1 febbraio 2011

Morire di carcere: Per i consulenti del pm Simone La Penna non ebbe le cure necessarie

Simone La Penna, il detenuto di 32 anni morto il 26 novembre del 2009 nel carcere di Regina Coeli dove scontava una pena detentiva per droga, era in precarie condizioni di salute, tanto che avrebbe dovuto essere trasferito in una struttura sanitaria. Inoltre non gli sarebbero state prestate le cure necessarie. E' quanto hanno rilevato i consulenti del pubblico ministero Eugenio Albamonte che per la morte del detenuto, avvenuta per crisi cardiaca, sono indagati a Roma 7 tra medici e infermieri della struttura sanitaria del carcere.
Sulla base di quanto accertato dai consulenti il pm dovra' ora rivedere la posizione degli indagati. Per quanto riguarda l'inchiesta Albamonte chiedera' una proroga e prossimamente potrebbe ascoltare la convivente di La Penna che ha chiesto di poter fornire elementi utili per le indagini.

fonte:Adnkronos

Napoli: Agenti in assetto antisommossa sgomberano lo ZERO81 ed il FANON

Le forze dell'ordine hanno sgomberato (video) (foto) i due spazi occupati dagli studenti in L.go Banchi Nuovi, dopo anni di abbandono strutturale. Unoi dei due era la mensa dell'università orientale, ferma dal 2005 ed inutilizzata oramai: questo ha comportato che la polizia in assetto celere è entrata dalle porte di emergenza sin dentro il cortile del palazzo giusso, sede centrale dell'ateneo. Erano anni che nopn si vedeva un cordone di polizia in assetto antisommossa schierato all'interno degli spazi di un'università pubblica. Tutto ciò col placet della Rettrice LIDIA VIGANONI che anzi sembra aver sollecitato lo sgombero, non gradendo che gli studenti rianimassero uno spazio chje evidentemente preferiva vuoto per destinarlo a non ben definiti interessi...
Oggi, alle 17.00, era prevista la prima Assemblea pubblica di ZERO81.
E' diventata un'assemblea pubblica in palazzo Giusso contro gli sgomberi degli spazi occupati dal movimento degli studenti, Z.E.R.O81 e Fanon, dopo le cariche fin dentro l'Università e i lacrimogeni ad altezza uomo fin dentro le Aule Studio!
In un momento sociale e politico come questo, dopo quello che ha significato il movimento studentesco nel mese di di...cembre, gli avvenimenti del 31 gennaio non sono solo una "questione dell'Orientale", ne solo degli "studenti in movimento"! - Diffondiamo! Partecipiamo!

A seguire il comunicato stampa che ricostruisce gli avvenimenti dello sgombero

Comunicato Stampa

Quello che è successo oggi è davvero molto grave! Questa mattina la celere in assetto antisommossa ha sgomberato con la forza due spazi entrambi abbandonati da diversi anni e occupati nelle scorse settimane dagli studenti in mobilitazione come luoghi di (auto)rganizzazione del movimento studentesco!
Celere e carabinieri per procedere allo sgombero hanno fatto irruzione anche nella stessa Università Orientale in palazzo Giusso (uno dei due spazi infatti, la ex-mensa, è ad esso adiacente ed è di proprietà dell'università stessa pur essendo stato dismesso e abbandonato dall'Istituzione da anni): la rettrice Viganoni si è assunta quindi la responsabilità non solo di determinare lo sgombero, ma anche di acconsentire all'ingresso della celere negli spazi universitari che, per quanto riguarda l'Orientale, non avveniva da oltre trent'anni!!
E questo di fronte a un movimento di studenti che solo il mese scorso ha riempito le piazze di Napoli e di tutto il paese per difendere l'università pubblica che il governo vuole smantellare. Contro una riforma che gli stessi Rettori prima dicevano di contestare seppur in maniera assolutamente timida ed ipocrita.
Così per protestare contro questo doppio sopruso dello sgombero e dell'irruzione della celere nell'Università, nel pomeriggio si è autoconvocata un assemblea con due-trecento studenti che sono poi partiti in corteo improvvisato e spontaneo per il centro storico. Arrivati alla fine fuori gli spazi sgomberati, tra loro limitrofi, abbiamo cercato di rientrare ma la celere lo ha impedito, prima con un'iniziale respingimento del corteo e poi chiudendosi dentro questi stessi spazi (!!) e convocando un plotone di celere molto piu numeroso che ha caricato! A quel punto bloccare le strade era l'unico modo per impedire che l'avanzata dei reparti antisommossa facesse una mattanza nei vicoli!
Ciononostante lacrimogeni al gas Cs (vietati dalla convenzione di ginevra e usati per l'ordine pubblico solo in Italia.. ne abbiamo raccolto vari bossoli che sono a disposizione) sono stati sparati fin dentro palazzo Giusso dove molti studenti si erano rifugiati, violandolo quindi per la seconda volta, con i colpi che hanno sfondato le vetrate delle librerie delle aule studio (vedi foto!!!) mentre il gas rendeva l'aria irrespirabile!!
Solo a quel punto, poichè gli studenti resistevano nella "loro" Università, la polizia si è finalmente ritirata!
Per martedi abbiamo convocato un'assemblea pubblica alle ore 17.00 in palazzo Giusso cui invitiamo tutti a partecipare.
I due spazi sgomberati si chiamano Frantz Fanon, per quello che è uno dei principali intellettuali anti-coloniali che si studiano nella nostra Università, e ZERO81 per ricordare a tutti che siamo una generazione a cui stanno completamente rubando il futuro!
La vicenda di oggi ci dimostra l'assoluta incapacità di dialogo delle istituzioni di questa città (a partire in questo caso dai vertici dell' Università Orientale), mentre la Questura conferma la sua linea punitiva e repressiva, proprio mentre in tutta l'Europa e nel Mediterraneo i giovani precari sono in rivolta contro i ricatti sociali della crisi e un ceto politico sempre piu arrogante e autoreferenziale. Pensiamo che quello che è successo non riguardi solo gli studenti ma deve vedere schierati anche i ricercatori, i docenti e l'opinione pubblica!
Fuori la polizia da scuole e Università. Ritirare la riforma Gelmini. Difendiamo il nostro futuro! Il futuro non è scritto!!

Antifascismo: un'assoluzione e cinque condanne, per i fatti di Pistoia

Dopo una lunga giornata di dibattimento, intorno alle 19 è arrivata la sentenza sui fatti di Pistoia. Assolto il livornese Alessandro Orfano, condannati a due anni per danneggiamento aggravato (con sospensione della pena) gli altri imputati, Alessandro Della Malva e Juri Bartolozzi e gli altri livornesi Vittorio Colombo, Selvaggio Casella ed Elisabetta Cipolli. La richiesta del pm era di ben altra portata, e prevedeva 9 anni di reclusione, in quanto puntava alla riabilitazione del reato di devastazione e saccheggio. Un'ipotesi totalmente estranea alla realtà del processo, che non è stata minimamente presa in considerazione dai giudici. Il Pm nella propria requisitoria ha anche espresso la propria idea di ordine pubblico e di devastazione che avrebbe fatto impallidire anche qualche nostalgico del ventennio.
Una sentenza difficile da commentare al momento perchè le motivazioni verranno depositate solo fra 15 giorni, tuttavia appare subito una sentenza con molte contraddizioni e che dunque segue l'andamento di questo anno di udienze.
Nella giornata conclusiva però non poteva mancare l'ultimo colpo di scena, cioè la suocera di uno dei testimoni dell'accusa, il pizzaiolo Romondia, che ha fatto recapitare una lettera al giudice in cui dice di sapere che il genero non ha visto niente quel giorno e che è andato a fare i riconoscimenti solo perchè pressato da quelli di Casa Pound. La signora è stata poi chiamata a testimoniare dal giudice e ha ribadito che il genero le aveva detto di non aver visto nulla. La testimonianza poi, nonostante le numerose domande del giudice, si è fermata lì perchè la signora ha affermato che non poteva dire altro perchè avrebbe avuto ripercussioni in famiglia. Ma nella sostanza ha confermato quello scritto nella lettera. Si è trattato solo dell'ultimo colpo di scena, l'ennesimo in un processo in cui i testimoni dell'accusa sono stati di volta in volta screditati e dove loro stessi si sono contraddetti più volte.
L'impressione per chi ha seguito il processo dall'esterno è che questa sia stata una sentenza cerchiobottista che ha cercato di tenere un equilibrio fra le montature della questura di Pistoia, le forzature di un Pm che per far proseguire le misure cautelative ha giocato tutto sulla devastazione e saccheggio e le mille contraddizioni dei teste. Insomma, appare palese che non ci sono elementi a carico dei 6 imputati ma siccome qualcuno è stato a fare il danno allora qualcuno doveva essere condannato altrimenti si sarebbe screditato e deligittimato il lavoro delle autorità locali. Alla città di Pistoia servivano dei responsabili e il giudice gliel'ha dati ammorbidendo però il tutto con la minor condanna possibile, probabilmente cosciente di aver condannato degli innocenti.
Emergono subito due quesiti che non hanno per ora risposta: se un testimone è credibile e attendibile lo è in generale. E se non lo è, non lo è per tutti. Perchè un imputato è stato assolto e gli altri no? Perchè durante tutto il processo i testimoni chiave hanno dichiarato di non aver visto donne e invece l'unica donna imputata è stata condannata? Probabilmetne quando leggeremo le motivazioni ci saranno le risposte a queste domande e anche a molte altre.
Queste, come detto, sono solo impressioni. Nei prossimi giorni approfondiremo la lettura di questa sentenza attendendo poi le motivazioni fra due settimane. In ogni caso appare certo il ricorso in appello, visto che gli imputati oggi condannati puntano, come dichiarato fin da principio, al riconoscimento della loro totale estraneità ai fatti.

