Da ieri una task force dei carabinieri pattuglia le strade e le piazze del centro di Roma per liberarle dai suonatori ambulanti. L’iniziativa è del comando provinciale, a tutela di residenti, ristoratori e clienti disturbati dalla musica anche a notevole distanza. Come nelle migliori guerre all’ultimo degli ultimi, siamo passati dalle proteste dei residenti contro ristoratori e avventori, alle forze dell’ordine che, intanto, allontanano gli ambulanti.
18 giugno 2009
Roma:Carabinieri contro i suonatori ambulanti
Omicidio Aldrovandi: il 30 giugno la sentenza
Federico aveva solo diciotto anni. Ciao mamma, vado al concerto. Ma poi è morto. Forse, morto ammazzato. Forse, morto ammazzato da quattro poliziotti. Ed è nelle aule di tribunale che devono cadere i "forse".Domani, dopo quattro anni di inchieste e due di dibattimento, ventisei udienze e quattro imputati (Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto), otto avvocati e quindici periti, riprenderà la requisitoria del pm Nicola Proto. Il 30 giugno la sentenza. E quel giorno, forse (l'ultimo forse della serie?) sapremo perché lo studente Federico Aldrovandi, incensurato, non tornò mai a casa quella domenica di settembre del 2005, e gli si spezzarono invece il respiro e il cuore mentre a terra, raggomitolato, ammanettato, manganellato gridava "no, no!". Era l'alba.
Troppo silenzio aveva avvolto questa tremenda storia finché la mamma di Federico, Patrizia Moretti, impiegata comunale, non aprì un blog per raccontarla (federicoaldrovandi.blog.kataweb.it): le pagine elettroniche sono diventate tra le più viste d'Italia. Così quella morte ha cominciato a essere una questione aperta, come non accadeva dai tempi dell'anarchico Pinelli. Si è mossa anche Amnesty International. Le domande sono tutte in fila e sono parole ferite. Come si può morire a diciotto anni senza avere fatto niente? Cosa accadde davvero, quando arrivarono i poliziotti chiamati da alcuni cittadini di via Ippodromo perché un ragazzo si stava dimenando, e gridava?
Sono le 5 e 47 del mattino di domenica 25 settembre 2005: l'ora della prima telefonata alla sala operativa. Pare ci sia un ragazzo che per strada batte la testa contro un palo della luce, gridando frasi incomprensibili e imprecazioni. La gente è svegliata di colpo. Arriva la prima auto della polizia, gli agenti scendono riparandosi dietro le portiere, Federico dà un calcio al paraurti, poi sale sul cofano, scivola, rompe un vetro con un calcio. Arriva una seconda pattuglia: in tutto, tre uomini e una donna. Provano a bloccare Federico, studente all'istituto tecnico Copernico-Carpeggiani, classe IV E, indirizzo elettrotecnico. Mai nessun guaio con la giustizia, non è conosciuto come tossicodipendente né come violento. Non è un bullo, non è un ragazzo del branco, è solo un diciottenne un po' introverso che vive come tanti. Ascolta musica, esce con gli amici, qualche pizza, qualche birra. Forse, qualche pasticca. Ma si può morire ammazzati per questo?
C'è ancora tanta ombra attorno a quell'alba. La scena di Federico ammanettato e picchiato ci galleggia dentro, in cerca di contorni definiti. Il decesso viene dichiarato dal medico dell'ambulanza alle 6.35, dopo lunghi e inutili tentativi di rianimazione. Dalle testimonianze risulta che i poliziotti gli misero le manette, lo presero a manganellate e infine riuscirono a immobilizzarlo tenendolo a terra. Ed è così che probabilmente Federico è morto: per asfissia.
"Appena arrivati per i soccorsi, e visto il corpo con la faccia a terra, ammanettato sulla schiena, abbiamo chiesto ai poliziotti di togliergli le manette, altrimenti non riuscivamo a girarlo per capire se ancora respirasse. Aveva un rivolo di sangue alla bocca e in testa". Questa la deposizione dei due addetti all'ambulanza, Stefano Rossi e Thomas Mastellari. "Ma noi siamo intervenuti solo per impedirgli di farsi più male" ribattono gli imputati.
"Vedo mio figlio nella cassa, prima del funerale, e quasi non riesco a riconoscerlo: ha un livido enorme in faccia e quei segni maledetti sui polsi, chissà quanto hanno tirato per fargli tanto male" disse la madre. "Troppo silenzio, inaccettabile, neanche fosse morto un gatto. Nei primi giorni un muro di gomma, poi le cose sono cambiate": queste sono invece sono le parole di Lino Aldrovandi, ispettore dei vigili urbani, il padre. Un padre e una madre vedono uscire il figlio che andrà a un concerto a Bologna, e potranno incontrarlo di nuovo solo all'obitorio, il giorno dopo. "Suonano alla porta e ti dicono che è morto".
Però dall'autopsia emergono altre ombre. E' anche una battaglia tra periti. Quelli della famiglia sono certi dell'asfissia mentre il consulente della Procura, Stefano Malaguti, parla di problemi cardiaci: "Insufficienza miocardica contrattile acuta in condizioni di stress psicofisico". Ma il cuore gli scoppiò per le botte o per altro? "La causa dell'indebolimento - scrive il perito - è la droga, e precisamente eroina, ketamina e alcol". In quantità comunque troppo bassa per uccidere. Nel blog, la signora Patrizia ha messo anche le fotografie del suo ragazzo morto sul tavolo dell'obitorio. "Lo scroto schiacciato? E' stata rilevata solo una piccolissima ecchimosi" ha detto il procuratore capo, Severino Messina. "Quel ragazzo non è deceduto per le percosse ricevute".
Troppe domande cercano una strada e un senso. Perché Federico aveva i vestiti sporchi di sangue, ma a terra il sangue non c'era? Forse perché lo picchiarono quando ancora era in piedi? Ma si picchia un ragazzo per calmarlo, massacrandolo di botte? Perché i soccorsi vennero chiamati in ritardo? I quattro poliziotti devono rispondere di omicidio colposo, come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio: "Ingaggiarono una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento e mantennero il ragazzo ormai agonizzante in posizione prona, ammanettato, rendendone difficoltosa la respirazione. Un eccesso colposo che ha cagionato, o comunque concorso a cagionare il decesso".
E' questa la scena del pestaggio a sangue di un ragazzo che non aveva fatto niente di male, era solo agitato, aveva solo paura, aveva solo chiesto aiuto ed è morto. Senza motivo. Ma c'è un motivo per morire così?
fonte: la Repubblica
17 giugno 2009
Genova G8: Avvocato Taormina chiede il proiettile che uccise Carlo Giuliani
L'avvocato Carlo Taormina, difensore dell'ex carabiniere Mario Placanica, stamani era al Tribunale di Genova per chiedere la consegna del proiettile estratto dal capo di Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri del G8 2001 a Genova. Placanica era accusato di avere esploso il colpo che aveva attinto Giuliani. Il procedimento era stato archiviato. Taormina vuole dimostrare che il proiettile non fu esploso da Placanica perche' questi, in quanto sottufficiale, aveva in dotazione solo proiettili incamiciati mentre nel cranio del ragazzo genovese non furono trovate tracce di incamiciatura ma solo piombo. Taormina aveva gia' presentato un'istanza per ottenere il reperto a scopo difensivo. Gli era stata negata e aveva fatto una nuova istanza per cui, dice, non ha piu' ottenuto risposta. Nell'agosto scorso Carlo Taormina aveva presentato denuncia contro ignoti per l'omicidio di Giuliani dopo la risultanza di una comparazione tra le perizie di parte che indicherebbe l'assenza, nel corpo della vittima, di residui di camiciatura del proiettile che uccise il giovane no global. La denuncia era stata depositata a Catanzaro e trasmessa alla procura di Genova per competenza. Secondo quanto riferito da Taormina, l'ultima consulenza tecnica voluta da Placanica ed eseguita a Milano avrebbe dimostrato che nel cranio di Giuliani sarebbe stato rilevato esclusivamente piombo. "Se cosi' fosse - aveva commentato l'estate scorsa Taormina - a sparare non e' stata la pistola di ordinanza di un sottufficiale qual era Placanica perche' i proiettili in dotazione ai sottufficiali sono obbligatoriamente camiciati". Quindi, secondo il legale di Placanica, "se le cose stanno cosi' a sparare e' stato o un ufficiale, che puo' utilizzare qualsiasi tipo di proiettile, oppure un civile".fonte: agi
Genova G8: Chieste pene per 4 poliziotti
