17 aprile 2011

Patrizia Aldrovandi e tre giornalisti della Nuova Ferrara rinviati a giudizio per diffamazione

Per aver detto e scritto che il fascicolo del primo pubblico ministero Maria Emanuela Guerra era  praticamente vuoto a 4 mesi dalla morte di Federico Aldrovandi, sono stati rinviati a giudizio per diffamazione dal tribunale di Mantova, la mamma del ragazzo, il direttore e due giornalisti della Nuova Ferrara. Il processo è fissato al 1 marzo 2012. Il magistrato ha chiesto un risarcimento di un milione e mezzo di euro.
"Confesso che ho pianto di rabbia e dispiacere, confessa Patrizia, non me l'aspettavo. In questa battaglia per la verità sulla morte di Federico, che ha avuto un primo e parziale riconoscimento, abbiamo sempre usato l'arma della civiltà e del rispetto. Ora mi vogliono processare per aver detto semplicemente quello che è agli atti del processo e nelle motivazioni della sentenza di primo grado del giudice Francesco Maria Caruso".
Insieme alla mamma di Federico sono stati rinviati a giudizio il direttore della Nuova Ferrara Paolo Boldrini e due redattori del quotidiano ferrarese. Agli atti figurano praticamente tutti gli articoli pubblicati dal quotidiano, che fanno riferimento al ruolo del magistrato nella vicenda che il 25 settembre 2005 portò alla morte del diciottenne Federico, durante un controllo di Polizia. Quattro agenti della questura di Ferrara sono stati condannati a 3 anni e sei mesi per eccesso in omicidio colposo. Come fonte di prova della diffamazione, acquisita nel processo, anche una pagina che riporta le fotografie, separate e distinte, di Patrizia Aldrovandi e di Maria Emanuela Guerra. "La madre di Federico, sostengono gli avvocati del magistrato, sembra guardare con tono minaccioso la nostra assistita, gettando in questo modo discredito sul suo operato".
"Mi dispiace per Patrizia, commenta il direttore della Nuova Ferrara Paolo Boldrini, ha già perso un figlio, ha affrontato un lungo e doloroso percorso giudiziario e ora da vittima dello Stato diventa addirittura presunta autrice di un reato contro lo Stato".
"Tra un anno, attacca l'avvocato Fabio Anselmo che difende la mamma di Federico, trasformeremo il processo a nostro carico in un processo contro il sostituto Maria Emanuela Guerra, porteremo le prove del suo operato".
"Se ci dovesse essere, a questo punto non accetterò più nessuna remissione della querela, spiega Patrizia, non abbiamo paura della verità. L'unica condizione è che la signora Guerra chieda scusa a tutti".
Il sostituto procuratore Maria Emanuela Guerra il 14 marzo 2006 lasciò le indagini , le subentrò Nicola Proto. Il 12 dicembre 2009 il figlio del primo magistrato fu condannato per spaccio di droga a due anni e quattro mesi in un'inchiesta denominata " Bad Boys". Le indagini, condotte dalla squadra mobile di Ferrara, scattarono poche settimane prima del 25 settembre 2005. La Nuova Ferrara è stata querelata anche per aver scritto questo.

16 aprile 2011

Giustizia: 18 mesi di carcere per un sospetto… ecco la storia di Massimo Papini

È proprio vero che la vita può cambiare in un momento. Un attimo prima, ad esempio, sei un professionista di successo sulla piazza nazionale. Un attimo dopo un aspirante terrorista, stella nascente della lotta armata. Basta un istante.
Un istante, per sconvolgere un’esistenza serena, normale. E appena ventisette secondi per leggere una sentenza dove si afferma che non è vero niente, che con il terrorismo non c’entri nulla e che le accuse che ti vengono mosse sono del lutto infondate. In mezzo, però, tra quell’istante e quei ventisette secondi, c’è un anno e mezzo di galera, per lo più in isolamento.
Diciotto mesi dietro le sbarre che pesano come macigni, anche da uomo nuovamente libero. Perché non basterà il resto della vita a dimenticarli. Lo sa bene Massimo Papini, scenografo apprezzato e stimato, che, da un giorno all’altro, a ottobre del 2009, si è visto sbattere in prigione con l’accusa di essere un novello brigatista.
Criminale in pectore, pronto a imbracciare le armi sotto le insegne della stella a cinque punte. A suo carico indizi pesantissimi, tracce indelebili. Ovvero, i suoi sentimenti. Quelli nei riguardi di Diana Blefari Melazzi, che aveva amato e alla quale era ormai legato da una tenera e profonda amicizia. Un legane che non si è spezzato neanche davanti ai gravi sintomi di disturbi psichici che la donna, membro delle nuove Br e reclusa in regime di 41-bis, ha iniziato a manifestare in carcere.
Lui ha continuato a starle accanto, nelle lettere e nelle poche ore di colloquio. Quando Diana Blefari Melazzi si impicca nella sua cella a Rebibbia, poco dopo aver ricevuto la notifica della condanna all’ergastolo, Massimo è in galera già da un mese. Vittima di quella sorta di pratica medievale che è la custodia cautelare, spesso usata come strumento per mettere sotto pressione gli imputati affinché confessino i crimini dei quali sono accusati. Massimo però non ha proprio nulla da confessare.
Non li ha mai nascosti né rinnegati, del resto, i suoi sentimenti. E sono proprio i sentimenti a finire sotto processo, insieme ad alcune frequentazioni e percorsi politici intrapresi in gioventù. Frattaglie del passato, suggestioni prive di significato eppure, sufficienti, in un clima da caccia alle streghe e in base a quel residuato degli anni di piombo che è l’articolo 270 bis, a costituire per l’accusa un impianto probatorio.
E a sottoporre l’uomo, presunto colpevole fino a prova contraria, a un regime detentivo per certi versi più pesante del carcere duro imposto a mafiosi e camorristi. Un trattamento simile quasi a un’istigazione al suicidio. Massimo, però, non ha ceduto. Con la sua forza, grazie al sostegno di chi, come Rita Bernardini, è andato a trovarlo in carcere e all’affetto degli amici del Comitato che porta il suo nome, costituito all’indomani dell’arresto per sostenerne l’innocenza, ha superato l’ingiusta detenzione, con grande dignità. Oggi, dunque, è di nuovo un nomo libero, anche se quei diciotto mesi di vita non glieli restituirà nessuno. Neanche le scuse, semmai arriveranno, del ministro dell’Interno che il giorno del suo fermo si affrettò a congratularsi con il capo della Polizia e il prefetto per il successo dell’operazione.

Valentina Ascione da Gli Altri

G8 Genova: depositati motivi della sentenza sulle violenze e le torture alla caserma Bolzaneto

E' stata depositata presso la cancelleria della Corte di Appello di Genova la sentenza che in secondo grado ha portato alla condanna di 44 persone perche', secondo l'accusa, nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 dell'estate 2001, i no-global furono picchiati, umiliati, sottoposti a trattamenti inumani. Il fascicolo che contiene le motivazioni consta di 800 pagine ed e' suddiviso in sette sezioni.
Tra le molte vessazioni subite dai manifestanti che furono condotti durante il vertice G8 nel carcere provvisorio nella caserma di Bolzaneto vi fu anche quella di cantare gli inni fascisti. Secondo i giudici Maria Rosaria D'Angelo, Paolo Gallizia e Roberto Settembre, firmatari della sentenza d'appello depositata oggi a Genova, "L'imposizione di inneggiare al fascismo - si legge in un passaggio delle motivazioni del dispositivo - insieme con il canto da parte degli aguzzini di canzoni del regime come 'Faccetta nera', e il richiamo allo sterminio degli ebrei non e' solo manifestazione nostalgica di quel sistema politico, ma comporta un chiaro messaggio simbolico sui destinatari delle sevizie, identificati come vittime destinate alla sopraffazione, in modo tale, da un lato, di accrescere il terrore di subire la tortura da parte di chi non ha pieta' e non deflette dai suoi obiettivi fino alle estreme conseguenze, e dall'altro, di rafforzare lo spirito di gruppo dei seviziatori.
"Toccafondi vide, seppe e capi'". Giacomo Toccafondi era il medico responsabile dell'area sanitaria all'interno della caserma di Bolzaneto durante il vertice G8 del 2001 di Genova. In appello e' stato condannato a un anno e due mesi di reclusione (con sospensione della pena).
La sua permanenza continua all'interno della caserma durante i giorni in cui fu trasformata in un carcere provvisiorio e la continuita' del suo impegno hanno spinto i giudici della corte d'appello di Genova a considerare impossibile che lui non fosse stato al corrente delle violenze patite dai detenuti.
"Toccafondi - si legge nella sentenza - vide, seppe e capi' che le persone offese che venivano condotte davanti a lui, trascinate, umiliate, percosse, spesso gia' ferite, atterrite, infreddolite, affamate, assetate, sfinite dalla mancanza di sonno, preda dell'altrui capriccio aggressivo e violento, sostanzialmente gia' seviziate, venivano ulteriormente seviziate in sua presenza". Specificano i giudici che "per sevizie, s'intende il complesso di gesti e di parole attraverso le quali la persona veniva fatta denudare, con l'imposizione violenta della postura del corpo, veniva costretta a subire una perquisizione che vedeva la distruzione di molti effetti personali doveva esporre la propria nudita' a molte persone, subiva spesso percosse da agenti che eseguivano materialmente la perquisizione, e non venivano sottoposti a una normale indagine clinica ne' ricevano assistenza ne' conforto". Al contrario, ricordano i giudici che il medico "spesso si accaniva sui pazienti" che in certi casi aveva anche schiaffeggiato. "Nulla fece Toccafondi - concludono i giudici - per determinare una diversa modalita' di approccio da parte degli altri sanitari, violando cosi' il suo dovere di garanzia che discende dall'articolo 40 cp. Ne consegue allora e ulteriormente che Toccafondi anche quando si allontanava dal sito era del tutto consapevole che le modalita' di approccio alle persone condotte in infermeria non mutavano".

