16 febbraio 2009

Roma: Manifestazione No Vat. Attivista indagata per «vilipendio a capo di stato straniero»

Sabato, al termine del corteo «No Vat», un’attivista del gruppo Mega [Movimento emergente giovani anticlericali] è stata fermata, portata in questura e indagata per «vilipendio a capo di stato estero» a causa di uno striscione che recava la scritta «Razi-nazi» e un cartello con l’immagine del papa con tanto di svastica e baffetti alla Hitler. Riportiamo di seguito il comunicato del coordinamento Facciamo breccia.
Dalla sua prima apparizione, nel 2006, la manifestazione No Vat si è rivelata un ottimo analizzatore del livello di egemonia vaticana in questo paese. L’egemonia vaticana si manifesta non solo nelle aule parlamentari, ma anche attraverso il silenzio dei media mainstream sul corteo No Vat e soprattutto sulla funzione, attribuita alla forze dell’ordine, di ‘contenere e reprimere’ le espressioni critiche nei confronti del dio-in-terra Ratzinger. Ricordiamo, l’11 febbraio 2006, al concentramento del primo corteo NO VAT, il sequestro da parte dei solerti Digos dello striscione delle compagne Cobas con la scritta ‘Ratzinger-Ruini pericolosi impiccioni’. Atto di forza a cui l’intero corteo rispose moltiplicando con cartelli e slogan quella stessa scritta. Il 14 febbraio 2009 la Digos ci riprova e si impunta, già alla partenza del corteo, contro uno striscione del gruppo M.E.G.A. (Movimento emergente giovani anticlericali) su cui era scritto ‘Ratzi-nazi’, accompagnato da un cartellone che rappresenta Ratzinger con i baffetti alla Hitler e la svastica sullo sfondo. Striscione e cartellone, però, riescono a sfilare per tutto il percorso, la voce della minaccia si sparge e le/i attiviste/i di M.E.G.A. ricevono la solidarietà e la protezione dell’intero corteo. Ma i soliti solerti aspettavano dietro l’angolo e, alla fine della manifestazione, mentre quelle/i di MEGA stanno allontanandosi da Campo de’ Fiori, vengono fermati da circa dieci agenti della Digos che, dopo l’identificazione, portano in questura un’attivista per procedere con il sequestro del cartellone e dello striscione ‘incriminati’. L’attivista viene indagata per ‘vilipendio a Capo di Stato estero’. Il fatto si aggiunge al fermo delle/i 13 attiviste/i di Facciamo Breccia per l’occupazione simbolica di piazza San Pietro lo scorso anno – occupazione con cui si voleva protestare contro il divieto che il Pride arrivasse in piazza S. Giovanni. Il testo d’indizione del No Vat 2009, a 80 anni dai Patti lateranensi, recitava: “Stipulati per la difesa dei reciproci privilegi, i Patti lateranensi e la loro versione aggiornata nel Concordato dell´84 sono potenti strumenti di controllo. In loro nome la religione cattolica e i suoi simboli continuano ad imperversare, alimentando la logica dello "scontro di civiltà” e un clima in cui autodeterminazione, laicità, ateismo e libertà di pensiero sono stigmatizzati e spesso puniti come atti di terrorismo culturale". Dunque non avevamo nessun bisogno della solerzia delle ‘guardie italiane’ (ma non bastano quelle svizzere?) per avere conferma del totale asservimento delle istituzioni nella difesa dei privilegi e dello strapotere vaticani. Ratzinger può stigmatizzare e criminalizzare chiunque voglia autodeterminarsi, ma non è permesso esprimere alcuna critica alle sue parole. Non è nemmeno concesso di ricordare i suoi trascorsi nazisti né di proferire parola sulla riabilitazione di vescovi negazionisti, sulla santificazione dei torturatori delle dittature latinoamericani, sulla beatificazione di centinaia di franchisti. Lo abbiamo detto in corteo e lo ribadiamo di nuovo: lo stato sta mettendo in atto, col pretesto della sicurezza, una ‘pulizia etnica’ contro tutte le individualità, soggettività ed espressioni che non corrispondono ad una ‘norma’ imposta in maniera sempre più autoritaria e integralista. Ai solerti guardiani di questa norma/lità fatta di sfruttamento e barbarie rispondiamo che il vero e unico vilipendio che riconosciamo è quello alla laicità e all’autodeterminazione e che non intendiamo fare alcun passo indietro. Non abbiamo paura di fare paura. Tutta la solidarietà e l’appoggio di Facciamo Breccia a Mega ed in particolare all’attivista indagata.


Coordinamento Facciamo Breccia

Sosteniamo Simone

Doppio appuntamento domani per sostenere Simone, il giovane romano di 17 anni, finito a Catanzaro in un centro di recupero per minori a causa di due canne. Primo appuntamento alle 10 al Tribunale dei minori via dei Bresciani 32, angolo Lungotevere dei Sangallo In attesa del pronunciamento del Tribunale del riesame. A partire dalle 21, cena e dibattito con l’avvocato Francesco Romeo che darà gli ultimi aggiornamenti sulle vicende processuali di Simone. La serata è a sostegno delle spese legali e si svolgerà al Laboratorio Sociale Tana libera tutti, dove Simone portava avanti attività socio culturali, in via Giorgio Pitacco n°44, a Centocelle.

15 febbraio 2009

Roma: Raid razzisti contro rumeni

Bande aramte di bastoni hanno compiuto due raid razzisti nella Capitale. Nel primo quattro cittadini romeni sono stati feriti, due in modo più serio, all'interno di un locale dove alcuni giovani a volto coperto sono entrati armati di mazze di legno. Un altro immigrato, invece, è stato aggredito e pestato in via Tuscolana. Il locale assaltato, che si trova nella zona di Porta Furba, sulla via Appia, dista poche centinaia di metri dal luogo dove ieri sera sono stati aggrediti i due fidanzati di 14 e 16 anni e lei è stata stuprata da due uomini dell'Est Europa. Secondo quanto si è appreso, il locale, un kebab turco di via Tarrocceto, è solitamente frequentato da romeni e anche questa sera all'interno vi erano una decina di connazionali dei quattro feriti. Gli aggressori con il volto coperto da cappellini e passamontagna hanno infranto alcune vetrine sempre usando le stesse mazze di legno. Un raid durato alcuni istanti e poi degli aggressori nessuna traccia. Due dei romeni feriti sono stati medicati dal 118 direttamente sul posto mentre altri due sono stati trasportati all'ospedale San Giovanni per lievi contusioni. I carabinieri hanno avviato accertamenti: nella stessa zona poco prima si era svolta per le vie del quartiere una manifestazione di Forza Nuova per protestare contro lo stupro avvenuto nel parco della Caffarella. Poco più tardi in una zona vicina a quella del primo raid un altro rumeno è rimasto ferito e anche lui ha riferito ai soccorritori di essere stato aggredito da 20 persone con passamontagna e armati di mazze mentre passeggiava in strada. L'uomo è stato soccorso dal 118 e trasportato in codice verde al policlinico Casilino per contusioni alle gambe e ai piedi.
fonte: La Repubblica

Appelli: Signor Ministro Maroni, denunci anche noi

Signor Ministro Roberto Maroni, abbiamo letto della Sua volontà di intraprendere un'azione legale nei confronti del direttore del settimanale Famiglia Cristiana , che Lei accusa di averLe recato offesa personale per aver definito "leggi razziali" i provvedimenti del Governo verso i cittadini stranieri e le fasce più deboli della società.Le schedature di adulti e bambini rom, le classi differenziali per gli alunni stranieri, l'abrogazione del divieto di segnalare gli stranieri "irregolari" che ricorrono alle cure sanitarie, il reato d'immigrazione clandestina, il permesso di soggiorno a punti, le norme restrittive sui ricongiungimenti familiari, la legalizzazione delle ronde padane, il carcere fino a quattro anni per gli irregolari che non rispettino l'ordine di espulsione, il divieto d'iscrizione anagrafica e la schedatura presso il Suo Ministero non solo dei senza-domicilio-fisso, ma anche di tutti coloro che abitano in dimore diverse da appartamenti: l'insieme di queste misure lede profondamente i diritti fondamentali delle persone e i principi dell'uguaglianza e della democrazia. Queste misure configurano una forma di razzismo istituzionale, tanto più grave e intollerabile per il fatto che, per sostenerle, un ministro della Repubblica, Lei stesso, auspica la cattiveria nei confronti dei più deboli. Noi sottoscritti/e, uomini e donne di nazionalità diverse, nei nostri rispettivi ambiti di lavoro, di ricerca, di studio, di impegno sociale e politico, abbiamo sempre contrastato pubblicamente e nel nostro agire quotidiano l'intolleranza, la xenofobia e il razzismo. Perciò continueremo a denunciare le retoriche xenofobiche e le politiche razziste messe in atto dal Governo di cui Lei fa parte. Riteniamo infatti, sia nostro dovere personale, professionale, civile rispettare la Carta costituzionale e batterci per una società rispettosa dei diritti di tutti/e, indipendentemente dalla loro provenienza, nazionalità, condizione sociale.Noi siamo quella parte della società civile che condivide il giudizio espresso da Famiglia Cristiana e che continuerà a perseverare nel proprio impegno antirazzista. Se vuole essere coerente, Signor Ministro, quereli anche noi.

