20 maggio 2011

Processo Bianzino: Ascoltati i testi

Sono stati ascoltati tutti i testi del pm Petrazzini (l'infermiera, le due medico e parte degli agenti-assistenti etc.).
Sono emersi molti "non ricordo, non lo escludo" e tante contraddizioni. Non sono riusciti, i testi, a chiarire come e perchè Aldo è stato trasportato fuori dalla cella, considerato che lo spazio, era da solo, c'era, per fare la manovra rianimativa. Registrato e constatato un certo disordine routinario chiaramente dichiarato da medici e paramedici come prassi di lavoro. Non annotare nei diari medici le chiamate, non scrivere nei registri le entrate e le uscite, non prestare attenzione ad anomalie e casi. Insomma anche se il collegio giudicante è apparso frettoloso nell'ascoltare i testimoni e poco incline a reputare pertinenti questioni importanti (questione chiavi celle, questioni suoneria, questioni dichiarazioni contrastanti ...) si è cercato di chiarire perchè Aldo fosse nudo, perchè se il corpo considerato "freddo" sia stato rianimato, perchè il lenzuolo, perchè perchè perchè...
Siamo solo all'inizio di un lungo processo, (la prossima udienza sarà il 28 settembre ore 9 sala degli affreschi piano -2 tribunale di piazza matteotti) oggi la sala era gremita di agenti solidali con il proprio collega, un dispiegamento di forze quasi intimidatorio. Siamo stati redarguiti appena entrati, non si poteva neanche bisbigliare, ma abbiamo con la nostra presenza manifestato e agito il nostro dissenso e la nostra voglia di non far cadere nel silenzio una morte scomoda di cui nessuno vuole parlare e che molti vorrebbero dimenticare.
Abbiamo due mesi per preparare un percorso di partecipazione e di conoscenza del caso, per riprendere la parola. Ogni giorno, i consumatori di marijuana subiscono condanne esemplari, vengono rinchiusi in carcere e dimenticati. Non vogliamo dimenticare e non vogliamo accettare che si possa morire in carcere, di carcere, per una canna. Senza retoriche ne poetiche vista l'ora e la stanchezza della giornata passata in tribunale diamo appuntamento a tutt@ martedì 24 maggio alle ore 19 al circolo Island a Perugia per riaprire un ciclo di lotte e di riflessione.

fonte: Info404

Processo Mastrogiovanni - Udienza del 17 maggio

Libero assente, libero contumace, libero assente, libero contumace..... e per ben diciotto volte, così il Presidente del Tribunale di Vallo della Lucania, dott. Elisabetta Garzo, dà inizio alla nuova udienza del processo Mastrogiovanni per far luce sui fatti che hanno avuto come epilogo la morte di Francesco, "il maestro più alto del mondo".
E subito dopo inizia la deposizione di Graziano Lamanna, Tenente della polizia urbana del comune di Pollica, che - come precisa nel corso della sua deposizione - nella notte del 30 luglio 2009, quando alle 23,30 ebbe la telefonata del sindaco di Pollica, ubbidì immediatamente all'ordine del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, per fermare Francesco Mastrogiovanni e corse da Ortodonico ad Acciaroli in pochi minuti. Ma stranamente al primo ordine di convocazione del giudice del Tribunale di Vallo della Lucania, la dott.ssa Elisabetta Garzo, non risponde con la stessa rapidità e solerzia: è stato necessario convocarlo per la seconda volta e finalmente nell'udienza di ieri pomeriggio si presenta per deporre sul misfatto del fermo illegale di Francesco Mastrogiovanni avvenuto da parte dei vigili del Comune di Pollica, pur essendo residente nel Comune di Castelnuovo Cilento e per vacanze nel comune di San Mauro Cilento.
Nel lungo interrogatorio il tenente Lamanna, rispondendo alle domande prima del PM, dr. Renato Martuscelli, e poi dei legali delle parti civili e degli imputati, dà la seguente versione dei fatti:
*- Notte del 30 luglio 2009, ore 23,30 circa: pur non essendo in servizio viene contattato telefonicamente dal sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, che gli riferisce di una persona nervosa e in escandescenza che "sfreccia" con l'auto nell'isola pedonale di Acciaroli. Per il sindaco, riferisce il tenente, forse bisognava fare il TSO. Il Tenente anche in udienza continua a riferire di uno "sguardo assente" tenuto da Francesco Mastrogiovanni come già scritto nelle annotazioni di servizio. E' senz'altro molto bravo, perché di notte riesce a vedere un imprecisato sguardo assente... Sottolinea che l'isola pedonale era affollatissima di persone anziane e bambini e questo folle che guida velocemente riesce a non investire nessuno dei numerosi astanti. Comunque nonostante la sua pericolosità se lo lasciano sfuggire.
*- Mattina del 31 luglio 2009, ore 8,30: riferisce che la persona della sera prima - che non ha mai conosciuto, anche se Mastrogiovanni ha insegnato per un anno nella Scuola Elementare di Pollica - continua a sfrecciare con una punto bianca nell'area portuale e sempre con lo sguardo fisso nel vuoto e per poco non investe un operaio intento a rifare la segnaletica. Dà notizia dei fatti al sindaco e chiama il 118. Per catturare Francesco, la cui auto ha un'andatura "veloce e costante", chiede l'intervento dei carabinieri di Pollica, che insieme alla polizia urbana di Pollica seguono Mastrogiovanni, che fugge con la macchina alla volta di Agnone, località marina del comune di Montecorice. La polizia urbana di Pollica sconfina tranquillamente sia nel comune di San Mauro Cilento e nel comune di Montecorice, violando la sovranità territoriale di ben due comuni per catturare un maestro elementare, accusato di avere lo sguardo assente...
Mastrogiovanni nella sua fuga prima "striscia" un auto presso un distributore di benzina e poi, una volta giunto ad Agnone, tampona leggermente una Mercedes (ndr non sarà mai presentata richiesta risarcimento danni alla compagnia assicuratrice). Infine giunge (ovviamente sempre seguito da CC e polizia urbana) con la sua auto in un campeggio di Acciaroli (dopo si chiarisce che trattasi di un campeggio ubicato nel territorio del Comune di S. Mauro Cilento!) e si rifugia a mare ("entra in acqua") su uno scoglio (procurandosi dei sassi, che per il tenente Lamanna diventano "pietre" che colloca nelle tasche del pantaloncino), situato a settanta metri dalla spiaggia. Eppure la spiaggia di Acciaroli è sabbiosa e difficilmente si trovano pietre, meno che meno su uno scoglio, perché le onde del mare - se pure ci fossero - le avrebbe insabbiate e non si capisce come il Mastrogiovanni sia riuscito a procurarsi queste maledette pietre, che poi non usa e non le lancia contro nessuno, come lo stesso Lamana è costretto a testimoniare. A questo punto il solerte tenente chiede l'intervento della Guardia costiera e arriva un gommone. Un'operazione costosissima...
Poi interviene il personale sanitario del 118. Viene contattato il sindaco Vassallo.
*- Verso mezzogiorno Francesco Mastrogiovanni, forse per stanchezza, per il sole, spontaneamente esce dall'acqua e avviene la sua sedazione. Imprecava contro il governo, contro la dott.ssa Di Matteo e i sanitari dell'ospedale di Vallo della Lucania. E cantcchiava delle canzoncine. Nel frattempo giungeva l'ordinanza del sindaco disposta dal sindaco di Pollica. Messo su una barella, e in compagnia dell'amico Gino, con ambulanza - dove dopo pochi minuti Francesco si addormentava - veniva condotto all'ospedale di Vallo della Lucania.
Il tenente della polizia locale di Pollica all'epoca dei fatti nel rispondere alle domande prima del P.M. e poi dei legali continua a riferire di un "sguardo assente", ma aggiunge anche che l'andatura dell'auto condotta da Mastrogiovanni è "veloce e costante", che l'operaio non viene investito non perché è l'operaio a scansarsi ma è Francesco a schivarlo, che non c'è stata nessuna aggressione, non ricorda di preciso se minacciava quando entrava in acqua, per "sola fortuna" non si sono verificati incidenti (aggiungiamo in piena stagione turistica in un località frequentatissima!) né quando sfreccia nell'isola pedonale e né quando percorre il tragitto Acciaroli - Agnone - campeggio Mezzatorre di S. Mauro Cilento.
L'avvocato Giacchino Di Palma di Telefono Viola chiede al tenente della polizia urbana: "Chi ha portato i certificati al sindaco di Pollica? Il sindaco ha visto i certificati prima di firmare il TSO?" Nessuna risposta esaustiva da parte del S. Tenente. Nessuno ha portato i due certificati del dott. Pellegrino e della dott.ssa Di Matteo al sindaco, che ha emesso un TSO senza aver preso visione dei certificati medici.
Insomma Mastrogiovanni per un reato da codice della strada viene punito con l'emissione del TSO e con la conseguente morte.
Nel corso dell'udienza sono stati sentiti tre ricoverati del reparto di psichiatria. Una paziente ha riferito di essere stata, appena arrivata, contenuta per l'intera nottata e un'altra paziente alla quale - orrore - è stata spaccata la testa, mentre Francesco Mastrogiovanni è stato barbaramente contenuto per 82 ore riacquistando la libertà solo da morto. Perché?
Il Comitato verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni - che ha presentato un esporto denuncia contro i soggetti coinvolti nell'emanazione ed esecuzione del TSO - dopo la deposizione del tenente Graziano Lamanna, chiede con maggior forza alle autorità inquirenti che siano svolte le opportune indagini per l'accertamento di eventuali responsabilità a carico delle persone coinvolte nei fatti.
La prossima udienza è stata fissata per il 31 maggio 2011 sempre alle ore 14. Saranno ascoltati i consulenti del PM: dott. Adamo Maiese (medico legale) e dott. Ortano (psichiatra).