La Corte di Appello di Genova ha presentato anche le motivazioni della sentenza per le violenze avvenute durante il G8 del 2001. Per i giudici l’ex vicecapo della Digos Alessandro Perugini era a conoscenza di quanto stava succedendo ai dimostranti fermati. “Aveva –si legge- l'assoluta contezza dell'antigiuridicità delle condotte che, anche nella percezione intellettiva del pubblico ufficiale, vengono percepiti come fatti estranei al sistema giuridico dei Paesi occidentali, caratterizzato questo da principi insuperabili di garanzie all' integrita' fisica e morale del soggetto e al diritto di non essere privati della liberta' senza la pronuncia di un'autorità giudiziaria''.

_______

Venerdì sono state rese pubbliche le motivazioni del processo d'appello per le torture di Bolzaneto, processo che si era concluso con 44 condannde tra poliziotti, carabinieri, guardia di finananza e personale sanitario.Durissime le parole dei giudici, non solo verso chi ha praticato le torture, ma anche verso i tanti pubblici ufficiali che hanno inneggiato al fascismo e al nazismo:

«Richiamarsi platealmente al nazismo e al fascismo, al programma sterminatore degli ebrei, alla sopraffazione dell’individuo e alla sua umiliazione, proprio mentre vengono commessi i reati contestati o nei momenti che li precedono e li seguono, - affermano i giudici -esprime il massimo del disonore di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale......Questo richiamo ai principi posti a fondamento dei regimi sterminatori razzisti non è solo condotta antitetica ai principi e ai valori costituzionali ......... ma costituisce il più infimo grado di abiezione di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale della Repubblica italiana che ha prestato giuramento di fedeltà alla sua Costituzione».
Le motivazioni della Corte d'appello mostrano con grande chiarezza che nella caserma di Bolzaneto nel luglio 2001 fu praticata la tortura. A questo punto non è più possibile tacere, minimizzare, fare finta di nulla.
Abbiamo diritto di sapere dai vertici delle forze dell'ordine, dai responsabili politici e anche dall'ordine dei medici se i responsabili dei fatti accertati dai pm e sanzionati dalla Corte d'appello siano ancora in servizio; se intendono o no ripudiare simile condotte; se intendono o no scusarsi con le vittime dei soprusi e con tutti i cittadini. Abbiamo diritto di chiedere al parlamento l'approvazione di una seria legge sulla tortura.
Nel luglio 2001 a Genova furono violati i principi cardine della democrazia, e decine di agenti, funzionari e dirigenti delle nostre forze dell'ordine sono stati condannati in secondo grado per gli abusi commessi. Eppure nessuno di costoro è stato rimosso. Alcuni occupano tuttora posizioni di altissimo livello. E' una vergogna sempre più intollerabile, che mina la credibilità delle istituzioni democratiche.
In qualsiasi paese civile, le parole scritte oggi dai giudici, sarebbero un punto di partenza per un radicale ricambio ai vertici delle forze dell'ordine e per l'avvio di una riforma che porti trasparenza e più cultura democratica all'interno degli apparati di sicurezza.

Vittorio Agnoletto - nel 2001 portavoce del Genoa social Forum
Lorenzo Guadagnucci - Comitato Verità e Giustizia per Genova

15 aprile 2011

Bologna: Free movement day, studenti manganellati sotto la sede Atc

Si è svolto questa mattina il corteo promosso dal Collettivo autonomo studentesco (Cas) che, partito da piazza XX Settembre, ha raggiunto la sede Atc di via Saliceto per ottenere risposte sulle rivendicazioni della campagna “Atc non puoi rubarci la città”. Oltre 100 studenti hanno attraversato il ponte di via Matteotti dietro lo striscione “Freedom of movement”. Tra gli slogan: “Noi il biglietto non lo paghiamo” e “Sutti stiamo arrivando”, in riferimento al presidente dell’Atc Francesco Sutti.
Arrivati alla sede Atc, subito presidiata dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa, una delegazione di studenti è riuscita ad entrare ed avere un incontro con Sutti, che però- riferisce il Cas- non ha dato risposte scaricando tutte le responsabilità sulla Regione Emilia Romagna. Gli studenti hanno quindi chiesto che Sutti scendesse per parlare di fronte a tutti i manifestanti, ma la richiesta è stata respinta. “Allora saliamo noi”, la risposta degli studenti, che si sono avvicinati ai cordoni dei Carabinieri. A quel punto sono partite diverse manganellate, che però non sono riuscite a far disperdere i manifestamti. Gli studenti sono quindi ripartiti in corteo percorrendo via Matteotti e via dell’Indipendenza fino a raggiungere piazza Nettuno. La sede del Comune, nel frattempo, è stata letteralmente blindata.

fonte: zic.it

Ciao, Vittorio.

Vittorio Arrigoni è morto. Il suo corpo è stato trovato questa notte intorno alle 1.50 in un'abitazione nella Striscia di Gaza, nella periferia di Gaza City. La notizia è stata dapprima diffusa da fonti di Hamas e poi confermata da un'attivista dell'International Solidarity Movement, l'italiana Silvia Todeschin. Hamas, il movimento islamico che controlla il territorio della Striscia non è riuscito a mediare per la sua liberazione. Le forze di sicurezza di Hamas hanno circondato l'area nella quale era detenuto Vittorio, dando luogo a un'irruzione armata, in seguito alla quale alcuni militanti salafiti sarebbero stati feriti, altri due militanti sarebbero stati arrestati, mentre altri sarebbero ricercati. Non è chiaro come Vittorio sia stato ucciso. Silvia Todeschin, attivista dell'International Solidarity Movement, ha riconosciuto il corpo alle 3.10. Ha raccontato a PeaceReporter che - secondo quanto le è stato riferito dalla sicurezza di Hamas - Vittorio sarebbe morto qualche ora prima del loro arrivo.
Vittorio era la nostra voce a Gaza, che parlava sotto le bombe, raccontando quello che vedeva con ironia e umanità, senza filtri. Una voce scomoda per i signori della guerra, di tutte le fazioni, sempre dalla parte degli ultimi e sempre a favore di una pace giusta. Vittorio è morto nella sua Gaza, una prigione a cielo aperto dove vive in condizioni di apartheid un milione e mezzo di palestinesi. Non sappiamo se a ucciderlo siano stati davvero i salafiti della fantomatica e finora sconosciuta «Brigata Mohammed Bin Moslama», o se Vittorio sia rimasto vittima di un'operazione decisa in qualche stanza dell'intelligence israeliana. Quello che invece sappiamo senza alcun dubbio è che la sua morte priva la pace di uno dei figli migliori e per questo, stringendolo forte in un abbraccio ideale, rilanciamo con rabbia e dolore il suo "Restiamo umani". Ciao Vittorio, uomo, compagno, fratello. Oggi piangiamo la tua morte, ma nessuno trascuri le lacrime che ci bruciano il viso, nessuno sottovaluti la nostra rabbia.

Le compagne e i compagni dell'Osservatorio sulla Repressione

Il blog di Vittorio

Il carcere continua a fare vittime: 8 morti da inizio aprile, di cui 6 per suicidio e 2 per "cause da accertare"

Il bilancio delle morti “di carcere” si aggrava di giorno in giorno: almeno 45 reclusi e 2 agenti hanno perso la vita nel 2011 e l’avverbio “almeno” sta a significare che alcuni casi potrebbero non essere ancora emersi.
Di queste 47 persone, 20 si sono sicuramente suicidate (18 detenuti e i 2 poliziotti), altre 17 sono morte per malattia, mentre per 10 casi sono in corso indagini volte all’accertamento delle cause del decesso.
Il nostro monitoraggio è indipendente rispetto alle istituzioni penitenziarie, che eventualmente vengono contattate solo per avere conferma o meno delle notizie raccolte attraverso la nostra rete di collaboratori.
In assenza di notizie ufficiali per quanto riguarda le morti in carcere (l’ultimo Bollettino Penitenziario reso pubblico - report che raccoglie anche i cosiddetti “eventi critici” - risale addirittura al 2007) abbiamo il timore che alcuni casi rimangano ignoti.