fonte: SenzaSoste

31 gennaio 2011

Sbagliano foto, va in carcere per 2 anni: ma era solo un omonimo del colpevole

Non ci sono soltanto i processi lumaca a rendere amara la vita nei tribunali, perchè certe volte la giustizia può diventare crudele in tempi rapidi ma sbagliando clamorosamente. Come è successo a Marco Moreschini, 34 anni, che oggi avrebbe una vita diversa, magari più bella, se quattro anni fa le forze dell’ordine avessero mandato la foto giusta ai magistrati che cercavano un suo omonimo. Cioè quella del vero Marco Moreschini, nato negli anni’60, sospettato di essere coinvolto in una rapina violenta. Purtroppo per un errore inspiegabile inviarono la foto del Marco più giovane. Che da quel momento è stato privato della libertà per due anni, è stato condannato in un primo processo per un crimine mai commesso, ha rischiato di gettare la vita al vento. Un calvario terminato la scorsa settimana, quando il Tribunale di Roma si è occupato nuovamente del suo caso dopo che la Corte d’Appello aveva annullato la prima condanna e lo ha dichiarato innocente. E ammettendo anche la distrazione di chi confuse le foto da esaminare. Negligenza rimarcata più volte dal pubblico ministero nel corso della discussione.
Tutto ha inizio la notte del 7 giugno del 2007. Sono le quattro del mattino quando due studenti universitari vengono fermati da un pazzo con ascia sul Ponte delle Valli che vuole i loro portafogli. I due giovani consegnano soldi e due assegni. Pochi giorni dopo una signora anziana va in Banca a cambiare i due assegni rubati. La fermano e lei spiega: «Ma me li ha dati mio figlio, Marco Moreschini. Quando è nato? Negli anni 60”. Gli inquirenti che stanno indagando, chiedono la foto segnalazione di Marco Moreschini nato negli anni 60. Ad essere inviata però è un’altra foto. Quella di Marco Moreschini, nato nel ’77. L’altro Marco esce dall’inchiesta sulla rapina. Per sempre. D’altronde è troppo gracile per compiere una rapina cosi violenta. Mentre nei gangli della giustizia rimane impigliato il Marco giovane. E tutto accade per un altro scherzo del destino. Il suo volto, i suoi lineamenti somigliano per un incredibile coincidenza alla persona responsabile della rapina. Cosi dicono le due vittime, due studenti universitari fuori sede, quando vedono la faccia paffuta del giovane Marco. MorescHini finisce in carcere dove resta un anno. Poi va ai domiciliari per altri dieci mesi. Viene condannato in primo grado a marzo del 2008. In appello il processo è annullato. E si ricomincia tutto da capo. Un odissea che Marco affronta male, nonostante sia innocente. Si lascia andare con la droga. Intanto emerge una altra incredibile coincidenza: la sua somiglianza con chi aveva commesso la rapina, tale da confondere le due vittime. Entrambe, senza sapere nulla sull’identità del sosia di Marco, si dicono sicure che si, «è lui che ci ha rapinati». Ormai l’accusa fa acqua da tutte le parti. E cosi i giudici della settima sezione penale assolvono Marco Moreschini giovane. E l’altro Moreschini? Ormai è tardi. E non si troverà mai. »Un incredibile svista nell’invio della foto ha provocato questo terremoto» commentano gli avvocati Pasquale Ciampa e Daniel Giudice, difensori del ragazzo assolto.
 
fonte: Il messaggero

28 gennaio 2011

Trenitalia e Polizia "sequestrano" gli studenti alla stazione di Colleferro e impediscono la loro partecipazione alla manifestazione a Cassino

Giovani manifestanti che stavano andando alla manifestazione Fiom a Cassino sono stati fatti scendere dal treno all'altezza di Colleferro. Il treno con a bordo circa 500 studenti della Sapienza partito stamattina alle 7.30 da Roma Termini e diretto a Cassino per la manifestazione indetta dalla Fiom è stato infatti bloccato all'altezza della cittadina laziale. Gli studenti sono scesi dal convoglio e hanno inscenato la protesta.
"Ci sentiamo presi in giro - racconta uno studente - Ferrovie dello Stato e la Digos ci avevano assicurato a Termini che ci avrebbero fatto arrivare a Cassino invece a Colleferro il nostro treno si è misteriosamente fermato. Siamo circa 500 tra studenti, precari e rappresentanti dei centri sociali. Vogliono impedirci di manifestare. Rimarremo sui binari finché il nostro treno non ripartirà".
Le Forze dell'ordine, anche con il supporto della Polizia Scientifica, hanno proceduto alla documentazione di tutte le fasi dell'iniziativa di protesta e hanno denunciati all'Autorità giudiziaria gli studenti
"E' stata vergognosa l'operazione messa in atto questa mattina nei confronti degli studenti che si recavano a Cassino a manifestare, che si sono visti prima bloccare il treno a Colleferro e poi sentiti minacciare di denunce a loro carico, perciò protestando a ragione per il sequestro subito da parte delle autorità". E' quanto afferma in una nota il segretario nazionale del prc/Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero. "Mentre il presidente del consiglio rivendica impunità totale per le proprie malefatte - osserva il segretario del Prc/FdS - agli studenti viene impedita la libertà di manifestare a fianco degli operai metalmeccanici. Esprimo quindi la nostra piena solidarietà agli studenti illegalmente sequestrati".

26 gennaio 2011

Parma: Condanna per uno dei vigili che picchiarono Emmanuel Bonsu

Il Gup Paola Arisi ha condannato a due anni e dieci mesi di carcere, con rito abbreviato, Fernando Villani, uno dei dieci vigili urbani accusati del pestaggiodi Emmanuel Bonsu Foster, il giovane di origine ghanese malmenato ed insultato con epiteti razzisti nella sede della polizia locale di Parma il 29 settembre 2008, dopo essere stato arrestato in un parco cittadino perché ritenuto uno spacciatore di droga. Villani dovrà inoltre risarcire il Comune di Parma con 5mila euro.
Il 20 Maggio 2010 c’erano stati i primi pronunciamenti del Tribunale: una condanna a tre anni e quattro mesi per Marcello Frattini, uno dei pochi, insieme a Pasquale Fratantuono e Mirko Cremonini per i quali permaneva l’aggravante discriminatoria; otto rinvi a giudizio (ancora in itinere), e un rifiuto di patteggiamento, quello richiesto da Villani, per il quale ora si è raggiunto il giudizio di colpevolezza.

