14 marzo 2009

Roma: una via per Almirante e stavolta l'idea è del Pd

È sempre stata la destra a cercare di tenerli insieme. Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante: ogni volta che Alleanza nazionale ha tentato di intitolare una strada di Roma al primo segretario e fondatore del Movimento sociale ha sempre puntato sull'equiparazione con il popolare leader del Pci. L'ultima sortita è stata quella del sindaco Alemanno, che un mese dopo essersi insediato in Campidoglio ha ripensato ad Almirante. Ma anche a Berlinguer. A bloccarlo più che la minoranza in consiglio comunale in quella occasione è stata la comunità ebraica romana. Ma adesso c'è una novità: a voler dedicare una strada ad Almirante è un consigliere del Pd. Il vicepresidente del consiglio comunale Mirko Coretti. Che nella proposta ha aggiunto Bettino Craxi e Amintore Fanfani, oltre naturalmente a Berlinguer.I due, il fascista ex repubblichino di Salò autore di un ordine di fucilazione per i partigiani, collaboratore della Difesa della Razza, e il comunista che guidò il Pci per dodici anni, non si stimavano affatto. Eppure la destra in queste occasioni ricorda sempre il gesto di Almirante che andò a rendere omaggio al feretro di Berlinguer a Botteghe Oscure. Storie che fino a ieri erano tornate di attualità per l'iniziativa della destra romana, molto legata ad Almirante, che fece da tutore a una generazione di giovanotti, alcuni dei quali finiti nell'eversione nera, ed è stato il maestro politico di Gianfranco Fini. Adesso però è il partito democratico a sentire l'esigenza della «riflessione storica». Anche se il capogruppo in consiglio comunale del Pd, Marroni, e un altro consigliere, Valeriani, hanno bocciato l'iniziativa di Coretti, che peraltro era annunciata da mesi. Marroni ha invitato Coretti - che è un ex di Forza Italia, transitato nel gruppo misto prima di arrivare al Pd - a ritirare la sua mozione. Valeriani ha spiegato che «Roma, medaglia d'oro per la Resistenza, non può intitolare una strada a chi sostenne le leggi antiebraiche e firmò con il suo nome la fucilazione di partigiani». Ma Coretti, che ha facilmente ottenuto la firma alla mozione del consigliere della lista civica pro Alemanno Gilberto Casciani, non è affatto convinto di voler fare un passo indietro.«La mozione è calendarizzata per giovedì prossimo e a questo punto non devo decidere io se dev'essere discussa oppure no». Ieri intanto è stata sospesa. E Coretti resta convinto delle sue ragioni: «Dobbiamo essere liberi di confrontarci in modo democratico sulle questioni storiche, in consiglio non possiamo starci solo per votare sulle fontanelle. Dopo tanti anni una discussione su Almirante e su tutti quelli che hanno dedicato la loro vita alle istituzioni si può fare tranquillamente. Il mio capogruppo mi ha consigliato di ripensarci e fino a giovedì avrò tempo per riflettere, ma anche a lui dico che bisogna guardare al futuro e non alle divisioni del passato».


fonte: il manifesto

Napoli: Archiviata l'inchiesta sull'assalto al treno dei tifosi del Napoli

La Procura di Napoli chiede l'archiviazione dell'inchiesta sui fatti del 31 agosto scorso, quando la Stazione Centrale di Napoli divenne il teatro di un presunto assalto al treno da parte dei tifosi del Napoli Calcio diretti a Roma per la prima partita di Campionato.La stampa parlò di devastazione e di violenze ai danni dei passeggeri del treno cacciati dai vagoni, mentre Trenitalia quantificava i danni in 500 mila Euro. Una tesi smentita da un'inchiesta di Rai News 24 dal significativo titolo di "La bufala campana", che sulla base di riscontri e testimonianze forniva una diversa ricostruzione dell'accaduto.Quella giornata costò ai tifosi napoletani l'accusa di "criminalità organizzata" da parte del Ministro dell'Interno Maroni, che vietò le trasferte per l'intero Campionato di Calcio a tutti i tifosi napoletani, indistintamente: bastava e basta essere residenti a Napoli per essere esclusi dalle trasferte. Divieto ancora in corso. Oggi il magistrato inquirente Antonello Ardituro ha posto il sigillo su quell'anticipazione di Rainews, chiedendo l'archiviazione per mancanza di presupposti, derubricando la "devastazione" a semplici danneggiamenti, quantificati in non più di 150 mila euro.Addirittura la polizia giudiziaria che ha potuto ispezionare 4 dei 15 vagoni del treno Napoli-Torino ha valutato i danni in appena 4.500 euro.Il Magistrato rileva "responsabilità organizzative" riconducibili a Trenitalia che ha rifiutato l'allestimento di un treno speciale, limitandosi ad indicare i normali treni in viaggio tra Napoli e Roma: "una condotta superficiale e deresponsabilizzante", scrive il PM Ardituro che parla anche di "miopia" da parte dell'Osservatorio sul calcio che ha autorizzato la trasferta, peraltro di una tifoseria tradizionalmente rivale di quella romana. Qui di seguito, oltre a riproporvi l'inchiesta filmata, ecco il documento che Enzo Cappucci ha ottenuto per Rai News 24 e che vale più di ogni altra spiegazione.




fonte: Rai News

13 marzo 2009

Bologna: Primi effetti della direttiva Maroni antimanifestazioni. Denunciati 5 compagni

Valerio Monteventi, Franco Berardi Bifo, Serafino D’Onofrio, Tiziano Loreti e Roberti Panzacchi sono stati denunciati questa mattina dalla Questura di Bologna, per la manifestazione di protesta che Bologna Città Libera ha tenuto sabato 7 marzo in Piazza Maggiore.

In vista della giornata di mobilitazione contro le limitazioni al diritto di manifestare che si terrà a Bologna sabato 21 marzo (un’iniziativa promossa da un cartello di sigle che va dai sindacati di base ai centri sociali), questa mattina, come una sorta di antipasto, la Questura ha annunciato che saranno denunciati cinque attivisti di Bologna Città Libera per il sit-in non autorizzato di sabato scorso. La protesta era stata organizzata in Piazza Maggiore contro il provvedimento del prefetto che vieta di manifestare nei fine settimana nel centro di Bologna dalla lista che sostiene la candidatura a sindaco dell'attuale consigliere comunale Valerio Monteventi. I cinque denunciati sono lo stesso Monteventi, Franco Bifo Berardi, l'ex segretario del Prc Tiziano Loreti, e due consiglieri Serafino D'Onofrio e Roberto Panzacchi. La Digos contesta loro il reato di manifestazione non autorizzata: hanno violato l'articolo 18 del Testo unico di pubblica sicurezza che prevede l'obbligo di presentare in Questura un preavviso per le manifestazioni di piazza. Inoltre, la Digos ha segnalato in Procura la probabile inosservanza del provvedimento del Prefetto: starà ai magistrati stabilire se i cinque di BCL, oltre che per aver manifestato senza preavviso, sono responsabili anche del reato previsto dall'articolo 650 del Codice penale, che punisce l'inosservanza a un provvedimento dell'autorità in materia di pubblica sicurezza o igiene. In questo caso, è stato violato il divieto stabilito dal Prefetto Tranfaglia in applicazione della direttiva del Ministro dell'Interno Roberto Maroni. Per l'art. 18 del Tulps (manifestazione non autorizzata) Monteventi, Bifo, D’Onofrio, Loreti e Panzacchi rischiano una pena fino a sei mesi e l'ammenda fino a 413 euro. Per l'art. 650 la pena prevista è fino a tre mesi e l'ammenda fino a 200 euro.
fonte: zeroincondotta

Testimonianze: La polizia scheda cittadini appartenenti a una minoranzaetnica (come nel fascismo)

Caro "Osservatorio", oltre duecento cittadini e cittadine veronesi (e molto altri se ne stanno aggiungendo) hanno firmato una lettera aperta, rivolta alle autorità civili e religiose, e a tutta la stampa locale, preoccupati per quanto accaduto all'alba di giovedì 5 marzo quando agenti di Polizia hanno "schedato" gli abitanti presso le piazzole di sosta (non è un campo nomadi!) di Strada La Rizza, solo perché appartenenti alla minoranza etnico-linguistica Rom. Si tratta di un brutto episodio di discriminazione razziale.«Cosa accadrebbe se domani in un qualsiasi condominio di Borgo Roma, Borgo Trento o Borgo Venezia arrivassero funzionari di Polizia in divisa, svegliando all'alba tutti i membri delle nostre famiglie, per fotografarci di fronte e di profilo, con un cartello identificativo in mano, dicendoci che si tratta di un'operazione di controllo? Come reagiremmo? Certamente lo riterremmo intollerabile e gravemente lesivo della nostra dignità.Noi sottoscritti, cittadine e cittadini veronesi, abbiamo saputo che, all'alba del 5 marzo 2009, agenti di Polizia della Questura di Verona hanno videofilmato e fotografato, di fronte e di profilo, le persone residenti o domiciliate presso le piazzole di sosta di Strada La Rizza, Forte Azzano, famiglie residenti in Verona da decenni; si tratta di nostri concittadini italiani che si riconoscono come appartenenti alla minoranza etnico-linguistica Rom.Apprendiamo da un quotidiano locale che questi concittadini sarebbero stati fotografati da personale di Polizia con un cartello in mano indicante cognome, nome e data di nascita e numero progressivo, nonostante il possesso da parte loro delle carte di identità e la loro regolare iscrizione ai registri anagrafici; sarebbero stati sottoposti a tale procedura anche alcuni minorenni. In qualità di semplici cittadini e cittadine, riteniamo che il possesso di carta di identità e la regolare iscrizione nei registri anagrafici locali, dovrebbero preservarci, a prescindere dalla nostra appartenenza linguistica, religiosa, etnica o dalle provenienze culturali o geografiche di ciascuno di noi, dal subire metodi di identificazione che, al di fuori dei casi tassativamente previsti dal nostro ordinamento, riteniamo lesivi della dignità personale.Se, poi, come risulta da talune agenzie Ansa, tale procedura fosse stata effettivamente programmata unicamente con riferimento a persone residenti nei "campi nomadi" veneti, la nostra preoccupazione non potrebbe che aumentare: riservare un trattamento deteriore ad un'intera categoria di persone a causa della loro appartenenza ad una minoranza etnica costituisce certamente offesa intollerabile ai più basilari principi giuridici su cui si fonda la nostra comunità. Dove non c'è democrazia e dove non c'è pace per i Sinti, i Rom, gli "zingari", non ci sarà pace e democrazia neppure per tutti gli altri, perché tutti siamo parte di questa città: ci attiviamo dunque per noi stessi, per la nostra comunità civile, per i nostri figli, perché la città e la società in cui con responsabilità ed onesta consapevolezza vogliamo vivere nasca dal rispetto del diritto e della vita di ognuno.Non vogliamo limitarci ad una mera testimonianza di solidarietà, ma anche attivarci perché tutti, ma proprio tutti, possano da una parte diventare titolari di diritti civili, economici, sociali, politici e culturali e dall'altra assumersi la responsabilità di doveri per una inclusione sociale che non comporti annullamento della propria specificità e non generi e alimenti conflittualità».