Pene comprese tra i quattro anni ed i quattro anni e otto mesi sono state chieste oggi dal pm della procura di Genova Francesco Cardona Albini per quattro poliziotti imputati per un episodio avvenuto nei giorni del G8 genovese, il 20 luglio del 2001 in piazza Manin. I quattro sono accusati, a vario titolo di falso, calunnia, abuso d'ufficio, e arresto illegale nei confronti di due cittadini spagnoli che avevano preso parte a una manifestazione in piazza Manin. Gli avvocati Emanuele Tambuscio e Laura Tartarini, che assistono i due cittadini spagnoli si erano costituiti parte civile. La pena maggiore e' stata chiesta per Antonio Cecere. Identiche pene di 4 anni sono state chieste per Luciano Beretti, Simone Volpini e Marco Neri. La sentenza e' attesa per il prossimo 8 luglio. I poliziotti, in forza al VII reparto mobile di Bologna facevano parte di una squadra di pronto impiego che verso le 15 di quel giorno venne inviata in piazza Manin dove erano in atto degli scontri con i Black Bloc. Ci fu un intenso lancio di oggetti e di molotov contro gli agenti. Fra gli arrestati i due spagnoli accusati, secondo la procura ingiustamente, uno di avere lanciato una bottiglia incendiaria e l'altro di essersi scagliato contro gli agenti impugnando una sbarra di ferro.fonte: agi
Sansonetti, L'Altro e i fascisti di casa Pound
Imbarazzo o rabbia, o forse entrambi. E' difficile scegliere le parole non cui rapportarci all'Altro. L'Altro in questione è il neonato quotidiano di Piero Sansonetti, ex direttore di Liberazione in rotta col giornale e col partito, lanciato in una nuova iniziativa editoriale che gli consentisse di esprimere la sua "nuova idea di sinistra capace di rompere i tabù e dialogare oltre i vecchi steccati». Fin qui nulla di male , ognuno dialoga con gli pare, verrebbe da dire.Ma nelle colonne dell'Altro gli interlocutori sono veramente quelli che non ci si aspetterebbe in un giornale che si fregia del sottotitolo "la sinistra quotidiana".C'è l'intervista a Gianluca Iannone, capo dei "fascisti del terzo millennio" di Casapound, mezza pagina senza contraddittorio in cui si bercia contro l'antifascismo e si rivendicano inesistenti lotte sociali, in una forma che ricorda più il volantino di propaganda che l'intervista critica (tralatro nel giorno del corteo contro il G8 sicurezza). C'è' il racconto dell'incendio di Casapound Bologna, con tanto di eroica descrizione del federale locale, "personaggio interessante e controverso", come lo definisce l'articolista. "Interessante e controverso" è una definizione perlomeno curiosa per chi, neanche due anni fa, è finito in carcere con l'accusa di associazione a delinquere con l'aggravante razzista per una quindicina di pestaggi e spedizioni punitive ai danni di immigrati. Ma non c'è da stupirsi, se a scrivere di politica è Ugo Maria Tassinari, giornalista e studioso della destra radicale che, nella più classica tradizione dell'esperto che si innamora del proprio oggetto di studio, oggi partecipa e promuove le iniziative dei neofascisti (pardon, dei fascisti del terzo millennio) oltre che a bazzicare il loro forum. Oppure se ad occuparsi di futurismo si chiama Miro Renzaglia, principale animatore della galassia culturale della destra radicale e firma di punta di NoReporter, il sito d'informazione gestito da Gabriele Adinolfi (ex Terza Posizione, condannato e riparato a Parigi, rientrato in Italia recentemente per la sopraggiunta prescrizione) che ogni anno non manca di ricordare, con qualche articolo ammiccante, il compleanno di Adolf Hitler o la triste sconfitta militare di quel "Cancelliere" che per primo cercò di unificare l'Europa.Sono questi gli steccati da superare? Alla nuova sinistra serve rompere questi tabù? La ricerca di un approccio laico e postideologico alla società deve proprio passare per la legittimazione di chi, pur spacciandosi per "post", in realtà è sempre lo stesso reazionario e xenofobo di sempre?Forse, in questa frenetica fuga dal novecento, Sansonetti avrebbe dovuto guardare un po' più attentamente chi firma il suo giornale. Non per i trascorsi (praticamente tutti i quadri di Casapound provengono dal Movimento Politico, e ne hanno condiviso le traversie giudiziarie che l'hanno portato allo scioglimento in base al decreto Mancino, dopo uno stillicidio di aggressioni razziste e xenofobe su tutto il territorio italiano), giacché si fa sempre in tempo a cambiare idea, ma per il presente. Al di là di facili slogan di facciata, l'universo sedicente "non conforme" che ruota attorno a Casapound (in cui gravitano Tassinari come Iannone come Renzaglia) è tutto fuorché nuovo. Non sono nuovi i loro riferimenti culturali, da Benito Mussolini alla RSI. Non è nuova la loro violenza, quella delle mazze tricolori contro gli studenti a Piazza Navona, o quella dell'assalto alla casa occupata di Casalbertone a Roma, con tanto di coltellate al ventre a una madre di famiglia straniera. Non parliamo di generiche aggressioni di qualche anonimo razzista, ma di episodi che hanno visto coinvolti in prima linea e direttamente tutti i quadri di quest'organizzazione. Non sono nuovi nemmeno i loro protettori politici: la giunta omofoba e xenofoba di Flavio Tosi, a Verona, o quella romana di Gianni Alemanno, secondo cui aggredire un immigrato al grido di "sporco negro" è un problema di "bullismo.Chissà come fanno Sansonetti e i suoi collaboratori (Colombo e Azzaro) a guardare con preoccupazione alla deriva xenofoba che travolge sia l'Italia che l'Europa tutta e allo stesso tempo a flirtare intellettualmente con i fasciofuturisti. Voglia di protagonismo? La tentazione di porre e di concludere "gli anni 70"?Superare gli opposti estremismi oppure appiattirli in un "destra o sinistra infondo erano ragazzi che lottavano per un'ideale".Gli stessi ideali che portavano partigiani e republichini a combattere su due opposte barricate.Cosa c'è di nuovo, cosa c'è di post? Davvero invitare ad un dibattito Giampiero Mughini o Valerio Morucci è sufficiente per candidarsi a interlocutore democratico, laico e trasversale?C'è una strategia politica precisa che un pezzo della destra radicale italiana sta perseguendo da anni: rappresentare sé stessa come un universo nuovo, pragmatico, scevro da dogmi e pregiudizi, capace di dialogare a 360° e di comparire sulle pagine di Cioè come a Porta a Porta o in una giunta comunale. Si dipinge come vittima del "trinariciuto antifascismo", reo di volerne impedire la libertà d'espressione, ed in questo trova facile sponda nel più generale discorso di revisionismo e negazione dei valori democratici e civili portato avanti, in maniera ben più incisiva, dal PDL.Il superamento del binomio fascismo/antifascismo, la ricerca di una sintesi superiore, ha poco a che vedere con la voglia di uscire dal novecento. C'è chi queste cose le diceva già 30 anni fa: si chiamava Terza Posizione, ed è stata sciolta all'indomani della strage di Bologna.Forse Sansonetti può farsi raccontare qualcosa dal loro esperto Ugo Maria Tassinari che nei suoi libri descrive TP o i NAR come una specie di Autonomia Operaia di destra (!) o ancora meglio può farsi raccontare qualcosa da Gabriele Adinolfi, ex dirigente di TP e vero regista culturale di questa operazione politica in atto (che non a caso nei suoi scritti saluta esplicitamente l'Altro come uno dei fenomeni innovatori più positivi nel panorama politico nazionale, insieme al trionfo leghista ed all'affermazione del PDL). Operazione a cui l'Altro partecipa, in buona o malafede, e che ogni giorno legittima un po' di più i neofascisti, i razzisti, gli omofobi.Facciamo anche notare che questo non è il primo appello che viene diffuso invitando la sinistra, di movimento e democratica, la cittadinanzaattiva e le culture antifasciste a prendere una posizione definitiva contro la tendenza alla normalizzazione di organizzazioni neofasciste, con particolare attenzione a Casapound e all'ambiguità della sua facciata ripulita. Appelli che in altre occasioni hanno ricevuto l'adesione anche di associazioni partigiane, di partiti e movimenti prossimi alla linea editoriale dell'Altro e delle testate che ospitano queste righe. Righe che vogliono essere un contributo a chiudere una fase di eccessiva ingenuità.Con cui stampa e mass media, al di là della presunta provenienza culturale e politica, offrono riflettori a quei rottami del peggior novecento che in modo sempre più furbo si riaffacciano nei nostri territori.
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Ronde, Maroni detta le regole. E' possibile intervenire in flagranza di reato.
