11 luglio 2010

Voghera: Carabinieri indagati per un pestaggio

Nessuna archiviazione. Sono indagati i carabinieri che lo scorso aprile avrebbero pestato Isidro Luciano Diaz, 41 anni, argentino. L'uomo che alleva cavalli non si sarebbe fermato ad un controllo per eccesso di velocità vicino a Voghera. I carabinieri hanno affiancato la sua auto e lo hanno bloccato con le pistole in mano, mentre Diaz consegnava loro un coltello che gli sarebbe servito per lavorare con i cavalli. A quel punto, secondo Diaz, è iniziato un pestaggio che è continuato nella caserma di Voghera. Il giorno dopo l'uomo è stato processato per direttissima a Tortona. Sotto consiglio di un avvocato d'ufficio è stato indotto a patteggiare ed è stato condannato a due anni di libertà vigilata per resistenza a pubblico ufficiale. Ma immediatamente dopo ha sporto denuncia contro i carabinieri di Voghera. Diaz sostiene di essere stato preso a calci, sbattuto per terra e al muro. Per ottenere assistenza medica sarebbe stato indotto a firmare carte in cui si autoaccusava ma che in quello stato e per problemi di lingua non poteva comprendere .
La sua versione sarebbe supportata dai referti medici. L'argentino infatti è stato operato sei volte perché le percosse gli hanno causato il distacco della retina e la perforazione dei timpani e ha presentato al tribunale di Tortona delle foto che documentano le numerosi ecchimosi riportate su tutto il corpo. Il caso è stato reso noto dall'associazione «A buon diritto» presieduta da Luigi Manconi. Diaz ora è seguito dagli stessi legali di Cucchi e Aldovrandi. In un primo tempo il pm del tribunale di Tortona aveva richiesto l'archiviazione del procedimento a carico dei carabinieri, martedì invece il gip Tiziana Paolillo ha emesso un provvedimento di imputazione coatta. Si tratta di un atto che prelude a un probabile processo contro i carabinieri coinvolti che potrebbe celebrarsi questo autunno. Lo stesso giorno il sostituto procuratore del tribunale di Voghera, Ilaria Perinu, ha disposto l'incidente probatorio nel processo penale contro i carabinieri Massimo Bergozza, Nicola Sansipersico, Giuseppe Spoto, Marco Iachini e Cirino Turco. I giudici in questo modo hanno riconosciuto l'attendibilità della versione fornita da Diaz e la sua rispondenza con gli esami medici e con le fotografie, mentre sembra sempre meno verosimile l'ipotesi dei carabinieri secondo cui l'uomo si sarebbe fatto male al momento dell'arresto cadendo sull'asfalto.

fonte: il manifesto

9 luglio 2010

Genova G8: Arresti illegali, chieste pene in appello per 4 agenti

Pene comprese tra quattro anni e quattro anni e otto mesi sono state chieste dal pm Francesco Cardona Albini, che affianca il pg, nel processo di appello a quattro poliziotti imputati per un episodio avvenuto nei giorni del G8 genovese, il 20 luglio del 2001, in piazza Manin. I quattro, assolti in primo grado, sono accusati, a vario titolo, di falso, calunnia, abuso d'ufficio, e arresto illegale nei confronti di due cittadini spagnoli che avevano preso parte a una manifestazione in piazza Manin. Gli avvocati Emanuele Tambuscio e Laura Tartarini, che assistono i due cittadini spagnoli si erano costituiti parte civile. La pena maggiore e' stata chiesta per Antonio Cecere. Identiche pene di 4 anni sono state chieste per Luciano Beretti, Simone Volpini e Marco Neri. La sentenza e' attesa per il prossimo 13 luglio. I poliziotti, in forza al VII reparto mobile di Bologna facevano parte di una squadra di pronto impiego che verso le 15 di quel giorno venne inviata in piazza Manin dove erano in atto degli scontri con i Black Bloc. Ci fu un lancio di oggetti e di molotov contro gli agenti. Fra gli arrestati i due spagnoli accusati, secondo la procura ingiustamente, uno di avere lanciato una bottiglia incendiaria e l'altro di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro. Stamani hanno parlato le difese, si attende la sentenza.
fonte: Agi

8 luglio 2010

Milano: cariche della polizia contro gli operai della Mangiarotti

La giornata di mobilitazione degli operai della Mangiarotti di oggi è iniziata davanti al consolato francese per impedire che la committente Areva chiedesse il trasferimento delle commesse dallo stabilimento di Milano. Dopo un colloquio fra un gruppo di sindacalisti e il diplomatico francese, il corteo a cui hanno partecipato anche una delegazione dei lavoratori della Maflow di Trezzano sul Naviglio e alcuni esponenti dei centri sociali, ha tentato di raggiungere la prefettura per chiedere al rappresentante provinciale del governo il rispetto di una sentenza che impone alla proprietà di mantenere la produzione nello stabilimento milanese.
"Il percorso del corteo era stato autorizzato - ha affermato Rosario Schiettini, delegato della Fiom nell'azienda che produce componenti per l'industria nucleare - ma all'imbocco di corso Monforte uno schieramento di forze dell'ordine ci ha impedito di arrivare fino al portone della prefettura. Sono partite le cariche e cinque operai sono stati colpiti dalle manganellate: uno di loro è stato portato via in ambulanza".
Dopo gli scontri una delegazione di rappresentati sindacali è riuscita a ottenere un'udienza in prefettura.

Napoli: denunciati per manifestazione "abusiva" attivisti dei movimenti e rappresentanti USB

Ancora un ennesimo provvedimento repressivo si è abbattuto su attivisti dei movimenti di lotta napoletani e su alcuni responsabili dell’Unione Sindacale di Base della Campania.
La Procura della Repubblica di Roma ha recapitato a 5 attivisti del Presidio di Lotta di Chiaiano/Marano e 2 compagni dell’ USB una denuncia per aver manifestato, lo scorso 18 febbraio a Roma, presso Palazzo Chigi, in occasione di un Presidio contro la riforma della “Protezione Civile Spa” . Una manifestazione indetta dai Comitati aquilani, dall’RdB Vigili del Fuoco ed a cui avevano aderito i movimenti napoletani che da anni si battono contro le conseguenze antisociali della Protezione Civile di Bertolaso e la sua “cricca” nei nostri territori.
Nel provvedimento giudiziario si cita una non meglio precisata manifestazione non autorizzata mentre – come dimostrano le cronache di questi giorni – l’obiettivo di questo atto repressivo è mettere a tacere lo sdegno e le proteste che, finalmente, iniziano a lievitare a fronte del palesarsi di un intricato verminaio fatto di affari, speculazioni e ruberie ai danni dei terremotati dell’Aquila e di tutta la collettività.
L’Unione Sindacale di Base mentre esprime la sua solidarietà agli attivisti inquisiti mantiene viva l’attenzione e la mobilitazione per contrastare il colossale imbroglio che si cela dietro l’affare della Protezione Civile, dietro le truffe e i ritardi della Ricostruzione a l’Aquila e nei meandri della mai risolta Emergenza/rifiuti in a Napoli e in Campania.

Unione Sindacale di Base

Farmaci a base di marijuana. Malato di sclerosi multipla denunciato per spaccio

«Mi hanno trattato come un criminale. Sarebbe bastata una ricerca su Google per scoprire la triste verità. Sono un malato di sclerosi multipla. Non uno spacciatore. Solo per questo nell'armadietto tengo un farmaco che contiene cannabis». Andrea Trisciuoglio, 32 anni, racconta con serenità e determinazione la scena vissuta due giorni fa. I Carabinieri si sono presentati a casa sua, a Foggia, con un mandato di perquisizione per detenzione di stupefacenti: «Pensi che prima di bussare alla porta hanno chiesto alla vicina. Forse temevano che scappassi. Io, che ho appena ripreso a camminare. In casa c'erano mia moglie e mio figlio di sedici mesi. Un trauma per tutti. La pace familiare turbata. No, non finisce qui. Perché non deve accadere ad altri».
Sembra un episodio di «Scherzi a parte». Invece è tutto vero. Trisciuoglio si cura con una medicina a base di cannabinoidi, il «Badiol», rimborsato dal servizio pubblico pugliese. Boccette con infiorescenze di canapa, contenente due principi attivi estratti dalla marijuana. I carabinieri ne hanno trovate due. Altre 8 ne avrebbero ritirate il giorno dopo. Niente da nascondere dunque. Tanto più che lui aveva dichiarato pubblicamente di usare la cannabis. «La prendo da circa un anno e mi ha fatto bene. Mi muovevo a fatica. Ora non ho spasmi, dolori e la rigidità tipiche di questa degenerazione del sistema nervoso. E già questo è sufficiente per affermare che la medicina è valida. A me basta aver riacquistato l'autonomia».
Consigliere generale dell'Associazione Luca Coscioni, ex agente immobiliare, Trisciuoglio percepisce una pensione di invalidità di 250 euro al mese. Il suo avvocato d'ufficio, Luigi Follieri, ex senatore del Partito Popolare, confida nell'archiviazione dell'inchiesta. Per ora sul suo capo pesa una denuncia in base all'articolo 73 del decreto 309-90, quello sulla detenzione a fine di spaccio di stupefacenti. Non risulta che altre persone abbiano ricevuto lo stesso trattamento. «Credo che in caso di patologie capaci di compromettere seriamente la qualità della vita la prescrizione di farmaci con cannabinoidi sia più che dovuta», commenta Francesco Schittulli, presidente della Lega italiana per la lotta ai tumori. «Un episodio ingiustificabile. Un'esibizione di arroganza e cecità», è sgomenta Maria Antonietta Coscioni, presidente dell'omonima associazione, in sciopero della fame da otto giorni per denunciare i problemi dei malati di Sla (sclerosi laterale amiotrofica).


fonte: Corriere della Sera

7 luglio 2010

Termoli (CB): Il sindaco adotta ordinanza per colpire chi chiede l'elemosina

Il sindaco di Termoli (CB) Antonio Di Brino ha deciso di firmare un’ordinanza antiaccattonaggio, sulla scia di tanti Comuni governati dalla Lega al Nord. Il controllo sarà affidato ai vigili urbani e saranno previste delle sanzioni pecuniarie per colpire chi verrà sopreso a chiedere l’elemosina. La notizia è stata annunciata dal sindaco nella conferenza stampa di presentazione dell’estate termolese. «E’ un segnale importante di maggiore sicurezza per la città. Vogliamo rendere Termoli più ordinata e più sicura». Il sindaco Di Brino non ha nascosto di pensare anche a un’ordinanza antibivacco: «Abbiamo avuto segnalazioni di vagabondi, siamo in attesa di conoscere meglio il decreto Maroni (quello appena firmato sulla registrazione dei senza fissa dimora, ndr). Al di là di tutto ritengo che sia arrivato il momento di dare a Termoli garanzie di maggiore sicurezza, ci sono troppo furti d’auto, in appartamenti. Lavoreremo in sinergia con le forze dell’ordine».