Il Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni
Vincenzo Serra, Giuseppe Tarallo, Giuseppe Galzerano

Il Ministero degli interni vieta l'ingresso ai giornalisti nei cie

Giornalisti respinti dai Centri per gli immigrati ed esercizio del diritto di cronaca precluso a tempo indeterminato. Così l’emergenza immigrazione diventa anche un problema per la libertà di stampa. Con una circolare a firma del Ministro dell’Interno, (prot. n. 1305 del 01.04.2011) inerente l’accesso ai Centri per immigrati, il Viminale consente, “fino a nuova disposizione”, l’ingresso alle strutture di accoglienza e a quelle di detenzione “esclusivamente” a soggetti pubblici (ad esempio organismi internazionali quali Oim, Cri, Amnesty International, Caritas) e a individui singoli come parlamentari europei, deputati e senatori della Repubblica e consiglieri regionali. Sulla base di questa circolare interna, le prefetture ci hanno negato l’accesso ai Cara e ai Cie di Roma Ponte Galeria, di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, di Trapani e di Brindisi.
“Il 13 maggio 2011 mi è stato negato l’ingresso nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, a Catania, al seguito di due parlamentari (Marilena Samperi e Giovanni Burtone, Pd) che sono entrati per visitare il Cara dove sono attualmente ospitate circa 1.800 persone sbarcate a Lampedusa dalla Libia e che hanno chiesto asilo politico al nostro paese - dice il giornalista Gabriele Del Grande, fondatore del blog Fortress Europe - Ricordo che per cancellare il diritto di cronaca in questo paese è bastata una circolare ministeriale, che con un solo colpo di spugna ha cancellato la possibilità di raccontare quanto accade nei centri”.
Si tratta di strutture in cui vengono spese montagne di soldi pubblici. Ad esempio, al Cara di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto (Kr), che prima dell’istituzione del mega centro di Mineo era il più grande d’Europa con una capienza di quasi 1500 posti, arrivano 28,88 euro per ospite. La media è di 700 presenze, che fanno 20.216 euro al giorno, oltre sette milioni di euro l’anno.
Nessuno sa la cifra pro capite stanziata alla Croce Rossa Italiana per il centro di Mineo (Ct), su cui si sono espresse negativamente sia le associazioni umanitarie che si occupano di rifugiati, sia sindaci di comuni che ospitano i profughi con il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Somma che lievita ancora perché bisogna aggiungere il compenso per l’affitto alla ditta Pizzarotti di Parma, proprietaria della struttura.
“Per quanto riguarda i Cara, è illegittimo vietare l’accesso ai giornalisti” commenta il giurista Fulvio Vassallo Paleologo dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione. “I centri di accoglienza non sono chiusi, i richiedenti asilo possono uscire e allora non si capisce perché non possono entrare i giornalisti - spiega -il fatto che la circolare richiami congiuntamente i centri di accoglienza e quelli di identificazione e di espulsione, conferma la trasformazione in atto delle strutture di accoglienza in centri di detenzione”.
Secondo il docente di Diritto di asilo dell’Università di Palermo “l’aspetto più grave svelato dal divieto d’accesso per la stampa è proprio questa assimilazione tra Cara e Cie, che al contrario sono strutture giuridicamente diverse”. Nei Cara infatti sono ospitati i richiedenti asilo in attesa che la commissione territoriale competente esamini la loro domanda di protezione internazionale.
Nei Cie vengono reclusi fino a sei mesi i migranti che non hanno ottemperato al decreto di espulsione dall’Italia, in attesa di essere identificati e rimpatriati. “Come si faceva dal 1998 al 2008 occorre creare regione per regione dei gruppi di monitoraggio composti da parlamentari anche regioali in collegamento con avvocati e giornalisti - sostiene Paleologo.
L’invito che si rivolge a quella politica che ancora dice di interessarsi di diritti umani è di mettersi in collegamento con la società civile per fare uscire dai centri le storie di soprusi, come è successo da ultimo nel Cie temporaneo di Santa Maria Capua Vetere, dove alcune convalide di trattenimento sono diventate oggetto di denuncia penale solo perché alcune associazioni sono potute entrare in contatto con i migranti. Laddove ciò non è possibile, non si può intervenire”.
All’interno dei centri per migranti è comunque concesso l’accesso ad alcune associazioni umanitarie che cooperano con il ministero dell’Interno, tra cui l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Tuttavia questo non assicura il rispetto dei diritti umani, secondo Paleologo. “Le associazioni incaricate soprattutto in regioni come Puglia, Basilicata, Calabria e Campania non possono garantire il monitoraggio continuo, unica garanzia per evitare che sugli abusi possa calare l’impunità più totale” sottolinea il giurista.
Paleologo ricorda infine un decreto del ministro dell’Interno Roberto Maroni che ha trasformato alcuni centri di accoglienza e tendopoli in Cie fino al 31 dicembre. Si tratta di Trapani Kinisia, Palazzo San Gervasio (Pz) e Santa Maria Capua Vetere (Ce). “Il regime dei Cara si connota sempre più per l’applicazione di detenzione amministrativa - afferma il giurista dell’Asgi - come dimostra l’utilizzo di un Cara come Salina Grande a Trapani in alcune sue parti, quali la palestra, come centro di detenzione per i migranti tunisini in attesa del rimpatrio”.

fonte: Redattore Sociale

19 maggio 2011

Pisa: I medici lo rimandano in carcere, muore due ore dopo

Mario Santini, 60 anni, è morto ieri pomeriggio verso le 16 in cella, nel carcere “Don Bosco” di Pisa. Questo il tragico epilogo di una vicenda che ha dell’incredibile.
Santini era considerato un detenuto a “bassa pericolosità”: assegnato alla Sezione di custodia attenuata “Prometeo”, aveva già fruito di diversi permessi-premio, dai quali era sempre rientrato regolarmente. Ma era anche un uomo gravemente ammalato, debilitato dalla tossicodipendenza e dall’Aids. A marzo, solo dopo che ha cominciato a “sputare sangue”, ottiene degli esami clinici approfonditi e gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni, ormai allo stadio avanzato.
Francesco Ceraudo, già responsabile sanitario del “Bon Bosco” e attualmente direttore del Centro Regionale per la Salute in carcere della Toscana, che conosceva bene Mario Santini, si adopera subito perché ottenga una misura alternativa, o quantomeno il ricovero ospedaliero senza piantonamento, in modo da potersi curare in maniera adeguata.
Passano due mesi e Mario rimane in carcere. Una settimana fa ha una grave crisi respiratoria e solo allora lo trasportano all’Ospedale “Santa Chiara”, piantonato dagli agenti di polizia penitenziaria. Ieri mattina i sanitari lo dimettono e lo rispediscono in carcere. Alle 14.00 rientra in cella, alle 16.00 ha una nuova crisi respiratoria e muore. Nessuno se ne accorge, il suo corpo senza vita, già freddo, viene ritrovato alle 18.00.
Il dottor Ceraudo è furibondo: “Provo rabbia e indignazione per questo caso di gravissima malagiustizia e gravissima malasanità”. E prosegue: “Da quattro mesi (da quando ha lasciato l’incarico per il pensionamento – ndr) il carcere di Pisa è senza direttore sanitario e, in attesa del concorso per la nomina del nuovo funzionario, il servizio medico è precipitato nel caos”. Ceraudo è fermamente intenzionato a fare quanto in suo potere perché siano accertate le responsabilità sulla morte di Santini e conclude: “Se fossi stato nei panni del medico SIAS che prestava servizio ieri pomeriggio al carcere Don Bosco non avrei accettato il ‘paziente Santini’, avrei dichiarato la sua totale incompatibilità con il regime detentivo e l’avrei rimandato all’ospedale”.
Con la morte di Mario Santini salgono a 65 i decessi in carcere dall’inizio del 2010. Nella Casa Circondariale di Pisa l’ultimo decesso risaliva al 5 settembre 2010, vittima il 33enne Moez Ajadi, sulla cui morte fu aperta un’inchiesta che ne identificò la causa in una overdose da farmaci.

