22 ottobre 2010

Un anno dall'omicidio di Stefano Cucchi.....

Oggi è un anno dalla morte di Stefano Cucchi, il giovane geometra romano di 31 anni, arrestato per una piccola quantità di stupefacenti e morto dopo pochi giorni per le torture, le violenze e i soprusi che ha subito nei vari passaggi dalla caserma dei carabinieri al carcere-. Stefano come Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman, Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Nick Aprile Gatti, Giuseppe Turrisi, Giuseppe Uva , era solo un ragazzo. Aveva forse commesso uno sbaglio. Questo però non giustifica la fine che ha fatto Stefano e le tante altre “vittime di Sato” né la fatica assurda, disumana, affrontata da famiglie e amici per ottenere la verità.
L'opinione pubblica è rimasta spesso indifferente. Morti del genere provocano disagio. La gente preferisce distogliere gli occhi: troppo imbarazzante ammettere che le persone pagate per difenderci finiscano talvolta, magari, per massacrare i nostri figli o i nostri amici. Non si tratta qui di mettere in discussione il ruolo delle forze dell'ordine. Tutti conosciamo persone degne che indossano la divisa, uomini e donne che svolgono un lavoro impegnativo in condizioni difficili. Ma non possiamo ridurre il problema, come spesso si tenta, alla retorica minimizzante delle 'poche mele marce'. In primo luogo, inizia a nascere il sospetto che non siano poi così poche; in secondo luogo, viene da chiedersi in quale cultura, in quale speranza di impunità, in quale clima politico queste mele marciscano.
Sappiamo che la degenerazione democratica di un paese non è una cosa astratta. Nasce nelle ovattate stanze del potere ma si traduce in vita concreta, ricade a cascata in mezzo a tutti noi, prende corpo nelle strade e nei rapporti tra persone. Impossibile pensare che le contraddizioni e le tensioni di un paese in crisi non si riflettano nelle sue forze dell'ordine, che della convivenza civile in quel paese dovrebbero essere garanzia. Esse sono come un rene sensibile che assorbe le scorie, tutti i veleni di un organismo in difficoltà.
Ogni volta che un poliziotto picchia un ragazzo fermato perché aveva qualche grammo di fumo in tasca, o magari alza il manganello su un manifestante inerme, sta creando uno strappo. La società dei diritti è uno schermo eretto a proteggerci. Ma questo schermo è sempre più a brandelli e ciò che si vede, dietro, è un vuoto spaventoso. Il famoso "fascio soft" in cui molti italiani ritengono di vivere oggi, illiberale ma non certo sanguinario, rischia di rivelarsi non così "soft" quando per ogni minimo motivo, o anche senza motivo, si rischia di incontrare il manganello di un poliziotto.
Sono passati più di nove anni da quando molti di noi hanno assaggiato il gusto acre del gas tossico Cs e sono stati inseguiti da frotte di poliziotti sovraeccitati lungo i vicoli di Genova. La macelleria genovese del 2001, madre di tutti i soprusi polizieschi, non ha mai avuto una seria rielaborazione da parte di questo paese. Eppure, a prescindere dalle opinioni politiche, ogni cittadino dovrebbe sentirsi turbato dall'idea di quegli avvenimenti. La maggior parte dei ragazzi pesantemente pestati alla Diaz o di quelli sequestrati e torturati a Bolzaneto non avevano a che fare con alcun atto di vandalismo. La violenza degli agenti fu gratuita e per questo ancora più radicale. E per chi a tutt'oggi si ostina a difendere gli agenti coinvolti, viene da pensare ci sia una sola plausibile giustificazione: il desiderio nascosto, o forse neppure nascosto, di essere stato al posto di quei poliziotti, libero di menare le mani.
Non pesa solo l'eredità della Legge Reale. A volte sembra esserci in questo paese un rinnovato desiderio di violenza. C'è chi aspetta di vedere all'opera la mano meno democratica della polizia. C'è chi giustifica le mele marce e contribuisce così al diffondersi della malattia. Ma la gente normale, quella che rifiuta la violenza, quella che desidera sentirsi rassicurata e non impaurita quando vede una divisa: questa gente, cosa può fare?
Ma ricordando oggi Stefano Cucchi è doveroso parlare anche della drammatica situazione carceraria. La vicenda di Stefano ha squarciato il velo dell'ipocrisia carceraria, ha aperto uno sguardo pubblico dentro le prigioni e gli ospedali detentivi. Ma la morte di Stefano non ha scosso però le coscienze di chi ci governa. Tutto, dopo le solite lacrime di coccodrillo, è rimasto come prima.
Le galere - dimenticate da tutti, governo, opposizione e media - sono ormai al limite estremo di tollerabilità umana. I detenuti sono costretti a vivere in modo indegno, ammassati in spazi di vita impossibili. Il personale penitenziario è anch'esso costretto a una vita massacrante. Mettere a rischio la serenità degli operatori significa mettere a rischio i diritti e l'incolumità personale dei detenuti.
I parlamentari di destra e sinistra che hanno visitato le carceri a ferragosto non hanno prodotto una che sia una proposta di soluzione del problema. Il Piano carceri del governo è ormai carta straccia. Periodicamente - e oramai poco credibilmente - il ministro della Giustizia Alfano promette misure eccezionali, espulsioni di massa di stranieri, nuovi programmi di edilizia penitenziaria e nuove assunzioni di poliziotti.
Di fronte alla tragedia di una condizione carceraria drammatica, di fronte all'internamento di massa di consumatori di droghe e di immigrati irregolari, di fronte a oggettivi trattamenti inumani e degradanti non si deve chiedere a noi il suggerimento di soluzioni alternative allo status quo. Il sovraffollamento carcerario, la violenza istituzionale, la carcerazione di massa del disagio sociale non sono eventi naturali. Sono il frutto di politiche pubbliche scellerate decise per ottenere consenso.
E’ necessario, quindi, invertire la tendenza politica che dagli anni Novanta in poi ha operato sotto l’insegna dell’ipertrofia legislativa e della bulimia carceraria, se non torniamo a pensare, almeno a sinistra, che il vero senso dello Stato è la prevenzione del crimine e del disagio, è la promozione delle politiche sociali per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 della Costituzione), non risolveremo mai il dramma del carcere e del disagio sociale e non saremo mai competitivi ed alternativi a quelle fabbriche della paura di destra che, invano, nelle elezioni della seconda repubblica il centro-sinistra ha sempre cercato di simulare.

Italo Di Sabato - Osservatorio sulla Repressione




Milano: Botte in caserma, a giudizio tre carabinieri

Il gip milanese Simone Luerti ha rinviato a giudizio due carabinieri, Piero A. e Gianluca P., di 44 e 29 anni, accusati di lesioni gravi per aver legato e picchiato un uomo in una caserma di Milano, dopo averlo fermato a bordo di un’auto rubata. Il giudice ha mandato a processo anche un terzo carabiniere, Thomas M., 28enne, accusato di omessa denuncia e di favoreggiamento per aver cercato di «coprire» la vicenda. Per i tre il processo comincerà il prossimo 15 febbraio davanti alla prima sezione penale del Tribunale di Milano. Il giudice ha condannato a un anno e 4 mesi di reclusione, con rito abbreviato, anche la vittima del pestaggio, Luciano F., accusata di calunnia, perché in occasione della denuncia ha esagerato nell’enumerare le lesioni riportate, raccontando falsamente di aver perso un incisivo a causa di uno dei pugni subiti. Essendo un pregiudicato, non ha ottenuto la sospensione condizionale della pena.
L’episodio risale al 12 agosto del 2009, quando i carabinieri, all’epoca in servizio nella caserma Montebello, bloccarono l’uomo, con precedenti per droga, che stava guidando un’auto rubata, dopo aver incontrato alcuni pusher per una compravendita di eroina non andata in porto. L’uomo venne portato in caserma e, stando alle indagini del pm di Milano Antonio Sangermano, i due militari di 44 anni, e 29 anni, con del nastro isolante gli avrebbero chiuso la bocca e poi lo avrebbero picchiato mentre era steso a terra, con le mani legate, usando anche dei manganelli. Dopo l’aggressione, l’uomo era anche stato arrestato con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e poi portato a San Vittore. L’uomo nel procedimento si e’ costituito parte civile.

fonte: Corriere della Sera


21 ottobre 2010

Terzigno(Na): Continue e violente cariche della polizia contro il sit-in antidiscarica