Roma: Polizia carica corteo di protesta dei terremotati Aquilani, 3 feriti

In cinquemila nella capitale per la ricostruzione della città. Le forze dell'ordine bloccano i manifestanti (video) prima a piazza Venezia, poi in via del Corso e ancora a piazza Colonna. Scontri con la polizia: manganellate anche al sindaco Cialente. Tre i manifestanti feriti: due ragazzi sono stati colpiti alla testa in via del Corso, un terzo ragazzo è stato malmenato durante il tentativo di forzare il primo posto di blocco in piazza Venezia.
"Guardate il sangue di un aquilano. La mia unica colpa è essere un terremotato". (video) Così uno dei due giovani feriti alla testa in via del Corso. Il ragazzo racconta di aver ricevuto due manganellate ed è sanguinante alla testa.
"Prima hanno usato le loro sofferenze e poi li hanno messi a tacere con il manganello. E' davvero scandalosa l’aggressione violenta messa in atto dalle forze dell’ordine, che hanno caricato e malmenato i cittadini aquilani terremotati che manifestavano contro la manovra Finanziaria". Questo il giudizio del segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero, riguardo agli scontri di cui questa mattina sono stati vittima i cittadini de L'Aquila arrivati nella capitale per protestare sulla manovra finanziaria del governo.
"Il presidente del consiglio ha fatto un sacco di chiacchiere e di promesse mendaci e poi è sparito come un venditore di chimere - dichiara Ferrero - Berlusconi ha utilizzato cinicamente per mesi la ribalta del terremoto per farsi pubblicità, dispensando efficienza di carta pesta e soluzioni illusorie a tutti i problemi. Adesso che i nodi vengono al pettine, che i soldi sono finiti ma i problemi sono rimasti irrisolti, che le popolazioni continuano a vivere nell’indigenza ma il governo non sa come fare, Berlusconi non si fa più vedere, mentre le forze dell’ordine caricano i manifestanti per cancellare dalla vista il problema".

6 luglio 2010

denunce ad attivisti napoletani per le contestazioni a Roma contro la Bertolaso

Lo scorso 18 febbraio, a poche settimane dallo scoppio dello scandalo della "cricca" che vedeva scoperchiare con l'inchiesta di Perugia il mare di corruzione nella gestione dei grandi eventi, si teneva a Roma davanti a Palazzo Chigi un presidio contro la riforma della Protezione Civile in s.p.a. Il presidio fu convocato nell'ambito di una campagna nazionale contro la riforma della protezione civile in s.p.a. portata avanti da diversi comitati di base come la rete 3e32 di L'Aquila, il Presidio permanente contro la discarica di Chiaiano e Marano, la Rdb nazionale, i Vigili del Fuoco della Rdb, pezzi della Cgil, il popolo viola e tante altre realtà che lanciarono le mobilitazioni a partire da un convegno tenutosi a L'Aquila il 23 gennaio scorso.
La manifestazione come racconta la cronaca di quella giornata del portale Global Project, fu caratterizzata da diversi momenti di tensioni registrati sotto palazzo Chigi. Su tutti senza dubbio la contestazione al deputato del Pdl ed avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini che fu oggetto di dure contestazioni e fu costretto a rifugiarsi in una libreria nei pressi di Palazzo Chigi per sfuggire alle contestazioni verbali dei comitati.
Anche alcuni politici che transitarono per il presidio furono oggetto di critiche da parte dei presidianti come il caso di Di Pietro e Donadi del Idv accusati di venire a fare passerella.
Quella giornata servì oltre che a bloccare la riforma della protezione civile (la commissione stralciò l'articolo del decreto 195 che prevedeva la trasformazione della protezione civile in una s.p.a. in house) anche a denunciare la gestione dei grandi eventi come un sistema di corruzione strutturale che vedeva i soldi pubblici finire nelle tasche di funzionari dello stato e imprenditori loro amici.
Quelle stesse inchieste a mesi di distanza c'hanno raccontato anche di peggio !
Fu proprio lo striscione del Presidio permanente di Chiaiano esposto sulla staccionata davanti a Palazzo Chigi a stimolare l'ossessione degli agenti della Digos della Questura di Roma. Sullo striscione c'era scritto "Monnezza, appalti e ricostruzione - Un mare di corruzzione - Bertolaso Ladro in S.p.a.". Gli agenti della Digos della Questura di Roma arrivarono ad impartire ordini ad un poliziotto del reparto mobile di posizionarsi in prossimità della parola "ladro" per impedire la visuale dell'intera frase dalle finestre del Palazzo...
Un'ossessesione vera e propria....!
Alla fine del presidio alcuni funzionari della Digos impedirono che lo striscione fosse portato via chiedendo una ingiustificabile indentificazione dei "proprietari" dello striscione.
Un gesto incomprensibile e soprattutto fuori da ogni logica di diritto. Il presidio era autorizzato, ed organizzazioni sindacali nazionali come la Rdb ne avevano chiesto ed ottenuto l'autorizzazione (quindi non c'e' nessuna manifestazione non autorizzata). Alla fine una decina di attivisti furono identificati per poter portare via lo striscione.
Oggi arrivano 7 denunce per manifestazione non autorizzata da parte della Procura della Repubblica di Roma. Ad esserne destinatari attivisti del Presidio permanente di Chiaiano, del Laboratorio Insurgencia e dirigenti sindacali del Rdb.
Forse continua il conto aperto di Bertolaso nei nostri confronti, abbiamo ormai materiale a sufficienza per incontrarci nelle aule dei tribunali per diversi anni....
Fino ad ora immaginavamo solo al Tribunale di Napoli, oggi invece scopriamo che dovremo andare a difenderci da accuse inesistenti (siamo curisosi di leggere l'eventuale motivazione del rinvio a giudizio) anche a Roma.

Presidio permanente di Chiaiano e Marano
Laboratorio Occupato Insurgencia

Venezia Mestre: Multato per aver elemosinato

Gran caldo accoglieva i viaggiatori che si recavano a Mestre o che semplicemente attendevano nella stazione di detta città il treno che li avrebbe condotti in qualche città,paese, di questa strana Repubblica.
Treni regionali con finestrini aperti, l’aria condizionata non funzionava, treni eurostar con finestrini sigillati, l’aria condizionata funzionava perfettamente.
Ecco il banchetto dei gelati situato all’angolo dell’entrata principale della stazione, piccola fila di turisti a cercar rinfresco in una bibita gelata che in un normale market costerebbe meno della metà di quanto venduta in quel banchetto sponsorizzato da una nota marca di prodotti alimentari. Ma come dire, nessuna speculazione è in corso. Neanche dentro il noto mcdonald situato tra i bagni pubblici e puzzolenti della stazione di Mestre e la biglietteria delle stazione dei treni, dove se per caso si vuole chiedere informazione su altre compagnie di treni che da qualche tempo circolano in Italia, ben formati ed istruiti,il personale operante in detta stazione nega qualsiasi tipo di informazione sul punto… nel rispetto della piena logica del libero mercato concorrenziale.
Schifato da tutto ciò, provvedo ad accendermi la classica sigaretta in attesa del prossimo treno , destinazione Bologna.
Mi reco all’entrata della stazione ed ecco un ragazzo, che ora chiamerò Igor, avvicinarsi al sottoscritto e chiedere una sigaretta. Subito dopo si riavvicina per chiedere cortesemente l’accendino dato che non lo aveva per accendersela.
Nel mentre si accendeva con lentezza accompagnata dal senso del caldo, la desiderata sigaretta, ecco che al primo “tiro ” mi dice : sai mi hanno appena multato. Oggi ho raccolto 5 euro, e mi hanno fatto multa di 20 euro circa. Per aver chiesto l’elemosina. Cioè più di quanto ho raccolto in tutta la giornata.”
In quel momento non percepisco più il caldo.
Il ragazzo con il suo cane si allontanava lentamente e prova ad elemosinar ancora, cercando di tirar su qualche quattrino per comprarsi probabilmente un panino.
Sapevo dell’esistenza di ordinanze che da qualche anno in varie città d’Italia trovano sempre più diffusione; le cosi dette ordinanze anti accattonaggio.
Spesso nel contenuto di queste ordinanze si legge che per tutelare l’immagine della città nonchè delle iniziative poste in essere in ambito sociale dal comune che il chieder elemosina lede nella loro sostanza, è vietato chiedere,appunto, elemosina, e violar tale divieto comporta sanzione amministrativa e confisca dei soldi ottenuti tramite accattonaggio.
Spesso, i luoghi ove è vietato di fatto l’accattonaggio sono precise aree, in particolare lungo le principali direttrici di grande flusso del centro storico,sui ponti e nell’area attigua agli stessi, nonché davanti a chiese, caserme, ospedali, banche, aeroporti, porti, stazioni, pontili e pensiline del trasporto pubblico, cimiteri e per un raggio di cento metri dagli incroci regolati da semaforo.
Le periferie sono spesso immuni da tali ordinanze perchè nessuna immagine della civiltà artificiosa umana rischia di essere compromessa!
Nella maggior parte dei casi, chi chiede elemosina pone la propria dignità sotto il peggior tappeto usurato e calpestato dalla inciviltà borghese. E vedersi applicata una sanzione amministrativa e la contestuale confisca di ciò che si è ottenuto con l’accattonaggio, nel buon nome della sicurezza dei cittadini, dell’immagine delle città, del non turbamento dello stile di vita borghese, è un vero insulto repressivo posto in essere dalla società apparente e frivola ma autoritaria di oggi giorno.
Crisi economica reale in fase di piena affermazione. Gli ammortizzatori sociali giungono al termine, il lavoro non c’è, l’accattonaggio incrementerà, così come incrementeranno i reati per stato di necessità, e la repressione sociale sarà sempre più dura. Costruiranno altre carceri per rinchiuderci dentro chi chiederà l’elemosina? Non mi stupirebbe se ciò dovesse succedere un giorno non poi così lontano!
Dopo aver fumato, ultima sigaretta, salgo sul treno con i finestrini aperti ( treno regionale) per Bologna.