Primi firmatari:

Alberto Burgio, Alessandro Dal Lago, Alfonso Princpe, Andrea Billau, Angelo d'Orsi, Anna Cascella Paltrinieri, Annamaria Rivera, Antonella Bovini, Armando Sarti, Barbara Sorgono, Barbara Valmorin, Carlo Sorricelli, Cinzia Marini, Clara Gallini, Daniele Bolognesi, Daniele Nalbone, Don Giovanni Nicolini, Don Antonio Revelli, Ermanno Cova, Filippo Miraglia, Franco Chiarello, Franco Di Cesare, Italo Di Sabato, Gianna Urizio, Giorgio Cremaschi, Giovanni Mottura, Giuliano Campioni, Giuseppe Giardina, Grazia Naletto, Guido Fuochini, Laura Spezia, Leo Morabito, Libero Mancuso, Luigina Mottola, Luisa Faldini, Luisa Morgantini, Marco Perduca, Maria Scardamaglia, Maurizio Landini, Mercedes Frias, Michele Luzzati, Moni Ovadia, Morena Piccinini, Otello Ciabatti, Paola Moranda, Paolo Buconi, Paolo Ferrero, Pasquale Crea, Raul Mordenti, Renzo Fior, Roberta Fantozzi, Rossana Praitano, Sancia Gaetani, Sergio Tirelli, Simonetta Melani, Stefano Galieni, Tamar Pitch

Seguono altre trecentosette adesioni

Vicenza: In 10 mila in piazza contro la criminalizzazione del Movimento

Sono almeno 10 mila i vicentini che, hanno sfilato in corteo verso la questura vicentina per denunciare la militarizzazione della città e il tentativo di Prefetto e Questore di criminalizzare la comunità che si batte contro la nuova base statunitense.
Martedì scorso 16 persone erano state fermate e decine minacciate di arresto per i blocchi dei camion che accedono al cantiere. «Se volevano intimidire Vicenza – è stato detto al microfono – hanno fallito. Vicenza ha il diritto di difendersi da quest’imposizione». I manifestanti denunciano la limitazione dell’agibilità democratica attuata dal Prefetto Mattei e dal Questore Sarlo.
«Dicevano che siamo poche decine di facinorosi e il Questore vorrebbe denunicarci per “associazione a delinquere – hanno ricordato i manifestanti – ma questa è la miglior risposta di democrazia poteva dare». "Il Questore ha ipotizzato che questo movimento è un’associazione per delinquere" a causa dei blocchi pacifici dei camion attuati nei giorni scorsi; “quella di oggi è una grande risposta democratica a chi vuol criminalizzare il dissenso e intimidire la città”, hanno scandito ai microfoni i manifestanti. Microfoni aperti ai quali decine di cittadini hanno denunciato piccoli e grandi soprusi avvenuti in questi giorni da parte delle forze dell’ordine. Prossimo appuntamento, un presidio per la democrazia venerdì prossimo in Via Ferrarin, strada chiusa ai cittadini dalle forze dell’ordine per garantire l’accesso al Dal Molin. “Vicenza non è un’associazione a delinquere, Vicenza è uno spazio di democrazia”; la grande partecipazione di oggi è la miglior risposta che la città del Palladio poteva dare a chiunque sta tentando di intimidirla.

Il «crime deal» italiano

All'inizio di dicembre 2008 il totale dei detenuti in Italia è quasi lo stesso di prima dell'indulto, cioè circa 59 mila, con una percentuale sempre in crescita degli stranieri soprattutto al nord mentre al sud prevale la criminalizzazione dei locali spesso considerati come affiliati alle mafie anche quando si tratta di semplici piccoli delinquenti, di manifestanti contro le discariche di rifiuti tossici o degli ultrà napoletani dell'accusa-bufala di assaltatori di treni e stazioni. I forcaioli dicono che l'indulto è stato una catastrofe perché la maggioranza dei beneficiari è stata re-incarcerata, ma nessuno dice che questo è il risultato prevedibilissimo dell'assenza quasi totale di assistenza a chi esce dal carcere che però è sempre preda facile per quegli agenti di polizia a caccia dei soliti noti per mostrare quanto sono produttivi. I maschi stranieri hanno la chance di finire in carcere cinque volte di più degli italiani, ma in realtà i più perseguitati sono gli algerini (27 volte), i tunisini e i nigeriani (18 volte), i marocchini (11 volte); se poi si fa il confronto fra gli italiani meno repressi (soprattutto i padani) e gli altri si scopre che gli stranieri sono incarcerati 16 volte più dei primi e i «terroni» da 4 a 8 volte. L'escalation della criminalizzazione degli stranieri è cominciata dopo la Turco-Napolitano ma ha avuto un continuo crescendo col governo Berlusconi del 2001-2005, una forte accelerazione dopo la Bossi-Fini e ora con la gestione Maroni e i sindaci-sceriffi (di destra e di sinistra). Come mostra la serie storica dei dati statistici dal 1990 a oggi, la cosiddetta criminalità di strada come quella grave non è affatto aumentata, anzi i reati gravi sono notevolmente diminuiti nonostante l'esasperazione dell'azione repressiva e la collaborazione attiva dei cittadini zelanti. Così in quasi vent'anni di ascesa della «tolleranza zero» a fronte di una diminuzione dei reati si è avuto un aumento del 127 per cento dei detenuti (400 per cento circa per gli stranieri e circa l'80 per cento per gli italiani: dopo la Bossi-Fini c'è stata una diminuzione degli italiani -tranne i «terroni» - e un forte aumento degli stranieri che ora rischiano di diventare la maggioranza dei detenuti, «obiettivo» già raggiunto al centro-nord). Fra gli aspetti più vigliacchi di questa persecuzione razzista si nota il continuo aumento degli arresti per immigrazione irregolare, per reati tipicamente da poveri (piccoli furti, ricettazione che in realtà è solo possesso di qualche merce di origine non certificata - dal cd a qualsiasi banale merce delle economie sommerse ... come dire che buona parte di tutti gli italiani potrebbero essere imputati di ricettazione in un paese col 30 per cento di sommerso).Ricordiamo che il ministro dell'interno del governo Prodi, Giuliano Amato, aveva apertamente dichiarato che avrebbe seguito «l'esempio della tolleranza zero di Giuliani» e l'allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, dopo l'assassinio di una donna da parte di uno squilibrato rumeno/rom aveva invocato l'espulsione di 200 mila rumeni provocando la protesta della stessa Commissione europea e del Parlamento di Strasburgo. La prima bozza del «pacchetto sicurezza» è stata pensata dai signori del centro-sinistra e il precedente risale al governo D'Alema (1999) e all'«apologia dell'ordine pubblico» invocata da Luciano Violante sin dal 1996 (su Micromega).E' quindi del tutto logico che se il centro-sinistra ha «fatto dieci», la destra si senta in diritto e in dovere di «fare 100». Non solo perché la campagna elettorale è stata vinta dalla Lega a colpi di incitamenti all'accanimento razzista contro zingari, immigrati, terroni delinquenti e «barboni che pesano sulle finanze pubbliche». Ma anche perché il modello neoconservatore americano del crime deal (vedi J. Simon, Il governo della paura, Cortina, 2008) entusiasma il popolo delle ronde, i militanti della tolleranza zero anche «di sinistra», i sindaci-sceriffi di quasi tutte le giunte italiane, sondaggisti, giornalisti, assicurazioni, dirigenti di polizie pubbliche e private famelici di rapide carriere, e ancor di più imprenditori e commercianti che vendono sistemi di sicurezza di ogni genere (vedi Un mondo di controlli, «conflitti globali" 5/2007 e, prossima pubblicazione, Il Crime Deal europeo).Il decreto sicurezza fortemente voluto dal ministro Roberto Maroni e dai vari fascisti e razzisti (e non solo nella maggioranza) provocherà certamente conseguenze ben prevedibili. C'è infatti da aspettarsi non solo un nuovo forte aumento delle incarcerazioni di stranieri e anche di marginali italiani, ma anche una stretta autoritaria generalizzata (si pensi alla possibile applicazione discrezionale/arbitraria del divieto di manifestazione) e soprattutto un'ondata di violenze se non di veri e propri progrom. L'istituzionalizzare delle ronde o la legittimazione dell'agire libero dei militanti della tolleranza zero non troverà forse assai facilmente abbastanza coperture fra i dirigenti e gli agenti delle polizie sensibili alla causa autoritaria razzista? E' questo il pericolo più grave da prevedere. E è rispetto a questo che sarebbe necessaria una forte mobilitazione antifascista e antirazzista a cominciare da gruppi militanti che in ogni città siano particolarmente vigilanti, in grado di dare protezione alle potenziali vittime, in grado di fare seria controinformazione ma anche azioni di contrasto efficace.E' infine probabile che l'ulteriore squilibrio fra prevenzione sociale, prevenzione di polizia, repressione, penalità e reintegrazione sociale a favore della sola risposta repressivo-penale, accresca ancora di più la marginalizzazione estrema e le morti di esclusi per strada come nei luoghi di internamento (immigrati nei Cpt, carcerati, tossicodipendenti rigettati nelle strade da Sert che non funzionano perché il personale è stato totalmente precarizzato e sopravvive lavorando per le comunità private che «curano» solo chi ha i soldi). Da parte loro, le polizie locali, distratte dai loro compiti istituzionali e dirottate sempre più nella persecuzione dei nemici di turno, controlleranno sempre meno le costruzioni abusive, la tutela dell'ambiente e lo smaltimento dei rifiuti, le aree delle economie sommerse, a tutto beneficio delle ecomafie del nord e del sud e del rischio di aumento di infortuni sul lavoro e malattie professionali direttamente o indirettamente connessi con l'inquinamento e la produzione e commercializzazione di merci nocive. Allora, non è ormai sin troppo evidente che la resistenza antifascista e antirazzista non è solo una questione di difesa dei diritti fondamentali degli immigrati ma una questione di sopravvivenza di tutti (quelli che non hanno potere)?