GLI ULTIMI CASI RACCOLTI

Adriana Ambrosini, 24 anni, Opg Castiglione delle Stiviere (Mn)
Avrebbe potuto succedere anche alla vicenda di Adriana Ambrosini, una ragazza di 24 anni che la sera di domenica 3 aprile 2011 si è tolta la vita nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mn). Adriana, originaria della Provincia di Pavia, era all’Opg per scontare due anni di internamento, di cui uno era già trascorso: non aveva mai mostrato aggressività verso se stessa, né segnali di depressione. A scatenare la reazione estrema, forse, il trasferimento in un’altra struttura di una compagna di detenzione.
Si è uccisa approfittando della pausa-cena, in cui i vigilanti erano impegnati a sorvegliare gli altri internati: si è allontanata dalla mensa con una scusa, ha raggiunto la sua stanza e lì si è impiccata con un lenzuolo agganciato alla finestra.
Nell’Opg di Castiglione delle Stiviere, considerato un istituto-modello, il precedente suicidio risaliva a 16 mesi fa; l’11 dicembre 2008 un 27enne originario di Rieti si impiccò in cella, di lui abbiamo solo le iniziali: T.G. Ma il caso più misterioso è quello di Katiuscia Favero, una ragazza di 30 anni che fu ritrovata impiccata ad una recinzione del giardino interno alla struttura il 16 novembre 2005: per gli investigatori si trattò di un suicidio, per la madre fu un omicidio. Katiuscia, prima di essere internata all’Opg, era stata detenuta alcuni mesi nel carcere fiorentino di Sollicciano e poi ricoverata in un Reparto Psichiatrico Ospedaliero, dove aveva denunciato di essere stata violentata, ma l’unico risultato della sua denuncia fu il trasferimento a Castiglione delle Stiviere.

Cittadino Romeno, 58 anni, Opg Aversa (Ce) - 13 i decessi negli ultimi 4 anni: la struttura è sotto indagine
Ieri, grazie al lavoro dell’Associazione Antigone Campania, si è avuta notizia del suicidio di un romeno di 58 anni nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa (Ce), che si è tolto la vita impiccandosi nel bagno della cella. L’uomo, ritenuto incapace di intendere e volere in un procedimento per il reato di omicidio, era stato quindi prosciolto per “infermità di mente” e sottoposto alla misura di sicurezza dell’internamento in Ospedale Psichiatrico Giudiziario per un periodo di 5 anni.
La misura di sicurezza, tuttavia, era stata prorogata di altri 5 anni, e la notizia gli era arrivata il giorno precedente al suicidio, facendolo sprofondare nella disperazione.
Il 58enne a termini di legge avrebbe potuto ottenere il ricovero in una Comunità Psichiatrica esterna al circuito penitenziario, ma non arrivò mai alcuna disponibilità ad accoglierlo nelle strutture della Regione di provenienza, poiché l’Asl di riferimento non lo poteva o non lo voleva assistere.
Nell’Opg di Aversa il precedente suicidio risale allo scorso 5 gennaio, quando si uccise Massimo B., di 32 anni. Il 4 agosto 2010 vi morì Stefano Crocetti, di 42 anni, per cause ancora non accertate. Il 21 dicembre 2009 si impiccò Pierpaolo Prandato, di 45 anni e allo stesso modo finì i suoi giorni Vincenzo Nappo, di 43 anni, il 9 giugno 2009. Il 16 settembre 2008 un’altra morte per “cause da accertare”, quella di Massimo Morgia, 37 anni. Il 28 marzo 2008 si suicidò Said Mouaouia, tunisino di 36 anni. Il 29 gennaio 2008 toccò a Vincenzo Romano, di 35 anni, il 4 gennaio 2008 il 26enne Fabrizio P. Il 30 novembre 2007 si uccise Antonio Romanelli, 57 anni, il 12 aprile dello stesso anno il 50enne Gianluigi Frigerio. Il 7 marzo 2007 morì in cella per AIDS Antonino M., di 43 anni, e il 29 gennaio il marocchino Derri Hajaj per “arresto cardiocircolatorio”.
In poco più di 4 anni 13 persone sono morte nell’Opg di Aversa, su questi decessi e più in generale sulle condizioni della struttura è in corso un’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere, coordinata dalla dott.ssa Raffaella Capasso.

Cittadino Italiano, 60 anni, Casa Circondariale di Prato
Un detenuto di 60 anni, che stava scontando una pena di nove anni alla Dogaia, è morto mercoledì scorso, 36 ore dopo essere stato sottoposto a un intervento per un'ernia inguinale. Secondo quanto è stato riferito dall'Asl, l'intervento chirurgico era perfettamente riuscito e il paziente, controllato dalla polizia penitenziaria, era stato riportato in carcere. Apparentemente il detenuto stava bene e non avrebbe mostrato alcun sintomo di altri disturbi. Poi la morte improvvisa, forse dovuta a un problema cardiaco.

Poliziotti penitenziari morti nel mesi di aprile

Antonio Parisi, 40 anni, Caltagirone (Ct)
Il 12 aprile 2011 si è suicidato l'assistente capo della Polizia penitenziaria Antonio Parisi, 40 anni, effettivo in servizio nella casa circondariale di Caltanissetta, era attualmente distacco alla Casa circondariale di Caltagirone. L’uomo, che doveva iniziare il suo turno di servizio, ha accostato la macchina al ciglio della strada e si è impiccato a un albero.

Ruggero Porta, 42 anni, Mamone (Nu)
Il 9 aprile 2011 un assistente capo della Polizia penitenziaria, Ruggero Porta, 42enne, in servizio alla Casa Reclusione di Mamone Lodè (Nuoro) si è suicidato con la pistola di ordinanza. Ne dà notizia la segreteria nazionale della Uil-Penitenziari. L'agente penitenziario era effettivo presso la Casa Circondariale di Brescia Canton Mombello ma da circa dieci anni era stato distaccato presso la struttura penitenziaria di Mamone. Il suicidio è avvenuto in un appezzamento agricolo di proprietà sito in Sardala (Ca).

fonte: Ristretti Orizzonti

13 aprile 2011

Omicidio Verbano, spunta un nuovo dossier

L'apparizione improvvisa dalla polvere del passato di un nuovo schedario sui militanti dell'estrema destra romana. E' questo il nuovo colpo di scena nella vicenda della morte di Valerio Verbania, il giovane militante dell'Autonomia ucciso il 22 febbraio di 31 anni fa nella sua abitazione da un commando di suoi coetanei di fede fascista, che si firmò con la sigla dei Nuclei armati rivoluzionari. Non sono stati i carabinieri del Ros a trovarlo, nonostante lo stessero cercando da giorni. Una perquisizione era stata condotta di recente in un box legato alla famiglia di un vecchio amico di Valerio morto nel frattempo. Il dossier è stato consegnato alla madre di Valerio dopo che dal suo blog e su Fb, il 24 marzo aveva lanciato un appello ai vecchi compagni di suo figlio: «Se avete della documentazione, vi prego fatemela avere è molto importante per le indagini». Carla Verbano aggiungeva che avrebbe mantenuto il più stretto riserbo su chi gliel'avrebbe fatta pervenire. E così Il primo aprile scorso un giovane ha suonato al citofono di Carla Rina Verbano: «Signora le devo consegnare una cosa». Il ragazzo è salito fino alla porta di casa ed ha lasciato un grosso borsone: «E'per lei». Poi è subito sgusciato via. Sarà anche una versione di comodo, ma poco importa. Dentro c'erano due grossi raccoglitori e una rubrica marrone che all'interno, sulla prima pagina, riporta la scritta «onore al compagno Valerio Verbano caduto sulla strada che porta al comunismo». Il materiale risulta aggiornato fino al 1982. Si tratta di un lavoro molto pulito. Le singole schede, dei fogli A4, sono conservate in camice di plastica, le note sono dattilografate in modo ordinato, la data è impressa con un timbro. Gli aggiornamenti sono battuti con un'altra macchina, il che lascia pensare che vi abbiano lavorato più persone in tempi diversi. Nessun appunto è a mano. Un lavoro da professionisti. La sensazione è che si tratti di un archivio nel quale sono confluiti differenti dossier sui fascisti presenti sulla piazza romana, compreso quello meno ordinato che venne sequestrato a Verbano. Alcune schede contengono informazioni con la dicitura: «Tratto dal lavoro del compagno Valerio Verbano». Tono deferente che porta a ritenere questo lavoro successivo alla sua morte, messo in piedi per dare una risposta risolutiva all'attivismo aggressivo dei neofascisti romani. I due raccoglitori contengono dei sottofascicoli suddivisi per zone della Capitale: Roma Est, Sud, Nord, Colle oppio, Monteverde, Eur, Centro, Testaccio-Aventino, Paioli, piazza Muscolo, piazza Bologna, piazza Indipendenza. Nella rubrica un indice indica la presenza di Nomi (circa 900 con relative zone di provenienza), numeri di targa e proprietari corrispondenti, luoghi di ritrovo, storia e vita dei Nar, approfondimenti su piazza Tuscolo, aggiornamenti sul quartiere Trieste relativi al periodo tra il 1980-82. Per volere di Carla Verbano l'intero materiale è stato consegnato alla procura dal legale, Flavio Rossi Albertini, che nel frattempo si è visto rifiutare la richiesta di copia delle parti del dossier Verbano presenti nel fascicolo perché in questa fase sarebbero «ancora coperte da segreto istruttorio». Documenti che pure sono filtrati sul Corriere della sera e poi sulle nostre pagine. Questa mole di carte riemerse almeno su un punto cominciano a fare chiarezza: il dossier c'entra molto poco con la morte di Verbano. La dietrologia, le connessioni tra apparati e ambienti della criminalità non trovano conferme, se non su aspetti già ampiamente noti. I carabinieri poi seguono una ipotesi investigativa molto diversa dalla cortina fumogena di nomi e ambienti apparsi sui media nelle scorse settimane. La pista imboccata è quelle della vendetta legata alla morte di Cecchetti. Le loro indagini si concentrano attorno ad un gruppo di neofascisti che frequentavano un noto locale di Talenti. Ma c'è dell'altro l'inchiesta su Verbano rischia di essere è una sorta di matrioska, che al suo interno può riservare altri sviluppi d'indagine questa volta sul fronte opposto. Nell'area dell'antagonismo romano cominciano a farsi strada le prime perplessità. C'è chi comincia a prender coscienza che "l'antifascismo giustizialista" non porta da nessuna parte se non al rischio di nuovi arresti a distanza di oltre 30 anni sulla base di indizi labili di persone distanti anni luce da quelle vicende.