Che società meschina!

di Marco Barone
http://www.gliitaliani.it/2010/07/multato-per-aver-elemosinato/

5 luglio 2010

Testimonianze: lettera dal carcere di Poggioreale

Gentile Osservatorio, vorremmo ringraziarla per aver dedicato uno spazio ai problemi o almeno a parte di quello che si verifica nel carcere di Poggioreale. Eppure ci sono cose ben più gravi di quelle raccontate. Pressioni psicologiche effettuate dagli agenti sui detenuti, maltrattamenti fisici e morali, violazioni dei diritti umani, anche dei diritti minimi che anche un detenuto dovrebbe avere.

Il giorno 11, poco dopo il colloquio, durante l’attesa per tornare nelle nostre celle ci hanno chiuso in una camera di sicurezza, circa 40 detenuti in uno spazio di circa 10/12 mq. Un detenuto (malato di cuore come registrato nelle cartelle cliniche del carcere) non riesce a respirare e si sente male! Chiama la guardia, la chiamiamo anche noi! Dopo averlo chiamato a squarciagola arriva, infuriato e infastidito… Gli facciamo presente che è grave, che quel nostro compagno è malato di cuore… Ci risponde “certo come tutti quelli che stanno qui. Alla fine quel detenuto per la disperazione con tutta la forza che ha sbatte la testa contro la cella… Si spacca la fronte e il viso. Poco dopo viene portato in infermeria. E’ giusto? E’ giusto che nei colloqui, se uno prova ad abbracciare un familiare, le guardie battono le loro chiavi sul vetro fino a fare piangere i bambini? E’ giusto che la scorsa settimana dei detenuti sono stati puniti solo perché si sono lamentati per avere fatto 50 minuti di colloquio invece di un’ora? Controllate le cartelle cliniche dei detenuti e guardate quanti di questi vengono medicati con fratture, ematomi, lesioni… Sempre la stessa risposta: “Dottore è caduto!”.
Chiedete ai detenuti quanti torti subiscono a Poggioreale… Qui dentro non possiamo rivolgerci né tantomeno lamentarci con nessuno… Non possiamo nemmeno fare denunce! Il giorno 5 un detenuto scese per denunciare un aggressione subita dalle guardie (nonostante lo avevamo scosigliato, sapendo quanto sono vigliacchi), poco dopo abbiamo sentito delle urla che ci hanno fatto venire i brividi. Ad oggi non sappiamo ancora cosa è successo. E quando sono venuti a prendere le sue cose in cella e abbiamo chiesto notizie in merito, la guardia ci ha risposto: “Fate gli avvocati?”.
Sto scrivendo questa lettera, perché dicono che lo so fare meglio di altri. Scrivo a nome di circa 650 detenuti. Purtroppo non possiamo comunicare tra un padiglione e l’altro, ma lo stato di disagio qui è altissimo e tutti si sono accorti, o meglio si stanno accorgendo, che anche se si è educati e rispettosi, se si osservano le regole, tutti stanno alla mercé delle guardie e dei loro stati d’animo! Un esempio: un detenuto di 69 anni chiede: “Ispettore permette una domanda?”, E l’ispettore risponde: “No, io non permetto e ora vado”. Può sembrare assurdo, ma credeteci è così: è uno scandalo, è uno schifo, è una vergogna! Sì, è vero, non sono tutti uguali, ma a esagerare è il 20% che si salva. Basterebbe diritti e doveri e qui il 90% dei problemi sparirebbero. Ma non va così.
C’è un clima di terrore in tutto quello che si fa, se per esempio sbagliano la spesa, devi avere timore di chiamare un appuntato, perché se lo fai alzare dalla sedia per una cavolata come questa, facile che si metta a strillare non puoi fare niente tranne soffocare la tua rabbia e mangiare l’ennesimo sospiro. Sicuramente anche gli agenti lavorano con molta difficoltà, ma noi che stiamo già chiusi 22 ore su 24, oltre a questo, dobbiamo essere trattati come vermi, è veramente troppo! La stessa Costituzione dice che il trattamento delle persone internate o comunque sottoposte a restrizioni di libertà non può essere contrario al senso di umanità! Ma quale umanità, venite a vedere con i vostri occhi e chiedete a coloro che sono stati detenuti qui a Poggioreale! Chi sta qui e subisce un tale trattamento, quando esce (se prima non si uccide) è un animale, una belva, un cane rabbioso, ed è normale, per ciò che ha subito.
Come si può avere fiducia nello Stato se qui è proprio lo Stato a fare cose inverosimili? Noi non possiamo fare altro che stare in silenzio, ma per quanto ancora? Dobbiamo autolesionarci? O magaari dobbiamo morire come mosche prima che qualcuno si accorga che il problema più grande non è il sovraffollamento, ma i soprusi che subiamo ogni giorno, e che sicuramente molti subiscono in tante carceri d’Italia? E’ giusto che chi ha sbagliato debba pagare, ma comunque ha dei diritti. Per favore fate sì che chi è rinchiuso qui possa cambiare e ritrovare fiducia nello Stato, nelle persone. Fate sì che queste persone non abusino del loro potere e della loro autorità.
Ci scusiamo per non avere messo i nostri nomi, perché questo significherebbe dover subire chissà quale tortura o quale dispetto da questi tutori dello Stato!
Prima di lasciarvi vi informo di un altro grave episodio che si è verificato tempo fa. Un ragazzo giovane, molto giovane ha chiesto di essere portato in infermeria e per quasi due ore ha pregato il capoposto. Per favore, per cortesia e alla fine è salito l’ispettore che ha iniziato a fare il pazzo dicendo “lei non deve chiamare, quando è possibile la chiamaiamo noi!”. Dopo dieci minuti il ragazzo si era tagliato le vene! Poco dopo veniva portato in infermeria…
Questa è giustizia? Questa è democrazia? Costretti a straziare i nostri corpi per farci ascoltare o magari per non subire aggressioni.

I DETENUTI DI POGGIOREALE, PADIGLIONI SALERNO, AVELLINO, NAPOLI, MILANO, LIVORNO

Bologna: Morto un detenuto al carcere di Dozza

La polizia penitenziaria ha trovato questa mattina un detenuto morto nel settore giudiziario. A renderlo noto è stato il segretario generale aggiunto del Sappe (sindacato degli agenti penitenziari) Giovanni Battista Durante: il detenuto - ha detto - era italiano, poco più che trentenne, tossicodipendente e in attesa di giudizio.
L'uomo sarebbe stato trovato riverso sul letto e secondo i primi accertamenti, riferisce il Sappe, si tratterebbe di morte naturale. «Non possiamo comunque non evidenziare - commenta Durante - che all’interno del carcere bolognese ci sono circa 1.150 detenuti, a fronte di una capienza di circa 500 posti.Di questi, circa 300 sono tossicodipendenti, la maggior parte dei quali, probabilmente, potrebbero scontare la pena all’esterno, in strutture di recupero, ma continuano a rimanere in carcere, contribuendo ad alimentare il sovraffollamento. La nostra legislazione, pur essendo all’avanguardia, incontra grosse difficoltà applicative. La legge sulla droga, infatti, prevede la sospensione della pena e l’affidamento terapeutico per i soggetti condannati fino a sei anni di reclusione (quattro per coloro che si sono resi responsabili di reati più gravi), i quali abbiano superato positivamente un programma di recupero, ovvero che ad esso intendano sottoporsi. Nelle carceri italiane la percentuale dei tossicodipendenti è di circa il 25 per cento».

fonte: Corriere di Bologna

Perugia: condannati a 8 mesi per resistenza aggravata i 3 attivisti del csoa ex Mattatoio

Michela, Lollo e Riccardo sono stati condannati in primo grado a 8 mesi e al pagamento di un totale di 16.600 euro di risarcimento danni più spese legali e processuali per resistenza aggravata e oltraggio a pubblico ufficiale.
Le richieste del PM (8 mesi) sono dunque state interamente accolte, così come erano state accolte le richieste di convalida degli arresti, dei domiciliari e dell'obbligo di firma.
Per non aver fatto nulla.
Ma non è questo che ci interessa principalmente discutere, ma il contesto in cui è avvenuto l'episodio degli arresti che ci racconta del momento in cui viviamo e delle strutture che regolano oggi le nostre vite. Non pensiamo che sia un caso il fatto che gli arresti siano avvenuti nel centro storico di perugia, oggetto da anni di intense politiche securitarie e di campagne mediatiche contro il degrado.
E così, negli anni, si è individuato un luogo: il centro storico
si sono creati gli attori-oggetti della rappresentazione: giovani, spacciatori, tossici
si sono messi in correlazione eventi: vita notturna, consumo di alcool e droga, spaccio, schiamazzi, aggressioni e, dopo gli arresti, anche la militanza politica.
L'insieme di questi fattori ci fa capire come questi arresti non siano un fatto di repressione su militanti politici, ma siano l'effetto di una costruzione entro cui tutti possono essere colpiti, in quanto tutti attori di questa rappresentazione. Questi arresti paiono essere dunque il punto finale di un percorso che ha portato all'istallazione di nuove telecamere, al rafforzamento della presenza delle forze dell'ordine nei luoghi d'incontro della piazza e alle ordinanze sul decoro urbano.
Con il particolare che gli arresti e la rigida volontà di difendere l'azione della polizia dimostra anche una determinazione da parte del sistema questura-magistratura locale di voler gestire le questioni cittadine anche con un volto autoritario e di vendetta (uno degli elementi del processo è la mancanza di rispetto verso le forze dell'ordine e il risarcimento morale verso gli agenti, come se la divisa portasse una condizione di super-umanità).
Pare dunque che al classico modello securitario si aggiunga in maniera fluida e non meccanica, nè escludente, un altro modello del controllo, più diretto, più violento, meno sofisticato.
Ci sembra di poter inserire dunque questo evento nella questione generazionale e nella questione di genere, dove è in atto un attacco diretto da tutti i punti di vista, formazione, reddito, stile e forme di vita, contro le precarie e i precari, gli studenti e le studentesse che vivono nel centro storico di Perugia e costruiscono la vita notturna della città.
Una guerra contro lo stile di vita, i desideri di una generazione senza futuro all'interno della crisi globale. Bere una birra in piazza è un'attività sospetta, così come sospetti erano i ribelli che si potevano identificare con una maglietta a strisce, simbolo di un'altra generazione che esattamente cinquant'anni prima della sentenza di ieri, 30 giugno, voleva ascoltare un altro tipo musica, organizzare diversamente la propria vita e conquistare nuove libertà.

