17 giugno 2011

Perquisizioni all’alba contro i No Tav

Questa mattina intorno alle 6 agenti della digos torinese hanno perquisito le abitazioni di alcuni notav tra cui Alberto Perino, e il centro sociale Askatasuna di Torino sfondando con un ariete la porta d’ingresso. Con in mano un avviso di garanzia da recapitare agli indagati e l’ordine di perquisizione, gli agenti hanno compiuto un blitz degno di una missione militare. I fatti contestati sono relativi alla notte del 23 maggio a Chiomonte, quando il movimento respinse il primo tentativo di presa del cantiere della Maddalena.
La questura su ordine della procura torinese ha eseguito un’operazione in tempi fulminei come non avviene per nessun’altra inchiesta, il tutto teso a mettere pressione e paura nel movimento notav.
Alle luci dell’alba mentre avvenivano le perquiszioni le notizie sono iniziate a circolare e siccome sembrava, vista la contemporaneità delle perquiszioni e il dispiegamento di forze, il preludio a degli arresti è scattata la mobilitazione. Un presidio si è formato a Condove sotto casa di Alberto Perino per impedire che questo avvenisse e poi, compresa la situazione, si continua per denunciare il fatto e portare solidarietà.
A Perino viene contestato un reato d’opinione (istigazione a delinquere) relativo al comizio finale della manifestazione Rivalta-Rivoli del maggio scorso e un video su Youtube; agli altri : due studenti universitari del Collettivo Universitario Autonomo, uno dei comitati no nuclere di Saluggia e uno del CSOA Askatasuna, vari capi d ‘imputazione relativi alla prima notte di resistenza alla Maddalena. Una logica perversa da parte degli inquirenti che vorrebbero Perino ispiratore e gli altri esecutori.
Un’ennesimo atto, a cui siamo sicuri ne seguiranno altri, che vede la firma del Procuratore Giancarlo Caselli, che dopo i suoi nemici storici, terrorismo e mafia, ora individuato nel movimento notav l’ennesimo avversario da sconfiggere.

"Queste perquisizioni hanno uno scopo puramente intimidatorio, perché non si capisce che cosa pensava di trovare: gli scarponi per rimanere sui terreni di Chiomonte, tende, volantini e striscioni contro la TAV? " dichiara Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc. "Si tratta indubbiamente di un'azione arrogante che cerca di spaventare un movimento che ha la sua forza nel consenso della gente della Val di Susa che cerca di opporsi ad un progetto faraonico, disastroso per l'ambiente e la popolazione della valle e fonte di enorme sperpero di denaro pubblico. Per adesso siamo solo alle intimidazioni a quando le provocazioni? Se questa è la considerazione che Maroni, ministro degli interni leghista, ha di quello che considera il suo popolo del nord, siamo a posto."conclude Ferrero

Per la mattinata è prevista una conferenza stampa

(in diretta sulla homepage di Infoaut)

Carceri: Muore detenuto di 32 anni a Teramo

È stato un infarto a uccidere Enzo Potente, il detenuto di 32 anni di Palata (Campobasso), accasciatosi nel tardo pomeriggio di ieri nella sua cella nel reparto tossicodipendenti del carcere di Castrogno. Lo ha stabilito l’autopsia eseguita dal medico legale Giuseppe Sciarra su richiesta del sostituto procuratore Stefano Giovagnoni, che sull’episodio ha aperto un’inchiesta. Il sospetto di una morte naturale era forte già nell’immediatezza della tragedia, verificatasi sotto l’occhio del compagno di cella di Potente che non ha potuto far altro che avvertire il personale di servizio.
Sull’ennesimo dramma carcerario è intervenuto oggi il segretario nazionale del Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Donato Capece che ha parlato di situazione critica nel carcere di Teramo.
“Quello di Potente è soltanto l’ultimo di una serie di eventi drammatici registrati nel 2010; parliamo di 85 episodi di autolesionismo, di 18 tentati suicidi, un suicidio, 53 soggetti feriti, 73 scioperi della fame e 22 episodi violenti che hanno determinato danneggiamenti di beni dell’Amministrazione Penitenziaria - spiega Capece.
La notizia della morte di un detenuto italiano nel carcere di Teramo intristisce tutti, specie coloro che il carcere lo vivono quotidianamente nella prima linea delle sezioni detentive come gli uomini e le donne della polizia penitenziaria. E ora che la politica - ha concluso il segretario Sappe - si dia dunque da fare, concretamente e urgentemente, per una nuova politica della pena, necessaria e non più differibile, che ripensi organicamente il carcere e l’Istituzione penitenziaria”.

fonte: Apcom

Prolungamento nei Cie fino a 18 mesi, espulsione di cittadini comunitari: il nuovo decreto Maroni anti-immigrati

"Il decreto approvato oggi dal Consiglio dei Ministri è importante perché dà attuazione a due direttive europee. Si trattava di un problema di interpretazione e noi - nel pieno rispetto della direttiva - abbiamo fornito questa interpretazione". E' quanto affermato oggi in Conferenza stampa a Palazzo Chigi dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni.
Secondo il ministro, "L'interpretazione alla direttiva ci permette il prolungamento delle permanenze nei Cie dai 6 mesi attuali fino al termine massimo di 18 mesi, per consentire l'identificazione o l'effettiva espulsione".
Inoltre, secondo Maroni il decreto consente "di ripristinare l'espulsione coattiva immediata dei clandestini (la magistratura aveva previsto come unica possiblità per l'espulsione, il foglio di via, ndr). Espulsione - sottolinea - per i clandestini pericolosi per ordine pubblico e sicurezza, già espulsi o che violano misure di garanzie previste dal questore". "E introduciamo - ha proseguito - per la prima volta la possibilità di espulsione, in alcuni casi, anche per i cittadini comunitari".

fonte: Redattore sociale

15 giugno 2011

Detenuto suicida nel carcere di Taranto

Un ragazzo di 24 anni, detenuto nel carcere di Taranto, si è suicidato ieri sera inalando il gas di una bomboletta. L'uomo era stato accusato di rapina e dopo l'arresto aveva collaborato con la giustizia facendo arrestare i propri complici. "Sembrerebbe - spiega il segretario nazionalte del Sappe, Federico Pilagatti,- che il gesto sia stato dovuto a motivi familiari, ma sicuramente sul detenuto ha influito negativamente anche la grave situazione di abbandono che si vive nelle carceri che non consente alcun apporto psicologico".