25 gennaio 2011

Omicidio Cucchi: rinvio a giudizio per 12 persone e una condanna a 2 anni

Stefano Cucchi sarebbe stato picchiato dalla polizia penitenzaria poco prima dell'udienza di convalida nei sotterranei della Cittadella giudiziaria di Roma. Morì sei giorni dopo perché lasciato senza cure nel padiglione carcerario dell'ospedale Pertini. Dodici rinvii a giudizio per la morte del trentunenne romano sono stati disposti ieri dal Gup sulla base di questa ricostruzione. Nel corso dell'udienza è stato condannato a due anni un funzionario dell'amministrazione penitenziaria regionale, Claudio Marchiandi. Si tratta del direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento. Aveva chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato. I dodici rinviati a giudizio sono sei medici, tre infermieri del Pertini e tre guardie carcerarie, accusati a vario titolo di lesioni e abuso di autorità, favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d'ufficio e falsità ideologica. Il processo inizierà il 24 marzo prossimo di fronte alla terza Corte d'Assise.
Accolte, dunque, le richieste dei pm Barba e Loy. Gli agenti che lo pestarono - procurandogli ferite alle mani, alle gambe e alla colonna vertebrale - avrebbero anche sottoposto il ragazzo a misure di rigore non consentite dalla legge. Cucchi li irritava perché chiedeva farmaci e si lamentava troppo. Una dottoressa e il direttore dell'ufficio detenuti scrissero che stava in buone condizioni generali di salute ("con stato di nutrizione discreto, decubito indifferente, apparato muscolare tonico trofico") nella cartella clinica. E lo seppellirono in una struttura per pazienti non acuti e non con la schiena spezzata come la sua. Tutto ciò per coprire gli agenti penitenziari. Gli altri medici e i tre infermieri «dal 18 al 22 ottobre abbandonarono Cucchi incapace di provvedere a se stesso», omettendo anche «di adottare i più elementari presidi terapeutici e di assistenza (...)doverosi e tecnicamente di semplice esecuzione ed adottabilità (...) certamente idonei ad evitare il decesso di paziente». Secondo l'accusa, questi, tra l'altro, omettevano «volontariamente di adottare qualunque presidio terapeutico al riscontro di valori di glicemia ematica, rilevato il 19 ottobre, pur essendo tale valore al di sotto della soglia ritenuta dalla letteratura scientifica pericolosa per la vita, neppure intervenendo con una semplice misura quale la somministrazione di un minimo quantitativo di zucchero sciolto in un bicchiere d'acqua che il paziente assumeva regolarmente, misura questa idonea ad evitare il decesso». Sempre «volontariamente», non avrebbero né svolto un «necessario» elettrocardiogramma né una «semplice palpazione del polso» per tenere sotto controllo la brachicardia; non avrebbero comunicato a Cucchi «l'assoluta necessità di effettuare esami diagnostici essenziali alla tutela della sua vita, limitandosi ad annotare gli asseriti rifiuti nella cartella clinica, motivati dalla volontà di effettuare colloqui con un avvocato, circostanza che omettevano di comunicare alla polizia penitenziaria»; non avrebbero trasferito Cucchi in un reparto più idoneo a curarlo; non avrebbero controllato il «corretto posizionamento o occlusione del catetere». E quando Stefano morì, all'alba del 22 ottobre 2009, un'altra dottoressa scrisse che si trattava di morte naturale. Invece erano sei giorni, da quando era stato arrestato per pochi grammi di hashish, che non si reggeva in piedi, paralizzato, cateterizzato, e perdeva peso a vista d'occhio.
Ma non è un po' sproporzionata questa copertura per delle semplici lesioni? Il tarlo rode la mente di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, e dei suoi genitori. L'attesa del dispositivo della sentenza è stata contrassegnata da una tensione emotiva quasi insopportabile. La Gup ha spiegato di non essere competente a disporre una superperizia ma che la perizia di parte evidenzi «problemi e spunti degni di considerazione, che necessitano di essere approfonditi». Perché, questo sostiene Ilaria, la condanna del funzionario rivela l'esistenza di un apparato di depistaggio e contraddice l'ipotesi delle lesioni lievi. I periti di parte civile, infatti, sostengono che furono le conseguenze delle botte ad ammazzare il ragazzo, che non fu solo malasanità, ipotesi su cui i pm (uno dei quali è legato al clamoroso errore giudiziario del delitto della Caffarella) sembrano inchiodati.
L'amarezza di Ilaria è «incredibile» e confida a Liberazione, il primo giornale a occuparsi di questa storia, che se fosse un imputato «chiederei di cambiare i pm». «Andremo al processo con questa falsa ricostruzione che si basa su una consulanza medico-legale insufficiente», commenta Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi e prima ancora della famiglia Aldrovandi. Di fronte ai rinvii a giudizio e alla lista di morti strane dietro le sbarre, uno dei sindacati del comparto ripete la propria indisponibilità a «accettare una certa (tendenziosa e falsa) rappresentazione del carcere come luogo in cui quotidianamente e sistematicamente avvengono violenze in danno dei detenuti». Ma così è in una miriade di occasioni.
Restano inesplorate dai pm le ore che precedettero l'arrivo in tribunale del ragazzo. La notte in cui fu arrestato dormì in una camera di sicurezza dell'Arma. Da lì fu chiamata un'ambulanza che tornò vuota alla base. Qui i carabinieri si contraddicono: uno prima dice che l'ha chiamata lui poi a un collega confida che Stefano aveva dato testate al muro tutta la notte; un altro carabiniere riferisce al comandante che Cucchi camminava a fatica e che aveva dovuto aiutarlo a fare le scale e poi al pm smentisce tutto; due albanesi che viaggiarono con lui verso il tribunale, invano, hanno dichiarato che era sceso malconcio; un altro carabiniere infine parla col pm di un ragazzo che non si reggeva in piedi.
Il sottosegretario Giovanardi, che dichiarò che Cucchi era morto di Aids, ora vuole costituirsi parte civile. Resta ancora da chiarire come sia stato possibile che, in udienza di convalida, il giudice non si sia reso conto dello stato di salute del detenuto e della falsità delle carte dei carabinieri in cui Cucchi era albanese, più vecchio di sei anni e senza fissa dimora.

Checchino Antonini da Liberazione

Carcere: mio figlio non si è tolto la vita, lo hanno lasciato morire in cella

Michele sorride con gli occhi. Sensibile e dal carattere arrendevole, questo ragazzone di Fragagnano è morto il 12 gennaio in solitudine nella cella del carcere di Perugia che da quattro mesi era diventata la sua casa. Aveva 23 anni e gli alveoli dei polmoni saturi di gas. Lo inalava abitualmente, quel gas. Per lui era come una spugna.
Serviva a cancellare in un solo colpo le mura, le sbarre, tutti quei chilometri che lo separavano dalla famiglia. Poco più che adolescente, Michele era stato travolto dallo tsunami delle cattive amicizie e il suo carattere debole non gli aveva permesso di salvarsi. Così era diventato tossicodipendente.
“Michele non si è tolto la vita. La sua morte non è stato un suicidio come all’inizio volevano farci credere. Il gas lo ha ucciso lentamente e nessuno lo ha salvato. Nessuno si è accorto di quello che stava passando, nonostante tutte le nostre denunce”. Mamma Michela, che per quel figlio sfortunato avrebbe dato la vita, mostra la foto di Michele che sorride con l’orgoglio di chi, fino alla fine, ha combattuto per strappare da un destino doloroso la carne della sua carne. Ora che ha seppellito suo figlio non si dà pace. Insieme con il marito Mimmo, Michela oggi ha intrapreso un altro sentiero irto. Vuole capire perché un ragazzo di soli 23 anni, curato in carcere con gli antidepressivi, sia stato lasciato da solo in cella e con la disponibilità di una bomboletta del gas necessaria, ufficialmente, per preparare i pasti. Mamma Michela e papà Mimmo non chiedono giustizia, ma solo una risposta a tutti i loro perché.
“Quando ti muore un figlio in quella maniera, non puoi rassegnarti”. La famiglia Massaro non lo aveva mai fatto con Michele. Aveva lottato per cambiare il futuro del figlio. Non si era chiusa nel dolore di chi vive la tossicodipendenza come una lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla pelle. Aveva chiesto aiuto urlando a squarciagola tutta l’impotenza di chi si trova all’improvviso di fronte ad un mondo sconosciuto, ad un mostro dalle mille facce. Si era rivolta ad un’associazione, il Cast (Centro assistenza sulla tossicodipendenza) e, insieme con il figlio, aveva cominciato il faticoso percorso nelle comunità di recupero dei tossicodipendenti.
Ma la strada che porta alla disintossicazione dall’eroina è lunga e costellata di ostacoli. Michele era stato ad Oria, poi ad Assisi. Lungo il suo cammino aveva incontrato più volte il polso fermo della legge. Per procurarsi la dose aveva compiuto furti, un paio di tentativi di rapina. Ma il crimine non era certo il suo mestiere. Era sempre stato “pizzicato” dalle forze dell’ordine ed era finito alla sbarra. L’ultima volta il tribunale lo aveva condannato ad un cumulo di pena di otto anni e sei mesi. Doveva restare in cella fino al 2018.
“Era disperato il mio Michele - dice papa Mimmo - , perché voleva tornare in comunità dove era seguito e dove aveva iniziato il percorso di disintossicazione. Ma il giudice è stato inflessibile. Non si è reso conto di avere di fronte un ragazzo debole e spaventato. Per lui mio figlio era solo un numero su una pratica da evadere in fretta”.
Due giorni prima di Capodanno Michela e Mimmo vanno a trovare il figlio. Michele è pallido come un cencio, respira a fatica, sembra asmatico. Chiedono di essere ricevuti dal direttore del carcere di Perugia. Nessuno risponde. Chiedono che il figlio sia visitato. Il medico vede Michele qualche giorno dopo. “Il dottore ci ha detto: ha il cuore forte come un toro. Ma a mio figlio non è stata fatta né una spirometria, né un’analisi del sangue”. Michele una settimana dopo è morto due volte: stroncato da un infarto e soffocato dall’indifferenza delle istituzioni.

Maristella Massari da Gazzetta del Mezzogiorno

Torna il libertà Mario Miliucci

Nell’udienza di lunedi  24/1 la 2°Corte del Tribunale di Roma ha revocato gli arresti a Mario “ in considerazione del cessato clima di allarme sociale”, pur comminandogli la misura precauzionale “della firma giornaliera”.
Il processo è stato rinviato al 17 marzo , in quanto non era disponibile prima per l’interrogatorio il vicequestore che a redatto per Mario l’accusa di “resistenza”.
Al momento dell’ordinanza in aula ci sono state evidenti manifestazioni di soddisfazione, così come al folto presidio che stazionava davanti il Tribunale, dove si è brindato e abbracciato Mario.