Tutta nostra la città non deve essere uno slogan di militanza, il titolo di un'assemblea o un piano d'azione ma la voglia irresistibile di esserci

Commonslab

105 anni di carcere per le nuove Br, ma nessuno sa quale reato abbiano commesso

Davide Bortolato è stato condannato a 14 anni e 7 mesi di carcere, e altrettanti ne sono stati inflitti a Claudio Latino. Il sindacalista Vincenzo Sisi di anni ne dovrà scontare 13 e 5 mesi, Massimiliano Toschi 10 e 8 mesi. Poco meno di Bruno Ghirardi (10 anni e 10 mesi) e di Alfredo Davanzo, l’ “ideologo del gruppo”: 11 anni e 4 mesi. Nel complesso, le condanne comminate dalla corte d’appello di Milano al processo contro le cosidette “nuove Brigate rosse” veleggiano intorno ai 105 anni di carcere per 14 imputati. Mica uno scherzo. Sono terroristi, e dunque tutti festeggiano: i giornali della destra come quelli della sinistra forcaiola, e anche quelli della sinistra più radicale, vuoi perché distratti, vuoi perché imbarazzati, vuoi perché troppo impegnati nella loro guerricciola per le intercettazioni, glissano. A nessuno pare strano il fatto che questi “terroristi” di azione terrorista non ne abbiano compiuta neppure una: un ferimento, un sequestro, una rapina. Niente. “Li abbiamo fermati in tempo” spiegano i giudici inquirenti, e tanto ha da bastare.
Gli associati in banda armata, peraltro, non risultano neppure aver dato alla suddetta un nome purchessia, una sigletta di quelle che non si negano a nessuno. Niente di niente anche su questo fronte. Sconteranno anni e anni di galera per aver dato vita a un’associazione inesistente. Le intercettazioni che “li inchiodano” poi, almeno a giudicare da quelle che sono state rese note, se le parole “garanzie” e “diritto” avessero ancora un senso finirebbero tutt’alpiù in una sceneggiatura di film comico-demenziale.
In un paese anche anormale ma minimamente civile, una simile sentenza desterebbe scandalo. Una sinistra anche timida timida, però con ancora uno straccio di senso di sé e della propria missione, punterebbe i riflettori e reclamerebbe spiegazioni. Una stampa che fosse anche solo in minima misura non democratica ma semplicemente seria, a partire dai soliti “Repubblica” e “Fatto”, scandaglierebbe, denuncerebbe, discuterebbe.
Invece zero assoluto e silenzio perfetto. La sinistra è troppo impegnata a idolatrare i giudici, e la destra con lo strapotere dei medesimi se la prende solo quando viene toccata da vicino, altrimenti dei diritti se ne frega alla grande.
Così nessuno osa dire quel che tutti sanno e di cui tutti sono contentissimi. Che in Italia esiste una categoria di reati, quelli che riguardano “il terrorismo”, per cui garanzie e diritti sono stati sospesi “sine die”: si può finire in galera solo per il cognome che si porta, come è successo a Manolo Morlacchi, figlio del brigatista (vero) Pietro Morlacchi; si può essere condannati a pene smisurate senza aver compiuto nessun reato, come in questo caso. E che in Italia esiste una seconda categoria di reati, quelli “di mafia”, per cui la tortura è non solo ammessa ma incentivata, essendo l’art 41bis nient’altro che una forma legalizzata di tortura. L’oscenità di questo paese è questa. Mille e mille volte più che non la legge di Berlusconi contro le intercettazioni o le proteste contro i programmini di Santoro e Travaglio.

Andrea Colombo da Gli Altri

1 luglio 2010

Detenuto di 25 anni suicida nella Casa di Reclusione di Padova

Santino Mantice, classe 1985, si è ucciso impiccandosi nella sua cella della Casa di Reclusione di Padova. Avrebbe terminato la pena tra soli 3 mesi. Per il momento non abbiamo altri particolari sull'accaduto.
Nel solo mese di giugno nelle carceri italiane si sono impiccati 6 detenuti, inoltre 1 detenuto semilibero si è suicidato, impiccandosi a un albero in provincia di Bolzano, quando ha saputo di dover tornare in carcere e un giovane immigrato si è impiccato nella "cella di sicurezza" della Questura di Agrigento. Dall'inizio dell'anno sono già 29 i detenuti suicidi per impiccagione, mentre 6 sono morti asfissiandosi con il gas delle bombolette.
Il suicidio di Santino Mantice è il 590esimo avvenuto nelle carceri italiane dal 2000ad oggi.


fonte: Osservatorio permanente sulle carceri

30 giugno 2010

G8, la condanna di De Gennaro e le vittime dimenticate

Sono davvero costernata dalle reazioni politiche ed istituzionali in merito alla condanna di De Gennaro, per i fatti della Diaz. Per non parlare della farsa delle sue dimissioni subito rifiutate dal Governo, nell´arco di un istante. Davvero ponderate, le dimissioni ed il rifiuto, dimostrano l´alto senso dello stato da parte di entrambi. Sono passati pochi giorni ma per i media è già un argomento scaduto, tanto poco se ne è parlato che in molti non se ne sono neppure accorti, grazie alla libertà di stampa ed all´indipendenza dei media nel nostro paese. Sia in questa occasione che nelle precedenti, in seguito alle sentenze di appello per i fatti della Scuola Diaz e per quelli della Caserma di Genova Bolzaneto, mi è sembrato di assistere al seguito di una partita di calcio, al Bar Sport. Chi ha vinto, chi ha perso, l´arbitro è stato parziale o imparziale. E tutto uno schierarsi a favore o contro le sentenze, di primo e secondo grado, un tirare per la giacca i giudici, la magistratura: il primo tempo ci era piaciuto il secondo no, ma vedremo ai rigori (la Corte di Cassazione).
E nessuno, nessuno dei rappresentanti delle Istituzioni, dei partiti della maggioranza e di quelli dell´opposizione, che si sia chiesto, si sia preoccupato di sapere, come stanno, cosa ne pensano, le vittime di tutto questo. Dietro questi processi ci sono centinaia di persone che, solo per aver deciso di manifestare a Genova nel luglio del 2001 (attività tuttora prevista e tutelata dalla nostra Costituzione), si sono trovate massacrate, umiliate, torturate, nella Scuola Diaz, nella Caserma di Bolzaneto. Tutti questi cittadini italiani e molti stranieri, hanno aspettato nove anni per vedere confermate le loro testimonianze, le loro sofferenze. Mai nessuno da parte delle Istituzioni ha riconosciuto loro il ruolo di "vittime" di una profonda ingiustizia, della più grande sospensione dei diritti mai registrata in un paese occidentale dal dopoguerra. Come per i casi di stupro le vittime sono sospettate, le loro vite, le loro storie infangate dal dubbio della colpevolezza, nonostante tutte le sentenze. Ma per loro nessuno fa il tifo, né la maggioranza, né l´opposizione, non i Ministri interessati, degli Interni, della Giustizia, della Difesa, quelli che dovrebbero tutelare i diritti di tutti i cittadini, neppure la stragrande maggioranza dei media. E quindi la partita è persa. Ma non è persa solo per loro, è persa per tutti. E non fa differenza se a dare o dirigere le manganellate, a costruire i falsi, ad indurre a falsa testimonianza, sono stati poliziotti con un passato glorioso nell´antimafia, anzi. I segni sulla pelle rimangono e non si cancellano.

ENRICA BARTESAGHI
Parte civile nei processi Diaz e Bolzaneto
Presidente del Comitato Verità e giustizia per Genova

29 giugno 2010

Carceri: Terzo detenuto suicida in una settimana, ma solo l’ultimo fa “statistica”

27 giugno: un 22enne marocchino si impicca in Questura, per la paura di essere rimpatriato.
21 giugno: un detenuto semilibero, alla notizia di dover tornare in carcere, si impicca a un albero.
Anche loro sono “morti di carcere”, ma nessuna statistica ufficiale li prende in considerazione.

La notte scorsa Marcello Mento, detenuto comune di 37 anni, si è tolto la vita nel carcere circondariale di Giarre (Catania). L'uomo è stato trovato impiccato con un cappio al collo alle sbarre della finestra del bagno della cella. Non è l’unica “morte di carcere” avvenuta durante l’ultima settimana, ma le statistiche ufficiali prendono in considerazione soltanto coloro che muoiono all’interno degli Istituti di Pena, escludendo addirittura i detenuti che vengono ritrovati ancora in vita e poi muoiono durante il trasporto all’Ospedale.
Secondo noi, invece, tra le “morti di carcere” vanno ricompresi tutti quei casi in cui una persona privata della libertà, affidata in “custodia” a rappresentanti dello Stato, si toglie la vita (o muore per altre cause, come nel caso di Stefano Cucchi).

I due suicidi “fuori statistica”
Il 27 giugno nella “camera di sicurezza” della Questura di Agrigento si è impiccato un giovane marocchino Y.A., di 22 anni. Arrestato dai poliziotti, intervenuti per sedare una rissa, era stato rinchiuso in una camera di sicurezza della questura in vista dell’udienza di convalida del suo fermo. Ma l’uomo, eludendo la sorveglianza, la notte scorsa si è impiccato utilizzando probabilmente una cintura. A questa tragica decisione sarebbe stato spinto forse dal timore di essere rimpatriato.
Il 21 giugno Thomas Göller, detenuto semilibero di 43 anni, viene ritrovato impiccato ad un albero a Barbiano, località in Provincia di Bolzano. Aveva trasgredito ad alcune regole della misura alternativa e gli era stato comunicato che avrebbe dovuto tornare in carcere, dove aveva già trascorso 14 anni. Ma ai carabinieri aveva detto: “Non tornerò mai più in cella”.
Nel mese di giugno si sono tolti la vita 5 detenuti (oltre ai 2 “fuori statistica”) Da inizio anno i suicidi certi sono 32 (3 casi sono dubbi), mentre altri 60 sono morti per malattia o per “cause da accertare”. Il totale dei detenuti morti nel 2010 sale così a 96. Negli ultimi 10 anni i suicidi avvenuti nelle carceri italiane sono stati 589, mentre 1.694 è il totale dei detenuti morti.

fonte: Ristretti Orizzonti

28 giugno 2010

Agrigento: giovane marocchino muore in questura

Un ragazzo marocchino di 22 anni si è suicidato la notte scorsa all'interno di una camera di sicurezza della questura di Agrigento. L'uomo era stato arrestato ieri dai poliziotti del commissariato di Montechiaro che erano intervenuti per sedare una rissa. Secondo la ricostruzione dei poliziotti il giovane era andato in escandescenza e probabilmente aveva anche fatto uso di sostanze stupefacenti.
Subito dopo l'arresto era stato rinchiuso in una camera di sicurezza della questura in vista dell'udienza di convalida del suo fermo programmata per stamattina. Ma l'uomo, eludendo la sorveglianza, la notte scorsa si è impiccato utilizzando probabilmente una cintura. A questa tragica decisione potrebbe essere stato spinto forse anche dal timore di essere rimpatriato. Sul posto è arrivato il magistrato di turno della Procura di Agrigento che sta cercando di ricostruire quanto accaduto.