Paolo Persichetti

DO YOU REMEMBER IL 14 DICEMBRE A ROMA ? CONTINUANO I PROCESSI !

Il 12 aprile al Tribunale di Roma/2° sezione, si è svolta un’altra udienza del processo che vede imputati una parte dei giovani arrestati il 14 dicembre , 6 dei 23 - 3 genovesi e 3 romani, tra i romani Mario Miliucci - a sostegno degli inquisiti, presenti un drappello di compagni/e.
Per questo troncone la prossima udienza sarà il 29 settembre : mentre per altri 12 compagni/e, suddivisi in 2 sezioni , le udienze inizieranno il prossimo 6 giugno.
Le lotte non si processano , liberi/e tutti/e

12 aprile 2011

Aversa (Ce): suicida all’Opg internato di 58 anni;

È il secondo suicidio da inizio anno nella struttura. Si tratta di un romeno di 58 anni, internato da 8 anni nell’ospedale psichiatrico giudiziario. Si è tolto la vita impiccandosi nel bagno della cella. Antigone Campania: “Situazione di una gravità irreversibile”.
La lunga lista delle morti in cella si allunga ancora: Antigone Campania, rende noto, infatti, che la scorsa notte un romeno di 58 anni, internato da otto anni nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, si è tolto la vita impiccandosi nel bagno della cella.
Così sale a due, in quattro mesi, il numero dei suicidi avvenuti all’interno della struttura campana. Un dato che fa dire a Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce di Antigone Campania e componente dell’Osservatorio nazionale sulla detenzione, che “a fronte di una pubblica evidenza delle condizioni inumane e degradanti dei manicomi giudiziari e dei primi programmi di intervento, la situazione si mostra di una gravità irreversibile”.
Il referente di Antigone incalza: “Registriamo nell’Opg di Aversa, tra malattia e suicidi, un’impressionante sequenza di morti che è indispensabile arrestare”. Ancora una volta il problema principale risulta la piaga del sovraffollamento: a fronte di una capacità ufficiale di circa 180 posti, al momento sono presenti circa 300 internati. Per cercare di gestire nell’immediato la situazione, Antigone Campania chiede “all’amministrazione penitenziaria e all’Asl, con urgenza, l’attivazione di risorse, nell’attesa che si realizzi un rapido percorso di chiusura e dimissione, così come definito dalla Commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Ignazio Marino”.
In Italia ad oggi sono presenti sei opg: a Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Siviere, che dipendono dal ministero della Giustizia per la parte sulla sicurezza e dalle Asl per quanto attiene all’aspetto sanitario. “Si tratta di persone incapaci di intendere e di volere - ricorda Dell’Aquila -, autori di reato, che sono condannati ad una misura di sicurezza detentiva, prorogabile”.


fonte: Ansa

11 aprile 2011

Violenze al minorile di Lecce dietro la morte di Carlo Saturno

Se Carlo Saturno, il detenuto venirsene trovato morto in una cella d'isolamento del carcere di Bari il 30 marzo scorso, si è suicidato ce lo diranno abbastanza presto i risultati dall'autopsia. In ogni caso l'inchiesta aperta dalla procura non mette in discussione, per il momento, la dinamica ufficiale della morte. L'Attenzione degli inquirenti si è rivolta alle cause scatenanti, al movente che avrebbe provocato il gesto disperato. Il reato ipotizzato, infatti, è quello di "istigazione all'omicidio". Dietro la breve storia di Carlo Saturno s'intravede una lunga scia di violenze e pestaggi, di denunce lungamente inascoltate e rancori per aver poi testimoniato nel corso dell'inchiesta. Dietro questo tipo di tragedia ci sono spesso dei crimini burocratici, invisibili per definizione, ma pesanti quanto macigni. La storia di Carlo, per esempio, incrocia nomi importanti che hanno fatto le cronache di questo Paese, come quello di Rosario Priore, giudice istruttore che dalla seconda metà degli anni 70, fino a tutto il decennio 90 con l'inchiesta sull'aereo di linea Itavia abbattuto nei pressi di Musica da forze Nato, ha seguito le maggiori istruttorie sui fatti d'eversione, dal rapimento Moro alla colonna romana dell Br, fino all'attentato al Papa.
Carlo era rinchiuso nell'Istituto per minori di Lecce quando, dopo anni di fibrillazioni costanti, ripetuti periodi di grandi difficoltà nel trovare una dirigenza stabile con il continuo succedersi di nomine nei ruoli guida dell'Istituto, sia del direttore che del comandante della polizia penitenziaria, si arrivò finalmente a scoperchiare il marcio che avvelenava la vita di chi era rinchiuso o lavorava in quel posto. «Avevo raccolto la richiesta di aiuto da parte di un medico e di un assistente sociale in servizio presso il carcere. I due si sono rivolti alla mia segreteria e lamentavano di non avere trovato ascolto da nessun'altra parte. A quel punto ho inviato la denuncia alla procura di Lecce e una copia al dirigente della sezione penitenziaria del ministero della Giustizia», spiegò nel 2007 Alberto Maritati. A contattarlo era stato Roberto di Giorgia, medico del carcere minorile che denunciò le violenze e gli abusi. Eppure molto prima che Maritati raccogliesse le denunce, il dipartimento che si occupa della Giustizia minorile presso il ministero della Giustizia, aveva ricevuto numerosi esposti. Capo di questa struttura era proprio Rosario Priore che si distinse per aver ignorato la missiva del 29 giugno 2005, inviata dall'ex direttore dell'Ipm di Lecce, Francesco Pallara, nella quale si denunciavano almeno una dozzina di poliziotti penitenziari per le violenze e gli abusi praticati sui minori. Nomi finiti poi nell'inchiesta e nel processo ora in corso ma destinato a cadere in prescrizione prima della pronuncia finale della corte. Imputati di quegli orribili delitti sono Gianfranco Verri (ritenuto nell'inchiesta uno degli artefici materiali delle violenze, comandante della polizia penitenziaria del minorile, chiuso definitivamente dopo l'inchiesta, Giovanni Leuzzi, vice comandante, Ettore Delli Noci, Vincenzo Pulimeno, Alfredo De Matteis, Emanuele Croce, Antonio Giovanni Leo, Fernando Musca e Fabrizio Giorgi, agenti di polizia penitenziaria. Tutti incriminati per fatti avvenuti tra il 2003 e il 2005. Tra gli abusi contro i giovani c'era un sistema di punizione che Maritati racconta in questo modo: «i ragazzi venivano costretti dalle guardie a dormire nudi per diverse notti su brande senza materasso, in un sistema repressivo ideato dagli stessi responsabili del centro». Nel carcere regnava un clima di paura. Chi esprimeva dissenso o provava a ribellarsi venivano minacciato di trasferimento o di vessazioni. Alla fine i 20 ragazzi rinchiusi nel centro vennero trasferiti all'istituto di Fornelli di Bari. Carlo era tra questi ma ebbe il coraggio di costituirsi parte civile e testimoniare le violenze subite, i colpi violenti sul volto che gli provocarono la rottura del timpano. Un gesto che una volta rientrato in carcere per fatti nuovi a causa delle sue problematiche esistenziali, gli è costato caro. La procura sta indagando sulla presenza di eventuali pressioni esercitate nei suoi confronti affinché ritrattasse. Don Raffaele, cappellano del carcere di Lecce, segue da molto vicino questa vicenda anche se non ha conosciuto Carlo direttamente ma per il tramite dei giovani di un'associazione che fa volontariato negli istituti di pena. Proprio ieri insieme a questi giovani ha recuperato un video di 15 minuti girato nel minorile di Lecce nel quale appare anche Carlo. «Mi auguro - ci dice al telefono - che dal punto di vista dell'amministrazione penitenziaria ci sia la massima collaborazione per chiarire tutti i punti oscuri della vicenda». Don Raffaele lancia un appello: «Se ci sono dei detenuti che sanno qualcosa, lo dicano, e se ci sono dei poliziotti penitenziari che hanno visto, parlino, dicano quello che è successo perché la verità fa bene a tutti, anche quando fa male. Fa bene al detenuto e fa bene anche alla polizia penitenziaria. Mi auguro che non s ci siano chiusure di tipo corporativo soprattutto da parte dei sindacati di polizia penitenziaria».

