Di giorno lavorava come ispettore di polizia penitenziaria, nel tempo libero si occupava delle quindici ragazze dell'Est che si prostituivano negli appartamenti affittati a suo nome con clienti che le contattavano attraverso gli annunci sul web o sui giornali locali inseriti dallo stesso poliziotto. In cambio della cosiddetta organizzazione del lavoro, le ragazze versavano all'agente cento euro al giorno ciascuna, quarantacinquemila euro al mese che Rossano Spenati, 52 anni, incassava senza battere ciglio continuando a fare rispettare l'ordine nel carcere padovano di strada Due Palazzi. Un affare certamente proficuo. O almeno fino al luglio 2007, quando Spenati minacciò di morte due protette che non gli volevano dare la percentuale. Le prostitute si rivolsero alla procura di Padova, gli inquirenti organizzarono una trappola e colsero Spenati in flagrante mentre riceveva del denaro dalle ragazze. Secondo l'accusa, il sottufficiale di polizia pentitenziaria sfruttava le ragazze del luglio 2005, cioè da quando aveva deciso di organizzare un vero business della prostituzione: secondo i racconti delle lucciole, Spenati si recava personalmente in Romania dove contattava delle donne disposte a prostituirsi. Si occupava di tutto, il poliziotto: viaggio in Italia, addestramento, affitto degli appartamenti, pubblicazione degli annunci. A suo nome figurano una decina di alloggi affittati per l'attività delle ragazze, che hanno raccontato come Spenati pretendesse i cento euro minacciando di denunciarle. Un caso di sfruttamento della prostituzione da manuale che costerà molto probabilmente il rinvio a giudizio dell'agente magnaccia, come richiesto in questi giorni dal pm padovano Sergio Dini.Da mesi Spenati, in attesa di giudizio, è stato sospeso dal suo lavoro.Se il ddl Carfagna dovesse diventare legge, la prostituzione nei luoghi pubblici diventerebbe reato, mentre quella al chiuso sarebbe comunque tollerata e dunque schiere di lucciole, sfruttate da trafficanti e magnaccia, saranno costrette ad affittare un appartamento. Il ragionamento non sfugge alla Confedilizia che ora chiede alle assemblee dei condomini di deliberare, tramite notaio, il divieto di prostituzione all'interno dell'edificio per evitare l'infiltrazione della malavita. La ministra Carfagna ha voluto intervenire sulla questione chiarendo che non le interessa regolamentare la prostituzione al chiuso magari consentendo alle lucciole di consorziarsi in cooperative autogestite: «Ognuno in casa fa ciò che vuole. Ma non saremo noi a creare dei ghetti. Non sarà il governo ad autorizzare quartieri a luci rosse. Anche per questioni pubbliche e di decoro».A Roma il sindaco Alemanno specifica che l'ordinanza sulle multe a lucciole e clienti (200 euro) entrerà pienamente in vigore da lunedì. I vigili di Cgil, Cisl e Uil contestano la mancanza dell'ordine di servizio e si rifiutano di multare fino a che non avranno stilato un accordo col Campidoglio.19 settembre 2008
Padova: Poliziotto di giorno, magnaccia di notte
Di giorno lavorava come ispettore di polizia penitenziaria, nel tempo libero si occupava delle quindici ragazze dell'Est che si prostituivano negli appartamenti affittati a suo nome con clienti che le contattavano attraverso gli annunci sul web o sui giornali locali inseriti dallo stesso poliziotto. In cambio della cosiddetta organizzazione del lavoro, le ragazze versavano all'agente cento euro al giorno ciascuna, quarantacinquemila euro al mese che Rossano Spenati, 52 anni, incassava senza battere ciglio continuando a fare rispettare l'ordine nel carcere padovano di strada Due Palazzi. Un affare certamente proficuo. O almeno fino al luglio 2007, quando Spenati minacciò di morte due protette che non gli volevano dare la percentuale. Le prostitute si rivolsero alla procura di Padova, gli inquirenti organizzarono una trappola e colsero Spenati in flagrante mentre riceveva del denaro dalle ragazze. Secondo l'accusa, il sottufficiale di polizia pentitenziaria sfruttava le ragazze del luglio 2005, cioè da quando aveva deciso di organizzare un vero business della prostituzione: secondo i racconti delle lucciole, Spenati si recava personalmente in Romania dove contattava delle donne disposte a prostituirsi. Si occupava di tutto, il poliziotto: viaggio in Italia, addestramento, affitto degli appartamenti, pubblicazione degli annunci. A suo nome figurano una decina di alloggi affittati per l'attività delle ragazze, che hanno raccontato come Spenati pretendesse i cento euro minacciando di denunciarle. Un caso di sfruttamento della prostituzione da manuale che costerà molto probabilmente il rinvio a giudizio dell'agente magnaccia, come richiesto in questi giorni dal pm padovano Sergio Dini.Da mesi Spenati, in attesa di giudizio, è stato sospeso dal suo lavoro.Se il ddl Carfagna dovesse diventare legge, la prostituzione nei luoghi pubblici diventerebbe reato, mentre quella al chiuso sarebbe comunque tollerata e dunque schiere di lucciole, sfruttate da trafficanti e magnaccia, saranno costrette ad affittare un appartamento. Il ragionamento non sfugge alla Confedilizia che ora chiede alle assemblee dei condomini di deliberare, tramite notaio, il divieto di prostituzione all'interno dell'edificio per evitare l'infiltrazione della malavita. La ministra Carfagna ha voluto intervenire sulla questione chiarendo che non le interessa regolamentare la prostituzione al chiuso magari consentendo alle lucciole di consorziarsi in cooperative autogestite: «Ognuno in casa fa ciò che vuole. Ma non saremo noi a creare dei ghetti. Non sarà il governo ad autorizzare quartieri a luci rosse. Anche per questioni pubbliche e di decoro».A Roma il sindaco Alemanno specifica che l'ordinanza sulle multe a lucciole e clienti (200 euro) entrerà pienamente in vigore da lunedì. I vigili di Cgil, Cisl e Uil contestano la mancanza dell'ordine di servizio e si rifiutano di multare fino a che non avranno stilato un accordo col Campidoglio.