Le ronde dilagano. Ormai sono un fenomeno entrato nel senso comune, se è vero che la nascita delle «ronde nere», con tanto di divise naziste e struttura paramilitare apertamente rivendicata, armi e logistica pesante, hanno provocato solo una pigra reazione delle procure di Milano e Torino con l'apertura di fascicoli d'indagine senza indagati. Nel frattempo una fantomatica «cellula brigatista» over 50, raffazzonato gruppetto d'improbabili militanti a metà strada tra il folklore, il millantato credito e l'Alzheimer, gente che brigatista non è mai stata quando le Br esistevano davvero, più di 20 anni fa, ha scatenato una tempesta. Due anni d'inchiesta, pedinamenti, intercettazioni ambientali e telefoniche della Digos, una montagna di denaro pubblico per un pugno di mosche e tanto allarme funzionale ad un clima d'intimidazione sociale pre-G8. Intanto piccole bande armate crescono nelle nostre province sotto le mentite spoglie delle ronde. Strutture che, di fatto, mettono in discussione il monopolio della forza legittima detenuto dallo Stato. Per tacitare le polemiche, il Viminale ha reso noto il regolamento d'attuazione che dovrà disciplinare l'iscrizione delle «ronde» nei registri prefettizi, una volta approvato dal Parlamento in via definitiva il disegno di legge sulla sicurezza. «Le associazioni dei volontari non potranno utilizzare simboli e nomi che riportano a partiti politici». Proibito anche l'uso delle armi e di altri strumenti di coercizione come corde o manette, manganelli, spray urticanti e «qualsiasi oggetto atto a offendere». Le persone con precedenti penali non potranno far parte delle squadre di volontari, al contrario sarà favorito il reclutamento di guardie giurate ed ex appartenenti alle forze dell'ordine. Secondo il ministro dell'Interno Maroni, questo regolamento metterà «fuorilegge» tutti quei gruppi, come sono appunto le «ronde nere», che mirano a sostituirsi alle forze dell'ordine. I componenti delle squadre, composte di un minimo di tre a un massimo di cinque persone, «dovranno limitarsi alla segnalazione» delle situazioni di pericolo e dunque saranno dotati di telefonini oppure radiotrasmittenti collegate direttamente con le centrali operative. Insomma niente intervento diretto «sia esso per l'identificazione o il controllo delle persone». Il regolamento, tuttavia, non risolve un problema di fondo: in caso di «flagranza di reato» l'articolo 383 del codice di procedura penale autorizza anche i privati a procedere all'arresto. Forti di questa norma, le ronde potranno comunque intervenire ed è evidente la differenza tra l'eventuale soccorso, del tutto casuale, di un cittadino che viene a trovarsi di fronte ad un evento-reato, e quello di squadre di volontari che girano appositamente per le strade. Per il segretario dell'Associazione nazionale funzionari di polizia Enzo Marco Letizia, è un «azzardo» consentire ai possessori di porto d'arma di partecipare alle ronde. «Secondo indiscrezioni - osserva Letizia - il regolamento attuativo consente l'iscrizione nei registri prefettizi anche a chi detiene o abbia un porto d'arma. Il legislatore azzarda davvero troppo ad avere fiducia nei possessori di un'arma, poiché forte sarà la tentazione, a cui i più deboli non sapranno resistere, di portarsi l'arma nel controllare il territorio». Nelle case degli italiani, ricorda sempre il segretario dell'Anfp, «ci sono circa 10 milioni di armi: siamo molto preoccupati, anche perché le norme sulle verifiche psichiche dei detentori di un'arma da fuoco sono sostanzialmente fumose e inefficaci, come dimostra la storia italiana degli omicidi e delle stragi della follia». Altro aspetto inquietante è quello del finanziamento. Il regolamento vieta elargizioni pubbliche, il che non rassicura affatto perché le ronde potrebbero finire al soldo di consorzi creati da commercianti e imprenditori locali, o di potentati e mafie del posto. Ancora peggio, come hanno ricordato i sindacati di polizia, «il vero rischio è legittimare azioni incontrollabili di associazioni mafiose e camorristiche così come quelle di cittadini esaltati». Alle ronde nere ha già risposto la brigata ebraica, attraverso il responsabile delle politiche giovanili del Pri Vito Kahlun, pronta con le controronde. Creare «strutture unitarie di vigilanza operaia e popolare sui territori» per contrastare i nascenti gruppi paramilitari della destra, è invece la proposta lanciata da Marco Ferrando del Pcl. Tira un'aria da repubblica di Weimar.Paolo Persichetti da Liberazione
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Milano: finanzieri stuprano prostituta e poi fuggono con l'auto di servizio
Hanno accostato con la pattuglia di servizio. Un normale controllo antiprostituzione, all’apparenza, uno dei tanti previsti dalle ordinanze del Comune. Il cliente, impaurito, ha fatto scendere la ragazza, ha messo in moto ed è sgommato via. Lei, romena, una ventina d’anni, davanti ai due uomini in divisa grigia e basco verde era pronta a recitare la solita formula: «Non ho documenti, non ho un fidanzato, qui si lavora poco, la multa non so come pagarla». Invece di vedersi recapitato il verbale da 450 euro, la lucciola è stata invitata a seguire il capopattuglia in auto. Qui è stata costretta a un rapporto orale, poi ancora a un rapporto completo mentre l’autista, fuori, voltava lo sguardo da un’altra parte.Adesso i due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego della guardia di finanza, sono indagati per violenza sessuale. Ore 2 di lunedì notte, viale De Gasperi, oltre la circonvallazione esterna. Tra le viuzze laterali dello stradone che porta all’i mbocco dell’Autolaghi e dell’A4 c’è la solita attività notturna di prostitute e clienti. La Fiat Bravo blu notte con bande laterali verde e gialla punta i fari su un’auto in sosta isolata. Dal finto controllo all’aggressione della lucciola, è un attimo. Lo stupro si consuma in meno di mezz’ora. La ragazza è scossa, si produce in un pianto ininterrotto, disperato. L’autista della pattuglia, racconterà più tardi la ragazza alla polizia, le si avvicina senza dire nulla e senza saper bene se per consolarla o filar via in fretta. Quando la pattuglia delle Fiamme gialle rimette in moto, ci sono un paio di compagne di marciapiede attorno alla ragazza. Raccolgono i suoi singhiozzi. Una di loro prende la targa della pattuglia e fa il 113.Agli agenti delle volanti la ragazza fa un racconto dettagliato, lucido, prima di essere portata al soccorso violenze sessuali della Mangiagalli per le visite di rito, il tampone e il referto. I due finanzieri vengono portati in questura di prima mattina, la loro auto parcheggiata nel piazzale e a disposizione della scientifica per i rilievi. Dopo qualche titubanza, il graduato e il sottufficiale ammettono: «Abbiamo fatto una cazzata». La loro posizione, tralasciati gli ovvi imbarazzi di Questura e comando provinciale della Gdf, è delicatissima. I due militari rischiano, oltre al fermo per stupro, la contestazione di un’altra mezza dozzina di reati. Tra questi il peculato, l’omissione di atti d’ufficio, l’abuso di potere e l’abbandono di posto, che da solo comporta una pena fino a tre anni di carcere. Oltre a uno scontato provvedimento disciplinare — e la «piena collaborazione» con la magistratura, fanno sapere i vertici milanesi delle Fiamme gialle — e a un possibile approfondimento d’indagini per verificare se i due militari avessero già commesso violenze in passato.fonte: La Repubblica
16 giugno 2009
Lega Nord, l'ultima tentazione"Immigrati fuori dai giardinetti"
Il capodelegazione al Pirellone: "Inammissibili gli assembramenti in ogni ora del giorno e della notte""E' inammissibile che anche in alcune zone di Milano ci siano veri e propri assembramenti di cittadini stranieri che sostano nei giardini pubblici, a ogni ora del giorno e della notte, come avviene per esempio ormai da qualche giorno in piazza Oberdan". Lo sostiene il capodelegazione della Lega Nord in giunta regionale lombarda, e assessore al Territorio, Davide Boni. "Chi non è in regola e non ha mezzi di sostentamento - continua - deve essere allontanato dal nostro Paese e non spostato in un altro quartiere della città. Le scene di degrado non possono più essere minimamente tollerate".Nelle ultime settimane la città era stata al centro di altre discusse prese di posizione contro gli immigrati: dalla cosiddetta "legge anti kebab" varata dal Pirellone alla sortita del leghista Matteo Salvini, che chiedeva posti riservati per i milanesi sul metrò; dall'uscita di Silvio Berlusconi in campagna elettorale ("Milano mi sembra una città africana") alla decisione del Comune di negare le colonie estive ai figli degli immigrati irregolari. Quanto alla presenza di accampamenti nomadi abusivi nei pressi dei binari ferroviari, Boni condivide "il principio per cui ognuno deve darsi da fare per monitorare il territorio di sua competenza: anche le Ferrovie hanno il dovere di tenere sotto controllo le aree adiacenti alle stazioni e agli scambi ferroviari, quindi in modo che queste 'zone di nessuno' non diventino in realtà un ricovero sicuro per realizzare un nuovo campo nomadi abusivo"."Sarebbe inutile e dispendioso - continua Boni - che, mentre le istituzioni impiegano uomini e risorse per smantellare questi accampamenti, chi è proprietario dell'area non si preoccupa di metterla in sicurezza in maniera definitiva. Gli sgomberi devono essere mirati e non considerati alla stregua di un trasloco da un ponte all'altro della nostra città".
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15 giugno 2009
Milano: Niente colonie estive per i figli dei migranti.
fonte: La Repubblica
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12 giugno 2009
Genova G8: Le vittime di Bolzaneto chiedono il pignoramento dei beni dei loro «torturatori»
Le vittime della caserma di Bolzaneto chiedono il pignoramento dei beni dei loro «torturatori», che nonostante la sentenza di condanna si rifiutano di risarcire i danni. A nove anni dai fatti di Genova e dopo le scuse ufficiali dello Stato, nessuno dei colpevoli ha ancora pagato. Non il ministero dell´Interno, non quello di Giustizia. Nemmeno gli agenti, le guardie carcerarie, i medici personalmente responsabili dei soprusi e delle violenze nella prigione del G8. Penalmente, la prescrizione ha già cancellato i reati. Ma undici mesi fa il tribunale del capoluogo ligure aveva fissato in due milioni di euro la provvisionale da versare – subito - a circa duecento no-global. Un anticipo sulla somma complessiva da definire civilmente. A gennaio l´Avvocatura dello Stato aveva appellato la decisione, chiedendo ai giudici la sospensione del risarcimento: la risposta non arriverà prima di questo autunno. Nel frattempo i condannati avrebbero comunque dovuto mettere mano al portafogli, o almeno contattare formalmente le vittime. Invece, nulla. Due volte umiliati da questo silenzio, i duecento e passa di Bolzaneto hanno avviato attraverso i loro avvocati le esecuzioni civili. Chiedono il pignoramento dei beni dei ministeri fino al raggiungimento del valore dovuto: scrivanie, computer, persino «volanti» o furgoni per il trasporto dei detenuti, compresi eventuali depositi bancari presso la Tesoreria.Renato Delucchi, presidente della terza sezione, riconoscendo l´esistenza di un «campo» aveva ammesso la sconfitta della giustizia italiana. Ma nel luglio passato il tribunale era stato costretto ad applicare le leggi italiane a disposizione - che non disciplinano il reato di tortura - e aveva escluso il dolo e l´aggravante dei ‘futili motivi´: condanne per 23 anni e 9 mesi, più il risarcimento. Meno di un terzo di quanto chiesto dalla pubblica accusa. Lo Stato italiano aveva preso le distanze da poliziotti e agenti di custodia: sostenendo che in quei giorni del G8 era cessato il "nesso organico" tra le forze dell´ordine e il ministero di appartenenza, Viminale e Ministero di Giustizia si erano rifiutati di essere considerati responsabili in solido, proprio perché i loro uomini non si erano comportati come "servitori dello Stato". Una tesi però rifiutata dalla corte, che aveva presentato il conto anche ai ministeri.All´inizio di quest´anno, tutti i protagonisti del dibattimento hanno fatto appello alla sentenza. Soprattutto i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, che nella loro richiesta hanno sottolineato la matrice ‘politica´ della barbarie di Bolzaneto, denunciando che le ‘azioni illegali´ delle forze dell´ordine erano «dirette al disprezzo, all´umiliazione e alla vessazione di queste persone proprio per la loro appartenenza ideologica». La data del nuovo processo, affidato alla seconda sezione della corte d´appello, non è ancora stata fissata. Con ogni probabilità se ne parlerà in autunno.fonte: La Repubblica