Referendum acqua, a Novellara (RE) i vigili “multano” le bandiere

Più ci si trova in difficoltà e più si cade in basso nella dialettica e nel confronto. Questo sta succedendo al Pdl novellarese, che rispecchia pienamente la situazione di difficoltà del Pdl nazionale. Si è infatti potuta notare la bassezza delle argomentazioni anche agli sgoccioli della campagna elettorale milanese. Si screditano gli avversari politici con insulti o accuse infondate, tanto per loro basta gettare fango su tutto e tutti per cercare di recuperare qualche voto.
Anche a Novellara il Pdl va a colpi di dossieraggi, gossip, clamorose scoperte “hot” tanto per attirare l’attenzione. Ma crediamo che la gente ormai sia stanca di questi atteggiamenti, di questi discorsi e falsità. Senza parlare dell’attività frenetica di andare a scovare nei balconi delle case bandiere pro-referendum (a favore dell’acqua pubblica) e addirittura farle togliere. Immaginiamo dia molto fastidio a loro che i cittadini abbiano un’opinione su un tema delicato come l’acqua (che il centro-destra vuole privatizzare), dà fastidio che si parli del referendum… nucleare e legittimo impedimento! Certo, han paura che la gente vada a votare e faccia cambiare i piani del Governo. Non si pensa però che si spenderanno milioni di euro (soldi pubblici) per questo referendum (che non han voluto accorpare alle amministrative), un referendum che loro stanno cercando di vanificare anche con la scarsa informazione e laddove c’è informazione vorrebbero zittire tutto e tutti.
Sarebbe sicuramente più costruttivo un sano confronto su temi politici. Ad esempio il Pdl invece di attaccare senza ritegno su questioni futili, avrebbe potuto partecipare all’incontro di lunedì 16 maggio sul “legittimo impedimento” che si è tenuto a Novellara, oppure potrebbero cogliere l’occasione di confrontarsi sull’acqua pubblica la prossima settimana (25 maggio). Le occasioni di confronto non mancano, ma evidentemente la loro attività preferita non è quella di fare politica.

Partito Democratico di Novellara 

Italia dei Valori Sinistra per Novellara

Partito della Rifondazione Comunista di Novellara

Processo per la morte di Cucchi; “Stefano mi disse... papà, mi hanno incastrato”

“La mattina in Tribunale - sostiene il padre - era gonfio come un pallone”. “La sera prima in caserma - ricorda un carabiniere - dichiarò: M’hanno menato gli amici miei”.
La seconda udienza del processo Cucchi, il trentenne di Tor Pignattara morto in ospedale dopo un fermo per spaccio, non scioglie i rebus di un giallo in cui il crollo d’immagine dello Stato continua a mescolarsi senza sosta con dubbi, incertezze e versioni sideralmente lontane.
I giudici in aula hanno ascoltato la voce del detenuto registrata il 16 ottobre del 2009 -”Scusate, non riesco a parlare tanto bene” - ma hanno anche scoperto due cose che potrebbero non essere un dettaglio. Cucchi, secondo il papà, si allenò in una palestra di boxe anche il giorno prima dell’arresto e due anni prima disse al medico di un centro per tossicodipendenti - la relazione è stata acquisita dai giudici su richiesta di uno dei difensori - di essere caduto da una finestra riportando alcune fratture alle vertebre.
Il dibattimento sta cercando di diradare le nebbie in un labirinto giudiziario dove ognuno porta acqua al suo mulino. Non sarà un gioco. Ieri i magistrati e i giurati popolari, prima di sentire i genitori della vittima, hanno avuto al conferma che Cucchi nella notte del fermo rifiutò il ricovero. Lo ha ricordato l’infermiere del 118 Francesco Ponzo, un teste fuori dalla mischia, che arrivò con un’ambulanza in caserma su richiesta dei carabinieri.
“Mi disse - ha raccontato - che non aveva nessun tipo di problema. Stava su un tavolaccio, era tutto coperto. Gli scoprii il volto e lo vidi per qualche secondo: aveva sotto gli occhi degli arrossamenti tipo eritema e forse un’ecchimosi a sinistra. Insistetti perché venisse a fare controlli e lui si spazientì: “Aho, basta! Non ho bisogno di niente, in ospedale non ci vengo”.
Ma Pietro Schironi, il carabiniere che la mattina del 16 ottobre 2009 prelevò il trentenne per portarlo in Tribunale, ha confermato che sulla faccia di Cucchi c’era certamente qualcosa di strano. “Qualche schiaffo - ha detto in aula - lo aveva preso. Gli domandai come mai e chi fosse stato. Mi spiegò che lo avevano menato i suoi amici”.
A casa di Cucchi a Morena - è stata ripercorsa anche questa parte della vicenda - i genitori trovarono quasi un chilo di hashish, cocaina e soldi. Il sospetto, fin dall’inizio, è che qualche trafficante avesse affidato alla vittima merce in conto vendita e che lo tenesse spietatamente sotto pressione con ogni mezzo.
La cosa, ovviamente, non cambierebbe le eventuali responsabilità degli imputati. Tre agenti della Polizia Penitenziaria sono accusati di aver picchiato il detenuto nelle celle di sicurezza del Tribunale. Ma le lesioni, secondò l’accusa, non erano fatali. Perciò per il decesso sono chiamati in causa sei medici e tre infermieri del reparto carcerario del “Sandro Pertini”. La madre di Cucchi, Rita, sentita ieri come ultima teste, ha detto che il figlio, la sera della perquisizione in casa, “camminava bene e non aveva segni sul volto”.
“Quando l’ho rivisto morto era irriconoscibile - ha aggiunto - Prima stava bene e non aveva malattie”. Il marito, Donato, ha confermato che il figlio, la mattina dopo il fermo, camminava normalmente sulle gambe e che gli disse di essere “stato incastrato”. “In aula - ha aggiunto il signor Cucchi - era molto più gonfio della sera prima”. Il magistrato che lo mandò in carcere però non notò nulla. Misteri, almeno per ora. Prossima udienza lunedì 23 maggio.


La sorella: per difendersi spacciano il falso per vero, di Ilaria Cucchi

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera inviataci dalla sorella di Stefano Cucchi. Sta succedendo qualcosa di strano durante il processo pei la morte di mio fratello. E come se fosse lui sotto accusa, non chi ne ha provocato la morte. Si raccontano storie e fatti che alla famiglia non risultano. Affermazioni che sono comunque del tutto irrilevanti rispetto a quello che è realmente accaduto. E c’è chi vuol propagandare come vero il fatto che Stefano abbia riportato nella sua vita, in seguito a cadute, numerose fratture.
E che per quegli incidenti fosse stato addirittura in coma farmacologico. Ma la realtà è un’altra, perché chi dice questo lo fa esclusivamente per difendere da gravi responsabilità gli imputati, o condizionato da pregiudizi ideologici. Vengono utilizzate dichiarazioni che Stefano avrebbe rilasciato entrando in comunità terapeutica, ma che erano false. Per considerarle vere si dimentica che mio fratello aveva anche dichiarato successivamente al giudice di essere celiaco e non lo era, di essere anemico e non lo era, di essere anoressico e non lo era. E ancora, si ignora, consapevolmente, che non esiste un solo documento di cartella clinica che lo possa confermare. Che gli accertamenti clinici compiuti su di lui, negli anni successivi, non hanno rilevato segni di fratture sulla schiena. Che mai la mia famiglia è stata informata di un fatto così grave, in spregio a tutte le leggi vigenti in materia. E tutto ciò con lo scopo di spacciare il falso per vero.
Insisto sulla questione proprio perché questo gravissimo evento sarebbe stato curato al Pertini, e che ora medici, infermieri e responsabili di quell’ospedale sono gli imputati. Non è strano che non sia stato reperito alcun certificato o documento sanitario che comprovi tutto ciò? Sentiamo come ignobile questo processo alla nostra famiglia e la sistematica strategia di far dire a Stefano cose dalle le quali non può più difendersi.

fonte: Il Messagero

17 maggio 2011

La Fandango e il film sulla Diaz.. che deve piacere alla polizia?