24 gennaio 2011

Mario Milicci Libero: riprende oggi il processo per i fatti del 14 dicembre

Riapre oggi il processo contro Mario Miliucci, unico del gruppo di manifestanti arrestati alla fine della manifestazione del 14 dicembre scorso ad essere sottoposto ad una misura di custodia cautelare, nella fattispecie gli arresti domiciliari, insieme al minorenne S.M., il ragazzo immortalato in diversi momenti degli scontri che hanno segnato la giornata di lotta (e che i soliti cretini malati di dietrologia avevano iscritto a forza nella categoria degli infiltrati). La prima udienza, che lo vedeva alla sbarra insieme agli altri coimputati arrestati nella stessa retata successiva agli scontri, si è era tenuta il 23 dicembre. Nel frattempo il tribunale del riesame ha annullato le restrizioni che durante l'udienza di convalida erano state disposte nei confronti di quattro di loro. I giudici hanno ravvisato nei verbali d'arresto una eccessiva indeterminatezza delle condotte delittuose contestate. I magistrati hanno sottolineato la «generica individuazione» degli imputati nonché la presenza di numerose incongruenze nella ricostruzione dei fatti proposta dalle forze di polizia. Una situazione analoga a quella di Miliucci, nei confronti del quale si rivolgono accuse dai contorni confusi e malcerti. I verbali d'arresto descrivono attimi di forte concitazione dovuti agli scontri molto duri avvenuti a ridosso di piazza di Spagna, e che hanno visto anche la distruzione di alcuni mezzi delle forze di polizia, senza mai fornire precise indicazioni sui responsabili effettivi degli scontri. Arrestato casualmente in una fase di deflusso alle 15.45, come recita il verbale, a Miliucci viene attribuita (nonostante venga descritto con il volto travisato e dunque irriconoscibile) la partecipazione «unitamente alla fazione più violenta dei manifestanti» ad «un fitto lancio di sampietrini» e quindi «all'assalto dei mezzi», senza che quest'ultima circostanza verificatasi quando era già in manette, e maliziosamente lasciata scivolare nel rapporto, sia confortata da ulteriori e più consolidati dettagli. Una volta arrestato, dopo aver subito un pesante pestaggio, il giovane si è visto accollare l'improbabile possesso di tre enormi massi trasportabili soltanto con una cariola. Insomma per volontà di qualcuno, e forse per quel nome carico di storia, Mario rischia di diventare il capro espiatorio del 14 dicembre. Per questo oggo, a partire dalle 9.30, il supporto legale del movimento dopo un'assemblea cittadina tenutasi il 15 gennaio al Volturno occupato ha indetto un presidio cittadino davanti a piazzale Clodio.

21 gennaio 2011

Carceri: Due suicidi nelle ultime 24 ore

Si è suicidato in carcere, a Caltagirone, dopo aver tentato di uccidere la convivente romena di 35 anni. Per Salvatore Camelia di 39 anni, non c'è stato nulla da fare: l'uomo si è tolto la vita in una cella della Casa circondariale di contrada Noce, impiccandosi, con un lenzuolo, alla grata della finestra. Inutili i primi soccorsi degli agenti dell'istituto penitenziario e i successivi interventi di rianimazione di Camelia, il cui corpo è giunto privo di vita all'ospedale “Gravina” di Caltagirone.
Si è conclusa così, con un tragico epilogo, la vicenda iniziata con il tentato omicidio della straniera per l'indomita gelosia di Camelia e il successivo arresto dell'aggressore. Secondo le prime ricostruzioni dei carabinieri di Mineo, che avevano eseguito il provvedimento restrittivo, l'uomo aveva aggredito e ferito la vittima con un coltello. Dopo l'arresto, Camelia era stato accompagnato nel carcere calatino. L'accusato sarebbe stato interrogato dalla competente autorità giudiziaria, che gli avrebbe contestato i reati di tentato omicidio e lesioni. La sua morte improvvisa, alla quale seguiranno i necessari accertamenti di medicina legale, potrebbe accreditare la “pista” dell'iniziale movente passionale del tentato omicidio.

Antonino Montalto, detenuto 22enne di origini siciliane si impicca in cella nel carvere di Prato. In questo momento non abbiamo altri particolari sulla vicenda.

fonte: Ristretti Orizzonti




20 gennaio 2011

Per il G8 di Genova paghiamo tutti

Un'aggiunta ben camuffata in una leggina del 2010 rimetterebbe a carico dello Stato i risarcimenti che i poliziotti condannati avrebbero dovuto pagare alle vittime delle violenze.

Sono state introdotte all’ultimo momento, alla chetichella. Piccole varianti al testo, nella migliore delle tradizioni italiane delle leggine camuffate e inserite all’ultimo istante per farle passare inosservate. Le aggiunte sono state inserite giusto alla vigilia del voto in aula, all’interno del Decreto legge 187 del 12 novembre 2010, dal titolo “Misure urgenti in materia di sicurezza”, al Capo 1: “Misure per gli impianti sportivi”.
Ben camuffata, l’aggiuntina. Occorre andare all’articolo “2 bis”, dall’innocuo titolo “Fondo di solidarietà civile”. Che dice: «A favore delle vittime di reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive ovvero di manifestazioni di diversa natura, è istituito, presso il Ministero dell’interno, il Fondo di solidarietà civile». L’aggiuntina è nelle parole: «ovvero di manifestazioni di diversa natura».
Non sportive, quindi? E allora di quale natura? Il testo non lo dice. Né lo specifica in seguito. Il Decreto legge, dopo aver chiarito che tale Fondo di solidarietà serve a risarcire – nella misura del 30 per cento – «a) le vittime di reati commessi con l’uso della violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive e dei soggetti danneggiati dagli stessi reati», inserisce la seconda magistrale chiosa: «Il Fondo, nell’ambito delle risorse annualmente disponibili, provvede nella misura del 70 per cento, a interventi di solidarietà civile nei confronti delle vittime di azioni delittuose avvenute in occasione o a causa di manifestazioni diverse da quelle di cui alla lettera a), per le quali la vigente normativa non prevede altre provvidenze, comunque denominate, a carico del bilancio dello Stato» e «finalizzato anche alla definizione transattiva di liti concernenti il risarcimento dei danni alla persona e l’eventuale pagamento delle somme disposte dal giudice». Infine, terza e ultima variazione del testo, il Decreto specifica che «All’elargizione delle somme e agli interventi di cui al comma 2 (cioè i risarcimenti per le manifestazioni non sportive, ndr), nonché all’individuazione delle modalità relative all’esercizio del diritto di rivalsa o all’eventuale rinuncia ad esso, provvede il Ministero dell’interno».
Ecco fatto. Risolto il problema. Con queste poche frasi è stato ritagliato un abito su misura. Per cosa? Per i risarcimenti legati alle violenze di Genova 2001, in occasione del Forum sociale mondiale. I processi per i fatti avvenuti all’interno della caserma Bolzaneto e per l’irruzione notturna alla scuola Diaz hanno portato alla condanna, nel corso del 2009 e 2010, di oltre settanta agenti e dirigenti della Polizia di Stato, nonché alla condanna per falsa testimonianza dell’ex responsabile della Digos ligure Spartaco Mortola e dell’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro (oggi al vertice dei Servizi segreti).
Sentenze che sono giunte al secondo grado di giudizio (si attende l’esame della Cassazione) e che complessivamente comportano risarcimenti alle vittime delle violenze e spese processuali per diversi milioni di euro. Lo Stato aveva già provveduto a ricollocarli tutti (diversi dei quali all’interno dei Servizi di sicurezza). Con la manciata di righe dedicate alle “misure per gli impianti sportivi” ha risolto anche il problema rimasto aperto: il denaro che avrebbero dovuto risarcire, le spese legali, gli oneri collegati alle condanne.
Somme che avrebbero dovuto pagare i colpevoli. E che invece pagheranno in gran parte tutti i cittadini italiani. Insomma, sembra tutto sistemato. Giusto in vista del decennale che fra pochi mesi ricorderà i drammatici giorni di Genova. E – non dimentichiamolo – la morte di un giovane: Carlo Giuliani.