Primi firmatari: Mao Valpiana, Michela Semprebon, Carlo Castiglioni, Carlo Melegari, Matteo Danese, Renzo Fior; seguono più di 200 firme

12 marzo 2009

Discriminati dalla nascita

La xenofobia non risparmia nemmeno i neonati. Un comma delle disposizioni in materia di sicurezza impedirà il riconoscimento dei figli di immigrati irregolari.

E' un po' nascosto, quasi a vergognarsi, e ne avrebbe tutte le ragioni. E' il comma 1, lett. f dell' art. 45,del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza”, approvato dal Senato e attualmente all’esame della Camera (C. 2180). Una frasetta che introduce l’obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile, tra i quali sono anche gli atti di nascita. Serve a modificare l’art. 6 comma 2 del D. Lgs. 286/1998, e ad eliminare l’eccezione attualmente prevista in base a cui il cittadino straniero è esonerato dall’obbligo di presentare il documento di soggiorno per i provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile. Sembra una roba da poco ma non lo è per nulla. Se approvato, questo comma impedirà all'ufficiale dello stato civile di ricevere la dichiarazione di nascita né di riconoscimento del figlio naturale da parte di genitori stranieri privi di permesso di soggiorno. Se la norma verrà approvata, gli immigrati irregolari, se avranno un figlio, sarà invisibile, senza diritti, senza assistenza. Le conseguenze enormi. Questa norma potrebbe far sì che i bambini nati in ospedale non vengano consegnati ai genitori privi di permesso di soggiorno, essendo a quest’ultimi impedito il riconoscimento del figlio, e che in tali casi venga aperto un procedimento per la dichiarazione dello stato d’abbandono. Questi bambini, dunque, potranno essere separati dai loro genitori, in violazione del diritto fondamentale di ogni minore a crescere nella propria famiglia (ad eccezione dei casi in cui ciò sia contrario all’interesse del minore), sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dalla legislazione italiana.
I minori che non saranno registrati alla nascita resteranno privi di qualsiasi documento e totalmente sconosciuti alle istituzioni: bambini invisibili, senza identità, e dunque esposti a ogni violazione di quei diritti fondamentali che sono universalmente riconosciuti a ogni minore. Senza un documento da cui risulti il rapporto di filiazione, molti di questi bambini non potranno acquisire la cittadinanza dei genitori e diventeranno dunque apolidi di fatto. Per tutta la vita incontreranno ostacoli nel rapportarsi con qualsiasi istituzione. Proprio a causa della loro invisibilità, saranno assai più facilmente vittime di abusi, di sfruttamento e della tratta di esseri umani. Non solo, cosa decideranno di fare le donne prive di permesso di soggiorno, temendo che il figlio venga loro tolto? E' probabile che decidaranno di non partorire in ospedale. Mettendo a rischio la salute sia del bambino e della madre, con un conseguente aumento delle morti di parto e delle morti alla nascita. Nasceranno cittadini senza diritti, ma anche senza doveri, generando odio e disagio. In soldoni indirizzandoli, dalla nascita, al di fuori della legge. Per altro, questo comma appare appare incostituzionale sotto diversi profili perchè viola il dovere per la Repubblica di proteggere la maternità, l'infanzia e la gioventù (art. 31, comma 2 Cost.) e sfavorisce il diritto-dovere costituzionale dei genitori di mantenere i figli (art. 30, comma 1 Cost.). In secondo luogo viola il divieto costituzionale di privare della capacità giuridica e del nome una persona per motivi politici (art. 22 Cost.) ed è noto che la dottrina si riferisce alle privazioni per qualsiasi motivo di interesse politico dello Stato. E' inoltre in aperto contrasto con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell'adolescenza del 20 novembre 1989. E' l'ennesima norma stupida, figlia solo della demagogia, della peggiore demagogia quella della persecuzione verso altri esseri umani, considerati come nemici. I provvedimenti del governo in materia di immigrazione sono infatti costantemente punitivi in disprezzo ad ogni forma di convivenza. Una persecuzione che parte dalla culla e arriva alla tomba. I ricongiungimenti familiari con i genitori resi pressochè impossibili, medici ridotti a informatori della polizia, neonati a cui si nega il più elementare dei diritti. A questo si aggiungano i continui attacchi alla vita quotidiana degli immigrati regolari. Un anno e mezzo per un permesso di soggiorno che costa caro e che si intende far pagare sempre di più. E che quando ti arriva, spesso non è più valido. Poi norme vessatorie, centri di identificazione e di espulsione in cui si è privati dei diritti più elementari. Norme figlie di un accanimento irragionevole perchè non porta nessun vantaggio nemmeno ai cittadini italiani, anzi. Il mancato ricongiungimento familiare lascia l'immigrato solo, fuori da una rete che gli faciliterebbe l'integrazione e sarebbe il primo stimolo a non cadere nella criminalità. Si preferisce un immigrato inserito nella propria famiglia che pensi a sfamare genitori e figli, o un immigrato solo, senza sostegno che più facilmente potrà cadere nel disagio e quindi nella rete della criminalita? Il ricongiungimento familiare ha una funzione sociale importante, ma questo governo cerca di renderlo sempre più complicato. Si vuole impedire che i medici curino i clandestini? Bene, chi è malato e ha paura di farsi curare perchè rischia la denuncia resterà malato, non si curerà e diffondera malattie. Un'ottima prospettiva. Infine, si vuole un neonato privato dei propri diritti, gettato da subito fuori dalla società. Anche questo che vantaggi può dare? Perchè chi ha emanato queste norme non si preoccupa di queste conseguenze? Da cosa è spinto? I diritti umani, sono quelli connaturati all'esistenza stessa dell'uomo, se si priva qualcuno di quei diritti, evidentemente è perchè non li si considera umani. Privandoli di questi diritti, cosa diventano? Ma sopratutto, noi, cittadini italiani, cosa siamo diventati?

Roberto Morgantini

Pordenone, aggressione in piazza calci e pugni a disabile gay

Un uomo di 30 anni, omosessuale, seguito dai servizi sociali del Comune per una lieve disabilità psichica e mentale, è stato aggredito, a calci e pugni, a Pordenone, da tre persone che sono poi fuggite. La Squadra Mobile della Questura è riuscita comunque a identificarle e le ha denunciate alla magistratura per concorso in violenza privata aggravata. Si tratta di un uomo di 43 anni e di due giovani di 22 e 21 anni. L'episodio è avvenuto in una piazza centrale di Pordenone nelle settimane scorse ma è stato reso noto oggi dalla polizia, a conclusione delle indagini, durante le quali sono stati sentiti numerosi testimoni. Secondo gli accertamenti, i tre hanno agito organizzando con precisione l'aggressione. "Volevamo dare una lezione ai froci", hanno detto i tre ai poliziotti nel corso degli interrogatori. Durante il pestaggio, hanno anche ripetutamente apostrofato la vittima con frasi ingiuriose.

fonte: La Repubblica

11 marzo 2009

Roma, due albanesi denunciano "Aggrediti da 30 con bastoni e pietre"

Due fratelli albanesi di 33 e 37 anni hanno denunciato alla polizia di essere stati aggrediti da una trentina di italiani armati di mazze, bastoni, pietre. Quattro degli aggressori, secondo le vittime, erano anche armati di pistole. È successo poco prima di mezzanotte in via Paolo Ferdinando Quaglia, a Tor Bella Monaca, quartiere popolare di Roma, già teatro di episodi di razzismo: venti giorni fa, sette bottiglie molotov furono lanciate contro un negozio di "romeni che hanno infestato il quartiere" come fu scritto sui muri del quartiere. Le vittime hanno raccontato che stavano passeggiando in strada quando sono stati accerchiati da quattro ciclomotori e quattro autovetture. Dalle auto sono scesi circa 30 uomini, tutti italiani, i quali hanno chiesto ai due se fossero romeni. I due fratelli hanno avuto solo il tempo di spiegare che erano di nazionalità albanese quando sono stati colpiti con bastoni e pietre. Soccorsi dagli agenti, i due stranieri hanno però rifiutato le cure mediche e non hanno fornito nessuna indicazione utile per risalire agli aggressori.

IL GOVERNO STA SFERRANDO L'ATTACCO DECISIVO PER IMBAVAGLIARE LA RETE

L’attacco finale alla democrazia è iniziato! Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC), è stato introdotto l‘articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“. Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60.Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero. Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania. Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E’ in gioco davvero la democrazia!

10 marzo 2009

I neofascisti ora vanno di moda. Slogan razzisti e svastiche sul mensile per teenager.