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11 giugno 2009
Arrivano le ronde nere. Verranno presentate il 13 giugno a Milano. Si chiamano 'Guardia Nazionale Italiana'
Quest'estate, salvo imprevisti, i volontari della Guardia Nazionale Italiana (Gni) dovrebbero iniziare a pattugliare le strade delle città italiane in applicazione del disegno di legge sulla sicurezza del governo Berlusconi (approvato dalla Camera lo scorso 14 maggio, ora all'esame del Senato) che all'articolo 3 (commi 40-44) prevede il concorso di "associazioni di cittadini non armati" al presidio del territorio (le cosiddette ronde). Sono ex appartenenti alle forze armate e alle forze dell'ordine e normali cittadini "patrioti e nazionalisti" pronti a "servire la nostra terra e il popolo italiano" svolgendo attività di vigilanza "per potenziare la sicurezza nei centri urbani" ma anche di "protezione civile" e di "promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all'Impero Romano". Hanno un Comandante Generale, il colonnello dei carabinieri in congedo Augusto Calzetta, di Massa Carrara, e un Presidente Nazionale, il giovane ex alpino Maurizio Correnti, di Torino (città in cui si trova anche la loro sede nazionale: le sedi operative sono, per ora, a Sarzana, Reggio Calabria e Siracusa). Indossano una divisa: camicia grigia (inizialmente era prevista kaki) con cinturone e spallaccio neri, cravatta nera, pantaloni grigi con banda nera laterale nera, basco o kepì grigio con il simbolo della Gni: l'aquila imperiale romana. Il loro equipaggiamento completo prevede elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero. Al braccio portano una fascia nera con la "ruota solare", simbolo del Partito Nazionalista Italiano (Pni): la nascente formazione politica che sta dietro alla Gni. Anche i membri del Pni avranno un'uniforme: la stessa della Guardia Nazionale Italiana. Il programma politico del Pni, di stampo statalista e collettivista, prevede tra l'altro la pena di morte per "gli usurai, i profittatori e i politicanti", la lotta "contro il parlamentarismo corruttore" e la creazione di "un forte potere centrale dello Stato" e di "camere sindacali e professionali", il diritto di cittadinanza e l'accesso alle cariche pubbliche "solo per chi sia di sangue italiano", lo stop a "ogni nuova immigrazione di non-italiani" e l'immediata espulsione forzata di "tutti i non-italiani che sono immigrati in Italia dopo il 31 dicembre 1977", il divieto di pubblicazione di "giornali che contrastano con l'interesse della comunità" e l'abolizione di tutte le organizzazioni e istituzioni "che esercitano un influsso disgregatore sulla nostra vita nazionale".I paramilitari del colonnello Calzetta e le camicie grigie del Pni debutteranno ufficialmente il 13 giugno a Milano, al numero 5 di via Chiaravalle, angolo via Larga, in occasione del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale di Gaetano Saya, che nella sua pagina internet personale si dichiara "l'ispiratore politico" della Guardia Nazionale Italiana". Estimatore di Berlusconi e acerrimo nemico di Fini, Saya, che dopo il recente scioglimento di Alleanza Nazionale è rimasto l'unico depositario del simbolo dell'Msi di Almirante, è il sedicente ex agente segreto della Nato e del Sismi, ex ‘gladiatore'ed ex massone che già nel 2003 provò a creare un gruppo paramilitare di ‘camice grigie' (i Reparti di Protezione Nazionale) e che nel 2005 venne arrestato per l'oscura vicenda dei ‘servizi paralleli' (il Dssa, Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo, diretto da Gaetano Saya e Riccardo Sindoca): una "banda di pataccari" secondo l'allora ministro degli Interni Pisanu, che però risultò avere rapporti con i vertici degli apparati di sicurezza dello Stato, in particolare con i servizi segreti militari.fonte: Peace Reporter
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Roma: La Sapienza blindata per proteggere Gheddafi
«E’ la prima volta, da tanti anni, che vediamo polizia e carabinieri, in un simile dispiegamento, dentro il perimetro dell’università». A parlare è uno dei portavoce dell’Onda studentesca della Sapienza, Francesco Brancaccio, che spiega le ragioni della protesta che avra’ luogo oggi nell’ateneo romano: «Con Gheddafi, che si è auto-invitato, contestiamo il pacchetto sicurezza e la politica scellerata dei respingimenti». "Il governo – spiega Francesco Raparelli, altro volto noto del movimento studentesco romano – ha trovato la via spianata con il leader libico: ad ogni respingimento, infatti, segue l’arresto degli immigrati riportati in Libia».Il dispositivo di sicurezza messo in campo dalla prefettura costringe gli studenti a cercare forme ‘flessibili’ di protesta: «Con le transenne e questo dispiegamento di uomini e mezzi, il presidio di oggi dovra’ adattarsi ad esigenze che muteranno nel corso della giornata». Inoltre, spiega ancora, «ci sono molti studenti impegnati con gli esami e che dovranno attendere la fine della sessione per unirsi al presidio». Intanto sono gia’ pronti striscioni e cartelli. Uno di questi recita: «Il mare non puo’ essere teatro di morte». Gli studenti hanno inoltre trovato un santo patrono per gli immigrati «vittime dei respingimenti selvaggi»: è San Papier. Saranno poi gonfiati canotti per rappresentare il dramma di chi affronta «viaggi della speranza che si trasformano, sempre piu’ spesso, in viaggi di morte», conclude Brancaccio.Intando la polizia carica gli studenti che contestavano il passaggio di Gheddafi. Il dittatore intanto è gia’ tornato nella sua tenda a Villa Pamphili: si apprende che per il momento saltato la tappa alla Sapienza. La situazione all’università sembra per ora tornata alla normalità dopo le tensioni iniziali.
10 giugno 2009
Milano: vietato lavorare a operaio marocchino all'Atm
Non solo non poteva partecipare, in quanto privo di cittadinanza italiana, al bando Atm per fare l'operaio al reparto manutenzione. Essendo anche marocchino, i rischi erano anche altri e molto gravi. E dunque è un bene che il Regio Decreto del 1931, contestato dalla difesa di Mohamed Hailoua e messo pubblicamente in dubbio dallo stesso presidente dell'azienda Elio Catania, abbia messo certi paletti. Lo sostiene la memoria difensiva di Atm depositata dagli avvocati Alberto Rho e Claudia Muro al Tribunale del lavoro contro il ricorso presentato un mese fa dai legali del diciottenne Hailoua. Un ricorso marchiato come "sensazionalistico", un "processo alle intenzioni". Il passaggio chiave è a pagina 41 del documento: "Il servizio di pubblico trasporto involge delicati aspetti di sicurezza pubblica, ed è particolarmente esposto, ad esempio, a rischi di attentati. È proprio di questi giorni la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi magrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese che avrebbe dovuto realizzarsi prima delle elezioni del 2006". E ancora: "Il legame personale del cittadino allo Stato dà maggiori garanzie in relazione alla sicurezza e incolumità pubblica". Potenziale terrorista, dunque. E non conta che il posto di lavoro in questione non sia quello, delicato, del conducente. "Un'analoga delicatezza - si legge ancora - deve rinvenirsi, altresì, nell'attività di chi opera manutenzione dei mezzi, o di chi svolge, su di essi, comunque attività di tipo tecnico". Potenziale sabotatore, infine. Una tesi destinata a sollevare ulteriori polemiche, anche se Atm, ieri sera, provava a smorzare i toni con una nota. La memoria è solo "un documento tecnico che ha come obiettivo quello di dimostrare l'azione temeraria contro l'azienda", che peraltro si dichiara "disponibile ad una revisione costruttiva del Regio Decreto che possa aprire il mercato del lavoro anche a soggetti extracomunitari per dare la possibilità, ad esempio, ad un cittadino giapponese di lavorare in un Atm Point per dare supporto" durante In difesa dell'azienda si schiera il vicesindaco De Corato: "Le accuse di razzismo sono assurde, è un'operazione studiata a tavolino per farsi un po' di pubblicità. Atm rispetta una legge dello Stato dettata da ragioni di sicurezza. E che gli ultimi inquietanti episodi su progetti di attentati islamici nella metropolitana inviterebbero a non modificare", sempre in ottica Expo. Ma quanto al terrorismo, è lo stesso procuratore aggiunto Armando Spataro a puntualizzare: "La metropolitana milanese non ha corso alcun rischio nel 2006 poiché, più che un piano per un attentato, l'inchiesta della Procura di Milano ha posto in luce solo l'esistenza di un vago progetto, mai entrato neppure nella fase preparatoria".fonte: la Repubblica
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9 giugno 2009
Bari: Vira Orlova, 40 anni senza permesso di soggiorno muore dissanguata per paura di una denuncia
Ha cominciato a perdere sangue, probabilmente per un aborto spontaneo, si è sentita male ma non ha voluto chiedere aiuto. Ha avuto paura. Paura di perdere il lavoro appena trovato, paura, forse, di essere giudicata. Così è morta Vira Orlova, che si faceva chiamare Ylenia, una donna che avrebbe compiuto 40 anni l'11 giugno prossimo, di nazionalità ucraina, arrivata - forse due anni fa - in Italia, come tante donne dei Paesi dell'Est, per fare la badante. Il suo corpo è stato trovato in una pozza di sangue in un appartamento di via Grotta Regina, nella località costiera barese di Torre a Mare. Di lei si sa poco. Gli investigatori stanno cercando di rintracciare le sue amiche per poter ricostruire i suoi ultimi giorni di vita, anche per risalire alla data di arrivo in Italia. Per il momento i carabinieri hanno trovato il suo passaporto nella stanza che occupava: sanno il suo nome, la sua età, sanno anche che era una clandestina perchè sul passaporto non ci sono visti di ingresso in Italia, e sanno che in quell'abitazione di Torre a Mare Ylenia accudiva da pochi giorni un'anziana non autosufficiente. È stato proprio il figlio dell'anziana a dare l'allarme ai carabinieri e a raccontare agli investigatori che Ylenia - questo il nome riferito dall'uomo - «era in prova». Secondo il racconto dell'uomo, Ylenia era in quella casa solo da pochi giorni. Secondo quanto finora è stato accertato dai carabinieri, la badante durante la notte, mentre probabilmente era sola in casa con l'anziana, avrebbe avuto una forte emorragia, forse causata da un aborto spontaneo. La donna ha raccolto il sangue che perdeva in una bacinella, che è stata trovata dagli investigatori nella sua camera da letto. Chiusa nella sua stanza, Ylenia aspettava e sperava di star meglio. Poi è uscita dalla camera da letto per andare in bagno, ma è stata colta da malore ed è caduta per terra, in seguito alla forte perdita di sangue. È morta senza chiedere aiuto. Il passaporto della donna è stato trovato in un appartamento di Mola di Bari, a pochi chilometri dal capoluogo pugliese, nel quale lei si recava, ospite di amiche, nei giorni di riposo. Donne che i carabinieri ritengono siano clandestine e delle quali si ha traccia nel racconto fatto ai carabinieri dal proprietario dell'appartamento dove lavorava. Non è stato per ora possibile rintracciarle. Ylenia pare fosse separata e madre di un figlio ormai grande. Tra i suoi effetti personali i carabinieri non hanno trovato alcun riferimento che possa condurre ai familiari: solo alcuni medicinali con caratteri cirillici, giornali in lingua russa e un portafoglio contenente 30 euro. Il suo attuale datore di lavoro ha riferito ai carabinieri che prima di giungere a Torre a Mare la donna aveva vissuto per un periodo a Mola di Bari. Il corpo della donna è stato trasferito all'ospedale di Acquaviva delle Fonti (Bari) per l'autopsia disposta dal sostituto procuratore di turno Ada Congedo.
