14 gennaio 2011

Morire di carcere: Un altro detenuto si è ucciso nel carcere di Perugia. E sono 6 dall'inizio dell'anno

Michele Massaro, 23 anni, si è suicidato mercoledì pomeriggio inalando il gas di una bomboletta da camping. Era detenuto nel carcere “Capanne” di Perugia dallo scorso mese di ottobre, quando i Carabinieri lo prelevarono dalla Comunità Terapeutica nella quale era ricoverato.
I suoi trascorsi da tossicodipendente ed i reati “contro il patrimonio”, che spesso contrassegnano l’esistenza di chi deve procurarsi i soldi per la “dose”, gli avevano fatto accumulare una pena che considerava sproporzionata: 8 anni, troppi per avere una misura alternativa, ma per lui troppi anche da trascorrere in una cella, evidentemente.
Forse le sue ultime, uniche soddisfazioni - prima che venisse trovato da un agente penitenziario con un sacchetto di plastica calato sopra la faccia - sono state un trancio di pizza con la cipolla e un pezzo di pane con la Nutella, offerte dal compagno napoletano con il quale divideva la cella numero “1” del terzo piano del Reparto circondariale.
Poi la decisione: Massaro ha approfittato del cosiddetto momento di “socialità” in cui l’altro detenuto è uscito, forse uno dei pochi in cui la vittima è stata lasciata completamente sola nelle ultime settimane, per togliersi la vita.
In seguito al fax inviato dal suo legale alla direzione del carcere di Capanne - comunicazione avvenuta dopo l’incontro coi familiari sconvolti, ai quali era stato confidato l’intento suicida da Michele - il giovane era seguito dal personale con un’attenzione maggiore. Lui, che si era sempre mostrato passivo e quasi per niente coinvolto nelle attività ricreative dell’istituto penitenziario, è stato portato via - dopo che il medico legale Sergio Pantuso Scalise ne ha constatato il decesso - nel silenzio rispettoso dei detenuti del braccio maschile.
Da inizio anno, in soli 12 giorni, salgono così a 6 i detenuti “morti di carcere”: il più “anziano” aveva 35 anni, Michele era il più giovane. Due si sono suicidati, gli altri 4 sono morti per “infarto”.
Nel carcere di Perugia l’ultimo decesso risaliva all’ottobre 2007, quando Aldo Bianzino - falegname arrestato per il possesso di alcune piante di marijuana - fu trovato morto in cella in circostanze mai del tutto chiarite (la Procura ha recentemente archiviato il relativo fascicolo, che come ipotesi di reato riportava “omicidio volontario contro ignoti”).

fonte: Ristretti Orizzonti

12 gennaio 2011

Nei primi 10 giorni dell’anno sono morti 5 detenuti… avevano l’età media di 32 anni

Le carceri italiane sono affollate prevalentemente di persone giovani e, sempre più spesso, sono i giovani a morirvi: nei primi 10 giorni dell’anno 4 detenuti di età compresa tra i 28 e i 35 anni sono deceduti per cause naturali e 1 internato di 32 anni si è impiccato nell’Opg di Aversa.
Per “cause naturali”, in assenza di indagini più approfondite (in 3 casi su 4 non è stata disposta l’autopsia), si intende semplicemente che il cuore di queste persone si è fermato.
Lo scorso anno per “cause naturali” sono morti 107 detenuti, la loro età media era di 39 anni: 73 casi sono stati archiviati senza alcuna ulteriore indagine, dopo che dalle ispezioni cadaveriche non erano risultati segni di violenza sui corpi, e classificati come “decessi causati da malattia”.
Nei restanti 34 casi è stata avviata un’inchiesta giudiziaria, con ipotesi di reato di varia gravità (dalla omissione di atti d’ufficio, fino all’omicidio colposo) a carico di operatori sanitari e penitenziari, ma finora soltanto 7 procedimenti si sono conclusi e tutti con un “non luogo a procedere”.
Ma qualunque sia l’esito delle indagini ancora in corso è inconfutabile il fatto che per un detenuto la probabilità di morire per “cause naturali” sia molto più elevata che non per un coetaneo libero. Un importante riscontro in questo senso viene dall’Istat (Annuario statistico italiano 2009 - Mortalità per malattie cardiocircolatorie): nella popolazione italiana la frequenza è di 33 decessi ogni 10mila persone, ma negli “under 35” è di 0,65 su 10mila.
Se in carcere valesse la stessa probabilità statistica le morti per “infarto” e simili cause sarebbero non più di 3 - 4 ogni anno, cifre che invece si sono già raggiunte in poco più di una settimana… L’evidenza che si ricava anche dalle statistiche degli ultimi 10 anni (1.740 decessi) è che i detenuti muoiono con una frequenza 20 volte maggiore rispetto ai loro coetanei liberi, sia per suicidio, sia per “cause naturali”.
Questo accade per vari motivi: la popolazione detenuta è mediamente meno in salute di quella libera; la detenzione causa di per sé un aumento dei fattori di rischio per quanto riguarda le malattie nervose, cardiocircolatorie, infettive, respiratorie, etc.; la condizione di vita nelle celle caratterizzata da sovraffollamento, precarie condizioni igieniche, sedentarietà forzata, aggiunge ulteriori elementi patogeni, e così via.
Va anche detto che negli ultimi anni c’è stata una notevole riduzione delle risorse economiche destinate al sistema penitenziario. Complessivamente dal 2008 al 2010 i “tagli” sono stati del 30% e, visto che gli stipendi per il personale penitenziario non possono essere ridotti, i risparmi hanno riguardato la manutenzione e la pulizia dei fabbricati, ma anche il mantenimento e l’assistenza sanitaria dei detenuti.
Una denuncia in questo senso viene oggi anche dalla Uil-Pa Penitenziari e riguarda il vitto per i detenuti. “La media nazionale, in base ai vari contratti di appalto, determina che per garantire il vitto (colazione, pranzo e cena) alla popolazione detenuta occorrono 4,15 € al giorno pro-capite. Stimando una presenza di 68mila detenuti, occorrerebbero circa 106 milioni di euro. Al Dap, invece, sono stati assegnati 85,3milioni (da cui occorre detrarre circa 6milioni, necessari per gli interventi di manutenzione ed acquisto di materiali per le pulizie delle cucine). Ne consegue che, a finanziamenti inalterati, i contratti di appalto non saranno rispettati e la quota pro-capite per il vitto giornaliero (colazione, pranzo e cena) scenderebbe a 3,18 €.....”.
Su questa ultima cifra bisogna soffermarsi: 3,18 € al giorno, per garantire il vitto completo a un detenuto! Il costo di 3 tazzine di caffè in un bar… e poi siamo a chiederci come mai in carcere sia così difficile conservare la salute…


Salvatore Morelli, 35 anni viene trovato morto all’alba del primo giorno del 2011 nella sua cella nel carcere di “Borgo San Nicola”, a Lecce. A stroncargli la vita un infarto. L’uomo era cardiopatico ed obeso.

S.H., detenuto marocchino di 35 anni, muore nel pomeriggio del 3 gennaio durante la corsa in autoambulanza, dal carcere “Cavadonna” di Siracusa verso l’ospedale. Il sostituto procuratore Claudia D’Alitto decide di non disporre l’autopsia sul corpo dell’uomo, dopo che i medici dell’ospedale hanno comunicato che si trattava di una morte naturale.

Massimo B., trentaduenne originario di Roma, si suicida la mattina del 5 gennaio stringendosi un lenzuolo intorno al collo in uno dei bagni dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa: era stato trasferito ad agosto presso il “Filippo Saporito”, proveniente dall’Opg di Montelupo fiorentino, con una misura di sicurezza provvisoria.

Lo spesso giorno Yuri Attinà, livornese, 28 anni, muore nel carcere “Le Sughere” di Livorno. Sul suo corpo non sono stati riscontrati segni di violenza: a ucciderlo sarebbe un arresto cardiaco causato dalla inalazione di gas.