Paolo Persichetti da Liberazione

10 aprile 2011

Carceri, meno misure alternative più affollamento

Oltre un milione e centomila galline ovaiole "prigioniere" in gabbie sovraffollate ben oltre i limiti di legge sono state sequestrate dai Nas durante una serie di controlli in allevamenti del centro nord, effettuati in vista delle festività pasquali. La presenza nelle gabbie era del 50% superiore al numero di animali consentito dalle attuali normative europee.
Una situazione analoga alla condizione di vera e propria calca che si vive nelle celle delle carceri italiane, dove le persone sono stipate l'una sull'altra. 67.615 presenze registrate alla data del 28 febbraio 2011 per una capienza che sulla carta raggiunge i 45.320 ma in realtà è inferiore.
Molti sono posti fantasma. Intere sezioni, pur disponibili, restano vuote con la conseguenza che la statistica diluisce l'affollamento reale. Il dato medio falsa le condizioni ben più drammatiche che si vivono nei maggiori istituti metropolitani e nelle prigioni del Sud, dove la presenza nelle "stanze di pernottamento" (ma dove si soggiorna 20-22 ore al giorno) raggiunge tranquillamente il doppio della capienza prevista. Insomma si sta peggio delle galline ovaiole tutelate dai Nas.
Se gli stessi criteri utilizzati per i pennuti dalle uova d'oro venissero applicati agli umani, le nostre carceri chiuderebbero. Questo è il primo dato che emerge dalla elaborazione delle ultime stime, rese note dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, realizzato da Ristretti orizzonti, la piattaforma multimediale di cultura e informazione dal carcere promossa da detenuti ed ex detenuti della casa di reclusione Due palazzi di Padova e sostenuta dall'associazione di volontariato "Granello di Senape Padova".
Si esce di meno e si entra di più
Altra conseguenza significativa registrata dalle cifre ufficiali è il fatto che una volta entrati in carcere non si esce, o meglio, si esce il più tardi possibile. Gli ergastolani, per esempio, restano in carcere ben oltre i 30 anni reali, che sommati ai giorni di liberazione anticipata (la buona condotta) spesso avvicinano i tetti di pena maturata a cifre da capogiro. La pena si sconta chiusi in cella fino all'ultimo giorno e chi quell'ultimo giorno non ce l'ha rischia di uscirne solo con i piedi in avanti. Il raffronto proposto tra il numero delle misure alternative applicate al 28 febbraio 2011 e quelle concesse prima che entrasse in vigore la cosiddetta legge Cirielli (251/2005 ), normativa che pone molte limitazioni alla loro applicazione nei confronti di condannati recidivi, non consente repliche.
Oggi sono in misura alternativa 16.018 persone, dei quali 8.604 in affidamento ai servizi sociali, 858 in semilibertà (tra loro gli stranieri sono soltanto 85), 6.556 in detenzione domiciliare (non quella speciale entrata a regime recentemente e utilizzabile da poche decine di persone), a cui vanno sommati i condannati a lavori di pubblica utilità (41 in tutta Italia), ammessi al lavoro esterno (423 persone). Altre 2.023 sono le persone sottoposte alla libertà vigilata e 104 alla libertà controllata.
Prima della Cirielli erano in misura alternativa: 48.195 persone nel 2003, 50.228 nel 2004 e 49.943 nel 2005. Le restrizioni della Cirielli hanno prodotto una riduzione di quasi 2/3 a fronte di un incremento della popolazione reclusa. A causa degli inasprimenti sulla recidiva e di altre norme in materia di sicurezza (tra cui l'estensione della fascia di reati ostativi o che vedono ritardata l'applicazione della Gozzini e delle misure alternative), l'esecuzione penale esterna è tornata ad essere quella dei primi anni 90, quando c'erano 20 mila detenuti in meno. 13mila persone in misura alternativa nel 1994, 15 mila l'anno successivo. L'industria della punizione gira a pieno regime.

Paolo Persichetti da Liberazione



La famiglia di Carlo Saturno non crede al suicidio in cella. Dagli abusi al minorile alla morte al Policlinico

«Non smetto mai di guardare la foto dove stiamo tutti insieme e mi viene da piangere perché ho tanta paura, non so quando vi posso riabbracciare, non so quando uscirò, non so niente e questo mi fa stare molto triste, non provo più un pizzico di felicità». L'ultima lettera di Carlo Saturno a una delle sorelle restituisce un'immagine che non coincide con la scarna versione ufficiale a proposito di un detenuto così spavaldo da essere spedito in isolamento dopo una «colluttazione in carcere con alcuni agenti». Un sovrintendente avrebbe una frattura alla mano. In quella lettera, Carlo confessava di essersi tagliato le vene per la pressione prepotente delle "guardie". Era il 18 marzo. Dieci giorni dopo finirà in isolamento, arrestato in carcere per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Quando il gip gli convalida la misura, Saturno è già in coma con le linee della vita piatte sugli schermi dei macchinari che lo tenevano in vita al Policlinico di Bari. Il 30 marzo lo hanno trovato appeso a un letto a castello di due metri, lui che era alto 1 e 72, impiccato con le lenzuola. Morirà il 7 aprile. La procura indaga contro ignoti per istigazione al suicidio e ha identificato i carcerieri di turno. I familiari non credono al suicidio ma dietro le sbarre ogni suicidio è un omicidio di Stato. E qui i misteri ci sono e un medico legale sarà incaricato stamattina dell'autopsia. E' lo stesso che aveva detto che i segni sul collo di Saturno, 22 anni, erano compatibili sia con le lenzuola sia con un eventuale strangolamento. Carlo si sarebbe impiccato all'ora del passeggio ma l'addetto alla conta non si sarebbe accorto della sua assenza. C'è da capire anche la tempistica dei soccorsi.
Il portavoce della famiglia è un cugino che abita a Ceglie del Campo ed è lui che racconta di sette fratelli, tre dei quali ancora minorenni e sparsi in affidamento, di un padre morto di cancro a 39 anni nel 2002 e una madre a cui stata sottratta la potestà sui figli. .
La biografia del 22enne, per la prima volta in carcere a 14 anni, sembra un trattato su un «sistema che fallisce ogni giorno», come spiega a Liberazione, Mariapia Scarciglia di Antigone. Al minorile di Lecce, Carlo è incappato in una "banda" di nove guardie che, secondo l'accusa di un pm, terrorizzava i piccoli detenuti ma pure il personale che non fosse stato d'accordo con certi metodi. Tra le parti civili ci sono anche l'ex direttore, un medico, un'educatrice e una poliziotta. Al processo, Carlo era stato quello con più coraggio. «E aveva ricordato di quando uno schiaffo gli ruppe il timpano. Al mattino il cuscino era pieno di sangue ma non lo vollero mandare in infermeria. A volte era costretto a dormire nudo in isolamento, sena nemmeno un materasso», dice Nazareno Dinoi, direttore del quotidiano La voce di Manduria, la cittadina in cui è cresciuto Saturno. Processo rinviato a giugno 2012 ma solo per prendere atto della prescrizione avvenuta. Che Carlo «era sempre in guerra con le guardie», - lo ricorda anche suo cugino: «il giorno prima di essere trovato in fin di vita, aveva avuto una discussione con un poliziotto penitenziario perchè, ci dicono, rifiutava di essere trasferito in un altro padiglione del carcere di Bari». Ma sarebbe stato picchiato anche nel carcere di Taranto, davanti all'avvocato d'ufficio che lo difendeva, Antonio Liagi. Così rivelava ieri un giornale barese on line. Era stato arrestato nel corso di un blitz il 10 febbraio 2009 e il 3 marzo dell'anno appresso la sua legale di fiducia, Tania Rizzo, aveva richiesto la modalità protetta.
Da Lecce, però, era come se in ogni prigione ci fosse qualcuno ad aspettare Carlo, preceduto dalla sua fama di parte civile.
Il resto è puro copione: il Sappe, sindacato degli agenti di custodia si dice «frastornato dal clamore mediatico» che «con un abile regia» avrebbe ribaltato i ruoli tra vittime e carnefici. Il Governatore di tutte le Puglie (dove la sanità penitenziaria non è mai decollata), puntualissimo, ha incontrato i familiari di Saturno per le condoglianze, ha recitato dei versi ai giornalisti sull'«ordinario e diffuso Medioevo che forse per esorcizzare la pena del vivere non sfugge agli smottamenti verso la pena delle pene: la privazione della dignità e della speranza». E ha promesso che nelle prossime settimane nominerà il Garante che i detenuti aspettano dal 2006.