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7 giugno 2009
Brescia: Pat e Obaze promessi sposi. Vicesindaco nega il matrimonio.
«Questa è una storia di cattiveria gratuita, di accanimento contro i deboli e di razzismo istituzionale. E faccio notare che queste definizioni sono molto ponderate»: così Umberto Gobbi dell'Associazione Diritti per Tutti nell'introdurre la triste vicenda di Pat e Obaze, Nigeriani, che vorrebbero sposarsi nella ricca Brescia dove abitano ma che, per ora, non possono farlo, ostacolati dal vice sindaco nei panni di un Don Rodrigo fuori tempo.Pat, 25 anni, da oltre sette a Brescia con regolare permesso di soggiorno, contratto a tempo indeterminato, incinta di 6 mesi. Obaze, 30 anni, sofferente di una seria malattia cardiopolmonare, ha perso il permesso di soggiorno perché le lunghe degenze ospedaliere non gli hanno lasciato il tempo di seguire la pratica per ottenere l'asilo politico che aveva richiesto in quanto perseguitato religioso. I due decidono di sposarsi e Pat si reca all'anagrafe per informarsi dei documenti da produrre e se la mancanza di permesso di soggiorno per il marito costituisca un impedimento. All'anagrafe le dicono che non è un problema, che bastano passaporto e un nullaosta rilasciato dall'ambasciata che attesti lo stato civile dei futuri coniugi. Pat va a Roma, sopporta la fatica del viaggio e delle lungaggini burocratiche, ottiene tutti i documenti, torna all'anagrafe e torna a chiedere: «mio marito non ha il permesso va bene lo stesso?». Ancora una volta è rassicurata, le viene dato l'appuntamento per le pubblicazioni, il 21 maggio. Quel giorno Pat e Obaze tornano negli uffici comunali, Pat viene accompagnata in una stanza da due impiegate che le dicono di riempire un modulo. Una delle due si allontana e poco dopo torna con i vigili che prelevano Obaze, impedendo a Pat di salire sulla stessa vettura con cui viene condotto al posto di polizia e senza informarla del motivo del fermo. Al comando dei vigili la donna non può vedere il fidanzato, le dicono solo di aspettare. Arriva un'ambulanza, Pat intravvede Obaze con il sangue culla bocca, si spaventa, cerca di salire sull'ambulanza ma, ancora una volta le viene impedito. Con un taxi arriva all'ospedale, finalmente parla con Obaze, che a causa dell'emozione si è sentito male. Il malore passa, l'uomo viene portato in carcere, e solo l'indomani Pat può finalmente sapere il motivo dell'arresto: non ha ottemperato all'ordine di espulsione. Tuttavia Obaze è stato assolto proprio ieri: evidentemente il giudice ha ritenuto che sussiste un giustificato motivo per la non punibilità, «anzi i motivi sono almeno due», sottolinea Manlio Vicini, legale dell'Associazione Diritti per tutti «le critiche condizioni di salute e l'aspettativa di paternità. Queste le motivazioni che useremo per richiedere la legalizzazione di Obaze».I due Nigeriani si sposeranno sicuramente, perché la legge non impedisce il matrimonio e non richiede permesso di soggiorno, almeno finchè non entrerà in vigore il pacchetto sicurezza. «Per questo abbiamo definito la vicenda di gratuita cattiveria» spiega Umberto Gobbi che garantisce: «si sposeranno, questo è certo», aggiungendo poi: «la cosa vergognosa è che ai due è stata tesa una trappola da qualcuno dell'anagrafe, che individueremo, in sintonia con l'ideologia razzista degli amministratori cittadini»; infine Gobbi evidenzia il risvolto comico della situazione: «Pat lavora da sette anni per la ditta Ok Capelli, dell'attuale assessore Nicola Orto. Se il vicesindaco Rolfi avesse chiesto al collega prima di decretare il matrimonio non s'ha da fare…"». «La giunta comunale è solo capace di dare la caccia agli immigrati, per nascondere le sue incapacità e i suoi fallimenti», conclude l'avvocato Vicini. Pat non usa parole di biasimo, anche se ne avrebbe tutti i diritti: con un sorriso dolceamaro si limita a manifestare la sua sorpresa: «non mi sarei mai aspettata un atteggiamento del genere dall'anagrafe», confessa, «perché io vivo e lavoro qui da tanti anni, mi sono sempre trovata bene» e nonostante tutto quello che ha subito si dice «contenta del fatto che la sua bimba, che chiamerà Nicoletta, nascerà a Brescia».Questa storia di manzoniana memoria non è purtroppo la caratteristica di una singola città, tutto sommato di provincia, ma è invece emblema di un cupo clima generale che avvolge l'Italia dove imperano l'ipocrisia e il razzismo di molti governanti, locali e nazionali, i quali a parole osannano il sacro vincolo del matrimonio tra una donna e un uomo, se questi sono italiani, cristiani e possibilmente benestanti. Se invece di Renzo e Lucia i futuri coniugi si chiamano Pat e Obaze, o Rania e Muhammad, o Alina e Vladi, allora la sacralità viene meno e i signorotti di turno si battono per impedirlo. E' la politica dei sue pesi e due misure, tipica della classe dirigente che sta governando il nostro paese che «dobbiamo fermare con la mobilitazione e l'indignazione antirazzista», come esorta il comunicato dell'Associazione Diritti per Tutti.fonte: Liberazione
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Napoli: Ragazza ucraina, bravissima a scuola, ma niente maturità: è clandestina
A scuola è bravissima, ma non ha il codice fiscale. E per questo non può fare l'esame di maturità. Daria è ucraina, parla 6 lingue e, nel suo paese, ha già il suo titolo di studio. Che, però, in italia non è valido: per questo ha dovuto rifare il liceo. Ma ora, giunta all'ultimo anno, l'ennesimo ostacolo. Daria è clandestina, non ha documenti e tantomeno il codice fiscale. E senza quel tesserino di plastica non può fare l'esame di Stato. La vicenda, riportata dal quotidiano "Il Mattino", si svolge al liceo Margherita di Savoia di Napoli. E non è altro che la logica conseguenza delle nuove norme varate dal governo. Il ministero dell'Istruzione, infatti, per compilare l'anagrafe dello studente deve rilevare i dati relativi a ogni singolo candidato. Compreso il codice fiscale, che, successivamente, passerà al vaglio dell'agenzia delle entrate. Un'operazione che deve essere fatta entro dopo domani. Siccome la circolare del 22 maggio 2009 del ministro Maria Stella Gelmini vuole che senza codice fiscale non si possa sostenere l'esame, per Daria il sogno di diplomarsi rischia di infrangersi per sempre. Daria a Napoli vive insieme ai genitori: la madre fa le pulizie ad ore, il padre il saldatore. A scuola, intanto, è scattata una vera e propria gara di solidarietà per aiutarla mentre i suoi compagni pensano di inoltrare una petizione. fonte: la Repubblica
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Scontri a Pisa-Brescia, 6 arresti in "flagranza differita”
6 ultras del Pisa sono stati arrestati 2 giorni dopo la partita Pisa-Brescia che ha portato alla retrocessione la squadra toscana, dopo i 3 fermati al momento degli scontri. La rabbia degli ultras si è scatenata a fine partita a retrocessione acquisita, e ha portato al ferimento di 35 fra poliziotti e carabinieri. Dopo i fermi il Vice Questore Vicario Claudio Lecci dichiarava: "I filmati repertati ed analizzati fotogramma per fotogramma dimostrano che alcuni soggetti, nonostante i lunghi tempi dedicati dalle Forze dell'Ordine a tentare di dissuadere gli ultras, si sono deliberatamente e reiteratamente spesi con ogni possibile energia per attaccare gli Agenti, con il ricorso a pietre, bottiglie, segnali stradali divelti ed oggetti di ogni specie, ferendone ben 35 e devastando i luoghi adiacenti lo stadio".Tutti e 9 i fermati sono stati rilasciati ieri e predisposti arresti domiciliari o firme 3 giorni su 7. Nei prossimi giorni, quindi, è presumibile che arriverà una nuova raffica di denunce, stavolta a piede libero - a meno che il giudice non ne disponga la custodia cautelare in carcere - , per altri ultras nerazzurri.Le tenaglie della repressione nel mondo del tifo organizzato ha portato a costruire delle leggi apposite anche per l'arresto in flagranza inserendone la "flagranza differita” a norma del decreto legge 24 febbraio 2003, n°28, convertito in legge 24 aprile 2003, (in materia di violenza durante le manifestazioni sportive), che concede 48 ore di tempo alle Forze dell'Ordine per arrestare chi è convolto negli scontri.fonte: Infoaut
6 giugno 2009
Roma, aggressione fascista picchiati due ragazzi