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Monza: detenuto legato ad un palo
La foto farà sicuramente discutere. Si tratta di un uomo ammanettato nel commissariato di Monza. Motivo? Mancano le celle di sicurezza e allora si ricorre anche a questi metodi anomali. Proprio ieri gli agenti non hanno mancato neppure di organizzare una manifestazione di protesta contro una «situazione di degrado» del comparto sicurezza che investe Monza. «Dobbiamo prendere le auto in prestito dalla questura di Milano» dicono i poliziotti. Da qui la promozione di un presidio da parte del Siap (Sindacato italiano apparteneneti alla polizia) dove ai cittadini è stata distribuita una lettera aperta «contro la non più sostenibile situazione delle strutture e mezzi a disposizione delle forze dell'ordine in Lombardia».
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18 settembre 2008
Torino pestaggio di un immigrato a S.Salvario
Sono le tre di notte, quando la gente dei palazzi che affacciano su Torino Esposizioni - in piena San Salvario "bene" - viene svegliata da uno sgommare di pneumatici e poi da urla disperate. Sul lato del parcheggio di Torino Esposizioni, nell'ombra, c'è qualcuno che grida in una lingua straniera mentre dall'altra ci sono tre pattuglie parcheggiate di fronte alle case. Intanto due poliziotti trattengono sul selciato un ragazzo di colore mentre gli altri agenti lo massacrano a manganellate e calci. Solo un agente non partecipa al pestaggio: sta facendo il palo, si guarda in giro per essere sicuro che nessuno si avvicini troppo alla scena. Ma il pestaggio dura troppo, la gente si affaccia ai balconi e poi, dalle case, qualcuno urla agli agenti di smetterla. Velocemente, i poliziotti trascinano il ragazzo dietro un angolo, si sente ancora il rumore di qualche colpo e poi lo caricano in macchina. Prima di andare via, un poliziotto scruta per terra, si piega, tocca il selciato. Al mattino dopo, sul marciapiede, rimangono ancora delle chiazze di sangue.
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Genova G8: Processo Diaz i Pm citano la sentenza sull'eccidio nazista
Per spiegare le responsabilità della sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8, nel luglio 2001, i pm citano una sentenza sull'eccidio nazista di Sant'Anna di Stazzema. Nella memoria di 500 pagine depositata ieri alla ripresa del processo sui fatti di Genova Enrico Zucca e Francesco Albini, che hanno chiesto oltre 110 anni per 28 dirigenti e capisquadra della polizia ed un'assoluzione, affermano che «per comprendere il ruolo avuto dagli imputati è utile riferirsi alla teoria della responsabilità di comando elaborata dal diritto internazionale penale». «Nell'operazione Diaz - dicono i comandanti hanno una posizione di supremazia assoluta sui subordinati», ma secondo i pm questi ultimi sono «responsabili», e non si possono «celare nell'anonimato» con il consenso dei primi. Per il Comitato Verità e Giustizia per Genova queste parole descrivono ciò che ormai è appurato sul piano storico: l’operazione alla scuola Diaz fu un’aggressione illegale e antidemocratica, concepita come una “spedizione punitiva” e condotta con metodi violenti: dobbiamo al caso se fra le vittime del blitz non vi furono dei morti (almeno tre persone furono condotte in ospedale in condizioni gravissime).In questi anni, continua il Comitato Verità e Giustizia, gli alti dirigenti imputati hanno rifiutato di assumersi le responsabilità che spettano a chi partecipa a un’operazione di quel genere e con ruoli gerarchici così importanti: hanno addirittura rifiutato di testimoniare in aula. Nonostante questo, i vertici di polizia e di governo li hanno promossi. Ora tutti tacciono di fronte alle gravissime ma ben fondate conclusioni dei due pubblici ministeri. E’ un atteggiamento molto pericoloso.Alla Diaz (e non solo lì, per la verità) nel luglio 2001 fu condotta un’azione eversiva che è stata premiata, anziché punita. E che quindi continua giorno per giorno, sotto i nostri occhi.17 settembre 2008
Roma: Persecuzione contro i rom del Casilino 900. La denuncia di Prc e associazioni
«Il nostro campo è diventato un Cpt a cielo aperto». Questa l'accusa dei rom del Casilino 900, stanchi delle continue persecuzioni da parte degli agenti della polizia municipale che negli ultimi mesi hanno intensificato retate e controlli a sorpresa nell'accampamento più affollato della capitale, oltre 400 persone senza acqua né luce. La lista delle lamentele è lunghissima: la fornitura di acqua ed energia elettrica è stata tagliata dal Comune nonostante molte famiglie pagassero regolarmente le bollette, e chi ha comperato dei generatori ora viene accusato di averli rubati (20 gli arresti soltanto la scorsa settimana, seguiti dal rilascio); una entrata del campo è stata sbarrata, e l'unica rimasta è stata ristretta per non lasciare passare le macchine; durante i controlli e le perquisizioni a raffica, gli agenti accusano i rom di tenere in casa merce rubata. «Ma noi comperiamo le cose al mercatino, dove non ci fanno lo scontrino» spiega uno di loro. «La strategia del Comune è duplice» spiega Elisa, attivista della ex-Snia che segue il Casilino 900: «da una parte li accusano di aver rubato della merce, dall'altra chiedono i documenti ed espellono chi non risulta in regola, anche se vive qui da 30 anni». Per mancanza di fondi, le cooperative che si occupavano della scolarizzazione dei bambini si sono ritirate e ora sono gli stessi rom a portare i figli a scuola. «Ci hanno censiti ma viviamo in condizioni spaventose» accusa uno dei portavoce del campo, Naio Adzovic: «Devono dirci se ci spostano oppure se il campo verrà risanato». Ed è proprio questa la preoccupazione maggiore: dove andare a vivere? Per chiedere maggiore chiarezza il Casilino 900 ha lanciato un appello firmato anche da ex-Snia, Prc e "Stalker On", l'associazione di architetti di Roma 3 che ha progettato dei moduli abitativi per i rom del campo, progetto per ora rimasto sulla carta per palese disinteresse da parte del sindaco Alemanno. Se non otterranno risposte, sono pronti a marciare fino a palazzo Valentini per chiedere un faccia a faccia col prefetto Carlo Mosca.Naio e gli altri si stanno preparando ad accogliere gli europarlamentari del comitato per le libertà civili, giustizia e affari interni, che oggi e domani incontreranno il ministro Robero Maroni, i sindaci Alemanno, Moratti e Jervolino, i prefetti di Roma, Napoli e Milano, ong e associazioni per fare chiarezza sulla situazione dei rom dopo la decisione del censimento. Nella delegazione ci saranno gli europarlamentari del Prc (Catania, Aita, Agnoletto, Morgantini), di Sinistra Democratica come Claudio Fava, dei Verdi, la rom ungherese Viktoria Mohàcsi e persino Mario Borghezio (Lega Nord), Roberto Fiore (Forza Nuova) e Luca Romagnoli (la Destra-Fiamma Tricolore). Venerdì la delegazione visiterà anche il campo di via Salone e il Camping River di via Tenuta Piccirilli.