Checchino Antonini da Liberazione

8 aprile 2011

ALFA di ARESE: poliziotti picchiano gli operai

Giustizia: "caso Papini", una vicenda esemplare di giustizia dell’emergenza

Conferenza stampa a Montecitorio. I legali denunciano: "Quello di Papini è stato un processo ai sentimenti. Quando venne arrestato, la Digos di Bologna sapeva già da un anno, grazie alle intercettazioni telefoniche, che andava in carcere a trovare la Blefari con l’accordo della direzione dell’istituto di pena per tentare di impedire i suoi propositi suicidari dichiarati in una lettera. L’inchiesta è stata una montatura". Dopo l’assoluzione crolla il teorema accusatorio messo in piedi dai pm bolognesi che hanno pilotato da lontano anche l’inchiesta romana e il processo. I magistrati dovrebbero archiviare la sua posizione nell’inchiesta sull’attentato a Marco Biagi, ma sotto le due torri esiste una delle peggiori procure d’Italia.
Chissà cosa avrebbe pensato il marziano di Flaiano se fosse atterrato ieri mattina davanti a Montecitorio? Mentre i post-girotondini del popolo viola presidiavano la piazza per protestare contro il modo in cui il governo e la sua maggioranza parlamentare affrontano i temi della giustizia, srotolando un tricolore lungo circa 60 metri per dare inizio alla giornata della democrazia accanto a molte bandiere dell’Italia dei valori, FdS e Sel, dentro la Camera si teneva una conferenza stampa quasi deserta sul caso di Massimo Papini: uno degli esempi drammaticamente più concreti di come si esercita la giustizia in Italia. 17 mesi e 23 giorni di carcere duro in custodia preventiva, quando andava bene in regime di alta sicurezza nel braccio speciale di Siano, in Calabria, dove sono rinchiusi una parte dei detenuti politici di sinistra; altrimenti in regime di totale isolamento, peggio del 41 bis, quando durante i lunghi mesi del processo era appog giato al piano terra del reparto G12 di Rebibbia. Sempre solo in un cubicolo, senza diritto alla socialità con altri detenuti, e con le ore d’aria (per così dire) da passare in un rettangolo di cemento di pochi metri quadrati circondato da alte mura e con il cielo coperto da una grossa griglia metallica. Tutto questo per un’accusa senza fondamento: aver fatto parte delle cosiddette “nuove brigate rosse”, solo perché non aveva rinunciato ad assistere la sua ex fidanzata, Diana Blefari Melazzi, precipitata dopo l’arresto nel labirinto della sofferenza psichiatrica. Strada senza ritorno sfociata nel suicidio, poche settimane dopo l’arresto di Massimo, il 31 ottobre 2009. Una morte quasi indotta da una persecutoria volontà di sfruttare la sua malattia come una opportunità per le indagini. "Assolto per non aver commesso il fatto" hanno stabilito lo scorso 23 marzo i giudici della prima corte d’assise di Roma, ribadendo che la solidarietà, anche per chi è stato dichiarato colpevole, non è reato. Un caso "paradigmatico" hanno spiegato i suo legali, Caterina Calia e Francesco Romeo presenti alla conferenza stampa insieme a Gianluca Peciola, consigliere provinciale Sel e alla deputata radicale (lista Pd) Rita Bernardini, che ha seguito il caso, incontrato più volte Papini in carcere e portato radio radicale a registrare le udienze del processo. Attenzione mediatica che ha infastidito molto la pubblica accusa. Tra i banchi solo qualche sparuto giornalista e gli amici di Massimo, animatori del comitato che l’ha sostenuto nei suoi 17 mesi di detenzione.
La piazza era piena ma la sala era vuota. Eppure si parla tanto di giustizia al punto che – direbbero i sociologi – questo tema è divenuto il maggiore repertorio di mobilitazione dell’azione politica. Fa scorrere fiumi d’inchiostro, riempie tg e salotti televisivi, ma quando ci si trova di fronte a casi concreti l’interesse svanisce. Davvero una strana idea di giustizia: la destra che grida alle toghe rosse e vede complotti delle procure ovunque si allinea subito dietro l’azione repressiva della magistratura, quando questa si riversa contro soggetti estranei al mondo imprenditoriale, alle classi possidenti; la sinistra, che inneggia alla costituzione e si erge a paladina delle legalità, perde vista, udito e parola di fronte agli abusi, per non parlare del carattere sistemico delle pratiche inquisitorie condotte dalla magistratura inquirente, grazie anche ad una legislazione speciale che gli offre mano libera. Insomma ci si agita molto per non fare nulla. L’arena giudiziaria appare solo il luogo dove si è trasferito lo scontro politico. Alla fine, della giustizia, della giustizia giusta, delle garanzie, non interessa a nessuno. Vince solo la demagogia penale: in galera tutti meno quelli che ci mandano gli altri. E così vicende come quelle di Papini restano sullo sfondo, ignorate. Nessuno chiederà conto alla procura di Bologna che – è già accaduto in altri casi – ha pilotato da lontano l’arresto di Papini e il processo, occultando prove a discarico dell’imputato, come ha denunciato l’avvocato Romeo. Nessuno vorrà sapere perché i testi citati dalla difesa sono stati inchiestati durante il processo, al punto da dover temere che l’azione difensiva fosse diventata un delitto. Il marziano di Flaiano non ha esitato, ha ripreso il volo disgustato.
 
Paolo Persichetti

Varese: Si è aperto il processo per il “caso Uva e c’è un nuovo imputato

Il processo per la morte di Giuseppe Uva si è aperto ieri, a poco meno di tre anni da quella notte maledetta, ma la notizia è un’altra: perché la procura chiama ora a risponderne per colpa professionale anche un altro medico, il terzo, dopo lo psichiatra Carlo Fraticelli, (contro il quale è intestato il processo), e Matteo Catenazzi (medico operante in pronto soccorso, sul cui non luogo a procedere pronunciato in sede di udienza preliminare pendono ricorsi per cassazione da parte della stessa procura varesina, della procura generale e delle parti civili).
È la dottoressa Enrica Finazzi, psichiatra, già interrogata dai pm Agostino Abate e Sara Arduini, per la quale è stata formulata formale imputazione per cooperazione colposa nella morte di Giuseppe Uva con gli altri due medici dell’ospedale di Circolo che gli somministrarono dosi massicce di calmanti nonostante fosse in stato di alterazione alcolica. L’interazione di quei farmaci con l’alcol, secondo la procura, è la causa che ha condotto alla morte dell’artigiano varesino. avvenuta il 14 giugno 2008.
La notizia non è propriamente un colpo di scena, perché già il giudice per l’udienza preliminare Cristina Marzagalli aveva individuato la presenza di un referto redatto da un terzo medico. Il professionista era stato convocato in procura ancora a gennaio, ed ora i pm Abate e Arduini hanno chiuso le indagini, chiedendone appunto il rinvio a giudizio.
Peraltro, proprio il referto a firma della dottoressa Finazzi, medico specialista, che indicava come necessaria la somministrazione a Uva di farmaci antipsicotici (Talofen e Farganasse IM), è la ragione principale per la quale il dottor Catenazzi (difeso dagli avvocati Gianfranco Orelli e Andrea Orelli), era stato prosciolto: proprio perché quest’ultimo aveva chiesto il consulto dello specialista.
Presieduto dal giudice Orazio Muscato, ieri si è dunque aperto il processo contro lo psichiatra comasco Carlo Fraticelli, contumace, difeso dall’avvocato Renato Piccinelli. Udienza riservata alla formazione del fascicolo (il dibattimento si apre il 30 aprile), con richiesta di ammissioni prove e testi avanzate dalle parti. Si è conclusa quattro ore dopo con la riserva da parte del giudice sull’istanza più importante: una nuova perizia per determinare la causa della morte di Giuseppe Uva, se necessario con la riesumazione del cadavere, come chiesto dagli avvocati di parti civili Fabio Anselmo e Alessandra Pisa.
Sono stati ammessi, su richiesta del pm Abate, la cartelle clinica, tre file audio delle chiamate alle centrali operative di 112, 113 e 118, e 26 fotografie dell’esame autoptico. Ammessi, su richiesta dell’avvocato Piccinelli, il documento che le procedure per la contenzione fisica in ospedale, oltre a due consulenti di parte: con il loro ingresso nel processo sale a 10 il numero di periti. Anche in virtù di questa considerazione, il giudice non se l’è sentita di disporre una nuova perizia (contro la quale, oltre al pm si era espresso anche l’avvocato di Fraticelli). La posizione dei parenti di Uva, che adombrano responsabilità terze, in particolare per quanto avvenuto durante il periodo trascorso da Uva al comando provinciale dei carabinieri di via Saffi, è nota, ed ha contribuito a creare il “caso Uva”. Peraltro, prima dell’avvocato ferrarese Anselmo, noto per la vicenda Aldovrandi, si erano rivolti, in successione, ad altri due legali varesini che, con un propri periti, erano addivenuti alle stesse conclusioni della procura.

fonte: La Provincia

Carceri: Carlo Saturno muore dopo 7 giorni di coma; si indaga per istigazione al suicidio. Per la sorella Carlo è stato ucciso in carcere