Non si placa la rabbia della popolazione di Terzigno, ben poco disposta ad accettare di diventare il più grande sversatoio d'Europa senza muovere un dito. Oggi decine di ragazzi e uomini del paese hanno cercato di impedire le operazioni di sversamento garantite solo grazie ad una miltarizzazione senza precedenti del territorio.
Gli abitanti hanno hanno lanciato molotov, sassi e oggetti contundenti contro le forze dell'ordine che scortavano i compattatori. 5 gli autocompattatori bruciati. Al fuoco anche una macchina della Digos. La polizia resta con difficoltà a presidio dell'area a ridosso dell'invaso. Nella cittadina stamani centinaia di manifestanti sono scesi in piazza e hanno bruciato una bandiera italiana.
Il capo della polizia Antonio Manganelli ha detto: "Noi continuiamo a fare quello che siamo chiamati a fare: lì si deve sversare e lo consentiremo anche se questo costa l'uso della forza. Raccolgo però il rammarico dei miei uomini che tutte le sere fanno una battaglia. Dispiace che questo sia diventato un problema di polizia e che un'area geografica consolidi sentimenti di ostilità verso le forze dell'ordine, ma noi non siamo certo nemici di chi manifesta".
Intorno alle ore 19  carabinieri in assetto antisommossa sono scesi dai mezzi all'inseguimento dei manifestanti. Una ruspa della Polizia di Stato ha rimosso le barricate collocate dei manifestanti nei pressi della strada di accesso alla discarica, ma la zona è di fatto bloccata dai cittadini.

La cronaca della notte

Ennesima notte di violenza degli agenti a Terzigno: da giorni ormai i paesi di Boscoreale e Terzigno sono inaccessibili, in quanto tutte le vie di accesso sono presidiate da manifestanti e forze dell'ordine, numerosissimi sono stati i momenti di tensione e di sgombero, durante le notti scorse, affinché gli auto compattatori carichi di rifiuti potessero sversare.
L'ondata di protesta della popolazione, che dura ormai da alcune settimane, è dovuta alla decisione degli esponenti del Pdl campano di dare il via libera alla costruzione di una seconda discarica nel parco nazionale del Vesuvio, che dovrebbe diventare il più grande sversatoio d'Europa.
Continua nel frattempo il vano tentativo da parte delle istituzioni e dei media di criminalizzare la lotta delle popolazioni campane, tirando in ballo mafia o "professionisti della guerriglia". Netta la risposta dei manifestanti, che scrivono: "La protesta in atto nei comuni vesuviani è fatta da gente normale (impiegati, casalinghe, bambini ed anziani). Qui ci sono solo persone esasperate che lottano per la loro sopravvivenza, per un nuovo diritto alla salute e per un nuovo piano di gestione dei rifiuti. Tutte le istituzioni (a livello locale,regionale e provinciale) sono estremamente complici dell'ecocidio in atto."
La notte scorsa uno spiegamento massiccio di forze dell'ordine, probabilmente con pochi precedenti (una militarizzazione tale di un territorio la ricordano gli abitanti della Val Susa nel 2005 e nell'inverno scorso) ha condotto nella notte ad un blitz che in tempi brevissimi ha sgomberato tutta la zona di via Panoramica (la strada di accesso alla discarica di Sari) presidiata da alcune migliaia di manifestanti.
L'operazione di questa notte è partita dopo una serata ad alta tensione durante la quale, ad un lancio di petardi partito dai manifestanti, la polizia ha risposto con una fittissima pioggia di lacrimogeni, mandando nel panico la folla.
Quaranta mezzi lanciati a massima velocità e duecento celerini hanno poi circondato l'area per sgomberarla, iniziando una vera e propria caccia all'uomo, inseguendo e picchiando i manifestanti fino ai campi intorno all'area.
Bilancio della notte: due persone fermate e rilasciate dopo poche ore e numerosi feriti tra i manifestanti.

Le notizie sulla nottata di ieri:


Per ulteriori aggiornamenti segui il blog Vesuvio in lotta


notizie tratte da InfoAut

Processo Cucchi: No alla perizia che volevano i familiari

Niente super perizia per i familiari di Stefano Cucchi. La richiesta del loro legale, all'apertura dell'udienza preliminare, è stata bocciata ieri dal gup. Eppure doveva servire a determinare in maniera definitiva le cause della morte del geometra trentunenne ucciso da un cocktail micidiale di contatti ravvicinati del terzo tipo con diverse amministrazioni dello Stato. Proprio venerdì sarà un anno dalla sua morte, avvenuta nel padiglione penitenziario dell' ospedale Sandro Pertini di Roma in fondo a sei giorni di vero e proprio calvario. Era stato ricoverato dopo essere stato arrestato per droga, pochi grammi di hashish, in un parco di Cinecittà. Dopo una notte nella guardina dei carabinieri era giunto in tribunale per l'udienza di convalida, con gli occhi pesti, camminando malamente e con le carte ufficiali che lo presentavano più vecchio, albanese e senza fissa dimora.
A respingere la richiesta è stato il gup Rosalba Liso che deve decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio di 13 persone tra guardie carcerarie, medici, infermieri e del direttore dell'ufficio detenuti e del trattamento del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria - i carabinieri, dopo un brusco dictat di La Russa sono stati ignorati dalle indagini - accusati di una serie di reati che vanno dalle lesioni aggravate all'abuso di autorità nei confronti di un arrestato, al falso ideologico all'abuso di ufficio, all'abbandono di persona incapace, all'omissione di referto e ad altro. La richiesta dei familiari di Cucchi tendeva a dimostrare che per le tre guardie carcerarie imputate non si doveva ipotizzare l'accusa di lesioni gravissime bensì quella di concorso in omicidio preterintenzionale. La giudice ha respinto la richiesta sostenendo che proceduralmente la parte civile non poteva chiedere l'approfondimento delle indagini. Avrebbe potuto farlo o attraverso il pubblico ministero o durante la discussione. «In parole semplici, non è una cosa che non si può fare, è un atto che è possibile fare dopo», spiega Fabio Anselmo, legale dei Cucchi. Altrimenti sarà un processo che si concentrerà sul trattamento a un paziente evitando di chiedersi chi e quando gli abbia spezzato la schiena.
I pm Barba e Loy hanno anche chiesto al gup di rendere pubblica l'udienza, autorizzando l'accesso alle telecamere. La Procura, infatti, non avrebbe gradito le rivelazioni di Ilaria, sorella di Stefano, in tv quando ha detto di «un pm che diceva ai nostri avvocati di non santificare la mia famiglia». «Ci spiace veramente di aver dato così fastidio al pm tanto da costringerlo a lamentarsene davanti al giudice - ha commentato Ilaria Cucchi - si parla della morte di una persona della nostra famiglia ma questo evidentemente non conta. In fin dei conti la morte di Stefano sta diventando soltanto un problema nostro».
Il gup si è riservato di decidere e si pronuncerà sul punto la prossima udienza prevista per il 26 ottobre, quando inizierà la discussione e prenderanno la parola i pm.

20 ottobre 2010

Cagliari: proteste dei pastori, la polizia carica sotto la Regione

Scontri e cariche indiscriminate di polizia e carabinieri: così è terminato il presidio sotto il Consiglio Regionale sardo di Cagliari indetto dal Movimento dei pastori guidato da Felice Floris, a poco più di un mese dalle proteste che paralizzarono la città, in richiesta di un disegno di legge che fronteggiasse il momento di crisi.
I pastori, scesi in piazza per chiedere interventi urgenti a risanamento della gravissima crisi che sta infliggendo il mondo della pastorizia e dell'agricoltura e per chiedere che venga accolta la piattaforma presentata dal Movimento dei patori, sono stati accolti sin da subito da un ingente schieramento di forze dell'ordine, che ha presto reagito al lancio di uova e bottiglie di vetro, dapprima con i gas lacrimogeni, quindi con violentissime cariche.
I pastori hanno risposto alle cariche tentando di erigere barricate nella centralissima via Roma e in tutta la zona tra il consiglio Regionale e il porto cagliaritano: i cellulari hanno quindi invaso la zona a sirene spiegate ed è iniziato un vero e proprio rastrellamento.
Cinque persone sono state fermate, portate nel garage del palazzo della Regione, ammanettate e fatte distendere a terra, mentre numerosissimi si contano i feriti tra i manifestanti, molti lasciati a terra in una maschera di sangue.
Un manifestante ha perso un occhio dopo essere stato colpito da un lacrimogeno.