27 giugno 2010

«Carceri fuori legge» Suicidi e posti in piedi, Parte la campagna sui diritti dei reclusi

«Le carceri sono fuori legge». La Federazione della Sinistra aderisce alla campagna promossa dalle associazioni Antigone e A Buon Diritto e dal settimanale Carta , «per dare il via a una vera e propria vertenza nei confronti delle istituzioni affinché siano rispettati i diritti delle persone detenute». E' quanto affermano in una nota congiunta Ivano Peduzzi, capogruppo Fds regione Lazio e Giovanni Russo Spena, responsabile giustizia Prc, che oggi, alle ore 10, visiteranno l'istituto penitenziario di Regina Coeli insieme a Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione Prc. «Per una settimana - aggiunge Peduzzi - visiteremo almeno dieci carceri in tutta Italia, raccoglieremo dati e denunceremo i casi di abbandono, di sovraffollamento e di mancato rispetto dei diritti umani. Abbiamo deciso di cominciare il sopralluogo dall'istituto penitenziario di Regina Coeli, dove il giovane Stefano Cucchi ha trascorso gli ultimi giorni di vita prima di morire di carcere, di fame e di botte nella struttura penitenziaria dell'ospedale Pertini di Roma». La situazione nelle carceri del Lazio è esplosiva, lo sottolinea in una nota proprio il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, commentando gli ultimi dati forniti dal Dap, aggiornati al 20 giugno. I detenuti reclusi sono 6254, di cui 5795 uomini e 459 donne. Oltre 1600 in più rispetto alla capienza regolamentare prevista nei 14 istituti della regione. I detenuti continuano ad aumentare mese dopo mese, rispetto allo scorso febbraio sono aumentati di 372 unità. Un contesto che incrementa, come spiega allarmato Emilio Lupo, segretario nazionale di Psichiatria democratica, «l'elenco dei suicidi in carcere: da nord a sud sono già 31 dall'inizio dell'anno (gli ultimi due si sono verificati a Milano e Lecce)». Fenomeno che trova origine - prosegue Lupo - «tanto da aspetti istituzionali quanto dalle gravi condizioni psicologiche sofferte dalle persone incarcerate, rese ulteriormente fragili dalle condizione di restrizione, dal sovraffollamento, dalla mancanza di programmi di reinserimento reale e, non ultima, dalla progressiva riduzione delle misure alternative alla detenzione verificatasi in questi anni». Psichiatria democratica ritiene, inoltre, che le misure alternative alla detenzione vadano estese a quanti più detenuti possibile non solo per riconnotare la pena nelle sue valenze rieducative, come prevede la Costituzione, ma anche per responsabilizzare e dare speranza al detenuto: ridare speranza è il più potente antidoto al rischio di suicidio. Non la pensa così il leghista Gianluca Buonanno, parlamentare piemontese e membro dell'antimafia. Noto per aver disseminato le strade con sagome di poliziotti in cartone e avere proibito l'uso del burka e del burkini nel paesino dove è sindaco, nel corso di una conferenza stampa convocata per illustrare la proposta di togliere la pensione ai condannati per terrorismo e criminalità organizzata (così come ai loro familiari), ai cronisti ha commentato così il suicidio di Antonio Gaetano Di Marco, ex 41 bis che il 16 giugno si è tolto la vita nel carcere di Catania: «Certo che se altri pedofili e mafiosi facessero la stessa cosa non sarebbe affatto male. Anzi...».

Omicidio Cucchi: 15 luglio udienza per medici e agenti penitenziari

Il 15 luglio comincia l'udienza preliminare per il rinvio a giudizio di coloro che, secondo la Procura di Roma, sono i colpevoli della morte del 31enne Stefano Cucchi, fermato per alcuni grammi di droga e morto dopo una settimana passata nel reparto penitenziario Sandro Pertini. Gli imputati sono 13, tra medici, infermieri e guardie penitenziarie. Siccome medici e infermieri sono accusati di abbandono di incapace con morte conseguente, in caso di rinvio a giudizio il processo si svolgerà in Corte d'Assise vista la gravità del reato.

24 giugno 2010

Lecco, denuncia contro i Carabinieri "Mi hanno preso a calci e torturato"

Isidro Diaz, di origini argentine ma da 23 anni in Italia: timpani perforati e distacco della retina. Viene difeso dagli stessi legali delle famiglie Cucchi e Aldrovandi

Vengo dall'Argentina dove la mia generazione è stata massacrata. Qui pensavo di vivere in un paese civile. Invece mi sono ritrovato ammanettato, preso a calci e pugni in testa dai carabinieri, trascinato sull'asfalto, torturato e sbattuto contro i muri della caserma senza poter vedere un medico. Insultato, con i militari che mi puntavano la pistola addosso. E ancora non so perché". Isidro Luciano Diaz ha 41 anni, dei quali 23 vissuti in Italia dove, nel lecchese, gestisce l'allevamento di cavalli "Dal Gaucho". Da quando il 5 aprile dell'anno scorso è stato fermato dai carabinieri vicino a Voghera, è stato operato agli occhi 6 volte per distacco della retina e ha i timpani perforati. Ferite "compatibili" col suo racconto da incubo, scrive il medico legale nella relazione che riporta alla memoria le vicende di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva, Stefano Cucchi. Di giovani morti dopo essere stati malmenati da uomini in divisa, entrati vivi in caserma o in carcere e mai usciti, tragedie di cui si è occupato lo stesso studio legale, Anselmo di Ferrara, che ora difende Diaz.
"Una storia assurda. Qualunque sia l'imputazione uno deve avere tutte le garanzie, pena la rinuncia dello Stato ad essere uno stato di diritto, perché la legittimità giuridica e morale dello stato è affidata alla capacità di garantire l'incolumità delle persone affidategli", dice sociologo Luigi Manconi che con il suo lavoro come sottosegretario alla Giustizia e poi come
presidente dell'associazione a Buon diritto ha avuto una parte importante nel far emergere tutte queste vicende.
Una storia inquietante, quella raccontata da Diaz, che rischia di finire nel nulla perché la sua denuncia contro i carabinieri è a pochi passi dall'archiviazione nonostante agli atti ci sia il riconoscimento fotografico da parte dell'argentino dei militari che l'hanno aggredito. Il giudice dovrà decidere in questi giorni. Diaz, infatti, condannato a un anno poi commutato in due di libertà controllata per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni (8 giorni di prognosi ai militari), solo dopo aver patteggiato la pena ha presentato la denuncia per percosse, allegando le immagini del suo volto stravolto dalle botte, della schiena martoriata.
Ma andiamo con ordine. Il 5 aprile di ritorno da una gara di monta di vitelli mentre è alla guida della sua Mercedes, un suv nero, Diaz viene fermato dai carabinieri sulla Torino-Piacenza. Al termine di un lungo inseguimento a folle velocità, scrivono i militari. Senza motivo, ribatte l'argentino. "Vedo che hanno le pistole in pugno, ho in macchina il coltello che mi serve per i cavalli glielo mostro per consegnarglielo. Mi sono addosso, mi ammanettano e poi calci e pugni in testa, mi trascinano sull'asfalto". Portato in caserma continua il pestaggio, "mi trattavano come un pallone, buttandomi contro il muro. Mi dicevano: devi morire. Provo a chiamare un amico, mi strappano il cellulare. Alla fine ho firmato qualsiasi carta anche perché non mi chiamavano un medico".


fonte: La Repubblica

22 giugno 2010

"Le carceri sono fuori legge" - campagna Prc di visite in carcere

“Facciamo appello alle forze democratiche del paese perché il rispetto della dignità umana, come cardine dello stato di diritto, sia rispettato in tutti i luoghi, compreso le carceri e le altre istituzioni totali”. Questo il messaggio rivolto dal responsabile giustizia del Prc, Giovanni Russo Spena, in occasione dell’appello “Le carceri sono fuori legge” lanciato da “Antigone”, “A buon diritto” e “Carta” cui la Federazione e il Prc hanno dato la loro adesione.
Nei prossimi 10 giorni Russo Spena effettuerà, insieme ai promotori dell'appello e ai consiglieri regionali della Federazione della Sinistra, 15 visite in carcere. “In uno stato di diritto non è sopportabile che i detenuti siano costretti a vivere ammassati come sardine in meno di tre metri quadri ciascuno – osserva Russo Spena – Non è un caso che l'Europa abbia condannato l'Italia per trattamenti disumani e degradanti per le condizioni pietose in cui versano le patrie galere. Ma a un anno dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo il governo non ha fatto nulla, e la condizione delle carceri è peggiorata: un morto ogni 2 giorni, 31 suicidi dall'inizio dell'anno, un atto di autolesionismo ogni 10 detenuti”. Perciò, conclude Russo Spena, ci auguriamo “che tale iniziativa possa contribuire nella ricostruzione di un senso comune più rispettoso della dignità della persona”.

Mantova, vietato chiedere l'elemosina e utilizzare le panchine come giacigli

Il sindaco di Mantova, Nicola Sodano (Pdl), ha firmato oggi l'ordinanza contro l'accattonaggio molesto. Su tutto il territorio comunale viene vietata la richiesta di elemosina agli angoli delle strade, ai semafori, nei parcheggi, nelle vie e nelle piazze. Vietati anche i bivacchi negli spazi pubblici e persino l'utilizzo delle panchine come giacigli di fortuna. I trasgressori saranno puniti con una multa che va dai 25 ai 500 euro, con la possibilità di pagarne 50 per estinguere la violazione, e con il sequestro del denaro raccolto e delle eventuali attrezzature impiegate.
«Non vogliamo combattere contro i poveri - ha spiegato Sodano - ma fermare il racket delle elemosine, una vera e propria forma di criminalità organizzata che, secondo le forze dell'ordine, ultimamente si è spostata a Mantova dalle vicine città di Verona e Brescia.

fonte: Il Messaggero.it

21 giugno 2010

Cari amici vi scrivo...

Riceviamo dal sito degli Amici di Alberto la toccante lettera di Cristina e Renzo, i genitori di Alberto Mercuriali, che volentieri pubblichiamo nella consapevolezza che queste poche righe possono risvegliare le coscienze civiche di tutti noi....