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L'Antirazzismo non è un convegno ma una pratica quotidiana.
Apprendiamo con stupore che la città governata da Cofferati è leader nazionale della Coalizione delle Città Europee contro il Razzismo (Eccar). Lo stupore nasce dalla convinzione che le risposte securitarie date da questa amministrazione alla diffusa percezione di insicurezza sociale siano, alla stregua di quelle della destra, responsabili del clima di intolleranza e xenofobia presenti.A Milano è stato ucciso un ragazzo di pelle nera. Milano come Livorno, Torino, Bologna, Napoli, Firenze,Roma. Cambia il colore delle amministrazioni ma la politica è la stessa in Italia come in Europa e la gente si sente sempre più insicura.Forse i problemi sono altri.Sono ben presenti nella nostra mente le immagini delle ruspe sulle sponde del Reno, dei Rom braccati per un'estate intera dalle forze dell'ordine, degli sgomberi senza appello e alternativa alcuna, della guerra ai lavavetri, delle ordinanze legge e ordine che hanno introdotto anche a Bologna il virus della paura del diverso e delle diversità.Siamo curiosi di sentire cosa racconterà Cofferati ai delegati provenienti da tutta Europa sulle politiche per i migranti del Comune di Bologna: dell'accoglienza disincentivante (non ti possiamo offrire niente vai a chiedere altrove)? Oppure di quanto sono convincenti le ruspe nel creare un clima di convivenza e di reciproco rispetto nella nostra città?Continuiamo a pensare che il ruolo di un Sindaco dovrebbe essere quello di tutore della coesione sociale della comunità, nella sua interezza, nelle sue diverse sfaccettature. Per questo abbiamo criticato e critichiamo Cofferati e quegli amministratori del Pd che hanno scambiato il loro ruolo con quello di Prefetti e che ancora oggi chiedono al Ministro Maroni maggiori poteri in materia di ordine pubblico.Gli amministratori facciano il loro mestiere, che è quello di dare servizi, sostanziare i diritti dei cittadini, offrire opportunità di conoscenza e di dialogo tra nativi e migranti, creare le condizioni di una pacifica convivenza, essere garanti della coesione sociale.Questo sarebbe per noi un modello di città davvero accogliente e in cui nessuno si sente escluso perché le opportunità per la costruzione del proprio futuro sono paritarie e per tutti. L'antirazzismo non è la vetrina di un convegno, ma si pratica tutti i giorni!!!Saremo davanti a Sala Borsa per disvelare l'ipocrisia che si nasconde dietro le mura di Palazzo d'Accursio.Tiziano Loreti - Segretario Provinciale Prc-Se Bologna
Monica Sabattini - Responsabile Immigrazione Prc-Se Bologna
Bologna: Vietati piercing e tatuaggi nelle parti intime
Nei mesi scorsi la notizia era finita nelle pagine nazionali dei quotidiani: la Giunta Cofferati era intenzionata ad introdurre una modifica al Regolamento di igiene comunale, per la disciplina delle attività di acconciatore, estetista, tatuatore e piercing, in cui si introduceva il divieto di piercing e tatuaggio nelle parti intime del corpo, nei capezzoli e sulle palpebre. L’assessore al Commercio Cristina Santandrea con giudizi moralistici giustificava questa scelta per il bene dei giovani.Dopo essere passata in Consiglio Comunale con il voto contrario dell’Altra Sinistra, oggi la delibera viene recepita dall’Ausl che nelle schede tecniche ha scritto: “Non sono ammessi il tatuaggio e il piercing su parti anatomiche la cui funzionalita' potrebbe essere compromessa da tali trattamenti o in parti in cui la cicatrizzazione sia particolarmente difficoltosa, ad esempio un tatuaggio esteso alla totalità del corpo, piercing sull'apparato genitale, sulle palpebre o sul capezzolo”.Le nuove norme entreranno in vigore dal prossimo primo ottobre e si vanno ad aggiungere al pacchetto di misure e ordinanze proibizioniste varate dall’Amministrazione comunale.