18 ottobre 2010

Terzigno (Na): Cariche della polizia al presidio antidiscarica


Nuova giornata di scontri tra polizia e manifestanti alla Rotonda di Terzigno, scoppiati proprio quando gli agenti in tenuta antisommossa hanno rimosso il blocco composto da circa duecento persone che impediva agli autocompattatori di portare la spazzatura nella discarica. La polizia ha caricato, i manifestanti hanno risposto con una fitta sassaiola, lancio di bottiglie e un enorme falò per sbarrare la strada agli agenti. Due poliziotti e un carabiniere sono rimasti feriti. Tre donne, invece, riferiscono i comitati, sono rimaste contuse per le manganellate al volto.
"Ci siamo distesi a terra, sotto le camionette, ma siamo stati presi di forza e picchiati con i manganelli", denuncia l'avvocato Lucio Pisacane, che abita in via Panoramica a Boscoreale. "Ci hanno detto che dovevano raggiungere la discarica per dare il cambio ai colleghi - continua - e poi hanno reagito al blocco forzandolo con mezzi corazzati".
Prima degli scontri, durante la notte, decine di camion erano stati bloccati lungo la strada per la discarica, tra Terzigno e Boscoreale. Si sono formate code fino ai caselli dell'autostrada. Sedici automezzi risultano danneggiati. Uno, di una ditta di Benevento, è stato bruciato. Dopo i tafferugli è tornata la calma, ma resta il clima di grande tensione e di attesa, per l'incontro tra i sindaci dei paesi vesuviani e il prefetto. I comitati contestano l'apertura di una seconda discarica in località cava Vitiello, accanto a quella, attualmente in funzione, della Sari.

Comunicato stampa sulla notte del 18 ottobre

La notte tra il 17 e il 18 le popolazioni di Terzigno e Boscoreale hanno impedito ai camion di sversare rifiuti all'interno della cava SARI.
I blocchi proseguono anche durante queste ore.
Alle 12:30 circa una violenta carica delle forze dell'ordine ha ferito numerosi cittadini, tra i quali diverse persone anziane e una donna incinta.
L'ennesima dimostrazione del fallimento dello stato autoritario che oppone polizia alle giuste rimostranze delle popolazioni che da anni soffre dei veleni della camorra e dello stato!!
Gli organi di governo continuano a pensare solo a discariche e inceneritori senza prendere in considerazione le alternative verso rifiuti zero proposte dai cittadini e dai comitati in lotta!


Movimento difesa del territorio area vesuviana


http://vesuvioinlotta.blogspot.com/
 
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17 ottobre 2010

Criminalizzare chi dissente

Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza agli anarchici messinesi che, a pochi giorni dal corteo No Ponte del 2 ottobre a Messina, sono stati denunciati e minacciati dalle forze dell'ordine. Il semplice attacchinaggio di volantini che inneggiavano alla Resistenza popolare contro chi vuole distruggere l'area dello Stretto di Messina ha portato a perquisizioni e a denunce per istigazione a delinquere e a disobbedire alle leggi, imbrattamento, resistenza a pubblico ufficiale. La sproporzione tra l'azione e la reazione non ci sorprende, e si innesta in un'ondata intimidatoria e repressiva che, dalla fase di preparazione della manifestazione villese del 19 dicembre scorso, monta sempre più, arrivando perfino alla pretesa di identificare chi semplicemente partecipa alle riunioni della Rete No Ponte... L'intento è chiaro e segue un cliché vecchio e stantio: criminalizzare le aree più radicali del movimento per creare spaccature, divisioni, e contemporaneamente intimidire quelle più moderate, inculcando nella popolazione la convinzione che sia impossibile, oltreché inopportuno, opporsi alle imposizioni. Siamo vicini e solidali con le vittime di queste azioni repressive, ben consapevoli che attacchi come questi non riusciranno a fermare chi combatte per la difesa del proprio territorio e dei beni comuni…

Rete No Ponte

Proibizionismo e carcere, il mix che ha ammazzato Stefano Cucchi

Parco degli acquedotti. Periferia sud di Roma. Dopo il tramonto alcune decine di persone partecipano a un'assemblea all'aperto proprio nel luogo in cui, un anno fa, un manipolo di carabinieri arrestava Stefano Cucchi per il possesso di qualche grammo di fumo. Cominciava per lui un calvario di sei giorni. Morirà semiparalizzato e sfigurato nel repartino penitenziario di un ospedale. Un anno dopo, al tribunale di Roma, è in corso l'udienza preliminare a carico di 13 indagati, tra agenti penitenziari e personale medico sanitario, accusati a vario titolo delle condotte che hanno causato la morte del trentunenne geometra romano, restato per sei giorni isolato dal resto del mondo. Martedì prossimo il gup deciderà sulla richiesta di una nuova perizia da parte della famiglia che non crede all'ipotesi di lesioni dolose lievi avanzata dai periti del pm. Perché quella di Cucchi non può essere considerata una morte naturale o dovuta a qualche errore dei medici. E un processo che parte «su una base sbagliata, su una grande ipocrisia, francamente non mi interessa», commenta un anno dopo Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano.
Dopo una drammatica notte a Regina Coeli, i compagni di cella raccontarono di un ragazzo che non riusciva a stare in piedi. Ma al Fatebenefratelli, l'ospedale di fronte al carcere giudiziario, Cucchi passa due volte e per due volte viene restituito alla galera. La prima volta viene mandato lì da un medico che lo vede al suo arrivo dal tribunale (e che sarà licenziato poco dopo) e sarebbe andato via di sua volontà firmando a mezzanotte per il rientro. La seconda per essere destinato al repartino penitenziario del Pertini. Ma al Pertini Stefano sarà ancora più solo, con la schiena spezzata e senza sapere che i genitori ogni giorno sbattevano al muro di gomma della burocrazia. Impossibile visitarlo, si capisce è un carcere, impossibile sapere come sta. Privacy. E nella privacy grottesca di una cella ospedaliera Stefano prova a comunicare con l'esterno. Chiede a una volontaria della parrocchia di avvertire il cognato. Scrive agli operatori della comunità che aveva frequentato qualche anno prima. Ma la lettera sarà spedita da una mano misteriosa solo dopo la sua morte e resa pubblica dalla comunità quattro mesi dopo con altrettanto mistero.
Stefano muore senza che nessuno si sia degnato di consegnargli i panni puliti che sua madre aveva lasciato alla portineria del repartino. Sua sorella Ilaria, all'obitorio, inorridisce davanti a un corpo sfigurato e dimagrito all'inverosimile. Il tribunale non consente alla famiglia di fare foto durante l'autopsia ma ci riescono le pompe funebri e il caso Cucchi esplode sulla stampa "normale" grazie al coraggio di far pubblicare quelle foto.
Cucchi, però, arrivò già malconcio all'udienza preliminare dopo una notte passata nelle mani dei carabinieri che lo consegneranno agli agenti di custodia della cittadella giudiziaria poco prima di una paradossale udienza in cui né la giudice, né il difensore d'ufficio, si resero conto delle sue condizioni, né delle carte farlocche che lo presentavano come cittadino albanese senza fissa dimora di sei anni più anziano di quello che era. Di tutto ciò nessuno ha mai dato conto e nemmeno del fatto che in quelle carte risulta la nomina di un legale di fiducia che i carabinieri non hanno mai avvertito. Il ministro La Russa ha subito assolto a mezzo stampa la Benemerita, mai sfiorata, pare, dalle indagini sebbene più di una testimonianza faccia capire che c'è un cono d'ombra che si dovrebbe provare a illuminare. Intanto le morti "naturali" continuano a moltiplicarsi nelle sovraffollate prigioni italiane.

15 ottobre 2010

Milano: Sgombero "Bottiglieria Occupata" 50 denunciati. 7 attivisti restistono sul tetto

Sono ancora sul tetto della “Bottiglieria occupata”, il centro sociale sgomberato da polizia e carabinieri giovedì verso le 12 a Milano, i 7 militanti che erano subito saliti in cima agli stabili durante l’intervento delle forze dell’ordine mentre, sempre in via Savona, è ancora presente, questa mattina, un presidio di solidarietà.
Poichè i 7 sono su un tetto sporgente e fatiscente le forze dell’ordine devono ancora decidere come intervenire, con i pompieri, per evitare che qualcuno si faccia male. Durante la notte una settantina di manifestanti ha cercato di rioccupare il centro sociale senza riuscirvi: la polizia ha identificato e denunciato una cinquantina di giovani per manifestazione non annunciata che si aggiungono ai 20 denunciati, ieri, per occupazione abusiva delle due palazzine in disuso diventato un centro sociale non autorizzato.