A tutti gli Amici di Alberto

La storia di Alberto, nostro figlio primogenito di 4 fratelli, è, e sarà, una lezione di vita essendo la sua vicenda inevitabilmente diventata storia comune lasciando una impronta profonda nelle coscienze ...
Alberto ha scelto deliberatamente e con profondo dolore di lasciare genitori, fratelli, parenti, amici e affetti perché non ha sopportato la vergogna di essere finito e giudicato un criminale, sulle prime pagine dei giornali locali, dopo aver ricevuto la promessa di silenzio dai carabinieri che lo avevano fermato 3 giorni prima, per detenzione e spaccio di circa 50 grammi di hashish.
Pertanto il mancato rispetto della promessa ricevuta da uomini in divisa e l’attenzione mediatica che ha superato ogni criterio civile e qualunque principio umano, lo hanno fatto sentire un “nulla” davanti a se stesso e agli altri, senza più tutela, comprensione e solidarietà, annientando il suo futuro.
Alberto era un ragazzo capace di affrontare e superare le difficoltà che la vita, di volta in volta, gli poneva.
Aveva traguardi ambiziosi e umilmente era consapevole dell’impegno che il raggiungimento di essi comporta.
Aveva completato la sua formazione scolastica con brillanti risultati, scegliendo il corso di laurea che più gli si confaceva e trovato il suo più ambito e stimolante lavoro, ossia sperimentatore e addetto alla ricerca e sviluppo e ne andava così fiero.
Ecco perché la notizia del suo tragico gesto ha lasciato attonita, sconvolta e commossa una intera comunità ed in particolare coloro che lo conoscevano di persona hanno pubblicamente denunciato, con iniziative importanti (fiaccolata, convegni, costituzione di una associazione, tesi di laurea, film documentario …) l’assurdità, lo sdegno ed il dolore per la perdita di un ragazzo tanto stimato e ammirato, gentile d’animo e dotato di un raro senso dell’onore.
E per ottenere giustizia ed incidere su tanta indubbia, spregevole sproporzione tra la trasgressione rilevata ed il massacro mediatico che ne è seguito, noi genitori, responsabilizzati da un collettivo impegno civile e straziati dalla perdita di nostro figlio, ci siamo rivolti all’autorità giudiziaria.
E ne abbiamo purtroppo ricevuto una cocente delusione, notando una continuativa mancata risposta all’effettiva tutela dei diritti costituzionali e una vera e propria fuga dalle responsabilità negate in maniera smaccata e arrogante.
In ordine di tempo la prima imperdonabile mancanza dei carabinieri è stata di non averlo avvertito, il giorno successivo al fermo, pur avendone avuto il tempo, la possibilità e soprattutto il dovere che ci sarebbe stata la divulgazione della notizia anziché il silenzio pattuito.
Visto il completo stravolgimento del patto, il semplice buon senso o la comune diligenza del buon padre di famiglia ma soprattutto il ruolo di garanti costituzionali delle libertà individuali avrebbe imposto l’obbligo di informare Alberto, che a sua volta avrebbe informato noi, cambiando radicalmente il corso degli avvenimenti.
Nella sua lettera leggiamo: “ … dopo essere stato rassicurato dai 2 carabinieri che mi hanno fermato che nessuno avrebbe saputo mai niente, vengo a scoprire che hanno pubblicato un articolo sul giornale che parla di me.”
Cinque giorni dopo la notizia del suicidio, i carabinieri, tramite il colonnello, sono per la prima ed unica volta intervenuti sulla vicenda, a mezzo stampa, con la seguente dichiarazione: “Siamo costernati da quanto accaduto, nessuno poteva aspettarsi un gesto simile. Abbiamo eseguito gli ordini della magistratura…”.
Con ciò dimostrando impreparazione, scarsa professionalità e mancanza di interesse nell’indagare le ragioni per cui lo stesso ragazzo, unico protagonista della spettacolare conferenza stampa indetta il giorno prima nella loro caserma avesse compiuto un gesto irrimediabile e disperato.
E per discolparsi e “lavarsene ben bene le mani” aggiungono di aver eseguito degli ordini impartiti.
Abbiamo sperato, convinti, che il giudice accogliesse il disperato silenzioso grido di Alberto, espresso dettagliatamente nella nostra querela e potesse far luce sulle responsabilità e sui limiti trascesi, invece, volutamente, ha scelto le tenebre, omettendo il punto fondamentale di tutta la vicenda e cioè la promessa del silenzio ricevuta in caserma come se la cosa fosse stata insignificante.
Con ciò dimostrando quanta siderale distanza ci sia tra questa magistratura e il cittadino e soprattutto quanto sia impossibile pretendere autocritica e responsabilizzazione, anche in casi di evidente illegalità come la nostra, da un sistema autoreferenziale e blindato.
Il tempo trascorso e le quotidiane critiche analisi che dobbiamo compiere per affrontare questa prova così dura e inimmaginabile, ci portano e proseguire nell’impegno civile e legale intrapreso, affinché il futuro che vorremmo per le nuove generazioni sia depurato da atti incivili come la vicenda di Alberto, a detta di tutti, testimonia.

E pagine così nere nella storia di una democrazia, che si vuole definire tale, non siano più scritte.


I genitori di Alberto

Catania: morì in carcere a 19 anni; la madre vuole riaprire il caso “non si è suicidato”

Grazia La Venia è l'ennesima madre che non crede alla versione ufficiale di un'amministrazione penitenziaria. L'ennesima a battersi contro un'archiviazione annunciata. Suo figlio si chiamava Carmelo Castro ed era incensurato. E' morto il 28 marzo nella cella numero 9 del carcere catanese. Era lì da quattro giorni, da quand'era stato fermato per una rapina nella tabaccheria del suo paese, Biancavilla. Aveva 19 anni. Secondo la versione ufficiale «la morte è avvenuta per asfissia da impiccamento»: avrebbe attaccato il lenzuolo allo spigolo della branda. Nulla pi di questo per il pm che ha proposto l'archiviazione. Ma sua madre chiede che si accerti ciò è avvenuto prima che Carmelo entrasse in carcere anche perché, una volta dentro, per suo figlio,sottoposto al regime di massima sorveglianza, sarebbe stato difficile impiccarsi. La foto segnaletica diffusa dopo il fermo fa sorgere parecchi dubbi: «Forse lo hanno ripulito ma si vede comunque un livido sopra l'occhio sinistro e il labbro gonfio, oltre all'orecchino strappato». I carabinieri lo hanno trattenuto in caserma un intero pomeriggio e lei da sotto lo sentiva piangere e gridare. Potrebbe esserci del sangue sulle scarpe e il giubbotto che indossava. Anche l'avvocato della famiglia segnala «molte incongruenze nella ricostruzione dei fatti»: ad esempio il fatto che, per il trasporto del ragazzo in ospedale, venne utilizzata una normale auto di servizio. Il medico del carcere riferisce di aver praticato le manovre di rianimazione cardiorespiratoria poi le interrompe ma non ritenne di dover disporre il trasporto con un'ambulanza adeguta a continuare le manovre rianimatorie. Il suicidio sarebbe avvenuto alle 12.30 ma Carmelo aveva nello stomaco il pranzo non digerito. Tutte domande che attendono una risposta e che ricordano vicende come quelle che hanno registrato la morte di Niki Aprile Gatti - anche il suo fu un suicidio strano dopo essersi dichiarato disponibile a collaborare. Di Giuseppe Uva - l'analogia consiste nelle urla sentite mentre era in custodia dei carabinieri - e di Stefano Cucchi, passato anche lui dalle mani dell'Arma a quelle del carcere prima di finire "seppellito" in un repartino penitenziario. Così pure la mamma di Marcello Lonzi e i figli di Aldo Bianzino stanno mettendocela tutta perché non cali il sipario sulla morte dei loro cari. E che dire di Manuel Eliantonio e Stefano Frapporti: l primo ucciso dal carcere a Marassi, dicono che si sia ammazzato col gas di una bomboletta ma sua madre Maria non riesce a capire come faccia il gas a spezzare le ossa. Frapporti, invece, si sarebbe "suicidato" dopo due ore dall'arresto. Uno stranissimo arresto. Molti di loro saranno a Perugia venerdì e sabato (per il programma vedi www.veritaperaldo.noblogs.org ), nella due giorni promossa dal Comitato Verità e giustizia per Aldo Bianzino su autoritarismo, proibizionismo, carcere e sicurezza. Appuntamenti di questo tipo stanno producendo un ragionamento collettivo che prova a ribaltare l'ossessione sicuritaria di cui Perugia è laboratorio avanzato.