fonte: www.zic.it
16 settembre 2008
Rimini: Arrestato ed estradato in Grecia Luca Zanotti. Rischia 10 anni di carcere per uno spinello
Nella mattinata, intorno alle 5 e 30, è stato arrestato il riminese Luca Zanotti che in serata verrà estradato in Grecia per rispondere dell'accusa di traffico internazionale, detenzione e spaccio di droga che in caso di condanna prevedono una detenzione non inferiore ai 10 anni. Nel 2005 il ventiquattrenne, insieme all'amico Davide D'Orsi, era stato fermato dalle autorità elleniche nel Peloponneso con 21 grammi di hashish. La Cassazione nei giorni scorsi ha concesso alla Grecia di detenere Zanotti in attesa del processo che, secondo le prime informazioni, potrebbe tenersi a metà ottobre. Il riminese rimarrà nel carcere di Kalamata, prima di essere trasferito ad Atene in attesa del giudizio. Proprio la località di detenzione è motivo di preoccupazione tra i familiari a causa della durezza del regime carcerario greco. La vicenda. Luca Zanotti e Davide D'Orsi sono stati fermati dalla polizia greca nel 2005, durante una vacanza nel Peloponneso. I due, che all'epoca avevano rispettivamente 21 e 25 anni, furono trovati con 21 grammi di hashish ed arrestati dalle autorità elleniche per possesso di sostanze stupefacenti. Dopo quattro giorni in cella e il pagamento di 2.500 euro di cauzione furono infine rilasciati potendo così tornare in Italia. La procedura legale è andata avanti con la richiesta della magistratura greca di estradare i due ragazzi per sottoporli a processo, concessa per Zanotti e respinta per D'Orsi, nei confronti del quale servirà però un'altro processo d'appello. La mobilitazione. In difesa dei due ragazzi si sono mobilitate forze politiche e associazioni. A inizio settembre si è svolta una manifestazione di solidarietà a Sant'Arcangelo di Romagna, paese di origine di Zanotti, alla quale avevano preso parte anche il sindaco Vannoni e i parlamentari riminesi Marchioni (Pd) e Pizzolante (Pdl) e che si era conclusa con la raccolta di un migliaio di firme. Pochi giorni dopo, l'onorevole Elisabetta Zamparutti, esponente del partito Radicale eletta nelle liste del Pd, ha rivolto un'interrogazione al presidente del Consiglio e al ministro della Giustizia, chiedendo che non venisse eseguita l'estradizione. Per perorare la propria causa Zanotti ha anche aperto blog con tutti gli aggiornamenti sulla propria situazione, a cui si affianca la raccolta di adesioni giunta fino ad ora a 1.700 firme.Le accuse. Nei confronti dei due ragazzi sono state avanzate accuse molto pesanti: traffico internazionale, detenzione, spaccio e uso di sostanze stupefacenti. La legge greca non prevede infatti distinzione tra la detenzione ad uso personale e lo spaccio di droghe, quindi Zanotti rischia una pena non inferiore ai 10 anni di carcere in caso di condanna.
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Lecco: Giovane nigeriano licenziato dalla Vismara perchè di colore
Per due anni ha insaccato e ha incassato. Tutti i giorni. Sempre lì, al suo posto, in uno dei più grossi salumifici italiani. Ha insaccato salami e mortadelle. Ha incassato insulti razzisti e offese umilianti. La più becera, e anche la più banale, è "sporco negro": la stessa firma degli assassini di Guibre. E' quella che lo ha marchiato dentro, che lo ha fatto sentire un comodo sfogatoio per le frustrazioni di un collega, che poi sono diventati un gruppo, e allora la cosa si è fatta ancora più pesante. Questa è la storia di Daniel - basta il nome - , nigeriano di Lagos, 24 anni, un bambino di due. Daniel non è un clandestino: è in Italia regolarmente dal 2003. Abita a Villasanta, Brianza monzese, con la moglie e il figlio. Paga un affitto. Ha un lavoro, anzi, l'aveva. Perché l'hanno licenziato. Daniel è un operaio macchinista. Nel 2006 inizia a lavorare alla Vismara S. p. A di Casatenovo, Lecco. Si divide tra il reparto e il forno. Sgobba da mattina a sera. Mai un problema, mai un richiamo, racconta. E ottimo rendimento, visto che ogni sei mesi gli rinnovano il contratto. Ma nello stabilimento c'è un ostacolo imprevisto con cui il cittadino africano deve fare i conti: il razzismo. A dargli dello "sporco negro", all'inizio, è solo un collega. Per lui insultare Daniel è la regola. Altri operai iniziano presto a apostrofarlo nello stesso modo. Uno stillicidio di offese al quale l'immigrato, nonostante le ripetute richieste di spiegazioni, non riesce a sottrarsi. Manda giù, abbozza quando un giorno gli dicono: "La vuoi capire o no che voi extracomunitari di m. in Italia non potete stare?". Solo perché aveva chiesto a un collega di aiutare un altro lavoratore in difficoltà, un peruviano che non riusciva a trasportare dei colli di mortadella. "Chi credi di essere? Mica penserai di comandare noi italiani?". Daniel ha paura di denunciare chi lo tormenta: non vuole rischiare di perdere il posto di lavoro. Un giorno si rivolge al capo reparto, che però minimizza: "Dai, non farci caso... sai come sono fatti i ragazzi... Tu pensa a fare il tuo lavoro e basta". Ma alla fine di giugno decide che il vaso è colmo. Accade quando entra nello spogliatoio e trova il suo armadietto distrutto. Un atto vandalico, l'ultimo sfregio. Lui che non ha mai ricevuto provvedimenti disciplinari, lui che guadagna 1100 euro e che - dopo 12 contratti - viene ancora pagato dall'agenzia interinale "Iwork" di Arcore.Il 28 giugno Daniel presenta una querela alla Procura di Lecco: racconta nel dettaglio le odiose offese che gli sbattono addosso. Spera che dopo quell'esposto qualcosa possa finalmente cambiare. Che la sua dignità non sia più calpestata. E invece al danno si aggiunge la beffa. L'altro giorno la Vismara gli da il "benservito": "A fine mese non presentarti più in azienda", gli comunica il capo reparto. L'operaio crede sia uno scherzo di cattivo gusto: e invece è tutto vero. (continua)
14 settembre 2008
Omicidio razzista a Milano
Un giovane italiano, Abdul Guibre, 19 anni, originario del Burkina Faso, è stato aggredito e ucciso stamani da due uomini che l'hanno colpito alla testa con una mazza di legno e una spranga in via Zuretti, a Milano. L'omicidio, accompagnato da insulti razzisti da parte degli aggressori, è avvenuto questa mattina verso le 6. Il giovane è stato subito ricoverato all'ospedale Fatebenefratelli dove è morto qualche ora dopo. Gli aggressori sono sono Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio arrestati per l'omicidio e proprietari di un furgone bar.Secondo la ricostruzione degli agenti della questura di Milano, Abdul Guibre era con altri due amici di colore, J.K., 21enne del Ruanda, e S.R., 19 anni di Reggio Calabria, dopo aver trascorso la notte in un locale in corso Lodi. A bordo dei mezzi pubblici erano arrivati in via Zuretti, vicino alla Stazione Centrale, con l'intenzione di andare al centro sociale Leoncavallo. A quel punto i tre sono stati avvicinati da Fausto e Daniele Cristofoli scesi dal furgone bar che li hanno accusati di avere rubato della merce. I due sono passati alle vie di fatto e hanno cominciato a colpire il giovane lanciando epiteti razzisti: "Sporchi negri vi ammazziamo". I tre ragazzi hanno cercato di fuggire ma i due sono riusciti a raggiungere Abdul e lo hanno colpito ripetutamente con le spranghe alla testa. Gli aggrediti sono riusciti ad annotarsi parte della targa del furgone.
