10 dicembre 2009

Lotta per la casa, crolla il teorema accusatorio

Il 14 settembre riaprivano le scuole; decine di scolaretti ansiosi sonnecchiavano ancora nei loro lettini. Presto sarebbero scesi in strada vestiti con i grembiulini voluti dalla Gelmini. Nella ex scuola 8 marzo, periferia ovest di Roma, un edificio da due anni occupato da una quarantina di famiglie in prevalenza immigrate, di bambini ce ne sono molti ma quel giorno non sarebbero andati a scuola come previsto. Qualcuno voleva cacciarli di casa, non voleva che studiassero. Aveva scelto quella data con particolare sadismo. All'improvviso il sole ancora basso sull'orizzonte era oscurato dall'ombra cupa di un elicottero che volteggiava rasente sui tetti del popolare quartiere della Magliana. I bambini si svegliano terrorizzati. Chi riesce ad affacciarsi dalle finestre vede convergere su via dell'Impruneta decine di blindati. Almeno 200 carabinieri fanno irruzione all'interno dell'edificio. Ma gli abitanti non si lasciano intimidire e salgono sul tetto. I militi sfondano porte, scaricano tutto il loro consueto odio sugli interni degli appartamenti, saccheggiando, devastando, violando giacigli, cassetti, oggetti, giocattoli. A controllare che la razzia fosse ben fatta arrivava poco dopo il loro capo, il comandante provinciale dell'Arma, generale Vittorio Tomasone, che passa in rassegna una truppa soddisfatta, ma solo a metà, dell'impresa. Lo sgombero, infatti, non era riuscito. Il prefetto, subito interpellato, cadeva dalle nuvole. In giro nemmeno una volante della questura. La Digos faceva sapere che l'operazione in corso era di esclusiva competenza dei carabinieri. Loro non c'entravano nulla perché nessun piano di sgombero era stato attivato. Ma allora che cosa stava succedendo? Perché quell'imponente dispiegamento di carabinieri? E perché solo carabinieri?
Indagine laboratorio
Il metodo impiegato nell'inchiesta contro l'occupazione dell'ex scuola 8 marzo mostra il tratto tipico dei grandi teoremi accusatori. Dietro al tentativo di sgombero si nasconde, in realtà, la più classica delle montature poliziesche: fare del movimento di lotta per la casa un'impresa criminale. Non più un'azione sociale frutto dell'emergenza abitativa iscritta nel dna delle periferie urbane e nemmeno una fattispecie di "delitto politico", ma un'associazione a delinquere finalizzata all'estorsione. Teorema architettato dalla nuova cupola che governa la città. Non a caso il sindaco Gianni Alemanno, con una tempistica più che sospetta, denunciava subito dopo l'irruzione dei carabinieri l'esistenza a Roma di «un racket delle occupazioni», del quale sarebbero vittime «persone costrette a pagare un affitto e a partecipare a manifestazioni» e altre addirittura «aggredite e malmenate perché non pagavano questi veri e propri pizzi». La presenza di un regolamento interno all'occupazione, affisso addirittura in bacheca, nel quale si prevede l'obbligo di partecipazione alle assemblee, o d'informarsi in caso d'impossibilità, oltre che l'impegno a garantire la propria presenza alle mobilitazioni in favore della lotta per la casa, è stato trasformato dagli accusatori nell'esercizio di una forma di pressione e violenza sugli occupanti e non in un libero patto di reciproco sostegno. Allo stesso modo, il versamento di un canone mensile di 15 euro per nucleo familiare (che i carabinieri nei loro rapporti mezogneri hanno fatto lievitare fno a 150 euro a testa, compresi i minori...), necessario a sostenere le spese collettive, la riqualificazione dell'immobile (trovato in condizioni disastrate dopo anni d'abbandono), l'arredo e l'apertura al quartiere di una sala teatrale, di una palestra popolare, la creazione di un asilo nido, il recupero e l'apertura del giardino antistante l'edificio, unico spazio verde a disposizione della popolazione, sono stati assimilati al pagamento di un pizzo. D'altronde se la sola presenza di una cassa comune dovesse comprovare il reato di estorsione, sarebbero a rischio tutti i condomini d'Italia e qualsiasi consiglio d'amministrazione.
Stigmatizzazione sociale
Fallito il tentativo di sgombero, è scattato l'arresto per cinque occupanti (un sesto era all'estero per motivi di lavoro), identificati come le persone che svolgevano un ruolo di responsabilità all'interno dell'occupazione. Due di loro sono anche militanti del centro sociale "Macchia rossa". L'accanimento con sovrappiù di linciaggio mediatico è stato particolarmente duro. Circostanza rivelatrice: il tentativo di sgombero era stato anticipato da una campagna diffamatoria lanciata dal Messaggero e dal Tempo , quotidiani della capitale controllati da Gaetano Caltagirone e Francesco Bonifaci, entrambi potenti imprenditori nel campo delle costruzioni. Proprio il giorno degli arresti, il comitato d'occupazione aveva indetto una conferenza stampa per rispondere alle accuse. Particolarmente odioso e denigratorio è stato il ritratto tratteggiato nei confronti di Francesca Cerreto, che in soli 17 giorni ha girato ben tre carceri (Rebibbia, Civitavecchia e Perugia). Dipinta dai cronisti dei due quotidiani come un'icona della doppiezza che avrebbe celato dietro la dolcezza apparente dei modi femminili una spietata determinazione criminale. Una stigmatizzazione personale ripresa anche dalla Gip, che l'ha ritenuta «non idonea a lavorare con le fasce più deboli». Tuttavia, alla fine della scorsa settimana, dopo ripetuti ricorsi il tribunale del riesame ha sbriciolato una parte rilevante del teorema accusatorio, revocando anche gli arresti domiciliari in cambio del semplice obbligo di firma per chi era ancora sottoposto a misure cautelari. Crollata l'accusa di associazione per delinquere, agli inquirenti resta ancora l'onere di provare la violenza privata e l'estorsione, partita dalla denuncia iniziale di un ex occupante, mosso da risentimento perché allontanato per i suoi ripetuti comportamenti aggressivi e violenti, in particolare contro le donne.
Il nuovo sacco di Roma
Il movimento di lotta per la casa appartiene alla costituzione materiale di una città come Roma. Non ha mai cessato di riprodursi attraversando epoche molto diverse tra loro, dagli anni 70 ad oggi. Cancellare l'anomalia delle occupazioni socio-abitative e delle esperienze più creative dei centri sociali, spazzare via gli ultimi fortini che fanno resistenza, spine nel fianco della speculazione immobiliare e della rendita è stato, fin dal suo insediamento, uno degli obiettivi designati dalla giunta Alemanno. Attuato con successo contro le 300 famiglie che occupavano, dal 2007, l'ex ospedale Regina Elena e poi contro il centro sociale Horus, il nuovo sacco della città passa da qui. Si spiega così il tentativo di criminalizzare una delle più riuscite esperienze di lotta per la casa invisa agli appetiti storici dei palazzinari romani, che sull'immobile occupato di via dell'Impruneta hanno gettato l'occhio da tempo, ed ai loro lacché, alcuni esponenti politici della destra locale saliti in orbita dopo l'elezione a sindaco di Alemanno. Tra questi, il presidente della commissione sicurezza del comune, Fabrizio Sartori, ex An, nemico dichiarato degli occupanti. Gaetano Caltagirone è da poco entrato a far parte dell'ex Sviluppo Italia, ente che ha raccolto l'eredità della Cassa per il mezzogiorno. Società che vanta un interesse speculativo di lunga data sull'ex scuola, inizialmente concessa dal comune per l'avvio di un incubatore d'impresa mai decollato. Sulla tavola imbandita della giunta comunale arrivano piani per nuove speculazioni urbanistiche. L'area riveste un rinnovato interesse poiché dovrebbe sorgervi un enorme parcheggio funzionale ad un progetto di funivia che dovrebbe collegare le due sponde del Tevere. Da qui la campagna diffamatoria a mezzo stampa contro gli occupanti, la montatura orchestrata dai carabinieri che vantano un filo diretto in giunta, gli arresti concessi da alcuni magistrati particolarmente servili. A Roma l'8 marzo è una trincea.


fonte: liberazione

Intimidazioni al testimone del pestaggio a Stefano Cucchi

Ha confermato in incidente pobatorio che la mattina del 16 ottobre scorso nelle celle del palazzo di giustizia ha sentito pianti e lamenti verso le 8.30. Collega questo ricordo con il pestaggio subito da Stefano Cucchi, pur non avendo visto, ma solo sentito. Il testimone, un cittadino albanese di 23 anni, detenuto nel carcere di Velletri per furto, ha anche detto: «Ho paura per quando esco... loro hanno le pistole». E ha riferito di aver già ricevuto intimidazioni. Sarà ora compito dei magistrati ricostruire gli orari per stabilire il rilievo di questa testimonianza. Il gip Fiasconaro ha anche deciso di non accogliere la richiesta di incidente probatorio fatta per un altro testimone, il tunisino Tarek, il quale in una lettera accusa i carabinieri che avevano arrestato Cucchi di averlo percosso. Secondo l'istruttoria la lettera non sarebbe autentica.

Verità e Giustizia per Aldo Bianzino

L'11 dicembre alle ore 9 a Perugia si terrà l'udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione per omicidio ad opera di ignoti per la morte di Aldo Bianzino. Ilcomitato promuove un presidio per ribadire la propria contrarietà.

TUTTI MORTI DI VECCHIAIA: Bianzino, Cucchi, Lonzi, Aldrovandi …
Tanti i dubbi ancora da risolvere...


Arrestati e condotti nel carcere di Capanne -Aldo viene portato in isolamento e Roberta nel braccio femminile- al termine di una perquisizione, firmata dal PM Petrazzini, trovate solo alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti...” E' l'assurdo inizio della fine di Aldo.
Uomo libero, consumatore e coltivatore di canapa che per questo viene arrestato e muore in carcere, in una città che si preoccupa soltanto di reprimere i consumatori e la “manodopera di strada” mentre rimane una piazza centrale del narcotraffico. A più di due anni da questa "misteriosa" morte, si tenta ancora di insabbiare la verità. Infatti, mentre è stata rinviato a giudizio l'agente di polizia penitenziaria accusato di omissione di soccorso, oggi si richiede l'archiviazione del procedimento per omicidio, volendo farci credere che Aldo sia “stato ucciso” in carcere da un malore accidentale.
Il comitato verità e giustizia per Aldo Bianzino, con i familiari di Aldo, si oppone ancora una volta a questa richiesta di archiviazione mentre molte questioni rimangono aperte:

* Le telecamere potrebbero spiegare diversi interrogativi, ma come mai prima si dice che quella notte hanno avuto delle “anomalie” e giorni dopo che funzionano solo per 15 secondi ogni 2 minuti? E nei minuti e 45 rimasti scoperti quante persone sono entrate nella cella? E quelle che si vedono transitare perchè non sono state annotate nei registri? È credibile che tutto questo possa accadere in un carcere, luogo del controllo per eccellenza? Come è possibile che non possiamo sapere chi è entrato ed uscito dalla cella di Aldo?
* Aldo venne trovato praticamente nudo in periodo autunnale. Perchè non è mai stato disposto il sequestro degli indumenti di Aldo né furono mai effettuati rilevamenti della scientifica nella sua cella? Cosa ha subito Aldo mentre era chiuso in cella?
* Se fosse veramente morto per cause naturali che bisogno ci sarebbe stato di occultare la vista del suo corpo, steso nudo per terra, agli altri detenuti ponendo delle lenzuola sulle porte di tutte le altre celle della sezione?
* Nella prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni "compatibili con l'ipotesi di omicidio" e i medici legali dichiarano probabile la sua morte per percosse. Viene aperta un'inchiesta. Nella seconda, con l'asportazione del fegato e del cervello, la sua morte viene fatta risalire a cause naturali, negando di fatto l'ipotesi delle percosse. Perchè durante la seconda autopsia uno dei medici legali di parte smentisce che la milza e le costole siano state lesionate, al contrario di q uanto affermato nella prima autopsia, senza dare giustificazioni credibili? E' stata mai effettuata una radiografia delle costole di Aldo?