«La nostalgia del Duce esiste, ha il volto di ragazzi normali e parla di valori tradizionali: Dio, Patria e famiglia». Sono alcune delle parole con cui inizia un lungo articolo che il mensile TopGirl ha dedicato alla nuova moda degli adolescenti: il neofascismo. La rivista, edita da Gruner+Jahr/Mondadori, è una delle più lette tra le teenager italiane. E ha pensato bene di dedicare sei paginate a quella che loro descrivono come una moda, una nostalgia tornata in voga.Per farlo, quelli di TopGirl hanno usato le voci di tre ragazzi. È così che il leader dei giovani milanesi di Forza Nuova finalmente ha la sua ribalta per sfogarsi: «Immagina che il giorno prima dell'esame di maturità la Digos si presenti a casa tua con un mandato di perquisizione e l'accusa di aver picchiato una persona. No, questa non è una vita tranquilla». Angelo racconta di aver imboccato la strada del neofascismo per «distaccarmi dal materialismo dilagante, cercavo qualcosa che si alzasse al di sopra della mediocrità».Basta scorrere qualche riga per capire che cosa intende Angelo quando parla di «alzarsi dalla mediocrità». Parlando dei fatti di piazza Navona, quando ci furono duri scontri in occasione delle manifestazioni studentesche, spiega che avrebbe voluto essere «al fianco dei camerati attaccati ingiustamente... ho avuto invidia per quelle immagini: invidia dello scontro. Sia chiaro però: non giustifico la violenza a scopo offensivo, ma solo difensivo».Angelo, però, non ce la fa a tranquillizzarci. Né ci lasciano indifferenti le parole di Claudia, 16 anni, che si è avvicinata a Forza Nuova «l'anno scorso, perché nella zona dove abito si è riversata una vera e propria ondata di zingari». I rom «sono riusciti a mandarli via» e lei ha trovato la sua casa: «Mi sento diversa dalla maggior parte dei miei coetanei: non mi interessa andare a ballare e detesto qualsiasi tipo di droga». Preferisce cacciare gli zingari.Anche Federico si rende conto che «i ragazzi sono più attirati dai centri sociali che non dalla nostra attività: noi promettiamo disciplina, lavoro e poi, forse, divertimento. Il nostro è un movimento fortemente gerarchizzato, non esiste iniziativa personale e si obbedisce a un capo».Intorno, un corollario di immagini, fotografie di vite devote al neo fascismo. I concerti degli Hobbit e delle Morrighan, cinture con la croce celtica, tatuaggi che raffigurano Mussolini, il fascio littorio, la svastica. Insomma, apologia del fascismo, come ben hanno evidenziato le persone che hanno apposto delle “pecette” gialle sulle pagine incriminate (GUARDA LE IMMAGINI), per ricordare che difendere il Ventennio e i suoi ideali, nel nostro Paese, è ancora reato.Per fortuna, il caso non è passato inosservato. A indignarsi sono state proprio alcune delle lettrici di TopGirl: «Ciao a tutti e a tutte – dice RagazzaAntifascista – scrivo su questo forum per protestare sonoramente contro l'articolo comparso su Topgirl dedicato ai "giovani neofascisti". Trovo che trattare l'argomento del nuovo fascismo che avanza come una cosa "in" (al pari dei pantaloncini alla moda, degli occhiali grossi eccetera) sia stata una scelta sbagliata, fuorviante, che non approfondisce i legami dei movimenti di estrema destra con la nostra storia (sempre meno conosciuta, ahimè), che incita al razzismo e spinge verso un "essere alternativi" che altro non è che mettere a proprio agio coloro che, per esempio, nelle stazioni danno fuoco ad altre persone, giustificandosi con un "mi annoiavo" davvero poco credibile. Ricordo alla redazione di Topgirl che l'apologia di fascismo è reato. E che le riflessioni sulla famiglia, sulla religione, sull'immigrazione e sulla cultura, se non si ha idea di come affrontarle, forse è meglio non farlo. Mi auguro che la redazione di Topgirl vorrà pubblicare un editoriale in cui si scusa con tutta l'Italia, per aver quasi sputato sulla sua Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza». Sono in molte anche a dire «io ho girato pagina», altre ancora a sostenere che «l'intento non era quello di elogiare il fascismo, ma solo di raccontare una realtà che esiste e che si sta diffondendo nel nostro paese». La discussione arriva pure su Facebook dove interviene anche la direttrice del mensile, Annalisa Monfreda. Risponde a un professore indignato e gli spiega: «Si tratta di un reportage sui movimenti neofascisti. Siamo andati a vedere cosa fanno, cosa pensano, cosa indossano quelli che si sono resi colpevoli degli attacchi di piazza Navona. Secondo le buone regole del giornalismo non abbiamo "giudicato", abbiamo lasciato che i pensieri espressi dai ragazzi si facessero giudicare da soli. Quanto alle immagini dei tatuaggi, nell'articolo c'è scritto che contravvengono alla legge Scelba (c'è scritto anche che i neofascisti vorrebbero abrogarla, ndr). Possiamo discutere sul fatto che i ragazzi abbiano o meno strumenti di discernimento, ma di certo l'intento del reportage non era apologetico (e se compra il numero successivo, oggi in edicola, oltre alla mia risposta alle lettere in merito all'articolo, troverà un pezzo sui ragazzi dell'Onda)».Poi, una conclusione illuminante: a chi l'avverte che dopo questo passo falso potrebbero crollare le vendite del suo giornale, la Monfreda risponde: «Si ricordi che questo e' il paese di Povia e Berlusconi. Uno ha quasi vinto Sanremo e l'altro... Inutile che glielo dica. Ovviamente non era mio obiettivo quando ho commissionato quel reportage, ma cosi è se vi pare». Parlando di neofascisti, nel paese di Povia e Berlusconi, le vendite possono solo aumentare.


fonte: l'Unità

Direttiva Maroni: Rifondazione non firma il protocollo

Il protocollo sulla disciplina delle manifestazioni che è stato firmato questa mattina in Prefettura a Roma è l’ennesimo strumento di cui il Governo si dota per mettere la mordacchia a chi protesta contro le sue politiche. Nella sostanza, il protocollo recepisce in toto le indicazioni impartite dal ministro Maroni riguardanti la necessità di limitare fortemente cortei e manifestazioni perché queste creerebbero disagi ai cittadini. Si legittima così una tesi non costituzionale, che vede contrapposto il manifestante al cittadino, con il primo che “per professione” crea disagi ed il secondo che è costretto a subirli. Rifondazione Comunista non firmerà questo protocollo perché la possibilità per i cittadini di manifestare oltre che un diritto costituzionalmente inviolabile è indice della maturità di una democrazia e qualunque tentativo di limitarla va fermamente osteggiato. Dalle limitazioni al diritto di sciopero a quello di manifestazione, la strada di limitare i diritti costituzionali è quella scelta da questo governo, una scelta contro cui ci opporremo fino in fondo, compresa la disobbedienza civile, se necessario.

G8: Fucilieri battaglione San Marco per garantire sicurezza

È arrivata alle prime luci dell'alba la nave della Marina Militare San Giorgio. L'unità, che ha ormeggiato in una boa davanti all'isola di Santo Stefano, ha trasportato nell'isola 150 fucilieri di Marina del Reggimento San Marco incaricati di garantire la sicurezza dei cantieri nella zona rossa da oggi alla conclusione del G8.
La nave San Giorgio misura oltre 133 metri, ha un dislocamento di 7.960 tonnellate e raggiunge la velocità di 20 nodi. A bordo ha due elicotteri leggeri e due medi.
fonte: ansa

9 marzo 2009

Basta Repressione !

Dopo che la scorsa settimana gli studenti antifascisti di Brescia, Bergamo, Milano, Cagliari, Pisa e Padova sono stati violentemente repressi e pestati dalla Polizia, oggi è la volta degli studenti Torinesi. Sta diventando "normale" l'uso della violenza contro studenti pacifici, che scendono in piazza senza alcuna intenzione violenta. Va bene così? Nessuno ha nulla da dire? Che si aspetta a denunciare questi comportamenti come indegni della polizia di un paese democratico?
L'impudenza è la stessa che ricordiamo di avere visto a Genova. Gli agenti si sentono intoccabili: da qui nasce la loro arroganza. E purtroppo hanno ragione: basta vedere quello che è successo con i poliziotti che portarono a compimento il massacro alla scuola Diaz o le torture alla caserma Bolzaneto. I picchiatori sono rientrati immediatamente al lavoro, senza che nessuno abbia contestato loro niente, anzi sono stati protetti e addirittura promossi.
Dispiace dirlo: ma quello che sta succedendo nelle ultime settimane non è altro quel che è stato seminato negli anni scorsi. Si è minimizzato, si sono fatte spallucce di fronte agli allarmi sugli spazi eccessivi concessi alle forze dell'ordine e alla loro involuzione militarista. Si è guardata l'indignazione perenne di chi ha seguito il dopo Genova (per le promozioni degli imputati, il silenzio generale sui processi, la "impunità preventiva" garantita a tutti i dirigenti) come agli strepiti di noiosi gruppi di reduci.
Chissà se questa ondata repressiva "anti crisi" riuscirà a fare aprire gli occhi, alzare la voce per fermare i manganelli, e a non accettare più violenze, provocazioni, soprusi e repressione. e far capire che già viviamo una condizione di democrazia sotto tutela.

Italo Di Sabato – Resp. Naz.le Osservatorio sulla Repressione Prc/SE

Torino: scontri all'università. Caricati studenti dei centri sociali

Dopo Milano , Padova e Cagliari , tocca a Torino. La polizia entra nelle strutture universitarie per difendere un ceto poltico di neofascisti in cerca di legittimazione e procacciamento di voto per garantirsi nuove poltrone nel Senato studentesco da cui gestire fondi e lobbying sui soldi pubblici. Quest'oggi i fascisti del Fuan si sono ripresentati nei locali dell'università di Torino, improvvisando un banchetto nell'atrio di Palazzo Nuovo per le imminenti elezioni universitarie.In città come all'università, negli anni, non è mai stato concesso alcuno spazio e agibilità politica all'estrema destra, quindi la presenza di questi personaggi non ha potuto che essere avverti dagli studenti e dalle studentesse dell'Onda come un'inaccetabile provocazione. Fin dalle prime ore della mattinata si è formato un presidio spontaneo antifascista, di fronte al quale si è interposta la celere.Non diversamente dal passato anche quest'oggi la questura ha militarizzato l'ateneo. Il presidio antifascista, provvisto dello striscione "fuori i fascisti dall'università", ha scandito cori e slogan, denunciato la natura fascista del Fuan, ritenendo tra l'altro inaccettabile non solo la presenza dei fascisti ma anche quella della polizia, come sempre a protezione dell'estrema destra. Di fronte alla persistenza degli studenti antifascisti, presenti in gran numero (almeno 400), che hanno lanciato uova in direzione dei fascisti e acceso fumogeni colorati, la polizia ha pesantemente caricato, selvaggiamente, dando luogo a una caccia all'uomo estesasi lungo tutto l'atrio e oltre. La celere si è accanita su ogni studente o studentessa capitato a tiro, facendo diversi feriti. Durante le cariche le forze dell'ordine hanno eseguito 5 fermi, portando gli studenti in questura e facendo tramutare 2 fermi in arresti.Dopodichè l'Onda antifascista è uscita da Palazzo Nuovo, dirigendosi in corteo spontaneo verso il rettorato dell'università, il quale è stato poi occupato. Si è tenuta una conferenza stampa nei locali occupati, durante la quale si è denunciata la violenza delle cariche della polizia e l'inaccettabilità della presenza di forze neofasciste all'università, richiedendo l'immediata liberazione degli studenti fermati ed esigendo una presa di posizione del rettore Ezio Pelizzetti. Gli studenti sono ancora in occupazione e la manterranno finchè il rettore non si presenterà. Tanti gli attestati di solidarietà dai soggetti sociali del panorama di movimento nazionale e cittadino.Quelle di oggi non sono che scene già viste: a Torino, come in altri atenei (e la tendenza sembra aumentare in progressione) esiste una irriducibilità politica antifascista che intorno a poche ma essenziali parole d'ordine difende spazi di tolleranza e vivibilità altra cui tanti pezzi di società sembrano ormai aver rinuciato.Solo poche settimane fa tre studenti di questo ateneo sono stati condannati a 1 anno di detenzione (uno di loro senza il beneficio di condizionale - dispositivo pure utilizzatogli contro retroattivamente) per le stesse ragioni che oggi hanno portato decine di studenti a frapporsi alla presenza intollerabile delle forze dell'ordine, le stesse che un mese fa militarizzarono tutta via Po per proteggere lo svolgimento separato di un'inaugurazione d'anno accademico che non s'aveva da fare.Rettore e autorità accademiche non si rassegnano, continuano con la loro governance di miseria, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, rifutandosi di assumere un'indicazione precisa che giunge dalla parte più consistente e attiva della popolazione studentesca: "Fuori i fascisti dall'università!" No alla militarizzazione degli spazi!"Gli eventi di oggi sono solo un'avvisaglia perché hanno annunciato la loro intenzione a candidarsi con una lista paravento anche i neo-nazisti locali di Casa Pound Torino sotto il nome bucolico di "Arcadia". Staremo a vedere..


fonte: InfoAut

8 marzo 2009

Bologna: Botte e insulti razzisti a eritreo

La vittima, un giovane eritreo di 24 anni, camminava verso le 4 del mattino in via Fioravanti con la moglie. I due aggressori, un italiano e un bosniaco, gli hanno chiesto una sigaretta. Al suo rifiuto l'hanno aggredito colpendolo al basso ventre. E' stato dichiarato guarbile in sette giorni. L'italiano e il bosniaco sono stati arrestati per rapina, lesioni e ingiurie aggravate da motivazioni razzisteUn uomo eritreo di 24 anni, che aveva rifiutato una sigaretta a due giovani per strada a Bologna, è stato rapinato, picchiato e insultato con ingiurie razziste dai due - un italiano e un bosniaco - poi bloccati e arrestati dalla polizia.Il fatto è avvenuto attorno alle quattro del mattino in via Fioravanti, nella prima periferia. L' eritreo, regolarmente residente in Italia, stava camminando insieme alla moglie quando è stato avvicinato da due giovani - un italiano di 22 anni con precedenti per lesioni, e un bosniaco di 23, regolare - che gli hanno chiesto una sigaretta. Il ragazzo ha risposto che non fumava. I due inizialmente si sono allontanatati, poi sono tornati indietro e hanno aggredito il giovane che, nella colluttazione, è anche stato rapinato del cellulare e colpito da un calcio al basso ventre. E' intervenuta subito una volante e gli agenti hanno fermato l'aggressione e identificato i presenti. L'eritreo si è fatto medicare al pronto soccorso di uno degli ospedali cittadini dove è stato giudicato guaribile in sette giorni, mentre i due aggressori sono stati arrestati per rapina, lesioni e ingiurie aggravate da motivazioni razziste.