Luciano Scalettari da Famiglia Cristiana

Sulmona: detenuto di 64 anni si suicida impiccandosi nel “Reparto internati”

Da inizio anno è il terzo suicidio in carcere, mentre altri 4 detenuti sono morti per “cause naturali”

Un nuovo suicidio nel cosiddetto “Reparto internati” del carcere di Sulmona. Formalmente si tratta di una “Casa di Lavoro”, pensata per agevolare il recupero di quei condannati che, pur avendo terminato di scontare la pena, non vengono rimessi in libertà in quanto ritenuti “socialmente pericolosi”. In realtà è un luogo di disperazione, dove gli “internati” restano rinchiusi per mesi ed anni senza processo e senza “fine pena” certo.
Sono 200 le persone che popolano questo Reparto, sovraffollato oltre ogni limite. Lo scorso anno tre internati si sono uccisi: Antonio Tammaro, di 28 anni, il 7 gennaio; Romano Iaria, di 54 anni, il 3 aprile; Raffaele Panariello, di 31 anni, il 24 agosto. Un quarto, Domenico Cardarelli, di 39 anni, è morto per cause “naturali” l’8 aprile 2010. In altre 14 situazioni (solo lo scorso anno) i detenuti hanno provato a uccidersi, ma sono stati salvati grazie al provvidenziale intervento degli agenti di polizia penitenziaria.
La Casa di Lavoro di Sulmona avrebbe una capienza di 75 posti: invece in celle di nove metri quadrati, concepite per un massimo di due persone, oggi sono in 4-5, con brande a castello e nessuno spazio per muoversi.
È l’unica struttura del genere considerata di “massima sicurezza”, rimasta in funzione insieme a quella di Saliceta San Giuliano di Modena. Gli altri due istituti, a Castelfranco Emilia e Favignana, hanno smesso di svolgere la loro funzione di “recupero sociale”. Così in due anni Sulmona ha visto quadruplicare il numero degli ospiti internati, saliti da 50 a 200.
Un carcere difficile quello di Sulmona, anche se in questi ultimi tempi il direttore Romice sta lottando duramente per migliorare le condizioni sia dei detenuti sia degli operatori che lavorano nella struttura. Nel recente passato ci sono stati anche suicidi “eccellenti”, come quelli del sindaco di Roccaraso, Camillo Valentini, o della direttrice Armida Miserere.
Mauro Nardella, Vicesegretario della Uil-Pa Penitenziari Abruzzo, riconosce l’impegno straordinario della direzione, ma lamenta una insufficienza di risorse economiche e di personale (sotto organico di almeno 60 unità), che può essere risolta solo a livello politico, cominciando col modificare le norme che oggi consentono l’internamento (senza processo e, quindi, senza reati accertati) degli ex detenuti, in base a una prognosi di “pericolosità sociale”.
E sul versante politico una prima risposta arriva da Rita Bernardini, Deputato Radicale membro della Commissione Giustizia della Camera, che nel prossimo fine settimana tornerà a visitare il carcere di Sulmona, per verificarne le condizioni incontrando gli operatori penitenziari e i detenuti.

La cronaca del suicidio
Ancora un suicidio nel carcere di Sulmona. Un detenuto egiziano di 64 anni si è ucciso impiccandosi nella sua cella, nel reparto internati del penitenziario peligno. Il detenuto era affetto da tempo da una forte depressione che aveva minato il suo equilibrio psichico.
Furti, rapine ed estorsioni che l’avevano costretto trascorrere molti anni dietro le sbarre. Ad agosto aveva ottenuto la libertà dopo aver finito di scontare la sua pena. Ma la lunga detenzione gli aveva procurato forti contraccolpi a livello psichico. Uscito dal carcere, ha cercato di rifarsi una vita trasferendosi a Roma ma nella capitale si sarebbe macchiato di nuovi reati tanto che lo scorso mese di dicembre è tornato nel carcere di Sulmona, questa volta da internato.
Proprio in seguito al comportamento assunto una volta uscito dal carcere, il giudice lo ha ritenuto socialmente pericoloso, condannandolo all’ulteriore pena della Casa di Lavoro. Erano quasi le 20 di ieri quando gli altri internati hanno lanciato l’allarme richiamando l’attenzione degli agenti di polizia penitenziaria in servizio in quel momento. A nulla sono valsi i tentativi di rianimarlo, tanto che il medico del carcere intervenuto anche lui in soccorso dell’egiziano, non ha potuto far altro che constatarne il decesso.
Sul posto sono accorsi anche gli agenti della scientifica del commissariato di via Sallustio per effettuare i rilievi del caso. Sembrerebbe che il detenuto sia impiccato alla grata della cella utilizzando un pezzo di lenzuola.
Sull’episodio sono state avviate due inchieste: la prima interna ordinata dal direttore del carcere Sergio Romice e l’altra avviata dal procuratore Federico De Siervo, il quale ha già fissato per oggi l’autopsia per accertare in maniera definitiva le cause che hanno portato alla morte del detenuto egiziano.

fonte: Ristretti Orizzonti

Razzismo di strada e attivismo istituzionale

C'è una questione sociale in Italia tremendamente irrisolta. L'insicurezza sociale si respira ovunque. Ogni giorno tutto s'intreccia nella retorica emergenziale e la precarietà percepita si lega a quella effettiva. E' una simbiosi dirompente sul piano simbolico rilanciata dalla complicità dei media. In queste poche righe riassumo la discussione del gruppo di lavoro sulla penalità liberista organizzato dall'Osservatorio sulla repressione che si è tenuto sabato15 gennaio a Roma al seminario della R@P, sapendo che questa discussione apre a sinistra un tema enorme sulla tanto decantata legalità.
Si sa che nel mondo politico e in quello dei media, che si assomigliano molto, le apparenze non coincidono quasi mai con la realtà.
Dall'insediamento del governo Berlusconi la persecuzione dei migranti, dei rom e dei cittadini italiani sinti è divenuta ossessiva. E' evidente una specie di sintonia, di coordinamento, tra il razzismo di strada e l'attivismo istituzionale. In questi ultimi mesi abbiamo assistito ai controlli della polizia sui bus, gli sgomberi dei nomadi, i rastrellamenti di prostitute nelle città maggiori, la schedature dei sinti, la scelta di mettere i militati per le strade, pacchetti sicurezza che attuano principi discriminatori e incostituzionali.
Il distacco della politica dal sociale diventa sempre più grande, e pensare ad elementi di permeabilità fra i due campi è sempre più difficile.
La subalternità al processo neoliberista ci consegna uno Stato che ha abdicato al proprio ruolo nel rimuovere le cause che determinano l'ineguaglianza sociale e che ha sviluppato per contrappeso un suo intervento etico, rispetto alla questione delle libertà e dei diritti civili.
Le due cose vanno insieme: allo Stato Sociale Minimo si accompagna la tendenza a uno Stato Penale Massimo, che fa dell'esclusione un dato strutturale. Non dobbiamo però commettere l'errore di pensare che questa tendenza si sviluppi meccanicamente ad opera delle classi dominanti, la maggior parte della popolazione sente il peso dell'insufficienza del sistema del welfare, e vive un quotidiano ruvido che incattivisce. Così quando il rumore di sottofondo è zuppo di demagogia e le risposte non arrivano dalla politica, il bersaglio che si definisce è il capro espiatorio più vicino al portone di casa.
Non comprendere questo pensiamo che sia un errore, altrettanto grave da chi risponde accettando la subalternità della cultura securitaria della destra che rimuove i diritti sociali. Questo per dire che la crisi che oggi investe il nostro Paese è molto più profonda perché non coinvolge solo la politica ma la società stessa, che non riesce più a metabolizzare le trasformazioni sociali che l'attraversano.
La precarietà è ovunque, ovvero è un sistema che si tiene insieme, destruttura il mercato del lavoro e i diritti del welfare. La dottrina della guerra ai poveri, ma anche ai giovani, magari graffitari, occupanti o ultras, chiude gli spazi pubblici: piazze e giardini recintati, polizie locali, private, città assediate in regime di coprifuoco notturno. Creando un nemico ubiquo, indefinibile e fungibile (marocchini, rom, albanesi, stupratori all'angolo delle strade, pedofili nei giardinetti) le vere magagne in cui affondiamo sono minimizzate e il ceto politico può continuare a fare la bella vita. E i giornali a vendere il loro allarmismo. Siamo all'abiura dei fondamenti dello Stato diritto, in nome di un'emergenza del tutto fittizia, rilanciata da media irresponsabili e al servizio di un potere politico così debole da cercare consenso assecondando le pulsioni più irrazionali che serpeggiano in una società malata e insicura.
Per questo motivo pensiamo che non occorre arretrare e lanciare una sfida politica e culturale di un nuovo garantismo sociale, partendo dalla questione della cittadinanza, dando risposte attraverso un nuovo modello di welfare che rimette la questione sociale al centro della politica e non viceversa. Una vera politica di sicurezza e legalità, non ha bisogno di leggi e provvedimenti emergenzialisti, ma un progetto e azioni conseguenti che sappiano coniugare l'uso razionale delle risorse, politiche di accoglienza e la partecipazione democratica, nel contesto di una politica rinnovata, sottraendo il voto al ricatto del bisogno e spezzando ogni legame con mafie e con il malaffare.
La crisi sociale e politica che attraversa il nostro Paese ci obbliga a spingere l'acceleratore su questo versante senza timore aggregando una massa critica a partire dallo sciopero generalizzato del 28 gennaio indetto dalla Fiom e dal sindacalismo di base.
Il momento in cui giocare la partita è già iniziato, e sta alla nostra capacità di costruzione di una nuova grammatica che tende a ricomporre un "noi" collettivo, in un nuovo spazio che rivendica un welfare moderno.