«L'omicidio a sprangate di un ragazzo di colore, la cui unica colpa era evidentemente solo questa, visto che aveva anche la cittadinanza italiana, avvenuto oggi a Milano è un fatto di una gravità inaudita, un inaccettabile e intollerabile atto di razzismo». Lo afferma il segretario del Prc Paolo Ferrero. «La Lega - aggiunge - la deve smettere, con le sue campagne xenofobe e razziste. Fatti terribili come questi sono, temo, anche il frutto di un clima avvelenato costruito da forze politiche come la Lega, che additano gli immigrati a fonte di tutti i mali».
Il Ministro degli Interni Maroni e la polizia escludono che la brutale aggressione che è costata la vita a Abdoul Guibre a Milano sia riconducibile al clima di razzismo che si vive oggi in Italia. Ma le notizie che ogni giorno ci vengono segnalate dimostrano il contrario - dichiara Italo Di Sabato responsabile dell'Osservatorio sulla Repressione del Prc. Le torture subite dai giovani rom alla caserma di Bussolengo, oppure il rastrellamento al campo rom Casilino ‘900 a Roma, - continua Di Sabato - dimostrano che le forze dell’ordine oggi sono privi degli strumenti etici e culturali, oltre che dell’autorevolezza, per dare giudizi del genere. Il ministro degli Interni Maroni, fra i maggiori protagonisti, con il suo partito, della campagna xenofoba e intimidatoria degli ultimi mesi, ovviamente tace. Il terribile omicidio di Abdoul Guibre a Milano è figlio dei nostri tempi. In una società nella quale lo straniero, il migrante, il nero, il diverso sono indicati come problemi sociali, pericoli per la sicurezza, vettori di criminalità, come si fa a stupirsi se due cittadini si scaraventano a colpi di spranghe, contro il diverso di turno? Il razzismo in Italia è merce di colloquio quotidiano, in famiglia, nei consigli e nelle giunte comunali, nei bar, in parlamento e al telegiornale. La negazione della polizia, l’indifferenza del ministro leghista sono elementi di un sistema che produce odio e alla fine anche i lamenti dell’opposizione parlamentare, tutt’altro che innocente in materia di esasperazione della questione sicurezza e di criminalizzazione delle migrazioni e alla fine degli stranieri, fanno parte di un sistema che produce astio e rancori. E’ un sistema violento, mortifero. Per spezzarlo, - conclude Di Sabato - ci vorrebbe un lavoro molto serio, molto deciso, molto capillare sul piano culturale, su quello politico, su quello dell’informazione. Solo se si svuotano i bacini dell'odio sarà possibile ergere una barriera di civiltà e garantire sicurezza per tutti. Perchè con il razzismo e la repressione nessuno è sicuro.
Il Ministro degli Interni Maroni e la polizia escludono che la brutale aggressione che è costata la vita a Abdoul Guibre a Milano sia riconducibile al clima di razzismo che si vive oggi in Italia. Ma le notizie che ogni giorno ci vengono segnalate dimostrano il contrario - dichiara Italo Di Sabato responsabile dell'Osservatorio sulla Repressione del Prc. Le torture subite dai giovani rom alla caserma di Bussolengo, oppure il rastrellamento al campo rom Casilino ‘900 a Roma, - continua Di Sabato - dimostrano che le forze dell’ordine oggi sono privi degli strumenti etici e culturali, oltre che dell’autorevolezza, per dare giudizi del genere. Il ministro degli Interni Maroni, fra i maggiori protagonisti, con il suo partito, della campagna xenofoba e intimidatoria degli ultimi mesi, ovviamente tace. Il terribile omicidio di Abdoul Guibre a Milano è figlio dei nostri tempi. In una società nella quale lo straniero, il migrante, il nero, il diverso sono indicati come problemi sociali, pericoli per la sicurezza, vettori di criminalità, come si fa a stupirsi se due cittadini si scaraventano a colpi di spranghe, contro il diverso di turno? Il razzismo in Italia è merce di colloquio quotidiano, in famiglia, nei consigli e nelle giunte comunali, nei bar, in parlamento e al telegiornale. La negazione della polizia, l’indifferenza del ministro leghista sono elementi di un sistema che produce odio e alla fine anche i lamenti dell’opposizione parlamentare, tutt’altro che innocente in materia di esasperazione della questione sicurezza e di criminalizzazione delle migrazioni e alla fine degli stranieri, fanno parte di un sistema che produce astio e rancori. E’ un sistema violento, mortifero. Per spezzarlo, - conclude Di Sabato - ci vorrebbe un lavoro molto serio, molto deciso, molto capillare sul piano culturale, su quello politico, su quello dell’informazione. Solo se si svuotano i bacini dell'odio sarà possibile ergere una barriera di civiltà e garantire sicurezza per tutti. Perchè con il razzismo e la repressione nessuno è sicuro.