Ultrà del Cagliari muore in carcere. La tesi della broncopolmonite non convince i suoi compagni.

In sessanta, tutti “Sconvolts”, hanno manifestato ieri sera nei pressi del carcere di Buoncammino dove, quindici giorni fa, è morto, per una polmonite, il capo ultras, Giancarlo Monni. Agenti della Digos e della Squadra Mobile stanno svolgendo accertamenti per identificare un folto gruppo di ultrà che hanno inscenato un sit-in davanti al carcere Buoncammino per ricordare uno deiloro leader (Giancarlo Monni, di 35 anni) morto in ospedale, dove era stato trasferito dal penitenziario. I suoi amici sono convinti che il suo decesso non sia stato causato da una broncopolmonite, comeha stabilito l'autopsia e hanno protestato ieri davanti al carcere, lanciando nel cortile interno alcune pietre e imbrattando di vernice le auto di alcuni agenti di custodia, parcheggiate all'esterno. Sul muro sono state anche scritte frasi contro la polizia penitenziaria. Sul posto sono accorse diverse Volanti e gli agenti della Polizia di Stato hanno tenuto la situazione sotto controllo fino al termine della manifestazione. Gli investigatori confidano di riuscire a identificare i partecipanti e soprattutto quelli che hanno lanciato i sassi e imbrattato auto e muro, attraverso le immagini registrate delle telecamere poste all'ingresso e sul muro di recinzione del carcere.

fonte: il messaggero

Il sogno di Maroni, tante galere nuove di zecca per i migranti


Si avvicinano diverse scadenze elettorali e il governo in carica rispolvera i suoi cavalli di battaglia. Il tema "sicurezza" legato all'immigrazione è un leit motiv, le soluzioni proposte sono sempre le stesse sperimentate in passato. Utili solo come spettro propagandistico, e a dare l'immagine di un Paese governato con il pugno di ferro, nonché a far fare affari sulla pelle dei migranti a cooperative e imprese di ogni tipo. Non spiega Maroni cosa colleghi fatti di cronaca nera tragici e diversi, con la decisione di portare a 6 mesi il tempo massimo di trattenimento nei Cie (centri di identificazione ed espulsione), un tempo Cpt. Poco o nulla. Le persone accusate di reati abbietti vengono arrestate, processate e nel caso espulse. Se sono cittadini comunitari non se ne può disporre l'allontanamento o il rimpatrio con il divieto di rientro, non possono essere rinchiusi nei Cie. Se sono colpevoli di reati gravi, tali da meritare la custodia cautelare e poi una pena da scontare, che si svolgano in carcere le identificazioni. Ma questo farebbe perdere ai Cie qualsiasi ragione sociale, connessa alla "emergenza criminalità". Portare la detenzione a sei mesi, dagli attuali due, non risolve ma aggrava le difficoltà in cui i centri stessi operano. Sono le autorità di polizia giudiziaria ad aver chiara l'idea che o una persona viene identificata entro pochi giorni oppure, dopo mesi trascorsi inutilmente ad accumulare rabbia e maltrattamenti, dovrà essere rimessa in libertà, con l'obbligo teorico di allontanarsi dal Paese ma senza che tale provvedimento possa essere eseguito. Quello a cui si va incontro con incoscienza è un crudele sovraffollamento dei Centri che il governo intende risolvere con la realizzazione di nuove strutture, nelle regioni che ne sono sprovviste. Il percorso delineato, da Maroni, prevede in tempi brevi la garanzia di altri 1600 posti disponibili. Anche ammettendo una logica sistemica, evidentemente assente, si tratta di strutture che - se l'obiettivo è l'espulsione effettiva - non lo perseguiranno. Serviranno invece ad affermare la presenza di un inutile apparato repressivo anche laddove non se ne avverte il bisogno. Costruire la mappa di quelli che potrebbero essere i nuovi siti adibiti a Cie è cosa difficile. Nel Veneto l'area individuata pare quella di Verona. Ma occorre una zona adatta, isolata e vicina all'aeroporto. Il sindaco Tosi attende il giorno con malcelata impazienza. Verrà scelto il Comune di Villafranca, più vicino all'aeroporto ma più densamente abitato o quello di Boscomantico, nel terreno in cui un tempo - esempio di sadismo simbolico- sorgeva un campo rom sgomberato? Ma nella città degli innamorati non tutti sono d'accordo con il "primo cittadino": non solo la sinistra ma anche i sindacati di polizia e il Progetto Nord Est (partito di maggioranza) dichiarano la propria contrarietà, anche se per ragioni radicalmente diverse. Fatto sta che la detenzione di 300 migranti costringerà a dirottare sul Centro buona parte degli agenti di polizia operanti nel territorio, alla faccia della sicurezza. Non a caso si guarda anche ad altri Comuni in provincia di Venezia.La Toscana resta un pallino dei governi (di diverso segno) che hanno creduto nella detenzione come deterrente alla permanenza di migranti irregolari. La Regione finora si è sempre opposta e continua a volerlo fare, dai due comuni indicati come possibili sedi - Grosseto e Campi Bisenzio (in provincia di Firenze) - giungono già segnali di netta opposizione. In Liguria la giunta regionale è corsa ai ripari inserendo nella legge regionale sull'immigrazione un articolo in cui si dichiara l'indisponibilità del proprio territorio ai Centri, per ragioni etiche e politiche. Dopo tante ricerche era stato individuato uno spazio a La Spezia, ma si dovrà attendere. La materia è di competenza nazionale e certamente il governo impugnerà le decisioni liguri. A quel punto si prospetta uno scontro. Ma il rifiuto e la diffidenza verso le "isole della sicurezza" sembrano dilagare: in Umbria era stato individuato uno spazio a Terni, immediatamente sono arrivati i no, gli stessi che sono giunti da Falconara e da Ancona nelle Marche. Segnali di fastidio arrivano anche da Vasto, in Abruzzo, ma si tratta di regioni in cui tutta questa voglia di galera non è ancora divenuta patrimonio comune e si riescono a vedere più i danni che i benefici che la presenza di un Centro potrebbe portare.Ha fatto gridare allo scandalo un po' tutti anche la proposta fatta per la Campania. Un comune sconosciuto del casertano, San Nicola Valle. Peccato che a 500 metri in linea d'aria dal sito individuato si trovi una delle più importanti attrazioni turistiche italiane, la Reggia di Caserta. Scelta difficile da digerire in una provincia che si affanna a combattere da un lato contro la criminalità organizzata e dall'altro contro le vere emergenze sociali: disoccupazione, impoverimento, servizi inadeguati. Come a dire "restate nel fango che i soldi ci sono solo per rinchiudere poveri disgraziati". E se nel centro di accoglienza di Cagliari Elmas ormai è in atto la trasformazione in Cie, nel silenzio e nell'indifferenza, con meno riserbo si continua a giocare la partita su Lampedusa. Il sogno di Maroni non è complesso da spiegare: nell'immaginario sociale la "clandestinità" giunge solo dal mare. Rinchiudere tutti coloro che arrivano a Lampedusa per rispedirli direttamente al punto di partenza, dopo mesi di inutile trattenimento, creerà malcontento fra i meno di seimila isolani che vedranno ridotta la propria terra a carcere ma tranquillizzerà milioni di padani e di continentali a cui farà comodo l'avamposto trasformato in una gabbia. Per questo vanno aiutati i lampedusani a evitare la iattura che sembra loro destinata e vanno intraprese iniziative di ogni tipo per impedire l'apertura di qualsiasi centro. Il Prc deve partecipare alla costruzione di comitati civici di opposizione, in ogni luogo minacciato di divenire sede di queste vergogne da leggi razziali. Portare le proprie istanze nelle istituzioni locali ed europee ma anche nelle piazze e nelle strade. Potendo mostrare che non è né con le ronde né con i campi concentrazionari che si potrà tornare a vivere le città e i quartieri senza paura, ma con percorsi di inclusione seri e di prospettiva. Deve farlo ora, prima che si alzi un nuovo muro, che si frapponga fra le persone altro inutile e crudele filo spinato.



Stefano Galieni

Per l'abolizione del "fine pena mai"