20 giugno 2010

Il potere degli intoccabili

L ' attacco all'articolo 41 della Costituzione (ma, in realtà, ha ragione Cremaschi, all'articolo 1, cioè al lavoro come principio ordinatore della nostra democrazia organizzata e conflittuale) non è, a ben vedere, tema diverso dall'impunità che il governo solennemente conferisce alla catena di comando militare e di polizia che ha prodotto la "macelleria messicana", con annesse torture (questa è ormai la verità anche giurisdizionale), prima a Napoli e poi al G8 di Genova.
Il governo, ridando fiducia piena a quella catena di comando fa una duplice operazione che è un attacco diretto all'impianto costituzionale: da un lato, pone il potere politico in aperto contrasto con l'autonomia del giudizio della magistratura, tentando di stabilire che il potere del governo, che si esplica in forme plebiscitarie ed autoritarie, annulla il potere giurisdizionale e il sistema delle garanzie, in nome dell'investitura popolare al premier. Ribadendo, difatti, una forma di incostituzionale presidenzialismo populista, di fronte ad un sistema giudiziario che, anche grazie al lavoro degli avvocati, pur fra omertà corporative, vergognosi depistaggi e intimidazioni politiche comunque ha operato.
E' forte il rammarico per il fatto che di tutte le inchieste per le tragedie di nove anni fa, l'unica ad essere stata archiviata è stata quella sulla uccisione di Carlo Giuliani. Mi unisco allo sdegno espresso da Giuliano Giuliani: «Uno schifo. Ma c'è un motivo. In quella storia erano coinvolti i reparti speciali dei carabinieri. Che in Italia sono ancora più intoccabili dei vertici della polizia». In secondo luogo, il governo ha fatto proprio il comportamento della catena di comando militare, assumendosene la piena responsabilità. Il consiglio dei ministri all'unanimità sconfessa la condanna dei giudici per dire che De Gennaro fa parte del potere e, quindi, è un intoccabile. Come intoccabili sono tutti i funzionari promossi dopo Napoli e Genova, promossi non sospesi dalle loro delicate funzioni attendendo le sentenze definitive.
Il governo ha voluto inviare un chiaro messaggio: il depistaggio e l'impunità sono aspetti fondativi del nostro potere. Si parla a vanvera, anche nel centrosinistra, di garantismo: ma il garantismo è equilibrio dei poteri, è sobrietà istituzionale. Che garantismo vi è nella torsione razzista e proibizionista del governo? Che garantismo vi è quando non viene rispettato nemmeno il principio per cui la vita del detenuto è, per il funzionario dello Stato, sacra? Il potere, invece, come nel caso di Stefano Cucchi, uccide spesso i detenuti; e, comunque, inchieste ufficiali europee ci parlano di una tortura che ritorna nelle carceri d'Italia.
Per questo è importante non dimenticare mai la caserma Ranieri di Napoli, Bolzaneto, la Diaz a Genova, ecc. perché sono metafore di una strategia del potere. Una strategia nazionale, che ha reso pressocché simili i ministri dell'Interno del centrosinistra a Napoli e del centrodestra a Genova; ma, soprattutto, una strategia internazionale. Basti pensare alle violenze militari contro i militanti altermondialisti prima di Genova e dopo Genova anche a livello europeo. Le sinistre, purtroppo, da tempo non hanno più capacità di inchiesta e di parola sulle ristrutturazioni in atto dei poteri militari, sul fallimento dei generosi tentativi di riforma democratica, sul significato che ha assunto la militarizzazione della pubblica amministrazione grazie anche all'introduzione dell'esercito professionale (del tutto incostituzionale) che ha spazzato via le politiche di disarmo. Si è creata una osmosi tra funzioni di polizia e funzioni militari, intese, tra l'altro, soprattutto come missioni di guerra.
A Genova operò una strategia internazionale per spazzare via un movimento che aveva osato gridare che la globalizzazione liberista non recava con sé «magnifiche sorti e progressive»; aveva urlato «il re è nudo». Il potere ebbe paura, tentò di costringerlo nella morsa repressione-violentismo-repressione ancora maggiore. Non vi riuscì, ma lo indebolì e lo frantumò. Ora anche la sentenza della Corte d'Appello di Genova ci fornisce un'occasione per riprendere il filo del discorso, anche a livello di movimento internazionale: a Genova agì una connessione fra comandi di polizia e comandi Nato; basti analizzare i sistemi d'arma, il tipo di addestramento e di formazione delle truppe, in forme inedite e contenuti diversi dal passato. La storia continua…
Genova è stato solo l'inizio. Il 26 aprile scorso il Consiglio per gli affari generali dell'Unione europea ha varato uno strumento, una sorta di "grande fratello" europeo per controllare coloro che assumono comportamenti «radicali» o che trasmettono «messaggi radicalizzati» . E' un'operazione diffusa di intellegence, di sorveglianza capillare che, con l'alibi di individuare attività terroristiche (per cui peraltro già esistono strutture e strumenti penali), fabbrica sospetti nei confronti dei comportamenti disobbedienti o molto critici, assimilati a violenza e terrorismo. Uno degli indici della pericolosità di un soggetto, ad esempio, nel questionario è (come ci ricorda Tony Bunyan su il manifest o di ieri): «Situazione economica? Disoccupato, peggioramento della sua posizione economica, eccetera».
Ho impressione che, se questi sono i criteri, i compagni della Fiom e dei Cobas di Pomigliano sono i primi sospettati…

Giovanni Russo Spena

Un Grande fratello europeo per spiare i no-global. Piano del Consiglio d'Europa per contrastare i movimenti

Uno «strumento» per mettere sotto osservazione in tutta l'Unione europea le persone considerate «radicali». Lo ha adottato il 26 aprile scorso il Consiglio per gli affari generali del Consiglio dell'Unione europea che, senza dibattito, ha dato il suo consenso alle conclusioni «sull'uso di uno strumento standardizzato, multidimensionale e semistrutturato per la raccolta di dati e informazioni sui processi di radicalizzazione nell'Ue». La decisione è passata praticamente inosservata. Eppure inciderà pesantemente sulla vita di milioni di persone. Perché lo «strumento» di cui parla il piano non servirà per mettere sotto osservazione chi ha intenzione di attuare azioni terroristiche - d'altronde, contro di loro, esiste già lo strumento penale. Al contrario nel documento dettagliato (e segreto) si dice esplicitamente che sotto mira finiranno anche persone che esprimono opinioni collocabili in un'area ideologica «di estrema destra /sinistra, islamista, nazionalista, antiglobalizzazione ecc...».
Lo «strumento» dovrebbe evitare che le persone si avvicinino al terrorismo attraverso la «radicalizzazione». Come? In primo luogo, analizzando i «diversi ambienti» in cui avviene la «radicalizzazione» e, in secondo luogo, attraverso l'introduzione di «modi sistematici» per lo scambio delle informazioni sugli individui o i gruppi che usano il linguaggio dell'odio (hate speech) o incitano al terrorismo.Verranno scambiate informazioni sui leader radicali che promuovono il terrorismo e verranno seguiti i loro movimenti con lo scopo di «interrompere i processi di radicalizzazione o per notificare uno stato di allarme nei loro confronti» L'allarme potrebbero poi innescare delle azioni, come un interrogatorio, mettere una persona sotto sorveglianza, o addirittura in detenzione e così via.
Nel frattempo, viene chiesto a Europol di «creare delle liste di coloro che sono coinvolti nel radicalizzare/reclutare o nel trasmettere messaggi radicalizzanti, e di prendere delle misure adeguate». A prima vista, questi piani per contrastare il terrorismo sembrano un passo logico. Però, questa impressione dura solo fino a quando si esamina il documento segreto che è all'origine delle conclusioni. E' chiaro infatti che l'obiettivo non sono le persone o i gruppi che hanno commesso o hanno piani per commettere degli atti terroristici, né quelli che incitano all'uso del terrorismo, in quanto entrambi possono essere contrastati attraverso l'uso del diritto penale (arresto, imputazione, sentenza, ecc.). Piuttosto, l'obiettivo sono le persone e i gruppi che sostengono delle idee radicali che sono descritte come quelle che diffondono gli «rm» (messaggi radicali). Come fare a definire chi si trova nell'«estrema sinistra»o chi è «islamista» o «antiglobalizzazione»? Chi sarà incaricato di individuare l'area di appartenenza politica dei «radicali»? Ma non solo. Chi userà questo «strumento» che metterebbe sotto sorveglianza un arco ampio di persone e di gruppi? E infine, come verrà usata l'informazione raccolta?
Il documento fornisce solo parziali risposte a questi interrogativi. Ma, degne di nota, sono le 70 domande che gli utilizzatori dello «strumento» dovranno compilare. Presumibilmente, le 70 domande si baseranno sulla raccolta di intelligence dai dati personali e dalla sorveglianza . Alcune sono davvero bizzarre, altre che dimostrano quanto sarà intrusiva questa attività per coloro che cascano nella «ragnatela del sospetto» dello Stato. Qualche esempio: «Situazione economica? Disoccupato, peggioramento della sua posizione economica, ecc.». Oppure. «Caratteristiche psicologiche rilevanti? Disturbi psicologici, personalità carismatica, personalità debole, ecc.». Ci sono milioni di persone nell'Ue con delle idee «radicali» che potrebbero facilmente, secondo la loro terminologia, usare delle tesi che sono anche adoperate dai cosiddetti «rm», senza avere alcuna intenzione di usare o di incoraggiare l'uso della violenza. Qualsiasi persona «radicale» potrebbe essere presa di mira, e la vita politica quotidiana potrà essere contaminata da dei sospetti fabbricati dalle agenzie degli Stati senza che questi siano visibili e senza che nessuno ne debba rendere conto. Il dibattito e l'attività politica legittimi svolti all'aperto potrebbero diventare l'ennesima vittima della «guerra al terrorismo».


Tony Bunyan da il manifesto

19 giugno 2010

Teramo: Antifascisti caricati dalla polizia

Caricati e manganellati «senza motivo» dalle Forze dell'Ordine in una piazza a due km dalla manifestazione di Forza Nuova. Lo denunciano gli esponenti di sinistra, con in testa il segretario cittadino di Rifondazione Comunita Filippo Torretta. Secondo quanto segnalato da Prc, e riportato anche dal quotidiano Il Centro (che nelle pagine teramane pubblica anche una foto della carica), oltre che da siti locali, ieri a Teramo un «pacifico» tentativo di volantinaggio contro la manifestazione del gruppo di estrema destra, a cui ha partecipato anche il leader nazionale Roberto Fiore, è stato «bloccato» dagli agenti. «I ragazzi antifascisti erano in un luogo molto distante dal comizio autorizzato da Forza Nuova, a Piazza Martiri, ed erano una cinquantina - spiega Torretta - lo scopo era solo volantinare. Quando i ragazzi si mossi da un angolo della piazza su indicazione della Questura stessa prima sono stati fermati, poi un carabiniere ha strappato un megafono ad uno del presidio antifascista. A quel punto c'è stata la carica e le manganellate, senza la nostra reazione. È un comportamento grave, specie in una città che non ha ancora dato una risposta agli accoltellamenti del 23 dicembre scorso da parte di esponenti di estrema destra a dei ragazzi di sinistra». E anche se per opposti motivi anche da Forza Nuova arrivano critiche al comportamento della Questura, che per loro «è stato inqualificabile». «Rintuzzati in una piazza talmente blindata da non far passare nemmeno un moscerino - spiega in una nota Marco Forconi, segretario regionale - ci siamo sentiti presi in giro ed abbiamo fatto quello che era giusto fare: riprenderci i nostri spazi, centimetro dopo centimetro. Avremmo potuto sfondare il cordone come e quando volevamo ma il nostro alto senso di responsabilità e la nostra freddezza hanno prevalso su tutto. Chiediamo scusa ai cittadini teramani, spettatori inermi di un pomeriggio di follia ma, nello stesso tempo, gli chiediamo di non abbandonare la città a quattro balordi e infami che di politico hanno solo una mascherina per tutelarsi istituzionalmente. La sinistra è finita, a Teramo come in tutta la regione. Si rassegnino compagni e becerume vario, il futuro marcia con i colori della Tradizione e della Vittoria: bianco, rosso e nero».