«Ieri notte, verso le due e mezza, due ragazzi uscivano dal centro sociale 'La Strada' dopo aver assistito ad un concerto rock. La coppia si dirigeva a piedi verso Via Massaia quando all'altezza del Roma Club in Via Roberto Da Nobili venivano raggiunti da due tizi vestiti di nero che li aggredivano urlandogli 'comunisti di merda, voi e i vostri centri sociali'. Dopo una serie di percosse uno degli aggrediti riceveva anche una coltellata alla coscia. Una volta conclusa la colluttazione, la coppia aggredita correva al pronto soccorso del Cto dove i medici hanno suturato con 8 punti la ferita del ragazzo e la polizia e la polizia ha interrogato i due giovani». Lo denuncia in una nota il centro sociale La Strada. «Dopo poco più di un mese dall'uccisione di Aldo Murgia in Via Costantino, dopo l'assassinio a fine marzo davanti ai locali notturni di Via del Gazometro, dopo una serie di aggressioni tutte corredate da armi da taglio che tanto sono in voga anche fra le giovani generazioni - continua la nota - questa volta l'atto criminoso colpisce due giovani del quartiere stesso colpevoli di aver partecipato a una serata di festa che come tutte le iniziative organizzate dal nostro Centro Sociale rivendica una cultura altra e libera che si possa contrapporre alla cultura aggressiva e arrogante che si respira intorno ai locali notturni della nostra zona. Alla vigilia delle elezioni, in una città governata da razzisti e fascisti, gli episodi d'intolleranza (l'ultimo a Tormarancia) si moltiplicano nei nostri quartieri; invitiamo pertanto tutti gli abitanti a mantenere un'attenzione e una vigilanza attiva».fonte: l'Unità
5 giugno 2009
Milano: Accoltellato Mohamed Ba scrittore senegalese attivista antirazzista
"Hai problemi?», gli ha chiesto. «No, perché?», gli ha risposto il malcapitato, raggiunto subito dopo da una coltellata allo stomaco. Vittima dell’aggressione, Mohamed Ba, attore, scrittore e musicista senegalese di 46 anni, impegnato sui temi dell’antirazzismo e dell’integrazione. Protagonista di un’opera teatrale, Lotta di negro contro cani, di Bernard-Marie Koltés, in scena fino a tre giorni fa al teatro Pim di Milano. Ricoverato al Niguarda, Ba non è in pericolo di vita.L’episodio risale alle 20 di domenica. L’aggressore, ricorda Ba sotto shock, è un uomo bianco, forse italiano: «Indossava occhiali da sole e aveva un casco da moto in mano». Dopo la coltellata — piuttosto profonda, secondo i medici del Niguarda, che ieri mattina lo hanno operato — «tutti gli altri che erano con me alla fermata sono fuggiti». Chiara, la fidanzata di Mohamed, lancia un appello: «Chi ha visto parli e aiuti la polizia». Del caso si occupa ora il commissariato Sempione, al quale si sono rivolti ieri, per sollecitare indagini, i missionari del Pime, con i quali Ba collabora.Gli amici di Ba temono, sia pure con cautela, che il movente del gesto possa essere razziale. Babacar Ndaye, presidente di un’associazione di senegalesi, prova «rabbia» anche per il «menefreghismo di chi non ha prestato soccorso». Preoccupata anche Alessia Mosca, deputata del Pd e amica di Ba: «Speriamo non sia l’ennesimo segnale del clima d’intolleranza che si vive in questo Paese».
Fonte: Kata web multimedia
Genova: Vigili urbani picchiano selvaggiamente un immigrato
«Mio fratello è stato picchiato dai vigili: erano in nove, uno armato di un bastone. Ci siamo già rivolti a un avvocato e li denunceremo». A parlare, in preda alla rabbia, è Naceur Triki, tunisino da trent'anni in Italia. Si riferisce al fratello Raduane, quarantasettenne titolare di una pescheria in via del Lagaccio: arrestato ieri mattina dai vigili urbani in piazza Montano, a Sampierdarena, per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. «Raduane ha fermato il suo furgone dopo aver lasciato il figlio alla fermata dell'autobus - spiega Ciro, fruttivendolo della piazza e testimone - Mi ha detto che lo aveva visto litigare con un altro ragazzo e che un vigile li stava dividendo: secondo Raduane l'agente aveva dato uno schiaffo a suo figlio. Così gli si è avventato contro e il vigile ha chiamato i rinforzi. Sinceramente una scena così l'ho vista solo nei filmati americani. Erano in nove. Mi sono messo in mezzo per fermarli e ho chiamato i fratelli di Raduane. Perchéè pure cardiopatico e lo hanno operato da poco». Alla fine sono arrivati anche i carabinieri e il quarantasettenne è stato accompagnato al Villa Scassi: dove è stato trattenuto in osservazione per 12 ore. Per lui, 7 i giorni di prognosi.Tre i vigili medicati in ospedale: per loro la prognosi è stata di 4, 5 e 6 giorni. Secondo la ricostruzione della polizia municipale, che smentisce l'uso di bastoni e parla di 6 agenti intervenuti, Triki si sarebbe infuriato dopo essere stato fermato per aver "bruciato" un semaforo rosso. Per lesioni e resistenza, è stato anche denunciato il figlio diciassettenne del negoziante arrestato, segnalato al tribunale per i minorifonte: secolo XIX
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Genova G8: Il pg ha di fatto chiesto di raddoppiare le pene decise in primo grado per 24 dimostranti.
Duecentoventi anni di reclusione. È stata questa la richiesta del sostituto procuratore generale Ezio Castaldi al processo d'appello per i 25 dimostranti accusati di devastazione e saccheggio durante le manifestazioni del G8 di Genova. In primo grado i pm avevano chiesto la condanna a 225 anni. Un solo imputato fu assolto, gli altri 24 furono condannati a penne complessive per 108 anni. I giudici allora distinsero nettamente le responsabilità fra i casseur appartenenti al "blocco nero" e le "tute bianche". Pene molto severe per i primi, più blande per gli altri. Se in secondo grado fosse accolta la nuova richiesta, significherebbe che gli addebiti più pesanti (il reato di devastazione e saccheggio) sono stati estesi a tutti. E alcuni imputati rischierebbero concretamente di tornare in carcere. Alla lettura delle richieste ne era presente in aula soltanto uno, Paolo Putzolu, assistito dal legale Pietro Bogliolo. Putzolu era stato condannato a due anni e otto mesi per resistenza aggravata dalle lesioni, ma assolto dall'accusa di devastazione e saccheggio.Dopo la requisitoria hanno parlato i legali che rappresentano le "vittime". Il primo a discutere è stato Umberto Pruzzo, che assiste il carabiniere alla guida del defender da cui il suo collega Mario Placanica sparò uccidendo Carlo Giuliani. La costituzione di parte civile è nei confronti di Massimiliano Monai, noto come "l'uomo della trave", accusato di aver partecipato all'assalto. È stata quindi la volta dei legali di Carige (alcune agenzie furono devastate) e dell'Avvocatura dello Stato: il ministero degli Interni e della Difesa ritengono infatti rovinata la loro immagine dal disastro di quei giorni.fonte il secolo XIX
30 maggio 2009
Roma: Corteo anti G8 più di 20 mila in corteo, momenti di tensione per una provocazione fascista. Fermati 5 compagni
"Siamo più di 20mila". Lo dicono gli organizzatori del corteo anti G8. Alla partenza del corteo provocazione fascista, un gruppo di ragazzi di destra ha tentato di infiltrarsi nel corteo contro il G8 ma sono stati riconosciuti dagli stessi manifestanti che li hanno allontanati e rincorsi. L'episodio, al quale sono seguiti momenti di tensione, è accaduto all'altezza di piazza Vittorio al passaggio del corteo. Alcuni agenti in borghese hanno bloccato il gruppo di ragazzi di destra: alcuni sono stati fatti entrare in una macchina che è stata poi circondata e inseguita dai manifestanti. Un ragazzo di destra, rimasto fuori dall'auto, ha rischiato il linciaggio ma è stato poi raggiunto e messo in salvo dai poliziotti che lo hanno caricato su un'auto fatta poi bersaglio di un lancio di oggetti. "La provocazione c'è stata, tre persone hanno tirato delle bottiglie sul corteo e non erano certo dei manifestanti". Lo ha detto Paolo Di Vetta dei Blocchi precari metropolitani, uno degli organizzatori del corteo. Cinque ragazzi della rete 'Rash', gruppo antifascista europeo, sono stati fermati dalla polizia dopo i brevi disordini scoppiati in via Buonarroti pochi minuti fa, nel corso del Corteo contro il G8 di Roma. Roma: Al via il G8 su sicurezza e immigrazione: azioni simboliche in città, 5 fermati. Oggi corteo nazionale
Aperti i lavori il G8 su immigrazione e sicurezza, in una Roma blindata che vedrà domani, in occasione del corteo, dislocati quasi 6mila forze dell'ordine. Un G8 degli Interni che la Rete No G8 vuol contestare, e che ha visto già nei giorni scorsi un primo momento di lancio del corteo nazionale indetto per oggi. Giovedi è stata occupata la sede dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni, mentre ieri invece blitz e azioni dislocate in vari punti della capitale con una sortita nella sede dell'anagrafe, poi azione alla Marina Militare, infine comparsata di San Papier nella basilica di Santa Maria Maggiore, all'Esquilino, quartiere multietnico di Roma. Muniti di striscioni e vernici i No G8 hanno quindi proseguito anche quest'oggi la contestazione del G8 su immigrazione e sicurezza. Ingine c'è stato un presidio dinnanzi al Cie di Ponte Galeria, luogo nel quale alcune settimane fa si è suicidata una migrante. Intanto nelle azioni di ieri mattina sono stati fermati e denunciati per manifestazione non autorizzata 5 attivisti, 1 italiano e 4 migranti. Oggi il corteo contro G8, razzismo e deriva securitaria. Il concentramento è fissato alle ore 15 nel centro città, la manifestazione partirà da Porta Maggiore e si concluderà in piazza Navona.29 maggio 2009
La Lega Nord non si può contestare?