L'ergastolo, residuo monarchico delle pene detentive italiane, fa discutere e lottare dentro e fuori le mura delle carceri della penisola.Continua infatti lo sciopero della fame degli ergastolani iniziato il primo dicembre, a staffetta e per gruppi di regioni, e proseguono le iniziative dei solidali, all'esterno delle carceri, nell'ambito della campagna per l'abolizione del "fine pena mai".Il bollettino "Mai dire mai" del mese di febbraio, pubblicato dall'Associazione Liberarsi, e numerosi siti Internet fanno capire che la lotta è proseguita a gennaio e febbraio, trovando anche la solidarietà dentro e fuori dalle mura delle galere in Germania, Spagna, Grecia, Svizzera, Francia e Cile.In diverse città italiane si sono svolti presidi nelle vicinanze delle carceri: il 14 gennaio a Montorio ( Verona), il 18 gennaio a Biella; il 24 gennaio ad Alessandria; il 29 gennaio nel borgo S. Nicola di Lecce; il 31 gennaio in via Speziale a Taranto, al quale è seguito un concerto con tre gruppi musicali (Sfc, Sick Boy e No Thanx); il 14 febbraio vicino al carcere Dozza di Bologna; il 15 febbraio in via Burla 59 a Parma.Si sono altresì avuti diversi incontri e dibatti: ad esempio, il 17 gennaio presso il laboratorio sociale "La città di sotto" di Biella e il 27 gennaio nella sede di un circolo anarchico di Lecce, dove è stato proiettato il film Filaki - Una rivolta nelle carceri greche, aprile 2007.Alcuni consiglieri regionali hanno espresso la propria solidarietà alla lotta per l'abolizione dell'ergastolo anche nei mesi di gennaio e febbraio: a metà gennaio i consiglieri regionali del Frilui Venezia Giulia Stefano Pustetto e Roberto Antonaz hanno fatto visita al carcere di Tolmezzo, accompagnati da Christian De Vito e da Giuliano Capecchi dell'associazione Liberarsi, per incontrare i detenuti delle sezioni a 41 bis e i detenuti ergastolani della sezione A.S. (Alta Sorverglianza); il 3 febbraio inoltre il Consigliere regionale del Molise Michelangelo Bonomolo, accompagnato da Giuliano Capecchi, ha incontrato i detenuti ergastolani del carcere di Larino.I grandi organi di informazione, complici come sono della produzione dell'"emergenza criminalità" e della caccia al Girolimoni di turno, hanno continuato per lo più a disinteressarsi del fatto che da oltre 60 anni, come dimostra l'esistenza dell'ergastolo, l'articolo 27 della Costituzione repubblicana non è applicato in maniera effettiva.Solo da parte di alcuni giornali locali si è avuto il coraggio di fornire qualche indiretto riferimento alla lotta per l'abolizione dell'ergastolo.Domenica 25 gennaio, ad esempio, il quotidiano "Gazzetta del Sud" ha pubblicato un articolo, riguardante il carcere calabrese di Rossano, che terminava in questo modo: «…in vista della protesta di carattere nazionale degli ergastolani che partirà domani e che consisterà proprio nel rifiuto del vitto… tutto il cibo cotto e pronto per la consumazione, anziché essere buttato nella spazzatura, sarà consegnato gratuitamente alla mensa della Caritas».Qui ovviamente riportiamo fatti che ognuno è libero di considerare come meglio ritiene.Il dramma è che spesso i fatti connessi alla lotta contro l'ergastolo neanche si conoscono. Per questo non solo è utile riportarli nudi e crudi ma anche comunicare subito le scadenze previste per l'immediato futuro.Prima di tutto bisogna ricordare che, dopo il turno della Sicilia (2-8 marzo), lo sciopero della fame riguarderà gli ergastolani e i detenuti del Lazio (9-15 marzo).Il 15 marzo, contemporaneamente all'ultimo giorno di lotta nel Lazio, alle ore 11 avrà inizio un incontro nazionale con all'ordine del giorno due punti: un primo bilancio generale dello sciopero della fame iniziato il 1° dicembre 2008 e le iniziative future per giungere all'abolizione dell'ergastolo e all'attuazione dell'art. 27 della Costituzione.L'Associazione Liberarsi ha chiesto al csoa Forte Prenestino (via Federico Delpino - Centocelle - Roma tel. 0621807855 e-mail: forte@ecn.org) di poter organizzare al suo interno questo momento di scambio e discussione anche perché già da tempo segue le tematiche del carcere. È prevista la chiusura alle ore 18.00.Last but not least, lunedì 16 marzo ci sarà, a livello nazionale, lo sciopero della fame per l'abolizione dell'ergastolo e per l'attuazione dell'art. 27 della costituzione italiana. Si mobiliteranno ergastolani, detenuti, parenti, amici, volontari e persone che ritengono giusta la lotta per l'abolizione del "fine pena mai"!

7 marzo 2009

Napoli: Picchiato studente di colore. "Urlavano sporco negro"

Aggressione a sfondo razzista la notte scorsa a Napoli, secondo quanto ha denunciato la vittima, Marco Beyenne, un giovane studente italo-etiope di 22 anni di Capaccio, nel salernitano, iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università 'L'Orientalè di Napoli.Il giovane ha riferito di essere stato aggredito da due persone a colpi di cintura intorno alle due di notte all'uscita da un locale per universitari in Piazza del Gesù, nel pieno centro di Napoli. Colpito ripetutamente al volto e apostrofato dai due aggressori con frasi come 'negro di m...', lo studente, in compagnia di un amico è riuscito a mettersi in salvo rifugiandosi all'interno di una rosticceria.Dopo essere stato medicato all'ospedale Ascalesi, il giovane si è recato al commissariato di polizia di via San Biagio dove ha sporto denuncia. Agli agenti di polizia, il giovane ha spiegato che i due aggressori avevano la testa rasata.Il padre di Marco Beyenne, è un noto docente universitario. Si tratta di Yakob Beyenne, professore in pensione ma legato ancora all'Università di Napoli L'Orientale da un contratto di collaborazione. Beyenne insegna Filologia etiopica.

fonte: La Repubblica

Blitz nei campi sinti di Vicenza e Costabissara

«Il 5 marzo, le forze dell’ordine hanno eseguito un blitz nei campi sinti di Vicenza e Costabissara, hanno tentato, senza mandato, di entrare anche nel villaggio privato di Montecchio Maggiore, per rilevare le generalità e schedare i residenti. Hanno fotografato tutti, compreso i bambini, con tanto di targa numerata e il nome di ognuno di loro», dichiara Irene Rui del dipartimento delle politiche migratorie ed etniche del Prc in una nota. «Facciamo presente – prosegue Rui – che in base alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia non è possibile fotografare né prendere impronte ai minori. Non c’è nessuna normativa della repubblica italiana che sancisca la schedatura dei cittadini italiani. I sinti italiani sono stati schedati come criminali. Solo durante il periodo delle leggi razziali fasciste – dal 1939 al 1946 – si schedavano le minoranze italiane».

6 marzo 2009

Pisa: cariche della polizia contro gli studenti

Alle 15 studenti e precari dell'Università si erano dati appuntamento in Piazza Dante per contestare la presenza del Senatore Marcello Pera, invitato alla Sapienza da varie associazioni cattoliche della destra fondamentalista pisana e da gruppi neofascisti (Laboratorio 99), per presentare il suo libro “Perchè dobbiamo dirci cristiani” alle ore 17.
La richiesta di chi ha indetto il presidio era quella di partecipare al dibattito, prendere parte a ciò che si svolge nella propria Università, in maniera necessariamente critica verso chi, come Pera, è stato promotore di un sapere mercificato e privato (vedi l'Istituto di studi avanzati IMT-Istituzioni Mercati Tecnologie di Lucca).
Ma per le circa 300 persone partecipanti al presidio non c'è stata alcuna porta aperta. La Polizia era schierata di fronte all'ingresso, la Sapienza blindatissima. Gli studenti hanno formato cordoni e, di fatti, la Polizia ha caricato a più riprese con qualche testa rotta.
Studenti. Piazza Dante. Partecipazione. Si avete letto bene, erano questi i fattori ma la repressione c'è stata, come è già avvenuto più volte questo autunno, sempre per "difendere" chi dentro l'Università pubblica ha trovato una comoda poltrona e non fa altro che restarvi attaccato a presidiare i propri privilegi attuali.

Oggi è andata in scena una delle più tristi giornate che l'Università di Pisa abbia mai visto. Il presidio era convocato per le 15.00, nessuno pensava che non solo non si poteva entrare a quello che doveva essere un dibattito pubblico, ma addirittura trovare la Sapienza blindata con l'impossibilità di entrare anche solo all'interno della struttura.Polizia e carabinieri ad ogni entrata, portoni chiusi, tranne uno, quello su via Curtatone e Montanara.Il presidio degli studenti era convocato dalle 15.00 in piazza Dante e dopo poco si è spostato sulla strada.Tutti increduli nel vedere un dispiegamento di forze dell'ordine tale da ricordare vagamente il giorno della blindatura del cda per l'approvazione del bilancio d'Ateneo.Nonostante la visibile presenza delle forze dell'ordine la tensione era bassa, aria di scherzosità, perchè in fondo faceva ridere che uno comne Pera che ormai è lontano dagli schermi e da ruoli di potere richiedesse una blindatura di quel genere.Qualcuno porta le pere in piazza e le offre ai poliziotti.Probabilmente dal rettorato qualcuno si è mosso in maniera determinata per paura che qualcuno manifestasse ancora una volta un dissenso "troppo radicale" oppure la questura è stata più apprensiva del solito, volendo dimostrare (come vedremo in seguito) che è iniziata l'era della "mano pesante".C'è anche l'ipotesi che si si siano scomodati dal ministero per difendere l'onorabilità di un senatore in qouta di maggioranza.Quello che è successo ha comunque dell'incredibile, anzi dell'inaccettabile.Poco prima delle 16.00, la questura, nella persona di Pizzimenti e la digos nella persona di Calabrese ordinano agli studenti di fare tre metri indietro.Lo stupore degli studenti balza alle stelle, non solo non possono entrare nella loro Università, per cui pagano fior fior di tasse, ma addirittura nemmeno possono sostare di fronte ad una delle entrate, l'unica aperta, anche se con tutta la Digos al completo e qualche poliziotto a fare la portineria.Sostare, si badi bene, non davanti, ma a circa 6-7 metri, lontano addirittura dal marciapiede, sulla strada insomma.Di fronte ad un ordine senza motivazione, non essendo gli studenti un plotone d'esecuzione, l'ovvia risposta è stata il rifiuto. Tanto più che era ovvio che sia Pera che gli invitati (già perchè di invitati dobbiamo parlare) sarebbero passati da una delle altre quattro porte controllate completamente dalla polizia.Insomma inizia la carica, i poliziotti si schierano in due file di fronte agli studenti e iniziano a spingere, dopo pochi secondi partono le prime manganellate.L'aria si fa tesissima, ma ancora la questura non è contenta.Così il capo della Digos sghignazzando, pensando forse si trattasse di un gioco, impartiva l'ordine di andare avanti al plotone, dicendo che i tre metri ancora non erano raggiunti. La seconda carica è stata terribile, le manganellate sono partite subito e le teste degli studenti in prima fila non hanno ovviamente retto.Nessuno aveva il casco, nessuno aveva niente, proprio perchè la circostanza sembrava non portasse a situzioni di probabile scontro.Così non è stato. le manganellate hanno colpito duro, 7 i refertati e altri nemmeno si sono fatti refertare, ma ne avrebbero avuto un gran biosogno.9 o 10 le teste uscite insanguinate, molte le lesioni e gli ematomi sui corpi degli studenti nelle prime due file.Ad uno studente, attualmente ancora in ospedale, stanno ricucendo la parte dietro della testa, con uno scuarcio degno di nota.Tutto questo per far capire che l'università ora viene gestita con la forza, che il dissenso non è più tollerato in tempo di crisi.Anche la Questura (Digos ovviamente compresa) ha voluto dare un segnale di svolta comportandosi in una maniera tale da riportarci con la memoria ad altri tempi, quando a Pisa per un semplice presidio si prendevano gli schiaffi (sicuramente preferibili alle manganellate).La rabbia è tanta, la stupore ha laciato spazio ad un sentimento d'odio intrattenibile, che ti porta comunque a valutare con coscienza il dramma consumato oggi.Il 16 marzo scade la seconda rata per il pagamento delle tasse universitarie, in quel giorno tutti si dovranno ricordare che stiamo pagando per un università che non è più nostra, perchè non ci è possibile nemmeno sostarci di fronte pacificamante a le strutture universitarie, aspettando che qualcuno ti spieghi perchè non puoi entrare a prendere parte ad un dibattito dichiarato pubblico.L'università non è pubblica, ma di proprietà, di proprietà di Pera, o delle gerarchie dell'Ateneo, degna di osservazione, tra l'altro, il comportamento della professoressa Tongiorgi, prorettrice vicario che, mentre i poliziotti caricavano stava giungendo dal fondo della strada e appena ha sentito che veniva menzionata al megafono ha girato l'angolo, proprio mentre si alzava il primo manganello.Molte presenze importanti successivamente, sia Zappacosta, che la Tangheroni, il primo è stato sollecitato pubblicamente a svegliare il suo partito (PD) che a questo punto si spera prenda posizione su quanto è accaduto, la seconda invece con fare provocatorio si è avvicinata per poi subito scappare visto che la situazione era già abbastanza tesa.Molti anche i giornalisti, speriamo sia scorso abbastanza sangue da farci guadagnare la prima pagina.Dove sta l'università che si costruisce sul dialogo e sul confronto, se nessuno di quelli che vogliono portare domande "scomode" viene più fatto entrare e si ritrova, con la testa spaccata di fronte alla sua facoltà?Non ci sta, e sarebbe il momento di riprendersela questa uiniversità, bisogna che gli studenti incomincino a viverla e se le risposte stanno nei manganelli, bè... le teste sono tante, circa 50.000, chissà se prima dell'ultima rotta qualcuno in città griderà che Pisa non è la città democratica e aperta che vogliono farci credere, ma è solo un'altro posto dove la democrazia e la legalità si muovono sotto forma di manganelli e ordinanze repressive, dove il controllo sociale è una realtà quotidiana che si affianca alla straordinarietà delle teste rotte degli studenti che facinorosamente volevano avere diritto di parola nel loro Ateneo.La risposta sia del capo della Digos sia del vice questore, alla semplice domanda: perchè avete caricato?"Vi siete impuntati, ma soprattutto non abbiamo trovato nessun interlocutore con cui arrivare ad una mediazione".L'onda non ha interlocutori con cui tenere a bada le mobilitazioni, l'onda non ha referenti e rappresentanti, quindi l'Onda devono reprimerla... è chiaro no?Vedremo se ci riusciranno...Il prossimo apputamento è a breve, alla faccia di chi diceva che l'Onda era finita. Martedì sera al Polo Carmignani parleremo anche di questo, all'interno di un' assemblea pubblica.
una delle teste spaccate