La sera di domenica 9 gennaio, sera intorno alle 22.30, Brahim Macher, detenuto tunisino di 32 anni, muore nella Casa di Reclusione “Felicina” di Saluzzo. Il giovane, che avrebbe compiuto 33 anni a novembre, era ristretto in regime ordinario. Un arresto cardio-circolatorio l'ha colpito senza lasciargli scampo, vani anche i tentativi di rianimazione praticati dall'equipe del 118 intervenuta all'interno della struttura carceraria.

fonte: Ristretti Orizzonti

9 gennaio 2011

Carmelo Castro è morto in carcere a 19 anni, ma il suo "suicidio" non convince

Incensurato, solare, con meno di vent'anni, da poco rientrato dalla Germania dove era andato a cercare lavoro e fortuna, Carmelo Castro viene coinvolto in una piccola storia criminale nella sua Sicilia. Il 24 marzo 2009 alle ore 14.00 i carabinieri lo portano prima nella caserma di Biancavilla, poi in quella di Paternò vicino Catania.
La sorella Agatuccia lo segue disperata. L'accusa è quella di aver preso parte, insieme ad altre due persone, a una rapina. Si sarebbe prestato a fare il palo. Agatuccia, insieme ad altre due donne, lo raggiunge a Paternò. I militari non le fanno vedere il fratello. Loro, testarde, si piazzano in una stanzetta. Lì hanno modo di sentire le urla e i pianti di Carmelo. Agatuccia ci riprova e tenta di andarlo a vedere.
Viene fermata ancora una volta da un carabiniere. Passano cinque ore, sono le 7 di sera e un carabiniere le invita ad andarsene. Loro si piazzano nel giardinetto antistante la caserma. Passa un quarto d'ora e lo vedono uscire. Dicono che hanno visto una faccia gonfia e "pestata". Agatuccia urla ai Carabinieri: "cosa gli avete fatto?"
Carmelo Castro alle 2 di notte del 25 marzo finisce in galera a Piazza Lanza. Così iniziano tre giorni di buio carcerario. Il 28 marzo a un orario imprecisato della tarda mattinata, racconta la "versione ufficiale", il ragazzo si sarebbe suicidato attaccando il lenzuolo allo spigolo della branda della sua cella. In quei giorni ai familiari viene impedito di incontrarlo, di comunicare con lui in qualsiasi modo. Lo rivedranno cadavere. Avranno la notizia della morte tre ore dopo il decesso.
Una volta incarcerato, Carmelo Castro è messo in isolamento. Non si capisce, perché non ve ne è traccia negli atti di indagine, se l'isolamento sia stato disposto dal giudice: sta di fatto che viene disposto. Nel frattempo psicologi ed educatori accertano che ha bisogno di sostegno in quanto "fortemente provato dalla detenzione".
A loro dice che "da tempo vive in una condizione di assoluta paura". Eppure viene lasciato solo in cella con lenzuola a disposizione per impiccarsi. Tenere in isolamento una persona a rischio di suicidio è gravissimo e colpevole. Il 28 marzo alle 9 e 30 un agente lo trova "tranquillo e sereno". Alle 12 e 20 l'assistente capo di turno va a farsi un giro nel reparto e lo trova "all'impiedi con il lenzuolo in dotazione attorniato al collo con un nodo".
Lo lascia lì impiccato e va a chiamare aiuto. Il medico interviene alle 12.35. Il verbale del pronto soccorso segna le 12. 30 come orario dell'arrivo del cadavere di Carmelo Castro. Orari fra loro contradditori. Dalla documentazione carceraria parrebbe che l'ultimo ad averlo visto in vita sia stato l'agente di sezione alle 9.30. Ma l'autopsia rileva che Castro aveva mangiato pochi minuti prima di morire. Alle 11 e 30 gli era stato portato il pranzo (carne con patate) dal detenuto porta vitto e lui lo aveva mangiato tutto. Qualcuno con la divisa deve avergli aperto la cella. Pochi minuti dopo, a pancia piena, si sarebbe ammazzato impiccandosi alla spalliera di un letto alto 170 centimetri. Lui che era alto 175 centimetri.
Su tutta questa storia - dal presunto pestaggio alla morte in carcere - le indagini della magistratura sono state del tutto lacunose. A luglio 2010 il caso è stato archiviato senza che i giudici abbiano mai sentito la sorella di Castro, l'ultimo agente che lo ha visto in vita, l'assistente che lo ha trovato morto (che fra l'altro dopo un anno e mezzo avrebbe a sua volta tentato il suicidio), il detenuto che gli ha portato il pranzo, psicologi, psichiatri ed educatori che hanno ascoltato e documentato le sue preoccupazioni.
Il caso è stato chiuso senza aver acquisito il registro delle visite mediche di primo ingresso, dal quale avrebbero potuto risultare eventuali segni di violenze subite, senza aver verificato il perché Castro era preoccupato e impaurito, senza aver sequestrato la cella, senza aver accertato come mai un detenuto a rischio di suicidio fosse stato lasciato solo con un lenzuolo in dotazione.
Tutto questo è successo nella terra del ministro della Giustizia Angelino Alfano. La madre e la sorella di Carmelo Castro non hanno una loro verità, ma vogliono giustizia.
Per questo va riaperta l'inchiesta. Per questo, insieme con "A Buon Diritto", abbiamo presentato un esposto alla Procura, che finora ha indagato in modo che potremmo definire burocratico. Se il caso dovesse restare chiuso ci rivolgeremo ai giudici europei. In ogni caso ci attendiamo che l'amministrazione penitenziaria avvii una sua inchiesta per capire come può accadere che un ragazzo di 19 anni senza precedenti si impicchi in isolamento nonostante avrebbe dovuto essere controllato a vista.


Patrizio Gonnella da Il Manifesto

Livorno: Tanta gente fuori dal carcere ad urlare la propria rabbia per la morte di Yuri

Questa volta Livorno ha risposto. Forse sempre la solita parte, ma oggi fuori dalle Sughere c'era veramente tanta gente. I parenti di Yuri, gli amici, il Csa Godzilla, i compagni del movimento, i collettivi politici di Pisa e Viareggio che lavorano sui temi carcerari e tante altre persone accorse per dire basta.
Ma in particolare c'erano Maria Ciuffi, la madre di Marcello Lonzi morto nel medesimo carcere nel 2003 e Cira, la madre di Daniele Franceschi, il ragazzo di Viareggio morto quest'estate nelle carceri francesi in mezzo a omissioni e insabbiamenti. Le due mamme sono subito andate ad esprimere la propria solidarietà alla sorella di Yuri.
I manifestanti hanno appeso uno striscione sull'ingresso principale del carcere con scritto "Si vive di ingiustizie, si muore di carcere. Basta omicidi di Stato". Perchè la posizione comune è una sola: a prescindere da cosa sia successo, non importa essere per forza essere morti per percosse per affermare che esiste una responsabilità penale, politica e morale da parte dell'aministrazione penitenziaria. Un giovane di 28 anni non può morire in carcere e se ciò avviene è perchè qualcuno ha delle responsabilità.
E i primi dubbi sorgono proprio dal modo misterioso con cui vengono gestite queste morti. Dopo due giorni e mezzo un alone di mistero continua ad avvolgere tutto come conferma la sorella: "Yuri è entrato alle Sughere sano, era un ragazzo forte e robusto. Abbiamo messo un perito perchè alcune cose non ci quadrano e probabilmente non quadrano nemmeno agli inquirenti". La sorella alla fine del suo intervento ha ringraziato tutte le persone venute al presidio. Prima di lei era stata la volta di Maria Ciuffi e Cira Franceschi che hanno ribadito la loro critica al sistema carcerario, la loro non fiducia nella giustizia e la loro solidarietà alla famiglia.
Poi i manifestanti si sono spostati in corteo ed hanno percorso tutto il quadrato esterno del carcere, anche nelle zone interdette, scandendo slogan contro polizia e carceri e tirando petardi all'interno del perimetro.
Sia gli amici che molti dei manifestanti hanno espresso la volontà di andare fino in fondo per scoprire i motivi di questa morte e denunciare le condizioni di inciviltà ai limiti della sopravvivenza che si vivono all'interno ddlle carceri. Nessuno vuole compiere l'errore di credere alle versioni ufficiali o di svegliarsi tardi come è successo con il caso Lonzi. Il Comitato verità per Yuri andrà dunque avanti e sosterrà sia la famiglia sia iniziative al riguardo.
Il carcere è sempre più il luogo degli ultimi, di coloro deboli fuori e dentro al carcere, di coloro che vengono distrutti e sedati con psicofarmaci e che vengono ammassati nelle celle.