Si indaga per istigazione al suicidio, per la morte avvenuta questa mattina di Carlo Saturno, il giovane detenuto del carcere di Bari trovato dalla polizia penitenziaria con un cappio al collo fatto con un lenzuolo.
Secondo le indagini del pm Isabella Ginefra e dell’aggiunto Pasquale Drago, il giovane potrebbe essere stato indotto al suicidio da persone che al momento risultano ignote. Il fascicolo della Procura, infatti, è passato da modello 45, indagine conoscitiva, a modello 44, ossia contro persone da identificare.
“I segni sul collo sono esclusivamente compatibili con il lenzuolo - tiene a precisare il medico legale Francesco Introna, smentendo categoricamente la notizia di stampa diffusa questa mattina da un quotidiano. Hanno scritto falsità, non ho mai sollevato dubbi su come sia avvenuto il soffocamento e comunque non ho avuto alcun mandato formale né ho depositato alcuna perizia”.
Dunque sarebbe confermato, per il momento, che Saturno si sia suicidato, ma su istigazione di qualcuno. Ma di chi? Senza muovere accuse, sembra che alcune ombre si siano estese su alcuni agenti della polizia penitenziaria di Bari. Secondo la Procura, prima del suicidio il giovane sarebbe stato picchiato da alcuni agenti. I motivi non sono ben chiari, anche se si ipotizza che possano essere sorti contrasti quando fu deciso il trasferimento di cella di Saturno. In quell’occasione, fu disposto il trasferimento nella cella di isolamento.
Agli atti, poi, risultano alcuni trascorsi sempre con la polizia penitenziaria. Quando Saturno era rinchiuso nel carcere minorile di Lecce, sarebbe stato picchiato da alcuni agenti della penitenziaria. Per quell’aggressione è ancora in corso un processo per lesioni, contro nove agenti del carcere di Lecce. Al momento, dunque, la Procura vuole accertare se dietro il suicidio del giovane, ci siano state pressioni da parte di alcuni agenti della polizia penitenziaria.
Perquisizioni sono in corso nel carcere di Bari da parte della polizia giudiziaria su disposizione della Procura,  La polizia giudiziaria sta acquisendo fascicoli e documentazione utili a ricostruire i giorni precedenti a quello che sembra essere un suicidio. Dopo la morte, avvenuta questa mattina nel reparto di rianimazione del Policlinico di Bari, la Procura ha modificato l'iscrizione del fascicolo d’inchiesta che fino a ieri era a "modello 45", cioè senza indagati nè ipotesi di reato. L'aggiunto Pasquale Drago e il sostituto Isabella Ginefra, ai quali è affidata l’inchiesta, indagano ora per istigazione al suicidio contro ignoti. E’ stata disposta l’autopsia e nelle prossime ore sarà affidato l’incarico ad un medico legale.
Le indagini finora compiute dalla procura di Bari non avrebbero accertato alcun segno recente di lesioni provocate da terzi sul corpo di Carlo Saturno. Lo si apprende da fonti giudiziarie. Sul corpo del giovane sarebbero state invece trovate vecchie ferite, probabilmente procurate da terzi negli anni scorsi. Per questo motivo, fino a stamani il fascicolo d’indagine, affidato ai pm Pasquale Drago e Isabella Ginefra, era iscritto a "modello 45", cioè senza ipotesi di reato e senza indagati. Con la morte del giovane, avvenuta poco fa, i magistrati inquirenti potrebbero rivedere, per motivi procedurali, la loro impostazione di lavoro in vista dell’autopsia che probabilmente decideranno di disporre e di affidare al medico legale dell’università di Bari, Francesco Introna. Questi nei giorni scorsi, su richiesta dei pm, ha visitato Saturno in rianimazione.
“L’autopsia faccia luce, senza lasciare dubbi, sulle reali cause della morte di Carlo Saturno e su ciò che è accaduto nei suoi ultimi giorni di vita”. Lo chiede Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri, dopo la morte del giovane detenuto del carcere di Bari.
“L’inchiesta interna disposta dal Dap faccia anche chiarezza sul perché - aggiunge - il ragazzo fosse stato posto in isolamento e se ciò fosse legittimò. ‘È inoltre da verificare se fossero state adottate misure di sostegno - prosegue Gonnella - per una persona che aveva manifestato paura e depressione”. Il presidente di Antigone annuncia, infine, che il caso di Carlo Saturno sarà segnalato alle autorità sovranazionali e che “sulla vicenda del processo alle guardie penitenziarie, in cui il giovane era parte lesa, rinviato a dopo la prescrizione dei reati, è pronto un esposto al Csm”.
I familiari si sono affidati a un legale. “Carlo stava pagando per i suoi errori, non meritava quella fine”. “Vogliamo la verità, vogliamo scoprire chi ce l’ha ammazzato, vogliamo soltanto la verità”. Grida e piange Anna Saturno, la sorella di Carlo, il detenuto 22enne che lo scorso 30 marzo, è stato trovato impiccato nella sua cella nel carcere di Bari.
È appena uscita al reparto di Rianimazione del Policlinico di Bari dove il giovane è ricoverato da una settimana con l’elettroencefalogramma piatto.

Che cosa pensa sia accaduto a suo fratello?
“È quello che vogliamo sapere. Vogliamo sapere cosa è successo in quella cella, è meglio che chi sa parli altrimenti andrà a finire molto male”.

Lei non si è fatta un’idea? Suo fratello le aveva mai raccontato qualcosa di strano?
“Carlo mi diceva sempre di andarlo a trovare, mi diceva che mi voleva bene, lo avevo sentito pochi giorni prima, stavo rispondendo alla sua lettera quando ho avuto la notizia giovedì scorso. Mio fratello non era pazzo, era solo un ragazzo che aveva preso una strada sbagliata ma stava pagando per i suoi errori. Mio fratello non si è suicidato ma è stato ammazzato”.

È stato trovato impiccato nella cella. Perché dice che è stato ammazzato?
“Lo hanno fatto morire. Sono degli assassini, si devono vergognare, non devono più uscire di casa. Quelli trattano i detenuti solo come delinquenti quando potrebbero essere i propri figli”.

Chi sono quelli? Gli agenti di polizia penitenziaria?
“Sì”.

Crede che lo picchiassero in carcere?
“Sicuramente, anche se lui mi diceva di stare tranquilla. Come accadeva a Lecce. Ora voglio sapere la verità. Voglio sapere di chi è la colpa. Voglio sapere perché al posto di educare, dato che a questo dovrebbe servire il carcere, facevano altro. Bisogna invece perdonare e rieducare. Se solo fossero stati loro figli”.

Ora che pensate di fare?
“Vogliamo andare fino in fondo. Mio fratello non era un assassino, aveva solo sbagliato, ma stava scontando la sua pena e io adesso lo voglio vicino a me, voglio abbracciarlo, non lo voglio nella tomba, non voglio un fratello sotto terra. Ora sto pregando, ma i medici non ci hanno dato buone notizie. A questo punto non ci rimane altro che la verità. La verità e la giustizia”.

L’ultima lettera: ho tanta paura, statemi vicino
“Non smetto mai di guardare la foto dove stiamo tutti insieme e mi viene da piangere perché ho tanta paura, non so quando vi posso riabbracciare, non so quando uscirò, non so niente e questo mi fa stare molto triste, non provo più un pizzico di felicità”.
È datata 18 marzo l’ultima lettera che Carlo Saturno ha scritto dal carcere alla sorella Anna. Il giovane fa riferimento su quel pezzo di carta anche a un altro recente tentativo di suicidio. “Cara sorellina mi dispiace di averti fatto piangere, vedi che non mi sono tagliato tutto ma è stato un momento di crisi che sto passando tuttora”. Il 22enne aveva infatti provato a tagliarsi le vene ma non ci era riuscito.
“Ti aspetto tanto, quando vieni? Scrivimi presto per favore, statemi vicino. Vieni presto per favore perché voglio vederti”. Così si concludono le poche righe scritte dal giovane di Manduria alla sorella che adesso vive a Pulsano a pochi chilometri da Taranto. Dopo dodici giorni, il tentativo di suicidio.