FONTE: AUT-AUT

Piacenza: Critica le ronde padane su Facebook e viene convocato in questura.

E' quanto accaduto ad un militante del Prc di Piacenza lo scorso week-end, rientrato a casa dopo aver preso parte alla contromanifestazione organizzata dalla Rifondazione comunista contro le ronde padane. Il comunista, al termine della manifestazione di giovedi' scorso che ha visto momenti di tensione tra gli stessi militanti del Prc e la Digos, e' quindi rientrato a casa, commentando sul popolare social network quanto accaduto quella sera. La frase riportata su Facebook contro le ronde padane suonava come "siete dei razzisti: e' facile fare le ronde con 20 poliziotti di scorta" e non sembra essere piaciuta per niente alla questura di Piacenza che ha immediatamente convocato il giovane militante per "una chiacchierata".Il capogruppo del Prc in consiglio comunale Carlo Pallavicini si e' subito mobilitato per difendere i suoi iscritti: "Questo e' un atto grave della questura- rileva il comunista- qui si tratta di intimidazioni sulla base di controlli della Polizia su un social network libero, su cui si puo' scrivere tutto, sempre pero' nei limiti della decenza". Anche il segretario provinciale del Prc Roberto Montanari bolla l'atteggiamento della questura come "inappropriato, soprattutto perche' Facebook e' un network libero ed ognuno puo' esprimere la propria opinione". Diversa l'opinione della questura di Piacenza che, da fonti non ufficiali, fa sapere che la convocazione del militante del Prc rientra nell'ordinaria routine di controlli.
fonte: Dire

Parma: Caso Bonsu, confermate le accuse ai vigili

Per il p.m R. Licci, titolare dell’inchiesta, diversi agenti della polizia municipale parmense pestarono e insultarono, in maniera reiterata, lo studente di origine ghanese Emmanuel Bonsu Foster. Vengono quindi confermate le accuse di sequestro di persona, lesioni, insulti razzisti e perquisizione arbitraria contestate nel corso delle indagini. In Emilia, dopo il caso Aldrovandi, emergono altri episodi in cui agenti di polizia, nel normale operato di controllo del territorio, si rendono responsabili di una condotta deviante.4 marzo 2009 - Rootz
I fatti: il ventinove Settembre scorso, Emmanuel Bonsu, 24 anni, ghanese, venne indebitamente coinvolto in un’operazione della polizia municipale parmense. Cosa gli fu fatto? Buttato e immobilizzato a terra con un piede sulla testa, gli fu puntata una pistola contro e fracassata l’orbita sinistra. Fu picchiato anche durante il trasporto al comando di polizia dall’agente Villani. Lo stesso agente, insieme a Cremonini e Fatantuono, ha continuato a pestare lo studente durante l’interrogatorio. Fatantuono si è pure fatto fotografare insieme ad Emmanuel una volta sanguinante ed ammaccato per i colpi ricevuti. Gli è stato fatto firmare un verbale falso da Frattini, che l’ha percosso con una bottiglia d’acqua. Tutti l’hanno ripetutamente insultato con frasi razziste. Nei giorni successivi,poi, gli era stata recapitata una busta contenente le notifiche degli atti relativi al suo fermo su cui c'era scritto "Emmanuel negro". La chiusura delle indagini: i quattro aguzzini rimangono ai domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha infatti confermato le accuse già contestate nell'ordinanza di custodia cautelare. Per gli altri sei, diversamente coinvolti, rimane l’interdizione dai pubblici incarichi disposta dal comando della polizia municipale e dal Comune. La loro colpa più grave è quella di aver fornito alla magistratura verbali falsi.

Frascati: Collettivo studentesco denuncia il comportamento repressivo della polizia.

Il 4 marzo a Frascati(rm), il ministro dell' istruzione Gelmini avrebbe dovuto partecipare ad una conferenza presso l' ESA. Una cinquantina di studenti e studentesse dei licei dei castelli romanis ono stati bloccati per circa un ' ora alla stazione di tor vergata, nei pressi di Frascati. Identificati per manifestazione non autorizzata, due di loro sono stati portati e trattenuti al commissariato di Frascati per il sequestro di volantini e striscioni. Denunciamo l' atteggiamento repressivo e smisurato delle forze dell' ordine nei confronti di quegli studenti che legittimamente e pacificamente volevano contestare il ministro Gelmini, firmataria della riforma che sancisce il colpo finale della scuola pubblica attraverso tagli strutturali, il ritorno al maestro unico, il blocco delle assunzioni del personale scolastico.In questo contesto di palese crisi strutturale del sistema capitalista, che sta producendo il fallimento dei sistemi bancari e finanziari, la chiusura di tante medie e piccole imprese, il licenziamento di centinaia di migliaia di precari, il disegno del governo appare chiaro: far fronte alla crisi con tagli a scuola, università, ricerca e sanità da una parte, e politiche securitarie e xenofobe volte a delineare una svolta autoritaria nel paese dall' altra. Esemplare quanto successo sabato a Bergamo, dove antifascisti e antifasciste, cittadini e cittadine, scesi in piazza contro l' apertura della sede di forza nuova, nota organizzazione di stampo fascista, sono stati brutalmente caricati e fermati dalle forze dell' ordine.

CUS Castelli romani collettivo unitario studentesco dei castelli romani

5 marzo 2009

Bologna: Espulsioni di massa, è rivolta al CIE

Nella struttura serve spazio per i clandestini provenienti da Lampedusa, forte accelerazione dei rimpatri. Ma esplode la rabbia dei detenuti.

Dalle fonti di cui disponiamo risulta che la sollevazione di ieri succeda a diversi giorni di tensione nell'ex-Cpt. All'origine della rabbia dei reclusi nella struttura di via Mattei ci sarebbe un notevole intensificarsi delle espulsioni dei clandestini, dovuto alla necessità di liberare posti per accogliere le numerose persone sbarcate negli scorsi giorni a Lampedusa. Già sabato un detenuto, che avrebbe oppusto resistenza al rimpatrio coatto, è stato condotto al Policlinico S.Orsola-Malpighi con serie ferite, non sappiamo se riconducibili ad atti di autolesionismo o a violenze subite dal migrante. Nella giornata di lunedì, come già in serata segnalava un commento anonimo su Indymedia EmiliaRomagna, e come siamo in grado di confermare, ad una «accesa protesta» è seguito l'intervento di un ingente dispiegamento di Polizia, Carabinieri e Vigili del Fuoco. Circostanza riportata anche da un comunicato diffuso in rete e firmato «Anarchici di Bologna», che recita: «verso le 19 e 30 ci hanno chiamato da dentro per dirci che c'era qualcosa in corso. Arrivati al Cie abbiamo visto un lenzuolo che pendeva dal tetto e forse qualcuno aveva tentato la fuga, comunque si sentivano molte urla ed era pieno di ogni genere di sbirri.» Ieri sera, dopo le 21, il presidio di solidali antirazzisti radunatosi in via Mattei si è sciolto, ma in quello che non esitiamo a definire un lager dei nostri tempi, all'estrema periferia della città. il clima resta caldissimo.