Salvatore Palidda

Genova: Quel filo che lega agenti drogati e violenti del G8

Tra i poliziotti drogati e spacciatori di oggi e la polizia del G8 uscita semiassolta dalla discussa sentenza del tribunale di Genova c´è qualche rapporto? A me pare di sì, e assai chiaro. Coloro che hanno criticato la sentenza che ha negato la documentabilità giuridica di un preordinato piano eversivo da parte dei dirigenti delle Forze dell´ordine, in fondo, amano credere che la polizia si sia comportata male nei giorni del G8 per colpa di capi perfidi e deviati. Se non ci fossero stati politici neri e alti dirigenti iniqui, sostengono, certe cose non sarebbero successe. Chi la pensa così, in realtà cerca una consolazione e non vuole prendere atto che, purtroppo, nel nostro paese la cultura democratica e politica delle forze dell´ordine è tornata a essere così bassa e precaria com´era negli anni Cinquanta ed è anche peggiorata negli ultimi tempi. Se ci fossero stati dei diabolici ufficiali, dei malvagi politici dietro l´inettitudine dei poliziotti contro i facinorosi e la loro violenza contro gli inermi, tutto sarebbe stato più semplice e accettabile e, a pensarci bene, meno preoccupante. Si sarebbe potuto usare l´immagine delle mele marce adoperata non a caso anche per gli agenti spacciatori e violenti. Invece, purtroppo, non è così. Chi ci ha riflettuto sul nostro giornale, in questi giorni, lo ha ben notato. Non è questione di casi sporadici o atti voluti da pochi cattivi, ma di un comportamento diffuso nelle forze dell´ordine italiane per le quali il berlusconismo e lo sdoganamento del fascismo non sono passati invano. Almeno dal 2001 la (in) cultura della violenza, della forza fisica, dell´odio contro i "civili" è tornata a far parte (se mai se ne era andata) dell´humus in cui crescono i ragazzi che entrano e si formano in polizia. I modelli che la società stessa propone loro non sono di rispetto civile e democratico, ma di aggressività contro i devianti di qualsiasi genere e gravità. Perfino certe nuove divise da Rambo lo proclamano con tutta evidenza. Sarebbe bastato vedere, una di queste sere, come si avventavano, esagitati e eccessivi, alcuni vigili urbani in via Garibaldi contro un ragazzo, certo colpevole di qualcosa e da catturare, ma strattonato con troppo plateale determinazione, per rendersi conto che la gente in armi respira un´aria di brutalità e di imposizione fisica che non può più essere attribuita a questo o a quel gruppo o a qualche dirigente o a quella situazione eccezionale, ma è endemica e caratteristica.È la cultura dell´Italia berlusconiana in cui la polizia è tornata a fare da gendarme al potere, di chiunque ne abbia uno contro chi non ne ha o ne ha uno minore: guardie del corpo dei politici potenti contro la gente qualsiasi, tutori della gente qualsiasi contro tutti gli altri, gli sbandati o anche solo i diversi, gli estranei, gli immigrati, i poveri, i sospetti. La polizia che ha picchiato i dimostranti innocui del G8 è la stessa in cui oggi crescono agenti dediti al consumo e allo spaccio di droga e speriamo non ad altro: una polizia che conosce la sola legge della forza, si ritiene esente dalla legalità e protegge non i deboli ma i forti.Che cosa pretendiamo dai poliziotti? Se chi ha il potere è sopra la legge, anche la divisa è un potere che consente di evadere la legge. La polizia è democratica e legalitaria dove prevalgono democrazia e legalità. Dove queste cominciano a vacillare o ad essere messe in discussione, le forze dell´ordine sono le prime a risentirne, anche per il livello socialmente basso e culturalmente povero da cui spesso vengono i suoi uomini. A questi giovani oggi viene proposto un modello di uomo vincente e forte, aggressivo, di uso violento del potere perfino nelle aule del Parlamento; ogni giorno apprendono che chi ha il potere (dei numeri, della ricchezza, della forza...) deve usarlo senza pietà, anzi, come ha detto il ministro degli Interni, con cattiveria. Come ci si può allora stupire di certi comportamenti?Per questo è sbagliato parlare di mele marce, e l´unica consolazione è che, nonostante tutto, ci sono tante mele sane nelle forze dell´ordine, uomini rispettosi degli altri e generosi verso il prossimo, che si sentono o si mettono al servizio della gente. Ma lo sono, come dire, a titolo individuale, per cultura propria, per indole e sensibilità privata e non per spirito e senso di corpo, per la consapevolezza del valore civico della divisa che portano, che è invece, nell´insieme delle varie armi, sempre più simbolo di forza e immagine di spregiudicatezza nel suo impiego.Chi si illude che in Italia si sia davanti solo a una "normale" alternanza di forze di simile e compatibile cultura democratica e sociale, può trarre anche da questi episodi, in ambiti delicatissimi come quello delle Forze dell´ordine, proficui motivi di riflessione.In procura gli agenti cocainomani una "pista" porta alle discotecheSi depila per dribblare i controlli: scatta l´accusa di truffa Domani arrivano in questura gli ispettori inviati dal capo della polizia.

La sfilata dei poliziotti cocainomani inizierà in procura questa settimana. Si tratta della dozzina di agenti di età compresa tra i 22 e i 30 anni, rimasti "impigliati" nelle intercettazioni dell´inchiesta che ha portato in carcere due loro colleghi accusati di spaccio Stefano Picasso e Morgan Mele.Il gruppo di colleghi è quello che consumava assieme a loro la coca in festini organizzati nelle abitazioni e che da Picasso e Mele, ma anche dal pusher Luca Schenone, anche lui finito in manette, avrebbe acquistato dosi di stupefacente.Da quando la notizia è stata resa pubblica il Viminale ha chiesto alla procura di Genova di poter conoscere ufficialmente i nomi degli altri agenti coinvolti. Ma il procuratore capo Francesco Lalla e il pm titolare del fascicolo Vittorio Ranieri Miniati non hanno ancora potuto comunicarli sia per le ultime esigenze investigative che per questioni procedurali.Ma una volta effettuati gli interrogatori la "black list" sarà a disposizione del ministero dell´Interno e del capo della polizia Antonio Manganelli. Logico supporre che per il gruppetto di cocainomani in divisa il futuro non riservi nulla di buono. oltre alla segnalazione alla prefettura come assuntori di sostanze stupefacenti scatteranno provvedimenti disciplinari interni al corpo e non è escluso che Manganelli, per dare un segnale decida addirittura per il licenziamento. E domani arrivano in questura a Genova proprio gli ispettori mandati dal capo della polizia per capire se questa vicenda sia episodica o manifesti un malessere assai più diffuso. In realtà, tra i poliziotti genovesi, c´è chi aveva atteso gli ispettori già all´indomani di una delle inchieste forse più clamorose a livello nazionale, quella che ha portato alla condanna a otto anni di carcere di due ispettori della narcotici diventati trafficanti di decine di chili di coca. Uno di loro, Andrea Percudani, agli arresti domiciliari a Prato Nevoso, in attesa della sentenza definitiva, ha ottenuto dalla Corte d´Appello il permesso per lavorare in un negozio di attacchi e scarponi da sci.In attesa di conoscere il destino degli agenti cocainomani e le conclusioni degli ispettori ministeriali sulla gestione del personale all´interno della questura di Genova (ma sono coinvolte anche altre questure, quelle di Lodi e di Asti in cui lavorano i due arrestati e altre tre sedi del nord Italia in cui prestano servizi agenti inguaiati da intercettazioni), l´inchiesta della procura e del nucleo di investigatori della polizia giudiziaria presso il tribunale, potrebbe incamminarsi lungo un´altra strada. Quella dei locali notturni delle riviere, di ponente e di levante. C´è più di un indizio che fa sospettare agli inquirenti di intrecci opachi tra agenti e gestori di locali. A cominciare dal circolo del levante genovese in cui Picasso lavorava nel tempo libero come buttafuori. Un locale per il poker legale il cui titolare è però tra gli indagati dell´inchiesta ed è stato inibito a continuare l´attività. E poi c´è quanto accaduto nel luglio 2007. Picasso e Schenone sono sorpresi dai carabinieri di Albissola mentre tirano coca in auto. I due sono diretti ad una discoteca molto nota gestita per la stagione da alcuni genovesi. Questi e altri episodi contenuti nelle carte delle indagini hanno convinto gli inquirenti ad approfondire la pista degli agenti buttafuori. Un vecchio vizio, quello di arrotondare lavorando in nero nei locali, che a Genova negli anni passati ha provocato indagini, provvedimenti disciplinari e polemiche.Quella notte Picasso piange ma non commuove i carabinieri che lo segnalano ai suoi superiori della questura di Asti. «È successo un casino della madonna... han beccato Ste» racconta Morgan ad un amico. La questura di Asti comunica a Picasso di recarsi alla visita medica per verificare la presenza di droga nei capelli. Lui si organizza. Prima si inventa una malattia come racconta ad un amico: «Sono al pronto soccorso e gli racconterò che ho male al ginocchio...». Ottiene 15 giorni di prognosi e si congratula con se stesso: «Mi sa che vinco l´oscar». Poi si depila completamente, anche sul pube («fa un male della madonna» commenta al telefono). Dopo si presenta alla visita medica ma la ricrescita pilifera, a quel punto, non presenta più tracce di coca.Il trucchetto, però, a Picasso è costato un secondo capo d´imputazione: truffa aggravata ai danni dello Stato. Poca cosa per chi, come sottolinea il giudice Daniela Faraggi nell´ordinanza di custodia cautelare, ha adottato ormai da tempo uno stile di vita «delinquenziale», con una «condotta che denota assoluto spregio della legalità e dei doveri inerenti la funzione rivestita».

fonte: La Repubblica

14 febbraio 2009

Ultras: tifosi del Pisa e del Livorno uniti contro la repressione.

Nemici storici, protagonisti in passato di scazzottate epiche, di assalti via mare, di derby che duravano un anno intero: ma adesso i tifosi di Pisa e Livorno sono improvvisamente uniti, alleati, contro il Viminale. Protestano e contestano il provvedimento deciso per il derby di domani di serie B: allo stadio pisano potranno entrare solo gli abbonati. Così come all'andata a Livorno. Poche migliaia di persone, quindi: penalizzati non solo i tifosi ospiti, messi al bando, ma anche i club che ci rimettono non pochi soldi. I tifosi del Pisa, lo zoccolo duro degli ultrà, hanno deciso di protestare: non entreranno allo stadio, lasceranno la curva Nord vuota, e hanno invitato anzi anche gli altri abbonati a fare altrettanto. Niente picchettaggio e niente violenza: una protesta pacifica. Un'alleanza fra due tifoserie storicamente nemiche. Ecco i dettagli della protesta: durante i 90 minuti di gioco fuori dallo stadio Arena Garibaldi, verrà allestito un impianto sonoro per ascoltare la partita e verrà offerta birra. I tifosi pisani si sono anche raccomandati: "Niente ridicoli cori offensivi verso un settore ospiti vuoto e verso una tifoseria cui è stata interdetta la presenza da un'assurda decisione che fa solo il male del calcio". E aggiungono: "Questi assurdi divieti, questi decreti stanno uccidendo la parte più bella di partite come queste: le coreografie, gli sfottò e il campanilismo". D'accordo i tifosi di Livorno che ieri hanno manifestato in centro (in circa 300, contro il ministro Maroni). Piena solidarietà da parte dei politici delle due città alle iniziative degli ultrà: già all'andata avevano inutilmente protestato. Sul sito de Il Tirreno molto spazio è stato dato in questi giorni a questa "insolita alleanza", e l'editore del Vernacoliere, Mario Cardinali, pur non amando più questo "calcio business" condivide in pieno la protesta: "Bravi ragazzi, siete stati meno beceri dei politici". Il Viminale sta cercando di combattere la violenza negli stadi e ha ottenuto già buoni risultati: ma questa non è la strada giusta. Troppo facile chiudere gli stadi, fare entrare solo una minoranza. Bisogna garantire al tifoso perbene (pisano o livornese, o napoletano che sia) di poter seguire la propria squadra. La soluzione adottata in questo caso (e in altre occasioni come Fiorentina-Bologna) è soltanto una resa dello Stato.
fonte: La Repubblica