Processo Mastrogiovanni: Ascoltato il medico legale

Alle ore 14,30 presso il Tribunale di Vallo della Lucania, la Presidente Dr.ssa Elisabetta Garzo dà inizio all'udienza odierna con l'appello prima degli imputati e poi delle parti civili del processo contro i medici e gli infermieri del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania per la morte dell'insegnante Francesco Mastrogiovanni, avvenuta il 4 agosto 2009.
E come nelle altre udienze alcuni liberi assenti ed altri liberi contumaci. Presente solo il primario del reparto di psichiatria ed alcuni infermieri .
All'inizio un avvocato degli imputati si lamenta per le riprese televisive per l'impatto che possono avere sul pubblico, ma il Presidente del tribunale non sospende l'autorizzazione accordata all'emittente televisiva di Vallo della Lucania, la Set di riprendere il processo.
Anche nell'udienza odierna vengono rigettate dalla Presidente alcune eccezioni sollevate dai legali degli imputati. Per l'ennesima volta viene presentata la richiesta da parte dei legali degli infermieri di nullità degli accertamenti tecnici irripetibili (esame autoptico sul cadavere di Francesco Mastrogiovanni) perché gli infermieri non sarebbero stati preventivamente avvisati dell'avvio degli stessi.
Sono assenti i due pazienti che sono stati citati come testi dal P.M . Inizia così subito l'esame da parte del P.M. dr. Renato Martuscelli dei due medici che eseguirono l'esame autoptico sulla salma di Francesco Mastrogiovanni su incarico del P.M., dr. Francesco Rotondo, magistrato che ha chiesto ed ottenuto il rinvio a giudizio dei sei medici e dodici infermieri del reparto di psichiatria di Vallo della Lucania.
Il medico legale dr. Adamo Maiese inizia la macabra elencazione delle escoriazioni rinvenute sul corpo della vittima mostrando le numerose foto scattate durante l'esame autoptico. La Presidente, con il consenso dei difensori degli imputati, dà per acquisite le foto dell'orrore consentendo così al medico legale di continuare nell'illustrazione dei risultati dell'esame autoptico.
Il dr. Maiese conferma in udienza quanto riscontrato sul corpo di Francesco Mastrogiovanni, riferendo per l'esame autoptico si è servito degli esami istologici e del video del sistema di videosorveglianza. Parla usando termini comprensibili - tanto che la qualità della sua deposizione viene riconosciuta pubblicamente anche dal Presidente del Tribunale - dando prova di avere un quadro completo e chiaro dei fatti che si sono verificati nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Vallo della Lucania dal 31 luglio 2009 al 4 agosto 2009, che hanno portato alla tragica morte del maestro elementare.
Il medico legale nel rispondere al P.M. ribadisce, con certezza, che Francesco Mastrogiovanni è morto per un edema polmonare causato dalla coercizione fisica alla quale è stato sottoposto dalle ore 13,00 del 31 luglio e fino alla morte avvenuta alle 2,45 del 4 agosto 2009.
Per il dr. Maiese il comportamento del personale sanitario è stato gravemente negligente e specifica: 1) Negligenza commissiva nel mettere in atto una contenzione fisica con le modalità sopra descritte; 2) Negligenza omissiva nel non controllare, monitorare e nutrire il paziente per tutto il periodo di ricovero; 3) Sulla cartella clinica di ricovero non si fa alcun cenno della contenzione fisica messa in atto.
Nell'ospedale di Vallo della Lucania, Mastrogiovanni non è stato affatto trattato come un essere umano: oltre a rimanere legato senza interruzione e senza motivo per lunghe e interminabili ottantadue ore, non è stato mai alimentato e non gli hanno dato neanche da bere. L'autopsia ha accertato che lo stomaco era completamente vuoto ed era vuota anche la vescica. Inoltre il dr. Maiese ha riferito un altro particolare agghiacciante: la macerazione dei testicoli (causata dal caldo torrido di quei giorni di agosto e dalla mancanza di attenzione da parte del personale). Insomma Francesco Mastrogiovanni prima è stato lasciato nudo sul letto per giornate intere e poi trascurato anche con il pannolone. (Quindi se Francesco fosse sopravissuto alla contenzione "illecita", impropria e antigiuridica come definita dai consulenti, probabilmente sarebbero rimasti impressi in modo definitivo dei segni anche fisici sulla sua persona). Ha parlato anche dei legacci di cuoi e plastica che hanno scavato ferite fino a due centimetri e mezzo ai polsi e alle caviglie.
Anche il dr. Giuseppe Ortano, psichiatra di Aversa, nel rispondere alle domande del P.M e dei difensori delle parti civili conferma il contenuto della relazione che ha consentito al magistrato inquirente di chiedere ed ottenere il rinvio a giudizio degli imputati. Lo psichiatra sottolinea con forza e determinazione: «La coercizione non è assolutamente un atto medico ». Viene consentita dall'art. 54 c.p. (stato di necessità) solo per porre in atto le terapie farmacologiche appropriate e fino all'avvenuta sedazione. Deve essere annotata sulla cartella clinica e/o sul registro della coercizione, indicando anche il mezzo usato.
Anche il dr. Ortano ha visionato il video. Poche volte, afferma, qualche infermiere e solo per pochissimi minuti si è avvicinato a Mastrogiovanni legato a quel letto troppo corto a causa della sua altezza. Pare che l'unico intervento sia stato quello di stringere meglio le fascette della contenzione per evitare lo scivolamento. Non gli hanno mai rivolto la parola. Dalla cartella clinica risulta che la terapia somministrata al suo ingresso in reparto, pur essendo appropriata alla diagnosi, era comunque molto forte.
E' terribile ed inaccettabile quello che è successo nel 2009 e che poteva succedere a chiunque. Anche l'udienza di oggi lo conferma.
Infine non risulta che Mastrogiovanni sia stato visitato da un medico all'atto del suo ingresso in reparto, né è stato effettuato nessuno elettrocardiogramma per verificarne lo stato di salute.
Il medico di turno che ha prescritto la terapia definita forte dallo psichiatra era a conoscenza della somministrazione di psicofarmaci con tre iniezioni avvenuta sulla spiaggia di S. Mauro Cilento nemmeno un'ora prima?
L'udienza è durata oltre quattro ore.
La prossima udienza, calenderizzata per il 28 giugno, per impegni del Presidente, si terrà lunedì 4 luglio 2011 alle ore 13 ed avrà luogo il controesame dei due medici da parte dei legali degli imputati.

Il Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni
Vincenzo Serra, Giuseppe Tarallo, Giuseppe Galzerano




14 giugno 2011

APPELLO PER LA LIBERTA’ DI DISSENSO

Le recenti azioni di polizia, con i provvedimenti restrittivi nei confronti di ventidue persone, in gran parte studenti di collettivi universitari fiorentini, e la comunicazione delle indagini nei confronti di altre cinquantasei, suscita interrogativi e timori.
Si è voluto creare l’evento mediatico, con un annuncio a sensazione che lasciava intravedere preoccupanti scenari cospirativi che, alla luce di quanto contestato materialmente alle persone coinvolte, e fermo restando le necessarie valutazioni su singoli episodi, si sono rivelati di fatto inesistenti: alcuni sporadici fatti di scarsa rilevanza, in occasione di numerose manifestazioni, in particolare relative all’opposizione alla “riforma” Gelmini.
Troppo poco per non far pensare ad una precisa strategia di costruzione dell’allarme sociale, attorno alla immancabile figura degli “anarchici” – diventata poi una improbabile “area anarcoide studentesca” – secondo la fin troppo conosciuta pratica della criminalizzazione delle aree di dissenso e contestazione, per creare discredito e isolamento.
Assistiamo al continuo innalzamento del livello di contrasto repressivo, anche in presenza di episodi di minima entità. Secondo la ricostruzione riferita dalle forze dell’ordine, ogni manifestazione degli ultimi due anni è stata seguita e documentata, e sono stati contestati – ingigantendone la portata – tutti i comportamenti appena “sopra le righe”: una scritta sul muro, un sit in non preannunciato, un petardo, diventano episodi da collegare forzatamente in un disegno eversivo, con conseguente contestazione del reato associativo. Pur non aumentando il livello di conflittualità sociale, aumenta la pressione poliziesca e giudiziaria.
Per questo intendiamo esprimere pubblicamente la solidarietà nei confronti di quanti sono stati colpiti da questa operazione, e manifestare le nostre preoccupazioni in merito al restringimento degli spazi di agibilità politica per chi esprime opposizione e dissenso.
In una fase in cui c’è un violento attacco allo stato sociale, alla scuola pubblica, ai beni comuni, e in cui le conseguenze più pesanti della crisi economica vengono fatte ricadere sulle fasce più deboli della popolazione e sui giovani, aumentando a dismisura le disuguaglianze sociali e l’insicurezza per il futuro di intere generazioni, in cui si cancellano diritti di lavoratori e cittadini e si rimettono in discussione principi basilari dell’ordinamento democratico antifascista, riteniamo gravissimo che si tenda a comprimere lo spazio di azione politica e sociale di opposizione e di lotta, etichettando ogni dissenso come comportamento deviante e criminale.

Primi firmatari:

Vittorio Agnoletto, Forum Sociale Mondiale; Donatella Della Porta, Università europea Firenze; Alberto Ziparo, Università di Firenze; Ornella De Zordo, consigliera comunale Firenze; Tommaso Grassi, consigliere comunale Firenze; Sandro Targetti, consigliere comunale Campi Bisenzio; Lorenzo Guadagnucci, Verità e giustizia per Genova; John Gilbert, FLC CGIL; Cristiano Lucchi, giornalista; Moreno Biagioni; Edoardo Todaro, RSU COBAS Poste; Francesca Birini, RSU COBAS Poste; Tiziano Cardosi, NOTAV Firenze; Giuseppe Cazzato, RSU COBAS comune di Firenze; Alessandro Santoro, Comunità delle Piagge; Alessandro Nannini, RSU COBAS ATAF; Sara Nocentini, Anna Picciolini, Associazione per una Sinistra Unita e Plurale; Massimo Torelli, Associazione per una Sinistra Unita e Plurale; Francesca Riemma, RSU COBAS Poste; Alessandro Porcinai, RSU COBAS Publiacqua, Riccardo Torregiani, Rete Antirazzista Firenze, Italo Di Sabato, Osservatorio sulla Repressione

Per Firmare l'appello cliccate qui

Giovane marocchino ucciso da un carabiniere a Bergamo... è un altro caso Aldrovandi