Fonte: Zic.it

Frascati: la polizia ferma gli studenti anti Gelmini

Certo più "gentili" dei loro colleghi bergamaschi - che sabato hanno scortato una manifestazione non autorizzata di Fn e caricato manifestanti antifascisti che se ne tornavano a casa - i poliziotti di Frascati, zona dei Castelli romani, sono riusciti ieri a sventare, prima ancora che si consumasse, un insidioso comportamento antipatriottico che alcuni studenti dall'altro erano decisi a mettere in pratica. Conteporaneamente anche la direzione dell'Istituto di fisica nucleare faceva arrestare alcune pericolose bandiere.
Dunque, era stata annunciata la visita della ministra Gelmini al centro italiano Esrin dell'Agenzia spaziale europea (Esa) e al vicino Infn, istituto nazionale di fisica nucleare. Qui è stata proibita l'assemblea del personale perché sarebbe stata chiesta con poco preavviso. Nel frattempo, però, il direttore dei laboratori ha chiesto ai rapresentanti sindacali di rimuovere le bandiere della Cgil che erano nell'ingresso da ottobre, da quando è iniziata l'Onda e, da allora, l'ente è in stato di agitazione permanente. Al diniego della Rsu, la direzione ha provveduto comunque a cancellare le tracce della mobilitazione del personale. L'Infn, come tutti gli enti di ricerca, è zeppo di lavoratori precari. 600 di fronte a 1800 strutturati. Di quei 600, 250 sono stabilizzabili ma, a differenza di altri enti, questo non brillerebbe per velocità. Così in 70, a giugno, potrebbero restare esclusi dalle procedure di stabilizzazione e oltre cento contratti a tempo determinato non sarebbero rinnovabili per i vincoli della finanziaria. Grazie Brunetta.
Davanti alla stazione di Tor Vergata, iintanto, il Collettivo unitario studentesco, medi e universitari dei Castelli, aveva organizzato un presidio di accoglienza per Gelmini. I cancelli dell'Esa sono infatti nelle immediate vicinanze. Però, arrivati alla stazione, un paio di ore prima dell'arrivo della ministra - erano le 16.30 - i primi trenta ragazzi hanno trovato alcune volanti davanti alla stazione che bloccavano l'accesso. Gli agenti - una decina in divisa atlantica, coperti a distanza da un paio di equipaggi della celere in tenuta antisommossa nel parcheggio soprastante - li hanno bloccati tutti. Solo quattro o cinque dei sono maggiorenni. Racconta uno di loro: «Ci hanno tenuto per due ore bloccati nella stazione mentre verbalizzavano le identificazioni.
Il dirigente non ci ha voluto parlare nonostante lo avessimo chiesto ripetutamente per capire cosa stesse succedendo». Lo avrebbero trovato solo dopo il rilascio, cercandolo tra le volanti. Nel frattempo altri studenti che arrivavano alla stazione sono stati tutti identificati e poi rinchiusi nella stazione. Il primo ad arrivare, in auto, e in perfetta solitudine, sarebbe stato denunciato per manifestazione non autorizzata solo perché nel bagagliaio aveva un secchio per la colla e un manifesto dell'assemblea "no fly" di Ciampino, la rete di comitati di cittadini che si batte contro i veleni del traffico aereo tra le case.
Sequestrato, dagli uomini del commissariato di Frascati, un pericolosissimo striscione riportante la scritta: "Noi la crisi non la paghiamo. L'Onda è antifascista".
Alla restituzione del documento è stato imposto agli studenti di firmare una notifica del proprio domicilio per l'eventuale denuncia per la manifestazione non autorizzata ma neppure iniziata. Due di loro, maggiorenni, sono stati portati al commissariato per la notifica del sequestro del pericolosissimo cencio. Lunedì assemblea all'Ipò, storico centro sociale di Marino.
Intanto, mentre si consumava l'inedito gesto di repressione preventiva, la ministra arrivava negli enti dopo aver presentato il nuovo portale antidroga con il collega Giovanardi, quello fissato che "una canna fa primapera". Una volta giunta tra i ricercatori spaziali e nucleari, era prevedibile che Gelmini promettesse di uscire dalla crisi grazie allo spazio e al nucleare. Va detto che l'avvocata bresciana ha anche scoperto la precarietà di cui è ritenuta grande produttrice: «Il precariato è una piaga sociale e in queste condizioni non si può pianificare il futuro, ma noi non li lasceremo soli. Entro un mese e mezzo avremo la ricognizione per i tre gruppi di precari della scuola, dell'università e della ricerca. E questo è il primo passo importante per affrontare questo problema - ha detto a margine della visita - stiamo lavorando sui precari ricercatori, ma non abbiamo ancora una risposta (sul possibile distacco dei precari della ricerca dagli altri precari della Pubblica amministrazione, ndr)». E in mancanza di risposte, come sempre, ci pensa la polizia.

Ivrea: Sparò a ladro in fuga. Condannato poliziotto

E' stato condannato a un anno e quattro mesi, con il rito abbreviato, il sovrintendente di polizia Alessandro Sartore. Era accusato di eccesso di uso legittimo di arma da fuoco per la morte di Mariana Chisoi, 37 anni, romena, avvenuta l'8 settembre del 2007 al termine di un furto. La sentenza è stata formulata, oggi, presso il Tribunale d'Ivrea (Torino), dal gup La Rosa. L'agente in forza al Commissariato di Polizia d'Ivrea era assistito dai legali Mario Benni ed Enrico Scolari. Il pubblico ministero Fabrizio Givri aveva invece richiesto la condanna a 12 anni di reclusione con l'accusa di omicidio volontario. All'epoca dei fatti i poliziotti avevano avuto una soffiata circa una rapina che si sarebbe consumata in un supermercato di un quartiere alla periferia sud d'Ivrea. Si appostarono e lasciarono che i banditi entrassero in azione. Una volta in trappola, i malviventi tentarono la fuga a bordo di una Lancia K. Proprio in quel momento Alessandro Sartore sparò prima in alto, poi contro la vettura che si dirigeva contro di lui. Uno di questi, passato attraverso la portiera, ferì a morte la donna. Stefan e Mariana Costache, che hanno partecipato alla rapina, hanno già patteggiato venti e diciotto mesi di reclusione per rapina e resistenza.


fonte: Ansa

4 marzo 2009

Milano: Polizia entra in università in assetto antisommossa per proteggere i fascisti

Stava avvenendo una guerra civile?

Successione degli eventi
Assolutamente no. Dalle 11 del mattino degli studenti di Azione Universitaria (lista universitaria notoriamente legata ad ambienti dell'estrema destra italiana) volantinavano in atrio. Nessun problema, se non che, per volantinare, questi individui erano (e sono sempre) "tutelati" dalla presenza massiccia di uomini della digos (polizia politica), che stavano, secondo una strana idea di "servizio pubblico" per cui li paghiamo, a presidiare il banchetto.
Intorno alle 12.30 un gruppo di studenti, contrari alla presenza in università di persone con idee di evidente matrice fascista, per di più "scortati" dalla polizia politica, hanno cominciato a passeggiare nei dintorni del banchetto, in maniera del tutto ironica e ridanciana. Non fosse che gli stessi "cuori da leone" ed i loro protettori si sono subito compattati intorno al banchetto, non si capisce impauriti da chi o da cosa.
Dopo mezz'ora di questo assurdo teatrino un prodigo agente della Digos ci chiede di spostarci di lato in modo da far passare i ragazzi per uscire. Noi ci spostiamo subito (essendo in fondo quello il nostro obiettivo).
Nel giro di pochi secondi si schierano davanti a noi, cogliendoci più che all'improvviso, IN ATRIO, due cordini di polizia e carabinieri in assento anti sommossa, con scudi caschi manganelli e tutto il necessaire, lasciandoci completamente sbalorditi. Naturalmente, girati verso di noi.
Cosa significa tutto questo
Pensiamo che qualsiasi studente che abbia ancora a cuore quest'università ed in generale la cultura possa capire la bolla che ci è salita, la rabbia, lo stupore, lo sdegno. Senza che stesse volando una mosca, per "difendere" un gruppetto di razzisti subito rinforzato da esterni, tutt'altro che studenti, si è schierata la polizia, evidentemente al servizio di uno Stato che non possiamo riconoscere date tali azioni.
Rabbia, e indignazione, che ci hanno fatto restare, incazzati neri, a fare di tutto perché se ne andassero al più presto (com'è avvenuto, dopo una buona mezz'ora).
L'intervento delle forze dell'ordine ALL'INTERNO dell'università, in una situazione tutt'altro che "calda" (benché non sia questo il punto), ci sembra una vergogna insopportabile per questo ateneo e chi lo vive. Una vergogna a cui qualcuno deve rispondere, dato che il Rettore, sfuggente, cerca di negare la sua responsabilità rispetto all'accaduto nonostante le parole degli sbirri (dichiaratisi "autorizzati dall'amministrazione") e la prassi universitaria. Egli, e tutti gli esponenti della giunta di quest'università, devono prendersi carico di aver permesso l'intervento delle forze dell'ordine in quel modo, e la presenza, ormai quasi costante, della polizia politica in università.
Il fatto di martedì, e l'ormai consueta presenza della digos in ateneo, ci fanno sospettare che questo non sia un luogo libero, quale dovrebbe essere come luogo di sapere, ma uno dei tanti spazi attraversati dal controllo pervasivo dello stato e della polizia. Non si tratta di "non avere nulla da nascondere" ma di difendere ogni studente, ogni idea, nella sua possibilità di esprimersi senza dover temere gli occhi e l'intervento violento della polizia.
Quello che è accaduto mercoledì è un fatto gravissimo, e speriamo che tutti se ne rendano conto e ne prendano atto, pretendendo con forza che non accada mai più; in più se certi elementi (quali i ragazzi di azione universitaria) possono stare in università scortati dalle forze dell'ordine, protetti da loro in maniera violenta, essi devono essere del tutto delegittimati, dallo sdegno degli studenti, per questi comportamenti tutt'altro che "democratici".

Molti studenti incazzati neri

Storia di Youness espulso dall'Italia senza un perché.