Mentre si avvicinano le elezioni europee, e prendono il via scelbi comizi e iniziative dei partiti politici, è possibile constatare come le autorità tentino, parallelamente, di ridurre lo spazio per il dissenso e la contestazione. La Lega Nord, partito di governo coaudiatore delle politiche razziste dell'esecutivo del presidente del consiglio Berlusconi, è indubbiamente la forza politica che, a ragione, è presa di mira dalle aree di movimento, visto il suo ruolo non secondario nell'implementazione delle politiche migratorie e securitarie, dal pacchetto sicurezza ai respingimenti in mare. I fatti di Torino e Bologna, e i loro strascichi, sono 2 esempi di ciò.La cronaca da Torino:
Nel pomeriggio di martedi 26 maggio la polizia ha fermato per la strada sette compagni a San Salvario, in corso Marconi, e li ha portati in commissariato. Dei sette quattro sono stati portati alle Vallette, con l'accusa di avere preso parte poco prima ad una irruzione nella sede della Lega Nord di Largo Saluzzo, con un lancio di volantini. Intanto, dall'altro lato della città, un'altra sede della Lega Nord veniva visitata, ma la polizia non sa a chi attribuirne il merito. In questo secondo caso è stata rotta una vetrata e lanciato un fumogeno (alcuni giornali parlano anche di alcuni petardi). In serata un gruppone di solidali si è radunato i Corso Giulio Cesare, è ha attuato una lunga serie di blocchi stradali del quartiere Aurora. I quattro sono stati arrestati con l'accusa di violenza privata. L'udienza di convalida sarà quest'oggi.
La cronaca da Bologna:
Ieri sera, durante un volantinaggio in via del Pratello, 21 persone sono state portate in questura per il riconoscimento dopo un'iniziativa comunicativa che ha visto diverse persone distribuire volantini e flyer di lancio dell'iniziativa "Io non ho paura" di martedì 2 giugno in piazza San Francesco. Nel passaggio accanto la nuova sede della Lega Nord in via Pietralata alcuni attivisti hanno attaccato alla vetrina foto dei respingimenti in Libia dei migranti e slogan contro le politiche razziste coadiuvate dalla Lega. E' stato sparso letame fuori dalla sede e colorata di vernice rossa la vetrina. In via Sant'Isaia sono stati tutti fermati dalla polizia e condotti in questura, dove sono stati denunciati per danneggiamento e manifestazione non autorizzata.
fonte: Infoaut
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28 maggio 2009
Testimonianze: A Verona repressione è civiltà
Mercoledì 27 maggio, a Verona, piazza dei Signori, verso mezzanotte sono arrivate diverse pattuglie della polizia locale. Comandati dal vice capo dei vigili Sgrella si sono imposti per fare rispettare l’ordinanza del sindaco che vieta di suonare strumenti musicali dopo le ore 22. Come ogni mercoledì, in piazza dei Signori, stasera c’erano moltissimi giovani, che si ritrovano liberamente per parlare, suonare, vivere la piazza cittadina fuori dal contesto commerciale, dei bar, dei locali.I vigili hanno dapprima dato una multa (di 100 euro) ad un ragazzo che suonava uno strumento a percussione. La protesta si è accesa subito, un cumulo di ragazzi circondava le pattuglie chiedendo spiegazioni, protestando, ironicamente facendo bolle di sapone vicino alle macchine della polizia locale. Immediatamente è nata una colletta spontanea tra le persone presenti, che ha coperto quasi subito l’intero ammontare della multa. Da notare che in piazza, stasera, era presente lo stato maggiore della polizia, con vicequestore, vice capo della digos, un numero imprecisato di vigili e di poliziotti, che riprendevano e monitoravano la situazione. La polizia si è fermata in piazza presidiandola per un lungo lasso di tempo, con l’evidente intenzione di scoraggiare il ritrovo. Vedendo che la gente non se ne andava, il vice comandante della polizia locale , tale Sgrella, è penetrato, seguito da almeno 10 vigili, tra le persone chiedendo le generalità ad un ragazzo che suonava una chitarra. Con toni provocatori e mettendo per primo le mani addosso, spingendo e trattenendo. Ha acceso da solo una piccola colluttazione coi presenti, che, vedendo la situazione degenerare, hanno unicamente alzato la voce frapponendosi alla prepotenza di Sgrella. Immediatamente sono arrivate in piazza almeno tre jeep della polizia, DALLE QUALI SONO SCESI, CASCHI IN TESTA E MANGANELLI IN MANO i poliziotti formando un cordone di fronte alla gente presente. Da notare ancora che l’arrivo dei poliziotti è stato fin troppo tempestivo e brevemente deciso. Immediatamente hanno circondato la gente che protestava e hanno portato via,con la forza due ragazzi: Gigi e Jack, menando le mani, calciando e spintonando chiunque si frapponesse, anche solo per chiedere spiegazioni. La digos, fino ad allora fintamente disposta al dialogo, ha dato manforte operativa (con mano pesante) al sequestro dei due ragazzi. Abbiamo visto una scena allucinante: due ragazzi, per il solo fatto di chiedere spiegazioni e protestare per l’incursione della polizia in una piazza dove il reato più grave è stato suonare una chitarra, sono stati pestati e portati via di peso dalle forze dell’ordine al gran completo. Abbiamo visto ufficiali della polizia locale, della digos, della polizia, menare le mani e trascinare a forza due ragazzi nelle volanti. Alle proteste, alle grida di contrarietà, ci siamo visti rispondere con insulti e spintoni. Il fatto più grave è che la violenza è cominciata dal vice comandante della polizia locale, Sgrella, che per primo ha acceso la zuffa insultando e picchiando, e che la polizia, in assetto anti sommossa, è arrivata nel giro di secondi (non di minuti) dall’inizio della zuffa. A tutti è sembrato chiaro l’intento e il fine: accrescere la tensione per intervenire con la forza, con il manganello, per “dare una lezione”, per far capire il clima: chi suona la chitarra dopo le 22 deve prendere mazzate. Bisogna aver paura di trovarsi in piazza lontano da un bar, dove la socialità si sviluppa spontanea. Chi alza la cresta anche in nome di una cosa innocente e meravigliosa, come vivere una piazza, prenderà manganellate. Immediatamente, promosso dalle ragazze e dai ragazzi presenti, è nato un corteo spontaneo e non autorizzato verso la questura, per chiedere il rilascio immediato di Jack e Gigi. La gente si è mossa lungo il centro storico gridando “ Verona città libera, liberi tutti subito” fino ad arrivare alla questura, dove i ragazzi hanno protestato, bussando vivacemente al cancello della questura. Epilogo: dopo che la digos si è frapposta intavolando una falsa e ipocrita discussione, i due ragazzi sono stati rilasciati, con la denuncia di: resistenza a pubblico ufficiale, con aggravante, e rifiuto di fornire i documenti, sempre con aggravante. A noi sembra chiaro che in questa città ci sia un’emergenza democratica: al suono di una chitarra non si può reagire a manganellate. Alla voce dei ragazzi che vogliono vivere la città in modo libero e sano, non può rispondere un divieto, un’ordinanza restrittiva. Al dissenso per un comportamento becero, come è stato quello delle forze dell’ordine stanotte, non possono seguire botte e denunce a raffica. Quello che faremo, io e tutti quelli che in piazza Dante vedono uno spazio libero, sarà di continuare a ritrovarci il mercoledì, come sempre, per vivere la piazza della città, e di frapporci con ogni metodo all’oppressione, alle ordinanze folli, alle manganellate della polizia, alla ipocrita retorica della sicurezza sponsorizzata dal sindaco Tosi, alle denunce, alle minacce, alle multe stratatosferiche, al clima autodistruttivo per cui ogni dissenso va cancellato.Tutto ciò che è stato detto è documentato tramite filmati, testimonianze e, stanotte, tramite un referto medico di uno dei fermati.
Un gnàro, butèl, tòso, sccèt, ragazzo di piazza Dante. Persona. Essere umano.
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Genova G8: al via l'appello per i manifestanti accusati di devastazione nel luglio 2001.