Dov'è la verità ?

* Come è possibile che lo stesso P.M. Petrazzini che ha ordinato l'arresto di Aldo sia anche quello che ha indagato sulle cause della sua morte? Non e' corretto che uno stesso magistrato svolga contemporaneamente il ruolo dell'accusa e della tutela (ruolo della difesa) nei confronti della medesima persona. Al limite il magistrato che ha emesso l'ordinanza di perquisizione nei confronti di Aldo potrebbe essere sentito come parte in causa all'interno dell'inchiesta sull'omicidio. Come potrebbe Petrazzini interrogare se stesso?
Se questo procedimento verrà archiviato come sarà possibile fare piena chiarezza su questi aspetti oscuri di questa vicenda? Come è possibile che il magistrato inquirente chieda l'archiviazione quando analizzando gli atti consultabili emergono numerosi altri aspetti oscuri?

L'11 dicembre 2009 ci sarà l'udienza per l'opposizione alla richiesta di archiviazione per l'accusa di omicidio di Aldo Bianzino a opera di ignoti.
Il comitato Verità e Giustizia per Aldo sarà presente, come sempre, con un presidio davanti al tribunale di Perugia.
Invitiamo tutte e tutti a esserci l'11 dicembre 2009 alle ore 9, facciamo sentire la nostre voce perchè la morte di Aldo non passi sotto silenzio!



Comitato Verità per Aldo Bianzino
veritaperaldo.noblogs.org

9 dicembre 2009

67° suicidio in carcere dall’inizio dell’anno. Nel carcere di Alessandria è stato ritrovato morto Ciro Ruffo, 35 anni

Nel carcere “San Michele” di Alessandria è stato ritrovato morto Ciro Ruffo, 35 anni, detenuto per reati di criminalità organizzata che aveva da poco iniziato a collaborare con i magistrati.
Ciro Ruffo, proveniente dal carcere di Ariano Irpinio, era arrivato al “San Michele” lunedì sera, quindi poche ore prima di morire.
Sabato scorso aveva chiamato la moglie dicendole: “Devo darti una bella notizia: sono arrivate le carte del trasferimento, le aspettavo da quindici giorni. Da lunedì sono più vicino a te, ci vedremo più spesso”.
La moglie dichiara: “La direttrice mi ha comunicato che lo hanno trovato impiccato, ma non è vero. Ho visto il corpo all’obitorio del cimitero di Alessandria: ha il naso rotto, un livido sotto l’occhio destro, tanti altri lividi sulla schiena, sulla pancia, in faccia. Ha perso sangue dagli occhi e dalle orecchie. È stato pestato”.
Dall’inizio dell’anno questo è il terzo suicidio che avviene nella Casa di Reclusione di Alessandria (dove sono ristretti 384 detenuti, per una capienza regolamentare di 263 posti): il 26 aprile scorso si è tolto la vita Franco Fuschi, 63 anni, ex agente segreto, in carcere per traffico di armi, mentre il 17 gennaio è morto Edward Ugwoj Osuagwu, 35 anni, nigeriano coinvolto in vicende di droga.
Ma la morte di Ciro Ruffo presenta alcune strane analogie anche con quella avvenuta lo scorso 17 novembre nel carcere di Palmi (Rc), dove Giovanni Lorusso, 41 anni, è stato ritrovato cadavere con un sacchetto di plastica infilato in testa e riempito di gas: entrambi i detenuti provenivano dal carcere di Ariano Irpino (Av) ed erano appena arrivati in un nuovo istituto. Inoltre, a detta dei parenti, non avevano alcun motivo apparente né avevano mai manifestato l’intenzione di suicidarsi. Infine, entrambi i corpi, restituiti alle famiglie, risultano “segnati” da ferite.


fonte: Ristretti Orizzonti

LA QUESTURA E IL SINDACO ALEMANNO VIETANO IL CORTEO NAZIONALE DELL'11 DICEMBRE DALLA SAPIENZA

ANCORA UNA VOLTA SI LIMITANO GLI SPAZI DI DEMOCRAZIA E DI LIBERO DISSENSO!

NOI NON ABBIAMO PAURA E L'11 DICEMBRE ARRIVEREMO AL MIUR, CONTRO IL PROTOCOLLO SUI CORTEI, CONTRO IL DDL GELMINI, IN DIFESA DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA E DEI POSTI DI LAVORO.

DI SEGUITO IL COMUNICATO DI STUDENTI E LAVORATORI DELLA FORMAZIONE:

E' di oggi la notizia che la Questura di Roma ha revocato l'autorizzazione del corteo indetto da tutto il mondo della formazione per l'11 dicembre. Partendo da piazzale Aldo Moro, passando per piazzale della Repubblica saremmo dovuti arrivare fin sotto il Ministero dell'Istruzione. Un corteo che in continuità con le mobilitazioni autunnali e con l'assemblea del 20 novembre, vuole rinnovare l'opposizione ai processi di trasformazione di scuola e università, dal D.D.L. Gelmini al D.D.L. Aprea, rivendicando un nuovo welfare per i soggetti precari e in formazione.

Ancora una volta, in tempo di crisi, si vuole limitare la libertà d'espressione e il diritto al dissenso, attraverso l'imposizione di un protocollo amministrativo, valido, quindi, solo per le parti contraenti. Ancora una volta viene agito il tentativo di limitare il protagonismo dei soggetti della formazione, studenti, ricercatori, insegnanti e genitori, che rifiutano di pagare una crisi che non hanno prodotto.

In un paese a democrazia bloccata crediamo invece sia fondamentale rivendicare il nostro diritto a manifestare, contro i processi di dismissione di scuola e università, contro ogni forma di precarizzazione del nostro lavoro e delle nostre vite. Per questo venerdì, in occasione dello sciopero dei lavoratori della conoscenza attraverseremo le strade della città riprendendoci la libertà d'espressione e il diritto a manifestare.

STUDENTI, PRECARI E LAVORATORI DELLA CONOSCENZA


INVITAMO TUTTI AD ESSERE PRESENTI VENERDI 11 DICEMBRE DALLE ORE 8,30 ALLA SAPIENZA

Testimonianze: Storia di ordinaria repressione

Giorno 19 Novembre mi è stato notificato un avviso di chiusura delle indagini preliminari nei miei confronti. Due fogli di carta firmati da un magistrato che riportano l'accusa: violenza privata aggravata! La mia prima reazione incredula si è trasformata in una lucida presa d'atto dell'ennesimo episodio repressivo ne confronti di chi continua a ribellarsi all'ingiustizia sociale.

Ma andiamo ai fatti: il 24 Luglio 2007 centinaia di braccianti agricoli di Palagonia(prov Ct) decidono di iniziare una lotta per il riconoscimento del sussidio di disoccupazione,un diritto sacrosanto negato
a centinaia di lavoratori e lavoratrici che durante la stagione agrumicola si spaccano la schiena in condizioni salariali vergognose! Nel pomeriggio si tiene una assemblea nell'aula consiliare del palazzo comunale e i lavoratori decidono di iniziare la protesta. Nella notte a centinaia si ritrovano a protestare per le vie di Palagonia e verso le 4 del mattino la protesta si sposta sulla strada Statale 417(Catania/Gela). I compagni e le compagne di Rifondazione Comunista appoggiano la protesta e solidarizzano con i lavoratori passando con loro la notte ai blocchi stradali. Una notte difficile da dimenticare per chi come noi continua incessantemente a reclamare diritti e giustizia sociale per i braccianti. Una bella notte d'estate passata tra chi è protagonista delle lotte sociali e vede nello strumento della lotta l'unica via d'uscita alla crisi di un settore che diventa la crisi di una intera comunità. I lavoratori sono determinati e solo la notizia dell'apertura di un tavolo di trattative in prefettura li convince a togliere il blocco stradale e tornare a casa. Felice di aver contribuito alla riuscita della protesta saluto i compagni e dopo la lunga notte insonne mi dirigo verso casa. Abbiamo più volte partecipato in seguito alle manifestazioni dei lavoratori del comparto bracciantile, peraltro la lunga vertenza e tuttora in corso.

Questa è la cronaca oggettiva dei fatti che risalgono ormai a più di due anni fa! La giustizia, meglio chiamarla repressione, si fa attendere e arriva la denuncia e l'avviso della chiusura delle indagini. Dal fascicolo in mio possesso emerge che i carabinieri di Palagonia hanno segnalato 20 persone che si sono macchiate del "grave" delitto di "interruzione di pubblico servizio" e "violenza privata aggravata"! Segnalazioni avvenute per "conoscenza diretta" dei presunti "sovversivi", senza "fermo" o richiesta di documenti. Non sapevo di essere così "famoso" da meritarmi l'attenzione dei carabinieri. L'accusa si basa sulle denuncie contro ignoti di alcuni automobilisti che a causa del blocco stradale hanno subito "disagi" e quindi un torto. Dovremo sulla base di queste "accuse" subire un processo e con fierezza lo affronteremo.

Quando non si è allergici alle piazze, alle manifestazioni, alle occupazioni si mette in contro che prima o poi una denuncia la puoi anche prendere, e personalmente non ne faccio una tragedia. Ma le accuse ridicole, il privare i cittadini del diritto al dissenso e all'agibilità democratica mi fanno pensare e preoccupare. Le accuse parlano di violenza privata e noi le rispediamo al mittente! Non è forse un atto di violenza privare lavoratori degli ammortizzatori sociali? Non è violento privarli della loro dignità e dei loro diritti? La vera violenza è rappresentata da questo sistema dove l'individuo diventa una merce e come tale può essere venduto e magari dismesso! La violenza dello stato, la violenza dei padroni che lincenziano o non rispettano i contratti collettivi nazionali e privano tutti e tutte dei basilari diritti sindacali. Piuttosto che perdere tempo inutilmente a "segnalare" pericolosi sovversivi, le forze dell'ordine farebbero bene a controllare i luoghi di lavoro dove perdono ogni hanno la vita in migliaia! Rendetevi utili visto che dite di "essere al nostro sevizio".....

Contro la repressione non un passo indietro!