13 febbraio 2009

Perché tante mele marce nella polizia

La vicenda degli agenti della polizia di stato arrestati insieme a una decina di spacciatori di cocaina è purtroppo l´ennesimo episodio in cui si scopre che degli operatori delle cosiddette forze dell´ordine sono diventati delinquenti se non criminali abituali. Sono passati pochi mesi dal precedente episodio riguardante altri della narcotici genovese che da più di dodici anni sequestravano per loro stessi droga e danaro, si circondavano di confidenti fidati a cui affidavano anche lo spaccio dei loro sequestri, avevano il conto a Montecarlo ma non mancavano di mettere in scena delle belle operazioni con sequestri di droghe e arresti di qualche pusher. E´ quasi certo che alcuni dirigenti diranno subito che "non bisogna fare di tutta l´erba un fascio" e che, si sa, ci sono sempre delle "mele marce" anche nelle buone famiglie. Tuttavia se si analizzano i diversi fatti di corruzione, abusi, violenze e altri reati commessi da agenti e dirigenti delle forze di polizia nazionali e locali, stando solo ai fatti noti che sicuramente sono solo una parte del fenomeno, e provando anche a fare un raffronto con quanto succede in altri paesi democratici, si possono ricavare le seguenti considerazioni.

1) La devianza se non della criminalità grave di operatori delle forze di polizia si riproduce da sempre, ma ci sono periodi e luoghi in cui può accentuarsi.


2) Le autorità politiche e i vertici non hanno mai predisposto né il monitoraggio, né un serio studio, né progetti di prevenzione, repressione e risanamento adeguati.


3) Le abituali "indagini interne" che a volte sembravano voler sradicare la "malapianta" (si ricordi fra le altre il rapporto Serra sulla questura di Bologna dopo la scoperta della "uno bianca") si sono sempre risolte in ben pochi e banali provvedimenti lasciando "tutto come prima" (sono parole di agenti che hanno vissuto da vicino queste vicende).


4) Periodicamente alcune questure o commissariati, caserme, comandi dei CC o altre strutture anche della GdF o di polizie locali (si pensi ai recenti fatti della "panda nera" di Calcio in cui sono stati coinvolti operatori di tutte le polizie e alla vicenda degli agenti razzisti e vigliacchi di Parma) si rivelano particolarmente "infetti" di tale "male" (per nulla oscuro). E´ questo anche il caso di Genova non solo per quanto è successo al G8, ma anche per la costellazione dei vari altri fatti (fra i quali non va dimenticato neanche il coinvolgimento di dirigenti di Ps nella struttura illegale creata da Saya, per non parlare prima delle performances del colonnello Riccio e di altre storie "liguri", per finire ai delinquenti della narcotici).Così come fu evidente nel caso della "Uno bianca" di Bologna, se per tanti anni alcuni operatori perpetuano atti criminali è quasi certo che l´"ambiente" in cui lavorano se non è complice, oscilla fra indifferenza (che non è ammissibile) e tolleranza (che è parente della complicità passiva e che può diventare attiva, cioè correità). Allora perché non è mai stato pensato un progetto di risanamento di tali ambienti?


5) In tutti i paesi democratici esistono delle strutture di controllo per prevenire, reprimere e risanare la delinquenza nelle forze di polizia. Teoricamente anche in Italia; ma, anche quando qualche dirigente democratico ha tentato di proporre misure esemplari, i vertici hanno optato per l´insabbiamento abituale e qualche banale punizione di pesci piccoli.


6) Ovviamente la responsabilità di tutto ciò non è solo dei vertici delle polizie ma innanzitutto delle autorità politiche che si sono sempre preoccupati di prostrarsi a difesa dell´onorabilità della "forza pubblica" di cui peraltro non hanno mai osato auspicare neanche un minimo di razionalizzazione democratica (e forse non a caso). Fra i paesi che dopo il 1945 hanno provveduto al risanamento democratico delle istituzioni, l´Italia è l´unico Paese in cui manca ancor oggi un minimo effettivo controllo democratico delle forze di polizia nazionali e locali (mentre, ahinoi, si istituzionalizzano anche le ronde).


7) Un´altra responsabilità della riproduzione della delinquenza fra le polizie appartiene anche all´autorità giudiziaria quasi sempre ultra timida sino alla legittimazione di fatto dell´impunità dei rèi (ben nota per i fatti del G8 di Genova). E´ vero che disporre di una polizia giudiziaria effettivamente indipendente è assai difficile e che parte della magistratura partecipa a giochi di potere e quindi di scambio di favori, che passano anche attraverso lo scambio di coperture. Ma non sarebbe indispensabile l´impegno comune dei democratici che comunque ci sono nei ranghi delle polizie e della magistratura quantomeno per resistere a derive in cui, non a caso, si mescola corruzione, abusi, autoritarismo e razzismo?


8) Infine, dov´è la mobilitazione dei democratici della società locale (quelli che rivendicano civismo) per la trasparenza democratica delle forze di polizia e la gestione della sicurezza?




SALVATORE PALIDDA
docente di sociologia della devianza e del controllo sociale Università di Genova

Cagliari: Cariche della Polizia contro i manifestanti antifascisti.

Il 10 febbraio 2009, in piazza Repubblica a Cagliari, si teneva un presidio Antifascista contro il corteo di Forza Nuova ed Azione Giovani per la giornata nazionale per le foibe. Per non si sa quale motivo il gruppo di Antifascisti presenti al sit-in sono stati caricati per ben due volte e successivamente inseguiti dopo che il corteo dei fascisti era già passato. Noi c'eravamo e abbiamo rischiato come altri di essere colpiti dalle manganellate di poliziotti e carabinieri che si sono accaniti senza nessuna ragione. Il gruppo di giovani antifascisti non era tanto numeroso, non si è mosso, non ha attaccato se non verbalmente quell'inutile corteo fascista. Non è ammissibile che dei giovani che manifestano democraticamente il proprio dissenso vengano rincorsi e caricati in mezzo alla strada dove passeggiano altre persone e dove può essere coinvolto chiunque si trovi lì per motivi diversi o uguali.E' nauseante e disgustante vedere con i propri occhi un attacco così, vedere come sia stato fatto di proposito; e constatare come le forze dell'ordine non ci abbiano pensato due volte a colpire, senza guardare in faccia nessuno e come se si stesse scatenando una sommossa vera e propria. Non si può compiere un atto di tale efferatezza, tipico di un regime autoritario, contro dei giovani manifestanti, che non hanno commesso alcun atto di provocazione.Oramai siamo davanti a un regime sempre più opprimente, la resistenza non deve cessare ma si deve rafforzare e tutti dobbiamo prenderne parte.


Marinella Stochino e Marco Piredda
(circolo PRC "Antonio Gramsci" – CA)

12 febbraio 2009

Il testo della Direttiva del Ministro Maroni per le manifestazioni nei centri urbani e nelle aree sensibili.

1. Premessa
Si susseguono quotidianamente, nelle città, iniziative e manifestazioni pubbliche con cortei che percorrono i centri storici per dare voce e forma organizzata a dissensi e proteste o comunque per rappresentare e richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni su problemi e proposte.Il diritto costituzionalmente garantito di riunirsi e manifestare liberamente in luogo pubblico costituisce espressione fondamentale della vita democratica e come tale va preservato e tutelato.L’esercizio di tale diritto deve tuttavia svolgersi nel rispetto di altri diritti costituzionalmente garantiti e delle norme che disciplinano l’ordinato svolgimento della convivenza civile.La frequenza di manifestazioni determina non di rado, nella complessa realtà dei centri urbani di maggiori dimensioni, criticità nell’ordinato svolgersi della vita cittadina tali da limitare, condizionandoli, i più comuni diritti dei cittadini come ad esempio il diritto allo studio, il diritto al lavoro e il diritto alla mobilità.E’ necessario quindi intervenire sulla disciplina esistente, adeguandola alle nuove esigenze.La necessità di un tale intervento è ancor più evidente in ragione del fatto che le iniziative si ripetono e si concentrano, per ricercare la massima visibilità, nelle maggiori città, luoghi privilegiati della rappresentanza istituzionale e politica.In ogni caso è importante che la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza siano sempre resi compatibili con il diritto di riunione e con la libertà di manifestazione del pensiero
2. Centri urbani
La necessità di individuare percorsi e di prevedere altre indicazioni finalizzate alla regolamentazione delle manifestazioni, nasce anche dall’esigenza di evitare diseconomie e, ove sussistano forme di garanzia per assicurare la mobilità territoriale, di non vanificarne gli effetti. Ad esempio, laddove normativa ed accordi hanno reso effettive “le fasce di garanzia” del trasporto pubblico (senza per questo ledere l’altrettanto fondamentale diritto di sciopero) una manifestazione che si svolga in quegli stessi orari garantiti potrebbe causare, anche involontariamente, il blocco del traffico cittadino e ledere il diritto alla libera circolazione.L’adozione di nuovi criteri nella regolamentazione di percorsi delle manifestazioni può costituire un equilibrato punto di approdo nel contemperamento dei diversi diritti da tutelare. In tal senso, l’esclusione di aree nevralgiche per la mobilità territoriale o di luoghi d’arte (si pensi ad esempio ai siti riconosciuti dall’UNESCO patrimonio dell’umanità), o ancora delle aree “particolarmente protette” sotto il profilo dell’inquinamento acustico, come gli ospedali, potrebbe rappresentare la scelta più confacente alla risoluzione delle problematiche descritte.Ulteriore elemento da considerare è il patrimonio urbano, pubblico e privato, per la cui tutela potranno prevedersi forme di garanzia a carico dei promotori e degli organizzatori.
3. Aree sensibili
L’art. 17 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di riunione, purché sia pacifico e senza armi. Per le riunioni in luogo pubblico è previsto l’obbligo di preavviso alle autorità che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.Coerente alla norma costituzionale è il disposto dell’art. 18 del TULPS che sancisce l’obbligo, in capo ai promotori, di preavviso al Questore almeno tre giorni prima. Il quarto comma prevede che il Questore possa, in caso di omesso avviso o per ragioni di ordine pubblico, di moralità o di sanità pubblica, impedire che la riunione abbia luogo o prescrivere modalità di tempo e di luogo della riunione.Analoga previsione è contenuta nell’articolo 26 dello stesso TULPS per quel che concerne le funzioni, le cerimonie, le pratiche religiose e le processioni ecclesiastiche o civili: il Questore può, per ragioni di ordine pubblico o di sanità pubblica, vietarle o prescrivere l’osservanza di determinate modalità, dandone avviso ai promotori almeno ventiquattro ore prima. L’articolo 30 del regolamento di esecuzione del TULPS prevede inoltre che, in tali casi, possa essere richiesto il consenso scritto dell’Autorità competente, per percorrere determinate aree pubbliche.Il Questore può di volta in volta valutare discrezionalmente la conformità della manifestazione alle esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, in ragione di considerazioni fattuali, di tempo e di luogo.In particolare, tale valutazione troverà applicazione con riferimento alle aree nelle quali siano collocati obiettivi critici in relazione ai quali sarà opportuno disporre le necessarie limitazioni all’accesso.
4. Direttiva
In relazione a tanto, si rende opportuna la definizione di criteri che orientino le decisione dei competenti Prefetti e Questori, ferme restando le valutazioni necessarie in relazione a casi specifici.Fra questi criteri si evidenzia la necessità di limitare l’accesso ad alcune aree particolarmente sensibili, specialmente quando la manifestazione coinvolga un numero di partecipanti elevato.Tali aree sensibili saranno individuate in zone a forte caratterizzazione simbolica per motivi sociali, culturali o religiosi (ad esempio cattedrali, basiliche o altri importanti luoghi di culto) o che siano caratterizzate – anche in condizioni normali – da un notevole afflusso di persone o nelle aree nelle quali siano collocati obiettivi critici.Tali limiti potranno operare specialmente quando ci siano state precedenti manifestazioni, con stesso oggetto e organizzazione, che abbiano turbato l’ordine e la sicurezza pubblica.Ai sensi dell’articolo 1, della Legge n. 121, del 1° aprile 1981, si emana la presente direttiva generale per le pubbliche manifestazioni, con l’invito ai Prefetti a stabilire regole – d’intesa con i Sindaci – e sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, per:1. sottrarre alcune aree alle manifestazioni;2. prevedere, ove necessario, forme di garanzia per gli eventuali danni;3. prevedere altre indicazioni per lo svolgimento delle manifestazioni.Tali determinazioni (da condividere il più possibile con le forze politiche e sociali) troveranno forma in un apposito provvedimento del Prefetto, inizialmente anche in forma sperimentale.
IL MINISTRO
Roma, 26 gennaio 2009