Al riguardo consigliamo la lettura di questo documento redatto dal collettivo Zone del Silenzio di Pisa

Il video dell'inizio del presidio

Fonte: SenzaSoste

Genova: raid fascista alle sede del Prc

Raid vandalico nella notte presso la sede di Rifondazione comunista in via Sertoli a Molassana, dove sono stati rotti i vetri delle finestre, scardinata la porta di ingresso e lanciata all’interno una tuta imbevuta di benzina incendiata.
Il custode dello stabile ha spento il fuoco ed ha chiamato subito la polizia. Non ci sono stati feriti né intossicati. Sono in corso indagini della Digos per capire la matrice del gesto. Il pubblico ministero Emilio Gatti ha aperto un fascicolo per coordinare le indagini.
«Erano in sei tutti armati di bastone, hanno tentato di sfondare la porta e poi hanno lanciato questo panno incendiato. Per fortuna sono riuscito ad afferrarlo col bastone che uso per camminare ed a spegnerlo... altrimenti non voglio immaginare cosa sarebbe potuto accadere»: così Antonio Mazzà, segretario del circolo di Rifondazione Comunista, che al momento dell’irruzione era all’ interno della struttura. «Ero all’interno, quando ho sentito alcuni rumori strani. Ho visto sei giovani che tentavano di fare irruzione a volto coperto - racconta l’uomo -. Mi sono spaventato moltissimo. Ma credo che mi abbia salvato proprio la paura perché quando ho fatto per affrontarli, loro sono scappati». Non è chiaro se sia trattata di un’aggressione politica o di un gesto di alcuni teppisti. «Ho sentito delle urla - prosegue Mazzà - quei ragazzi gridavano che ce la volevano far pagare». Il segretario è stato ascoltato dalla Digos che sta indagando sulla vicenda. Al momento non è chiara la matrice del gesto e si sta lavorando per riuscire ad identificare i sei vandali e capire se appartengano o meno a qualche movimento politico.
C’è stato un altro raid vandalico nella zona di Molassana, nella notte, a poca distanza dal circolo del partito di Rifondazione Comunista. Nelle stesse ore alcuni ignoti hanno danneggiato a pietrate e devastato l’interno dell’ambulanza della Pubblica assistenza Molassana, che si trovava in via San Rocco di Molassana, ad un centinaio di metri da via Sertoli. Il mezzo per la rianimazione è stato gravemente danneggiato. Secondo gli investigatori della Digos, tuttavia, non ci sarebbero collegamenti con quanto avvenuto alla sede del circolo di Prc. I responsabili della pubblica assistenza hanno presentato denuncia ai carabinieri.

Fonte: Il secolo XIX

Napoli: Studenti aggrediti e minacciati con una pistola d’ordinanza in pieno centro!

Un gruppo di studenti medi appartenente al coordinamento degli Studenti Autorganizzati Campani, aveva intenzione di allestire, nel centro storico di Napoli, a P.zza S. Domenico, una mostra fotografica che raccontasse la mobilitazione di quest’anno contro la Riforma Gelmini.
Alle 17.15 di sabato 8 gennaio, mentre una ventina di studenti (di età compresa tra i 14 e i 18 anni) stavano attaccando i cartelloni, una volante e due motociclette della polizia municipale sono sopraggiunte intimando aggressivamente agli studenti di staccare subito le foto. Mentre i ragazzi domandavano le motivazioni di questo divieto, la polizia municipale ha iniziato a strappare le foto già messe: i ragazzi hanno cercato di difendere lo foto, e sono stati colpiti con calci e spintoni. Uno dei ragazzi che stava filmando la scena con il cellulare è stato aggredito, bloccato e portato via.
Ovviamente di fronte a questo evidente abuso, tutti gli altri presenti, compresi i passanti allibiti dal comportamento fascistoide e violento degli uomini in divisa, hanno iniziato a gridare chiedendo che lasciassero andare lo studente. Per tutta risposta diversi agenti della polizia municipale si sono avventati verso i ragazzi, inseguendoli fin sopra uno dei vicoli di Piazza S. Domenico. Uno di loro ha addirittura estratto la pistola di ordinanza, urlando verso i ragazzi: “se non ve ne andate vi sparo”!
Nel frattempo sono arrivate altre volanti della polizia municipale, e studenti e passanti sono stati a più riprese strattonati, spinti, colpiti dagli agenti, riportando diverse contusioni. I ragazzi che sopraggiungevano per vedere la mostra hanno improvvisato un presidio a P.zza San Domenico, fuori al bar dove era stato “sequestrato” il ragazzo che aveva filmato le violenze della polizia. Il presidio dei compagni ha ottenuto il rilascio del ragazzo, ma la tensione non si è abbassata, tanto che uno dei poliziotti, lo stesso che ha estratto l’arma, è arrivato a urlare: “una pallottola costa un euro, voi valete meno”…
Grazie alla solidarietà espressa dai cittadini e dai compagni arrivati è stato comunque possibile allestire la mostra, e partire in corteo spontaneo per le vie del centro, alla volta del comando della polizia municipale a P.zza Dante.
Siamo di fronte ad un episodio che qualifica nuovamente il comportamento delle forze del (dis)ordine nella nostra città: dopo l’arresto del ricercatore precario il 15 ottobre (processato per direttissima e completamente prosciolto, nonostante il questore annunciasse “sentenze esemplari”), le cariche a freddo agli studenti e ai lavoratori nel teatro San Carlo l’1 dicembre, l’aggressione ai danni degli attivisti ambientalisti della Critical Mass l’8 dicembre e le cariche nel Museo Nazionale agli studenti che erano lì per esprimere solidarietà agli operatori sociali, il 23 dicembre… Non una serie di episodi isolati, dunque, ma una vera e propria strategia volta a terrorizzare e a svuotare le piazze e le coscienze.

Contro il DDL Gelmini! Contro la repressione!

Il futuro non è scritto…
Video

Studenti Autorganizzati Campani


6 gennaio 2011

Ancora morti al carcere Sughere di Livorno: ucciso giovane di 28 anni

Il carcere della morte continua a mietere vittime. E' morto ieri pomeriggio Yuri Attinà, giovane livornese residente nel quartiere Shangay e molto conosciuto in città.
Motivo ufficiale del decesso è l'infarto ma gli stessi inquirenti stanno indagando con "estremo riserbo" su ciò che è accaduto all'interno del carcere delle Sughere nella giornata di ieri. Anche perchè l'infarto e la giovane età non possono che rimandare alla morte di Marcello Lonzi (anch'egli 28enne, anch'egli morto "ufficialmente per infarto) e a tutte le varie omissioni e "deviazioni" d'indagine che furono messe in atto proprio nelle prime ore della morte tanto che i familiari furono avvertiti solo dopo un giorno.
Qualunque sia il motivo della sua morte deve essere chiaro che si tratta dell'ennesimo omicidio di Stato all'interno del "Gulag Sughere" (così Il Tirreno lo scorso marzo definì il carcere dei 20 morti in 10 anni, 2 l'anno), un carcere che ha sempre goduto dell'omertà delle istituzioni locali e di una certa extraterritorialità visto che la città di Livorno ha sempre vissuto questo luogo come qualcosa di lontano.
Solo il caso Lonzi e le conseguenti iniziative in città culminate nella grande manifestazione di un anno fa contro gli omicidi di stato hanno risvegliato un'attenzione verso questa piaga cittadina. Ma oggi siamo qui a commentare un nuovo decesso, di un ragazzo di appena 28 anni ucciso nel carcere delle Sughere.
Conoscevamo Yuri, così come era ben conosciuto in città per i suoi tanti anni trascorsi allo stadio e perchè fino a pochi mesi fa era ogni sera in giro per La Venezia a frequentare i principali luoghi di ritrovo e cercare un contatto i ragazzi della sua età.
Ora la città deve pretendere la VERITA' e deve iniziare a interrogarsi se quel carcere della morte è un corpo estraneo al territorio da trattare con indifferenza oppure è una piaga da affrontare.
Infine una parola sul Garante dei Detenuti Marco Solimano. Da quando è diventato garante, non senza polemiche a nostro avviso inutili e sterili da destra e anche qualche malumore da sinistra, non lo abbiamo mai letto sulla stampa cittadina. Tuttavia il carcere della morte continua ad essere sovraffollato e le condizioni di vita sono al limite della sopportazione. Se la sua figura serve a qualcosa questo è il momento di dimostrarlo, a tutta la cittadinanza. Sennò è meglio asservarsi i soldi per pagare il funerale al prossimo morto.