Valerio Marletta

7 dicembre 2009

Caso Cucchi, il Dap non salva nessuno: «Morte inumana»

Non si capisce proprio cosa ci trovi di «importante e confortante», nella relazione finale del Dap sul caso Cucchi, uno dei sindacati della polizia penitenziaria. Gli ispettori del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria scrivono chiaro che Stefano Cucchi «ha concluso la sua vita in modo inumano e degradante». Nel documento, anticipato ieri dal Corriere della sera si legge che la catena di eventi che tra l'arresto (avvenuto la sera del 15 ottobre) e la morte (all'alba del 22, immobilizzato nel letto del reparto penitenziario del Pertini, cateterizzato e con addosso lo stesso cambio di sei giorni prima) s'è verificata l'«incredibile, continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei diritti in tutte le tappe che hanno visto Cucchi imbattersi nei vari servizi di diversi organi pubblici». Mancanze non coordinate tra loro ma che non assolvono nessuno. Tantomeno le guardie carcerarie. Le possibili colpe di altri organi non attenuano «la responsabilità di quanti, appartendendo all'amministrazione penitenziaria, abbiano partecipato con azioni e omissioni alla catena della mancata assistenza ». La relazione è stata trasmessa ai pm ai quali non sarebbe ancora arrivato il foglio, sbandierato da Alfano al Senato e da Panorama sul web, in cui Cucchi dichiarava di non voler che fossero fornite informazioni sulla sua salute ai familiari. Chi ha compilato quel documento, che spuntò diversi giorni dopo la morte, e perché non è ancora arrivato in procura? Giova ricordare che sul diario infermieristico, agli atti, è scritto che Cucchi rifiutava cibo, acqua e cure perché non gli veniva consentito un colloquio con un difensore di fiducia. Non si capisce proprio come si possano sentire sollevati i sindacati di categoria quando l'inchiesta interna ha appurato anche che il personale neppure conosce le circolari sul trattamento dei nuovi giunti, che nel posto di polizia penitenziaria della Città giudiziaria non c'erano il registro con i nomi e i movimenti dei detenuti. Scaturisce il quadro di un corpo di polizia negligente al punto da non segnalare neppure le condizioni degradate degli spazi destinati ai prigionieri nei sotterranei del tribunale: vomito sui muri, sporcizia in terra, mancanza di luce, aria e servizi igienici. Sul pestaggio, lungi dall'assolvere gli agenti, gli ispettori del Dap si rimettono alle conclusioni dell'autorità giudiziaria. Lo stesso capo del Dap, Franco Ionta, ha specificato che l'indagine, per quanto articolata, è «parziale». «Perché noi non siamo l'autorità giudiziaria». e ce n'è anche per il "repartino", così è chiamato il padiglione penitenziario dove Cucchi avrebbe aspettato la morte. Le regole ospedaliere, ha accertato il Dap, hanno peggiorato i «residui spazi che risultano assolutamente garantiti nella dimensione penitenziaria». Non ci sarebbero state né collaborazione tra medici e polizia penitenziaria, né l'osservanza di prescrizioni «volte all'accoglienza e all'interpretazione del disagio del detenuto tossicodipendente ».Interessanti le testimonianze raccolte dall'inchiesta. A partire da quella fornita dall'operatore del 118 che vide Cucchi la notte dell'arresto nella camera di sicurezza «senza luce» della caserma dei carabinieri di Tor Sapienza. Chiamato per una crsi epilettica, l'equipaggio del 118 troverà Cucchi avvolto tra le coperte, immobile, poggiato su un fianco, con gli occhi appena visibili sotto le coperte. Una costante di questa storia: quel viso invisibile di cui parleranno i medici e anche la volontaria che lo incontrò la sera prima che morisse. A lei fu chiesto di avvisare il cognato di Stefano. La sua famiglia, per quattro giorni, ha chiesto invano ai cancelli del repartino, di sapere notizie del trentunenne che, a sua volta, cercava un contatto con l'esterno. Fin da quando, al Fatebenefratelli, dopo l'udienza di convalida, aveva chiesto di «parlare urgentemente» il suo avvocato a uno degli agenti di custodia. Era arrivato già gonfio in tribunale, pare che se ne sia accorto solo il padre. Era sconvolto dal fatto che i carabinieri non avessero avvisato il legale da lui indicato al momento dell'arresto. Si vide negare i domiciliari con la motivazione strana di non avere fissa dimora. Avrebbe firmato, stranamente, per rifiutare il ricovero e tornare in carcere a mezzanotte del 16 ottobre. E ci sono alcuni detenuti che avrebbero visto degli agenti di custodia trascinarlo in cella sottoterra a Piazzale Clodio. Altri detenuti e alcuni agenti che riferiscono le sue confidenze circa le botte subite dai carabinieri. Al di là dell'inchiesta emerge con forza l'esigenza di strumenti di garanzia per la popolazione detenuta o in stato di fermo. Un senatore Idv, Stefano Pedica, piuttosto attivo in questa vicenda (ieri, è stato dal pm a consegnare la drammatica lettera di un detenuto tunisino a cui Cucchi avrebbe confidato di essere stato ammazzato di botte dai carabinieri), annuncia un disegno di legge per installare telecamere nelle celle dei tribunali, nei commissariati e nelle caserme. Il video dovrebbe essere conservato fino alla fine del processo. E dovrebbero essere scattate foto prima e dopo l'ingresso in luoghi pericolosi come tribunali e caserme. Una proposta passata inosservata e che potrebbe fare la fine dell'idea di assegnare un codice sulla giubba di operatori travisati in servizio di ordine pubblico. Ma è una battaglia che dovrebbe essere condotta da quello che una volta chiamavamo movimento.


fonte: Liberazione

Giustizia: i reati diminuiscono ma aumentano arresti e denunce

Negli ultimi cinque anni (dal 2004 al 2008) si è registrato in Italia un costante incremento degli arresti e delle denunce. E i dati relativi ai primi dieci mesi dell’anno ancora in corso confermano la tendenza positiva. È quanto emerge dalla Relazione sull’attività delle forze di polizia inviata al Parlamento dal ministero dell’Interno.
Questo l’andamento delle denunce illustrato nel documento: più 3,29% nel 2005, più 4,26 nel 2006, più 6,38 nel 2007, più 3,58% nel 2008. Ecco, invece, le percentuali riguardanti gli arresti: più 18,1% nel 2005, più 16,36% nel 2006, più 9,99% nel 2007, più 3,47% nel 2008.
L’anno scorso sono state denunciate 691.819 persone (di cui 205.188 stranieri e 25.686 minori) e arrestati 197.974 soggetti (di cui 97.423 stranieri e 6.140 minori). Per quanto riguarda i delitti, c’è stato un incremento fino al 2007, mentre nel 2008, si è registrato un calo (2.933.146 delitti, meno 7,61% rispetto all’anno precedente).
La flessione ha riguardato in particolare i furti (meno 14,9%), gli scippi (meno 18,5), le rapine (meno 10,8%), le truffe e le frodi informatiche (meno 13,7%)". Il governo intende andare avanti - afferma il ministro dell’Interno Roberto Maroni nell’introduzione della Relazione trasmessa alle Camere - lungo la strada intrapresa e i risultati dell’azione delle forze di polizia, nei primi dieci mesi di quest’anno, confermano l’efficacia delle misure adottate. Per questo motivo ringrazio ancora una volte le donne e gli uomini impegnati quotidianamente nel sistema di sicurezza".
Tutti i reati sono diminuiti mediamente dell’8,2%
Maroni al convegno dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi): "Le iniziative prese dal sistema delle banche e dalle forze dell’ordine stanno funzionando". Diminuiscono del 20% le rapine in banca, quelle a danno di esercizi commerciali, come tabaccherie o farmacie, scendono del 25%. I dati raccolti nell’indagine condotta dall’Ossif, il centro di ricerca dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi), sono stati illustrati dal presidente Corrado Fissola nel corso del convegno "La sicurezza in banca: scenario e prospettive", che si è svolto alla presenza del ministro dell’Interno Roberto Maroni questa mattina presso Palazzo Altieri a Roma, sul tema: "La collaborazione tra il sistema bancario e le Forze dell’Ordine".
Tra gennaio e agosto 2009, secondo quanto riferito dal ministro dell’Interno, tutti i reati sono diminuiti dell’8,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. In dettaglio, si registra un calo del 19,6% per le rapine in banca e un calo del 24,8% per le rapine negli esercizi commerciali. Diminuisce anche il bottino complessivo: 19,9 milioni di euro, il 18,7% in meno dell’anno precedente.
"Qualcuno - ha commentato Maroni - aveva ipotizzato che con la crisi economica sarebbero aumentati i fenomeni criminosi, ma i dati dei reati, tutti con il segno meno, dimostrano che il lavoro delle forze dell’ordine è stato straordinario su tutto il territorio". Il presidente Fissola, inoltre, ha ricordato che nel 2008 il sistema bancario ha investito quasi 800 milioni nella sicurezza: un più 8% rispetto al 2007. "Le iniziative prese dal sistema delle banche e dalle forze dell’ordine - ha osservato Maroni - stanno funzionando".
Un altro fattore che ha concorso al raggiungimento dei risultati, secondo il ministro dell’Interno, è quello dell’"ottima" collaborazione tra Polizia e Carabinieri. Inoltre, Maroni ha sottolineato la crescente importanza del ruolo che assumerà la polizia locale sul territorio.
L’obiettivo di Maroni, però, non è solo individuare gli autori dei crimini, ma anche rafforzare le attività di prevenzione. "Voglio potenziare - ha detto - i sistemi di videosorveglianza nelle città". Per questo, come il ministro dell’Interno ha riferito anche durante i recenti incontri con gli amministratori di Varese e di Como, "sono stati stanziati cento milioni di euro per finanziare progetti per la sicurezza di comuni".


Fonte: Avvenire, 5 dicembre 2009

L'ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA - LIBERTA' PER GLI ARRESTATI

12 dicembre 1969 - 12 dicembre 2009
A 40 anni dalla strage impunita di Piazza Fontana, che segnò l´inizio della strategia della tensione e l´uso dei teoremi giudiziari e dei gruppi neofascisti come manovalanza reazionaria, saremo in piazza a manifestare perché oggi è necessario ribadire che l´antifascismo è una pratica quotidiana di aggregazione, impegno e socialità, antidoto ad un clima generale fatto di "pacchetti sicurezza" e campagne di odio alimentate ormai da anni da un ceto politico screditato che attraverso la criminalizzazione di gruppi etnici, settori sociali ed esperienze politiche di base, cerca consensi e legittimità. In un paese in profonda crisi politica, economica e culturale, sono infatti la repressione, l´intolleranza e l´odio per un presunto diverso che stanno prevalendo. Si scaricano così tensioni sociali sulle categorie più deboli come gli immigrati e si reprime ogni forma di resistenza sul territorio. Un paese dove si muore pestati nelle celle, dove le carceri scoppiano, dove vige la caccia al rom, dove un gruppo di squadristi con a capo il padrone fa irruzione in una fabbrica occupata dai lavoratori senza stipendio da mesi - come all´Eutelia di Roma - e dove continuano a morire tre lavoratori al giorno. Un paese dove 5 studenti sono arrestati per rapina per non avere pagato 500 fotocopie. Un paese dove gli immigrati sono soggetti a leggi speciali, con carceri speciali, extragiudiziali come CPT e CIE, continuamente vessati nei loro diritti ed affetti, forza lavoro da sfruttare attraverso il ricatto. Un paese dove immigrati, omosessuali e trans sono vittime continuamente di aggressioni fasciste. Dove il ruolo della donna è relegato tra la "velina" e la brava casalinga.Non può stupire quindi che si legalizzino le ronde dei "cittadini" e che i nuovi gruppi fascisti siano protetti e finanziati in tutta Italia, usati nel tentativo di intercettare consenso e disagio tra i giovani e nei quartieri popolari.Questo sta accadendo anche in Toscana: 7 persone arrestate tra Pistoia e Livorno per i danneggiamenti della sede di Casapound Pistoia, 1 ragazzo arrestato per aver messo un petardo a Firenze ed 11 antifascisti accusati di tentata rissa perquisiti con cani antiesplosivo e costretti al prelievo del DNA semplicemente per aver risposto ad una chiamata d´aiuto di una ragazza minacciata da un gruppo di neofascisti. Appare chiara la strumentalizzazione di queste operazioni di Procure e polizie toscane, in cui si continua a costruire teoremi, usando categorie come quella del terrorismo per isolare e indicare al pubblico disprezzo compagni antifascisti e militanti politici, per ridurre al silenzio tutto un movimento forte e radicato, garantendo invece legittimità, soldi e agibilità a gruppuscoli fascisti. Una regione in cui 90 militari dell´Arma fanno irruzione nelle case occupate dal Movimento di Lotta per la Casa dove vivono rifugiati politici ed immigrati, spaccando tutto e denunciando gli abitanti con il solo scopo intimidatorio, mentre in galera vengono lasciati morire ragazzi come Yassin, 17 anni, suicida a Firenze nel carcere minorile. Dove altri ragazzi 17enni sono invece colpiti da denunce, avvisi orali, intimidazioni per frenare l´impegno e l´attività politica.Una regione dove però esiste ancora un tessuto sociale e popolare antifascista ed antirazzista, che rifiuta i fascisti, che rifiuta i CIE, che parla di unità oltre i colori della pelle, dove le mobilitazioni per la libertà degli antifascisti arrestati sono partecipate e diffuse.Il 12 dicembre la Toscana antifascista ed antirazzista sarà in piazza perché di fronte a tutto questo non si può più stare in silenzio!Saremo in piazza contro arresti, perquisizioni, inchieste e teoremi, per la libertà delle persone arrestate, per dire che continueremo le nostre lotte sul territorio, nelle scuole e nei posti di lavoro e contro la costruzione di un CIE in Toscana; saremo in piazza perché per noi sicurezza significa un posto di lavoro sicuro, una casa per tutti, una scuola pubblica, per rafforzare reti e relazioni sociali capaci di rispondere alla gravità di quanto sta accadendo.