11 febbraio 2009

Genova: fermati due poliziotti spacciatori. Uno di loro era stato condannato per le violenze alla caserma Bolzaneto.

Fermati undici spacciatori: due di loro sono poliziotti. Anche alcuni dei consumatori sono poliziotti genovesi che, a quanto pare, usavano la droga anche in servizio. Durante un'indagine della procura di Genova durata due anni è stato accertato un traffico di due etti di cocaina a settimana. Alla fine dell’indagine sono scattate le misure di custodia cautelare per traffico di sostanze stupefacenti che riguardano 11 persone tra cui 2 poliziotti genovesi attualmente in servizio uno presso una questura lombarda, il secondo presso una questura piemontese e che sono entrambi accusati di traffico di stupefacenti. Nel corso dell’inchiesta sono stati segnalati alla prefettura almeno 15 poliziotti in servizio presso la questura di Genova per uso di cocaina. La notizia è stata data durante una coferenza stampa dal Procuratore capo di Genova Francesco Lalla e dal sostituto procuratore Vittorio Ranieri Miniati. L'indagine era partita da un traffico di cocaina che veniva usata in feste private tra Genova e il Tigullio. L’inchiesta è nata intercettando le telefonate di un poliziotto condannato per le violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 e che è accusato di avere violentato alcune prostitute nelle guardine dalla Questura. Indagando sulle violenze e intercettando il poliziotto , si è scoperto che c’erano alcuni poliziotti della questura di Genova che consumavano cocaina e lo facevano anche in servizio, come da risulta da alcune delle telefonate intercettate


fonte: La Repubblica

Roma: «Fuori dal quartiere»: e prova a dar fuoco a un bengalese

La bomboletta spray in una mano, l'accendino nell'altra. Poi, d'un tratto, una piccola scintilla e la fiammata sfiora il volto di uno dei tre ragazzi bengalesi. «Andatevene via brutti negri di merda, vi uccido se vi vedo ancora da queste parti. E guai se chiamate la polizia, vi vengo a cercare» urla Ivan Balzanella 20 anni, di Roma. Con lui, in giro in via Conte Verde, ci sono altri due amici ancora da identificare. Quello è il quartiere multietnico della capitale. Ma per questo ventenne «sempre strafatto, che fa il writer ma non ha finito le superiori» e la sua banda poco importa.L'Esquilino è la sua zona. E per questo deve essere off limits per gli immigrati. «Voi qua non potete stare, vi do fuoco» grida già a novembre ad altri stranieri. Due sere fa, lo fa davvero. Prende dalla tasca la bomboletta spray di vernice che usa per i graffiti sui vagoni dei treni e sui muri lungo i binari della stazione Termini e la trasforma in un lanciafiamme. Liquido infiammabile contro tre ragazzi di 18, 19 e 21 anni del Bangladesh. Le fiamme li sfiorano appena. Uno di loro cerca di fermarlo e si rompe un dito. Gli agenti del commissariato Esquilino diretti da Domenico Condello irrompono poco dopo. Bloccano il ventenne e gli trovano addosso hashish. Dopo la tragedia di Nettuno, e il giovane indiano bruciato vivo da tre ragazzi, Roma si sveglia ancora all’ombra del razzismo. «Mi auguro che quel demente abbia la giusta punizione» dice Alemanno. «Davvero un brutto segnale, le istituzioni rispondono con durezza e diffusione di dialogo e legalità» aggiunge il presidente della Regione, Marrazzo, mentre Zingaretti, incalza: «Si interroghi chi nei giorni scorsi irresponsabilmente aveva indicato nella cattiveria l'atteggiamento da assumere nei confronti degli immigrati».Razzismo dunque. Era già successo mesi fa al Trullo. Cinque gli arrestati. «Arabi de merda venite qua, pe camminà su sta strada ce dovete dà 10 euro?» sono le minacce ad alcuni egiziani. Per il gip non c’è dubbio. Si tratta di «occupazione fisica del territorio e di intimidazione permanente nei confronti degli stranieri con finalità di pulizia etnica». Ora ci risiamo. A novembre, la banda del 20enne aggredisce alcuni bengalesi. Anche calci e pugni. Un mese dopo, è la volta di due indiani. «Se passate ancora di qua, vi brucio e vi ammazzo». Loro vanno dalla polizia, segnalano ma non denunciano. Forse prevale la paura.Ieri la scoperta: in questa storia c’è anche un’altra faccia: disagio sociale e droga prendono forma in un seminterrato di via Pinciani 15. Lì Ivan, che farebbe uso di cocaina ed eroina, vive col padre. Il degrado è visibile. In casa, la polizia trova un bilancino di precisione, i contanti frutto dello spaccio, oltre a bombolette spray e accendini. Balzanella ha già precedenti per reati contro la persona aggravati dall’odio razziale ma la sua bomboletta ieri diventa un lanciafiamme.
fonte: L'Unità

Genova G8: Sentenza Diaz "Gli agenti agirono perchè certi dell'impunità"

I magistrati ammettono che le violenze alla Diaz durante i G8 di otto anni fa furono "inaccettabili" e che la Polizia cercò di proteggere gli autori delle violenze, ma i pestaggi dei no global "non furono frutto di un piano preordinato" e non ci sono prove certe, ma "solo indizi e per giunta neppure univoci", che i vertici della Polizia sapessero delle due bottiglie incendiarie portate nella scuola dagli agenti e non dai manifestanti. Così i giudici la prima sezione penale del Tribunale di Genova spiegano perchè, nel novembre scorso, ha assolto i vertici della Polizia per la "macelleria messicana" del 21 luglio all'interno della Diaz. Non passa inosservato ai giudici che gli agenti agirono con tanta violenza perché avevano ottenuto dai loro superiori una "promessa" di impunità. "L'inconsulta esplosione di violenza all'interno della Diaz - scrivono i magistrati - si è propagata per un effetto attrattivo e per suggestione tanto da provocare, anche per il forte rancore sino ad allora represso, il libero sfogo all'istinto". E non nascondono neppure, i magistrati di Genova, che la Polizia non è stata "collaborativa" quando si è tratto di indagare su se stessa: "Un atteggiamento di distacco", lo chiamano i giudici, mostrato soprattutto nell'identificare l'agente con la coda di cavallo - quello che ha portarto le molotov a scuola - o i funzionari entrati nella scuola: "Al pm, per la loro identificazione, sono state mostrate foto vecchie di anni, di quando entrarono in polizia anzichè quelle recenti. Frutto di un malinteso senso di tutela dell'onore dell'istituzione", spiega la corte. Ma non ci sono prove certe, solo indizi non univoci: "La confusione e l'agitazione di quei momenti può aver reso i ricordi imprecisi e confusi". E allora è giusto, per il Tribunale di Genova, assolvere i vertici della polizia e altri 16 imputati. Solo 13 furono condannati a 35 anni e sette mesi di cui 32 anni e mezzo condonati. Dopo aver conosciuto le motivazioni dei giudici il Comitato Verità e Giustizia per Genova torna a chiedere «le immediate dimissioni dei dirigenti che parteciparono all'operazione» nella scuola Diaz: «Sono stati assolti sul piano penale - si afferma in una nota di commento alle motivazioni della sentenza, depositate martedì - ma sono pienamente responsabili sul piano etico e professionale: non si accorsero dei falsi, non fermarono le violenze, non hanno nemmeno partecipato alla ricerca della verità, disertando tutte le udienze del processo e avvalendosi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm. Anche il capo di una polizia che agisce in modo disumano contro cittadini inermi non può restare al suo posto».