«Ti racconto la mia vita con la valigia, da Bergamo a Casablanca e da Casablanca a Bergamo». La voce di Jessica Zanchi è candida, la voce di una ragazza italiana di vent'anni, mamma da pochi mesi e da tempo al centro di una vicenda paradossale. Jessica è sposata con un ragazzo marocchino espulso per tre volte dall'Italia perché sospettato di far parte di un «consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano dell'integralismo islamico». In poche parole: un terrorista. «Youness ha il solo torto di avere un fratello condannato a morte in Marocco per terrorismo islamico», dice. Youness Zarli (nella foto), 27 anni, è innocente: lo hanno stabilito i giudici marocchini dopo dieci mesi di ingiusta carcerazione. Appena libero, Jessica lo ha raggiunto al consolato di Casablanca e qui si sono sposati. Era il 3 marzo 2007, esattamente due anni orsono. Dopo il matrimonio sono tornati a Bergamo, era pronto l'appartamento ricavato all'interno della casa dei genitori di Jessica, Youness viene però espulso una seconda volta e poi una terza, nonostante il consolato italiano gli avesse rilasciato un permesso di ricongiungimento famigliare e poi un visto sul passaporto, che non gli è mai stato ritirato. Il ragazzo ora vive con la madre in Marocco, per il ministero dell'Interno non potrà più mettere piede in Italia. Jessica parla al telefono, ripete una storia raccontata centinaia di volte, in sottofondo gli urletti felici di Adam, dieci mesi, il loro figlio. Cominciamo dal principio, da quando Youness lascia la casa dei genitori a Casablanca per raggiungere due fratelli emigrati a Bergamo. Era il 1997, aveva poco più di 16 anni. Comincia la sua vita italiana, lavoretti saltuari come saldatore e muratore, ottiene il permesso di soggiorno. E poi il tempo libero, gli amici, la discoteca, il kick boxing: è così bravo da diventare campione italiano di light contact. Proprio in una sala da ballo incontra e conosce Jessica, lei ha soltanto 15 anni, lui 22. Si innamorano. I genitori della ragazza, come da copione, storcono il naso: ti dovevi fidanzare proprio con un marocchino? Poi lo conoscono e cambiano idea, il padre di Jessica lo invita la domenica a vedere le partite, la madre acconsente che i due ragazzi dormano insieme. Il 3 dicembre 2005 gli agenti della Digos bussano alla porta di Youness, gli mostrano un decreto di espulsione firmato dal ministro dell'Interno, Beppe Pisanu. In base a quel decreto il ragazzo non può appellarsi al giudice, l'esecuzione è immediata. Dopo due giorni è costretto a prendere un aereo per Casablanca. Il documento di rimpatrio coatto non specifica le motivazioni, si parla appunto di «consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano dell'integralismo». Il pensiero va, automaticamente, al fratello Salah Zurli, indagato dal pm milanese Stefano Dambruoso alla ricerca di cellule islamiche in territorio italiano. Salah è stato giudicato in Marocco e condannato per aver partecipato ad alcuni attentati fondamentalisti. «Youness non è come suo fratello, svolge una vita normale, non ama la politica» ripete Jessica.Eppure. Appena sbarca dall'aereo, Youness viene prelevato dalla polizia marocchina e per due settimane duramente interrogato da decine di inquirenti. Poi viene sbattuto nel carcere di sicurezza di Témara, per dieci lunghi mesi. Il 29 novembre 2006 arriva l'assoluzione, per i severissimi giudici Youness non è un terrorista. In seguito alla cerimonia di nozze al consolato di Casablanca, a Youness viene garantito il visto per ricongiungimento famigliare. I due tornano a Bergamo, e dopo qualche giorno Youness si presenta in questura per regolarizzare la sua posizione e chiedere il permesso di soggiorno.«Innocentemente pensavamo che tutto fosse finito», commenta Jessica: «Pensavamo che l'assoluzione in Marocco potesse cancellare quel decreto di espulsione». Allo sportello, in effetti, i funzionari non battono ciglio. Consegnano i documenti al ragazzo, arrivederci. Ma due ore dopo, gli agenti della Digos lo prelevano nuovamente e, senza lasciargli nemmeno il tempo di salutare Jessica, lo rispediscono in Marocco. Così è cominciata la «vita con la valigia» di Jessica: qualche mese a Casablanca, qualche mese a Bergamo: «Il Marocco è bello ma non mi piacerebbe viverci per sempre, non mi sentirei libera di fare la vita che voglio», spiega Jessica. Nemmeno il ragazzo vuole vivere nel paese dove è nato: dopo 11 anni in Italia si sente ormai italiano, ha imparato bene la lingua, gli piace la "italian way of life". A novembre del 2007 scopre di essere incinta, telefona a Youness e lui decide di rischiare: si presenta all'aeroporto, mostra il passaporto, prende l'aereo. Semplicemente, come la prima volta, il suo status di persona non grata non era stata registrata dal consolato né dalle autorità aeroportuali. Come dire che un "terrorista" pericoloso, secondo il ministero dell'Interno, può comunque viaggiare senza restrizioni. Ma, come da copione, dopo pochi giorni a Bergamo la polizia lo riacciuffa come un criminale e per la terza volta lo rimpatria in Marocco.Il decreto Pisanu, entrato in vigore nel 2005, prevede che il destinatario dell'espulsione possa fare ricorso al tribunale amministrativo (Tar) soltanto dopo essere stato rimpatriato. Youness non ha potuto farlo poiché è stato immediatamente incarcerato, e dunque sono scaduti i 90 giorni per il ricorso. Jessica, insieme con l'avvocato Paolo Oddi, ha depositato una istanza al Viminale nel luglio 2007 chiedendo che venga cancellato il decreto in base, soprattutto, all'assoluzione del ragazzo da parte del tribunale di Rabat. Proprio in questi giorni scade il secondo anniversario delle nozze, a partire da questo momento il giovane può fare richiesta della cittadinanza italiana e, poiché è sposato e ha un figlio italo-marocchino, ha smesso di essere comunque un extracomunitario e dunque per lui valgono le leggi comunitarie. Jessica ha creato un blog, per raccogliere firme da aggiungere alla petizione indirizzata anche a Giorgio Napolitano e al parlamento europeo. «E' una storia così assurda che se fosse capitata a qualcun altro e me l'avessero raccontata, non ci avrei creduto». E' probabile che durerà ancora per molto, la separazione. Il decreto Pisanu prevede l'allontanamento immediato «per motivi di sicurezza nazionale» ma non ha l'obbligo di precisare le motivazioni, che rimarrebbero comunque oscure anche ad un giudice poiché coperte da segreto di Stato. Proprio il caso di Youness. Jessica è stanca: «La cosa che più ci fa arrabbiare è questa, non sapere perché pensano che mio marito sia un terrorista».
fonte: Liberazione

Bergamo: «Non fu guerriglia ma rastrellamento di polizia»

«Non sono impaurito, sono triste. Chi se lo aspettava un trattamento del genere?». Chi parla è uno dei sessanta fermati di sabato scorso a Bergamo. Quando la polizia è uscita fuori di sé: chi scortava un marziale corteo non autorizzato di Forza nuova e chi pestava i manifestanti antifascisti che tornavano a casa. Il nostro testimone ha 26 anni, fa il precario in un call center. «Non sono politicizzato - dice a Liberazione - vado alle manifestazioni, frequento il Pacì nel weekend». Pacì Paciana è un centro sociale attivo dal '97, con amicizie trasversali nella galassia italiana degli spazi autogestiti. Ed è uno dei nodi della rete antifascista cittadina che aveva convocato il presidio contro la calata di Forza Nuova in città. Il nostro interlocutore racconta ancora: «Abito a poche centinaia di metri da dove sono stato fermato. Stavo tornando a casa con un amico che neanche c'era stato alla manifestazione, lui stava cercando suo fratello piccolo». A via Paleocapa c'è un sacco di gente che scappa in direzione opposta: «Vado avanti, vedo un bus dell'Atb (l'azienda tranviaria orobica, ndr), adibito a cellulare». Senza una spiegazione, un tipo in borghese col casco per l'antisommossa li avvicina, chiede loro i documenti e li afferra per il braccio, «senza una parola... se mi fermi spiegami almeno!». Il ragazzo e il suo amico vengono fatti salire sul bus requisito, ex linea 6. «Vi avremmo messo le manette ma sono finite», spiegano i servitori dello Stato impedendo ai fermati di usare i telefonini. In questura arriva un altro convoglio quasi uguale. In cinquanta saranno compressi in uno stanzino. Tra i fermati ci sono un paio di teste spaccate. Questo il repertorio degli agenti: «Stai zitto stronzo!»; «Stai zitto, merda!»; «Ti riempio di botte!». Le ragazze devono andare in bagno davanti a tutti, solo un'ora dopo arriva la concessione di una poliziotta per accompagnarle. I "nostri" usciranno dalla questura senza nemmeno un foglio. Un legale, Fabrizio Losito, ci dice che gli unici due arrestati (rilasciati lunedì), su sessanta fermati, si ritrovano l'accusa di resistenza e violenza a pubblico ufficiale, condita con un'«odiosa» aggravante, perché in concorso con più di dieci persone. Tutto ciò fa lievitare le pene eventuali (da sei mesi a 5 anni per la resistenza semplice e fino a 15 anni con l'aggravante). E spiega la dimensione della retata di sabato sebbene si sia trattato di un fatto che l'avvocato considera «ridotto: nessuno s'è fatto davvero male, la città non è stata devastata, non risultano vetrine rotte, né richieste di danni. Solo un paio di scritte». Insomma, nulla a che vedere col bollettino di guerra diramato senza descrizioni convincenti dai giornalisti locali. «In questa cosa piccola, però, ci sono stati episodi sinistri: manifestanti colpiti alle spalle, persone picchiate in terra - va avanti il legale - e quel personaggio incappucciato che picchia i "passanti". Una situazione preoccupante anche se forse in questura s'è scelto un profilo un po' più basso». «L'importante nella vita è lasciare un segno del nostro passaggio», aveva sentenziato il questore, Dario Rotondi, commemorando pochi giorni prima due agenti assassinati 32 anni prima al casello di Dalmine sotto i colpi della banda Vallanzasca. I suoi uomini stavolta hanno lasciato segni pesanti sulla città: i filmati li rivelano discreti bestemmiatori e piuttosto influenzati dai loro colleghi del G8 genovese mentre vanno a caccia di ragazzini e pestano in gruppo persone disarmate. Eppure da Vicenza, dov'era fino a un anno fa, Rotondi era arrivato con la fama di persona ragionevole. Chi gli ha chiesto spiegazioni per aver disposto le cariche s'è sentito rispondere che «signori miei», il clima è cambiato, è cambiato il governo. Deve averglielo spiegato il ministro La Russa piombato pochi giorni prima dei fatti dopo l'aggressione - condannata da tutti - a due di Azione giovani. «Stiamo reagendo bene, stiamo continuando a spiegare che non c'è stata guerriglia, né scontri ma solo rastrellamenti - dice Carletto del Pacì Paciana - il problema sono stati i fascisti e la polizia». Lunedì, alla conferenza stampa degli antifascisti, c'erano centocinquanta persone, nemmeno tutti militanti: erano testimoni, cittadini, genitori dei ragazzi picchiati. Il lavorìo dellacontroinformazione, probabilmente, produrrà controdenunce. Domani è in programma un'assemblea cittadina per fare il punto e annunciare iniziative. Si accettano scommesse sull'uomo mascherato e picchiatore. Gettonatissimo un digossino. «Ho visto la presenza marziana dei fascisti (ma Fiore, il loro capo, respinge da sempre l'etichetta, ndr)», prosegue Carletto. Forse solo venti camerati sono di Bergamo. Gli altri sono al seguito del leader. «Neanche una scritta in giro per la città», continua l'esponente del centro sociale ricordando un tentativo di Casapound che, dalle Valli, ha provato a distribuire pane a Treviglio, «per alcuni secondi». Non c'è molto spazio per l'estrema destra forse perché la Lega ha condensato le stesse pulsioni xenofobe su cui scommette la diaspora dell'antico Msi.La calata di Fn, insomma, ha il sapore di una forzatura operata con le migliori coperture della destra istituzionale. Il sito dell'Osservatorio democratico rivela la «santa alleanza» in atto: il leader locale di Fn è parente del segretario di An. Entrambi militano in Alleanza Cattolica, sodalizio integralista.I forzanovisti - armati fino ai denti, come da vdeo - sono stati scortati dalla polizia nonostante fosse stata fornita al sindaco, l'assicurazione che non avrebbero sfilato. Dovevano essere accompagnati alla sede nella zona di via Quarenghi, quella dei negozi degli immigrati. Location ideale per una provocazione. «Accadimenti di questo genere non si vedevano da decine di anni, quello che è successo è uno spartiacque». Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione, conferma il clima di paura e tensione, «un clima legato al cambio di governo». E conferma a Liberazione , la «copertura a un corteo armato di spranghe, caschi, bastoni, aggressivo e non autorizzato. Occorre - spiega - rilanciare l'antifascismo politico e partecipato. bisogna rifuggire dallo scontro fisico, recuperare un vuoto di rappresentanza. Che è il problema di fondo».Unica tra le grandi città lombarde, Bergamo è governata dal centrosinistra con il Prc. Unica anche quando ha bocciato la aggressiva campagna delle destre contro parcheggiatori e commercianti abusivi. In città, al contrario, sono state ridotte le forme di marginalità «così - dice Locatelli - quel tentativo delle destre è fallito. Forse per questo ci si riprova utilizzando Fn». Alle imminenti comunali si profila uno scontro tra Roberto Bruni, figlio di deportato, candidato indipendente per il centrosinistra, e Franco Tentorio, vecchio avvocato missino, schierato da An.


Checchino Antonini - Liberazione

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