Repressione internazionale modello Genova

La decisione del governo di respingere le dimissioni di De Gennaro è un atto di arroganza istituzionale, prima che politica, tesa a consolidare, con una rinnovata fiducia, la catena di comando. Il controllo giurisdizionale (la decisione cioè della Corte d'appello) avrebbe permesso una riflessione seria, anche a livello istituzionale, sulla vera e propria sospensione nei giorni del G8 di Genova dei paradigmi fondativi dello stato di diritto. Primo fra tutti la sospensione dell'habeas corpus (si pensi inoltre agli omicidi di Aldrovandi, Bianzino, Cucchi ecc.). Le istituzioni avrebbero potuto chiedere scusa ufficialmente per la «macelleria messicana» condotta in prima persona non da alcune «mele marce» ma dalla catena di comando e chiedere scusa per il depistaggio attuato da parte della stessa. E' stato possibile in Sudafrica; è stato possibile qualche giorno fa per i massacri britannici in Irlanda; in Italia è stata possibile solo una volta (nel caso della relazione parlamentare dell'antimafia per l'uccisione di Peppino Impastato, che credo di conoscere in prima persona). Si badi che il depistaggio da parte di segmenti dello Stato è l'elemento costante e permanente della strategia della tensione e dello stragismo italico. Non sono ingenuo: so benissimo, che in Italia, sono mancate le condizioni politiche. Perché il governo attua una torsione populista, razzista, securitaria del rapporto fra statualità e cittadinanza (di cui l'impunità degli apparti dello stato è metafora); e perché l'opposizione parlamentare di questa catena di comando che abbiamo visto in opera a Genova è stata sempre docile ancella. E' un caso - lo dico anche in termini autocricritici perché avremmo dovuto porre la questione in modo netton - che tutti i funzionari responsabili del massacro e delle torture di Genova abbiano ricoperto, successivamente, incarichi di responsabilità ancora maggiori? Non sono certo un giustizialista. Ma è proprio il garantismo che pretende autonomia dei poteri, equilibrio e sobrietà nella gestione. La verità è che la progettualità, la radicalità e l'autorganizzazione, la critica al potere del movimento altermondialista facevano paura al potere stesso. Il movimento andava spazzato via con cinica e studiata violenza.
E' mia convinzione da sempre che a Genova, contro il movimento, abbiamo visto in opera una strategia internazionale. Intreccio fra comandi di polizia e comandi Nato a livello europeo. I sistemi d'arma usati, il tipo di addestramento delle truppe ci indicano precise connessioni internazionali. Esiste tuttora una vera e propria struttura militare e di polizia internazionale la cui funzione è tenere «sotto controllo» i soggetti che esprimono radicalità critica. Forse De Gennaro ne sa qualcosa...


Giovanni Russo Spena da il manifesto

18 giugno 2010

Appello: "Genova G8, sospendete i condannati dai loro incarichi"

Nelle scorse settimane abbiamo avuto due importanti sentenze, quelle di appello per i fatti accaduti alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, a Genova, nel luglio del 2001. Ci sono voluti nove anni ma alla fine il tribunale di Genova ha dato forma giudiziaria a una verità storica che già conoscevamo: alla scuola Diaz , nella caserma di Bolzaneto, furono violati i corpi, le leggi, la Costituzione, l'idea stessa dello stato di diritto.
Un orrore incompatibile con la nozione di democrazia. Perciò le due sentenze, con le condanne che colpiscono per intero la catena di comando (insieme a tutti i responsabili delle violenze e delle violazioni che è stato possibile individuare), sono importanti e preziose: ripristinano un principio di verità e di equità, possono essere un punto di risalita per le istituzioni. Già all'epoca del rinvio a giudizio sarebbe stata opportuna la sospensione di tutti gli imputati, a tutela della dignità e credibilità delle forze di polizia. Nessuno è stato sospeso, tutti sono al loro posto, alcuni dirigenti sono stati addirittura promossi e oggi si trovano a coprire incarichi delicati e di altissimo livello con il peso di condanne di secondo grado molto gravi e in aggiunta l'interdizione dai pubblici uffici.
Le dimissioni o la sospensione dagli incarichi ci sembrano a questo punto una questione di lealtà ai princìpi della democrazia, oltre che l'unico segnale chiaro da inviare a tutti i gli appartenenti alle forze di polizia affinché episodi del genere non si ripetano. E' anche l'unico modo per garantire che la Corte di Cassazione possa valutare gli atti e deliberare in piena libertà. Nel frattempo, nonostante le ripetute condanne, le vittime delle violenze alla scuola Diaz, nella Caserma di Bolzaneto, attendono ancora le scuse da parte dei vertici dello Stato e, per quanto riguarda Bolzaneto, anche i risarcimenti.
La fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle forze di polizia è ai minimi storici. Noi chiediamo che a tutela delle Istituzioni, di tutti i cittadini, degli stessi appartenenti alle forze di polizia, tutti i condannati con ruoli di comando siano DA SUBITO sospesi dai loro incarichi e che a tutti gli altri siano attribuiti esclusivamente compiti d'ufficio.

Promotori: Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova) Haidi e Giuliano Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani)

Gloria Bardi, scrittrice - "Dossier Genova G8" (Becco giallo)
Francesco Barilli, Dario Rossi, Checchino Antonini - "Scuola Diaz, vergogna di Stato" (Edizioni Alegre)
Massimo Carlotto, scrittore - "Il maestro di nodi" (e/o)
Giulietto Chiesa, giornalista - "Genova/G8" (Einaudi)
Sandrone Dazieri, scrittore - "Gorilla blues" (Mondadori)
Roberto Ferrucci, scrittore - "Cosa cambia" (Bompiani)
Carlo Gubitosa, giornalista - "Genova nome per nome" (Terre di mezzo)
Alessio Lega, cantautore - "Dall'ultima galleria" (canzone)
Riccardo Lestini, attore e autore teatrale - “Con il tuo sasso”
Edoardo Magnone, ricercatore - "La sindrome di Genova. Lacrimogeni e repressione chimica" (Frilli)
Federico Micali, regista - “Genova senza risposte” (documentario)
Fausto Paravidino, attore e autore teatrale - "Genova 01"
Paolo Pietrangeli, regista - "Genova per noi" (documentario)
Marco Poggi, infermiere - "Io, l'infame di Bolzaneto" (Logos)
Marco Rovelli, scrittore e cantautore - "Carlo Giuliani" (canzone)
Stefano Tassinari, scrittore - "I segni sulla pelle" (Tropea)
Roberto Torelli, regista - “Bella ciao” (documentario)
Giacomo Verde, regista - "Solo limoni" (documentario)
Marcello Zinola, giornalista - “La nuova polizia” (Frilli)

Si associano:
Vittorio Agnoletto, ex portavoce Genoa Social Forum
Altreconomia, rivista mensile
Daniele Barbieri, giornalista e scrittore
Stefano Benni, scrittore
Roberto Bergalli, Università di Barcellona
Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore
Carta, rivista settimanale
Edizioni Alegre
Pino Casamassima, giornalista
Mauro Covacich, scrittore
Andrea Cozzo, Università di Palermo
Girolamo De Michele, insegnante e scrittore
Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione
Roberto Escobar, Università di Milano
Valerio Evangelisti , scrittore
Saverio Fattori, scrittore
Angelo Ferracuti, scrittore
Saverio Ferrari, ricercatore
Rudi Ghedini, giornalista e scrittore
Chiara Ingrao, scrittrice
Manlio Milani, Comitato Piazza della Loggia
Ezio Menzione, avvocato
Salvatore Palidda, Università di Genova
Riccardo Passeggi, avvocato
Fausto Pellegrini, giornalista
Emilio Santoro, Università di Firenze
Grazia Verasani, scrittrice
Danilo Zolo, Università di Firenze

Per adesioni: info@veritagiustizia.it

Roma: Ha impedito uno sfratto, denunciata per truffa

Una storia come tante. Quartiere Esquilino, Roma, 13 gennaio. Una famiglia in condizioni di difficoltà estrema, madre cardiopatica con invalidità al 70%, padre che si arrangia facendo il becchino a giornata, due figli di cui una bambina portatrice di handicap, riceve l'ennesima notifica di sfratto esecutivo. La misura non viene eseguita, intervengono i movimenti di lotta per la casa con Angela Scarparo che, anche in veste di delegata del presidente del municipio, che decide un rinvio di altri tre mesi in attesa che i servizi sociali competenti riescano a trovare una soluzione. Ma la società immobiliare che aveva acquisito l'immobile ha recentemente impugnato il provvedimento e denunciato Angela Scarparo per «truffa e omissione di atti di ufficio». Secondo la FM immobiliare, infatti, non solo non poteva firmare tale provvedimento ma avrebbe dovuto collaborare per rendere libero l'appartamento.
Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta ieri in una sala della Regione Lazio, alla presenza della segretaria regionale del Prc Loredana Fraleone e del consigliere regionale Ivano Peduzzi, il legale Tommaso Mancini, che ha assunto la difesa, ha auspicato di veder celebrato il processo, nella speranza che faccia giurisprudenza. La protagonista della vicenda, ovviamente, non ha mancato di rivendicare la giustezza del proprio operato ribadendo che non si possono continuare a buttare le persone in mezzo alla strada. «La cosa che mi pare più originale in tutta questa situazione - ha dichiarato Scarparo, da anni impegnata nei movimenti per il diritto all'abitare - è che noi che fungiamo in un certo senso da ammortizzatore sociale per un problema enorme ci ritroviamo ad essere criminalizzati. Io ho il privilegio di potermi fare ascoltare, ma di storie come la mia ne accadono in continuazione e chi si espone è ormai carico di denuncie. In una città come Roma - ha continuato Scarparo - la questione casa è una vera e propria guerra, c'è chi si ammala e chi si uccide perché non sopravvive alla difficoltà di veder soddisfatto un diritto elementare. Le istituzioni hanno poi un comportamento schizofrenico: a volte ci interpellano; il giorno dopo ci trattano da criminali, solo perché siamo convinti che non sia possibile trasformare un bene primario in uno strumento per arricchirsi e speculare. Di soluzioni non ne offrono, mentre il resto della città neanche si accorge dei drammi che si consumano quotidianamente».
Anche Fraleone e Peduzzi si sono soffermati sulle dimensioni di una emergenza che coinvolge ormai pure i ceti medi che abitano in case di proprietà di enti privatizzati. «E' inaccettabile privatizzare gli immobili in un contesto in cui manca edilizia a canone sociale - ha ricordato Peduzzi - Al Comune di Roma parlano di grattacieli ma ignorano la gente per strada;, l'assessore regionale, Buontempo, ha detto che i soldi ci sono ma i comuni non rendono disponibili le aree, mentre lasciano spazio alla costruzione di villette. Aspettiamo una interlocuzione anche con lui».
La famiglia dell'Esquilino è tutt'ora nello stabile; alla conferenza stampa c'era un altro nucleo familiare del IV municipio: stessa situazione, nessuna soluzione.
Stefano Galieni

Notizie Correlate