12 DICEMBRE 2009 MANIFESTAZIONE REGIONALE ORE 15.30 Piazza San Marco - Firenze


Assemblea delle scuole in LottaVoci dalla Macchia - Assemblea Popolare Antifascista di Rignano- Centro Popolare Autogestito fi-sud - Cantiere Sociale Camillo Cienfuegos - Collettivo Politico di Scienze Politiche Unione degli Studenti Firenze -Assemblea permanente Campi Bisenzio Antifascista -Rifondazione Comunista Firenze - Rifondazione Cominista Livorno - Comitato cassintegrati GKN - Movimento di Lotta per la Casa -Cirocolo 26 luglio Italia-Cuba Rete Antifascista Pistoiese - Rete dei Comunisti Pisa - Circolo Agora' Pisa - Comitato per lo smantellamento di Camp Darby - Circolo Italia-Cuba Cienfuegos Pisa - Centro Politico 1921 - Livorno - Movimento Antagonista Livornese - Coordinamento Studentesco Livornese - Collettivo Anarchico Libertario Livornese - Coordinamento Antifascista Antirazzista Toscano -CAAT Valdera - SLAI Cobas - Cobas ATAF - Cobas del Comune di Firenze - Comunità di Base delle Piagge Firenze - Circolo Gramsci Campi Bisenzio - Circolo Aziendale Ferrovieri del PRC "Spartaco Lavagnini" Firenze - ANPI Campi Bisenzio - PerUnAltraCittà -Partito dei CARC - Partito Comunista dei Lavoratori Toscana - PCL Firenze - PCL Empoli - Associazione Sinistra Unita e Plurale Firenze - Nuova Unità

3 dicembre 2009

VERGOGNA:Il ministro della Giustizia Alfano continua l'opera di denigrazione di Stafano Cucchi e nasconde la verità

Per il ministro della Giustizia Angelino Alfano, Stefano Cucchi è caduto dalle scale. Per Carlo Giovanardi è morto di droga. Siccome era un tossicodipendente e spacciava, la sua vita non doveva valere nulla. Se l'era cercata. Per questi signori, Stefano Cucchi sarebbe morto di freddo. Anzi, come ha scritto Erri De Luca, «perché ostinatamente aveva smesso di respirare». Da allora la lista delle facce di bronzo non ha terminato di crescere. L'inchiesta interna condotta dall'amministrazione penitenziaria ha escluso l'esistenza di qualsiasi responsabilità della polizia penitenziaria nelle brutali percosse subite da Stefano Cucchi. E' quanto sottoscritto ieri, ultimo in ordine di tempo, dal capo del Dap, il magistrato Franco Ionta, la cui funzione è nobilitata dall'appellativo di Presidente. Su questo terribile episodio di violenza istituzionale, la macchina della controverità marcia a velocità folle. Appena pochi giorni prima un'altra commissione interna aveva assolto i medici del reparto penitenziario dell'ospedale dove, invece delle cure, al giovane era stata somministrata cinica indifferenza e sprezzante incuria. In compagnia solo del suo dolore e dell'umiliazione di un corpo bastonato, di membra lacerate, Stefano Cucchi è morto. Delle uniformi di Stato lo avevano arrestato quando era in perfette condizioni fisiche, delle uniformi di Stato lo hanno interrogato, delle uniformi di Stato lo hanno incarcerato, in tribunale un magistrato ha finto di non vedere, l'avvocato d'ufficio ha girato la testa, poi dei camici pubblici lo hanno abbandonato. Da settimane, le varie componenti istituzionali coinvolte in questa vicenda rispondono opponendo omertà d'apparato in difesa di una impunità di principio, di una visione completamente autoreferenziale della legalità e della morale. Ma come canta De André: «anche se vi credete assolti, siete per sempre coinvolti».

2 dicembre 2009

Caso Cucchi, il verbale del testimone: "Ho visto che lo prendevano a calci"

"C'era una porta nera con un piccolo finestrino senza vetro, ero solo dentro la cella, e ho sentito rumori. C'era il ragazzo e qualcuno dava calci, faceva rumore con i piedi. Sentivo che il ragazzo era caduto in terra e stava piangendo. Poi ho guardato da quel finestrino e ho visto che loro lo mettevano dentro la cella. Loro, prima di pcchiare, parlavano, non capivo le parole ma la polizia diceva di entrare dentro e il ragazzo non voleva entrare dentro. Il ragazzo voleva sempre uscire, non so se voleva andare al bango o dal Giudice....".
L'immigrato africano, detenuto nel sotterraneo del tribunale di Roma nella mattinata del 16 ottobre scorso, aspettava anche lui di essere chiamato per il processo, quando ha assistito dallo spioncino della sua cella al pestaggio di Stefano Cucchi, il trentunenne arrestato la notte prima alle 23.30 e morto, denutrito, disidratato, con le vertebre rotte, traumi alla testa e sospette bruciature di sigaretta sul corpo, all'alba del 22 nel padiglione carcerario dell'ospedale Sandro Pertini. Per la sua morte tre medici sono indagati per omicidio colposo e altrettanti agenti penitenziari per omicidio preterintenzionale.
"Guarda cosa mi hanno fatto le guardie", ha confidato Stefano Cucchi al detenuto africano. "No", ha precisato il supertestimone, "non mi ha detto chi fossero gli aggressori e neanche ho chiesto se i carabinieri lo avessero picchiato, ma lui non mi ha parlato dei carabinieri". Così, si infittisce il mistero dopo i risultati dell'inchiesta del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che ha escluso il coinvolgimento dei suoi uomini nell'aggressione nelle celle del tribunale di Roma.

LEGGI IL VERBALE DEL TESTIMONE


fonte: La Repubblica

Omicidio Cucchi: Reintegro medici è assoluzione preventiva

Siamo al ‘metodo Genova’ adottato nei confronti degli indagati per l’omicidio di Stefano Cucchi: il reintegro dei medici inquisiti ha tutta l’aria di una assoluzione preventiva.” E’ quanto afferma in una dichiarazione, Alfio Nicotra, responsabile politico della Federazione romana del PRC. “Come non condividere lo sconcerto di Ilaria Cucchi? – prosegue l’esponente di Rifondazione Comunista – per stessa ammissione dei medici Stefano rifiutava il cibo perché chiedeva di parlare con i legali. Perché nessuno lo ha fatto o almeno perché non si è parlato con la famiglia?” “La sospensione dal servizio per fatti così gravi – precisa Nicotra – è un dovere. Qui invece si da un segnale devastante. Si dice ai medici d’infischiarsene se il paziente detenuto mostra segni evidenti di percosse e fratture multiple chiaramente sospette. E’ come dire ai medici: voltatevi dall’altra parte, non cercate problemi e il vostro comportamento sarà tutelato dallo Stato.”

Reintegrati i medici indagati per la morte di Stefano Cucchi

Sono stati reintegrati nel reparto penitenziario dell'ospedale Sandro Pertini i tre medici indagati per omicidio colposo dopo la morte di Stefano Cucchi. Eppure quanto è trapelato dagli accertamenti medico-legali sul corpo riesumato del giovane, deceduto il 22 ottobre scorso all'interno della struttura ospedaliera dopo una settimana di agonia seguita ad uno, o più, pestaggi e sevizie violentissime (sul numero esatto, e gli autori delle percosse subite, ancora oggi permane l'incertezza), confermerebbe le responsabilità dei sanitari nella sua morte. Il blocco della vescica riscontrato su Stefano Cucchi sarebbe, infatti, compatibile con la paralisi dell'ultimo tratto della colonna vertebrale. Mentre le lesioni alla schiena e alla testa, seppur serie, non sarebbero state letali se adeguatamente curate. Insomma tutto lascia seriamente supporre che nei confronti di Cucchi vi sia stato un «abbandono terapeutico», una situazione di lassismo e incuria, una sottovalutazione grave e colposa delle sue condizioni di salute e delle cause che le avevano originate. Nonostante ciò, l'indagine amministrativa interna condotta da una commissione, apparentemente composta da personale della medesima Asl, ha sbrigativamente liquidato l'accaduto come «un evento non prevedibile». Nella relazione depositata ieri, si può leggere che l'analisi dei fatti, a fronte del «carattere improvviso e inatteso del decesso, non ha messo in luce, sul piano organizzativo e procedurale, alcun particolare elemento relativo ad azioni e/o omissioni da parte del personale sanitario con nesso diretto causa-effetto con l'evento avverso in questione. Contestualizza e configura pertanto l'oggetto dell'indagine sotto il profilo di evento non prevenibile». Per questo motivo Il direttore generale dell'Asl RmB, Flori Degrassi, ha disposto la revoca dell'ordine di trasferimento, preso in via provvisoria il 18 novembre scorso, nei confronti di Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponetti. La diffusione della notizia ha subito suscitato sconcerto e raccolto i commenti negativi del lagale della famiglia, Fabio Anselmo, di Patrizio Gonnella dell'associazione Antigone, e di Luigi Nieri, assessore al Bilancio della regione Lazio, che ha censurato una «decisione affrettata e profondamente sbagliata», rilevando come sia piuttosto inusuale «che la Asl concluda la propria inchiesta amministrativa prima di quella penale». La decisione presa dalle strutture dirigenti dell'ospedale Pertini non si discosta molto da quello spirito corporativo che ha fino ad ora caratterizzato il comportamento di tutti gli altri attori coinvolti in questo terribile esempio di violenza istituzionale. Chiusura a riccio e omertà d'apparato in difesa di una impunità di principio che vorrebbe imporre l'idea della insindacabilità dell'operato di chi agisce in uniforme di Stato. Un atteggiamento viziato da una visione autoreferenziale della legalità e della morale. Alcuni apparati molto potenti non hanno mai accettato di essere messi sul banco dei sospetti e fin dall'inizio hanno operato nell'ombra, mettendo le briglie a un'inchiesta che altrimenti rischiava di mostrare il «re nudo». Mentre negli ultimi giorni nuove testimonianze di detenuti, presenti nell'infermeria di Regina Coeli con Stefano Cucchi, hanno riaperto scenari su violenze precedenti l'arrivo in tribunale, che la procura ha sempre evitato di approfondire ritenendoli privi di riscontri (ma l'inchiesta serve per trovare eventuali riscontri, non per escluderli a priori), da parte degli indagati emerge una nuova strategia. Non più scarica barile tra penitenziaria e carabinieri, ma fuoco concentrico sulla figura di Cucchi, dipinto come uno che entrava e usciva dal pronto soccorso degli ospedali. Un modo per dire che era già «rotto» prima di essere arrestato. E come se non bastasse, vengono diffuse minacce a mezzo stampa facendo circolare notizie sull'apertura di una inchiesta contro i legali della famiglia Cucchi per calunnia nei confronti dei carabinieri. Un modo per dire che gli apparati dello Stato sono santuari intoccabili.