Già solo l’annuncio della Fandango di produrre un film sulla Diaz suscita le perplessità di chi, quella notte, fu protagonista involontario della mostruosa montatura del Viminale. «La violenta irruzione della polizia del 21 luglio 2001 produsse decine di feriti, 93 arresti sulla base di prove false e sfociò in 25 condanne in secondo grado per funzionari e altissimi dirigenti di polizia – ricordano Vittorio Agnoletto, Lorenzo Guadagnucci, Haidi e Carlo Giuliani ed Enrica Bartesaghi - Domenico Procacci, fondatore della Fandango, ha informato di essere in attesa di incontrare Manganelli. Perché non ha fatto altrettanto con noi? Siamo sconcertati dalla sua scelta di mostrare preventivamente la sceneggiatura al capo della polizia e non a chi fu vittima delle violenze».
Il film era nell’aria da tempo ma solo ora è ufficiale la decisione della nota casa di produzione romana – decisa a sfruttare la ricorrenza del decennale con almeno tre prodotti – di uscire nelle sale con “Diaz - Non pulire questo sangue (Don’t clean up this blood)”. Procacci ha spiegato di avere chiuso a Cannes gli accordi internazionali per un budget di 7 milioni di euro con i francesi di Le Pacte (gli stessi con cui ha prodotto “Habemus Papam”, di Moretti) e i romeni di Mandragora. Daniele Vicari incomincerà le riprese a Genova a giugno. Nel cast Elio Germano nel ruolo del giornalista Guadagnucci, uno dei feriti più gravi; Claudio Santamaria, che farà Michelangelo Fournier, indimenticabile autore della definizione di “macelleria messicana”, all’epoca vice di Canterini, unico dei non promossi. «Il film sarà completamente basato sugli atti del processo, senza grandi invenzioni, se non quelle che servono per trasformare le testimonianze in materiale narrativo per il cinema – giura Procacci - Ma non farà vedere l’aula di tribunale dove dopo i primi due gradi di giudizio siamo in attesa ora del terzo e definitivo. Nei titoli del film contiamo di mettere come è andata a finire».
In primo grado i vertici della polizia, Gianni De Gennaro, Francesco Gratteri, Giovanni Luperi e Gilberto Caldarozzi, erano stati assolti, così come il capo della Digos di Genova, Spartaco Mortola, mentre il capo del Settimo reparto della Mobile, Vincenzo Canterini, era stato condannato a quattro anni di reclusione e il suo vice, Michelangelo Fournier, a due anni. Nell’appello la prima sentenza (accolta al grido di «vergogna, vergogna») è stata ribaltata, e De Gennaro e Mortola sono stati condannati, rispettivamente, a un anno e 4 mesi e a un anno e 2 mesi, perché accusati di aver istigato alla falsa testimonianza l’ex questore di Genova, Francesco Colucci, durante il processo. Le dichiarazioni di Fandango sono tutto un programma: «Non è un film contro la polizia, anzi sarei contento se collaborasse. Sono in attesa di incontrare il dottor Manganelli al quale ho fatto avere la sceneggiatura». Procacci conta di andare avanti anche con il film su Carlo Giuliani magari senza avvisare la famiglia ma spedendo la sceneggiatura ai veterani di guerra dei carabinieri che comandarono le operazioni di Piazza Alimonda. La questura di Genova, intanto, prosegue da dieci anni nel suo reality preferito: pestare studenti, meglio se ragazzine. «Il 6 maggio scorso, a 10 anni di distanza dal G8, abbiamo nuovamente assistito, a Genova, al pestaggio di giovani inermi da parte delle “forze dell’ordine”», fa sapere l’assemblea che sta preparando gli eventi per il decennale esprimendo la propria piena solidarietà agli studenti e alle studentesse picchiati nel giorno dello sciopero generale.

Checchino Antonini

16 maggio 2011

G8 Genova, nuovi inquietanti particolari

Di quello che è accaduto si sa tutto, o quasi. Manca una risposta, quella fondamentale: perché? Di quello che è accaduto si sa tutto, o quasi: un manifestante ucciso, circa 560 tra dimostranti e agenti feriti, almeno 25 milioni di euro di danni. Ma nessuno finora ha pagato e, complice la prescrizione dei reati, probabilmente nessuno pagherà mai: la violenza che in quel luglio 2001 si è impadronita di Genova resterà senza responsabili.
Sono passati dieci anni dal G8 che annichilì un movimento, capace di riportare alla politica masse senza tessera: una festa giovane, con cittadini d'ogni età e nazionalità, schiacciata dalle botte degli uomini in uniforme e dalla guerriglia urbana di una minuscola minoranza in tuta nera. Chi si è trovato prigioniero di quella bolgia feroce non ha più dimenticato.
Ora il decennale apre la corsa a ricordare: ci saranno memorie, celebrazioni e libri sul vertice che ha marcato in modo nefasto l'esordio del lungo governo della destra italiana. Il primo volume porta la firma dell'ideatore di quella kermesse nata per essere pacifica, Vittorio Agnoletto. Assieme a lui, Lorenzo Guadagnucci, un giornalista che da allora si è occupato a tempo pieno di quei giorni di fuoco e di sangue. In "L'eclisse della democrazia" (ed. Feltrinelli, 270 pagine,15 euro) offrono una ricostruzione dettagliata e inedita degli episodi più vergognosi. A partire dalle pressioni per ostacolare le indagini.
Perché quella del G8 sembra una storia semplice ma non lo è. Squadre organizzate di black bloc si infiltrano nei cortei, vanno all'assalto e provocano una reazione scomposta delle polizie che caricano alla cieca. Nella nebbia dei lacrimogeni, tutto diventa violenza. In uno degli scontri, un carabiniere spara e uccide Carlo Giuliani. E questo trasforma le strade in un campo di battaglia, dove ogni regola viene calpestata.
Nella caserma di Bolzaneto centinaia di persone subiscono torture fisiche e psicologiche. Fino al blitz nella scuola Diaz, concepito per gonfiare le statistiche degli arresti, che si è trasformato nella "macelleria messicana" con il pestaggio di 93 innocenti. Per Amnesty International è stata "una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente".
Chi lo ha permesso? Il Parlamento non ha voluto indagare: ai tempi del governo Prodi e della maggioranza di centrosinistra, i rappresentanti del popolo italiano se ne sono lavati le mani e hanno delegato tutto ai giudici. I corpi dello Stato invece hanno fatto quadrato. Ed è questa la parte più inquietante del saggio di Agnoletto e Guadagnucci: l'analisi di come la polizia sia stata contro la magistratura in ogni fase del procedimento.
Lo raccontano per la prima volta i pm che si sono occupati dell'inchiesta, a partire da Enrico Zucca che testimonia una "proposta indecente", gravissima dal punto di vista istituzionale: "Arriva dalla polizia una richiesta esplicita, una sorta di patto: voi rinunciate ad andare a fondo nelle inchieste sulla polizia, noi facciamo altrettanto nelle indagini sui manifestanti. La proposta ci è riferita in questi termini dal procuratore aggiunto Giancarlo Pellegrino. È decisamente rifiutata".
Lo conferma anche Patrizia Petruzziello, il magistrato che ha poi condotto l'inchiesta su Bolzaneto: "Si proponeva una sorta di pari e patta". Secondo i pm, il no alla proposta diede inizio a uno scontro frontale tra istituzioni che finora è rimasto relegato nelle aule di giustizia genovesi ma che invece richiederebbe una riflessione molto più alta sui poteri degli apparati statali nell'Italia del XXI secolo.
La spaccatura è arrivata fin dentro la procura, dove i sostituti sono stati costretti a firmare un documento per chiedere di indagare i funzionari che hanno guidato il raid nella Diaz. Zucca ricorda un clima di tensione crescente: "Proprio agli albori dell'indagine pervenne un messaggio oscuro e sibillino, nel senso che si vociferava che pezzi deviati della polizia, al di fuori di ogni controllo, stavano tramando e non avrebbero tollerato alcuna inchiesta.
Fu una voce poi non verificata, ma l'effetto intimidatorio, nella fase in cui erano in gioco le decisioni sulla stessa apertura di un'inchiesta e con le lacerazioni esistenti in procura, era garantito. Inoltre l'inchiesta si sommava ai normali carichi di lavoro. In procura eravamo 25 sostituti, ma non fu deciso di dedicarne alcuni a tempo pieno alle inchieste sul G8". La pressione arriva al culmine quando l'istruttoria punta sull'VII nucleo antisommossa, la "celere" romana passata dagli stadi all'irruzione nella Diaz: "Ci arrivò il messaggio di aspettare, di essere cauti: "Non riusciremmo a contenere eventuali reazioni"...".
I rapporti tra procura e Viminale sono diventati surreali: viene taciuto il nome di uno degli agenti con i capelli raccolti in una lunga coda di cavallo, ripreso mentre bastona un giovane. Ricorda Zucca: "Nelle audizioni di De Gennaro e di Manganelli, attuale capo della polizia, facemmo presente il disagio procurato dal mancato chiarimento di alcune circostanze, per noi intollerabile e che gettava discredito sull'immagine dell'istituzione. Era un segno troppo evidente della mancata collaborazione".
Per Zucca con l'incriminazione di Gianni De Gennaro, accusato di avere spinto un questore a mentire, si va "allo scontro finale". In primo grado De Gennaro è stato assolto, in appello condannato a 16 mesi. Nel frattempo il prefetto è diventato il direttore di tutti i servizi segreti, primo dirigente a occupare l'incarico di massimo potere creato con la riforma dell'intelligence. E quasi tutti gli uomini in divisa coinvolti hanno fatto carriera: i meno fortunati - sottolinea il libro - sono quelli che in qualche maniera hanno collaborato con l'autorità giudiziaria.
Oltre all'allora numero uno della polizia, sul banco degli imputati sono finiti 29 agenti per la Diaz; 45 tra carabinieri, poliziotti, guardie carcerarie e medici per "il lager" di Bolzaneto e 25 dimostranti per le devastazioni. La Cassazione deve ancora pronunciarsi, ma gran parte dei reati sono già prescritti. Di fatto non ci sono responsabili per quella che Amnesty ha definito "la più vasta e cruenta repressione di massa della storia europea recente".
E non si capisce nemmeno il perché di tanta violenza: è stata solo l'impreparazione delle forze dell'ordine, che non hanno saputo prevenire e fronteggiare i casseur in tuta nera?
Andrea Camilleri nell'introduzione al libro offre una lettura diversa: "Ho sempre sostenuto che per me il G8 è stato una sorta di prova generale, un tentativo di golpe da parte della destra che fortunatamente è andato fallito. Rimango convinto che nella cabina di regia di quei giorni oltre alla polizia e ai carabinieri ci fossero anche politici e credo, oggi più che mai, che il fallimento di quell'operazione abbia fatto cambiare parere circa la strategia da seguire in Italia a qualche alta personalità politica".
Le indagini non hanno dimostrato una regia politica. Ma dieci anni dopo, resta aperta "la ferita", - come si intitola un altro saggio dedicato a quei giorni, a firma di Marco Imarisio e in uscita sempre per Feltrinelli - quella che ha infranto il sogno dei no global: i manganelli di Genova hanno spezzato la fiducia nello Stato e hanno allontanato un'intera generazione dalla politica. Una ferita che resta un problema fondamentale per il futuro della democrazia nel nostro Paese.