Un “omicidio controverso”. Firmato, Hillary Clinton. “Controverso” come i casi di Sandri, di Cucchi, di Aldrovandi. Un ragazzo che muore; uomini delle forze dell’ordine che finiscono sotto inchiesta. Per non perdere il filo che da una tragica notte a Mornico al Serio - tremila abitanti nella pianura bergamasca - porta a Washington negli uffici del Dipartimento di Stato americano, bisogna raccontare come ha smesso di vivere - da innocente - un ragazzo marocchino di 18 anni. Aziz Amiri.
In un parcheggio di via Verdi sono le nove di sera del 6 febbraio 2010. L’unica colpa di Amiri è di essere seduto sul lato passeggero di un’utilitaria, una Peugeut 206, guidata da un connazionale che ha cinque anni più di lui e che per tentare di sfuggire ai carabinieri - in macchina ci sono 30 grammi di cocaina, inserisce la retromarcia e sperona l’auto dei militari (in borghese).
Uno scende, cade a terra, si rialza, infila il braccio all’interno della Peugeut attraverso il finestrino abbassato; il guidatore marocchino (non è armato, riuscirà incredibilmente a scappare a piedi) prova a disarmare il carabiniere. A quel punto parte il colpo che uccide Amiri. Fin qui la cronaca.
La procura di Bergamo apre un’inchiesta. Il carabiniere, appartenente al nucleo operativo radiomobile di Bergamo, è indagato per omicidio colposo. Stando alla sua versione e a quella del collega impegnato con lui in un servizio antidroga - le uniche su cui si basano le indagini, le uniche disponibili, del marocchino fuggito non si è più avuta traccia - il colpo sarebbe partito accidentalmente. Ma a più di un anno restano molti punti oscuri nella ricostruzione della vicenda messa a verbale dai militari. A partire dallo sparo.
Uno solo, secondo i carabinieri. Due, addirittura tre secondo almeno un testimone - un abitante della zona - che però non è mai stato sentito dal gip. Che cosa è successo davvero quella notte? Quanti e quali sono i dubbi da chiarire se persino il Dipartimento di Stato americano (diretto dal segretario di Stato Hillary Clinton) nell’annuale rapporto dedicato al rispetto dei diritti umani ha classificato la vicenda di Amiri tra gli “omicidi controversi” (il delitto di Mornico figura nel capitolo titolato “privazione arbitraria o illegale della vita”)?
C’è stato abuso di potere da parte del carabiniere che ha sparato? A breve il gip Bianca Maria Bianchi dovrà decidere, sulla base degli elementi acquisiti finora, se accettare o respingere la richiesta di archiviazione presentata a marzo dal pm Maria Cristina Rota.
Due le alternative alla chiusura del caso: restituire gli atti alla procura per un approfondimento delle indagini oppure aprire un processo. “È doveroso fare luce sulla morte di Amiri - dicono l’avvocato Tatiana Burattin e il procuratore Paolo Bulleri, che difendono e rappresentano la famiglia della vittima. Chiediamo di sapere la verità su quello che è successo.
Oltretutto Amiri era il passeggero e cioè una persona innocente”. Per fare nuova luce sull’omicidio il difensore del ragazzo marocchino ha presentato una relazione tecnica firmata da Alberto Riccadonna (caso Sandri-Spaccarotella e prima ancora Unabomber).
La perizia balistica solleva diversi interrogativi. Primo fra tutti: perché viste le circostanze (auto della vittima bloccata e guidatore non più al posto di guida) il carabiniere ha introdotto il braccio armato nell’auto perdendo il controllo dell’arma? La mossa appare quantomeno imprudente: i due marocchini non erano armati, ma in caso contrario cosa sarebbe successo? E se, viceversa, si fosse sospettato che la vittima potesse essere armata, introdursi all’interno della vettura non sarebbe stato un suicidio?
“Si poteva intimare ad Amiri di uscire dalla vettura - in un momento in cui la situazione fosse completamente sotto controllo - senza doversi avvicinare a una distanza “rischiosa”, scrive Riccadonna. Altro dubbio: come è possibile che l’altro marocchino - appunto disarmato - sia riuscito a scappare a piedi sotto il naso dei due carabinieri uscendo dall’auto e allontanandosi?
Era così difficile trattenerlo all’interno dell’auto? Nel rapporto del Dipartimento di Stato americano non si entra nei dettagli. L’omicidio di Amiri viene semplicemente definito “controverso”. E si ipotizza un “uso sproporzionato della forza”. Forse è già abbastanza.

fonte: La Repubblica

Il movimento non si arresta! Liber* Tutt*!

Per chi ancora pensava che si potesse esprimere liberamente il proprio dissenso, oggi è stata scritta una nuova pagina nera che racconta di repressione delle lotte e del tentativo di intimidire chiunque cerchi di trasformare l’attuale stato di cose.
La mattina è iniziata con la polizia che provvedeva a notificare ed eseguire nuove misure cautelari contro compagni che da sempre si sono attivati e sono scesi in piazza per lottare e far sentire la propria voce.
Ai compagni denunciati tra Firenze e Milano sono stati imputati i loro sforzi quotidiani contro lo smantellamento e la privatizzazione dell’istruzione pubblica, per una vita dignitosa, per il diritto allo studio, alla casa, al lavoro, contro le leggi fasciste che colpiscono lavoratori ed immigrati, contro tutti gli attacchi che i padroni cercano di sferrare ai più deboli. Queste battaglie sono passate anche per il corteo del 21 maggio in solidarietà alle 22 persone colpite dalla repressione dello Stato con misure cautelari. Come per la mobilitazione dello scorso autunno questo corteo ha visto in piazza a Firenze tantissimi tra studenti, lavoratori e disoccupati.
Sei sono gli arresti domiciliari, nove i nuovi obblighi di firma e un arresto. Sono 16 le nuove misure cautelari, 35 le persone colpite da carcere, domiciliari ed obbligo di firma da maggio ad oggi, per un totale di più di 100 indagati. Sembra un vero e proprio monito per tutti quelli che continuano a lottare nelle proprie scuole, università, sui luoghi di lavoro e nei quartieri; un nuovo tentativo di isolare qualcuno e mettere a tacere gli altri.

Non ci lasceremo intimidire dall’ennesimo attacco repressivo. Solidarietà a tutti i compagni!


Red-Net Rete delle Realtà Studentesche Autorganizzate
Assemblea Studenti Scienze Politiche (Milano) - Collettivo 20 luglio (Palermo) - Collettivo Autorganizzato Universitario (Napoli) - Collettivo Lavori in Corso (Roma) - Collettivo Politico Scienze Politiche (Firenze) - Collettivo Studenti Comunisti (Bologna) - Laboratorio Politico Resistenza Universitaria (Roma)

di seguito un primo comunicato delle realtà fiorentine

NUOVI ARRESTI A FIRENZE. NON SI FERMA L’ATTACCO REPRESSIVO CONTRO L’OPPOSIZIONE POLITICA E SOCIALE

Nuovi arresti e misure cautelari: presidio ore 18 alla prefettura

Non si ferma l’ondata repressiva nei confronti delle realtà politiche e sociali fiorentine. Questa mattina, esaurita la cosiddetta “operazione “400colpi”, la Digos ha proceduto all’arresto di 7 compagni/e e l’obbligo di firma per altri 9. Di questi uno è stato rinchiuso nel carcere di San Vittore, e gli altri 6 agli arresti domiciliari. Le motivazioni sono riconducibili ai comportamenti tenuti durante le manifestazioni in risposta agli arresti del 4 maggio. Non vogliamo stare qui a disquisire sulla entità dei fatti per i quali sono state emesse le custodie cautelari, o se siano o meno troppo pesanti, ma ci interessa rilevare il quadro repressivo che da troppo tempo impunemente si dispiega su tutte le componenti sociali e politiche nella nostra città.
Il clima è cambiato e non ci vuole molto a capirlo, ma nemmeno può essere una facile semplificazione o una sua inconscia accettazione.
Hanno iniziato con gli avvisi orali per gli studenti, hanno proseguito con 6 mesi di arresto per un semplice petardo, con gli arresti della famosa operazione 400 colpi, con gli obblighi di firma, con la presunta associazione a delinquere per giustificare le misure cautelari, per arrivare poi agli arresti di oggi. 35 compagni/e tra studenti, militanti di centri sociali sono attualmente sotto misure restrittive, ovvero resi inoffensivi, privati della libertà individuale, ma allo stesso tempo privati della loro possibilità di essere in prima persona dentro le lotte di cui sono parte, e continuano ad esserlo al nostro fianco.
Firenze città aperta! Questo era lo slogan con cui veniva elogiata la Firenze del social forum. Se non pensavamo che lo fosse allora, è ben chiaro a tutti che ancor meno possa descrivere quella attuale.
Firenze città della repressione, degli spazi chiusi, delle piazze blindate, degli sgomberi dei richiedenti asilo, delle operazioni mediatiche ben funzionali alle strategie repressive verso le legittime richieste degli studenti. La città dove anche l’Ataf partecipa attivamente alla repressione con le denunce verso i manifestanti per interruzione di pubblico servizio.
Un clima in cui sarebbe un errore non sentirsi direttamente coinvolti per chiunque pensi che sia necessario non sottacere davanti alle ingiustizie, non fermarsi davanti ai divieti o alle nuove disposizioni restrittive quando le ragioni di chi lotta sono quelle della “giustizia”, quella vera. La giustizia che non nasce dai tribunali, dalle divisioni investigative, ma quella che da sempre anima le istanze di chi lotta in una fabbrica come in una scuola, nelle carceri e in quartiere.