Milano: Forze dell’ordine contro centri sociali e giovani dissidenti

Ogni forma di cultura alternativa è sotto assedio in questa settimana dalle forze dell’ordine, capeggiate dal questore di Milano, Vincenzo Indolfi, dal Prefetto, Gian Valerio Lombardi, e dal vicedindaco, Riccardo De Corato.
Ieri, nuove brutte notizie per gli 11 ragazzi che lo scorso sabato mattina erano stati denunciati per la festa tenutasi al parco Lambro venerdi notte. Per coloro i quali non sono residenti a Milano è, infatti, stata disposta la misura di sicurezza preventiva comportante l’allontanamento immediato dalla città.
La notizia, pervenuta intorno alle 14 circa di ieri, è stata aggravata dall’obbligo di essere entro le ore 20 della sera stessa presso la questura del proprio comune di residenza. A nulla sono valsi gli appelli, sostenuti anche da chi scrive, ad ammorbidire i toni del confronto.
Per i giovani, non importa se con compagna e figli, se con un lavoro, o una casa da pagare ed una vita privata a Milano è scattato sordamente l’obbligo.
Firmatario del provvedimento risulta essere il Questore di Milano, ma la vicenda lascia – ad alcuni dei protagonisti, sostenuti dai loro avvocati – numerosi dubbi e preoccupazioni per la democraticità e la legalità delle istituzioni milanesi.
Questi provvedimenti, infatti, sembrerebbero palesarsi macroscopicamente illegittimi, cioè contrari alle prescrizioni legislative, e l’azione delle forze dell’ordine sembrerebbe perpetuare una forma di abuso di potere.
La misura è stata disposta, infatti, nei confronti di alcuni tra i partecipanti alla festa soltanto sulla base dei precedenti penali che essi avevano.
Una diseguaglianza che appare imbarazzante per uno stato democratico guidato da una Costituzione rigida che si basa su canoni ben diversi. Un provvedimento che appare, dunque, destinato a perire non appena il suo esame passerà sul tavolo di un magistrato.
Eppure, però, i giovani dovranno pagare gli avvocati e la domanda è: dove troveranno i soldi?
In una regione ove lo stesso Presidente, che è indagato per Abuso di potere e relazioni sospette con un’ associazione segreta nota come P3, continua a governare; oggetto delle azioni repressive della polizia sono i giovani.
Cosa si vuole? Forse il silenzio?
Ma le brutte notizie non finiscono qui.
Questa mattina, infatti, un nucleo delle forze dell’ordine ha colpito un altro centro sociale, la Bottiglieria occupata. Partito lo sgombero, 7 ragazzi – al di sotto dei 25 anni – per sfuggire alla polizia si sono nascosti sul tetto.
E’, così, a rischio anche la loro stessa vita, il tutto per sgomberare un capannone in disuso da anni.
La bottiglieria occupata è un centro sociale nato da pochissimo, ma da subito diventato centro di attività culturali. In questi giorni stava iniziando il corso di teatro, aperto a tutti, li si svolgevano videoproiezioni e si consentiva alle giovani band emergenti di suonare all’interno dei suoi spazi, tutto in orari che non recavano alcun disturbo alla quiete pubblica. Niente feste, niente droga.
Uno spazio nato dall’occupazione di uno stabile abbandonato, che si trovava in via Savona 18.
Adesso, dichiara De Corato, “si proceda con lo sgombero degli altri dodici stabili pubblici e privati occupati da decenni dai centri sociali, dal Cantiere alla Panetteria Okkupata a cominciare dal Cox di via Conchetta 18”.
Appare in corso, dunque, una vera e propria attività di repressione contro ogni forma pacifica di contestazione sul territorio milanese.
Per lo sgombero di oggi è stato isolato completamente un intero quartiere e sembrerebbe, dalle primissime testimonianze, che l’accesso sia stato vietato agli stessi residenti.
In questo momento, però, i giovani hanno organizzato un raduno all’università statale aperto a chiunque voglia sostenere la “Bottiglieria occupata” e tutte le altre realtà a rischio..
Ciò che si prospetta è un caldo autunno di fuoco, ma la domanda che i giovani – e non solo – si pongono è sempre la stessa: è giusto sprecare tante risorse pubbliche per simili azioni?
Favorevoli o contrari che si possa essere ai centri sociali, essi comunque – quando sono ben gestiti – garantiscono attività di pubblico interesse, corsi teatrali, video proiezioni, palestre. In una città come Milano, è proprio esclusivamente verso questi spazi che deve agitarsi la mano repressiva della pubblica autorità?
Interi edifici, in periferia ed anche in pieno centro, sono occupati da anni e fungono da mero teatro di spaccio di sostanze stupefacenti di ogni genere e di prostituzione, ma questo non sembra interessare alle forze dell’ordine. Interessano solo i centri sociali, le festicciole nei parchi.
Quello che sembra è che si voglia tacitare ogni forma di dissenso, ogni voce fuori dal coro, ogni forma pacifica di protesta. Il metodo che si sta utilizzando, poi, è quello della “tolleranza zero”, già fallito negli Stati Uniti ed incompatibile con i valori sui quali si fonda la nostra Repubblica.
Concludendo con le parole di una canzone di Noyz Narcos, Sotto Indagine: “la musica da strada è sotto indagine [...] ne parlano al distretto, al tribunale e ultimamente pure sul giornale sottile linea tra paura e gloria tra mattino e sera, luna piena, non darà risposte anche stasera”.

Napoli: polizia carica il corteo dei studenti e precari

Il corteo di studenti, docenti e precari indetto dai Cobas è stato caricato a Piazza Matteotti all'incrocio dopo la questura.
La carica ha disperso il corteo, procurandone una spaccatura. Dopo la feroce carica al corteo di studenti e precari ci sono due compagni fermati e diversi feriti. E' in atto un presidio sotto la questura. I compagni che possono devono accorrere.

Guarda le foto (clicca qui)

Quelle morti in carcere di cui non parla quasi nessuno

Elezioni in primavera o no, la propaganda elettorale è già iniziata: e quando si cercano i consensi, si sa, è meglio non parlare di carcere, di 54 suicidi in meno di un anno, di 5 giovani impiccati in una età compresa tra i 22 e i 27 anni in meno di dieci giorni; o di tre ergastolani attivi nel comitato per l’abolizione dell’ergastolo trasferiti dal carcere di Spoleto (chiediamo ufficialmente al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il perché di questo trasferimento che ci appare punitivo).
E a pochi giorni dall’anniversario della morte di Stefano Cucchi, è meglio non parlare della morte di Simone nel carcere di Belluno. Le (scarse) cronache della scorsa settimana parlavano della solita overdose. Poi addirittura il consigliere regionale della Lega Toscani ha dichiarato: «L’aggravamento delle condizioni di salute del giovane detenuto non sono riconducibili in alcun modo all’assunzione di sostanze stupefacenti». Ma oggi Simone non c’è più.
Intanto Christian Bianchini, un detenuto del carcere di Taranto di 28 anni, da tempo affetto da tumore al fegato, ha ottenuto da più di 40 giorni l’autorizzazione al ricovero in una struttura ospedaliera a Palermo, ma la mancanza di fondi per il trasferimento del detenuto e la burocrazia ottocentesca dell’amministrazione penitenziaria gli impediscono di vedersi garantito il diritto alla salute, se non alla vita.
Una vita, quella reclusa, trascorsa nel sovraffollamento terzomondista che attanaglia le patrie galere
(quasi 69mila detenuti in spazi che dovrebbero contenere 43mila persone, con una media di tre mq a detenuto), dimenticando che il carcere è uno spazio della nostra società dove non possono essere inflitte pene contrarie al senso di umanità.
Bene ha fatto allora il magistrato di sorveglianza di Firenze, Stefano Tocci, ad accogliere il reclamo presentato dai detenuti di Sollicciano sulla messa in mora dell’amministrazione penitenziaria del carcere fiorentino che non garantisce i diritti minimi (a partire dal diritto alla vita, alla salute e alla dignità). Anche noi, nel nostro piccolo, con i nostri consiglieri regionali, insieme ad Antigone e ad altre realtà della società civile, abbiamo messo in mora le pubbliche amministrazioni di mezza Italia (comuni, regioni, Aassll), perché non dimentichino le carceri.
Finora le uniche risposte sono arrivate dal Comune di Firenze e dalla Regione Piemonte, ma non demordiamo.
Anche se siamo consapevoli che le amministrazioni locali poco possono fare (ma, almeno quel poco, devono farlo, almeno nominando Garanti locali imparziali ed attribuendo agli stessi poteri effettivi) a causa dei tagli indiscriminati che hanno subito nelle ultime finanziarie.
Così come possono fare gli operatori della giustizia (a partire dal personale amministrativo in protesta per i tagli al personale e alle risorse subiti) di fronte ad un tasso di incarcerazione nazionale che, come hanno ricordato di recente i Garanti locali dei detenuti, anche essi in protesta, è pari al 42 % a fronte di una media europea del 24%, con Germania e Inghilterra al 15%.
Dunque, se non si inverte la tendenza politica che dagli anni Novanta in poi ha operato sotto l’insegna dell’ipertrofia legislativa e della bulimia carceraria, se non torniamo a pensare, almeno a sinistra, che il vero senso dello Stato è la prevenzione del crimine e del disagio, è la promozione delle politiche sociali per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 della Costituzione), non risolveremo mai il dramma del carcere e del disagio sociale e non saremo mai competitivi ed alternativi a quelle fabbriche della paura di destra che, invano, nelle elezioni della seconda repubblica il centro-sinistra ha sempre cercato di simulare.
Come ha ricordato Patrizio Gonnella sul manifesto del 12 ottobre “Il sovraffollamento carcerario, la violenza istituzionale, la carcerazione di massa del disagio sociale non sono eventi naturali. Sono il frutto di politiche pubbliche scellerate decise per ottenere consenso”.
Contro di esse le opposizioni devono (dobbiamo) fare un cambio di passo. Dobbiamo in primo luogo interloquire con le altre forze democratiche del Paese per capire se abbiamo o meno la stessa idea di giustizia, della pena e, più in generale, la stessa idea sul rapporto intercorrente tra politiche sociali e politiche criminali.
Per non farci cogliere impreparati, come avvenuto nella scorsa legislatura. Dove saggiamente abbiamo approvato un provvedimento di indulto, ma non lo abbiamo sostenuto con politiche legislative che statuissero il ritorno dallo stato penale allo stato sociale, al sogno dell’eguaglianza sostanziale, al sogno di una società diversa e possibile.