7 aprile 2011

Processo Mastrogiovanni: imputati sei medici e dodici infermieri

Presso il Palazzo di Giustizia di Vallo della Lucania (Sa), con la presenza della Presidente del Tribunale, D.ssa Elisabetta Garzo, è ripreso il processo che vede imputati sei medici e dodici infermieri per la morte di Francesco Mastrogiovanni avvenuta durante la notte del 4 agosto 2009 presso il reparto di psichiatria dell'Ospedale civile di Vallo della Lucania. Secondo le risultanze dell'esame autoptico effettuato dal medico legale Dr. Adamo Maiese e dallo psichiatra Dr. Giuseppe Ortano, Francesco è morto per edema polmonare causato da circa quattro giorni di contenzione videoripresa dal circuito intermo di videosorveglianza del reparto.
Numerose persone hanno assistito all'udienza; oltre a parenti ed amici, sono stati presenti membri del Comitato del posto e anche provenienti da altre parti d'Italia.
Prima i legali delle parti civili e poi i difensori degli imputati hanno presentato le rispettive liste testimoniali. Non sono mancati momenti di tensione quando l'Avv. Caterina Mastrogiovanni - legale dei familiari di Francesco - ha definito "elenchi telefonici" le liste testimoniali presentate dagli avvocati degli imputati per via dell'indicazione di centinaia di persone come testi a favore di alcuni imputati (ovviamente a puro scopo dilatorio).
Circa il video che è stato determinante per il rinvio a giudizio dei medici e degli infermieri del reparto, le posizioni processuali prospettate, oltre a vedere una netta divergenza tra l'accusa (che ne chiede l'ingresso nel processo) e la difesa che invece ne invoca l'esclusione, anche tra gli stessi difensori degli imputati non vi è stata una convergenza di vedute in quanto alcuni avvocati hanno consegnato al giudice dei CD- ROM con fotogrammi ritenuti favorevoli ai loro assistiti.
L'avv. Valentina Restaino - che rappresenta una delle associazioni che si sono costituite parti civili (UNASAM) - ha chiesto al Presidente di disporre l'ingresso di tutto il video nel processo e non solo di parte dello stesso perché soltanto con la visione di tutto il video in udienza il processo può assolvere alla sua funzione che è quella di accertare la verità.
Nel processo l'ASL di Salerno è presente nella duplice veste di parte civile contro gli imputati e di responsabile civile chiamata in giudizio dai familiari della vittima.
Per Sabatino Catapano - artista salernitano presente all'udienza - alle prossime udienze bisogna far partecipare un pubblico sempre più numeroso perché in Italia in questi ultimi anni ci sono state troppe vittime presso le strutture psichiatriche e che il processo che si svolge a Vallo della Lucania è molto importante perché in futuro non succedano più casi del genere.
I membri del "Comitato verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni"- presieduto dal prof. Giuseppe Tarallo - annunciano che, nei prossimi giorni, daranno luogo ad iniziative pubbliche per sensibilizzare l'opinione pubblica perché ritengono che i fatti che hanno portato alla morte di Francesco abbiano una rilevanza che trascende il caso singolo.

La prossima udienza avrà luogo il 19 aprile p.v. alle ore 14,00.

Per il Comitato
Prof. Giuseppe Tarallo


Bologna: Cinque compagni arrestati, 60 perquisizioni in diverse città

Oltre trecento uomini impegnati in sedici città, dall'Emilia alla Puglia e alla Campania, in una operazione anti-terrorismo, partita da Bologna, che ha nel mirino militanti anarco-insurrezionalisti. La polizia del capoluogo emiliano ha condotto dalle prime ore del giorno sessanta perquisizioni nei confronti di esponenti dell'ala insurrezionalista del movimento anarchico. I provvedimenti sono eseguiti nell'ambito di un'inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Bologna, svolta dalla Digos del capoluogo felsineo e dalla direzione centrale della Polizia di Prevenzione (Ucigos).
Nel mirino i frequentatori del circolo bolognese "Fuoriluogo", che è stato oggetto di sequestro penale. La Digos ha eseguito 12 misure cautelari disposte dal Gip del capoluogo: si tratta di cinque arresti e sette misure di obbligo o divieto di dimora, per episodi di eversione, danneggiamenti, incendi e altri reati.
Gli arrestati: Stefania Carolei, bolognese, 55 anni; Annamaria Pistolesi, bolognese, 36 anni; Martino Trevisan e Robert Ferro, 25enni e originari dell'Alto Adige, il primo di Bressanone e il secondo di Bolzano; Roman Nicusor, 31 anni, romeno. Obbligo di dimora nel Comune di appartenenza per Sirio Manfrini (26 anni, di Rovereto), Roberto Nadalini (modenese 32enne), Maddalena Calore (24 anni, Padova), Francesco Magnani (24 anni, Ferrara). Divieto di accesso nel Comune di Bologna per Stella Paola Molina (25 anni, trentina), Giuseppe Valerio Caprioli (27 anni, potentino), Simone Ballerini (21 anni, di Bologna).
Gli indagati sono accusati di appartenere ad una associazione per delinquere aggravata dalla finalità eversiva, diretta al compimento di azioni delittuose di natura violenta contro persone e cose, realizzate a Bologna.
Operazioni in 16 città. Sono oltre 300 gli uomini della Polizia di Stato impiegati nell’operazione. I provvedimenti vengono eseguiti, oltre che a Bologna, anche nelle città di Ferrara, Modena, Roma, Padova, Trento, Reggio Calabria, Ancona, Torino, Lecce, Napoli, Trieste, Genova, Teramo, Forlì, Ravenna e Milano: questo perché il gruppo bolognese aveva contatti con altre realtà tramite una rivista clandestina, “Invece”. 

5 aprile 2011

I “buoni” vogliono rubarci l’acqua

Spesso i cattivi sono più onesti dei buoni, per questo molti detenuti sostengono il Forum italiano dei movimenti per l’acqua.
Ci siamo anche noi!
Siamo i “cattivi”, che non perdono la speranza di essere migliori dei “buoni” e che vogliono ancora fare parte del mondo, della società e della vita.
Molti di noi hanno perso la libertà, alcuni per sempre, ma non la forza per lottare per i propri diritti e l’acqua per tutti è uno dei principali diritti dell’uomo.
Anche i detenuti di tutte le carceri d’Italia sono contro la legge che prevede l’affidamento del servizio idrico pubblico a società di capitali.
L’acqua non è una merce e siamo contrari che un bene prezioso come l’acqua possa essere gestito attraverso meccanismi di mercato.
Per evitare che la prossima volta i “buoni” tentino pure di privatizzare anche l’aria che respiriamo, molti detenuti si mobiliteranno tramite i loro parenti e amici per appoggiare il referendum per la sospensione della legge Ronchi, per impedire il processo in corso di privatizzazione dell’acqua.
In attesa dello svolgimento del referendum, i detenuti si mobiliteranno nelle carceri per raccogliere firme per sostenere e appoggiare l’iniziativa di sottrarre il servizio idrico alle regole del mercato e della concorrenza.

I detenuti e gli ergastolani di Spoleto.

4 aprile 2011

Roma: agenti di polizia contro le t-shirt di Emergency e bandiere della pace

Emergency presenterà nelle prossime ore un esposto alla procura della Repubblica di Roma. L'organizzazione non governativa fondata da Gino Strada ha ricevuto diverse segnalazioni dopo la manifestazione del due aprile contro la guerra. Diversi partecipanti sono stati fermati per le vie della capitale, in prossimità di luoghi 'istituzionali' e obbligati dalle forze di polizia a cambiare percorso per gli indumenti che indossavano: magliette di Emergency che ricordano il testo dell'articolo 11 della Costituzione e bandiere della pace.
Una prima testimonianza, pubblicata da Repubblica domenica, è di una signora che racconta di essere stata fermata da un agente di pubblica sicurezza mentre usciva dal pacifico presidio contro la guerra che si è tenuto a piazza Navona, portando sulle spalle una bandiera della pace. L'agente le ha detto "Signora, di qui non può uscire con quella bandiera sulle spalle".
Un altro caso, raccolto dall'organizzazione umanitaria, si è verificato davanti a Palazzo Madama, verso le 14.30: alcuni volontari di Emergency stavano attraversando la piazza per raggiungere la mostra di Tiziano Terzani a Palazzo Incontro, insieme a molti altri passanti e turisti. Anche qui i volontari indossavano magliette di Emergency e magliette con l'Articolo 11 della Costituzione Italiana. Sono stati fermati da alcuni agenti di pubblica sicurezza che hanno detto loro "Con quell'abbigliamento da manifestazione non potete passare di qui, dovete fare il giro della piazza" e ancora "Con quelle magliette non ci si può fermare davanti a Palazzo Madama".
Sempre sabato, intorno alle alle 18.00: altri volontari di Emergency, rientrando da piazza Navona e dirigendosi verso la stazione Termini, stavano camminando davanti a Palazzo Grazioli. L'area era chiusa al traffico, mentre i pedoni potevano passare. I cinque volontari, che indossavano magliette di Emergency, sono stati fermati da agenti di pubblica sicurezza, in mezzo alla fiumana dei passanti, ed è stato loro impedito di attraversare il varco pedonale. Gli agenti hanno detto loro: "Con questo abbigliamento da manifestazione, voi dovete passare sul marciapiede opposto".
Il divieto per la E di Emergency è avvenuto anche prima della manifestazione, secondo questa terstimonianza che arriva da Pisa: "Arrivando a piedi da piazza Barberini quando eravano su via del corso abbiamo girato in piazza Colonna passando davanti Palazzo Chigi, dopo che erano passati i primi del gruppo due bambine di 14 anni che avevano la E di Emergency disegnata sulla guancia sono state fermate da un poliziotto che ha detto che non potevano passare da quella parte perchè erano "manifestanti", tutti quindi abbiamo fatto il giro passando dall'altraparte della piazza".
Chi ha dato un ordine che violenta la libertà di espressione e le libertà personali riconosciute dalla Costituzione?

Notizie Correlate