SOLIDARIETA’ A TUTTI/E COLPITI DALLA REPRESSIONE

Centro Popolare Autogestito Firenze Sud - Cantiere Sociale K100 - Collettivo Politico Scienze Politiche - Collettivo di Lettere e Filosofia

comunicato della rete dei collettivi fiorentini Sui fatti del 13 Giugno

Già la retata del 4 maggio scorso aveva suscitato grande scalpore a livello cittadino e nazionale, con 5 arresti domicilari e 17 obblighi di firma: un tentativo evidente di frammentare il movimento, unito alla criminalizzazione mediatica di pratiche portate quotidianamente avanti dalle migliaia di persone scese in piazza durante le mobilitazioni di quest’anno.
A distanza di poco più di un mese la scena si ripete: stamani, 13 giugno, alle 6:30, 16 persone sono state svegliate da agenti della Digos nelle loro case. 6 di questi ragazzi sono ora agli arresti domicilari, con misure ancor più pesanti rispetto a quelle di maggio: non possono comunicare con nessuno, a meno che non viva nella loro stessa casa. A 9 è stato invece notificato l’obbligo di presentazione all’autorità giudiziaria, cioè l’obbligo di andare a firmare nel commissariato di turno svariate volte a settimana; come se non bastasse un compagno di Milano è stato rinchiuso in carcere, a San Vittore, dopo aver partecipato alla manifestazione in solidarietà agli arrestati di maggio. In totale gli indagati e i denunciati, tra studenti universitari, medi e compagni/e di realtà cittadine sono più di 90.
Quello di stamani si è configurato come l’ennesimo attacco alla libertà personale di ognuno a manifestare le proprie idee. Quest’anno Firenze è scesa in piazza per una scuola pubblica e accessibile a tutti, per città dove sia possibile porsi contro porvvedimenti del governo di turno senza essere manganellati, per un paese dove non esistano “lager democratici” dove persone vengono rinchiuse e umiliate, perché la memoria degli anni del fascismo non lasci spazio alle nuove destre: Firenze è scesa in piazza per un mondo migliore.
Riteniamo sia importante continuare a portare questi temi nelle piazze, manifestare contro ciò che di questo mondo ci digusta e per ciò che in questo mondo vorremmo creare. Durante quest’anno, come negli scorsi, nelle strade di Firenze non eravamo in 90. Eravamo migliaia. Facciamo appello proprio a queste migliaia di persone che con noi hanno condiviso momenti di lotta e di aggregazione, perché in questo momento tornino a manifestare le proprie idee nelle piazze e nelle strade, e perché portino la loro solidarietà ai compagni e alle compagne colpiti da questi provvedimenti.

Un abbraccio ai compagni e le compagne arrestati, amici, fratelli, che proprio in questo momento non devono mollare.

Rete dei Collettivi Fiorentini


13 giugno 2011

Firenze: Ancora arresti e repressione

Stamattina la questura di Firenze ha eseguito un'altra operazione, arrestando 7 persone (una in carcere e sei ai domiciliari) e distribuendo altri 9 obblighi di firma ad altrettanti compagni e compagne. Questa volta nel mirino ci sono le manifestazioni di solidarietà con gli arrestati del 4 maggio, in particolare la mobilitazione messa in piedi il giorno stesso degli arresti ed il corteo del 21 maggio che ha visto sfilare più di mille persone nella metropoli fiorentina. Le accuse riguardano principalmente reati di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Questo nuovo tassello dell'ingente impianto repressivo arriva ad una settimana dalla chiusura delle prime indagini, che già avevano portato ad arresti e obblighi di firma, con il rinvio a giudizio di 86 persone, di cui 7 con l'aggravante dell'accusa di associazione a delinquere.
Se nella prima ondata di arresti erano state poste sotto accusa le pratiche delle mobilitazioni autunnali, in questa nuova operazione sono le manifestazioni di solidarietà ad essere criminalizzate. Nell'ordinanza il giudice tende a sottolineare che tali episodi confermano la pericolosità sociale dei soggetti indagati e quindi che anche le prime misure cautelari erano più che sensate.
In questo momento ci sono 11 compagni ai domiciliari, 1 in carcere, 23 con l'obbligo di firma e 68 che verranno rinviati a giudizio.

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10 giugno 2011

Roma: Assolti gli studenti arrestati e denunciati per gli incidenti del 14 dicembre

Tutti assolti, con la formula "per non aver commesso il fatto", gli otto ragazzi finiti sotto processo per gli scontri avvenuti a margine delle manifestazioni avvenute il 14 dicembre scorso mentre al Senato era in corso il voto di fiducia al Governo. Lo ha deciso la IV sezione del tribunale penale collegiale, presieduta da Stefano Meschini, che non ha così accolto le richieste di condanna che erano state formulate dal pm Giuseppe Corasaniti fino a un massimo di un anno e otto mesi.
La sentenza, emessa nei confronti di Sacha Montanini, Angelo De Matteis, Nicola Corsini, Gerardo Morsella, Federico Serra, Andrea Donato, Alice Niffoi e Riccardo Li Calzi, è stata accolta con applausi da alcuni amici e familiari degli imputati presenti in aula. In sostanza, quindi, per il collegio, gli otto imputati non hanno nulla a che vedere con i disordini scoppiati quel giorno nel centro.
Il 13 giugno presso 1° Sezione penale ,  ci sarà il processo a carico degli altri 4 compagni denunciati.

Processo Aldrovandi: pene confermate in appello ai quattro poliziotti

Nessuno sconto di pena ai quattro agenti che all’alba del 25 settembre di sei anni fa fermarono Federico Aldrovandi che, pochi minuti dopo il misterioso e violentissimo controllo di polizia sarebbe morto col cuore spezzato e cinquantaquattro lesioni sul corpo. La corte d’Appello di Bologna ha confermato la pena sancita in primo grado dal tribunale di Ferrara per la morte di un diciottenne che non stava commettendo alcun reato, le cui ultime parole - riferite da una testimone coraggiosissima - furono una straziante richiesta d’aiuto formulta proprio a chi gli stava sopra impedendogli di respirare. E che, negli istanti precedenti, gli aveva spezzato addosso due manganelli mentre, nelle ore successive all’omicidio colposo, si dedicarono con altri pezzi della questura a costruire una versione ufficiale che celasse le loro condotte delittuose. Il tribunale ferrarese aveva condannato a luglio 2010 i quattro poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri a tre anni e sei mesi di reclusione. Così ha confermato la corte d’appello bolognese dopo tre ore di camera di consiglio. In aula una piccola folla nella quale spiccavano Lino e Patrizia, i genitori di Federico, Stefano, il loro secondogenito, Ilaria Cucchi e Lucia Uva, a loro volta sorelle di altre due vittime uccise - secondo le denunce - dal mix micidiale di malapolizia e malasanità. In nessun momento del processo è venuta meno la granitica solidarietà ai quattro condannati da parte della stragrande maggioranza di superiori, colleghi e rappresentanze sindacali

Checchino Antonini

9 giugno 2011

Referendum: Presidio contro la censura della Rai, la polizia identifica e porta in questura i manifestanti

Ormai è sempre più difficile allestire anche innocue manifestazioni di protesta. Questa mattina i membri di Valigiablu.it - un gruppo che protesta contro l'informazione scorretta data dalla Rai - sono andati ad affiggere uno striscione in stoffa davanti alla sede della Tv di Stato. Un gruppetto all'alba si è mosso per mettere davanti ai cancelli di viale Mazzini la scritta: "Cara Rai, l'informazione sui referendum è un tuo dovere e un nostro diritto (se poi azzeccate le date nei Tg è meglio). Valigia Blu". Il riferimento tra parentesi è ai numerosi errori fatti durante il TG1 e il TG2 nei giorni scorsi di indicare come date per i referendum il 13 e il 14 giugno mentre si svolgeranno il 12 e il 13 giugno.
Una guardia privata della Rai in servizio ha chiamato la Polizia che è intervenuta in forze e ha accompagnato la mezza dozzina di ragazzi, che hanno fatto il blitz, in Questura, dove sono stati identificati e lo striscione sequestrato (e sarebbe bello sapere per quale motivo). Dopo oltre un'ora presso la Questura, i ragazzi sono stati rilasciati.
Resta la solita domanda: ma quando gli agenti vengono addestrati, viene insegnato loro che esiste la libertà di manifestare addirittura nella Costituzione e quindi non hanno diritto di dare fastidio con fermi abusivi e/o manganellate (che non ci sono state in questo caso)?