10 febbraio 2009

Carceri Torino: un medico denuncia; "detenuti maltrattati e picchiati"

"Squadrette" di agenti picchiatori, scene-horror nei reparti psichiatrici, medici complici o conniventi dei violenti o costretti a dimettersi se non "allineati". È la sintesi della pubblica denuncia di un ex medico delle Vallette, Ilaria Bologna. Adesso la senatrice Pd Donatella Porretti presenterà un'interrogazione al ministro della Giustizia, Angelino Alfano. "Se vera, la situazione è a dir poco gravissima. Mi sono già messa in contatto con la dottoressa. Vogliamo sapere la verità". Scrive Bologna: "Mi sento di sottolineare che all'interno delle strutture carcerarie i pestaggi da parte degli agenti, addirittura organizzati in apposite "squadrette", sono all'ordine del giorno, sono l'ovvietà". Poi: "Nella maggior parte delle Case Circondariali il medico, presente 24 ore su 24, volente o nolente a stretto contatto con gli agenti, ha un ruolo da "manutentore"... L'istituzione per cui lavora esige ordine, e non esiste ordine se non attraverso "la salute" del detenuto". Ancora: "Il pestaggio raramente avviene nella totale ignoranza del medico: è piuttosto frequente che il detenuto picchiato venga poi portato in infermeria per "un controllo" e che siano palesi segni che rendono possibile, e francamente non solo al cosiddetto "occhio clinico", risalire all'accaduto. A seconda di quanta complicità-connivenza esista tra il medico e gli agenti, più o meno espliciti nel riconoscere cosa è effettivamente successo: potranno sostenere che "sono stati costretti", che "il detenuto era agitato e aggressivo", o addirittura apertamente compiacersi di "aver dato una lezione"". E i detenuti pestati? "Non parlano per paura - osserva il medico - e in alcuni casi non vengono nemmeno portati in infermeria". Quindi l'agghiacciante capitolo delle "violenze praticate nei Reparti di Osservazione Psichiatrica: "La contenzione a mezzo di manette, la sedazione non consensuale con iniezioni di psicofarmaci, la rimozione degli oggetti personali e di abiti, lenzuola e coperte "a scopo precauzionale" sono comuni ed "automatiche", e anche quando sono iniziative autonome degli agenti di polizia penitenziaria devono comunque essere confermate ed autorizzate in cartella clinica dal medico, quasi sempre uno psichiatra".E i medici? "La risposta è duplice... i medici penitenziari si dividono grossolanamente in due categorie. Alcuni, sia per convinzione, comodità o quieto vivere, assumono totalmente il ruolo dei garanti dell'ordine e nella pratica... indistinguibili dagli agenti, se non perché rispetto a loro hanno più potere. Certamente non saranno loro a denunciare i pestaggi. Altri, la minoranza, pur riconoscendo la realtà della sistematica violenza di Stato, arrivano comunque presto a considerarla la "tragica quotidianità" con cui devono avere a che fare... i pochi che condannano e tentano di denunciare sono voci sole facilmente zittite, anche con la perdita del posto di lavoro: un medico "disallineato" crea diseconomia nel sistema". La dottoressa Bologna non lavora più nel carcere, per una "sua scelta... francamente anche indotta". Dopo avere realizzato "l'enormità dell'aberrante meccanismo". Gelida la reazione dei sindacati della polizia penitenziaria. Dice Gerardo Romano, segretario regionale Osapp: "È tutto falso. Ma ora si rischia di pregiudicare ulteriormente la già difficile situazione che c'è nel carcere, dove le condizioni di lavoro sono pesantissime. Viene infangata l'immagine degli agenti, che in passato hanno pagato un alto tributo di sangue nel nome delle istituzioni. A questo punto, solo la magistratura potrà fare chiarezza".


fonte: La Stampa

Padova: La polizia carica gli studenti antifascisti

L'Onda Anomala padovana è tornata quest'oggi in piazza opponendosi ad una manifestazione in memoria delle foibe organizzata di fronte a Palazzo del Bò da alcune formazioni neofasciste, Forza Nuova Destra Universitaria e Lotta Studentesca. Gli studenti e le studentesse dell'Onda, dopo un'ora di presidio antifascista, hanno provato ad introdursi dentro il palazzo, cercando al contempo di bloccare l'iniziativa dei fascisti, spingendosi contro il cordone delle forze dell'ordine. Sono stati duremente caricati dalla polizia, la quale ha poi scatenato una caccia all'uomo per le vie del centro cittadino. Sono stati ribaltati cassonetti, sono state create delle piccole barricate. Uno studente dell'Onda è stao fermato. Verso la mezza si è poi tenuta una conferenza stampa nella facoltà di Scienze Politiche nella quale si è denunciato il carattere razzista e fascista delle organizzazioni che hanno indetto l'appuntamento, tornando a sottolineare come sia intollerabile la loro presenza dentro l'università, terreno dentro il quale non debbono trovare alcuna agibilità.

Dal Molin. La polizia carica i manifestanti, 18 fermati per violenza privata aggravata.

Stamani ad attendere i cittadini del Presidio No Dal Molin che per oggi avevano annunciato il blocco totale dei lavori iniziati a ritmi frenetici all’interno dell’area del Dal Molin, c’era un imponente spiegamento di agenti di polizia in assetto anti sommossa schierati all’ingresso di viale Ferrarin. I manifestanti volevano impedire l’ingresso dei mezzi e degli operai. “Le forze dell’ordine, guidate dal Questore Sarlo, hanno messo l’area limitrofa al Dal Molin e l’intero territorio vicentino in stato da coprifuoco militare”, denunciano gli attivisti del No dal Molin, “la polizia e i carabinieri sono avanzati per centinaia di metri, picchiando alcune persone che indietreggiavano lentamente”. Ieri la Questura aveva comunicato il divieto a manifestare in Via Ferrarin e V.le Dal Verme. Intorno alle 6 di questa mattina è partita una carica sui 200 manifestanti che si sono poi riuniti in assemblea per decidere le mosse successive. Intorno alle ore 8 un gruppo di attivisti, si è spostato a Montecchio Precalcino dove ha sede la ditta Carta Isnardo a cui la cooperativa CMC, che ha vinto l’appalto per la realizzazione della base, ha subappaltato una parte dei lavori.Per circa un’ora sono stati bloccati due camion, con un sit-in pacifico davanti all’ingresso della cava. 18 persone, sono state bloccate dalla polizia con l’accusa di blocco stradale, un reato depenalizzato. I fermati si trovano sulla strada per Montecchio e stanno aspettando di essere portati in questura. Intanto da P.zza Matteotti gli studenti delle scuole superiori, oggi in sciopero, si sono mossi in corteo bloccando il traffico su alcune rotatorie.Verso le 11 un corteo di circa 40 automobili ha iniziato a muoversi continuando ad andare avanti e indietro tra due rotonde, vicino al Dal Molin, per rallentare i viaggi dei camion. Alle ore 18 la giornata di mobilitazione continua con un’assemblea in P.zza dei Signori davanti alla Prefettura. Nel tardo pomeriggio di ieri nuova iniziativa del Commissario straordinario Paolo Costa che ha convocato il sindaco Variati, il presidente della provincia, parlamentari e esponenti delle categorie economiche per un vertice in Prefettura richiamando “ciascuno alle proprie responsabilità di fronte ad un progetto che permetterà alla città di essere la massima espressione nazionale dell’impegno italiano nella gestione delle crisi internazionali”. Ai 18 denunciati gli viene comunicato che l’accusa di blocco stradale si è trasformata in violenza privata aggravata.

Intanto stasera alle 18 il Presidio ha lanciato una nuova manifestazione in Piazza dei Signori a Vicenza.

Milano: la polizia carica gli operai.

Hanno varcato i cancelli alle cinque di questa mattina. Con i camion e i manganelli. Alla testa del gruppo Silvano Genta, il proprietario della Innse azienda milanese che un anno fa ha chiuso la propria produzione licenziando 50 operai, in coda la polizia. Che ha caricato la piccola folla, operai e autonomi dei centri sociali, che da tempo si era radunata nei pressi dello stabilimento di via Rubattino, zona Lambrate, impedendo al proprietario l’accesso per requisire e vendere i macchinari. Si è conclusa in questo la vicenda Innse. Una storia di speculazione, di crisi economica, e di una mutata strategia politica. La Innse non ha i conti in rosso, non è stretta dai creditori. È solo che il suo padrone, Genta appunto, ha deciso semplicemente di smantellare la produzione. Gli servono i terreni. C’è l’Expo che incalza. Ed è pronta una speculazione immobiliare. A giugno dello scorso anno decide di licenziare gli operai con un telegramma. Le porte della fabbrica vengono chiuse con i lucchetti si avvia la cassa integrazione. Che dura fino a settembre. I lavoratori hanno sempre continuato a lavorare in autogestione fino a quando hanno messo sotto sequestro l’area ad ottobre, momento in cui hanno iniziato il presidio. Senza stipendio i 50 operai hanno chiesto alle istituzioni locali la cessione dell’azienda. Gli imprenditori c’erano, non la volontà. In particolare gli operai si sono rivolti alla Provincia. Quando Genta si comprò l’azienda tre anni fa, infatti, la Innse era in amministrazione controllata. Per quell’acquisto ottenne sgravi e prezzi stracciati, dichiarando nelle sedi istituzionali della Provincia, che aveva gestito l’amministrazione, di volerla rilanciare. Cosa mai avvenuta fino in fondo. La procedura di licenziamento è stata conclusa il 25 agosto scorso. La commissione regionale non ha potuto far altro che registrare il mancato accordo ed aprire la mobilità. Da qui la protesta. In questi mesi davanti ai cancelli si sono alternati 50 operai e collettivi dei centri sociali. Fino a questa mattina quando è stata fatta l’irruzione. Una vera e propria battaglia, fanno sapere dalla Questura. Chiavi inglesi e bulloni sono stati lanciati, contro le forze dell’ordine. Negli scontri sono rimasti contusi una decina di persone tra le quali un funzionario di Polizia e sei carabinieri. Solo mezz'ora più tardi due rappresentanti sindacali sono entrati nell'azienda e hanno assistito al trasferimento dei macchinari. Poi, gli operai hanno organizzato un presidio pacifico davanti alla struttura.Quello che è accaduto alla Innse è «gravissimo» ha sostenuto la Fiom. «È il segno della volontà di mettere a tacere, con la violenza, i lavoratori. È il segno della volontà di piegare chi in questo paese si oppone alla logica della chiusura degli stabilimenti e dei licenziamenti. La Fiom di Milano sta con i lavoratori, con gli operai della Innse, con chi difende il proprio posto e la propria dignità». Il problema, fa sapere il sindacato dei metalmeccanici, non è solo quello di via Rubattino. Secondo la Fiom da un po’ di tempo a questa parte c’è un clima diverso nel trattare la materia del lavoro. In questo caso la Innse è solo un tassello. Fino a qualche tempo fa, infatti, le proteste dei lavoratori erano gestite in maniera differente dalla polizia che, va ricordato, ha cercato sempre il dialogo in queste occasioni. Non negli ultimi giorni, però. A Napoli, ad esempio, nello stabilimento Fiat di Pomigliano D’Arco una settimana fa c’era stata ancora una carica. Segno che le direttive imposte dal ministero degli Interni sono cambiate. Segno che lo scontro sociale potrebbe divenire un tema di dibattito nei prossimi giorni.


fonte: l'Unità

Per uno spinello minorenne internato da quattro mesi.