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Masserano (Biella): minacce fasciste ai giovani comunisti
Masserano è un piccolo paese di una martoriata provincia di Biella. E’ sempre stato un paese tranquillo, nella “norma”. Da qualche mese però c’è un gruppo, più o meno organizzato, che viene lasciato libero di scorrazzare per le tranquille valli biellesi a sfogare le proprie frustrazioni con la violenza e le intimidazioni. Guarda caso i prescelti sono militanti dei Giovani Comunisti/e di Biella! Per mesi sono stati seguiti e pedinati meticolosamente. Dopo svariati tentativi di bloccarli in auto sulla strada di casa lunedì ci sono riusciti. Otto persone incappucciate e armate di spranghe hanno bloccato la strada e hanno tentato di aggredire i compagni. Fortunosamente i ragazzi sono riusciti a fuggire e l’agguato è sfumato. Dopo quest’ultimo tentativo, la notte dopo è comparsa una scritta poco prima della loro casa : “SIETE MORTI” seguita da una svastica. Ovviamente è subito stata fatta denuncia presso i carabinieri locali e sabato 13 abbiamo organizzato un presidio antifascista a Masserano. La situazione si sta facendo pesante. Come nel resto d’Italia stiamo assistendo ad un ritorno di germi che credevamo relegati in un passato che non può e non deve tornare.Ormai è uno stillicidio quotidiano di aggressioni di chiara derivazione razzista. E il dato più inquietante è che sembra che la maggior parte della società civile sembra non rendersene conto, o peggio, giustifica e comprende tutto questo. Siamo al degrado culturale e sociale più totale.
Viviamo in un Paese militarizzato nel tentativo di risolvere un problema “sicurezza” inventato ad hoc per distogliere la nostra attenzione da quelli che sono i veri problemi dell’Italia. Viviamo in un Paese dove si può ammazzare di botte un ragazzo al grido di “negro di merda” senza essere considerati razzisti. Viviamo in un Paese che ha perso di vista le sue radici e il suo futuro.
E chi se non noi, questa nuova e devastata generazione ha il dovere di riprendersi il mondo che stanno cercando di sottrarci?
Matteo Sacco - Coord. GC Biella
Roma: scritte naziste su lapidi delle Fosse Ardeatine
Scritte naziste a Piazza Ledro nel quartiere Salario-Trieste a Roma. Sono state imbrattate delle lapidi commemorative per i martiri delle Fosse Ardeatine. Le targhe erano state poste sotto le abitazioni di due vittime del massacro nazista, Luigi Pierantoni e Raffaele Zicconi. Immediata la reazione del sindaco: "Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, appena vista la fotonotizia diffusa da Repubblica.it sulle vergognose scritte apparse sulle lapidi che ricordano le vittime delle Fosse Ardeatine in piazza Ledro, nel condannare fermamente il vile gesto, ha disposto, tramite l'Ufficio decoro urbano, l'immediata ripulitura delle targhe commemorative e della facciata del palazzo".
Bergamo. La cospirazione delle mani rosse
Nel giugno 2006 la città di Bergamo è stata pacificamente invasa da un numero imprecisato di mani rosse disegnate a vernice spray sui muri e accompagnate dalla frase «tana libera tutti». Lo slogan rimanda al classico gioco che si faceva da bambini: «guardie e ladri». Negli stessi giorni è apparsa una «rivendicazione» sul sito di indymedia che spiegava le motivazioni del gesto: «Nel gioco raggiungere la ‘tana’ e gridare ‘per tutti’ equivale a liberare, oltre a sé, anche tutti gli altri ‘ladri in fuga’. Ecco allora svelato l’enigma: le mani rosse rappresentano una innocente ed elementare richiesta di libertà». La campagna ebbe successo e nei mesi successivi nel centro di Bergamo si moltiplicarono adesivi con la mano, stancil di impronte di mani e scritte con lo spray. La notte tra il 5 e il 6 giugno del 2006 una pattuglia della polizia riuscì a fermare tre giovani incensurati armati di vernice spray e uno stancil a forma di mano. Per formulare l’accusa nei confronti dei ragazzi le forze dell’ordine fecero una mappatura delle mani rosse realizzate in città e raccolsero «porta a porta» le querele dei cittadini indignati per aver trovato i muri delle loro abitazioni imbrattati. Il tutto amplificato da una campagna colpevolista dell’Eco di Bergamo.Il risultato di tanta attenzione è che il 18 settembre prossimo, a distanza di due anni, i tre ragazzi saranno processati con l’accusa di «concorso morale» nella fattura di tutte le mani rosse comparse nella città. Non solo, proprio per dare un aspetto di esemplarità al caso il Comune di Bergamo ha deciso di costituirsi parte civile e ha richiesto 100 mila euro di danni. A cui si aggiungono i risarcimenti corrispondenti alle 56 querele raccolte dalle forze dell’ordine dai singoli cittadini. «Attribuire la responsabilità di tutte le ‘mani rosse’ ai tre giovani sorpresi a tracciarne alcune, ha l’unico scopo di sostenere un teorema repressivo severissimo – si legge sul blog manirosse.noblogs.org – volto a trasformare un episodio specifico in una punizione esemplare per tutti».Per sostenere «i tre delle mani rosse» i loro compagni di Bergamo hanno scritto un appello che si trova su manirosse.noblogs.org al quale aderire mandando una mail a manirosse@canaglie.org.