fonte: Julie news

8 giugno 2011

Cariche e incendio nel CIE Andolfato di Santa Maria Capoa Vetere

Stanotte un incendio ha devastato le tende del campo di S.Maria Capua Vetere mentre la polizia inondava i profughi rinchiusi con i micidiali lacrimogeni CS! Una situazione ormai del tutto inaccettabile e inumana che provoca ...l'insofferenza, la rabbia e la disperazione dei rifugiati tunisini, che da quasi due mesi continuano a vivere ingabbiati senza colpa alcuna in questa tendopoli esposta al sole e alla pioggia, priva di qualunque minimo requisito di vivibilità e di dignità, ma anzi oltre il limite della tortura psico-fisica! Una condizione ancora più esasperata dopo i dinieghi in primo grado delle richieste di protezione internazionale da parte della commissione di caserta (protezione riconosciuta invece per decreto a quelli che erano giunti appena pochi giorni prima in Italia. Cos'è cambiato in pochi giorni in Nord-Africa...!!?). Ormai il CIE Andolfato è un girone dantesco: Negli ultimi giorni ci sono stati prima alcuni gravi atti di esasperazione e di autolesionismo con un profugo che è stato ricoverato dopo aver bevuto la candeggina e un altro che si è procurato ampie ferite col vetro dei bagni. Ancora stanotte un altro rifugiato ha ingerito del vetro! Per non parlare delle condizioni di vita umilianti e nocive: dopo la pioggia di pochi giorni fa i materassi si sono di nuovo e completamente inzuppati d'acqua (ricordiamo che non hanno più le reti e dormono tutti praticamente in terra) tanto che per protesta alcuni migranti hanno urinato sui materassi per rendere evidente l'umiliazione che subivano! Infine l'isolamento: la preclusione a qualunque associazione indipendente di entrare, eccetto agli avvocati, ha dato i suoi frutti! Un interprete della Croce Rossa è stato infatti allontanato e risulta indagato dopo la denuncia di due rifugiati: avrebbe sottratto denaro (400 euro e un oggetto d'oro) in cambio del millantato inserimento in fantomatiche liste per il permesso di soggiorno!! E poi stanotte! Secondo la ricostruzione di diversi rifugiati (alleghiamo registrazione di una telefonata fatta proprio mentre i fatti accadevano) la tensione è stata innescata quando uno dei reclusi ha saputo della morte di suo fratello in Tunisia e si è sentito male. Gli altri connazionali lo hanno condotto all'uscita della gabbia che circonda la tendopoli pretendendo che fosse curato fuori dall'Andolfato, ma quando hanno visto che la polizia lo trascinava per le braccia e lo maltrattava la tensione è comprensibilmente salita. A quel punto la polizia ha cominciato a caricare e soprattutto a sparare lacrimogeni a profusione per allontanare i migranti che protestavano e alcuni di questi lacrimogeni hanno dato fuoco alle tende! Un rischio che abbiamo più volte denunciato, visto che non è la prima volta che la scena si ripete. Diversi migranti sono poi stati ricoverati al pronto soccorso e lì incontrati anche dagli avvocati: alcuni erano in totale stato catatonico, secondo i medici, per lo shock e lo stress psico-fisico! Alle 4 del mattino, nel pieno del caos, è arrivato alla caserma anche il Questore di Caserta... Al di là perfino della dinamica specifica è evidente sempre di più che l'Andolfato è una struttura degradante e pericolosa che umilia persone che cercano semplicemente la libertà, un rifugio, una vita migliore! Il 20 giugno i giudici dovranno decidere l'ulteriore trattenimento di queste persone, dopo che nelle prime convalide è saltata ogni ordinaria misura di garanzia costituzionale in nome di un autoproclamata "emergenza"... Noi non vogliamo credere che si farà la follia di tenerle ad asfissiare a 40° nelle tende a luglio ed agosto! E non vogliamo arrivare a pensare che questi cento rifugiati diventino un capro espiatorio solo per giustificare la spesa di diversi milioni di euro che il ministero ha appena messo a bando per la gestione del centro fino alla fine di dicembre (il bando è proprio di questi giorni).... Come denunciano le mobilitazioni del movimento antirazzista è necessario uscire da questo tunnel in cui si è infilato ogni minimo senso di umanità!

Rete antirazzista campana

Testimonianza telefonica dei migranti

Appello URGENTE dalla Valsusa

In questi giorni la Val di Susa sta vivendo momenti di tensione che ricordano quelli dell’autunno 2005 quando fu usata la forza per imporre l’apertura di un cantiere in vista della realizzazione del TAV Torino-Lione. Da allora nessun cantiere è stato aperto ma le promesse di governi di diverso colore di aprire un dialogo e un confronto con le istituzioni locali si sono dimostrate un inganno e le amministrazioni democraticamente elette, critiche sulla realizzazione della grande opera, non sono state riconosciute dal governo quali interlocutori affidabili e sono state estromesse dai tavoli di confronto.
Decine di migliaia di persone chiedono semplicemente di essere ascoltate, chiedono un confronto vero, pretendono che alle loro ragioni – scientificamente documentate – si risponda entrando nel merito. In cambio ricevono insulti e l’accusa di voler difendere il loro piccolo cortile, di volersi opporre al progresso, di non rispettare le regole: slogan e accuse infondate in risposta ad argomenti seri, a pratiche di protesta pacifica, all’utilizzo rigoroso di ogni spazio previsto da leggi e procedure.
L’opposizione al TAV Torino-Lione è diventata in questi anni un esempio di partecipazione democratica dal basso, di democrazia vera, di resistenza all’illegalità ed al sopruso in difesa dei beni comuni: un’opposizione popolare che può contare sul sostegno della comunità montana e di ben 24 consigli comunali.Viceversa il governo e le potenti lobby che governano l’economia e la finanza, con l’appoggio di partiti di maggioranza e minoranza, non hanno esitato a stravolgere procedure, infrangere leggi e ingannare l’Unione Europea pur di assicurarsi un grande business da cui anche la grande criminalità organizzata e le mafie contano di trarre profitto. Hanno scatenato una grande campagna mediatica per nascondere le dimensioni e le ragioni dell’opposizione, per screditare il movimento notav presentandolo come covo di estremisti e sovversivi: la criminalizzazione del dissenso è un’arma micidiale a cui ricorre solo chi disprezza il confronto democratico e le regole condivise.
Oggi, fallito ogni tentativo di comprare il consenso e la benevolenza di cittadini e sindaci, il governo sta preparando una nuova prova di forza: il Prefetto assicura che “sarà il Questore a decidere tempi e modi” per installare il primo cantiere. E mentre la campagna di disinformazione si intensifica rispuntano le intimidazioni mafiose e le provocazioni che si ripetono puntuali dal 2005 ad oggi, dagli incendi dolosi dei presidi notav alle buste con le pallottole. In nessun caso indagini serie hanno portato a individuare i responsabili, ogni volta il movimento notav ha denunciato la natura mafiosa di tali gesti, ha riaffermato e rivendicato con orgoglio il carattere pacifico della propria lotta, ha invitato a cercare esecutori e mandanti tra chi ha interesse ad avviare i cantieri.
Se questo è il quadro non possiamo rimanere indifferenti, non possiamo rimanere in silenzio e ci rivolgiamo a singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura affinché si uniscano a noi in questo appello.

Appello per la democrazia e il rispetto della legalità in Val di Susa

Come singoli cittadini, associazioni, sindacati, movimenti, esponenti del mondo della cultura:
rifiutiamo l’idea che la realizzazione di una grande opera possa ridursi ad un problema di ordine pubblico
condanniamo senza riserve l’invito ad usare la forza e a militarizzare il territorio lanciato nei giorni scorsi da rappresentanti del popolo eletti in Parlamento, da alcuni partiti e da alcune associazioni di imprenditori
denunciamo il disprezzo delle più elementari regole della democrazia e pretendiamo dal governo il rispetto della legalità, il rispetto dei diritti dei cittadini, il rispetto nei confronti della amministrazioni locali democraticamente elette respingiamo il ricatto e le strumentalizzazioni secondo cui chi si oppone al TAV non difende il lavoro: al contrario la realizzazione di questa grande opera inutile penalizzerebbe pesantemente le economie locali in cambio di pochi posti di lavorio precario e privo di tutele e di diritti, mentre un diverso utilizzo delle risorse pubbliche creerebbe numerose opportunità di nuova occupazione le ragioni di chi si oppone a questa grande opera inutile, devastante, che sottrarrebbe enormi risorse economiche ai servizi pubblici di tutto il paese sono le nostra ragioni: non ci rassegniamo all’idea che il nostro futuro possa essere deciso da quell’intreccio perverso tra politica, affari e criminalità organizzata che governa ampie aree del nostro paese e inquina la nostra società.
Il nostro riferimento continua ad essere la Costituzione, quella Costituzione nata dalla Resistenza e oggi troppo spesso violentata. Per queste ragioni esprimiamo la nostra solidarietà alla resistenza notav e ci impegniamo a sostenerla concretamente.