E’ giunta l’ora di dire basta. Non lasciamo che anche Yuri venga sepolto senza che siano individuati omissioni e responsabili, senza che la città si prenda le proprie responsabilità, senza che chi gli voleva bene sappia cosa sia successo.
Per questo saremo sabato 8 gennaio alle ore 15 fuori dal carcere delle Sughere per gridare verità per Yuri e per non lasciare che un’altra morte venga bollata e insabbiata con false e retoriche frasi di circostanza.

Suicidio all'opg di Aversa. E' il terzo nel 2011

È il primo suicidio del 2011 nelle carceri campane quello di un internato nell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa che si è tolto la vita martedì pomeriggio. La struttura ospita attualmente circa 300 internati, persone sofferenti psichici, autori di reati e condannati ad una misura di sicurezza. Secondo l'Osservatorio dell'Associazione Antigone Campania, l'uomo, Massimo B., del 1979 si è tolto la vita impiccandosi nella propria cella. Si tratta del terzo “morto di carcere” dopo quello di Salvatore Morelli, avvenuto nel carcere di Lecce il giorno di Capodanno e di S.H. detenuto di 35 anni, morto nel pomeriggio del  3 gennaio nel carcere di Siracusa.
«E' triste costatare - ha dichiarato Dario Stefano Dell'Aquila, portavoce di Antigone Campania -, che un sofferente psichico, che ha fatto il suo ingresso in Opg a luglio dello scorso anno, sottoposto a misura di sicurezza provvisoria per reati non di particolare gravità, trovi la morte, dopo nemmeno sei mesi in una struttura in cui dovrebbe ricevere, in teoria, una adeguata assistenza sanitaria».
«Pur ammettendo tutti i limiti dovuti alla esiguità di risorse - ha proseguito il portavoce dell'associazione sulle condizioni delle carceri - rimane inspiegabile che una persona sottoposta ad un doppio regime di sorveglianza, sanitario e penitenziario, abbia modo di togliersi la vita senza, in pieno pomeriggio, senza che nessuno se ne accorga».

5 gennaio 2011

Siracusa: muore un detenuto marocchino di 35 anni, indagini in corso per stabilire le cause

S.H., detenuto di 35 anni, muore nel pomeriggio di lunedì 3 gennaio. Si tratta del secondo “morto di carcere” dopo quello di Salvatore Morelli, avvenuto nel carcere di Lecce il giorno di Capodanno. Da evidenziare che questa morte non entra nel computo degli “eventi critici” elaborato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che registra solamente le morti accertate dai sanitari all’interno degli Istituti di Pena... quindi chi supera il muro di cinta, anche se in coma, non è più "morto in carcere".
Nella Casa Circondariale di Siracusa l'ultimo decesso risaliva allo scorso 8 ottobre, quando un detenuto colombiano di 28 anni si uccise impiccandosi. Durante l'anno 2010 nell'Istituto sono avvenuti altri 3 suicidi, mentre è di 14 il totale delle morti registrate negli ultimi 5 anni (10 i suicidi). I posti-letto del carcere “Cavadonna” sono 309, ma attualmente i detenuti presenti sono 550, di cui 110 stranieri.

La cronaca della tragedia
La corsa a sirene spiegate dell'autoambulanza del 118 scortata dall'auto della polizia penitenziaria alla fine è risultata vana. Un detenuto extracomunitario rinchiuso nel carcere di contrada "Cavadonna" è arrivato cadavere al pronto soccorso dell'ospedale "Umberto I". La vittima è un marocchino di 35 anni. Sull'intera vicenda massimo il riserbo degli inquirenti e degli investigatori. La Procura ha avviato una serie di accertamenti preliminari e, con ogni probabilità, già nella giornata di oggi il sostituto procuratore della Repubblica Claudia D'Alitto potrebbe anche disporre l'esecuzione dell'esame autoptico.
Il fatto, secondo i pochi elementi noti, risale al tardo pomeriggio di lunedì scorso anche se la notizia è trapelata solamente ieri. Il detenuto sembra che abbia accusato un malore mentre era in carcere. Attivati i servizi sanitari di assistenza interni, constatato verosimilmente che la situazione non poteva certo essere gestita all'interno della struttura di detenzione, è stato disposto il trasferimento del detenuto all'ospedale generale provinciale. Ma quando i medici del pronto soccorso hanno provato ad intervenire c'è stato veramente ben poco da fare. Il cuore del marocchino si era fermato. Solo gli accertamenti medico-legali potranno consentire di fare luce sulle cause della morte.

fonte: Ristretti Orizzonti

4 gennaio 2011

Rho (Mi): sgomberato il centro sociale SOS FORNACE

Alle 8 di stamattina 10 camionette di polizia e carabinieri hanno sgomberato il centro sociale SOS Fornace di Rho, uno degli spazi sociali più importanti d’Italia, dove si sarebbero tenuti gli Stati Generali della Precarietà di metà gennaio.
Gli attivisti presenti nello stabile hanno provato a impedire lo sgombero, ma dopo esser stati ripetutamente malmenati dal centinaio di celerini hanno dovuto abbandonare il luogo. (foto) (Video)
La destra al potere a Rho e in Lombardia l’aveva giurata a uno dei luoghi più attivi della sinistra nella regione. Diversamente da tanti centri sociali che non fanno lavoro sul territorio, la Fornace ha ripetutamente avuto dietro di sé la cittadinanza rhodense, perché le sue battaglie in difesa dei pendolari, dei precari, delle aree industriali sono state molto popolari e questo la giunta affaristico-autoritaria di Zucchetti non gliel’ha mai perdonato.

STASERA ore 20:30 presidio-manifestazione di fronte al Comune in Piazza Visconti a Rho

Napoli: Agente di polizia spara alla nuca ad un giovane rapinatore

Restano gravissime le condizioni del baby rapinatore rimasto ferito ieri durante un tentata rapina in una tabaccheria di via Domenico Cirillo, a Napoli.  Un poliziotto presente sul posto che subito reagisce e preme il grilletto contro i giovani rapinatori colpiendoli entrambi, Antonio Fontanarosa viene preso alla testa, e i medici del Loreto Mare non lasciano spazio alla speranza. Il ragazzo che compirà 18 anni a febbraio, è ricoverato all'ospedale Loreto Mare in rianimazione: è in coma, la prognosi è riservata. Per lui è solo questione di ore, non si può operare. Il foro di entrata del proiettile è alla nuca. Si indaga su questo punto. Quando è stato ferito, voltava le spalle al poliziotto?

3 gennaio 2011

Lecce: detenuto di 35 anni muore in cella a Capodanno, era cardiopatico e obeso

Si tratta del primo decesso registrato nelle carceri italiane nel 2011. Lo scorso anno sono morti in cella 173 detenuti, di cui 66 per suicidio. Nel carcere di Lecce, nel 2010, si sono verificati 5 decessi (2 per suicidio), mentre negli ultimi 5 anni nelle celle di “Borgo San Nicola” hanno perso la vita 17 persone, delle quali 7 si sono suicidate.

Tragico Capodanno per un detenuto foggiano, Salvatore Morelli, 35 anni. L’uomo è stato trovato morto all’alba del primo giorno del 2011 nella sua cella nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce. A stroncargli la vita, con ogni probabilità, un infarto. Ad allertare gli agenti di polizia penitenziaria il compagno di cella insospettito dal prolungato silenzio del 35enne. Vano ogni tentativo di rianimarlo da parte del medico del penitenziario e l’immediato trasporto all’ospedale di Lecce “Vito Fazzi”, dove i medici non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.
Morelli era affetto da patologie preesistenti legate a problemi cardiocircolatori. Inoltre era obeso. Una situazione clinica che lo costringeva a recarsi quasi ogni giorno presso il nosocomio leccese, in modo da controllare le sue condizioni di salute. Sarà la relazione redatta dal medico legale Alberto Tortorella, a chiarire le cause della morte. Nelle prossime ore il sostituto procuratore Giuseppe Capoccia potrebbe disporre l’autopsia.
Il carcere di Lecce, ha un numero di detenuti più che doppio rispetto alla capienza regolamentare, presenta una situazione di vivibilità a dir poco critica, come testimoniano anche i dati diffusi oggi dal Sindacato Uil-Pa Penitenziari.