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Milano: Rom pestato dalla Polizia
Stelian Covaciu, Rom e missionario cristiano evangelico, subisce un violentissimo pestaggio, con insulti razzisti e minacce, da parte di due poliziotti in divisa.E' ricoverato in ospedale, in prognosi riservata. Gruppo EveryOne: "L'odio razziale ha ormai contagiato Istituzioni e autorità. E' necessario che le componenti antirazziste e antifasciste italiane e dell'Unione europea si impegnino insieme per fermare l'imbarbarimento della nostra società".Milano, 20 giugno 2008. La città di Milano è ancora teatro di una vile, brutale spedizione punitiva nei confronti di un cittadino romeno di etnia Rom, effettuata questa volta da agenti di polizia in divisa. Dopo l'aggressione avvenuta la mattina del 17 giugno nei confronti di Rebecca Covaciu (la bambina che si è aggiudicata il Premio Unicef 2008 per le sue doti artistiche) e dei suoi familiari, ieri sera, 19 giugno 2008, un altro pestaggio, ancora più violento e inquietante, ha colpito il papà di lei, Stelian Covaciu, missionario della Chiesa Cristiana Evangelica Pentecostale.In seguito al primo, drammatico episodio di matrice razzista il Gruppo EveryOne aveva lanciato un allarme internazionale, coinvolgendo i media nonché numerose personalità della cultura e della politica.Immediatamente dopo la nuova aggressione, Gina Covaciu, moglie di Stelian, chiamava ancora Roberto Malini del Gruppo EveryOne che, insieme a una responsabile dell'associazione milanese Naga, allertava un'ambulanza e le forze della polizia di stato, che accorrevano sul luogo dell'agguato e conducevano l'uomo, pieno di contusioni e traumiinterni, sofferente e in stato confusionale, presso l'ospedale San Paolo, dove veniva sottoposto ad esami e ricoverato. E' tuttora in prognosi riservata.Il Gruppo EveryOne contattava la questura centrale per assicurarsi che le autorità formalizzassero la denuncia di aggressione ed effettuassero indagini scrupolose."Quando Gina ci ha chiamato," riferiscono i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, "era talmente agitata e disperata che faticava ad articolare discorsi comprensibili. Vicino a lei, Stelian si lamentava, pronunciando parole sconnesse. Quando la donna si è calmata, ci ha raccontato i particolari dell'agguato. Gli stessi energumeni che avevano picchiato, insultato e minacciato i Covaciu si trovavano ancora davanti a loro. Stavolta però erano scesi da un'auto della polizia, in divisa e armati di manganelli. Dopo la prima aggressione, la piccola Rebecca, che è una ragazzina molto intelligente e intuitiva, ci aveva già detto che gli aguzzini della sua famiglia indossavano guanti simili a quelli che indossano i poliziotti. Sospettavamo che avesse ragione, anche perché un numero crescente di Rom ci segnala di questi tempi un comportamento violento o intimidatorio da parte delle forze dell'ordine, ma speravamo di sbagliarci. L'ipotesi più grave, invece, è stata confermata dai fatti e gli agenti razzisti hanno colpito ancora".Questa volta, però, la violenza degli uomini in divisa si è concentrata su Stelian. La loro azione brutale si svolgeva in piazza Tirana, nei pressi della Stazione San Cristoforo, dove la famiglia vive all'interno di un riparo di emergenza, fatto di teli e cartone."Gli agenti si sono avvicinati all'uomo" proseguono i leader EveryOne "e l'hanno apostrofato con un tono minaccioso: 'Ci riconosci? Hai fatto un errore a parlare con i giornalisti, un errore che non devi ripetere'. Quindi hanno cominciato a picchiarlo con cieca violenza, sia con i pugni che con i manganelli, riducendolo in condizioni penose. Quindi, mentre Stelian era a terra, l'hanno insultato e minacciato: 'Non raccontarlo a nessuno o per te saranno guai ancora maggiori'. Quando i due picchiatori si sono allontanati, Gina, i figli e alcuni concittadini di Stelian l'hanno soccorso. Lui si lamentava ed era in evidente stato di shock".Intanto un'attivista sopraggiungeva sul posto e raccoglieva numerose testimonianze da parte dei Rom che vivono nei dintorni della stazione di San Cristoforo, che confermavano le parole di Gina Covaciu ovvero che due poliziotti in divisa, scesi da un'auto della polizia, erano gli autori del violento pestaggio."E' necessario che si ponga fine a questa persecuzione" concludono gli attivisti "perché il diffondersi dell'odio razziale, di cui sono latori politici e numerosi media, ha scatenato una sequenza impressionante di atti di violenza nei confronti dei cittadini Rom. Sappiamo che le forze dell'ordine sono formate per la maggior parte da agenti che operano seguendo il codice etico europeo. Ci appelliamo anche a loro affinché i razzisti e i violenti siano isolati e perseguiti, mentre le famiglie Rom, che rappresentano la parte più vulnerabile della società, siano protette. La violenza contro i Rom e le intimidazioni nei confronti degli attivisti che si battono per i diritti dei 'nomadi' crescono, in Italia, ogni giorno che passa. Famiglie intere vengono braccate fin sotto i ponti, nelle case abbandonate, nei parchi. Forze dell'ordine, sindaci e assessori- sceriffi, squadristi e giustizieri hanno scatenato una caccia all'uomo tanto feroce quanto irrazionale. I Rom vengono costretti a fuggire da un luogo all'altro, privati di qualsiasi forma di sostentamento - dall'elemosina ai servizi di strada - ridotti a fuggiaschi disperati, affamati, malati, senza alcun diritto. Nedo Fiano, Piero Terracina, Goffredo Bezzechi, Tamara Deuel, Mirjam Pinkhof, tutti sopravissuti all'Olocausto, avvertono con preoccupazione i cittadini europei affinché non cedano alle seduzioni del razzismo e paragonano la persecuzione dei Rom agli anni della Shoah, gli sgomberi e le spedizioni punitive ai pogrom. Rebecca, la figlia 12enne, di Stelian, è un grande talento, che l'Unicef ha premiato proprio nel 2008, ma che l'Italia punisce ogni giorno con il veleno dell'emarginazione, della povertà, dell'odio e della violenza.Un Paese che si rende colpevole di una simile ingiustizia, un paese che accetta tanta violenza, tanta crudeltà verso un intero popolo è un paese imbarbarito, è un Paese che ha perso la strada dei Diritti Umani ed è vicino a una crisi dei valori tanto grave da essere paragonata all'Italia delle leggi razziali, dei manganelli, delle camicie nere e dei treni per Auschwitz".Per ulteriori informazioni:il Gruppo EveryOne e l' Associazione Nazionale Thèm Romano ONLUS, sede nazionale di Lanciano (CH) per il COORDINAMENTO NAZIONALE ANTIDISCRIMINAZIONE SA PHRALA - OGNI PERSONAè TUO FRATELLO
Tel: (+ 39) 334-8429527 - (+ 39) 331-3585406