Gianluca Di Feo per "l'Espresso"

Carceri: Un altro suidicio al carcere delle Vallette di Torino

Vincenzo Lemmo, 48 anni, di Forcella, in carcere alle Vallette di Torino con una  condanna definitiva per traffico di stupefacenti  s’è impiccato, con una cintura, nel bagno della sua cella. Soffriva la lontananza dalla sua famiglia.
Una settimana fa, sempre alle Vallette, s’era impiccato un altro detenuto, sempre nel bagno, questa volta con un lembo di lenzuolo, nella quinta sezione del blocco C della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno. L. B., di Udine. Nel carcere delle Vallette, ancora un grave stato di sovraffollamento: ieri erano recluse 1488 persone, un terzo in più rispetto alla capienza della struttura.

Iniazia il processo d'appello per l'omicidio di Federico Aldrovandi

Si apre oggi davanti alla Prima sezione della Corte d'appello di Bologna il processo sulla morte di Federico Aldrovandi, morto a 18 anni a Ferrara il 25 settembre 2005 durante un intervento di polizia, per cui in primo grado, erano stati condannati quattro agenti di polizia - Enzo Pontani, Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri - a pene di 3 anni e 6 mesi per l'eccesso colposo nell'omicidio colposo del ragazzo.
Un processo per nulla scontato, hanno spiegato i difensori, tra cui Pier Carlo Cipollotti che assiste la Segatto assieme a Niccolo' Ghedini, legale anche del premier Silvio Berlusconi. La Corte d'appello (presidente Magagnoli, a latere Oliva e Ghedini) hanno gia' fissato un calendario di udienze per il 17, 18, 23 e 25 maggio. Questa mattina e' attesa la relazione-fiume del pg (di diverse centinai di pagine), quindi i giudici dovranno valutare le richieste difensive: una nuova perizia medico-legale sulle cause della morte di Federico e la riapertura dell'istruttoria dibattimentale con nuovi e vecchi testimoni e altri atti, tra cui un altro sopralluogo in via Ippodromo, nel centro citta', teatro del fatto.
E' un processo - per Cipollotti - basato su una sentenza che parte da elementi di fatto non dimostrati e la perizia sara' determinante. Le difese contestano infatti il fatto che quella superpartes del processo di primo grado indico' nella sindrome da blocco la morte del ragazzo (la 'excited delirium syndrome'), mentre poi nella sentenza fu accolta come fondamentale ai fini della condanna la conclusione di uno dei consulenti di parte civile, il professor Thiene, che 'lesse' una fotografia agli atti della perizia medico-legale, sul cuore del ragazzo, in cui si evidenziava una macchia. Macchia che Thiene valuto' come prova della compressione, durante l'immobilizzazione, che porto' alla morte per arresto cardiaco il ragazzo. Indicazione che, per le difese, non venne mai messa in contraddittorio con esperti terzi.
Da questo la richiesta di una ulteriore perizia superpartes, dopo che oltre una decina di consulenze medico-legali delle parti che si sono susseguite negli anni dell'inchiesta. La Corte d'appello avra' dunque il compito di valutare le risultanze del processo di primo grado, che si sviluppo' in 32 udienze, duro' oltre 2 anni e si concluse il 6 luglio 2009 con la condanna a 3 anni e 6 mesi, motivata dal giudice Francesco Maria Caruso in una relazione di 578 pagine. Gli avvocati delle difese (Trombini, Bordoni, Vecchi, oltre a Ghedini-Cipollotti) tenteranno di mettere in discussione l'impianto accusatorio della procura ferrarese che il giudice Caruso accolse in pieno.
Oltre il processo principale per la morte del ragazzo, ci sono stati a Ferrara altri due processi: quello 'bis', in cui tre altri poliziotti e dirigenti sono stati condannati (e un quarto assolto) per depistaggi e ritardi nelle indagini. Inoltre pochi giorni fa nell'Aldrovandi 'ter', uno dei dirigenti gia' condannati, Paolo Marino, e' stato riconosciuto colpevole di omessa denuncia, nell'ambito delle prime indagini. In aula lunedi' sara' presente anche la famiglia Aldrovandi (la madre Patrizia Moretti, il papa' Lino e il fratello Stefano) ma non nel ruolo di parte civile, poiche' la famiglia ha avuto un risarcimento dal Ministero dell'Interno di quasi 2 milioni di euro, a condizione che si ritirasse dalla costituzione di parte civile. Rinuncia che formalizzera' lunedi' coi propri legali (Venturi, Anselmo, Del Mercato e Gamberini). ''Il testimone ora lo abbiamo passato allo Stato, e alle sue istituzioni, di cui abbiamo piena fiducia - ha spiegato Lino Aldrovandi - Sara' lo Stato ora ad assicurarci giustizia per tutti i patimenti e sofferenze subite non solo per la perdita di Federico ma anche per i depistaggi conseguenti''. ''Abbiamo gia' avuto tre processi e vedremo gli altri gradi - ha aggiunto -. Io so che mio figlio aveva 54 lesioni sul corpo, due buchi in testa, un giudice ha condannato 4 agenti e altri hanno detto che altri 3 poliziotti hanno detto il falso, omesso e depistato: io, umanamente, non li chiamo poliziotti''.

15 maggio 2011

Laurea in legge per Carmelo Musumeci, "l'uomo ombra"