Italo di Sabato
Osservatorio sulla Repressione, R@P

Liberazione 20 gennaio 2011

Verità per Daniele. Basta morti di Stato

Daniele Franceschi, giovane operaio viareggino, moriva lo scorso 25 agosto nel carcere francese di Grasse, dove si trovava da alcuni mesi ancora in attesa di giudizio. I familiari di Daniele, e in particolare la mamma Cira, non hanno mai creduto alla versione ufficiale che parlava di morte “naturale”: la loro lotta per la verità e la giustizia, supportata da diversi solidali, sembra che cominci finalmente ad ottenere dei risultati.
Infatti è di questi giorni la notizia che diversi membri dello staff medico del carcere di Grasse saranno presto iscritti nel registro degli indagati, avendo sottovalutato, per non dire totalmente ignorato, le reali condizioni di salute di Daniele, che se adeguatamente soccorso, poteva essere salvato.
Nonostante ciò, siamo comunque coscienti che la strada per far piena luce sulla vicenda è ancora lunga: infatti rimangono ancora molti punti oscuri sulla vicenda. Che fine ha fatto il diario che Daniele teneva in cella? Perché è sparito? Si vogliono nascondere dei maltrattamenti che Daniele aveva subito e che denunciava in alcune lettere alla madre? Perché gli organi interni di Daniele non sono ancora stati riportati in Italia, così da impedire ulteriori analisi di parte? Tutti interrogativi a cui è necessario dare una risposta.
Per questo oggi scendiamo in piazza a Firenze davanti al consolato francese: il comportamento tutt’altro che limpido delle autorità francesi ci lascia sospettare che diversi aspetti della morte di Daniele non vogliano essere rivelati. Non ci stupisce inoltre il fatto che la console francese abbia negato l’incontro con i familiari che avevamo richiesto settimane fa: oltretutto adducendo fredde motivazioni burocratiche.
Ciò che abbiamo imparato in questi mesi è che solo con la lotta e la mobilitazione è possibile ottenere la verità. Quante morti in carcere archiviate come “naturali” e di cui non abbiamo mai sentito parlare, quante tra queste potevano in realtà essere evitate?
In Italia lo scorso anno sono morte nei penitenziari 173 persone. Dal 2000 i decessi dietro le sbarre sono stati 1742: una mattanza silenziosa. Questo ci parla di una vera e propria emergenza sociale creata e fomentata dalle politiche sempre più repressive e liberticide portate avanti negli ultimi anni, senza grandi differenze sostanziali da tutti i governi europei. Queste politiche e legislazioni emergenziali colpiscono soprattutto piccoli consumatori di stupefacenti e migranti non ottemperanti al decreto di espulsione; reati questi per i quali non esistono misure alternative al carcere, ma solo detenzione in istituti o in centri di detenzione, ormai autentiche discariche sociali. Al di là delle sbarre non c'è speranza alcuna di recupero e integrazione, grazie anche ai cospicui tagli operati dai governi nel campo sociale. Le morti in carcere non sono che la punta di un iceberg, la manifestazione più tragica delle terribili condizioni in cui le decine di migliaia di “dannati della democrazia” sono costretti a vivere: strutture fatiscenti, condizioni igienico-sanitarie disastrose e sovraffollamento sono all’ordine del giorno nelle carceri europee. Chiedere verità e giustizia per Daniele Franceschi significa lottare anche per tutti loro.


Gruppo di lavoro contro le morti in carcere “Daniele Franceschi” (Viareggio)-Zone del silenzio (Pisa)-Archivio Germinal (Carrara)

19 gennaio 2011

Milano: sgomberato lo spazio occupato di Scienze Politiche

Questa mattina alle 7 è stato sgomberato da una ventina di agenti della digos lo spazio occupato ieri pomeriggio all'interno della Facoltà di Scienze Politiche a Milano. Alle 12:30 assemblea nel cortile della Facoltà per discutere il da farsi. Ieri era stato occupato un locale della facoltà in via Livorno 1 (parallela di via Conservatorio) al dipartimento di storia. Per oggi era previsto un banchetto informativo nel cortile della facoltà e una paninata a prezzi popolari.
Quello che segue è il comunicato con il quale studenti e studentesse hanno fatto il loro ingresso dentro lo spazio occupato, lavoro politico che certo non si farà fermare dallo sgombero!

Rivendichiamo ciò che è nostro!

Oggi è stato occupato uno spazio a scienze politiche; invitiamo tutti a passare. L'università è il luogo dove tutti giorni veniamo a studiare o seguire lezioni; ma è anche un luogo dove viviamo buona parte della nostra giornata.
Per questo motivo è necessario riappropriarsi di uno spazio all'interno della facoltà, al fine di destinarlo a tutte quelle attività alternative alla semplice "didattica". Questo perché governi e baroni, con le loro riforme e controriforme, hanno trasformato gli atenei in luoghi dove ogni studente si deve limitare ad assorbire nozioni preconfezionate, per poi ripeterle all'esame di turno. Al contrario, noi siamo convinti che l'università debba essere prima di tutto un'esperienza di accrescimento personale e collettivo, affinché la propria coscienza critica possa maturare e crescere liberamente - confrontandosi e socializzando con gli altri studenti.
Questo spazio, inoltre, vuole porsi come luogo di riferimento per mantenere alto il livello della mobilitazione, che dovrà continuare, soprattutto dopo l'approvazione del ddl Gelmini e dopo il ricatto imposto da Marchionne ai lavoratori FIAT, ai quali esprimiamo tutta la nostra solidarietà. Le politiche di ristrutturazione delle università, infatti, sono in diretta continuità con tutte le politiche di ristrutturazione del mercato del lavoro messi in atto in questi ultimi anni. Politiche propagandate senza ritegno all'interno della nostra facoltà.
In sostanza, in questo spazio vorremmo costruire una socialità diversa da quella che ci viene imposta dai ritmi universitari, in modo che gli studenti abbiano la possibilità di interagire al di fuori delle lezioni per discutere e relazionarsi in un modo diverso.

Assemblea Studenti Scienze Politiche

fonte: InfoAut

18 gennaio 2011

Teramo: città a libertà "vigilata"

COLPEVOLI DI DIFENDERE UN IDEALE

L’Antifascismo a Teramo
La città di Teramo vanta una lunga tradizione antifascista. Durante la seconda guerra mondiale, moltissimi giovani Teramani decisero di sacrificare la propria vita per liberare l’Italia dal regime fascista e dagli invasori nazisti. Grazie alle loro gesta nella battaglia di Bosco Martese, alla città di Teramo nel 2005 è stata assegnata la medaglia d’oro alla Resistenza. Nel corso degli anni le istituzioni non hanno fatto altro che onorare, con delle celebrazioni non all’altezza della situazione, la memoria di questi giovani, molti dei quali nostri nonni.