Di questi tempi si raccontano grandi favole sulle scarcerazioni facili. A sentire certi telegiornali della sera, a leggere alcuni quotidiani che sembrano stampati nei retrobottega delle questure, ad ascoltare i discorsi forcaioli e giustizialisti dei politici della maggioranza, come dell'opposizione che non c'è, l'Italia sarebbe una specie di bengodi del malaffare. Assassini, stupratori, ladri, soprattutto se migranti in situazione amministrativa irregolare, cosiddetti «clandestini», ancora di più se Romeni, scorazzerebbero impunemente per il paese protetti da leggi compiacenti, al punto che «cittadini onesti» hanno dovuto organizzarsi in ronde, formare delle «squadrette di vigilanza» per far regnare ordine e tranquillità. Poi però quando si squarcia il velo dell'informazione costruita, spiattellata bella e pronta dalle agenzie che affogano le redazioni dove un giornalismo sempre più pigro ha ridotto la propria professione al copia e incolla, si precipita nel gorgo del paese reale.Ci si imbatte così in una giungla di storie che fanno fatica ad emergere e diventare notizia come quella di Simone, un ragazzo romano diciassettenne arrestato lo scorso 8 ottobre all'uscita di una fermata della metropolitana perché trovato in possesso di un pezzetto di hashish, che le successive perizie hanno poi quantificato in 0,368 mg di sostanza attiva. Una percentuale derisoria, nemmeno due spinelli, ammessa anche dalle draconiane norme vigenti (la legge Fini-Giovanardi) come uso personale.Quella che doveva essere una banale vicenda, una di quelle piccole disavventure che spesso animano le biografie adolescenziali e si chiudono velocemente con un rimbrotto e il perdono giudiziale (Simone è incensurato), si è via via trasformata in una odissea. Non sarebbe stato così se Simone avesse avuto alla spalle una tranquilla famiglia borghese, se invece di vivere in una di quelle lande sperdute della periferia della capitale, costellata di palazzoni dormitorio, avesse avuto casa in un quartiere residenziale. Ma Simone non ha avuto questa fortuna, alle spalle ha una situazione familiare complicata. Ha perso la mamma da bambino e il padre è in una condizione psicologica critica, per questo era conosciuto dai servizi sociali che in passato si erano dovuti occupare di lui a causa di seri problemi di convivenza con il genitore (al punto da dover sporgere delle denuncie perché veniva picchiato). A Simone la vita non ha mai sorriso. È diventato grande molto presto, ha dovuto arrangiarsi e trovare famiglia fuori dalla famiglia, nella cerchia di amici e compagni del quartiere che animano un centro sociale, il Laboratorio Tana libera tutti, ed ora lo stanno sostenendo. Forse agli occhi di chi lo ha prima arrestato e poi avviato in detenzione domiciliare nel girone dei centri di accoglienza e in una comunità terapeutica in provincia di Catanzaro a 600 chilometri di distanza dal suo mondo, questo contesto «ambientale» non piaceva.«In casi del genere, dove sono presenti minori incensurati - spiega l'avvocato Francesco Romeo che segue il ragazzo - la prassi comunemente seguita è quella di chiudere la vicenda senza alcuna conseguenza, facendo ricorso alla formula giuridica della "irrilevanza penale del fatto"». Simone invece viene prima messo ai domiciliari in casa del padre, senza tenere conto della manifesta incompatibilità col genitore e della disponibilità ad ospitarlo che in alternativa avevano offerto altre famiglie del quartiere. Ovviamente quella convivenza forzata non dura e Simone se ne va. I servizi sociali leggono l'episodio come un segno di refrattarietà del giovane. La provenienza sociale e il contesto ambientale si trasformano in segni stigmatizzanti della sua personalità, facendolo apparire come un potenziale deviante in età adulta, se non debitamente corretto. Viene così collocato in un centro di prima accoglienza, lo stesso dove si trova il sedicenne di Nettuno accusato di aver picchiato e bruciato l'indiano di Nettuno. Niente male come ambiente rieducativo per un giovane cresciuto al contrario nel rispetto della tolleranza e dell'accoglienza.Finisce poi in un Cpim (centro di prima accoglienza per minori) e da qui viene spedito in una comunità terapeutica nei pressi di Catanzaro, dove è sottoposto a terapia farmacologica psichiatrica. Il ragazzo è naturalmente ansioso è nervoso per quello che gli sta accadendo. È solo e lontano dai suoi punti di riferimento, ma chi si occupa di lui lo ritiene instabile, drogato, malato. Simone dovrà resistere e dare fondo a tutte le sue energie se vorrà uscire integro da questa storia. Intanto all'udienza del tribunale dei minori, il pm ha chiesto una condanna a 5 mesi e 10 giorni, di cui 4 già scontat. Non soddisfatto, il presidente ha rinviato ogni decisione disponendo una perizia psichiatrica. Il perito ha chiesto 90 giorni per il deposito. A quel punto Simone avrà di gran lunga superato i 5 mesi di condanna richiesti, sempre che il tribunale non decida di internarlo per ragioni psichiatriche.Quella maggioranza morale che ha avuto tanto a cuore il corpo inerte di Luana non ha nulla da dire per quello pieno d'energia vitale di Simone?
fonte: Liberazione

9 febbraio 2009

Pacchetto sicurezza: Maroni querela Famiglia Cristiana

Scintille tra Famiglia Cristiana e Maroni. Il settimanale torna all'attacco del ministro dell'Interno e bolla come "leggi razziali" l'intenzione di introdurre nel disegno di legge sulla sicurezza, la possibilità concessa ai medici di denunciare i clandestini malati, e l'opportunità per i cittadini di organizzarsi in ronde di quartiere. Parole già comparse sul settimanale dei paolini dopo la scelta di prendere le impronte ai bambini rom, ma questa volta il ministro dell'Interno ha replicato con una denuncia: "Contro un'aggressione premeditata da parte di chi usa consapevolmente la violenza di affermazioni false per combattere chi ha opinioni diverse dalle proprie - scrive Roberto Maroni - ho dato mandato di agire in sede civile e penale". Dure le parole usate da Famiglia Cristiana per giudicare la politica del governo sull'immigrazione. "Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane, è stato sdoganato", è scritto nell'editoriale. "La cattiveria invocata dal ministro Maroni è diventata politica del governo". Il riferimento è all'intervento che il ministro dell'Interno fece pochi giorni fa quando ad Avellino, rispondendo all'ex ministro dell'Interno Beppe Pisanu che accusava la Lega "di fare discorsi da osteria padana", annunciò che "per contrastare l'immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi".

7 febbraio 2009

Lecce: Identificati dalla polizia manifestanti presidio per Eluana.

Nel pomeriggio di oggi, alcuni manifestanti , circa 15 persone, si sono ritrovate sotto la prefettura di Lecce per esprimere il proprio dissenso sulla vicenda di Eluana Englaro. Dopo circa mezz'ora è arrivata una pattuglia di Polizia e immediatamente dopo una pattuglia dei Carabinieri. Hanno richiesto i documenti a tutti i presenti, alcuni dei quali avevano poggiato dei manifesti artigianali autoprodotti su un muro adiacente il portone della Prefettura. La manifestazione, del tutto spontanea e senza preavviso, ha visto presenti alcune persone del PRC, dei Comunisti Italiani, di associazioni di Donne e dell'ARCI. Il comportamento delle forze dell'ordine è stato morbido , tuttavia la necessità di identificazione collettiva indica lo stato di interesse e il tentativo di repressione di tutte le voci di dissenso.

6 febbraio 2009

Cariche della Polizia a Pomigliano. La testimonianza di Stefano Birotti (Rsu Fiom)

Cosa è successo alla manifestazione dei lavoratori della Fiat di Pomigliano?
Abbiamo fatto un'assemblea insieme ai lavoratori, dopo una serie di interventi si è convenuto di andare a bloccare l'autostrada. Appena arrivati nei pressi dello svincolo dell'autostrada due camionette della polizia si sono schierate in assetto anti-sommossa per impedire di presidiare l'autostrada. Non appena si sono avvicinati pur non avendo noi commesso nessun tipo di reazione hanno colpito con una manganellata un lavoratore, che per la violenza è svenuto. Quando ci siamo liberati dal blocco abbiamo occupato le corsie dell'autostrada Roma-Napoli. La polizia si è schierata nuovamente. Sono arrivati altri poliziotti. Si sono avvicinati. Noi abbiamo alzato le mani, ci siamo seduti e non abbiamo commesso alcun tipo di violenza. Loro ci hanno caricato nuovamente e hanno fermato 6 compagni. In questo momento i compagni non sono ancora stati liberati. La richiesta dei lavoratori è di avere un piano industriale, visto che Pomigliano e Termini Imerese sono gli unici stabilimenti del gruppo a cui non è stato assegnato un nuovo modello al contrario di altri, pur essendo quello di Pomigliano, a detta dello stesso Marchionne, ad altissimo livello di qualità, in grado di produrre modelli a basso impatto ambientale. A poche centinaia di metri abbiamo l'Elasis che è all'avanguardia nella ricerca sull'auto ecologica. Nonostante questo Marchionne ha dichiarato la possibile chiusura di Pomigliano e Termini Imerese. Da settembre abbiamo già fatto 15 settimane di cassa integrazione e non ci sono prospettive per il futuro.
Continueremo la lotta con estrema determinazione a partire da martedì che saremo davanti alla Rai. Siamo determinati ad andare fino in fondo.