 Giovanni Russo Spena, Gennaro Santoro

14 ottobre 2010

Pistoia: è morto il detenuto 35enne che si era impiccato ieri

Non ce l’ha fatta il detenuto che ieri era stato salvato in extremis dagli agenti del Santa Caterina di Pistoia.
Il giovane aveva tentato il suicidio con un lenzuolo all’interno della propria cella, legandolo alla terza branda, la più in alto, mentre i compagni non erano con lui. L’uomo era stato arrestato l’estate scorsa per rapina.
Ieri gli agenti del penitenziario pistoiese avevano tentato di salvarlo, chiamando i soccorsi. Nonostante la corsa in ospedale però già in serata era stata decretata dai medici la morte cerebrale. Nella notte poi l’uomo è spirato. I familiari del suicida hanno scritto una lettera chiedendo che il nome dell’uomo non venga rivelato e smentendo che fosse in cura per problemi psichici.
La morte del giovane riaccende intanto il dibattito intorno alla situazione del carcere della città. Dall’inizio dell’anno ci sono stati almeno due tentativi di suicidio. Santa Caterina in Brana è uno degli istituti di pena toscani con la più alta densità di detenuti rispetto alla capienza: secondo gli ultimi dati ufficiali della Direzione e divulgati dal Comune di Pistoia i carcerati variano mediamente da 140 a 150, con punte di 157, a fronte di una capacità di accoglienza di 79 unità. La soglia di tolleranza, pari a 90 persone, è ogni giorno abbondantemente superata. In celle di sei metri arrivano a vivere fino a quattro persone, molte delle quali affette da gravi problemi di salute e con tossicodipendenza.
Una serie di questioni che adesso torna alla discussione del Consiglio comunale con un’interpellanza di alcuni consiglieri del Pd. “Il Comune ha competenze limitatissime in materia, ma può fare comunque qualcosa?”, ci si chiede. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, si ricorda citando la Costituzione dall’Istituto storico della Resistenza di Pistoia.
Gravissime, come più volte denunciato dai sindacati, le carenze di organico della polizia penitenziaria. “Di fronte all’ennesima tragedia - dichiara la segretaria della Camera del lavoro Gessica Beneforti - anche le istituzioni locali si devono impegnare per mettere a punto una risposta immediata all’emergenza carceraria che a Pistoia ha raggiunto livelli non più tollerabili. Chiediamo pertanto l’istituzione urgente di un tavolo di confronto per fare ogni sforzo per la soluzione dei problemi”. “L’intero sistema carcerario sta correndo ormai verso il baratro”, si commenta dalla Uil-Pa penitenziari.

12 ottobre 2010

Detenuto di 42 anni si impicca nel carcere di Ravenna: è il 54° suicidio dell’anno

Carmelo Di Bartolo, 42 anni, ex collaboratore di giustizia originario di Gela (Ct), si è suicidato stamattina nel carcere di Ravenna. Il cadavere dell'uomo, che si è impiccato nella sua cella, é stato scoperto intorno alle 8. Era stato arrestato il 29 settembre per rapina. Già noto alle forze dell'ordine, aveva anche un passato da collaboratore di giustizia. Carmelo Di Bartolo era stato arrestato nel 1997. Aveva sparato al cugino, Carmelo Fiorisi, nel contro storico di Gela. Fiorisi venne ferito di striscio, mentre Di Bartolo venne arrestato la stessa sera nella sua abitazione. Venne trovato a letto ancora vestito e con la pistola sotto il cuscino. Dopo aver scontato la pena era tornato in libertà. Il 29 settembre ancora un arresto, questa volta per rapina.

Di Bartolo non è il solo detenuto che oggi si aggiunge alla lista dei “morti di carcere”, infatti ad Olbia è stato ritrovato senza vita nella sua cella il gelese Francesco Maurilio La Cognata, 50 anni, condannato all’ergastolo. Per il momento non si conoscono le ragioni del decesso, tuttavia le prime rilevazioni effettuate sul corpo fanno propendere per un decesso da attribuire a “cause naturali”.

Una “odiosa pena di morte”

Con i due casi odierni, salgono 135 i detenuti morti in carcere da inizio anno, 54 di loro si sono suicidati. I due terzi dei suicidi avevano meno di 40 anni, nel dettaglio: 14 avevano tra i 20 e i 29 anni, 20 tra i 30 e i 39 anni, 12 tra i 40 e i 49 anni, 6 tra i 50 e i 59 anni e 2 più di 60 anni. Dal 2000 ad oggi 612 detenuti si sono tolti la vita nelle carceri italiane, mentre il totale dei morti in detenzione arriva a 1.695.
Negli Stati Uniti, dove la pena di morte è ancora applicata, da inizio anno sono state eseguite 41 condanne capitali (Fonte: Rick Halperin, Southern Methodist University), lo scorso anno furono 52, nel 2008 soltanto” 37.
Domenica scorsa, Giuliano Cazzola, deputato del Pdl, ha dichiarato: “Oggi si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte. Nei giorni scorsi la Camera, tra un tripudio di belle parole, ha votato alla unanimità una risoluzione in tal senso. Il fatto è che nelle carceri italiane, dall’inizio dell’anno, vi sono stati più di cinquanta suicidi. Non è anche questa una odiosa pena di morte di cui è in larga misura responsabile lo Stato?”

fonte: Ristretti Orizzonti

11 ottobre 2010

Palermo: Liberi gli studenti arrestati

Liberati gli studenti arrestati sabato a Palermo dopo scontri con la Digos durante un presidio antifascista. Il Gip non convalida i fermi.
I tre sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale,lesioni, manifestazione non autorizzata e rifiuto di fornire le generalita'. Per loro il pm Ennio Petrigni aveva chiesto la convalida dell'arresto e il divieto di dimora davanti al liceo.
Sono stati accolti al grido di 'Resistenza' da decine di ragazzi



Esprimiamo la nostra più sincera soddisfazione per la mancata convalida degli arresti dei tre militanti antifascisti, trattenuti dalle forze dell’ordine dopo il presidio che si è svolto davanti il Liceo Classico Umberto Primo lo scorso sabato. Tale notizia arriva dopo tre giorni di intense mobilitazioni a Palermo che hanno visto coinvolto un ampio movimento con una grande partecipazione di giovani. Riteniamo comunque che nella nostra città rimanga un serio problema di agibilità politica, visti gli episodi di repressione emersi nel corso dell’anno, dallo sgombero del Laboratorio Zeta alla rimozione dello striscione della libreria Altroquando in occasione della visita del Papa a Palermo. Per questi motivi la nostra attenzione sulla reale possibilità di esprimere la propria opinione rimane alta affinché gli spazi di democrazia della nostra città vengano difesi.

Marco Giordano
Coordinatore provinciale Giovani Comunisti/e Palermo

10 ottobre 2010

Terrorista a chi?