CRONOLOGIA DEI FATTI.
I primi rigurgiti di fascismo a Teramo si hanno negli anni 80 con la creazione del movimento di Fiamma Tricolore. Lo stesso non ha visibilità grazie anche alla presenza a Teramo di un forte movimento legato al partito Comunista. La città di Teramo, a dire la verità, ha vissuto sempre una situazione tranquilla e di convivenza tra movimenti contrapposti tenuto conto anche delle poche iniziative che si registravano.
Durante i primi anni del 2000 accade che alcuni disadattati, fuoriusciti da Rifondazione Comunista, inizino a predicare idee nazifasciste. Non vengono visti con preoccupazione, suscitano anzi una certa “tenerezza”. Gli stessi iniziano a frequentare ambienti dell’estrema destra non territoriale. Minacciano ragazzi più’ piccoli con coltelli e armi non convenzionali, le armi degli infami, le armi di chi è insicuro.
Vengono così ricondotti sulla retta via da alcuni ragazzi non schierati politicamente con delle “buone maniere”. Grazie a questo intervento gli stessi vivono nell’ombra fino a quando iniziano a rivedersi in giro nei meandri di Teramo.
La prima data da ricordare è quella del 25 aprile 2008 quando uno di questi soggetti, indossando una fascia nera al braccio in segno di lutto, pone, nel corso delle celebrazioni di rito, una bandiera della repubblica di Salò su una corona commemorativa. Di seguito iniziano a farsi vedere con dei banchetti sotto i portici e iniziano ad espandersi nelle scuole, aderendo al movimento denominato Casapound. Crescono nei numeri grazie all’avvicinamento di molti ragazzini a cui fanno il lavaggio del cervello raccontando favole sulla loro forza e garantendo loro protezione e, il 4 ottobre, organizzano, con il benestare della questura di Teramo, un incontro, “aperitivo giallo-nero”, al bar Civico 21 al quale partecipano per lo più individui venuti da fuori. Nel corso della serata ricevono la visita di un gruppo di non più’ di 10 ragazzi teramani desiderosi di fare sapere che la loro presenza in città non è gradita e l’obiettivo viene raggiunto. Loro rispondono assaltando, in 30 circa, ed armati, un centralissimo bar di Teramo, abituale ritrovo di molti giovani che con la politica nulla hanno a che fare, distruggendo una vetrina e prendendosela con persone che con i fatti precedentemente accaduti non c’entravano niente. La pagliacciata, comunque, la pagano cara: infatti in 14 si fanno fermare e vengono arrestati per danneggiamento. Dei 14 solo 4 sono della provincia di Teramo. Purtroppo viene arrestato per resistenza a p.u. anche un ragazzo di Teramo. Il lunedì successivo si svolge l’udienza di convalida e, mentre le carogne fasciste vengono liberate, il ragazzo rimane agli arresti dove resterà, nonostante diverse testimonianze lo scagionino, per 6 mesi, tra galera e domiciliari.
Nasce da lì un grande attrito tra le opposte fazioni. Si vive in città un clima di astio, anche se c’è da dire che lo scontro non ha ancora dei connotati propriamente politici o per lo meno in quella fase si sceglie, per svariati motivi, di non dargliene.
La svolta avviene nel momento in cui si viene a sapere che il 30 maggio 2009 è in programma il concerto degli Zetazeroalfa. A quel punto, un gruppo molto ristretto di ragazzi, convinti Antifascisti, decide che è arrivato il momento di dare un’ organizzazione ad un movimento altrimenti spontaneo e di creare i presupposti per togliere definitivamente qualsiasi agibilità a tali individui. Il primo obiettivo che viene posto è ottenere l’annullamento del concerto degli Zetazeroalfa. Per raggiungere tale obiettivo lo sforzo fatto da coloro che si mettono in prima linea è immenso: nel giro di un paio di settimana vengono organizzati svariati incontri ai quali vengono invitati anche soggetti appartenenti a realtà diverse e distanti dalla nostra, si stampano e si attacchinano volantini praticamente ogni giorno: l’obiettivo è far capire a tutti che gli Zetazeroalfa a Teramo non suoneranno, in un modo o nell’altro. Il 23 maggio viene organizzata una manifestazione per le via del centro per ribadire il concetto. Alla testa del corteo c’è lo striscione “ Teramo Antifascista”. L’iniziativa è abbastanza partecipata e numerosi sono i giovani che si avvicinano alla causa dell’antifascismo. La settimana successiva, a pochi giorni dalla data fissata per il concerto, e con il movimento in fermento che aveva ormai la certezza di dover sopperire alla mancanza delle Istituzioni nella difesa di un ideale sancito nella nostra Costituzione, arriva la notizia che gli Zetazeroalfa non verranno a Teramo: l’obiettivo è raggiunto!
Tutta la vicenda del concerto rafforza e fa crescere molto il movimento: in pratica si passa da una situazione in cui si è rischiato seriamente di assistere ad una sorta di raduno interregionale di Casapound ad una nella quale ai fasci non viene più concesso alcuno spazio.
Nei mesi successivi si susseguono gli “incontri ravvicinati” e ogni volta capiti l’occasione i fasci vengono trattati come è giusto fare. In pratica escono solo in gruppo e frequentano zone e bar fuori dal centro, sono isolati e ghettizzati.
Si arriva così al 23 dicembre 2009, la data che nessuno di noi scorderà e che, se da un lato evoca tanti brutti ricordi, dall’altro rappresenta un punto di svolta per il movimento antifascista teramano.
Quella sera tre nostri amici, di cui due vicini al movimento, non tanto negli ideali quanto nella “sostanza”, vengono aggrediti e accoltellati da un gruppo di una decina di fascisti mentre, con le rispettive fidanzate, stanno entrando in un noto locale della periferia teramana.
Il vile e infame gesto suscita indignazione e rabbia quasi unanime in tutta la città. Quasi unanime perché se da un lato la cittadinanza reagisce e lo fa attivamente, ognuno per la sua parte, le Istituzioni, le fdo e la magistratura restano impassibili. Non una dichiarazione da parte del governo della città su un fatto così grave e che mai prima di allora era accaduto, non una presa di posizione netta di condanna verso individui che inneggiano al nazifascismo e che vanno in giro con una lama in tasca.
Ma il vero scandalo è che i tutori dell’ordine pubblico non intervengano: la polizia giudiziaria non ritiene necessario l’arresto in flagranza di reato e il p.m. Davide Rosati, amico di famiglia di alcuni fascisti nonché padre di un ragazzino che non perde occasione per pubblicare sul suo profilo di face book foto che lo ritraino con pistole e croci uncinate, non firma nessun provvedimento restrittivo nonostante un ragazzo abbia rischiato di perdere un polmone, e sia stato costretto a trascorrere il Natale in ospedale, ed un altro si ritrovi il volto marchiato a vita! E siccome oltre a danno c’è sempre anche la beffa, a distanza di qualche tempo lo stesso p.m. Davide Rosati decide di denunciare tutti, aggrediti ed aggressori, contestandogli il reato di rissa. In pratica il tentativo di omicidio ( perche di ciò si tratta se mi accoltelli ad un polmone) viene derubricato a semplice rissa e di quest’ultimo reato viene accusato anche chi ha subito questa aggressione così infame e vigliacca.
Di fronte a questo atto infame commesso tanto dai fascisti e tanto da chi li protegge e spalleggia viene organizzata a Teramo una manifestazione Antifascista per dare un segnale forte. La manifestazione del 9 gennaio 2010 è un successo data la numerosa partecipazione di ragazzi di Teramo e non solo. Si gettano le basi per la costruzione di un gruppo maggiormente strutturato ed organizzato, che prende il nome di “Azione Antifascista Teramo”, e tutti i partecipanti si ripromettano di vigilare sulle vie della nostra città per evitare il ripetere di tali episodi e togliere qualsiasi spazio ai fascisti.
Da quel giorno in città esiste un vero e proprio movimento Antifascista coordinato e supportato da decine di ragazzi. Gli stessi si incontrano a cadenza settimanale per organizzare di volta in volta incontri, dibattiti, feste e manifestazioni. Riescono di fatto a presidiare continuamente le vie di Teramo. Nel frattempo gli infami fascisti sono rilegati in un Bar, il Borromei, dal quale, di fatto, non possono uscire e allontanarsi.
La rabbia dei ragazzi di Teramo è sempre maggiore e, di fatto, accade che spesso e volentieri alcuni si affaccino dalle parti del loro Bar per ricordargli che ciò che è accaduto non verrà dimenticato.
Nei mesi successivi i neofascisti di forza nuova, che intanto avevano espresso solidarietà agli accoltellatori del 23 dicembre 2009, cercano di ritagliarsi uno spazio nella nostra città dialogando con “Teramo non allineata”, lo pseudo-gruppo creato dai fasci teramani. Il primo tentativo di affacciarsi dalle nostre parti, visto che i forzanuovisti sono tutti di fuori, viene evitato e il volantinaggio in programma, che tra l’altro non era stato neanche pubblicizzato per la loro codardia, viene annullato grazie alla mobilitazione del movimento antifascista e di tanti semplici cittadini che fanno intendere chiaramente di non volere certi soggetti nella loro città.
È a questo punto che in soccorso dei fasci arrivano i loro degni compari della questura di Teramo che autorizzano un volantinaggio da svolgere in una triste domenica teramana. Ancora una volta decisivo risulta essere l’intervento degli antifascisti teramani che, occupando la piazza in un primo momento concessa ai fascisti, relegano questi ultimi fuori le mura del centro di Teramo in una zona che la domenica pomeriggio è, desolatamente, deserta. Il 7 febbraio 2010 Teramo è blindata e gli antifascisti che vogliono cacciare i fasci, che nel frattempo si danno volantini tra di loro, vengono respinti dalla celere “sapientemente” guidata dal capo di gabinetto della questura, Mimmo De Carolis.
L’autorizzazione rilasciata per quel volantinaggio viene ritenuta una vera e propria provocazione e lo sdegno dei Teramani è palpabile.
Successivamente accade che, durante una festa privata, organizzata da alcuni giovani, un simpatizzante del movimento Antifascista venga minacciato da uno degli stessi infami del 23 dicembre con un coltello. Saputa la notizia la rabbia cresce ancora di più perché si constata come chi la sera del 23 dicembre non ha esitato a sferrare dei fendenti a dei nostri compagni giri ancora indisturbato con una lama in tasca.
Alcuni di noi, resisi conto dell’assoluta impunità concessa dalle autorità agli infami fascisti, perdono la testa e la sera di venerdì 28 maggio 2010 cercano la vendetta nel loro bar. I fascisti si rinchiudono all’interno dello stesso e, di fatto, non accade quasi nulla, se non un reciproco lancio di oggetti. I danni si limitano ad una vetrina del bar ammaccata e alla contusione ad un dito della mano per la madre del proprietario del bar, giudicata guaribile in 7 giorni. La polizia, in questa circostanza, adotta una metro di giudizio completamente diverso rispetto a quello riservato alle carogne ed arresta due ragazzi fermati a centinaia di metri dal luogo ove si erano svolti i fatti. I due vengono portati in questura ed a loro il pm Rosati contesta i reati di devastazione, minacce ed, in un solo caso, quello di lesioni. Nel corso dell’udienza di convalida, il lunedì successivo, per i due il giudice stabilisce la custodia cautelare agli arresti domiciliari. Morale della favola? Se accoltelli una persona ad un organo vitale puoi continuare ad andare in giro tranquillamente senza dover cambiare il tuo “stile” di vita, se invece ammacchi la vetrina di un bar, cosa tra l’altro tutta da dimostrare, ti viene contestato il reato di devastazione, roba da g8 di Genova, e ti fai più di 3 mesi tra arresti ed obbligo di dimora. Come dire che una vetrina vale più di un polmone, o della vita stessa, di un ragazzo.
Tutto questo accade perché gli antifascisti si rendono conto che si devono fare giustizia da loro.
Dove non arriva la giustizia arriva il popolo… questo pensiero è più forte che mai!
Mente i ragazzi scontano gli arresti domiciliari grande è la solidarietà dimostrata da tutti. Vengono fatte collette, raccolte di libri e film per rendere meno dura la permanenza ai domiciliari. E proprio a seguito di alcuni incontri organizzati per raccogliere soldi e materiale da far arrivare ai ragazzi agli arresti, personale della questura di Teramo si reca nei bar dove tali incontri si erano svolti intimando ai proprietari di impedirne il ripetersi e minacciando conseguenze per le loro attività nel caso in cui non si fossero adeguati alle loro direttive.
Nel frattempo Forza Nuova, che non perde occasione per cercare, con ogni pretesto, di tornare nella nostra città, ottiene nuovamente, ed ancora una volta inspiegabilmente, l’autorizzazione ad organizzare un presidio in Piazza Dante, nelle vicinanze del già citato bar Borromei, ritrovo, e ghetto, delle carogne. Il movimento antifascista si mette immediatamente in moto e per esprimere tutto il dissenso e il disprezzo per tale decisione si decide di effettuare una sorta di comizio nella centralissima Piazza Martiri. E così, il 18 giugno 2010, i sinceri antifascisti, scesi in piazza per difendere un ideale sancito dalla nostra Carta Costituzionale e per protestare contro lo spazio concesso, in una città Medaglia d’Oro alla Resistenza, a personaggi quali lo stragista e leader di fn Roberto Fiore, vengono manganellati sotto gli occhi di tanti cittadini che avevano precedentemente applaudito i discorsi pronunciati al megafono. In seguito a tali fatti diversi appartenenti e simpatizzanti del movimento vengono denunciati per aver sopperito alla mancanza delle istituzioni.
Arriva l’estate e le carogne fasciste si spostano lungo la costa e anche lì si rendono protagonisti di episodi di minacce a ragazzi ritenuti vicini a chi ha tolto loro ogni visibilità nell’entroterra.
Una sera accade l’inevitabile: i fasci vengono attaccati da alcuni ragazzi dalle “buona maniere”. Ma la cosa non ha riscontri nell’immediato.
I ragazzi arrestati per la presunta devastazione al bar borromei, intanto, non ricevono il permesso per recarsi a lavoro e ad ogni istanza presentata dai loro legali il pm Rosati dà parere contrario. Solo dopo 50 giorni di arresti, ai giovani, peraltro entrambi incensurati, viene concessa la possibilità di andare a lavorare ma le restrizioni, pretese da Rosati ed inflitte dal giudice, sono pesantissime: obbligo di dimora nel comune ove lavorano(Tortoreto ed Alba Adriatica) e possibilità di uscire solo dalle 7 alle 20.
In questo lasso di tempo che và dalle manganellate agli antifascisti alla concessione degli arresti domiciliari, 10 ragazzi del nostro movimento vengono raggiunti da avviso orale. Addirittura anche chi era incensurato.
A distanza di 3 mesi dalla fantomatica devastazione del 28 maggio un terzo ragazzo viene arrestato e messo ai domiciliari mentre un quarto viene denunciato a piede libero. L’ arresto non ha basi su cui poggiarsi ed infatti il ragazzo solo dopo 5 giorni torna in libertà con l’obbligo di rientrare a casa entro le 21. Purtroppo però il suo calvario non finisce qui: infatti, a seguito di un incontro ravvicinato con uno degli infami del 23 dicembre, viene nuovamente messo ai domiciliari e nel momento in cui scriviamo si trova ancora a dover far ritorno a casa entro le 21.
Intanto l’estate finisce e la pressione della polizia sugli antifascisti è sempre più forte ed infatti per alcune scritte comparse in giro per Teramo vengono denunciati 2 ragazzi che quella sera erano a casa come da testimonianza.
Dopo tre mesi dalla già citata scazzottata al mare, al seguito della quale non c’erano stati refertati e fermi, un ragazzo del nostro movimento viene arrestato per rissa e due denunciati a piede libero. Dopo 3 mesi dal fatto arrestati per una semplice scazzottata e senza che gli organi inquirenti avessero in mano alcuna prova schiacciante se non una testimonianza piuttosto confusa e frammentaria!