Dati relativi all’anno 2010
Fonte: Uil-Pa Penitenziari - Coordinamento Regionale Puglia

Capienza regolamentare: 680
Detenuti presenti: 1.449
Ricorsi al Magistrato di Sorveglianza c/o Tribunale di Lecce per ingiusta detenzione: 187
Ricorsi alla Commissione contro la Tortura della Corte di Strasburgo: 47
Tentati suicidi (con lettera d’addio): 41
Invii con estrema urgenza al Pronto soccorso per eventi critici: 937
Detenuti stranieri: 382
Detenuti tossicodipendenti: 253
Detenuti affetti da Epatite C: 361
Visite mediche eseguite giornalmente: 80
Detenuti affetti da patologie ansioso-depressive: 90
Detenuti affetti da patologie psicotiche: 40%
Detenuti che fanno uso di ansiolitici: 90%

fonte: ristretti orizzonti

Stato d’eccezione e tolleranza zero: il nuovo spazio giudiziario europeo

In vista del seminario della R@P (Rete di Autorganizzazione Popolare) del 15 gennaio, che si terrà a Roma in Via Bordoni nella Casa del Popolo di Torpignattara, pubblichiamo uno scritto di Italo di Sabato dell'osservatorio sulla repressione che curerà il seminario su neoliberismo e gestione penale della crisi. Lo scritto sarà utilizzato come traccia introduttiva del seminario che si terrà a partire dalle ore 15.

È strano, ma quando si parla di democrazie liberali si omette sempre di ricordare che questi sistemi prevedono, in caso di grave minaccia, specifiche clausole di autosospensione del proprio ordinamento costituzionale.
Per funzionare il sistema giuridico ha bisogno di normalità, perché ciò avvenga esso si avvale di momenti di interruzione che vengono chiamati “stato di eccezione”. È questo un punto cruciale, poiché chi introduce una tale misura è in buona sostanza l’ultimo a decidere, non a caso chi ha questo potere è stato indicato come il sovrano reale. Non lo stato di diritto, dunque, ma chi può decidere sulla sua sospensione rappresenterebbe il vero arcana imperii della sovranità.
A ricordarcelo è stata l’UE con “Uno spazio giudiziario europeo”. La soluzione per ogni problema, il rimedio contro i mali del XXI secolo: “terrorismo planetario”, insicurezza crescente, invasione delle popolazioni senza risorse.
Lotta senza quartiere contro il crimine, tolleranza zero, giudiziarizzazione sempre più estesa della vita sociale e politica, ma legge ed ordine possono arrivare a dominare queste nuove contraddizioni e sfide? O al contrario siamo di fronte ad una cinica panoplia di argomenti che fanno della paura, dell’angoscia e dell’ansia, dei nuovi ingredienti del mercato politico? Dispositivi ansiongeni, deliri sicuritari, demagogia giudiziaria, non rischiano forse di rivolgersi contro i loro promotori al pari di una medicina che uccide il malato?
Innanzitutto, che cosa è mai lo “spazio giudiziario europeo”? Uno spazio costituzionale unificato, dotato di pesi e contrappesi omogenei, di un sistema giuridico coerente, di una polizia unica, di criteri di formazione della prova identici? No! L’Europa, non ha nemmeno ancora assunto lo statuto di persona giuridica. L’Unione europea, non può firmare in quanto tale le convenzioni e i trattati internazionali. Di cosa parliamo dunque?
Vista da un altro continente, l’Europa appare uno spazio economico, finanziario e monetario, che cerca di accordarsi sul piano legislativo attraverso il principio di sussidiarietà. L’Europa politica è un nano, l’Europa militare balbetta, quanto all’Europa sociale essa è uno spettro (che s’aggira per i suoi Palazzi). L’Europa è un fantasma costituzionale e lo spazio giudiziario un inganno, il luogo dell’arbitrario puro.
Il riferimento è implicito ai movimenti che hanno partecipato alle mobilitazioni di Seattle, Göteborg, Nizza, Praga, Genova, fa chiaramente parte dei retropensieri dei redattori del testo, i quali non si nascondono affatto quando suggeriscono senza particolari pudori che “ciò potrebbe riguardare atti di violenza urbana, per esempio”, oppure l’occupazione di immobili appartenenti a società pubbliche, l’azione di gruppi di disoccupati, precari, immigrati che occupano le prefetture per rivendicare la loro regolarizzazione, i tradizionali “colpi di mano” o le azioni di disobbedienza civile e sociale; sarebbero già largamente azioni da considerare, secondo i nuovi criteri, degli “atti terroristici”.
La legislazione d’emergenza, in Italia, è stata l’apripista di un processo di involuzione autoritaria, che, interdendo definitivamente la società reale dal luogo delle decisioni, ha finito per esternalizzare il ruolo dei poteri forti fissandolo nel tecnicismo della governabilità.
Dall’approvazione della legge reale (1975) è un continuo varo di provvedimenti che ledono i diritti e di fatto danno immunità alle forze dell’ordine che compiono violenze, soprusi e molte volte omicidi.
Basti pensare all’approvazione dei pacchetti sicurezz: un mix micidiale di norme razziste e xenofobe con provvedimenti intesi a colpire le lotte e il conflitto sociale.
La risposta che il governo da alla crisi economica e sociale è la dichiarazione di guerra al più povero. Se aiuti un migrante clandestino rischi di finire in galera, a differenza di chi istiga all’odio razziale e diventa ministro della repubblica.
Se ti opponi per reclamare diritti, reddito, casa c’è il rischio di essere brutalmente picchiati, torturati e arrestati. Chi invece ha prodotto la violenza, ha calpestato i più elementari diritti (come è accaduto a Genova durante il G8 nel luglio 2001) viene assolto, promosso e premiato come un “eroe” dello Stato.
Non è un caso che la strategia di emergenza sulla sicurezza si concentra sugli aspetti di mediatizzati del malessere sociale.
In questo contesto avvengono anche le tante violenze da parte delle forze di polizia contro i migranti, giovani con look alternativi, ultras e tossicodipendenti.
Quante volte abbiamo sentito dire ad esempio che Stefano Cucchi o Federico Aldrovandi in fondo erano due drogati? Oppure che Gabriele Sandri era un teppista da stadio o Carlo Giuliani un punkbestia noglobal?
Dove sono oggi le culture critiche, gli intellettuali? Perché in pochi si indignano contro queste barbarie che quotidianamente si compiono nel nostro “democratico” paese? E mai possibile che non ci sia nessuno che grida che oggi le carceri italiane sono delle proprie discariche sociali in cui 600 detenuti si sono suicidati nell’ultimo decennio?
E questa l’Italia dove alla corruzione di un governo populista, reazionario, razzista e fascistoide, l’unica opposizione che scalda gli animi di tanti antiberlusconiani sembra quella che vuole più Stato, che chiede più trasparenza, merito, legalità, manette e polizia. Uno Stato che serve a difesa della propria debolezza sociale, prima che politica.
Legalità e giustizia contro fragilità sociale, declassamento e precarietà. Per essere chiari si invoca lo Stato invece di far male ai padroni.
Non stupisce allora che la “cultura della legalità” tanto acclamata e bandiera dell’antiberlusconismo si traduce nell’invocare la necessità della tutela dell’ordine pubblico, attraverso l’intensificazione della repressione di tipo penale e amministrativo. Tale operazione sottintende una concezione autoritaria volta a privilegiare la dimensione della “sicurezza” rispetto a quello dell’intervento sociale.
La “cultura della legalità” ha conseguito risultati meno che mediocri nella lotta al crimine organizzato, alla mafia, alla camorra. In cambio ha avuto effetti devastanti sia sulle scelte politiche dei governi, sia sull’involuzione della mentalità del paese o meglio sull’affermarsi di un opinione pubblica essenzialmente repressiva e regressiva.
In Italia, l’equazione “immigrati uguale criminali” è diventato uno slogan agitato sia da destra che da larghi settori dell’ opposizione. Non è un caso se un idolo delle folli dell’antiberlusconismo come Beppe Grillo, può tranquillamente eccitare il suo popolo sbraitando contro gli immigrati che invadono i sacri confini della patria.
Come risulta, anche da recenti ricerche, il panico in questione è il frutto del corto circuito creato a metà degli anni ’90 tra l’agitazione di comitati di “cittadini” sorti sulle ceneri dei partiti tradizionali e le strumentalizzazioni dei partiti più o meno xenofobi come la Lega e An e il sensazionalismo dei media. Sarebbe bastato consultare qualche libro di Bauman per riflettere sul fatto che gli immigrati, al di la del loro reale coinvolgimento nella microcriminalità, diventano il parafulmine di una insicurezza e precarietà diffusa, in gran parte prodotta dallo smantellamento dello stato sociale.
Ma i partiti del centro-sinistra (Pd e Idv), opinion leader accreditati come i più incisivi oppositori a Berlusconi (Travaglio), sindaci di giunte “rosse” (Cofferati, Veltroni, Dominici, Chiamparino, Renzi) invece di svolgere un opera di informazione e, in sostanza, di riportare la realtà immaginaria e mediale ai fatti, hanno cavalcato le proteste nell’illusione di allargare il proprio consenso nell’elettorato moderato.
Com’era facilmente prevedibile questa “inimicizia dall’alto” si è rilevata un boomerang. Da una parte si sono legittimate le posizioni xenofobe della destra, dall’altra agli occhi dell’elettorato moderato, la responsabilità del “degrado” che tutti imputano agli immigrati non poteva che essere attribuita alla sinistra.
Inoltre dal G8 del 2001 a oggi sono numerosi i casi in cui la magistratura ha cercato di trasformare le lotte politiche in azioni puramente delinquenziali
Si parla di circa 15.000 persone sotto processo, interessano tutti i gangli attraverso i quali il movimento tentò di esprimersi nel luglio 2001: contrapposizione alle politiche liberiste, lotte sociali riguardanti il tema della precarietà (e con esso il diritto alla casa, ai servizi, al reddito), le lotte anti repressive degli anarchici, le lotte dei migranti. Nel filone repressivo post G8, non manca la criminalizzazione di chiunque si occupi di precarietà (lavorativa, sociale, di esistenza): ecco i processi contro gli attivisti della MayDay del 2004 a Milano, il processo per l'esproprio proletario del 6 novembre a Roma, gli innumerevoli processi per azioni contro la guerra, il reddito, i migranti e la casa (Bologna, Roma e Firenze con le condanne a 7 anni per chi manifestò al consolato Usa del 13 maggio 1999). Anche in questo caso le mosse delle varie procure, sembrano inserirsi nel solco ideologico delle nuove tecniche repressive: disconoscere il primato politico delle varie forme di opposizione, per sancirne la resa giudiziaria delinquenziale e tramutare ogni affaire politico in ordine pubblico.
La dimensione del fenomeno e la qualità delle imputazioni mosse indica la volontà di taluni apparati dello Stato e della stessa Magistratura di procedere ad una vera e propria criminalizzazione di istanze che dovrebbero trovare ben altre sedi e modalità di risposta.
Crediamo sia necessaria e non più rimandabile una campagna politica affinché ci sia un provvedimento generale che dia il segnale di un riconoscimento politico alle lotte di questi anni, che porti necessariamente alla depenalizzazione di una serie di reati, spesso ereditati dal vecchio Codice Rocco, che sanzionano stili di vita, comportamenti sociali diffusi o persino le libere opinioni. Una campagna per il riconoscimento della legittimità di alcune forme di lotta, entrati nella prassi dei movimenti e dei comitati territoriali. Cosi come non è più rinviabile una campagna per l’abrogazione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione e della Fini-Giovanardi sulle tossicopidendenze. Leggi che hanno riempito le carceri e fatto vittime.
La democrazia non può essere difesa senza svilupparla, approfondirla, radicalizzarla, poiché non si tratta di un catechismo, di un codice o di un insieme di norme e sacri principi, ma di un agire politico calato nel suo tempo. Bisogna agire avendo la consapevolezza che Berlusconi non lo si combatte cavalcando malumori e frustrazioni, ma costruendo politica e pratica di opposizione che si nutre di conflitto sociale e di disobbedienze, e che oggi tutto questo non esiste né nell’opposizione parlamentare ma neanche nel senso comune ispirato dai vari Grillo e Travaglio.
Per il momento, sarà saggio almeno accogliere il suggerimento di Zarathustra: “ diffidate di coloro nei quali è potente l’istinto di punire “