E' bastato un cilindretto di cartone che sprigionasse fumo rosa e un uovo davanti la sede della Cisl a Roma per far gridare a giornalisti e politici il pericolo del ritorno al terrorismo in Italia.
Questo coro infame e strumentale ha lo scopo di rovesciare integralmente il senso e la realtà della storia di questo paese.
Allora è necessario occuparsi di aggettivi. Terrorista è il bombardamento aereo di una città. Non ha altro scopo fuori di quello di procurare strage a casaccio e seminare terrore tra indifesi e inermi. Il terrorismo comincia a Guernica nel 1937, sotto le bombe sganciate dalle ondate di attacchi della divisione Condor della Luftwaffe sopra un obiettivo civile che non aveva nulla di strategico, in un giorno di mercato. Rispetto a questo terrorismo, tutto quello che va sotto questo nome è sfumatura.
In Italia c'è stato il terrorismo ed è stato di Stato. E' stato di Stato: uno stato al quadrato. Alimentato da apparati interni alle pubbliche istituzioni, con esplosivo scoppiato sui treni, in piazze, dentro le banche: è rimasto impunito. Consiglio perciò questa facile distinzione: considerate terroristi gli impuniti di strage. La loro impunità garantisce l'aggettivo.
Un paese con interi apparati statali compromessi con lo stragismo (e che sono stati compromessi non lo dico io: lo ha affermato un ministro degli Interni democristiano dei tempi come Paolo Emilio Taviani, tra i fondatori di Gladio), dentro un sistema capitalistico di intenso sfruttamento e di stragi sul lavoro. Rappresentanti politici di governo, uomini di partito che hanno alimentato la strategia della tensione, che hanno tramato per costruire svolte autoritarie e golpiste in Italia, dalla Rosa dei venti alla P2, che in alcuni momenti della storia di questo paese sono state preponderanti. E anche chi non era in quella cabina di regia, ne è stato in molti tratti complice omertoso, per realismo politico e fedeltà al “sistema” se non per convinzione. Uomini e apparati che hanno gestito i risvolti sporchi della guerra fredda e il volto opaco della democrazia italiana. Non bisogna dimenticare che tutti gli allora responsabili dei servizi segreti, i vertici dei carabinieri, numerosi alti funzionari della polizia, magistrati, autorevoli esponenti di partito erano attivi nella loggia P2.
Giovanni Pellegrino – che nella seconda metà degli anni '90 è stato presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi e sul terrorismo – ha cosi scritto: “ Nel periodo 1968-1974 settori del mondo politico, apparati istituzionali, gruppi e movimenti della destra radicale hanno elaborato e posto in essere una strategia della tensione [...]; a tale strategia sono attribuibili tentativi di colpo di Stato [...] tre grandi stragi impunite nel periodo 1969-1974 [...] gli apparati di intelligence e di sicurezza, anche dopo il 1974, furono autori di attività di depistaggio e di copertura nei confronti di elementi della destra radicale individuati come possibili autori di fatti di strage”.
E' questa una verità documentata negli atti parlamentari e che ha portato lo stesso Giovanni Pellegrino a dichiarare: “ La Commissione stragi deve avere il coraggio di dire agli italiani in forma ufficiale che le cose sono andate cosi: eravamo un Paese dove si è combattuta per molti anni una guerra, a bassa intensità, ma una guerra c'era” E ancora: “ In tutti i capoluoghi di regione, in uffici privati, erano dislocate tra il 1950 e il 1984 strutture miste di polizia da cui dipendevano dei civili, per lo più infiltrati, che operavano alla dipendenza diretta dell'Ufficio di sicurezza del Ministero dell'Interno e da quello che ne rappresentava il cuore e cioè l'Ufficio affari riservati. Queste strutture periferiche “parallele” raccoglievano notizie, infiltravano gruppi estremistici, operavano autonome indagini rispetto all'attività giudiziaria ufficiale”
Una “guerra” che ha prodotto 147 vittime e 690 feriti per le bombe stragiste e 414 dimostranti uccisi dalle forze dell'ordine dal dopoguerra al 1980.
E' questa una storia d'Italia, rimasta sepolta nelle montagne di carte e documenti e nei tanti “armadi della vergogna” che trova nell'assoluta continuità degli apparati statali e polizieschi dell'Italia repubblicana con quelli del fascismo. Basti pensare che ancora nel 1960, 62 dei 64 prefetti di prima classe provenivano dai ranghi dell'amministrazione dello Stato nel regime mussoliniano E cosi pure tutti i 241 viceprefetti, i 135 questori e i 139 vicequestori.
Paradigmatica di questa continuità è la figura di Marcello Guida, questore a Milano: città cardine e laboratorio privilegiato di quella strategia nel periodo della strage di Piazza Fontana e della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta nei locali della questura dove era sottoposto a interrogatorio. Laboratorio anche dei pervicaci depistaggi delle indagini e delle coperture e impunità assicurate ai gruppi eversivi e terroristi della destra. Marcello Guida, funzionario della Stato fascista, era stato direttore del carcere-confino di Ventotene, dove erano rinchiusi militanti e dirigenti dell'opposizione al regime, comprese figure di riferimento del PCI, PSI. Tra di loro anche Sandro Pertini, che secondo alcuni nel giorno dei funerali delle vittime della strage di piazza fontana rifiutò di stringere la mano all'ex direttore del carcere-confino.
Quella della strategia della tensione è una storia parallela e nascosta, che è ormai trascorsa senza lasciare alcuna traccia nella pubblica opinione e nella società civile – e lasciandone invece di inevitabili e persistenti, in termini di continuità fisiche e culturali e di vincoli omertosi negli apparati statali – ma che pure dovrebbero porre qualche riflessione in più su quegli anni, sullo Stato democratico e sulle risposte che poi date al fenomeno della lotta armata.
Lo Stato ha vinto, quello che Pellegrino ha chiamato, la “guerra civile” con le organizzazioni armate, ma i vincitori hanno pervicacemente negato, negli anni,alle insorgenze armate, ogni radice sociale e politica, ogni motivazione di reazione ai profondi deficit di democrazia e di giustizia sociale di cui è stata intessuta la storia italiana del dopoguerra, con la particolare accentuazione del crinale tra gli anni '60 e '70, con la strategia della tensione e le stragi. Sconfitte quelle insorgenze, processati e schiacciati da un destino di carcere si è consegnata alla storia e alle nuove generazioni una lettura e un giudizio di quei fenomeni come puramente criminali o, addirittura, psicopatologici. Ma dovrebbero bastare le cifre a svelare quanto si sia piuttosto trattato di un ampio fenomeno di radicalità sociale: 40.000 denunciati, 20.000 “passati” dalle carceri, 4.200 condannati, spesso senza nessuna garanzia del diritto di difendersi. Dietro queste aride cifre, le “carceri speciali”, la tortura, l'isolamento, la parte migliore di due generazioni ricondotta all'esilio, o “restituita” alla società dopo essere stata umiliata nella sua identità.
Negli ultimi 20 anni c'è stata una enorme maturazione e trasformazione dei movimenti sociali e antagonisti, con un abbandono generalizzato delle pratiche violente e un trasferimento dello scontro sul piano simbolico o su quello della disobbedienza di massa. Dall'altra parte, lo Stato ha continuato con le armi della repressione e della legislazione emergenziale.
Dalle giornate di Genova 2001 alle numerose cariche gratuite contro ogni genere di manifestazione e vertenza sociale e territoriale, dalle persecuzioni e umiliazioni dei migranti, al ricatto imposto ai lavoratori, al ricorso alla violenza fisica. Per non parlare di Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi e tanti altri usciti malconci dalle mani delle forze dell'ordine. Depistaggi, insabbiamenti, promozione dei responsabili sono state le risposte ottenute dai cittadini, senza parlare poi dei 15 mila denunciati per le lotte sociali dal G8 di Genova ad oggi. Una ulteriore dimostrazione di come lo Stato cerca scientificamente di trasformare le lotte politiche e sociali in azioni puramente delinquenziali.
Coloro che hanno in mano le redini sociali e di garanzia dello Stato, hanno dimostrato e dimostrano coi fatti, che della democrazia, dei diritti dei cittadini se ne infischiano. Dispiace e inquieta, invece, che anche nella sinistra cosiddetta radicale c’è chi pensa che un uovo o un fumogeno possa creare terrore. Personalmente a Lor Signori ho una gran voglia di tirare un uovo.