Taranto: rinviato al 25 marzo 2009 la prima udienza del processo a 19 imputati tarantini per associazione sovversiva locale.

Il 4 Febbraio 2009 il presidente della Corte d'Assise di Taranto Dott. Di Todaro ed il giudice a latere Dott.ssa Misserini hanno rinviato al 25 marzo 2009 la prima udienza del processo a 19 imputati tarantini per associazione sovversiva locale. I Giudici hanno ritenuto non valide le richieste di rinvio mosse dagli avvocati della difesa Dott.ssa Crisci e Dott. Nevoli; hanno di fatto rinviato la seduta per consentire la designazione dell'avvocatura di Stato che rappresenterà nel processo la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il Ministero della Difesa quest'ultimi costituitisi parte civile. L'udienza del 25 marzo p.v. Prevede l'ascolto dei primi teste dell'accusa e la redazione dell'intero calendario processuale. Sembra oramai giungere verso una conclusione questa vicenda processuale che ci vede coinvolti da diversi anni . Una vicenda originale per ciò che riguarda la costruzione dell'impianto accusatorio; una vicenda che si ripete da anni nell'aule dei tribunali nella volontà di perseguire chi ha sempre e soltanto rivendicato i propri diritti. Mentre sulle poltrone della politica si decidono le nostre sorti nelle aule dei tribunali si cerca di fatto di censurare e reprimere l'esercizio e la richiesta dei diritti democratici. Chi da anni denuncia i guasti(vedi dissesto finanziario del Comune di Taranto e la drammatica situazione ambientale) del sistema politico viene processato, chi invece tali guasti ha causato oggi si schiera come parte civile contro quegli stessi cittadini che hanno già subito tutti i danni sociali, ambientali ed economici che questi signori hanno provocato... il teatro dell'assurdo continua...

COMITATO DI QUARTIERE CITTA' VECCHIA-TARANTO-

5 febbraio 2009

La polizia carica gli operai della Fiat di Pomigliano

Scontri tra operai Fiat di Pomigliano e polizia: l'intervento degli agenti in assetto anti-sommossa ha impedito l'ingresso della maggior parte dei lavoratori sulla sede autostradale dell'A1 nei pressi dello svincolo di Acerra-Afragola. Ma tra scontri e tensione gruppi di operai sono riusciti a entrare sulla A1 passando dalle campagne. La polizia sta intervenendo portando via alcuni manifestanti. Gli operai di Pomigliano avevano dato inizio a una manifestazione di protesta stamattina intorno alle 11. I manifestanti chiedono garanzie per il futuro occupazionale degli oltre 5.000 lavoratori in cassa integrazione dello stabilimento: "Non ci sono piani produttivi per noi - spiegano - e vogliamo capire cosa ne sarà del nostro futuro. Siamo in cassa integrazione da mesi, e chiediamo ora risposte concrete da parte dell'azienda".
Piena solidarietà ai cinque manifestanti fermati oggi dalla polizia da parte di Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc. Tra i fermati c'è anche il delegato Fiom e militante del Prc Mimmo Loffredo. "I manifestanti fermati devono essere subito rilasciati: chiedono solo precise garanzie sul loro futuro occupazionale e su quello degli oltre 5.000 lavoratori dello stabilimento, dopo aver svolto un'assemblea davanti ai cancelli dello stabilimento". ''Non ci sono piani produttivi per noi - affermano - e vogliamo capire cosa ne sara' del nostro futuro. Siamo in cassa integrazione da mesi, e chiediamo ora risposte concrete da parte dell'azienda''. "Queste sono le risposte che deve dare il governo, non certo quelle della repressione di una manifestazione giusta e legittima" conclude Ferrero.

Approvato al Senato il pacchetto sicurezza

I medici potranno denunciare all'autorità giudiziarie gli immigrati clandestini. Le persone senza fissa dimora saranno schedate. La tassa per il permesso di soggiorno è fissata da 80 a 200 euro. Autorizzate inoltre le "ronde padane" ma non armate. Dopo che il governo ieri è stato battuto tre volte sulla stretta sui centri di permanenza e sui ricongiungimenti familiari, oggi il Senato è andato avanti rapidamente nelle votazioni degli ultimi dei 55 articoli e ha approvato il disegno di legge sulla sicurezza pubblica con 154 voti favorevoli, 114 contrari e nessun astenuto. Il provvedimento passa ora all'esame della Camera.

Carcere e tassa permesso di soggiorno. Il Senato ha cominciato con l'emendamento della Lega che cancella la norma per cui il medico non deve denunciare lo straniero che si rivolge a strutture sanitarie pubbliche. L'emendamento, passato con 156 sì, 132 no, un astenuto, oltre a dare la possibilità ai medici di denunciare i clandestini che si rivolgono per cure alle strutture sanitarie pubbliche, prevede il carcere fino a quattro anni per i clandestini che rimangono sul territorio nazionale nonostante l'espulsione e fissa da 80 a 200 euro la tassa per il permesso di soggiorno.
Nasce il registro dei clochard. I clochard che vivono in Italia dovranno essere iscritti in un registro nazionale che verrà istituito presso il ministero dell'Interno. L'Aula di palazzo Madama ha approvato l'articolo 44 del ddl sicurezza che prevede la schedatura dei senza fissa dimora da avviare entro 180 giorni dall'entrata in vigore della legge.
Sì alle "ronde padane". Il Senato ha approvato l'articolo 46 del ddl sicurezza che istituzionalizza le cosiddette "ronde padane". Nella norma si prevede, infatti, che gli enti locali saranno "legittimati ad avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini al fine di segnalare agli organi di polizia locale eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio ambientale". Ma, grazie a un emendamento del Pd, primo firmatario Felice Casson, le ronde non potranno girare armate e non potranno "cooperare nello svolgimento dell'attività di presidio del territorio" così come era stato previsto invece nel testo licenziato dalla commissione Giustizia del Senato.
Il provvedimento approvato oggi dal Senato e fortemente voluto dalla Lega Nord che permette ai medici di denunciare alle autorità giudiziarie gli immigrati clandestini è veramente un provvedimento razzista, di chiaro stampo neo-nazista e, soprattutto, un provvedimento dannoso e stupido - dichiara Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc -Si tratta di una norma - continua Ferrero - che da un lato considera i clandestini come delle non-persone prive di diritti, anche quelli più elementari, e che dall'altro è stupido perché le malattie, a partire dalle epidemie, non s'interessano degli obiettivi razzisti e persecutori della Lega e non conoscono frontiere. La salute è un diritto di tutti, anche degli immigrati clandestini, ed è un diritto che o funziona per tutti o semplicemente non esiste, come ribadiscono da sempre tutte le associazioni umanitarie. Bene ha fatto dunque la Funzione Pubblica della Cgil a invitare i medici e tutto il personale sanitario all'obiezione di coscienza ealla disobbedienza civile, rispetto alla possibilità che i medici si trasformino tutti in delatori di clandestini, appello che vogliamo rilanciare come Rifondazione comunista, invitando i medici a rispettare innanzitutto il codice etico e deontologico della loro professione.

Omicidio Verbano, sparito un fascicolo dall'archivio del Tribunale di Roma.

Il faldone portante dell'istruttoria sulla morte di Valerio Verbano «è sparito» dagli archivi del Tribunale di Roma. La parte primaria dell'inchiesta, cioè, istruita dalla Procura di Roma sull'omicidio del giovane vicino ad Autonomia operaia, ucciso barbaramente nella sua abitazione davanti ai genitori il 22 febbraio 1980 a via Montebianco e i cui autori, cercati negli ambienti dell'estrema destra, non sono mai stati rivelati, non giace più nell'archivio del giudice istruttore almeno dal 2007. A denunciarlo, con un esposto alla Procura della Repubblica di Roma presentato il 12 dicembre scorso, è uno studente di Lettere dell'Università La Sapienza, Marco Capoccetti, che sta preparando una tesi di laurea sull'omicidio di Verbano. Lo studente, lo scorso settembre, aveva fatto richiesta al tribunale di prendere visione del materiale processuale. «Ne ho trovato soltanto una parte - ha raccontato Capoccetti - quello relativo alle indagini sui Nar e su Terza Posizione. Materiale generico, però, senza nessun accenno alla morte di Verbano. Mancava il primo faldone, il cosiddetto “portante” è dove c'era tutto il materiale dell'istruttoria. Ho fatto richiesta specifica e dopo due mesi mi hanno convocato per dirmi che non era stato trovato, che era, come si dice in gergo, fuori posto». Materiale simile, ha spiegato lo studente, «non può sparire dagli archivi di un tribunale». Se ne può prendere visione, si può fotocopiare ma non farlo uscire se non con un cedolino in cui c'è scritto il nome del consultante e la data del prestito. «Persino quando nel 2007 - dice lo studente - il Pm Diana De Martino che riaprì l'inchiesta sull'omicidio, ne prese visione, lo riportò in archivio, come ha detto anche a me la sua segreteria». Capoccetti, che ha informato della vicenda la madre di Verbano, Carla, i legali e gli amici della vittima, decise così di presentare l'esposto (protocollo n. 007418) e il 29 gennaio scorso è stato convocato dal tribunale. «Il Pm Gianfederica Dito, ha aperto un fascicolo d'inchiesta sulla sparizione», ha detto ancora lo studente.La vicenda di Verbano, di cui il 22 febbraio ricorre l'anniversario della morte, ha conosciuto diversi momenti poco chiari dell'inchiesta, dalla sparizione di materiale come un cappellino e un guinzaglio trovati sul posto dell'omicidio alla stessa pistola, sparita, ritrovata a Palermo e poi sparita di nuovo: «Così come il dossier di Valerio - conclude Capoccetti - che si stava occupando dei legami tra malavita, neofascismo e traffico di stupefacenti, sequestrato dalla Digos e ritrovato, come affermò lo stesso giudice istruttore dell'epoca, D'Angelo, senza alcune parti fondamentali, circostanza confermata anche dalla signora Carla».


fonte. il messaggero

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