Paolo Persichetti da Liberazione

1 dicembre 2009

Napoli: Sgomberata la Ex-Schipa occupata!

Questa mattina all'alba, con 9 blindati e la celere in assetto antisommossa, è stata sgomberata la Ex-Schipa occupata di via Salvator Rosa. 40 persone, tra attivisti e nuclei familiari che li vivevano, sono state sorprese nella notte e sono uscite dopo una trattativa di 30 minuti. Ciò malgrado sono state deportate in questura dove sono state denunciate per "invasione e occupazione di edificio". In questo momento, mentre gli occupanti escono dalla questura dopo le identificazioni, attesi da un presidio di altri compagni, stanno murando l'ingresso della Skipa e con esso i nostri sogni, il nostro lavoro, la ludoteca che partiva martedi (qualcuno lo spiegherà ai bambini!), la sala cineforum dove già si erano fatte le proiezioni in questi giorni ecc.
Abbiamo saputo che contemporaneamente è stata sgomberata Casapound a Materdei. 4 i fascisti che sono stati fermati. Delle due l'una: o hanno concordato lo sgombero o l'esiguità delle presenze rivela chi con l'occupazione rispondeva a un bisogno sociale e chi invece ne faceva una speculazione politica di estrema destra. Gli Schifone, i Taglialatela, i Santoro, rappresentanti istituzionali di una destra che quando le fa comodo sostiene di fare abiura del fascismo, dovrebbero spiegarci se l'appoggio e il sostegno concreto e continuo a un'organizzazione che per statuto si propone di "innovare e rinverdire l'eredità del fascismo" è semplicemente nostalgia per il loro passato di "camerati" o altro...
Noi non accettiamo in nessun modo questa equiparazione tra chi fa parte di una tradizione di esperienze e di autogestione a scopo sociale (che comprende non solo i centri sociali, ma gli occupanti casa, i movimenti dei disoccupati, perfino esperienze religiose ecc) e un gruppo sparuto di persone che punta a insediarsi a Napoli in strutture pubbliche per riprodurre le pratiche neofasciste, xenofobe e razziste di cui si sono resi protagonisti in tutta Italia! Con modalità squadriste e agguati che già abbiamo imparato a conoscere... Oggi il comune di Napoli e le altre istituzioni citttadine hanno compiuto un grave errore di pavidità culturale e politica. Una responsabilità anche per il futuro. Crediamo che la città debba schierarsi su questo, perchè ne va del grado di civiltà stessa della vita sociale.
Non ci fermeremo! i nostri progetti nel quartiere Materdei e a Salvator Rosa andranno avanti. Il bisogno di casa e socialità represso alla ex-Schipa troverà presto nuovi luoghi di espressione... Venerdi saremo nella manifestazione contro la repressione e l'autoritarismo indetta da un ampio arco di forze anche in difesa degli spazi occupati e che simbolicamente partirà proprio da Materdei. Stiamo infine organizzando la mobilitazione per il 12 dicembre, anniversario della strage di piazza Fontana e data simbolo di denuncia delle trame stragiste portate avanti dal neofascismo e dai servizi segreti in Italia! Difendiamo il futuro: Nessuno spazio ai fascisti e ai razzisti nella nostra città.

Rete napoletana contro il neofascismo, il razzismo e il sessismo

30 novembre 2009

Franco Serantini come Stefano Cucchi

Sarebbe oggi vicino ai sessant'anni. Era nato a Cagliari il 16 luglio 1951, morì a Pisa il 7 maggio del 1972, dopo lunga agonia, ammazzato dai colpi di manganello, dai pugni, dai calci di alcuni agenti della Celere di Roma, dall'indifferenza di medici, carcerieri, magistrati... «Il posto dove fu colpito a morte è sul Lungarno Gambacorti di Pisa, tra via Toselli e la via Mazzini...». Così comincia il libro di Corrado Stajano, «Il sovversivo», dove si racconta «vita e morte dell'anarchico Serantini». Riletto quasi trentacinque anni dopo la pubblicazione e trentasette dopo quei fatti di Pisa dà la sensazione tremenda di una cronaca d'oggi o solo di pochi mesi fa: sembra d'essere a Genova nei giorni del G8, Franco Serantini pare Federico Aldrovandi o assomiglia, ancora più vicino a noi, a Stefano Cucchi.

«Una morte questa di Stefano - dice ora Corrado Stajano - che sarebbe passata nel silenzio, se non ci fosse stata una sorella combattiva, se non ci fosse stata quella famiglia che ha avuto il coraggio di opporsi. Contro la verità, mi pare d'assistere a storie, che ho già vissuto, di deviazioni e di bugie». La morte di Serantini non passò sotto silenzio. Ai suoi funerali (e sono tra le pagine più belle e commoventi del libro), il 9 maggio, un fiume di gente. I detenuti del carcere Don Bosco, dove Serantini aveva trascorso le ultime ore, inviarono un mazzo di margherite. Franco Serantini era nato senza famiglia, abbandonato in un brefotrofio. Fu dato in affidamento a una famiglia siciliana, visse in istituto a Cagliari. Quando arrivò ai diciassette anni, un'esistenza di solitudine, decisero che si rendeva utile il ricovero in riformatorio. Serantini era soltanto chiuso di carattere, soffriva l'autorità (o l'autoritarismo), ma non aveva mai commesso un reato: tuttavia fu così destinato... Serantini giunse a Firenze (all'Istituto di osservazione per i minori scoprirono che il suo quoziente di intelligenza era 1,02, quando la media è di 0,70), venne dirottato al centro di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa, in semilibertà: di giorno poteva uscire. Il riformatorio è la via della maledizione: Serantini si salvò.

Era il Sessantotto quando Serantini arrivò a Pisa. Si lasciò prendere dalla politica, cominciò a partecipare alle assemblee degli studenti, trovò persino un lavoro. Prese la licenza media e cominciò a frequentare un istituto professionale. Divenne anarchico. A Pisa giravano squadracce fasciste: le aggressioni si ripetevano, ma la polizia caricava gli antifascisti, quando protestavano. La politica nelle strade era anche questa. A Roma, al governo si era esaurita l'esperienza del centrosinistra, le elezioni furono indette per il maggio dell'anno successivo, il 1972. Il 5 maggio Giuseppe Niccolai, deputato missino, avrebbe parlato in Largo Ciro Menotti, nonostante le tensioni alle stelle di quei giorni. Per quella giornata arrivarono a Pisa rinforzi di polizia, anche ottocento agenti del I Raggruppamento celere da Roma. Più cinquecento carabinieri, più cento carabinieri paracadutisti, più i reparti della ps di stanza in città. Che fu una città sotto assedio, che mi ricorda Genova. «Mi immagino - racconta Corrado Stajano - Serantini solo in mezzo alla strada. Questo dicono tutte le testimonianze. Solo e inerme in Lungarno Gambarcorti. Sarebbe potuto fuggire come gli altri quando la polizia aveva sfondato la barricata.

Ma non si mosse, invece. Invece lo assalì un nugolo di agenti, che lo massacrarono di botte, con ferocia, con crudeltà. Un ragazzo che non aveva alzato neppure una mano...». A Pisa qualcuno tentò di intervenire. Il commissario Pironomonte cercò con l'arresto di sottrarre Serantini alla furia degli agenti e pochi giorni dopo si dimise. Fu un'eccezione. Ma gli altri. Gli altri... Non solo i poliziotti che picchiarono. Anche il medico che visitò Serantini all'ingresso in carcere e che non ordinò il ricovero di un ragazzo che non si reggeva in piedi con la testa sfondata, il magistrato che continuò a interrogarlo in quelle condizioni, i secondini che non intervennero malgrado i richiami del compagno di cella di Serantini. Sta di fatto che tutto si ingarbugliò tra reticenze, bugie, conflitti giudiziari, quando avocazioni e trasferimenti di magistrati intervennero pesantemente sull'inchiesta. «In questo senso credo che Serantini sia stato ucciso due volte: una dalla polizia, la seconda dalle istituzioni che non gli hanno reso giustizia. Con un bravo giudice istruttore, Paolo Funaioli, in conflitto con il procuratore generale di Firenze, Calamari, che io definisco un personaggio da vetrata medioevale. Sarebbe bastato leggere le perizie medico legali...». L'ex democristiano Giovanardi ha detto che Stefano Cucchi è morto perché era drogato e anoressico. «I periti scrissero che Franco era portatore di una voluminosa milza, da bambino aveva avuto la malaria, aveva le ossa della testa più sottili del normale e quindi aveva una minore resistenza ai colpi».


Oreste Pivetta
Fonte: L'Unità, 29 novembre 2009

Ponticelli. Colpevole di essere rom

Il Tribunale dei minorenni di Napoli ha respinto le richieste della difesa [modifica della misura cautelare e del collocamento in comunità] per la ragazza rom accusata del rapimento di una neonata. Agghiacciante la motivazione: «L’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom».
Ricordate la storia della ragazza rom di Ponticelli [Napoli] accusata di aver tentato di rapire una neonata? Il Tribunale per i Minorenni di Napoli, in sede di appello, ha rigettato le richieste della difesa e nei giorni scorsi ha reso nota la motivazione. Nel provvedimento, tra le altre cose, si legge: «Emerge che l’appellante è pienamente inserita negli schemi tipici della cultura rom. Ed è proprio l’essere assolutamente integrata in quegli schemi di vita che rende, in uno alla mancanza di concreti processi di analisi dei propri vissuti, concreto il pericolo di recidiva». La decisione afferma l’esistenza di un nesso di causalità tra l’appartenenza etnica e la possibilità di commettere reati. «Questo assunto, sfacciatamente razzista, si traduce nella decisione di non concedere nemmeno misure alternative alla carcerazione», commenta l’avvocato della ragazza rom, Cristian Velle. Secondo il Tribunale «sia il collocamento in comunità che la permanenza in casa risultano, infatti, misure inadeguate anche in considerazione alla citata adesione agli schemi di vita rom che per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole».
Il provvedimento di rigetto della richiesta di modifica della misura cautelare afferma a chiare lettere che il collocamento in comunità non è ammissibile in quanto la ragazza aderisce agli schemi di vita del popolo cui appartiene. Aggiunge Cristian Valle: «In modo sconcertante, si afferma l’opzione del carcere su base etnica, e, attraverso la definizione di ‘comune esperienza’, i più biechi e vergognosi pregiudizi contro la minoranza rom vengono elevati al rango di categoria giuridica. In un paese che sanziona la clandestinità come reato, l’intera vicenda della ragazza rom è rappresentativa dell’accanimento giudiziario contro gli stranieri che gravemente annichilisce i diritti umani».
A.V., questo il nome della quindicenne rom accusata di aver rapito la neonata a Ponticelli nel maggio 2008, è stata accusata dalla madre della neonata, unica testimone dell’avvenimento, che finora però ha fornito una versione dei fatti poco verosimile. Secondo il racconto della madre A. V. sarebbe riuscita a introdursi nella sua abitazione dove, approfittando del fatto che la neonata sarebbe rimasta per pochi attimi sola in cucina, sarebbe riuscita a «rapire» la neonata e a uscire dall’appartamento, il tutto in pochi secondi, senza produrre il minimo rumore e senza provocare il pianto della bimba.
Nonostante ciò, il Tribunale per i Minorenni ha condannato la minore rom a 3 anni e 8 mesi, fondando la decisione di colpevolezza sul presupposto che la madre della neonata non avrebbe avuto alcun interesse ad accusare la minore rom se il fatto non fosse accaduto.
La difesa della ragazza rom ha sempre denunciato la violazione dei diritti fondamentali come, ad esempio, la mancata traduzione degli atti nella lingua conosciuta dall’imputata, questione più volte sollevata ma sempre respinta, nonostante le dichiarazioni della mediatrice culturale che accolse a Nisida la piccola rom, secondo la quale A.V. al momento dell’arresto non comprendeva minimamente la lingua italiana. Ogni richiesta della difesa, insomma, è stata sistematicamente respinta, perfino la richiesta della messa alla prova e l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, con la motivazione che A.V. potrebbe avere ingenti patrimoni nel suo paese d’origine. Non le è stato concesso alcun beneficio di legge benché la minore risulti incensurata e in stato di abbandono. I familiari di A.V., infatti, sono scappati a seguito della devastazione del campo rom e delle persecuzioni verificatesi a Ponticelli. La sentenza d’appello ha confermato in pieno quella di primo grado e si attende ora la decisione della Corte di Cassazione. Con il processo ancora in corso, la piccola rom si trova in custodia cautelare nel carcere di Nisida da un anno e mezzo. A nulla sono valse le motivate istanze di scarcerazione.