Italo Di Sabato - osservatorio sulla repressione

Meglio un uovo oggi che senza diritti domani

In queste settimane la classe politica ci ha fatto assistere a insulti continui, epurazioni, delegittimazioni, che per di più non hanno per oggetto i problemi del Paese ma liti personali tra Fini e Berlusconi e i processi del nostro premier. Ecco, questo è un atteggiamento se non violento, quantomeno immorale e offensivo verso le persone che vivono la quotidianità di un Paese in crisi. Qualche giorno fa la 'ndrangheta ha fatto recapitare un Bazooka e oggi è stato ritrovato un documento che parla di un patto tra le mafie per dare il via ad una nuova stagione di stragi.Ma questa notizia è in coda rispetto a qualche uovo sui muri della Cisl.
Sì, siamo andati a tirare qualche uovo presso la sede Centrale della Cisl, a volto scoperto con battute goliardiche, senza fare danni, senza colpire le persone, per contestare in maniera democratica una idea che dimentica i diritti e propone la paura e per criticare una politica che non difende i diritti. Esiste una parte del capitalismo italiano che crede che occorra competere con i paesi emergenti tagliando i costi collegati ai diritti sui luoghi di lavoro e al welfare. Che l'unica alternativa alle delocalizzazioni sia ricreare in Europa condizioni simili a quelle dei Paesi in cui si vorrebbe emigrare.
Pomigliano parla di questo. Lo sciopero, l'astensione per malattia, il rispetto dei tempi di vita da conquiste di civiltà sono diventati voci di bilancio.
Siamo di fronte ad un capitalismo che non investe nel futuro, che non chiede allo Stato di creare le condizioni di innovare, ad esempio potendo contare su un buon sistema di scuola pubblica e ricerca, ma chiede il modo per fare profitti con meno intralci possibili.
Un esempio eclatante di questi giorni è dato dalla Fincantieri che dismette i cantieri di Castellammare di Stabia e Riva Trigoso per utilizzare quelle aree per operazioni immobiliari. Dalla produzione alla rendita.
Dovremmo parlare di questo. Di come il nostro Paese abbia bisogno di una cultura economica che abbia davvero a cuore la ricchezza e la qualità della vita delle persone. Di come la riconversione energetica sia una scommessa che non possiamo non affrontare. Di come rispettare l'ambiente e le nostre coste, fermando inutili cementificazioni e speculazioni, non siano fisse da ambientalisti ma occasioni di ricchezza. Di come opere come il Ponte sullo stretto o la TAV siano i veri lacci.
La cosa più grave del "modello Pomigliano" è che promuove il conflitto "orizzontale" tra poveri, la contrapposizione tra diverse istanze sociali, in gara tra loro per non essere colpite dalle logiche del profitto. A Pomigliano sono i lavoratori Italiani contro quelli stranieri, quando si parla di pensioni sono i giovani contro gli anziani, e ancora migranti contro italiani e potremmo continuare. E tutto questo infonde un clima di paura, perché si ha il terrore di perdere il proprio pezzettino e si vede l'altro come una minaccia.
Invece dobbiamo avere il coraggio di recuperare il conflitto sociale, cioè l'idea che le istanze sociali e quelle di profitto sono spesso contrapposte e che la solidarietà e i diritti vanno imposti con strumenti democratici e determinati. E per farlo, la nostra costituzione prevede il diritto di contestare, criticare, opporsi, manifestare, cioè utilizzare i mezzi democratici a disposizione per chi, come noi, non ha i milioni di Berlusconi. A questo ci siamo attenuti.

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Action, diritti in movimento

Omicidio Aldrovandi, lo Stato risarcisce la famiglia

Lo Stato ha riconosciuto un risarcimento alla famiglia di Federico Aldrovandi, il ragazzo morto a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. È stato raggiunto due giorni fa l’accordo per la
transazione economica a favore delle parti civili costituite nei processi nati dalle inchieste sulla morte del ragazzo. Complessivamente ai familiari di Federico andranno quasi due milioni. In cambio lo Stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti sulla vicenda.
«Sono soddisfatto dal punto di vista professionale, si tratta di una ammissione di responsabilità di indubbia valenza - ha spiegato uno dei legali della famiglia, Fabio Anselmo, ricordando che il ministero dell’Interno non era mai stato citato come responsabile civile - ma anche dispiaciuto dal punto di vista umano, avrei voluto essere in appello. Però capisco la fatica della famiglia per tutta questa battaglia». Ma - ha assicurato - il papà e la mamma di Federico, Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti, saranno comunque in aula in appello. Le responsabilità penali restano ovviamente in capo agli imputati.
I quattro poliziotti di pattuglia quella mattina sono stati condannati in primo grado per eccesso colposo in omicidio colposo, e altri tre loro colleghi sono stati condannati per il depistaggio delle indagini (per un quarto il processo è ancora in corso).
«Oggi si può iniziare a parlare di pacificazione» ha detto Anselmo, ricordando che la famiglia di Federico non ha mai avuto un atteggiamento di contrapposizione nei confronti della polizia, ma ha solo lottato perché fosse ristabilita la verità su quanto gli era accaduto.
«In prima fila alla proiezione ferrarese del film “È stato morto un ragazzo” del giornalista Filippo Vendemmiati sulla vicenda di Federico c’era il questore - ha detto Anselmo - e anche lo stesso Manganelli è stato molto vicino alla madre». «L’associazione delle vittime delle forze dell’ordine che stiamo fondando - ha concluso - nasce per aiutare chi si trova in situazioni simili ed è in difficoltà. Lo scopo è chiedere aiuto allo Stato affichè non lasci solo chi si trova in queste situazioni».
La mamma di Federico: è un altro passo «È un altro passo: una tragedia così non si chiuderà mai, Federico non ce lo restituirà mai nessuno, ma l’importante è che la sua memoria sia quella giusta. Quello che mi interessava era far sapere quello che è successo, e questo è un obiettivo raggiunto».
Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, commenta così il risarcimento di 2 milioni di euro riconosciuto dallo Stato alla sua famiglia per la morte del ragazzo, avvenuta a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. Le motivazioni della sentenza di condanna di primo grado, che hanno accertato le responsabilità dei quattro poliziotti coinvolti nell’intervento degenerato in pestaggio che causò la morte del giovane, per la famiglia sono chiare, anche se parteciperà comunque al processo di appello. Il decreto con l’accordo tra le parti, spiega uno dei legali della famiglia, Fabio Anselmo, è già stato firmato dal ministero dell’Interno e prevede che la famiglia non si costituisca più parte civile nei procedimenti ancora aperti. «Non è solo una questione economica, ma un segnale importante - spiega ancora la mamma di Federico - dopo una battaglia durissima, che lo Stato stesso si faccia portavoce, promuova un avvicinamento alla famiglia, è una bella cosa».
Per il legale c’è la soddisfazione professionale «per un’ ammissione di responsabilità di indubbia valenza» ma anche il rammarico dal punto di vista umano di non essere parte in appello. «La famiglia è stremata da cinque anni di feroci battaglie - commenta Anselmo - è soddisfatta dalla sentenza di primo grado che vedrà una sicura conferma dell’impianto in secondo grado, cerca di voltare pagina». Se si è arrivati a questo punto, è comunque perché la famiglia di Federico non si è mai fermata davanti alla ricostruzione ufficiale dei fatti, raccogliendo anche tramite un blog divenuto tra i più cliccati in Italia, prove e testimonianze su quello che era veramente avvenuto quella sera.
Per la mamma di Federico Aldrovandi, la ricerca della verità continuerà in sede penale, ma anche al di fuori delle aule dei tribunali. «La nostra idea è costituire una associazione - spiega ancora Patrizia Moretti - affinché fatti come questi non si ripetano mai più: l’idea ci è’ venuta lo scorso 25 settembre, nel quinto anniversario della morte di mio figlio. Il nostro è uno scopo propositivo - conclude la mamma - lo Stato ci ha dato una grande risposta, vorrei questa fosse una strada da seguire».