31 dicembre 2010

Buon Anno...........



Per un 2011 di lotte, di riconquista di diritti, di assoluzioni e scarcerazioni, di grandi movimenti e di un nuovo protagonismo di massa, di giustizia vera per chi lottando si vede privato della iibertà, per tutti i detenuti, per tutte le sorelle e i fratelli vittime della violenza di stato 

30 dicembre 2010

Roma: suicida a Rebibbia detenuto 24enne.Il 66esimo suicidio in carcere del 2010

Un giovane detenuto rom 24enne, Rambo Djurdjevic, si è tolto la vita impiccandosi nella sua cella del carcere romano di Rebibbia Nuovo Complesso. Lo rende noto il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Si tratta del decimo decesso registrato in un carcere della Regione nel 2010, il quarto suicidio.
A quanto appreso dai collaboratori del Garante, Djurdjevic era arrivato il 16 giugno scorso nel reparto G 12 di Rebibbia Nuovo Complesso dove stava scontando, insieme al fratello, una condanna per furti con un fine pena fissato a maggio 2011.
A trovarlo senza vita sono stati gli agenti di polizia penitenziaria nel corso di un controllo. Il giovane era entrato per la prima volta in carcere nel 2002 all’Istituto Penale Minorile di Casal del Marmo, quindi aveva conosciuto anche le carceri di Velletri e Arezzo. I familiari sono stati avvertiti dalle autorità di quanto accaduto. “Non sono ancora noti i motivi che hanno spinto questo giovane a pensare di non avere più alternative alla morte - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni. Ciò che posso, con certezza, ribadire è che le condizioni di vita nelle carceri sono sempre più difficili soprattutto a causa del sovraffollamento ormai non più sostenibile. E, in questo quadro, la carenza anche di supporti psicologici fa sì che i più deboli dentro il carcere vedono nella fine traumatica della loro vita la soluzione di ogni problema”.

29 dicembre 2010

Teramo: Attentato fascista a sede Rifondazione Comunista

Periodo difficile per il partito di sinistra nella città teramana e il livello d'attenzione inevitabilmente si alza. Dopo gli accoltellamenti di piazza Orsini di un anno fa, quando si registrarono scontri tra alcuni giovani dell'estrema destra e dell'estrema sinistra, sabato scorso Rc avrebbe voluto ricordare quel giorno.
Ma è arrivato il no della Prefettura.
Stamattina l'amara scoperta della saracinesca della sede incendiata. Secondo una prima ricostruzione ignoti, poco dopo le 4, avrebbero cosparso di liquido infiammabile la saracinesca del locale in via della Cittadella, tentando di dare fuoco all'ufficio.
La poca quantità di innesco utilizzata, ma soprattutto il passaggio di un cittadino che si è accorto del principio di incendio e ha dato l'allarme, ha fatto sì che i danni fossero limitati a una porzione della saracinesca, annerita dal fuoco.
Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco e gli agenti della Digos che stanno conducendo indagini per individuare gli autori del gesto.
Non è escluso che l'episodio sia da collegare proprio al forte clima di tensione creatosi in città dopo i recenti scontri tra opposte fazioni politiche ma gli inquirenti non escludono nessuna pista.
Proprio ieri il partito aveva protestato per la decisione del Prefetto di Teramo, dopo i problemi creati dalle ultime manifestazioni, di vietare nel centro storico manifestazioni pubbliche «dirette a richiamare l'attenzione su problematiche particolari o a rappresentare alle istituzioni e all'opinione pubblica dissensi e proteste». L'ordinanza, secondo il partito di estrama sinistra «crea anche a Teramo, come a Genova per il G8 del 2001, una zona rossa, addirittura permanente, rappresenta una gravissima escalation nella negazione di diritti fondamentali da parte di un potere sempre più incapace di gestire i conflitti sociali che esso stesso innesca». «Stupisce, invece, il fatto che il prefetto Eugenio Soldà avesse rassicurato Rifondazione Comunista, sull'autorizzazione allo svolgimento in centro storico della manifestazione antifascista da tenersi dopo le festività natalizie. Rifondazione Comunista chiede l'immediata revoca dell'ordinanza e, richiamando l'ironia di Ennio Flaiano, consiglia al Prefetto Soldà e al questore Di Ruocco, particolarmente efficienti nel negare il libero esercizio dei diritti sanciti dalla Costituzione, di dedicarsi ad altra attività professionale».