Torino, 7 Giugno 2011

Aversa (Ce): nell’Opg sei internati morti da inizio anno, tre si sono tolti la vita

Quello di mercoledi 6 giugno è il sesto decesso all’ospedale psichiatrico di Anversa. L’uomo di 39 anni era stato ricoverato per una sospetta setticemia. “Nel corso di quest’anno - denuncia Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce di Antigone Campania - tre internati si sono tolti la vita suicidandosi, uno è morto per soffocamento e due sono morti per malattia”.
“A questo punto - prosegue - è evidente che quello di Aversa costituisce un caso di assoluta gravità per il quale chiediamo tanto all’amministrazione penitenziaria quanto al servizio sanitario regionale interventi immediati per garantire livelli essenziali di assistenza sanitaria” Al momento sono circa 300 gli internati.
Per il presidente della Commissione d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale. Ignazio Marino, è stato “smarrito diritto alla salute”. “In strutture come gli ospedali psichiatrici giudiziari - sottolinea - gli internati non sono pazienti: manca tutto, la cura e l’assistenza sono state spazzate via dalla mancanza di risorse, a cui è seguito un inaccettabile degrado.
Questa è la verità che emerge ancora una volta oggi dopo il decesso di un internato ad Aversa”. Marino ha fatto sapere di aver chiesto ai carabinieri del Nas in servizio presso la Commissione d’inchiesta di ottenere al più presto la cartella clinica e tutta la documentazione utile a “identificare il livello di intensità di cure che sono state offerte al paziente internato sin dall’inizio della malattia”.
Marino ha ribadito poi la necessità di arrivare al superamento di queste strutture e ha annunciato per questo che la Commissione ha organizzato giovedì 9 giugno il primo convegno nazionale dedicato interamente a questo tema, che coinvolgerà operatori e direttori degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ex internati, i rappresentanti dei Dipartimenti di Salute Mentale, i magistrati di sorveglianza, alcune associazioni e comunità che operano sul territorio, il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.

fonte: Redattore Sociale

7 giugno 2011

Fortress Europe:L'anonima sequestri di Lampedusa

Duecento tunisini tenuti in ostaggio dallo Stato italiano da più di un mese. Due avvocati che provano a difenderli ma che si scontrano contro l'ostruzionismo del ministero dell'Interno, che finisce per negare il diritto alla difesa legale proprio a un ex prigioniero politico del regime di Ben Ali. Tutto questo mentre da Lampedusa riprendono i charter per Tunisi dei rimpatri collettivi, per evitare i quali a Pantelleria c'è chi si taglia le vene per protesta. Ma partiamo dall'inizio della storia. Da sabato scorso, 4 giugno 2011. Sono le nove del mattino, e gli avvocati Leonardo Marino e Giacomo La Russa si presentano puntuali davanti ai cancelli del centro d'accoglienza di Lampedusa, a Contrada Imbriacola. Sono venuti da Agrigento per incontrare i propri clienti: 16 cittadini tunisini trattenuti sull'isola da inizio maggio, dai quali sono stati regolarmente nominati come avvocati difensori. All'ingresso del centro li aspetta un agente di polizia. E da subito si capisce che qualcosa non va.
Dice che senza autorizzazione della Prefettura non può entrare nessuno. Il responsabile del centro, Cono Galipò, sopraggiunto nel frattempo, conferma la restrizione. Decisamente strano, considerato che in tutti i centri di identificazione e espulsione (Cie) d'Italia il diritto di difesa è garantito a tutti i reclusi, e che ogni avvocato può liberamente incontrare i propri assistiti nei Cie, senza bisogno di alcuna autorizzazione prefettizia. I due avvocati lo sanno e mostrano gli atti di nomina sottoscritti (e debitamente autenticati da un funzionario del comune di Lampedusa) dai loro 16 clienti. Ma alla fine non c'è niente da fare e i due avvocati decidono di porre la questione direttamente alla Prefettura di Agrigento, sotto la cui responsabilità ricade il centro di accoglienza di Lampedusa.
Al telefono risponde la viceprefetto Elisa Vaccaro. I due legali le ricordano il principio di inviolabilità del diritto di difesa e spiegano che non chiedono di visitare il centro, bensì di incontrare i propri assistiti, fra l'altro nei locali messi a disposizione dall'Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) fuori dall'area detentiva. Ma non c'è niente da fare. La viceprefetto Vaccaro invoca l'ormai famosa circolare 1305 del primo aprile 2011, che vieta l'ingresso nei centri di accoglienza e nei centri di espulsione a tutti i soggetti non convenzionati con le prefetture e invita gli avvocati a inoltrare una formale richiesta addirittura al Ministero dell'Interno.
Non avendo altra scelta, alle 11:33 Marino e La Russa inviano il fax con oggetto Richiesta di colloquio difensivo c/o cpsa di Lampedusa, indirizzato all'Ufficio di Gabinetto della Prefettura di Agrigento, al Dipartimento delle libertà civili e immigrazione del Ministero dell'Interno e per conoscenza all'Oim a Roma, indicando l'estrema urgenza dell'istanza.
Soltanto alle 19:15, dopo dieci ore di attesa, arriva finalmente l'autorizzazione della Prefettura di Agrigento con la quale viene permesso ai due difensori il colloquio con i propri clienti, ma non con tutti. Sì perché il Viminale ha deciso che gli avvocati potranno incontrare soltanto i cittadini tunisini che hanno fornito al momento dello sbarco le stesse generalità con cui hanno firmato la procura per nominare il proprio avvocato difensore. Ben sette clienti degli avvocati vengono così privati del diritto di difesa, avendo fornito al momento dell'identificazione generalità poi non confermate al momento del rilascio della procura ai difensori.
Tra questi il caso più delicato è quello di un tunisino di Gafsa, detenuto da più di 20 giorni, che ha chiesto asilo politico all'Italia e che in Tunisia rischia di tornare in carcere per una pena inflittagli ai tempi di Ben Ali per i moti rivoluzionari di Redeyef del 2008, quando il regime azzerò il movimento politico del bacino minerario arrestando centinaia di persone per reati comuni, come devastazione, incendio e associazione a delinquere. Nel caso in questione, la persona aveva fornito una falsa identità al momento del suo arrivo a Lampedusa, ancora sotto shock per le torture subite in carcere prima della caduta del regime e spaventato dalla sola idea che le autorità consolari tunisine potessero identificarlo e rispedirlo nelle mani di chi lo ha torturato. In Francia lo aspetta la moglie, cittadina francese, che da Parigi sta mobilitando avvocati di rango internazionale sul suo caso. Ma l'Italia ha deciso. Ancora una volta con una logica che sa più di stato di polizia che non di diritto: chi ha dichiarato due nomi diversi, qualunque sia il motivo per cui lo ha fatto, non ha più diritto ad avere un avvocato. Non ha più diritto di difesa.
Un ragionamento che in altri paesi farebbe accapponare la pelle anche a un analfabeta del diritto. Come pure farebbe accapponare la pelle l'idea che uno Stato europeo possa nel 2011 tenere in ostaggio 200 cittadini di un paese vicino, la Tunisia, privati della propria libertà personale al di fuori di qualsiasi garanzia giuridica. Rinchiusi in una struttura giuridicamente dedita all'accoglienza e trasformata per l'occasione in galera. Ormai questa storia va avanti da un mese, anzi da un mese e sei giorni. Dagli ultimi sbarchi del 2 maggio scorso. Da allora il trattenimento dei tunisini sull'isola non è stato convalidato da nessun giudice, come previsto dalla legge italiana ogni qual volta un cittadino italiano o straniero venga privato della libertà per essere trattenuto in un carcere o in un centro di identificazione.
In questi casi il codice di procedura penale parla chiaro. L'articolo è il 605: sequestro di persona. Chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni. Perché la procura di Agrigento non apre un fascicolo su Lampedusa? Potrebbe farlo anche prima che gli avvocati presentino un esposto penale sui danni subiti dai loro assistiti.
Sì perché comunque alla fine, nonostante l'ostruzionismo del Viminale, alcuni clienti sono riusciti a incontrarli lo stesso. Soltanto cinque, ma meglio che niente. E qualcuno adesso dovrà rispondere del loro trattenimento illegale.
Gli altri quattro reclusi che li avevano incaricati della propria difesa, non sono più sull'isola. Due sono stati trasferiti in elisoccorso all'ospedale di Catania lo scorso 30 maggio a seguito di un tentato suicidio, e altri due sono stati rimpatriati con i voli partiti da Palermo lo scorso 27 maggio e 2 giugno. Sì perché nel frattempo i rimpatri collettivi sono ricominciati.
Sull'isola restano soltanto un centinaio di tunisini. Il terzo volo in una settimana è partito ieri da Lampedusa. A bordo c'erano 26 passeggeri. Tutti tunisini. Identificati dal console all'aeroporto di Palermo e scortati dalla polizia italiana a Tunisi. Finora si sa poco dei rimpatri. Ma qualche voce inizia a circolare. Da un lato si dice che agli espulsi non venga consegnata nessuna copia scritta del provvedimento di rimpatrio, contro il quale diventa quindi impossibile fare un ricorso. Dall'altro c'è chi parla di violenze commesse dalle forze dell'ordine italiane per effettuare i rimpatri.
Rimpatri contro i quali le proteste continuano, ahimè ancora una volta con la modalità dell'autolesionismo. Dopo la trentina di ragazzi che nei giorni scorsi a Lampedusa avevano ingoiato lamette da barba, ferri e vetri per farsi ricoverare d'urgenza all'ospedale e evitare il rimpatrio, ieri è stato il turno di Pantelleria, dove alcuni dei circa sessanta tunisini reclusi nella caserma Barone, si sono tagliati il torace e le braccia con dei cocci di bottiglia per protestare contro il loro trattenimento sull'isola che va avanti dal 27 maggio scorso, chiedendo di essere trasferiti a Trapani prima possibile.