A Perugia – Facoltà di Giurisprudenza si laurea Carmelo. Carmelo l'uomo ombra, sì proprio lui. L'occasione è di quelle storiche, può capitare infatti di leggere gli scritti e le denunce di un uomo ombra, di un dannato dei gironi penitenziari italiani, può accadere di intrattenere con lui rapporti epistolari, ma vederlo di persona e incontrarlo dal vivo è un'altra cosa. Quando si tratta di una persona sottoposta alla pena perpetua, ovvero a quella particolare, barbara e spietata forma di pena che è l'ergastolo ostativo, incontrarsi in un contesto libero da guardie e cancelli è qualcosa di miracoloso. Merita dunque rivedere e rimescolare gli impegni del giorno e mettersi in marcia di buon ora verso Perugia, per assistere all'evento.
Carmelo è radioso, pare che il bel sole di questo giorno di primavera sia tutto dentro di lui, dopo oltre 21 anni di galera, passando dall'inferno dell'Asinara e altri terribili penitenziari fino ad approdare in quel di Spoleto. Carmelo oggi, solo in questa giornata unica è per poche ore un uomo libero, ha ottenuto un “permesso di necessità”; con lui la famiglia al completo fino ai nipotini, i volontari del carcere di Spoleto, i blogger che curano il suo sito. Il clima è festoso e quasi sospeso in questa felice parentesi. Carmelo, come ben sanno le persone ed i detenuti che negli anni hanno avuto il piacere di conoscerlo è un uomo generoso e ricco di umanità, il carcere “l'assassino dei sogni” come lo chiama lui nel suo ultmimo libro (Gli uomini ombra, ed. Gabrielli), non è riuscito a piegare la sua identità, il suo essere nonostante tutto uomo libero, la sua lotta per la libertà e contro l'orrore medievale di una condanna ad una morte lenta.
Manco a dirlo, la discussione della tesi di specializzazione è su un argomento che Carmelo, come molti altri intellettuali della galera, conosce a menadito: l'Ergastolo ostativo. Questa pena senza fine e senza altro scopo che non sia portare ad una morte lenta il condannato, è in voga nel nostro Paese dall'inizio degli anni novanta. Carmelo sciorina la lista di norme, regolamenti e sentenze, il quadro è chiaro: a partire dal 1992 e a seguire, a partire da una semplice norma dell'ordinamento penitenziario applicata dalle autorità penitenziarie e magistrati di sorveglianza, si tratta del famigerato articolo 4 bis, si istituisce l'ostatività assoluta della pena. I condannati classificati in tale articolo per tipologia di reato, è il caso dei reati eversivi (cioè politici), associativi o considerati di stampo mafioso, vengono esclusi da qualunque misura alternativa di detenzione, dovranno scontare la intera pena in carcere, e se la condanna è l'ergastolo dovranno passare tutta la loro intera esistenza in carcere, dietro le sbarre fino alla morte. Lo Stato italiano, in questa involuzione autoritaria e securitaria che ormai pervade un po' tutta la nostra vita, nonostante precedenti indirizzi giurisdizionali, e nonostante gli articoli 27 e 3 della Costituzione, in barba anche a diverse sentenze della Corte Europea, impone ai condannati inscritti nell'art. 4 bis un brutale ricatto ed una sola via d'uscita: la collaborazione con la cd giustizia, ovvero vendere la tua libertà, la tua vita, in cambio di quella di un altro. Le varie forme di pressione detentiva, con il culmine dei gironi infernali 41 bis dove si pratica una tortura sottile volta all'annientamento del detenuto, servono appunto ad ottenere il risultato ed indurre il reo a collaborare, vendendosi; si supera così ogni demagogia sulla presunta finalità rieducativa o socializzante della pena. Se il reo per paura, o perché innocente, o per comprensibili motivi di coscienza e di principio non intende scendere su questo terreno semplicemente resterà a marcire, a vivere e a morire in carcere. Così si compie un passo preciso che spiega come nei fatti non si rimanga in carcere per ciò che si è fatto o di cui si è stati accusati, ma semplicemente per ciò che si è o non si è diventati. La discussione della tesi vede concordi i relatori (il Prof. Fiorio, e Anastasia docente a Perugia e presidente di Antigone come controrelatore).
Carmelo Musumeci è ora dottore in Legge, conosce a menadito meglio di un avvocato quella legge che opprime la vita sua e di troppi altri; un giorno egli potrebbe forse insegnare educazione civica ai nostri figli, godersi la possibilità di tornare a vivere, vedere i colori della vita, quei colori che tanto emozionano chi viene dal mondo di là, dal grigiore di ferro e cemento della galera. A noi pochi presenti alla sua laurea il piacere di averlo visto per una volta libero e sorridente, non solo la sua ombra ma il suo volto a colori, e aver udito la sua voce, tale e quale a come si poteva immaginare leggendo i suoi libri, o le sue appassionate lettere. Non finisce qui la lotta di Carmelo e dei suoi compagni ergastolani, la sua lotta, verrebbe da dire, è pure la nostra. Ma la desolazione è tanta in questa terra di indifferenza, e poche le illusioni che a breve termine la nostra classe politica e giudiziaria vogliano restituire valore ai principii di Diritto di cui si dicono garanti. Del resto, i garanti del Potere non fanno così che coprire ben altre ingiustizie ed illegalità come quelle che si consumano quotidianamente dietro le sbarre di carceri, opg o centri di detenzione per cittadini stranieri irregolari. Come per la guerra, chissà se un giorno qualche Presidente vorrà considerare quale “naturale evoluzione” delle proprie prerogative, non la macelleria sociale e materiale in atto, ma la concessione della Grazia a Carmelo e a tutti gli ergastolani con oltre venti (e anche trenta) anni di galera sulle spalle, una vita, una vita che non deve terminare là dentro.

Adriano Ascoli
 
A Carmelo gli auguri fraterni di tutte/i le compagne/i dell'Osservatorio sulla Repressione

14 maggio 2011

Il Tribunale di Terni condanna per associazione sovversiva 2 compagni

UNA ASSOCIAZIONE SOVVERSIVA A 2 È COME L’ACQUA CHE VA ALL’INSÙ:
È CONTRO LA REALTÀ DELLE COSE.

La conclusione per ora non può essere altro che Michele e Andrea, dopo essere stati usati per un grande spot mediatico dai ROS del Generale Ganzer (il Generale che, tutti sanno, dopo la pesante sentenza di condanna di Milano, costruiva operazioni per fare carriera), sono stati utilizzati anche per il primo esperimento, per ora riuscito, di nuova giurisprudenza politica, che fa di due ragazzi (all’atto dei fatti, ventenni), che senza disporre di nulla (armi, covi, denaro) e non avendo fatto nulla di terroristico (la stessa sentenza cancella buona parte delle accuse infondate mosse loro contro), vengono condannati quali componenti di una associazione sovversiva con finalità terroristiche.
Si possono portare mille esempi, tutti concordi, a conferma del carattere “diplomatico- politico” della sentenza (paradossalmente confermato dal fatto che, se sono terroristi, due tre anni per le nostre leggi sono una sculacciata).
Sembra quasi che abbiano dato al PM ciò che cercava: la prima condanna per associazione terrorista targata FAI, e all’opinione pubblica ciò che già sapeva: non hanno fatto niente, non sono terroristi.
Per comprendere le conseguenze di questo ossimoro politico-giudiziario, basta paragonare questa sentenza con due fatti recenti.
Il primo accadde nel 2009, quando un giovane uomo di 32 anni della periferia di Perugia, venne individuato (gli furono trovati anche i proiettili in casa) quale responsabile dell’invio di due lettere, con all’interno proiettili a firma Brigate Rosse e COOP FAI, contro il Sindaco di Assisi e il futuro Presidente della Regione.
Il giovane, per queste lettere, fu semplicemente denunciato per minacce a pubblico ufficiale, a personale amministrativo e politico.
Il pregiudizio politico contro degli Anarchici, al contrario, ha prima prodotto lunghissime carcerazioni preventive, sia per Michele che per Andrea, poi condanne per un totale di 6 anni e 4 mesi, perché “membri di una associazione terrorista da loro costituita”.
L’altro fatto è rappresentato dalle motivazioni di non rinvio a giudizio di un gruppo di anarchici di Pisa (ma ripetiamo: qualsiasi altro atto o sentenza, che si volesse prendere in considerazione in Italia, riguardante l’accusa di associazione sovversiva verso gruppi anarchici, dice sostanzialmente la stessa cosa), è un po’ lungo, ma vale la pena di leggerlo, per capire quanto sia distante la legge applicata giustamente da quella applicata ingiustamente.
L’art. 270 bis c.p. è norma diretta a proteggere l’ordinamento costituzionale italiano, talché è necessario che la finalità di terrorismo e di eversione dello Stato si ponga in modo diretto nella materialità del comportamento associativo e nell’intenzione di partecipi all’associazione: ne consegue che l’assenza di entrambi, ovvero uno degli elementi richiamati, si risolve nella mancanza della qualità dell’associazione, come configurata dall’art. 270 bis c.p..
Il reato in esame, inquadrato nella categoria dei delitti a pericolo astratto, richiede dei comportamenti idonei ad offendere in concreto il bene tutelato, pertanto la mera intenzione proclamata di sovvertire l’ordinamento dello Stato non è idonea a far ritenere sussistente la fattispecie in questione, anche nelle ipotesi in cui gli aderenti all’associazione commettano illeciti penali di natura violenta, ma di per sé inidonei a cagionare quel pericolo per l’ordinamento democratico tutelato dall’art. 270 bis c.p.
Nel caso di specie, l’esito delle indagini preliminari non consente di ricondurre la condotta degli imputati nell’alveo della norma richiamata, non soltanto perché non è teorizzato il sovvertimento dell’ordine dello Stato nei proclami e negli scritti del gruppo, ma anche perché le condotte attribuite loro - relativamente alla perpetrazione dei delitti cd fine - hanno avuto sempre di mira, sempre che se ne provasse la sussistenza, beni di natura privata o comunque appartenenti ad Enti situati in zone circoscritte, ma non certo organi, istituzioni di portata nazionale la cui incolumità e normalità di funzionamento è necessaria per la sopravvivenza dell’ordine democratico italiano.
Sotto questo profilo, lo svolgimento di un pubblico processo non potrebbe condurre verosimilmente ad una pronuncia di condanna relativamente al reato previsto dall’art. 270 bis c.p., proprio per quanto emerso dalle indagini preliminari.
La finalità del terrorismo consiste nell’incutere timore nella collettività con azioni criminose indiscriminate, miranti a scuotere la fiducia nell’ordinamento e indebolirne le strutture (Cass. sez. I 87/176946 begin_of_the_skype_highlighting 87/176946 end_of_the_skype_highlighting; si veda inoltre la decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea pubblicata sulla G.U. della Comunità Europea 22 giugno 2002 n° 164, che individua come compiuti ” per finalità di terrorismo” gli atti ” diretti a intimidire gravemente la popolazione o costringere indebitamente i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare, distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche o sociali del paese” e come “reati terroristici” quelli che costituiscono attentati alla vita e all’integrità fisica, sequestri di persona, danneggiamenti di vasta portata di strutture governative, di sistemi di trasporto, di infrastrutture, di sistemi informatici, dirottamenti aerei e navali, fabbricazione, detenzione e acquisto di armi convenzionali, atomiche, chimiche e biologiche. Decisione consiglio CEE 22/6/2002 num.164 ).
Non pare che gli atti di investigazione possano ricondurre l’attività attribuita agli imputati in un ambito come quello sopra descritto.
Se infatti non può sottacersi la netta contrapposizione ideologica antistatale propugnata dagli appartenenti al gruppo, è altrettanto evidente che nei proclami e comunque negli scritti attribuiti agli imputati non si prospettano azioni contro gli organi dello Stato e risulta, per contro, che le azioni di danneggiamento asseritamente compiute dagli imputati hanno avuto di mira cose, non persone, ed hanno prodotto effetti dimostrativi o, al più, danni circoscritti ai singoli obiettivi presi di mira.
Più realisticamente, l’opposizione alle politiche governative nel campo economico-sociale attuate dagli imputati con modalità e toni che possono non essere condivisi vanno ricondotte ad un movimento dichiaratamente anarchico, ma non è fondatamente sostenibile che il gruppo si sia posto tra i suoi obiettivi quello della lotta armata per fini sovversivi, non essendo emersi dalle indagini elementi chiari ed univoci sul punto.
Per la configurabilità del reato di cui all’art. 270 bis c.p. non è necessario il compimento dei reati oggetto del programma criminoso, ma occorre comunque l’esistenza di una struttura organizzata che presenti un grado di effettività tale da rendere almeno possibile l’attuazione di tale programma e che giustifichi la valutazione legale di pericolosità, correlata all’idoneità della struttura stessa al compimento di una serie indeterminata di reati alla cui realizzazione è finalizzata la costituzione dell’associazione (Cass.sez.I.n°34989 del 10 7 2007).
Nella vicenda in esame non vi sono elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio relativamente all’esistenza di una struttura organizzata idonea ad attuare un progetto sovversivo: non vi è prova della disponibilità di mezzi economici proporzionati allo scopo, mentre l’uso da parte di singoli delle proprie autovetture, delle rispettive case di abitazione o di altri beni personali non costituiscono l’indice rivelatore dell’esistenza di una struttura organizzata, trattandosi piuttosto di beni nella disponibilità dei singoli, il cui impiego può aver coinvolto anche gli appartenenti al gruppo anarchico in virtù del legame ideologico che li accomuna.
Emerge per contro dalle indagini la fragilità strutturale del gruppo anarchico e la sua ridotta capacità operativa, caratteristica questa che contraddistingue i gruppi anarchici ed esclude nel caso di specie la capacità di supportare l’attuazione di un impegnativo programma criminoso, quale è rappresentato dall’eversione dell’ordine dello Stato, tenuto conto altresì dell’esiguo numero dei partecipanti, individuati semplicemente dalla frequentazione del gruppo anarchico più volte menzionato.