28 dicembre 2010

Il capo dei Ros Ganzer si accordò con i narcotrafficanti

Dopo Ris, il maresciallo Rocca e Carabinieri, chissà se ora la tv ci propinerà un nuovo serial dal titolo "Criminali in divisa" per raccontarci le gesta del generale dei carabinieri Giampaolo Ganzer, descritto come una «personalità preoccupante» nelle motivazioni della sentenza apparse ieri, dopo la condanna a 14 anni di reclusione ricevuta lo scorso luglio per traffico internazionale di droga. Chissà cosa dirà Roberto Saviano su questo generale che aveva messo in piedi, stando a quanto ha accertato la magistratura, la più grossa rete di narcotraffico vista in Italia. Nell'attesa i giudici dell'ottava sezione penale di Milano, presieduta da Luigi Caiazzo, hanno espresso giudizi durissimi. L'attuale comandante del reparto operativo speciale dell'Arma, è stato descritto come una personalità capace «di commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione». Motivo che ha portato la corte a rifiutargli la concessione delle attenuanti generiche. Secondo i magistrati Ganzer «non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di sostanze stupefacenti con la collaborazione dei militari e intascarne i proventi, con la garanzia dell'assoluta impunità». Agendo in questo modo egli avrebbe dato vita ad arresti e megasequestri di droga - da lui stesso immessa sul mercato - con l'obiettivo di ottenere «dei risultati di immagine straordinari per se stesso e per il suo reparto». Egli ha tradito - scrivono ancora i magistrati - il dovere «di essere leale con gli altri organi dello Stato con i quali avrebbe dovuto collaborare, di fare rispettare le leggi dello Stato, di contrastare la delinquenza e non favorirla (...), di essere d'esempio per tutti gli uomini che gli erano stati affidati». L'imputato, sottolineano i suoi giudici, «ha evitato, per quanto gli è stato possibile, di esporsi, facendo figurare altri come responsabili di iniziative che invece erano sue». Colpisce, si legge ancora nelle motivazioni, «nel comportamento processuale di Ganzer, non tanto il fatto che non abbia avuto alcun momento di resipiscenza (...) ma che abbia preso le distanze da tutte le persone che, con il suo incoraggiamento, avevano commesso i fatti in contestazione». Il generale si è trincerato «sempre dietro la non conoscenza e la mancata (e sleale) informazione da parte dei suoi sottoposti. Per sfuggire alle responsabilità ha «preferito vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti».

Disabile grave muore in carcere a 27 anni: “ragionava come un bambino di 3 anni”…

Fernando Paniccia avrebbe terminato di scontare la pena il 31 dicembre del 2011. Invalido al 100%, affetto da ritardo mentale, epilettico e semiparalizzato, pesava 186 chili. Era entrato in carcere per la prima volta a 19 anni, per il furto di 3 palloni di cuoio in una palestra, e da allora era stato più volte arrestato per piccoli reati di cui probabilmente non era nemmeno consapevole, poiché la sua capacità di comprensione era quella di un bambino di tre anni.

Sanremo: la morte in cella e le “indagini” sul caso…
Fernando Paniccia, 27enne di Frosinone, è morto nella cella del carcere di Sanremo dove era detenuto, ucciso probabilmente da un arresto cardiaco. Le sue condizioni di salute erano critiche da tempo a causa dell’obesità. Fernando pesava 186 kg e nonostante l’interessamento dei sanitari non era riuscito a dimagrire. Il giorno di Natale aveva accusato un malore. Ieri mattina il suo compagno di cella lo ha chiamato, ma inutilmente. Il sostituto procuratore Antonella Politi ha disposto che venga effettuata l’autopsia. Paniccia avrebbe terminato di scontare la pena il 31 dicembre del 2011.

Ha rubato tre palloni: in carcere un invalido… La cronaca del suo primo arresto (La Stampa, 31 gennaio 2003)

Diciannove anni, completamente invalido, incapace di muovere le mani, di parlare correttamente e di controllare gli stimoli fisiologici, provvisto di assistenza continua da parte dell’azienda sanitaria locale. Eppure, nonostante l’evidente deficit mentale, Fernando Paniccia, un ragazzo di Frosinone, è stato arrestato per avere caricato su un furgoncino tre palloni di cuoio trafugati nel piazzale antistante un centro sportivo della città.
L’episodio è avvenuto sabato e da allora, nonostante l’invalidità, il ragazzo è rinchiuso in una cella del carcere di via Cerreto. L’episodio, per l’esattezza, è avvenuto nel pomeriggio di sabato. Fernando Paniccia era con il fratello di 17 anni e un vicino di casa. I tre ragazzi erano andati in un centro sportivo per effettuare dei lavori di manutenzione. Poi il giovane, che ragiona come un bambino di tre anni, nonostante sia alto un metro e novanta e pesi oltre 150 chilogrammi, di nascosto dagli altri due ha preso i palloni e li ha chiusi nel furgone.
La scena è stata però notata da uno degli addetti alla sorveglianza del centro sportivo che ha chiamato i carabinieri. Il furgone è stato bloccato pochi minuti dopo e quando i militi hanno trovato i palloni hanno arrestato tutti e tre gli occupanti del mezzo.
“Non mi permetto di giudicare l’operato di nessuno, e non mi permetto di contestare ciò che i carabinieri per legge hanno dovuto fare, ma quello che mi domando” racconta la madre del ragazzo, la signora Teresa Tiberia, “è come sia possibile che Fernando sia stato rinchiuso in carcere nonostante il suo evidentissimo deficit mentale. Mio figlio non è in grado di muovere le mani, di parlare correttamente e soprattutto non riesce a distinguere gli stimoli fisiologici e per questo ha bisogno di continua assistenza. Posso immaginare in che condizioni dovrà presentarsi mercoledì dinanzi al giudice”. Gli avvocati difensori hanno preannunciato un esposto per far chiarezza sull’intera vicenda.
La risposta non ufficiale degli inquirenti è che il codice è dalla loro parte: a dover essere garantito anche in caso di reato è il diritto alla salute. Questo significa che le persone detenute devono usufruire dello stesso servizio sanitario del resto della cittadinanza, e significa che va tutelata la continuità terapeutica a tutte quelle persone che prima dell’arresto hanno stabilito un rapporto con strutture sanitarie o seguono terapie che necessitano di costante controllo medico.
Dunque il giovane handicappato continua a ricevere in questi giorni in carcere la stessa assistenza che riceveva fuori. Domani, nell’udienza davanti ai giudici, si deciderà su quanto accadrà nei prossimi giorni.

Disabili in carcere (inchiesta di SuperAbile.it)
Quasi 500 i detenuti disabili nella carceri italiane
Il dato, fornito dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, riguarda la disabilità motoria e sensoriale ed è fermo al dicembre 2008. La maggioranza di detenuti disabili è in Lombardia (121), seguita da Campania (96) e Lazio (51). A Fossombrone, nelle Marche, sono detenuti 28 ipovedenti.
Nel dicembre del 2008 nelle carceri italiane erano presenti 483 detenuti con disabilità motoria o sensoriale. Questo il dato più recente sulla presenza della disabilità in carcere in possesso dell’Ufficio Servizi sanitari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Un’identica rilevazione per il 2009 manca: “Le schede destinate alla compilazione erano state inviate anche lo scorso anno alle direzioni degli istituti di pena - spiegano dall’ufficio - ma l’indagine non è stata realizzata”.
La regione italiana con il maggior numero di detenuti disabili risulta essere la Lombardia: alla fine del 2008 negli istituti di pena della regione risultavano reclusi 121 detenuti con disabilità fisica e motoria, di cui 13 a San Vittore e 82 a Opera. Fra le regioni più “affollate” anche la Campania con 96 detenuti, il Lazio (51), le Marche (34, di cui 28 ipovedenti detenuti nella struttura di Fossombrone) e la Toscana (31). Seguono Sicilia (34), Piemonte e Valle d’Aosta (23), Veneto, Trentino e Fvg (20), Puglia (17), Emilia-Romagna (16), Sardegna (16), Calabria (14), Umbria, Abruzzo-Molise, Liguria (tutte con 3 detenuti) e, infine, Basilicata (1).
Parzialmente diversi gli esiti di una seconda indagine relativa alla sola disabilità motoria, svolta sempre nel 2006 ma in cui periodo dell’anno non specificato. Con 65 detenuti, la Lombardia resta la prima regione nella classifica della numerosità, ma è stavolta seguita dalla Sicilia, con 51 detenuti disabili, dalla Sardegna, con 42 detenuti, e poi da Campania (37), Lazio (36), Emilia-Romagna (30), Puglia (26), Piemonte e Abruzzo-Molise (25), Marche (17), Toscana (15), Basilicata (11), Veneto (10), Umbria (6), Calabria (4) e Liguria (1).