9 ottobre 2010

Testimonianza: Violenza poliziesca a Palermo

Oggi 09/10/10 alle ore 12.00 si è tenuto un presidio antifascista davanti al liceo classico Umberto I: gruppi di poliziotti Digos hanno picchiato e portato via alcuni ragazzi (tra questi anche minorenni) e intorno alle 13.00 è sopraggiunta una camionetta del corpo in assetto antisommossa.
All'arrivo della digos, scortata da due volanti, una delle quali arrivata peraltro in controsenso, ci sono stati attimi di tensione, data la pretesa da parte loro di sequestrare del materiale (cosa che hanno effettivamente fatto).alla loro richiesta di documenti, rivolta ad alcuni ragazzi dei red block, è stata data risposta negativa. la polizia ha intimato loro di farsi identificare per una decina di minuti, fino a che non hanno deciso di prendere di peso uno di loro.a questo punto quasi tutti i presenti si sono messi in mezzo, nel tentativo di impedire l'arresto, di questi è stato afferrato R. M., il quale è stato messo a terra da 3 poliziotti, uno dei quali gli schiacciava il volto con un ginocchio.nella colluttazione alcuni motori, appartenenti ai manifestanti sono stati buttati per terra, mentre mascazzini veniva trattenuto violentemente.cercando di intercedere per la liberazione del ragazzo molti si sono messi ad urlare, e tra questi è stao fermato  C. I. (minorenne), il quale seppur urlando, stava unicamente chiedendo spiegazioni, senza muovere un dito.al questo punto io stesso mi sono avvicinato, chiedendo che fosse rilasciato, e di conoscere l'accusa con la quale lo stavano trattenendo, sottolineando che si trattava di un ragazzino, ma un uomo della digos mi ha afferrato per il bavero e scagliato un paio di metri più indietro urlandomi, testuali parole "vattinne, coglione, ca ci nnè puru pì ttia". R.M. intanto era a terra in lacrime e mi chiedeva un aiuto che non gli ho potuto dare.voltandomi dopo i due metri che mi sono stati cortesemente fatti percorrere, vedo  P. T., il quale con le mani tese verso l'alto chiedeva spiegazioni, e per risposta otteneva strattoni e spinte.sono sicuro di aver sentito distintmente toro dire "non sto facendo niente", ma è stato comunque caricato in macchina, mentre io e un altro ragazzo chiedevamo che lo rilasciassero. Ho visto altri 3 poliziotti strattonare M.A. e mi è stato riferito che anche lui è stato caricato in una macchina.a questo punto una ragazzina di 15 ha reagito iinsultando le forze dell'ordine e gridandogli contro; per tutta risposta i poliziotti l'hanno spinta e colpita finchè molti ragazzi anche dell'umberto, non si sono messi in mezzo.ho tentato di calmare la ragazza, la quale se ne è andata scortata da 5 dei manifestanti.intanto i poliziotti erano diventati una cinquantina, la digos urlava frasi poco eleganti ai pochi rimasti in zona, e lo stesso energumeno di poco prima mi ha ripetuto la frase di cui sopra.allontanandomi di pochi metri vedo un altro ragazzo avvicinato da due poliziotti e poi lasciato andare, il quale mi dice che aveva filmato tutto, ma è stato costretto a cancellare il video dai due poliziotti.tengo a sottolineare che nonostante nessuna delle macchine della polizia fosse stata assalita per liberare i ragazzi, queste se ne sono andate sgommando e passando a pochi centimetri sia da me che da altri passanti non coinvolti.quando me ne sono andato erano rimasti solo i ragazzini del liceo, i quali avevano paura ad uscire, e una camionetta con una decina di poliziotti in antisommossa che bloccava la strada poco più indietro.ho raccolto alcuni oggetti che sapevo essere di mascazzini e me ne sono andato.

mail inviata da M.C.

GUARDA IL VIDEO
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Aggiornamenti dal presidio fuori dalla Questura di Palermo: dei 6 ragazzi fermati, 3 sono stati rilasciati e si stanno dirigendo in ospedale per un referto medico, presentano escoriazioni. I restanti 3 - trattenuti in questura e digiuni da mezzogiorno, come conferma il loro legale - sono stati arrestati con l'imputazione - tra le altre - di manifestazione non autorizzata. (M.C.)

presidio davanti al Tribunale di Palermo  Lunedì 10 Ottobre dalle ore 9.00, in concomitanza col processo per direttissima! Importante essere in tanti



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I mafiosi fuori, gli studenti in galera…

Che Paese può mai essere quello in cui lo Stato lascia in libertà i mafiosi e arresta gli studenti che, pacificamente, fanno un presidio davanti alle scuole? Benvenuti in Italia, l’Italia della Repressione squadrista dello Stato, l’Italia delle “signorine” in Parlamento e della violenza contro chi riflette e lotta per un mondo migliore.
Nella giornata di ieri, 9 ottobre 2010, alcuni studenti palermitani stavano facendo un pacifico presidio davanti al liceo Umberto I di Palermo, contro la violenza cieca e razzista di un fascismo mai sconfitto, che colpisce i più deboli, covato dentro le scuole con il benestare dei presidi. Nella Palermo dove ancora, camminando per strada, puoi vedere il boss di turno – ben riconosciuto da tutti – sostare in panciolle al bar con i suoi “amici”; le forze di polizia, evidentemente annoiate dal lavorare in una città così tranquilla, non trovano niente di meglio da fare che precipitarsi al presidio antifascista di questi studenti per…?
Per strattonarli, poi rompergli le aste delle bandiere in testa, buttarli a terra e, con le ginocchia sui colli di questi ventenni, ammanettarli e portarseli in Questura, proferendo epiteti offensivi e minacce, insulti che palesano il bieco odio che guida quest’azione scellerata ma scientemente perseguita dagli apparati decisionali dello Stato italiano. Scientemente perché sono fatti che, come funghi d’autunno, si moltiplicano a dismisura sul suolo del Paese, nel silenzio della stampa asservita a un potere che logora chiunque osi criticarlo.
Un potere che annichilisce – o tenta di annichilire – ogni istanza di giustizia ed egualitarismo, suffragato da giudici che, invece di onorare la memoria di chi, con la vita, ha pagato il prezzo più alto della lotta alla mafia, preferiscono processare per direttissima sei studenti che, per un mondo più giusto, hanno osato fare un banchetto davanti a un liceo.
Il DAS – Dimensione Autonoma Studentesca, non resterà nel silenzio che lo Stato intima ai suoi cittadini. Durante le giornate di oggi e di domani daremo vita a presidi in tutta la città per richiedere l’immediato proscioglimento di tutti gli studenti ingiustamente pestati e arrestati, la rimozione dei vertici della Digos di Palermo, le dimissioni del Questore di Palermo, dott. Marangoni e del Prefetto Caruso.
Noi non ci fermeremo davanti alla Repressione violenta dello Stato squadrista, che da un lato vuole distruggere le menti offuscandole nell’ignoranza e, dall’altro, colpire con mano pesante chi non se la sente di abbassare la testa e accettare lo sfacelo tardo-borghese del capitalismo putrefatto.

DAS- Dimensione Autonoma Studentesca

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Vogliamo Cesare, Francesco e Ruggero liberi!


Riteniamo molto grave l’intervento delle forze dell’ordine contro il presidio antifascista che si è svolto davanti il Liceo Classico Umberto Primo. Non è pensabile che un semplice volantinaggio possa essere represso in questo modo. Tale episodio è stato preceduto in questi mesi da altri atti che testimoniano un clima poco sereno nella città di Palermo, come ad esempio si è potuto verificato in occasione della visita del Papa. Teniamo a precisare che non si è verificato nessuno scontro tra grupppi di destra e gruppi di sinistra, come invece è stato erroneamente detto. Il nostro auspicio è che sui fatti venga fatta piena chiarezza.
Esprimiamo la nostra più sincera solidarietà ai sei compagni coinvolti nell’accaduto, alcuni dei quali iscritti alla nostra organizzazione, e quanto è successo ribadisce il nostro impegno per difendere gli spazi di democrazia nella nostra città.


Vogliamo Cesare, Francesco e Ruggero liberi!


Marco Giordano Portavoce provinciale dei Giovani Comunisti/e Palermo
Anna Belligero Portavoce nazionale Giovani Comunisti/e

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Il brutale intervento delle forze dell'ordine contro un presidio studentesco, nato dopo una lunga serie di provocazioni di organizzazione neofasciste al Liceo umberto,è un fatto di inaudita gravità. Il pesante attacco a giovani che manifestavano contro forze che la Costituzione repubblicana pone fuori del perimetro della civile convivenza, così come l'inquietante metodologia adottata prima e dopo l'intervento davanti al liceo, sono circostanze che non possono passare sotto silenzio. Non si può non rilevare, inoltre, che siamo di fronte ad un episodio che si inserisce nel solco di una lunga serie di iniziative gravi che tendono a colpire le lotte sociali ed i comportamenti di dissenso nella città di Palermo. IL PRC esprime la più ampia ed affettuosa solidarietà ai ragazzi ed alle ragazze del presidio antifascista, in cui erano in prima fila i giovani comunisti ed annuncia un'intensa ed unitaria mobiltazione a difesa degli spazi di democrazia , contro ogni atto repressivo, per sbarrare il passo ad ogni provocazione fascista.


Luca Cangemi segretario regionale PRC-Sicilia

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