PIÙ CHIARO DI COSÌ!
Dopo aver assistito all’ultima azione terrorista dei due, compiuta, nell’attesa della sentenza, nei locali del tribunale, una partita a carte in concorso con ignoti, siamo ancor più convinti che la sentenza rappresenta un estremo tentativo di mantenere un qualche equilibrio tra le parti (la Verità e il Pubblico Ministero).
Ma se c’è anche un minimo della tanto invocata democrazia, da parte di chi fa appello alla Costituzione, alla Legge quando recita che l’onere della prova spetta all’accusa, e quando non ci sono prove non spetta agli accusati discolparsi (come avveniva sotto il fascismo), se c’è questo allora questa sentenza, che parla di un’associazione terrorista a 2, non potrà reggere in Appello e avrà ancora minori possibilità di sopravvivere in Cassazione.

Comitato 23 Ottobre

«Da Pinelli a Cucchi, 40 anni di morti dietro le sbarre»

Intervista a Valentina Calderone,coautrice con Luigi Manconi del libro “Quando hanno aperto la cella”

Valentina Calderone, laureata in economia, è una collaboratrice di “A buon diritto”, l’associazione fondata da Luigi Manconi nel 2001 allo scopo di promuovere l’esercizio di diritti riconosciuti dal nostro ordinamento, ma non adeguatamente tutelati o il cui riconoscimento viene contrastato o ritardato nei fatti. Ha scritto recentemente con il sociologo ed ex militante di Lotta Continua Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri (il Saggiatore, pp. 243, euro 19,00) con la prefazione di Gustavo Zagrebelsky. Un promemoria drammatico riguardante le tante persone «spesso giovani - scrive il presidente emerito della Corte Costituzionale - che entrano nelle nostre carceri, nelle nostre questure o nei nostri ospedali psichiatrici giudiziari e ne escono morte». La ricerca prende in esame nella prima parte i casi di Giuseppe Pinelli, Franco Serantini, Nanni De Angelis, Salvatore Marino, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani e Stefano Gugliotta. Nella seconda ci sono altre “Tredici storie come tante”, tra le quali c’è quella dell’unica donna presa in esame, Katuscia Favero, e la “morte straniera” di Eyasu Habteab e di Mija Djordjevic. Seguono alcuni dati terribili che gli autori definiscono “Le cifre crudeli” e un glossario sui luoghi e “modi della privazione della libertà” e della vita aggiungiamo noi. Abbiamo chiesto innanzitutto a Valentina Calderone che cosa si prova umanamente prima ancora che politicamente avere di fronte una lista di persone decedute nei modi che conosciamo e morte in luoghi assolutamente istituzionali. «E’ stato un lavoro molto difficile - dice la giovane studiosa - perché la ricostruzione è avvenuta attraverso vari tipi di documenti. A parte le interviste ai familiari, che come è facile immaginare è stato un aspetto del lavoro molto difficile perché c’è sempre il sospetto che tu le stia facendo per un tuo tornaconto personale, c’è tutto il lavoro svolto attraverso gli atti giudiziari e le autopsie che ha comportato l’esame di documenti e foto con tanto di descrizioni minuziose e, nel caso di Mastrogiovanni, di un filmato di qualche ora che lo ha ripreso legato per ottanta ore al letto di contenzione prima che morisse. Da questo punto di vista è stato un lavoro emotivamente forte. La cosa interessante è che ci siamo resi conto di quanto certi fatti siano seriali e di quanto certi comportamenti si ripetano in continuazione».

Per esempio?
La poca trasparenza quando c’è da effettuare una autopsia. I tentativi di depistaggio, la difficoltà ad avere accesso agli atti. Realizzando il libro abbiamo constatato che sono tutte cose che sistematicamente tornavano.

I parametri per valutare lo stato di salute della democrazia sono tanti. Ma certamente la sicurezza dell’individuo all’interno degli ambiti istituzionali che voi avete osservato è dirimente per capire a che punto ci troviamo. Voi avete preso in esame un periodo molto lungo che inizia appunto dal caso Pinelli. Si può attraverso queste storie capire che evoluzione e involuzione c’è stata negli ambienti giudiziari e carcerari e che cambiamento di mentalità nella testa degli esponenti delle forze dell’ordine e non solo?
Da un certo punto di vista la situazione è migliorata perché sono migliorati gli strumenti utilizzati per portare alla luce certe cose e riuscire in qualche modo a contrastarle. Però è anche vero che ci troviamo di fronte ad una estensione del ventaglio delle possibilità in cui si rischia di non avere i diritti garantiti. E infatti un discorso che nel libro abbiamo affrontato particolarmente è constatare come non sia più solamente il poliziotto o l’agente di custodia ad essere artefici di soprusi od altro ma anche il medico e in qualche caso il magistrato. C’è dunque una sorta di connivenza che si sviluppa a più livelli in cui delle figure che non sono predestinate alla sorveglianza si impersonano in un altro ruolo. E questo non dovrebbe succedere. Per esempio in alcuni casi parliamo di trattamento sanitario obbligatorio e quello è un istituto molto pericoloso, nel senso che secondo la legge è concepito per il benessere del paziente, ma all’interno di questa possibilità l’abuso è molto presente come dimostra l’uso della contenzione.

E’ il caso di Mastrogiovanni....
Certo, lì la nipote ad un certo punto era andata a trovarlo all’ospedale e non l’hanno fatta entrare, quando in realtà era un suo diritto. Lei non lo sapeva e dunque non ha protestato più di tanto.

Possiamo dire che dal caso Pinelli in poi le cose sono peggiorate. Allora abusi, torture e uccisioni coinvolgevano chi era impegnato politicamente. Ora chiunque può finire nei guai.
Allora potevano esserci bersagli più politici. Ora questo parametro si sta spostando. Il nemico non è più l’anarchico, ma lo straniero, il tossicodipendente, il marginale in generale. Senza dubbio il tossicodipendente era molto più garantito quaranta anni fa. E il rom era sicuramente visto in maniera diversa rispetto ad ora. Invece in questo momento la stigmatizzazione si opera verso questi soggetti. O anche nei confronti di persone “normali” come è stato per il giovane Federico Aldrovandi, preso per strada e poi morto per puro caso.

Durante il vostro lavoro siete riusciti a far parlare qualcuno di questi aguzzini?
No, in realtà abbiamo deciso di non cercare nulla in quella direzione, anche perché avremmo dovuto farlo probabilmente con dei magistrati. Abbiamo invece deciso di dare loro voce attraverso i documenti che producevano e dunque le memorie difensive piuttosto che gli atti giudiziari. E abbiamo privilegiato il colloquio con i familiari delle vittime o con i loro avvocati. Questo non per produrre una ricostruzione parziale o soggettiva ma perché ci sembrava importante che l’altra parte venisse raccontata da quello che poi veniva prodotto e le dichiarazioni abbiamo preferito lasciarle al lato emotivo delle storie che poi erano principalmente quelle narrate dai familiari.