I luoghi, le norme e i numeri
Non si sa quanti siano esattamente i disabili detenuti nelle carceri italiani, visto che non esiste un sistema di monitoraggio nazionale sulle condizioni di salute dei carcerati. Quattro le sezioni attrezzate per i “minorati fisici”, 143 posti in tutto, di cui 90 ancora inagibili. 7 le sezioni per disabili motori, per un totale di 32 posti. 1.238 gli “internati nei 6 Opg italiani, la cui capienza complessiva è di 951 posti.
La malattia e la disabilità non sono incompatibili con la detenzione. Anzi accade spesso che chi varca la soglia del carcere porti con sé gli esiti di un trauma o di una malattia che hanno ridotto le sue capacità motorie o mentali. Non si sa quanti siano esattamente i disabili detenuti nelle carceri italiani, visto che non esiste un sistema di monitoraggio nazionale sulle condizioni di salute dei carcerati.
Si sa però che “non esiste in Italia una normativa specifica per i detenuti disabili”, afferma Francesco Morelli, di Ristretti Orizzonti. “Uno dei principali riferimenti normativi per la disabilità in carcere - spiega Morelli - è l’articolo 47 ter dell’Ordinamento Penitenziario, relativo alla detenzione domiciliare”: in base al comma 3, “la pena della reclusione non superiore a quattro anni, anche se costituente parte residua di maggior pena, nonché la pena dell’arresto, possono essere espiate nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza, quando trattasi di persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano costanti contatti con i presidi sanitari territoriali”.
È però necessaria la perizia di un medico, che - spiega Morelli, “può essere smentita dal perito peritorum, cioè dal tribunale di sorveglianza.
Un’altra norma di riferimento è quella che riguarda il differimento della pena, che però viene utilizzata soprattutto per le detenute incinte. Infine c’è l’articolo 11 dell’Ordinamento penitenziario, che contempla i casi in cui il detenuto entri sano e si ammali all’interno del carcere. In questa eventualità, il direttore, prima del magistrato, può disporre il ricovero in ospedale con articolo 11. Se quindi è vero che non esiste una normativa precisa per la disabilità in carcere, va però detto anche che la legislazione italiana è l’unica che prevede l’incompatibilità con la detenzione per motivi di salute.”
Nei casi in cui la perizia medica evidenza una disabilità che richiede un’assistenza specifica, i detenuti sono destinati ad alcune strutture specifiche. Per la precisione, esistono gli Ospedali psichiatrici giudiziari e alcune sezioni di osservazione per i detenuti con disabilità mentale; le sezioni attrezzate per “disabili” e le sezioni attrezzate per “minorati fisici”.
Quest’ultima distinzione tra disabili e minorati, dal suono arcaico, è in realtà destinata a scomparire in tempi brevi ma ancora sopravvive per ragioni organizzative. In particolare, il termine “minorato” è utilizzato nei casi in cui la disabilità motoria sia più lieve rispetto alla vera e propria disabilità.
Per passare dalla parole ai numeri, riportiamo le cifre riferite dall’Amministrazione penitenziaria, aggiornata al 3 ottobre 2008 e relative alla capienza di queste “sezioni speciali” e al numero di presenze effettive al loro interno. Non dimenticando il fatto che non tutti, ma anzi probabilmente solo una minoranza di detenuti con disabilità si trova all’interno di queste sezioni, mentre molti altri sono nelle sezioni comuni.
Minorati fisici. Sono quattro, in tutta Italia, le strutture con sezioni attrezzate per accogliere minorati fisici, per una capienza complessiva di 143 posti e 21 presenze oggi registrate: per la precisione, Castelfranco Emilia, con una capienza di 90 posti ma attualmente inagibile; Parma, con una capienza di 25 posti e 6 presenze; Ragusa, con capienza 14 e 12 presenze; Turi, con 14 posti e 3 presenze.
Disabili. Per i detenuti con disabilità fisica esistono sezioni attrezzate in 7 istituti, per una capienza complessiva di 32 posti e 16 presenze: Udine, con 3 presenze, pari alla sua capienza; Pescara, con 4 presenze e due posti; Parma, con 9 posti e 9 presenze. A queste si aggiungono 4 strutture le cui sezioni attrezzate risultano attualmente vuote: Perugia, Fossano, Castelfranco Emilia e Brindisi.
Internati in Opg. Oggi gli Ospedali psichiatrici giudiziari funzionanti sono in tutto 6, per una capienza complessiva di 951 posti e una presenza effettiva di 1.238 persone: Aversa (Ce), con una capienza regolamentare di 259 posti e 265 ospiti; Barcellona Pozzo (Me), con una capienza di 186 posti, 204 il limite tollerabile e ben 265 le presenze attuali; Castiglione Siviere (Mn), con una capienza regolamentare di 193 posti (223 tollerabili) e 208 presenze; Montelupo Fiorentino, con una capienza tollerabile di 80 posti e 101 presenze attuali; Napoli Sant’Eframo, con una capienza di 103 posti, 117 tollerabili e 109 presenze; infine Reggio Emilia, con una capienza di 130 posti, 252 tollerabili e 290 presenze. Va tenuto presente che gli Opg sono deputati ad accogliere non soltanto i detenuti prosciolti per vizio di mente (a causa cioè di disturbi psichiatrici), ma anche i detenuti che, pur avendo scontato la pena, sono assegnati alla misura di sicurezza dell’internamento.
Internati in sezioni di osservazione. Nelle sezioni di osservazione, destinate a detenuti con problemi psichici e funzionanti presso alcuni istituti: precisamente, Bologna (2 presenze), Castelfranco Emilia (76), Favignana (37), Firenze Sollicciano (19), Isili (21), Livorno (8), Milano San Vittore (14), Modena Saliceta S. Giuliano (100), Monza (5), Napoli Secondigliano (9), Palermo Pagliarelli (5), Reggio Calabria (4), Roma Rebibbia (13), Sulmona (108), Torino Lorusso e Cutugno (35).

fonte: Ristretti Orizzonti

Cariche della polizia contro gli allevatori sardi al porto di Civitavecchia

Circa duecento membri del Movimento Pastori Sardi sono sbarcati questa mattina all'alba, decisi a compiere un blitz nella capitale. Ma ad attenderli hanno trovato un presidio delle forze dell'ordine che ha impedito loro di salire sui pullman che li stavano aspettando per condurli a Roma. E li ha bloccati nell'area portuale.
Obiettivo dei manifestanti, guidati da Felice Floris, era di bloccare una strada di grande scorrimento. Da tempo i pastori protestano lamentando che il prezzo del latte riconosciuto dagli industriali, ovvero 60 centesimi al litro, non è sufficiente a coprire i costi di produzione. Dalla Sardegna proviene il 60% del latte ovocaprino nazionale.
Le forze dell'ordine, schierate in assetto antisommossa hanno impedito di oltrepassare l'area portuale. Ne è seguita una carica, con il fermo di  alcuni pastori, tra cui Floris, leader del movimento. Imbarazzo e paura tra gli altri manifestanti (foto) (Video). Dopo alcuni minuti è tornata la calma, con il rilascio dei due fermati, ma per il momento i pastori restano bloccati nel porto, guardati a vista da polizia e carabinieri.

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