Gianluca Carmosino

Testimonianze: repressione ferroviaria a Brescia

Il 28 novembre è il giorno della manifestazione a Coccaglio (BS) contro il famigerato "White Christmas", la caccia al clandestino ordita dalla giunta leghista.
Secondo il programma, la manifestazione comincia alle 14.30 dalla stazione di Coccaglio.
Alle 14 c'è il treno che parte da Brescia (arrivo previsto a Coccaglio: 14.16).
Giù dal treno c'è qualche poliziotto ferroviario e un controllore che timbra i biglietti prima di far salire le persone. Che c'è tensione lo si capisce fin dall'arrivo ai binari.
Poco prima delle 14 arriva un folto gruppo di manifestanti per salire sul treno: i poliziotti, i controllori e altri ferrovieri chiudono le porte del treno e gli impediscono di salire.
I ragazzi giustamente protestano con vigore (uno addirittura salta dentro dal finestrino!), si prendono qualche botta (una signora mi ha raccontato di aver preso un colpo in faccia) ma alla fine riescono ad ottenere di salire sul treno.
Il problema, secondo i ferrovieri, era che i ragazzi non avevano i biglietti: in realtà, dato che avevano acquistato un biglietto comulativo, erano solo pochissimi di loro a non aver pagato!!
Inutile prendersi in giro o girarci attorno: si voleva che la manifestazione di Coccaglio fosse il meno "partecipata" possibile....così si cercava di bloccare una bella fetta di partecipanti a Brescia!
Una volta saliti tutti sul treno, però, i problemi non sono finiti. Il treno non parte, e non si capisce perchè. Poi i controllori cominciano a girare richiedendo un'altra volta i biglietti. Quando viene da me, faccio notare al controllore che è passata un'ora da quando mi ha timbrato il biglietto e che si poteva evitare un comportamento del genere con della gente che sta andando a manifestare per una giusta causa, e ricevo in risposta solo un "eeeeh" spazientito.
La gente scende dal treno e discute con i ferrovieri, arriva anche la polizia (quella normale, non ferroviaria) che prende in parte il responsabile del nostro ritardo (da quello che dicevano dovrebbe essere un dirigente o qualcosa del genere) il quale viene presto circondato dai manifestanti e ricoperto di urla ("vergogna! vergogna!").
I ferrovieri si giustificano dicendo che i manifestanti non hanno pagato i biglietti, allora i ragazzi pagano i biglietti mancanti, anzi a conti fatti pagano anche più del dovuto.
Sento un poliziotto parlare con la centrale e dire "sono quelli di Trenitalia che rompono i c******i". Persino i poliziotti avevano capito che non c'era motivo di non far partire quello stramaledetto treno!
Finalmente ci dicono di risalire, che il treno parte.
Ma questo non succede.
Il binomio di azioni sali-scendi dal treno si ripete un paio di volte, ogni volta sono discussioni tra i poliziotti, i rappresentanti dei manifestanti e i ferrovieri. E la tensione sale.
Io e altri filmiamo un po' quello che succede, non si sa mai che si mettano a bastonare i manifestanti.
Alla fine, verso le 15.30, il treno parte, con un'ora e mezza di ritardo, a un'ora dall'inizio della manifestazione.
Io però sono sceso, ormai era venuto troppo tardi per me. Vado a chiedere di rimborsarmi il biglietto, dato che hanno fatto partire il treno così tanto in ritardo e mi danno un modulone da compilare e da riportare in biglietteria, perchè il biglietto timbrato dal controllore non è rimborsabile direttamente. Esco dalla stazione mandando al diavolo loro, la loro burocrazia, ma soprattutto il loro asservimento al potere, tanto da fare qualunque cosa pur di non mandare dei ragazzi a manifestare contro il razzismo.
Ho giurato che non sarebbe finita lì, che non avrei lasciato che il loro comportamento passasse sotto silenzio. Per questo non dimenticherò tanto facilemente quel controllore basso, coi baffoni, a cui ben due volte ho dovuto mostrare il biglietto e per colpa del quale non me l'hanno rimborsato, nè quel dirigente che faceva di tutto per non farci andare alla manifestazione, nè quel piccolo ometto delle ferrovie dall'aspetto viscido che non faceva altro che parlare nel suo walkie-talkie. Chissà, magari riceveva gli ordini su come comportarsi con noi.


Lettera firmata

66 suicidi, 160 morti di carcere nel 2009: quanti di loro erano innocenti?

Il suicidio di Massimiliano Menardo, 36 anni, avvenuto l’altro venerdi scorso nel carcere di Sondrio porta a 66 il numero dei detenuti suicidi dall’inizio dell’anno, avvicinando sempre più al “record” storico di 69 casi registrati nel 2001, mentre il totale dei morti “di carcere” sale a 160.
La combinazione data dal sovrannumero di carcerati e dalla scarsità di personale penitenziario sta determinando una situazione insostenibile, dove oramai le morti di detenuti hanno cadenza quasi quotidiana.
Mai come in questo momento appare necessaria e inderogabile una riflessione sulle cause che determinano il maggiore sovraffollamento delle carceri italiane nella storia della Repubblica, non certamente dovuto ad un aumento della criminalità (il Viminale riferisce un calo generalizzato dei reati), quanto piuttosto all’utilizzo della custodia cautelare come vera e propria “anticipazione della pena” (dovrebbe essere una misura eccezionale, invece i detenuti in attesa di processo sono oltre 31.000 - dati al 30 settembre), ma anche ad una minore concessione di misure alternative alla detenzione (fino al 2006 il numero di detenuti e quello degli ammessi a misure alternative era pressoché uguale, oggi abbiamo oltre 65.000 detenuti e 13.000 persone in misura alternativa - vedi allegati).
In altre parole, le carceri sono strapiene anche perché vi si trovano troppi imputati - il 40% dei quali è destinato ad essere assolto - (dal 2002 al 2007 lo Stato ha speso 212mln di euro come riparazione per le ingiuste detenzioni - vedi allegato) e troppi condannati con condanne minime (quasi 10mila hanno meno di 1 anno di pena residua) che potrebbero scontare in misura alternativa.
Premettendo che ogni decesso dietro le sbarre rappresenta di per sé un fatto inaccettabile per la civiltà del paese e per le nostre coscienze, viene da chiedersi quanti dei detenuti che muoiono ogni anno avrebbero potuto essere fuori dal carcere e, probabilmente, essere ancora vivi.
Le morti sono più frequenti tra i carcerati in attesa di giudizio, rispetto ai condannati, in rapporto di circa 60/40: mediamente, ogni anno in carcere muoiono 90 persone ancora da giudicare con sentenza definitiva e le statistiche degli ultimi 20 anni ci dicono che 4 su 10 sarebbero stati destinati ad una assoluzione, se fossero sopravvissuti. In definitiva, ogni anno 30 - 35 dei morti in carcere erano probabilmente innocenti.
A questi vanno naturalmente aggiunti i condannati che avrebbero potuto essere in misura alternativa, ma qui il calcolo diventa piuttosto difficile. Non potendo dare un quadro esaustivo abbiamo raccolto alcune vicende significative riguardanti suicidi di detenuti che sono morti proclamandosi innocenti, facendo con il proprio corpo, con la propria vita, un estremo tentativo di discolpa.
Ma anche vicende di detenuti che in carcere non dovevano essere: malati terminali, paraplegici, accusati del furto di una bicicletta, di resistenza a pubblico ufficiale, immigrati “catturati” in Questura dove erano andati a chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno, tossicodipendenti in preda alla disperazione.
Sono 36 storie, vale la pena di leggerle per avere uno “spaccato” del carcere oggi in Italia.



Osservatorio Permanente sulle morti in carcere

Casoria: intimidazione razzista al museo

Un bambolotto di colore, alto circa un metro, senza abiti, infilzato come un crocifisso sulle sbarre del cancello del Cam, il Contemporary Art Museum di Casoria. E' questo lo spettacolo inquietante che si sono trovati di fronte stasera il direttore del museo Antonio Manfredi e i suoi collaboratori, arrivati per gli ultimi ritocchi all'allestimento della grande mostra "AfriCam" dedicata all'arte contemporanea africana, che apre il 5 dicembre. Con loro c'erano anche due artisti arrivati per l'occasione per esporre i loro lavori, il ganese Narku Thompson Nii e l'egiziano Mohamed Alaa, che sono rimati impressionati.
"E' stato un chiaro gesto intimidatorio ma certo noi non ci scoraggiamo e andiamo avanti - dice Manfredi, che è andato subito dai carabinieri - Non a caso oggi è uscito l'annuncio della mostra sul giornale locale di Casoria. E' stato un gesto di razzismo vero e proprio. E' stato comunque uno shock, perché è vero che noi siamo abituati come museo a Casoria a stare sempre in lotta per sopravvivere, ma nell'arte non ci aspetteremmo mai azioni di questo tipo che testimoniano una volontà razzista. Nell'arte non pensiamo mai alle ghettizzazioni, noi vogliamo stare al di sopra di queste diversità. L'obiettivo della mostra infatti è di mostrare che anche in situazioni di difficoltà la cultura vince, permane e dà la forza per andare avanti. Tutte le opere in mostra vogliono raccontare che l'Africa non è solo fatta di immigrati disperati, ma ci sono anche artisti e intellettuali. Che magari fanno sculture con la carta riciclata dalla spazzatura, o che lavorano in atelier-baracche. Ma portano colori straordinari in posti fatti di nulla e cenere. L'arte dell'Africa aiuta l'immagine dell'Africa".
Dalla periferia del mondo alla periferia di Napoli. A dar fastidio, forse, la mobilitazione di associazioni e comunità di immigrati e rifugiati africani che il Cam ha attivato. Dall'associazione dei Rifugiati di Napoli, a Ltm Laici Terzo Mondo O.N.G. di cooperazione internazionale, l'Ufficio Diocesano Migrantes, la Comunità di S. Egidio, Medici senza Frontiere, l'Uffico Immigrati della Cgil, il Centro Sociale Autogestito "EX-Canapificio", l'associazione Terra Buona Onlus (con la quale gli artisti Narku Thompson Nii e Mohamed Alaa parteciperanno domani mattina a un laboratorio di pittura creativa e una tavola rotonda con gli studenti delle scuole del territorio dell'area a Nord di Napoli).
"Tutte queste associazioni - sottolinea Manfredi - hanno portato il nostro messaggio agli africani con cui hanno contatto. Noi vogliamo che nella nostra mostra gli africani immigrati vedano l'arte del loro paese, che sentano l'appartenenza ad uno stesso continente attraverso le opere in mostra. Vorremmo che il Cam diventasse con la mostra un punto di contatto per una consapevolezza della loro identità. E per l'inaugurazione saranno presenti tutte le associazioni e tutti gli immigrati africani, dagli ambulanti ai responsabili degli uffici di rifugiati, dalle persone ai limite della società a quelle più inserite. Tutti devono venire e capire che appartengono ad una stessa identità e attraverso la cultura questo è possibile".
Una mostra "impegnata", quella del Cam, costruita da Manfredi con un anno di viaggi in Africa tra Kenya, Ghana, Nigeria, Egitto, Burkina Faso, a tessere una rete di contatti con gli artisti più interessanti direttamente sul posto, anche i più remoti, dove non esistono intermediazioni di gallerie o collezionisti, per scoprire l'espressione più libera dell'arte africana svincolata da interventi economici di privati e da influenze occidentali che spesso condizionano l'originalità delle produzioni artistiche. Le difficoltà sono state enormi. In Kenya Manfredi è stato anche arrestato perché aveva fotografato un commissariato. "La paura degli attentati è fortissima lì - racconta - alle nove di sera scatta il coprifuoco, non si può più girare".