E veniamo ai fatti più recenti.
Una notte di inizio settembre si incrociano per Teramo alcuni ragazzi vicini al nostro movimento e le carogne fasciste. I nostri verranno aggrediti con bottigliate e altro. Dopo un mese il pubblico ministero Rosati dispone l’arresto di 4 nostri compagni che resteranno ai domiciliari per ben 3 mesi e ai quali lo stesso pm negherà, in più di un occasione, la possibilità di andare a lavorare e frequentare l’università.
Il 27 novembre, in barba a quanto accaduto e vissuto precedentemente, il prefetto Soldà e il questore Di Ruocco, già tristemente famosa per le cariche agli operai di Melfi, concedono alle merde di Forza Nuova l’ennesimo permesso a volantinare nelle vie di Teramo. E’ l’ennesimo affronto da parte delle autorità cittadine. Nel corso della giornata una decina di sfigati di FN, come sempre arrivati da fuori provincia, vengono protetti in tutti i modi da un dispiegamento di forze dell’ordine a dir poco imponente, circa 80 unità, nonostante nel frattempo una cinquantina di antifascisti cerchi in tutti i modi di cacciarli. Si registrano anche alcune cariche di alleggerimento della polizia. Nei giorni seguenti si viene a sapere dagli organi di stampa che 20 ragazzi verranno denunciati per manifestazione non autorizzata, resistenza a pubblico ufficiale e, udite udite,tentata rissa e grida sediziose: siamo davvero alle comiche e se non si parlasse di cose e fatti realmente accaduti ci sarebbero gli elementi per ridere per un’intera settimana.
Si avvicina così l’anniversario del 23 dicembre e si decide di organizzare per il 18 un concentramento in piazza Orsini per ricordare quella data e discutere di antifascismo e lotta alla repressione in generale. Il prefetto Soldà, insieme al questore, ci vieta la piazza e la comunicazione ci viene notificata a soli 4 giorni dall’iniziativa . Ci viene comunque assicurata la concessione per sabato 8 gennaio, ma è storia di questi giorni l’emissione di un’ordinanza che istituisce in città una vera e propria zona rossa che non sarà più concessa per manifestazioni di “dissenso e protesta”, è il funerale della democrazia!
Allo stato attuale abbiamo 8 ragazzi che tutte le mattine si recano in questura a firmare, 2 che hanno l’obbligo di rientrare a casa entro le 21, tra l’altro ad uno di essi è stata notificata la richiesta di sorveglianza speciale per 5 anni che si discuterà a marzo 2011, e una quindicina di ragazzi, tra cui molti incensurati, a cui è stato notificato l’avviso orale. Una ragazza, è giusto ricordarlo, è stata prelevata da casa sua e messa sotto continuo ricatto dalla Digos per dire ciò che le loro orecchie volessero sentire.
Tutto questo viene fatto pagare a chi si oppone alla presenza di nazifascisti in città e a chi, di fatto, nel corso dell’ultimo anno e mezzo in particolare, ha sopperito all’assenza e all’immobilismo delle istituzioni nella difesa di un ideale così nobile , quale è l’antifascismo, sancito nella Costituzione. Con i loro comportamenti il P.M. Davide Rosati, il questore Di Ruocco e le forze dell’ordine in generale hanno dimostrato chiaramente da che parte stanno. Il loro obiettivo è reprimere il movimento antifascista teramano e, in tal modo, continuare a dare agibilità a chi dovrebbe essere di per sé fuorilegge per le idee che professa e per gli ideali che rivendica. Evidentemente però ad un sistema malato come il nostro è più utile chi fomenta odio, disprezza il diverso e va in giro con una lama in tasca ma, in fin dei conti, a questo sistema si adegua e di esso è il cane da guardia, piuttosto che chi tale sistema rifiuta e combatte.
Aggiornamenti ultimi a martedì 4 gennaio sono i seguenti: la piazza per organizzare il concentramento previsto non ci è concessa, abbiamo provocatoriamente chiesto piazza dante, luogo di ritrovo delle carogne fasciste. La notte tra il 26 e 27 dicembre codardi hanno cercato di dare fuoco, in maniera goffa, alla sede di Rifondazione Comunista.

Non ci piegheremo e non ci faremo intimidire da nessuno!

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