Grazie a Germana Graceffo, dell'associazione Borderline Sicilia per le informazioni contenute nel suo report da Lampedusa del 6 giugno 2011

6 giugno 2011

Albano (Roma): Perquisizioni nei confronti di attivisti "No inceneritore"

Questa mattina ad Albano sono state effettuate perquisizioni nei confronti di tre militanti del coordinamento contro l'inceneritore, una provocazione in vista dei nuovi appuntamenti  di lotta contro la discarica.

Processo omicidio Aldrovandi: Niente sconti ai poliziotti responsabili del pestaggio

Nemmeno un attenuante. Miranda Bambace ha cercato ma non ha rintracciato nemmeno «elementi tali da giustificare il loro comportamento». Il comportamento dei quattro agenti che, la mattina del 25 settembre 2005 hanno fermato Federico Aldrovandi, diciotto anni, incensurato, che tornava a piedi da solo dopo una notte in discoteca. In quel violentissimo - e ancora misterioso «controllo di polizia», Federico fu ucciso. Bambace è procuratore generale a Bologna. Le è toccato il ruolo di pubblica accusa nel processo d'appello. E ha chiesto che le pene vengano confermate per Enzo Pontani, Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri. «Si potrebbe forse parlare di dolo eventuale», aveva detto pochi giorni fa nella prima fase della requisitoria di fronte alla sproporzione, quattro contro uno. E i quattro armati di manganello - due gli ruppero addosso - svelti a pestare, lentissimi a chiamare soccorsi. Un ritardo colpevole e dopo «una versione poco credibile dei fatti», i quattro poliziotti secondo il pg «non hanno permesso di ravvisare in loro nessun atteggiamento di autocritica». Anzi, «fin dalle fase immediatamente successive all’omicidio del ragazzo» hanno messo in piedi versioni ufficiali «alterate», e ripetutamente aggiustate, malore prima, overdose poi, fino al delirio riguardante «un pazzo scatenato che sbatteva la testa contro i pali. «Le fotografie della scientifica, svolte su indicazione degli stessi imputati – sottolinea la pg - non rilevano nessuna ammaccatura sul cofano compatibile con il balzo di cui si favoleggia che avrebbe fatto nel tentativo di colpirli. E un ragazzo alto 1 metro e 81 qualche traccia avrebbe lasciato».
Nel processo di primo grado, le difese hanno provato la via del processo allo stile di vita del ragazzo fino ad arroccarsi sulla tesi della sindrome da delirio eccitato per ipotizzare un decesso improvviso dovuto ad assunzione di stupefacenti in stato di alterazione psicofisica. Ma per la pubblica accusa «non c’è alcun riscontro degli atti a questa ipotesi, mancano atti di autolesionismo del ragazzo, mancano evidenze medico scientifiche e non c’erano patologie in atto nel ragazzo. E soprattutto, Aldrovandi, non era un tossicodipendente». E' morto «per compressione meccanica del fascio di His, sorta di valvola elettrica del miocardio». Gli hanno spaccato il cuore dopo avergli stampato sul corpo 54 lesioni di ogni tipo. E hanno provato a nascondere le prove e a inssabbiare l'inchiesta con la complicità di altri pezzi della questura come dimostra un'inchiesta bis giunta alle condanne di altri tre poliziotti. Ecco perché il processo d'appello sembra avviarsi a una sentenza - probabilmente il 10 giugno - senza sconti per i quattro servitori dello stato smascherati dal coraggio civile di una famiglia che non hanno creduto alle versioni ufficiali e alla testimonianza decisiva di Anne Marie Tsegue, camerunense residente nella via. «Ho molta stima di questa donna – spiega la pg – che ha avuto il coraggio di farsi avanti, a differenza di molti suoi vicini, che pure hanno sentito la Segatto dire “attenti, ci sono delle luci accese». Anne Marie vide i manganelli e sentì Federico chiedere aiuto a coloro che lo avevano aggredito, bloccato e mantenuto in una posizione «che qualsiasi manuale di polizia sconsiglia se non per il tempo necessario al cessare della resistenza». Dunque, l'ipotesi del dolo eventuale sarebbe addirittura un passo avanti sulla scia di quanto scritto in primo grado dal giudice che li condannò a 3 anni e mezzo: i fatti di quella notte all'ippodromo evocano «fattispecie tipica dell’omicidio preterintenzionale».

Checchino Antonini

Padova: detenuto muore dopo aver inalato del gas, 10 giorni fa stessa fine per il compagno di cella

Alessandro Giordano, 38 anni, è morto ieri pomeriggio nel carcere “Due Palazzi” di Padova. Era originario di Salerno e stava contando una condanna, che sarebbe terminata nel 2014, per reati legati alla sua condizione di tossicodipendente.
A termini di legge avrebbe potuto essere in “affidamento terapeutico”, invece era in cella - come altri 20mila tossicodipendenti - ed in cella ha lasciato la vita.
Nella Casa di Reclusione di Padova, pur considerata una delle “migliori” d’Italia, è il quarto decesso negli ultimi due mesi e tutte le vittime avevano meno di 40 anni.
Un detenuto si è impiccato, gli altri 3 sono morti per avere inalato del gas ed in questi casi è difficile capire se la loro intenzione era quella di uccidersi, oppure quella di ricercare lo “sballo” sniffando butano.
Tuttavia nella morte di Alessandro c’è un elemento che fa riflettere e bene lo fa Elton Kalica, detenuto al Due Palazzi, nella lettera che segue: solo dieci giorni fa Giordano aveva visto morire uno dei due compagni di cella, anch’egli ucciso dal gas butano.
Impossibile chiamarla “coincidenza”. L’unico sopravvissuto della famigerata cella del IV Reparto adesso sarà aiutato? Oppure sarà destinato ad allungare l’interminabile lista dei “morti di carcere”?
Dal 2000 ad oggi sono ben 1.821 le persone decedute nei penitenziari italiani; tra loro 651 si sono sicuramente suicidate, mentre i casi analoghi a quello di Giordano (dove l’intento suicidario non è certo) solo oltre 100.