Notizie utili - "AfriCam", dal 5 dicembre al 28 febbraio, CAM_Casoria Contemporary Art Museum, Via Duca D'Aosta 63/A Caloria (Napoli), Tel/Fax: +39 0817576167, martedì- mercoledì- giovedì- domenica 10.00/13.00; sabato 17.00/20.00.

Informazioni:

Stefano Cucchi disse: tutta la notte m'hanno pestato i carabinieri»

«Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri. Tutta la notte ho preso botte». «Perché?». «Per un pezzo di fumo». «Ti hanno fatto questo?», «Sì». La lettera da cui è tratto questo dialogo, consegnata al senatore dell'Idv, Pedica, attivissimo sul caso Cucchi, è uno spaccato commovente di solidarietà tra ultimi. E forse è una prova dirimente sulla mancanza di pietà e sulla negazione dei diritti toccate a un ragazzo di 31 anni arrestato dai carabinieri, forse interrogato "a morte" (come titolò questo giornale), giudicato inadatto ai domiciliari da una giustizia che non s'accorse del suo viso gonfio di botte, seppellito nel buco nero della medicina penitenziaria, dietro a un muro di gomma presidiato dalla polizia carceraria che ha impedito contatti tra lui e la famiglia, tra lui e l'avvocato di fiducia. Stefano è morto paralizzato dentro un letto di ospedale con la schiena spaccata dalle botte, aveva indosso gli stessi vestiti di quando era stato arrestato, sei giorni prima. Di seguito la lettera appena depurata dai principali errori di lingua.
«Sono ... detenuto nel centro clinico di Regina Coeli, medicina 2 stanza 6. Nella tarda notte, non ricordo il giorno esatto, nella stanza 6, arriva un ragazzo sulla barella. Vedevo che faticava a camminare. Mi sono alzato e mi sono immediatamente a sua disposizione... Prima l'ho fatto sedere sulla sedia, nel frattempo preparavo il suo letto, prendevo dalle sue mani le lenzuola, mi ha chiesto una coperta, sentiva molto freddo. Ho preso la mia coperta dal mio letto. Poi ho incominciato a fare il suo letto (...) Mi chiedeva se ci fossero biscotti. Ho preso un piatto di carta... ne ha mangiati due o tre. Poi mi ha chiesto una sigaretta. L'ho presa a un mio amico e ha fumato. Poi gli domando "Chi t'ha picchiato?" (...) Lo vedevo rosso viola sul suo viso... Mentre fumava vedevo che non stava bene, e finita la sigaretta mi guarda, dice buona notte e si addormenta. Durante la notte nella nostra cella si sentivano urli forte. Mi sono rialzato, nel frattempo si alzava un altro mio amico. Ci siamo avvicinati, lui disse io sto male ma non chiamate nessuno. Vedevo che era molto impaurito e aveva un tono di voce affaticato. E riprende a dormire. (...) La mattina si è alzato, io mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto "ti serve qualcosa?". Lui poverino mi risponde con stanchezza... L'ho portato vicino al tavolo, si è seduto e ha fatto colazione con caffé e latte con biscotti. Dopo aver finito mi chiedeva una sigaretta e un caffé. Io rispondo "certo amico". Lui si presenta con il nome di Stefano. Io rispondo molto piacere. Ritornando al suo letto, mettendosi sotto le coperte, io gli ridomando; "Chi ti ha picchiato?" Lui mi risponde per due volte: "I carabinieri". Io vedevo che stava di nuovo male, abbiamo chiamato il dottore della sezione... Il dottore è arrivato dicendo portatelo nella infermeria. Io ho risposto non può camminare. Il dottore è entrato nella nostra cella, l'ha visto, lo ha toccato, è uscito subito e ha chiamato il suo superiore medico che lo tocca ai fianchi e Stefano fece un urlo, "Hai". Il dottore dice che deve andare immediatamente all'ospedale. Stefano ha sentito la parola ospedale. Era molto impaurito ma il dottore insiste che dave andare urgente. Il medico esce dalla cella... Nel frattempo Stefano mi chiama: "Non voglio andare in ospedale!". Gli dicevo per favore devi andare come dice il dottore ma lui mi rispondeva "No! No! No!".... Nel frattempo Stefano mi richiama mi disse "dammi il numero di telefono dei tuoi familiari se hai bisogno di qualche cosa". Io rispondo "pensa prima a curarti, non preoccuparti di me". Poi prima di andare via gli ho dato una busta di biscotti e due mele. Quando l'hanno portato via, io e il mio amico ci siamo parlati in arabo dicendo che non si può fare questo così su una persona umana, dio non vuole così (...) Pace amico mio».
Ieri pomeriggio, in quattro sezioni di Regina Coeli i detenuti hanno battuto le sbarre per Stefano e perché non passi sotto silenzio la morte di Simone La Penna, deceduto la mattina prima in medicheria.
Checchino Antonini

Allarme Terrorismo: Quel vizio del "il Giornale" di imbastire false notizie

Scoperto l'autore del volantino firmato Brigate rosse, giunto alla redazione genovese del Giornale , negli stessi giorni in cui un enorme clamore mediatico aveva accompagnato la notizia dell'arrivo nelle sedi di altri giornali e tv (Bologna, Milano e altri centri del nord), di un volantino di 4 pagine siglato Nat, Nuclei di azione territoriale. Si tratta di Francesco Guzzardi, un nome che da solo dice poco. Molto più interessante è invece la sua professione. Non è un operaio, non è un precario, non è uno studente. Non frequenta i centri sociali, al contrario lavora proprio nella redazione del quotidiano fatto oggetto di minacce. Si tratta, infatti, di un giornalista del Giornale . Denunciato dalla digos per procurato allarme, Guzzardi ha spiegato agli agenti di aver scritto quel testo minatorio per far uscire allo scoperto una storia di minacce gravi rivolte nei suoi confronti, da parte di non meglio precisati «malavitosi e nomadi della periferia genovese», a causa di una serie di inchieste giornalistiche sulla Valbisagno. Il testo, un grossolano falso scritto a mano e con una stella a cinque punte, un logo talmente inflazionato che ormai non si nega più a nessuno, era stato messo da Guzzardi davanti alla porta della redazione. All'interno il giornalista proferiva contro se stesso frasi del tipo: «Non abbiamo ancora deciso se spaccare il culo al vostro servo Guzzardi». Senza percepire il benché minimo senso del ridicolo, il capo della redazione genovese del Giornale , Lussana, nel dichiarare il proprio stupore per quanto emerso dall'indagine, ha tuttavia voluto ringraziare, «lettori ed istituzioni per la solidarietà e la vicinanza espresse in questi giorni al Giornale». La vicenda suscita ovvia ilarità. Ma il semplice sghignazzo non basta. Oltre ad osservare che il narcisismo vittimistico è ormai una delle posture più ambite nello spazio pubblico, al punto da rasentare vertigini autopersecutorie, forse vale la pena trarre qualche considerazione in più. Dopo l'arrivo del volantino dei Nat, vi è stata una rincorsa generale ad accreditare l'allarme terrorismo. Una fretta fin troppo sospetta, quasi una voglia malcelata. Intervistato, il magistrato Ferdinando Pomarici parlava di «imitatori delle Br». Gli faceva eco l'ex pm Libero Mancuso, «Non è un delirio, ma un'analisi lucida». Quando il fenomeno armato esisteva e aveva radici, il suo linguaggio veniva definito «delirante», ora che è fantasmatico diventa «lucido».
Il Giornale si è subito lanciato in una campagna parlando di «Milano incubatrice del nuovo terrorismo». Tensioni, sgomberi e arresti e «Nei cortei rischio infiltrazioni Br». Il quotidiano di Feltri si riferiva all'arresto di alcuni militanti di un centro sociale, tra cui il figlio di Mario Ferrandi, detto «coniglio», un importante collaboratore di giustizia passato per Prima linea e altri gruppi armati milanesi degli anni 70. Di «clima avvelenato» e «soffio degli anni violenti», ha scritto anche «l'agente Betulla», al secolo Renato Farina, vice direttore del Giornale, quando si scoprì la sua collaborazione con il Sismi, ed oggi firma di Libero . La sua proposta? «Lavoro repressivo, condito con analisi sulle fucine di questi pensieri». Farina si riferiva a Guzzardi?


