a testa alta cosa hanno fatto. Gianluca, e tutti noi, invece si.

LIBERTA’ PER GIANLUCA FERRARI E PER TUTTI GLI ARRESTATI/E

LIBERTA’ PER LA VAL DI SUSA

PER LA RICONQUISTA DEI BENI COMUNI, NO TAV!

Centro sociale Rivolta – Marghera
Laboratorio Morion – Venezia
Sale Docks - Venezia


Per inviare messaggi di solidarietà agli arrestati l'indirizzo è:
Casa Circondariale di Torino Lorusso e Cutugno, Via Pianezza, 300, Torino

Notizie Correlate