Una serie di eccezioni per difetto di notifica e subito il rinvio al 4 giugno prossimo. E' iniziato così, ieri mattina, il processo d'appello a 25 persone inseguite dal 2001 dalla paradossale accusa di devastazione e saccheggio, un reato inventato per colpire gli sciacalli che entrano in azione dopo i bombardamenti o dopo un terremoto e ripescato da chi dovette occuparsi dei fatti di Genova del 2001 per controbilanciare l'enormità dei massacri della Diaz e di Bolzaneto.I tempi si preannunciano brevissimi in un contesto di silenzio delle reti di movimento sulla specifica vicenda di 25 persone pescate dal mucchio dei 300mila aggrediti nei giorni del luglio. Ieri, a palazzo di giustizia, nella stessa aula che ha ascoltato le sentenze choc sulla Diaz e su Bolzaneto (assoluzioni o pene minime per gli esponenti delle forze dell'ordine) è stata pronunciata dal pm una relazione definita asettica, difficilmente interpretabile, dagli addetti ai lavori. Ma l'accusa insiste per affibbiare quanti più anni possibile a tutti i manifestanti. Le conclusioni delle difese potrebbero iniziare già dal 5 giugno nell'ambito di un calendario fitto in cui si cercherà riunire il processo anche per le posizioni ieri stralciate per difetti di notifica. Il silenzio del movimento rischia di svalutare le certezze fissate dalla sentenza che, se da un lato, è piuttosto pesante per i cosiddetti black bloc (qualcuno è stato condannato a 11 anni per un "semplice" danneggiamento"), dall'altro dice cose importanti. Ossia, spiega che la responsabilità degli scontri di via Tolemaide è tutta dei carabinieri. Infatti, gli imputati riferibili all'area delle tute bianche, che divennero disobbedienti quel 20 luglio, uscendo dal Carlini, sono scampati per questo alla condanna per devastazione, portando a casa solo reati e pene minori. E' stata loro riconosciuta la scriminante della reazione agli atti arbitrari del pubblico ufficiale. Coloro che scendevano da via Tolemaide subirono una serie lunghissima di illeciti da parte dei carabinieri: giornalisti che furono presi a calci, lacrimogeni sparati ad alzo zero, blindati in corsa a inseguire manifestanti sui marciapiedi, la carica immotivata a un corteo regolarmente autorizzato, l'uso di spranghe, camuffate da manganellate. Illeciti che il pm continua a minimizzare. «E sono restati tutti senza alcuna sanzione, neppure un'iscrizione di ignoti al registro degli indagati - osserva uno dei legali della difesa, Emanuele Tambuscio - e iltribunale aveva trasmesso gli atti alla procura per quattro testi, due ufficiali dei carabinieri e due dirigenti di polizia (quelli che hanno comandato le cariche) perché hanno detto il falso. Due anni dopo il fascicolo è fermo lì». Come sia possibile? Basta non fare nulla, per non aumentare il fastidio prodotto da una sentenza come quella pronunciata nel dicembre 2007. In un paese normale cadrebbero i ministri, qui non cade neanche un brigadiere.Sono stati cinque, ieri, gli imputati stralciati che dovranno comparire nelle prossime udienze. Nell'aula magna dove si è svolto il dibattimento presieduto da Maria Rosaria D'Angelo non era presente alcun imputato. Davanti ai giudici,solo i difensori degli imputati ed i legali delle parti civili. Gli imputati stralciati per difetto di notifica sono Duccio Bonecchi, Paolo Dammicco, Mauro Degl'Innocenti, Omid Tabar Firouzi e Francesco Toto: per i primi due l'udienza è fissata per il 13 luglio mentre per gli altri tre il 18 giugno. I giudici, dopo una camera di consiglio di oltre un'ora, hanno pure deciso la data che riguarda altri due imputati: il 4 giugno per Carlo Arculeo e Antonino Valguarnera. In questo caso a causa dell'assenza del loro difensore, Roberto Lamma del foro della Spezia che è malato. In primo grado le condanne erano state complessivamente di 108 anni per 24 imputati. L'unica assoluzione, per non aver commesso il fatto, aveva riguardato solo Nadia Sanna. I pm Anna Canepa e Andrea Canciani avevano invece chiesto 225 anni di carcere complessivi.Bologna. Si apre il festival delle culture antifasciste
Da venerdì 29 maggio a martedì 2 giugno, Bologna ospiterà il Festival delle culture antifasciste, presso il parco delle Caserme rosse, che si guadagnò il nome di «lager di Bologna» quando i nazisti vi rinchiusero migliaia di rastrellati in attesa di deportazione. Una cinque giorni di incontri, dibattiti, presentazioni, workshop, convegni, tavole rotonde, proiezioni, concerti e spettacoli teatrali per parlare di antifascismo ricollocandolo al centro di un dibattito che vuole parlare anche di uscita dalla crisi, dal razzismo istituzionale, dalla negazione di diritti e dal restringimento delle libertà che stiamo vivendo negli ultimi tempi.
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26 maggio 2009
Roma: Alemanno nega la sala del cinema L'Aquila anche per la proiezione del film sul G8 di Genova
«Torneremo a Roma, in piazza, dopo la campagna elettorale, per presentare il documentario sul G8 e sul Governo che il Comune di Roma ci aveva censurato». Un mese dopo, Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio alzano di nuovo la voce su un episodio che sembra caduto nel silenzio. Complice la distrazione diffusa, l'anestesia generale che addormenta ormai la politica in città. Il fatto, allora, lo ripetiamo. Lo scorso 22 aprile, a Roma, si è svolto un atto di censura. Autore: il Comune. Parte lesa: il regista Beppe Cremagnani e il giornalista Enrico Deaglio. Dinamica difficile da equivocare. Cremagnani e Deaglio dovevano proiettare il loro documentario "G8/2001: fare un golpe e farla franca" al Cinema L'Aquila, nel periferico quartiere del Pigneto, e partecipare (insieme al direttore de l'Unità, Concita De Gregorio) a un dibattito organizzato dal Pd. Tra gli invitati anche Massimo D'Alema. A poche ore dall'inizio, però, al cinema sono arrivate due e-mail. Una dal dipartimento periferie: «Si comunica che non si accorda l'approvazione». L'altra dal dipartimento cultura, a lamentela del «mancato contraddittorio». Proiezione saltata, sit-in di protesta. Fino alle scuse di Alemanno, in serata, consegnate ad una nota stampa. «Non ne sapevo niente, un errore tecnico dei dipartimenti. Scelta sbagliata». Da allora, però, denunciano Cremagnani e Deaglio, il silenzio. «Ci aspettavamo due righe dal sindaco. Se davvero si era sbagliato, allora avrebbe dovuto chiederci scusa», protesta Cremagnani. «Sono stati loro a negarci la sala, dovevano essere loro a metterla di nuovo a disposizione. Con un'autorizzazione scritta e non un comunicato stampa», incalza. «Dal punto di vista personale, il silenzio di Alemanno è un gesto maleducato. Dal punto di vista politico, è una cosa gravissima. Da un lato si vieta una manifestazione democratica come la nostra, dall'altro si concede il patrocinio a iniziative organizzate dal centro sociale CasaPound, che ancora oggi inneggia al fascismo», aggiunge. E conclude: «Tutto questo è la riprova, come dice il titolo di uno dei dvd che abbiamo realizzato, che si continua a governare con la paura». Anche il giornalista Enrico Deaglio non fa sconti. «Ci stiamo abituando a tutto, anche a una cosa inaudita come questa. È il segnale che il clima nel paese sta cambiando». Deaglio ricorda che le proiezioni del film-documentario si stanno susseguendo senza problemi e senza divieti in tutta Italia. L'ultima un paio di settimane fa, nella Milano di Letizia Moratti, organizzata in Camera del Lavoro dalla Cgil. «Problemi a Milano? Assolutamente no. E ci mancherebbe altro.Quello che ci è successo a Roma è senza precedenti». Deaglio ricorda il contenuto del docu-film. «Non è mica un film pornografico! Parla della gestione delle forze dell'ordine a Genova, durante il G8, ma anche in questi mesi del Governo Berlusconi: da Chianciano, a Vicenza, a Parma. Ci sono documenti inediti, interviste esclusive. Si trova senza problemi in libreria». E, alla fine, rilancia. «Dopo la campagna elettorale torneremo in città». L'idea è quella di una proiezione all'aperto, nella zona pedonale del Pigneto, a pochi passi dal cinema vietato. «Vogliamo mostrare questo film ai romani. Speriamo che questa volta non ci siano problemi».fonte: l'Unità
Cosenza: La Repressione colpisce l'onda. 5 avvisi di garanzia
Il 15 gennaio del 2009 una “mareggiata” ha travolto l’università della Calabria. Gli studenti insieme ad alcuni attivisti di movimento hanno ripreso la parola hanno deciso di manifestare la loro rabbia e la loro indignazione rispetto a quello che stava avvenendo dentro l’aula magna. Trecento tra studenti, ricercatori, docenti, precari e attivisti politici volevano contestare l’enorme teatrino mediatico messo in piedi dal magnifico, dalla sua corte accademica e dal solito carrozzone politico-istituzionale, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico presenziata dalla figura del capo dello stato, Giorgio Napolitano. Ribadiamo oggi quel che affermavamo già allora: non c’era nulla da inaugurare viste che era ed è tuttora in atto lo smantellamento dell’università e della ricerca libera, mirato di fatto ad impedire la formazione di coscienze critiche. Denunciamo ancora una volta i gravi fatti avvenuti quella mattina: lo stato di militarizzazione ingiustificato sotto il quale è stato posto l’intero ateneo; l’ aggressione messa in atto da parte delle forse dell’ordine presenti (polizia, carabinieri, guardia di finanza, corpo forestale dello stato, polizia provinciale, vigili urbani e guardie giurate; addirittura cecchini posti sui cubi) ai danni dei manifestanti che chiedevano di esprimere il proprio dissenso, negli stessi luoghi che frequentano quotidianamente. Suddetti luoghi, in assenza di ordinanza restrittiva, erano come ogni mattina accessibili e frequentati da tutti. La situazione si aggravò improvvisamente quando un primo gruppo studenti, percorrendo il ponte nel tentativo di esprimere il diffuso dissenso rispetto a ciò che stava succedendo, venne aggredito, bloccato e spinto indietro dalle forze dell’ordine, impedendo loro l’esercizio di due diritti sacrosanti, (libera circolazione e libero dissenso).Nel frattempo ad un secondo gruppo di studenti veniva impedito il passaggio sul ponte per raggiungere il luogo scelto per il sit-in, attraverso minacce ed intimidazioni.Ad oltre quattro mesi di distanza dai gravi fatti sopra citati è avvenuta una nuova puntata di questa incredibile commedia: gli organi di polizia e le istituzioni hanno nuovamente aggredito il movimento facendo pervenire cinque denunce ad altrettanti manifestanti. Le accuse che vengono mosse sono quelle di resistenza e aggressione a pubblico ufficiale, e radunata sediziosa. L’impianto accusatorio per chi ha vissuto quelle giornate è semplicemente ridicolo; oltre che per l’inesistenza dei reati contestati anche perché, ancora una volta, vengono utilizzati, a scopo repressivo, reati risalenti al periodo fascista, (regio decreto 18 del diciotto giugno 1931; 655 c.p. “radunata sediziosa”). Non è accettabile che la classe dirigente di un paese che si vuole fondando dall’antifascismo, utilizzi per conservare e riprodurre il potere metodi e leggi risalenti al ventennio.Scriviamo quanto è successo non per esprimere vittimismo. Sappiamo che il nostro agire politico produce conflitto sociale e perciò genera repressione; ma questo non ci spaventa. Scriviamo ciò per ristabilire la verità sui fatti, perché vogliamo essere noi e raccontare le nostre storie, e non altri. Tutto questo va inserito in un contesto nazionale fatto di criminalizzazione del dissenso, demonizzazione e ghettizzazione del diverso. Contesto a cui l’onda si è sempre opposta, contrapponendogli la volontà di produrre sapere libero e critico, indispensabile per il cambiamento. Ci appelliamo perciò alla mobilitazione ed alla solidarietà di tutti e tutte per lottare contro questo ennesimo tentativo di reprimere il dissenso di chi non ha paura di sognare.A questo fine, ritroviamoci giovedì 28 all’assemblea di ateneo.
La vostra repressione non fermerà la nostra passione.
Onda Calabra
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