Paolo Persichetti

Omicidio Aldrovandi: il pm chiede un processo per chi depistò le indagini

I brogliacci truccati, i reperti imboscati, le telefonate troncate, le stranezze della scientifica di quel 25 settembre 2005, appesantiscono le responsabilità di chi non ha chiamato subito il 118 e ha omesso il soccorso a un ragazzo che soffriva. Si chiamava Federico Aldrovandi. Ci sarà un processo, e inizierà il 22 gennaio a Ferrara, per chi depistò le indagini e cercò di coprire i quattro agenti condannati per l'omicidio colposo del diciottenne in Via Ippodromo.
Omissione di atti d'ufficio, falsa testimonianza, favoreggiamento personale saranno i capi d'accusa del processo-bis, chiusa cinque mesi dopo la sentenza di primo grado per l'omicidio colposo di Aldrovandi (3 anni e 6 mesi a ciascuno dei quattro componenti degli equipaggi delle due volanti). Udienza preliminare il 22 gennaio prossimo.
Quello che, all'epoca dei fatti, era il capo delle volanti dovrà rispondere di aver omesso di informare dettagliatamente la pm di turno tacendole la violenta colluttazione tra Federico e gli agenti, «limitandosi a informarla che il decesso sarebbe stato riconducibile a overdose e che il caso non presentava particolari difficoltà». E inducendola a non recarsi sul posto, secondo il pm Nicola Proto, lo stesso che ereditò da questa la prima inchiesta. Per questo la magistrata non andò sul luogo del delitto, in Via Ippodromo. Il centralinista di quella maledetta domenica, capo turno al 113, avrebbe detto il falso, «negando di aver interrotto la comunicazione telefonica con il capoturno delle volanti che si trovava in via Ippodromo alle 6.32» ma una registrazione lo inchioda. E compromette il collega dall'altra parte del filo che non rivelerà cosa si siano detti a microfono spento. Entrambi sono accusati anche di aver aiutato i quattro delle volanti, proprio con quella telefonata troncata, «ad eludere le possibili investigazioni nei loro confronti». Sotto accusa anche l'ufficiale di polizia giudiziaria che non trasmise la copia del registro delle chiamate tra polizia e carabinieri.
Da Ferrara a Roma, dall'omicidio di Federico Aldrovandi a quello di Stefano Cucchi. Fissato per il 9 dicembre prossimo l'incidente probatorio per dar forza di prova alle dichiarazioni di un albanese che la mattina del 16 ottobre scorso era in cella con Stefano Cucchi e che lo avrebbe udito mentre diceva di essere stato picchiato. L'incidente probatorio si svolgerà davanti al giudice dell'indagine preliminare Luigi Fiasconaro. Intanto il pubblico ministero Vincenzo Barba ha interrogato ieri l'agente della polizia penitenziaria che aveva ritrovato la memoria a un mese dalla morte di Cucchi e davanti alle telecamere di Matrix. Qui, ripreso di nuca come un pentito di mafia aveva riferito una conversazione tra Cucchi e altri detenuti in attesa di comparire davanti al giudice la mattina del 16 ottobre scorso. L'agente, di fronte al pm, avrebbe riperso la memoria. Ha smentito di aver udito Cucchi dire «la scorsa notte ho avuto un incontro di pugilato». Il testimone ha invece confermato quanto già dichiarato il 10 novembre scorso durante un interrogatorio e cioè che durante il tragitto del cellulare per trasportare Cucchi dal Palazzo di Giustizia al carcere di Regina Coeli chiese al geometra che cosa gli fosse successo e questi gli rispose, «sono caduto dalle scale». E un altro detenuto che commentò: «Ha fatto la parte del sacco in un incontro di pugilato».
Ilaria, sorella del detenuto ucciso dalle botte e dall'incuria, secondo le ipotesi di indagine, non ce la fa più con le «insinuazioni sullo stato di Stefano rispetto alla tossicodipendenza o ai rapporti con la sua famiglia, che invece erano ottimi. Vorrei ricordare che non è stato un suicidio e che di certo non l'abbiamo ucciso noi. Il suo corpo parla da solo». «C'è stata una colpevolizzazione della vittima - ha detto anche Luigi Manconi - come se il suo passato con la droga fosse un'attenuante per le violenze o le manchevolezze». Anche Aldrovandi e la sua famiglia hanno subito lo stesso linciaggio strisciante.

Checchino Antonini

26 novembre 2009

A Rovato è caccia al migrante. Botte e spedizioni punitive

Dopo giorni di benzina sul fuoco, in Franciacorta la situazione dei migranti vira pericolosamente verso l'allarme rosso. Martedì sera alcune decine di persone, incappucciate e col volto coperto da sciarpe, hanno infatti deciso di dare corpo al terribile fantasma che da giorni aleggia sull'ovest bresciano: la caccia al migrante.
Sfruttando la marcia silenziosa, apolitica e composta organizzata a Rovato dagli amici della giovane coppia brutalmente aggredita nel fine settimana da un 24enne cittadino di origine marocchina (almeno duemila le persone in corteo), il gruppo ha deciso di passare direttamente alla violenza indiscriminata e squadrista. Almeno tre gli episodi registrati: il primo al bar "Mandarino" di corso Bonomelli, di proprietà di alcuni cittadini cinesi e punto di ritrovo di diverse comunità migranti. Dal fondo del corteo un petardo è esploso a pochi passi dalla porta del bar: in pochi istanti sui visi di una ventina di persone - praticamente tutte di fuori paese, dicono a Rovato - sono comparse sciarpe, cinghie, aste di bandiera e cappucci. La barista - italiana, per quel che vale - del bar è stata picchiata con un'asta al braccio. La donna. R.B., con l'aiuto degli avventori è comunque riuscita a chiudere la porta. «Sono stata un anno e mezzo senza lavoro - ha affermatola la barista - Un cittadino cinese me l'ha dato, mentre dagli italiani che manifestavano contro la violenza ho ricevuto botte».
Stesso copione per un operatore di una tv locale, buttato contro un furgone in sosta perché "sorpreso" a filmare il tentato assalto razzista. Organizzatori e gente comune in corteo hanno subito stigmatizzato l'accaduto, mentre qualcuno ha abbandonato addirittura la sfilata. La marcia comunque è poi ripartita, ma a pochi passi dalla conclusione in piazza Cavour, una nuova aggressione, stavolta ancora più grave: la stessa ventina si è staccata dal corteo e si è lanciata in una vera e propria caccia al migrante nei vicoli del vecchio Castello, un'area popolata da numerosi migranti di diverse nazionalità. Ad avere la peggio due fratelli di 35 e 36 anni, operai kosovari appena rientrati dal lavoro, aggrediti a calci e pugni mentre parcheggiavano la loro autovettura in vicolo Rose. Un petardo ha mandato i vetri dell'auto in frantumi, mentre i due sono stati costretti a ricorrere alle cure del pronto soccorso dell'ospedale di Chiari. In tarda serata, infine, un'altra esplosione: una bomba carta non lontano dal centro sociale "28 Maggio 1974" di Rovato.
Completamente sorprese le forze dell'ordine: lontano da qualunque solleticazione poliziesca, va comunque registrato che qualche carabiniere di paese, una manciata di vigili e alcuni poliziotti in borghese non sono certamente lo schieramento che si è soliti vedere per un corteo di duemila persone e con una tensione così palpabile nell'aria. SuI fatti di Rovato sarebbero comunque in corso indagini della Digos e dei carabinieri, volte a individuare gli autori delle aggressioni squadristiche ed ad impedire azioni analoghe nel resto di una settimana che si preannuncia estremamente calda.
Sempre martedì sera decine di antirazzisti e migranti hanno presidiato il comune di Coccaglio, teatro della tristemente nota ordinanza xenofoba "White Christmas". All'interno del consiglio comunale, presieduto dal sindaco leghista Franco Claretti, gli attivisti del Comitato Antirazzista dell'Ovest Bresciano hanno esposto uno striscione ironico: "Baldassare, Melchiorre e Gesù Bambino: anche il presepe è clandestino". «Dopo i fatti di Rovato - hanno detto gli attivisti del Comitato durante la diretta di Radio Onda d'Urto - il clima è ancora più teso in tutto l'ovest bresciano: la destra soffia strumentalmente sulle paure della gente, fingendo di non vedere che la vera emergenza del territorio si chiama occupazione. I tanti migranti che i razzisti vari continuano a definire "ciondolanti per le strade dei nostri Comuni senza fare niente" si trovano in questa condizione perché le loro aziende li hanno licenziati, così come sta succedendo a tanti autoctoni».
Per spezzare questo cortocircuito mediatico ed istituzionale, sabato, a Coccaglio, saranno decine le realtà politiche, sociali e sindacali che si ritroveranno per la manifestazione contro razzismo e sessimo "United colours of Christmas". Il ritrovo è fissato per le ore 14.30 di fronte alla stazione ferroviaria della linea Brescia-Bergamo. L'appello della manifestazione, presente sul sito del c.s. "28 Maggio" (www.28maggio.org ), raccoglie giorno dopo giorno sempre più adesioni.


PZ, redattore Radio Onda D'urto

Roma, anoressico muore in carcere.

Ancora un morto nelle carceri italiane. Un uomo di 32 anni è spirato, apparentemente per cause naturali, nel centro clinico di Regina Coeli, a Roma. Lo rende noto il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. L'associazione 'Ristretti orizzonti' fa sapere che nel solo mese di novembre sono morti 12 detenuti. E la comunità di Sant'Egidio denuncia che negli istituti di pena italiani "ci sono più di 65 mila, un record dal dopoguerra".
Le ultime vittime. Simone La Penna, questo il nome dell'uomo, era in carcere per reati legati alla droga ed è stato trovato morto questa mattina nel suo letto. Soffriva di anoressia nervosa e, stando alle analisi del sangue, aveva una carenza di potassio. A Regina Coeli era arrivato dal reparto medico per detenuti dell'ospedale "Belcolle" di Viterbo.
L'altro ieri sera Alessio Scarano, 24 anni, è stato ritrovato agonizzante nella sua cella nel carcere di Cuneo. La famiglia solleva pesanti dubbi sull'accaduto: "Ci hanno detto che è morto per cause naturali ma lui stava bene, non aveva alcun problema fisico".
Si tratta degli ultimi episodi di un fenomeno che sta assumendo dimensioni allarmanti: i detenuti morti in carcere sono 12 dall'inizio del mese di novembre, 159 nel corso del 2009.
Il Garante. "Si allunga l'elenco dei morti in carcere" ha commentato il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, che riferendosi in particolare a Simone La Penna, ha auspicato che la magistratura faccia chiarezza "anche se sembra una morte naturale"."In generale - ha aggiunto - io credo che siano maturi i tempi per una riflessione complessiva: il carcere non è certamente il luogo più adatto per i malati gravi".
La denuncia delle associazioni. Di carcere, spiega l'associazione 'Ristretti orizzonti' si muore con frequenza allarmante e spesso a morire sono persone giovani e giovanissime: degli 11 detenuti deceduti a novembre prima di La Penna, soltanto tre avevano più di 50 anni, gli altri nove sono stati stroncati da quello che possiamo chiamare il "mal di carcere", che si traduce in suicidi, in overdosi, ma a volte anche in decessi per motivi apparentemente inspiegabili. Sono 1.543 i detenuti morti dal 2000 ad oggi: un terzo aveva meno di 30 anni e un altro terzo tra i 30 e i 45 anni; il 60 per cento in attesa di giudizio, quindi, "tecnicamente", in dieci anni più di 1.000 persone "innocenti" sono morte in carcere. In molti casi questa "non colpevolezza" era reale, non soltanto formale, dato che il 40% delle persone incarcerate viene poi assolta a processo.
L'associazione ha messo a confronto la popolazione detenuta in Italia e quella degli Stati Uniti. Ne emerge un quadro insospettabile: ogni anno nelle carceri italiane muore per "cause violente" un detenuto ogni 1.000, mentre nelle carceri Usa ne muore uno ogni 4.000 circa. Negli anni '80 la frequenza delle morti violente nelle carceri americane era superiore a quella italiana, ma dopo una serie di interventi, tra i quali la costituzione di uno staff composto da 500 operatori che si è fatto carico della formazione permanente del personale penitenziario sulla prevenzione del suicidio e degli atti violenti, il tasso di suicidi e omicidi si è ridotto di quasi il 70 per cento. Dalla metà degli anni '90 ad oggi questo livello è rimasto pressoché costante, malgrado l'aumento considerevole della popolazione detenuta. In Italia il tasso di mortalità dei detenuti per "cause violente" negli ultimi 30 anni si è mantenuto su valori costanti, con "picchi" di suicidi in corrispondenza delle situazioni di massimo affollamento degli istituti di pena.
Lancia l'allarme anche la comunità di Sant'Egidio: "In Italia i detenuti sono più di 65 mila. E' un record dal dopoguerra", ha detto Mario Marazziti, portavoce della comunità, durante la conferenza di presentazione a Roma della guida "Dove mangiare, dormire e lavarsi" dedicata ai senzatetto. "La spesa pro-capite per detenuto nel 2007 era di 13.170 euro l'anno - ha aggiunto Marazziti - esclusi gli stipendi per gli operatori penitenziari. In due anni si è dimezzata, arrivando a 6.393 euro. Inoltre vorrei sottolineare che due su tre ritornano in carcere, quindi forse c'è qualcosa che non va nel sistema: la recidiva di coloro che espiano interamente la pena è del 68% mentre quella di coloro che sono usciti con l'indulto è del 27%. Bisogna fermarsi a riflettere su questo".


fonte: La Repubblica

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