Come dice Zagrebelsky nell’introduzione, queste vicende non escono mai fuori perché qualcuno dall’interno delle istituzione dice “abbiamo sbagliato”. Questo è un altro elemento che fa riflettere sullo stato della democrazia in Italia.
E’ la cosa più grave perché sarebbe in realtà primario interesse delle istituzioni che queste storie venissero fuori e chiarite. E per questo che nel momento in cui si trovano quelle contraddizioni rispetto alle procedure che si dovrebbero seguire è ovvio che venga fuori il dubbio. Che cosa bisogna pensare se un certo iter non viene rispettato? La verità è che le istituzioni sono nella maggior parte dei casi molto carenti e si chiudono a riccio. Noi citiamo un po’ di dichiarazioni nel libro, fin dal caso Pinelli. Quando morì si disse che si era reso conto di essere in gabbia e dunque quella reazione fu la prova della sua colpevolezza. Così come nel caso di Stefano Cucchi la prova della sua colpevolezza per Giovanardi stava nel fatto che lui era sieropositivo, tossicodipendete, anoressico ed epilettico.

Come se queste caratteristiche costituissero elementi di colpevolezza.
Esattamente. O come nel caso del ministro La Russa che una settimana dopo la morte di Cucchi disse che l’onore dei carabinieri in questa storia non era in discussione quando poi un mese prima c’era stato il coinvolgimento di elementi dell’Arma nello scandalo Marrazzo. Queste sono cose che non fanno bene all’accertamento della verità, non fanno bene alla giustizia e soprattutto non dovrebbero essere pronunciate in un momento in cui ancora non si sa niente. Questo tirarsi indietro preventivo è una cosa che fa male e che poi costringe le donne, perché principalmente sono loro ad avere la forza e il coraggio, a non chiudersi in un dolore privato per aver perso un figlio, un compagno o un fratello, e portare avanti una battaglia pubblica rispetto a quelli che sono i loro diritti.

Vittorio Bonanni da Liberazione

12 maggio 2011

Processo "Aldrovandi ter": Condannato l’ex dirigente delle volanti della polizia

Paolo Marino è stato condannato a 3 mesi, con l’interdizione per un anno dai pubblici uffici. È la sentenza emessa ieri pomeriggio dal giudice collegiale di Ferrara (presidente Giorgi, a latere Rizzieri e Attinà) al termine del processo “Aldrovandi ter”, che vedeva imputato l’ex dirigente delle volanti della polizia per omissione in atti di ufficio.
Il procedimento contro l’ufficiale di polizia (già condannato a un anno per omissione nell’Aldrovandi bis per aver omesso di informare dettagliatamente il pm di turno di quanto accaduto in via Ippodromo il 25 settembre 2005, quando morì Federico), come ha spiegato il pm Nicola Proto in sede di requisitoria (al termine della quale chiederà nove mesi), nasceva dall’imputazione coatta formulata dal gup Monica Bighetti dopo la richiesta di archiviazione del pubblico ministero.
L’accusa consisteva nella mancata trasmissione dei brogliacci della questura relativi all’intervento delle volanti, nei quali comparivano correzioni e cancellazioni fatte a mano. “Nessuno sapeva dell’esistenza di quel brogliaccio, importante per capire gli orari di arrivo delle due volanti in via Ippodromo – fa notare Proto – fino al febbraio 2007, quando la difesa degli imputati ne chiese l’acquisizione”. L’allora capo della Mobile Pietro Scroccarello prese il registro e si accorse delle modifiche che spostavano in avanti di cinque minuti la chiamata di una pattuglia.
“Il gup ravvisò un’omissione in atti di ufficio – ricostruisce Proto – dal momento che il dirigente della squadra volanti aveva l’obbligo di trasmetterlo”.
Nella sua arringa, invece, l’avvocato Piersilvio Cipolotti sostiene che “i brogliacci non sono un atto pubblico, dal momento che sono equiparabili ad appunti, con mera funzione di annotazione: un documento interno all’ufficio, quale può essere il quaderno di una segretaria: e un documento privato non diventa atto pubblico solo in virtù dell’acquisizione in un processo penale”. E di quel “quaderno”, inoltre, Marino “non ne prese nemmeno visione”. E, proprio perché semplice documento e non atto pubblico, “non lo trasmise come informativa”.
Tutt’al più secondo Cipolotti “si può parlare di omessa denuncia, che tra l’altro è la descrizione del capo di imputazione, che il pm erroneamente rubrica come omissione”. Di conseguenza, se si tratta di omessa denuncia, è un reato perseguibile a querela di parte “e qui manca la relativa denuncia”. Se invece si insiste sulla omissione, “manca la qualità di atto pubblico”. Alla fine il difensore chiederà l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”.
Il giudice, al termine di un’ora di camera di consiglio, ha accolto solo in parte le critiche mosse al capo di imputazione originario dall’avvocato, condannando Marinno per omessa denuncia aggravata. “Aspetteremo di leggere le motivazioni della sentenza (attese tra 90 gironi, ndr) – commenta a margine del’udienza il legale – e faremo sicuramente ricorso”.
In aula c’era anche Lino Aldrovandi, il padre di Federico: “un altro passo verso la giustizia” è stato il suo commento all’uscita dell’aula.

Una Campagna contro l’orrore dell’Opg…

Lenzuola non sostituite per settimane, lezzo d’urina, tanfo e sporcizia ovunque, letti arrugginiti, in alcuni casi letti di contenzione con un foro nel mezzo per la caduta degli escrementi di internati legati per giorni:
dopo la diffusione del video girato durante le visite del giugno-luglio 2010 nei sei Ospedali psichiatrici giudiziari dalla Commissione d’inchiesta per l’efficienza e l’efficacia del Sistema sanitario nazionale, preseduta dal sen. Marino, nessuno può più dire di non conoscere l’orrore delle condizioni in cui versano più di 1400 persone, “gli ultimi”, dacché il manicomio criminale è prioritariamente contenitore della miseria e dell’abbandono. Il 19 aprile a Roma il Forum salute mentale e la Cgil nazionale, insieme a molte altre associazioni, hanno lanciato la campagna “Stop Opg: per l’abolizione degli ospedali psichiatrici giudiziari”.
Per ribadire l’inaccettabilità dell’istituto, sviluppare conoscenza, fare proposte, stimolare le istituzioni, denunciare quelle inadempienti. La presenza dell’Ospedale psichiatrico giudiziario conferma uno statuto speciale per il malato di mente e il permanere di un “doppio binario” per le persone con disturbo mentale che hanno commesso reato; mentre è consapevolezza diffusa tra gli operatori della psichiatria e del diritto che l’incapacità totale di intendere e di volere, alla base dell’istituto, è evento eccezionale e che di norma il disturbo mentale, anche gravissimo, non è in grado di spegnere completamente la capacità della persona di aver coscienza di stare commettendo un reato. Il perdurare dell’istituto è soprattutto frutto di pratiche omissive e mancate assunzioni di responsabilità, in particolare dei Dipartimenti di salute mentale (Dsm), che non si fanno carico dei cittadini del loro territorio che hanno commesso un reato proponendo percorsi alternativi o di avviare progetti di dimissioni di quelli/e internati/e.
Di contro sono all’evidenza le esperienze di alcuni Dipartimenti di salute mentale che non hanno cittadini del proprio territorio negli Opg. Il che dimostra che, volendo, si può fare. L’emanazione del decreto del presidente del consiglio dei ministri (Dpcm) del 1 aprile 2008, che trasferisce la medicina penitenziaria dal Ministero della giustizia a quello della sanità, prevede una serie di interventi graduali per il superamento dell’Opg.
Il decreto è stato assunto da tutte le regioni in cui sono allocati gli Opg (tranne la Sicilia), che quindi sono diventate titolari della salute delle persone lì recluse. Peraltro, contro le disposizioni del decreto, continuano il trasferimento in Opg di persone provenienti dal carcere e l’ammissione di persone in attesa di perizia.
Perciò, le associazioni che hanno promosso la campagna “Stop Opg” chiedono al governo di rispettare gli impegni finanziari per il passaggio della medicina penitenziaria al servizio sanitario nazionale; alle Regioni di assumere l’onere dei cittadini internati negli Opg, attribuendo ai Dipartimenti di salute mentale le necessarie risorse; ai Dsm di avviare pratiche concrete di presa in carico degli internati e delle internate; alla Conferenza Stato-Regioni di sanzionare le Regioni e i Dsm inadempienti; alla magistratura di sorveglianza di mettere fine alla pratica di proroga della misura di sicurezza in relazione alla indisponibilità del Dsm di farsi carico della persona in dimissione.

Giovanna Del Giudice (Portavoce nazionale Forum Salute Mentale)
da il manifesto

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