Prima Walter e ora Alessandro: due morti che indignano
di Elton Kalica (Ristretti Orizzonti)

Tra il caldo e la solitudine di una cella, il tempo che non passa mai. Certo, si può andare due ore all’aria e prendere il sole in una vasca di cemento, chiamata passeggi, oppure chiedere di andare in doccia e temporeggiare in corridoio salutando qualcuno. Ma si tratta sempre di due ore alla mattina e due al pomeriggio, mentre le rimanenti 20 ore della giornata si rimane in cella, a oziare.
Alessandro Giordano, salernitano di trent’otto anni, solo due settimane fa aveva visto Walter, il suo compagno di cella, morire: entrambi, con lunghi percorsi di tossicodipendenza, non facevano altro che prendere la solita terapia di psicofarmaci fornita dall’infermeria del carcere. Che evidentemente non bastava per alleviare il loro malessere, tanto che forse inalavano il gas del fornellino per fuggire dalla realtà.
Dopo la morte di Walter, la loro cella era diventata una scena da analizzare dalla scientifica che faceva indagini per conto del Tribunale. Pertanto Alessandro e l’altro compagno di cella erano stati trasferiti in un’altra cella al secondo piano, a fare le stesse cose che facevano nella cella di prima, e cioè nulla.
In condizioni normali, guardare un amico morire è una cosa che ti segna per il resto della vita. In galera evidentemente le cose non funzionano così. La depressione prevale e il malessere ti rende indifferente ai rischi. Al punto che, solo dopo due settimane, Alessandro pare sia ritornato a sniffare gas nello stesso modo di Walter, e forse è morto nello stesso modo: un tentativo di staccarsi da questa realtà che l’ha portato a staccarsi dalla vita, se mai si possa chiamare vita quella che molte persone fanno qui dentro.
Ora che la cella di Alessandro diventerà un luogo da analizzare da parte delle autorità giudiziarie, tutti si chiedono se il terzo ragazzo, dopo aver visto morire i due amici, sarà aiutato in qualche modo a uscire dall’isolamento e a trovare qualche motivo di speranza. Le opinioni sono diverse, ma alcune persone con i loro stessi problemi di tossicodipendenza, mi dicono che se la “cura” continua a essere prendere psicofarmaci e rimanere in branda a guardare il soffitto, il destino di queste persone è già segnato.
Questi ragionamenti mi spaventano, ma so che almeno su una cosa hanno ragione: se quella del “a me non potrà capitare mai” è una leggerezza molto diffusa nella società di oggi, qui dentro, la convinzione di essere più forti del destino si mischia alla rassegnazione verso la disumanità del luogo in cui si è chiusi, facendo una miscela che, se non è esplosiva, è a volte disperata, come queste due morti che ci indignano.


fonte: Ristretti Orizzonti

5 giugno 2011

Giustizia: torturato perché confessasse, a 92 anni aspetta ancora le scuse dello Stato

Sono 56 anni che lo Stato è in guerra con Luciano Rapotez. Sono 56 anni che il vecchio non molla. Ha passato la novantina, è pieno di acciacchi, ma non molla: vuole che qualcuno gli chieda scusa per i tre anni di galera e le sevizie che ha subito.
Per ricordare a tutti che l’Italia, come torna a denunciare in questi giorni Amnesty International, non ha ancora riconosciuto (che vergogna!) il reato di tortura. Tutto cominciò a Trieste una sera nel gennaio 1955. Quando Rapotez fu fermato sotto casa da poliziotti assai maneschi che dopo avergli piantato una pistola nelle costole e tentato il trucco della “lev de fuga” (“Scappa, mi dicevano, scappa! Ma mi avrebbero abbattuto dopo due passi”) lo trascinarono in questura accusandolo di un delitto orrendo.
Una lontana rapina avvenuta nel 1946 in una villa sul Carso, dove erano stati assassinati un orefice, la fidanzata e la domestica. Lui negò, disperatamente. Ma in quegli anni di tensione e di odio, era il “colpevole” ideale. Ex partigiano. Comunista. Un cognome che pareva slavo.
Doveva assolutamente confessare. E come avrebbero riconosciuto più sentenze, venne massacrato: cinque giorni e quattro notti di pestaggi, senza acqua, senza cibo, senza poter chiudere un occhio perché sbattuto sotto lampade incandescenti. E poi le scariche elettriche ai genitali, i pestaggi, la messa in scena di un finto suicidio. Confessò. “Ero annientato. Avrei ammesso anche d’aver ucciso Giulio Cesare”.
Restò in galera quasi tre anni. Finché, finalmente, arrivò il processo. E fu assolto. Insufficienza di prove. Altri tre anni di calvario, ed ecco, anche grazie a tre testimonianze che lo scagionavano, l’assoluzione piena. Col riconoscimento del “trattamento violento”, delle “sevizie”, delle “confessioni estorte”. Uscì dal carcere e cercò con gli occhi la moglie. Non c’era: “Erano anni durissimi, credeva che io fossi un assassino, doveva tirar su i bambini. Aveva trovato un altro. Oggi la capisco. Allora fu durissima”.
Aspettò la conferma della sua innocenza in Cassazione e poi, schifato, emigrò in Germania. E ci restò vent’anni. Durante i quali cominciò a scrivere a tutti: presidenti della Repubblica, capi di governo, ministri della giustizia e degli interni... Voleva quello che oggi viene concesso a tante vittime della cattiva giustizia: un modesto risarcimento e una parola: “Signor Rapotez, scusi”.
Risposte? Rare. E quelle rare sulla falsariga di quella dell’allora ministro della giustizia Paolo Francesco Bonifacio: “Risulta evidente che la domanda di riparazione dei danni conseguiti alla carcerazione preventiva sia assolutamente priva di fondamento allo stato della vigente legislazione”.
E quando finalmente la legge che prevedeva un indennizzo alle vittime dei più macroscopici errori giudiziari venne approvata, nel 1979, il suo ricorso venne respinto: troppo tardi, le torture sono ormai in prescrizione. Una beffa. Un altro avrebbe maledetto tutti e si sarebbe messo l’animo in pace. Lui no. E grazie anche al libro-denuncia di Giorgio Medail e Alberto Bertuzzi “Il caso Rapotez” e all’aiuto di avvocati appassionati come il milanese Stefano Taurini (“è una storia così mostruosa che gli abbiamo sempre fatto pagare solo le marche da bollo”) ha tenuto duro facendo ricorsi su ricorsi fino a farsi riconoscere per due volte dalla Cassazione che aveva ragione lui.
Tutto inutile. Al momento finale c’era sempre un magistrato che riportava il birillo indietro come nel gioco dell’oca: tornate alla casella di partenza senza passare per il via. Verdetti incredibili. Come quello in cui si legge: “Quand’anche fosse provata la commissione (della tortura) da parte dei funzionari di polizia, di quegli atti che avrebbero causato i lamentati danni, tali atti non avrebbero potuto imputarsi alla pubblica amministrazione perché non rivolti ai fini istituzionali di uno Stato democratico, sebbene ai fini personali ed egoistici di chi li pose in essere”.
Finché un giudice arrivò a scrivere che sì, certo, la prescrizione per il risarcimento era stata interrotta fino al 1979 dal diluvio di lettere spedite a tutti, ma dal 1979? Era caduto tutto in prescrizione di nuovo. Alla fine degli anni 90, il vecchio aveva contato via via 31 passaggi giudiziari e 42 giudici coinvolti. Poi smise di contarli.
Nel 2005, la fine di tutto, n ritardo nel deposito dell’ennesimo verdetto e l’ennesimo pasticcio burocratico chiuse le porte anche all’ultimo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Da allora, il vecchio Luciano si è dato un obiettivo ulteriore. Fare alla giustizia italiana un dispetto quotidiano: rimanere vivo. Per ricordare alle coscienze di questo Paese l’immensa ingiustizia subita.
La regista Sabrina Benussi gli ha dedicato un film che sta girando in Italia. Dove con l’aiuto dell’attore e regista Moni Ovadia, del giudice (in pensione) Gherardo Colombo e dello storico Marcello Flores ha ricostruito l’agonia giudiziaria di Rapotez.
Che nonostante tutto, cocciutamente, a 92 anni, continua a impugnare la Costituzione italiana: “È tutto qui dentro! Tutto qui dentro!” Al risarcimento ha rinunciato. A una sentenza che gli dia ciò cui ha diritto, cioè una riparazione della magistratura, anche. Gli basterebbe una parola, e oggi potrebbe dirla solo Giorgio Napolitano: “Signor Rapotez, ci dispiace”.
Più ancora, però, vorrebbe vedere finalmente il riconoscimento del reato di tortura. Sul quale il Parlamento è latitante da anni. Proprio in questi giorni il cinquantesimo rapporto annuale di Amnesty International ricorda che “se l’Italia avesse introdotto il reato di tortura nel suo codice penale” ai poliziotti condannati anche in appello per le sevizie alla caserma Bolzaneto “la prescrizione non avrebbe potuto essere applicata”.
“Se una sola tortura di meno si darà in grazia dell’orrore che pongo sotto gli occhi, sarà ben impiegato il doloroso sentimento che provo, e la speranza di ottenerlo mi ricompensa”, scriveva Pietro Verri nel 1777, dodici anni prima della Rivoluzione Francese, nelle sue “Osservazioni sulla tortura”. Sono passati 234 anni

Gian Antonio Stella da il Corriere della Sera

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