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Carcere Killer: 4 morti in pochi giorni
«È morto per cause naturali e in carcere ha avuto tutte le cure di cui aveva bisogno». Non sa trovare altre parole la direttrice del carcere di Forlì, Alba Casella, per spiegare la morte di Franco Paglioni, deceduto in circostanze drammatiche lo scorso 25 agosto , trovato riverso sul pavimento della cella tra le sue feci dopo aver inutilmente denunciato forti dolori. L'Istituzione come di consueto si è chiusa a riccio e respinge ogni accusa. Nega che nella vicenda vi siano responsabilità o ombre. L'incuria, l'indifferenza, il cinismo, non c'entrano. «Questo è quello che dicono i detenuti...», risponde la funzionaria, preoccupata soprattutto della propria carriera e di tutelare il buon nome dell'amministrazione. Il cappellano del carcere, don Dario Ciani, scrive che le condizioni di salute del detenuto erano note, tanto che in passato aveva sempre ottenuto misure alternative a causa della sua incompatibilità con la detenzione. Questa volta non è accaduto o non si è fatto in tempo. «Ogni carcere, compreso quello di Forlì, non può essere utilizzato come discarica», spiega il prete. Della vicenda è stata informata l'autorità giudiziaria che ha subito sotterrato il caso senza nemmeno accertare le cause esatte della morte. Tanto Paglioni aveva il destino segnato da una sieropositività conclamata. Evidentemente la vita di chi è affetto da questa sindrome vale meno delle altre. L'altro ieri si è tenuto anche un presidio sotto le mura della casa circondariale per denunciare l'episodio, mentre i Radicali annunciano una interpellanza parlamentare. Paglioni era stato collocato in isolamento nell'unica cella disponibile del reparto protetti. Uno come lui andava assegnato in una comunità. Quantomeno necessitava di un ricovero in infermeria. Ma il sovraffollamento attuale impedisce una gestione razionale della popolazione incarcerata.La fabbrica della punizione sforna più detenuti di quanto l'industria penitenziaria sia in grado di contenere. Ciò alimenta lo stillicidio di morti: altri tre negli ultimi giorni. Un paraplegico trovato incredibilmente "impiccato" nel carcere di Opera. È il secondo caso del genere che si registra in questo istituto. Un detenuto marocchino deceduto per inalazione di gas a Bad'e Carros (Nuoro) e poi, martedì scorso, la morte nell'ospedale di Velletri di Stefano Brunetti, 41 anni. Arrestato l'8 settembre per un tentativo di furto, il giorno successivo era stato ricoverato a causa delle pesanti percosse subite, non si sa ancora se durante la permanenza nella questura di Anzio oppure dopo l'ingresso in carcere. La magistratura ha disposto l'autopsia per conoscere se le cause del decesso sono di origine violenta o meno. La notizia è stata diffusa dal garante dei detenuti del Lazio e dall'associazione Antigone. Episodi che attirano l'attenzione sulle pratiche sempre più violente che ormai dilagano senza freni negli apparati di polizia.11 settembre 2008
Rom di Bussolengo: ecco tutte le agghiaccianti denunce
Il sito dell’Istituto di cultura sinta ha pubblicato oggi tutte le denunce dettagliate dei rom picchiati, sequestrati e torturati presso la caserma dei carabinieri di Bussolengo [Verona], venerdì 5 settembre.
Ecco il link per leggere quelle denunce:http://sucardrom.blogspot.com/
Ecco il link per leggere quelle denunce:http://sucardrom.blogspot.com/
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Ultras: Per Paolo Ferrero la proposta Matarrese è assurda e inutile
«La proposta di Matarrese di trasformare gli stadi in carceri è assurda e insieme inutile perchè non affronta nè risolve il problema della violanza negli stadi. Ma il presidente Matarrese si è accorto che gli incidenti avvengono fuori gli stadi? Piuttosto, la Lega Calcio e il governo pensino al fallimento delle disposizioni repressive contro il tifo organizzato, che hanno solo svuotato gli stadi e alimentato ulteriori tensioni tra tifo e forze dell'ordine». Lo dichiara il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero. «Chiudere le curve -sottolinea il leader del Prc- costruire celle, vietare le trasferte è palesemente controproducente. Iniziamo piuttosto a ragionare su interventi educativi, su come lo stesso sport può essere un veicolo formidabile per promuovere valori positivi e anti violenti. Invece delle celle, apriamo degli spazi negli stadi dove ci si può confrontare e si possono svolgere iniziative sociali».fonte: Adnkronos
Prostituzione. I primi appelli contro il ddl Carfagna
Cominciano a fioccare gli appelli contro il ddl Carfagna, approvato oggi dal Consiglio dei ministri, sulla prostituzione. Il disegno di legge modifica la legge Merlin vietando la prostituzione in strada e punendo prostitute e clienti [anche se colti a «contrattare» in strada] con il carcere e con una multa. Il ddl prevede anche l’espulsione per le minori e i minori non italiane/e che si prostituiscono. Pubblichiamo il comunicato congiunto del Mit [movimento identità transessuale] e del Comitato per i diritti civili delle prostitute. (continua)
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Roma: rastrellamenti al campo rom Casilino '900
Erano le prime luci dell’alba quando settanta agenti del gruppo sociale sicurezza urbana, coadiuvati dalle forze dell’ordine, hanno fatto irruzione nel campo rom Casilino ‘900. L’operazione è scattata senza alcun preavviso, proprio nel giorno in cui era previsto il censimento della Croce Rossa. I volontari della Cri si sono fatti da parte e per gli abitanti del campo più grande e disperato di Roma è iniziato il rastrellamento. Una dopo l’altra le misere baracche dove sopravvivono circa 600 rom sono state passate a setaccio, ispezionate, ribaltate da capo a piedi e messe a soqquadro. Le forze dell’ordine hanno staccato i gruppi elettrogeni e sequestrato i pochi effetti personali. Poi è stata la volta dei rom. E’ stata sufficiente la regola del sospetto per caricare su diversi pullman dalle 70 alle 80 persone, senza una parola, senza un chiarimento. I rom sono stati portati all’ufficio immigrati, in via Patini, e non è ancora chiaro quale sarà il loro destino. «Per alcuni – ha affermato la consigliera regionale Anna Pizzo [indipendente Prc], giunta a Casilino ‘900 non appena appresa la notizia – si deciderà per il fermo ma per altri, sprovvisti di documenti, potrebbe esserci l’arresto». E l’operazione ha preso di mira tutti, anche anziani e donne incinte,sfra colpevoli o meno di aver commesso presunti furti di rame e altro materiale. L’operazione sarebbe stata autorizzata a seguito di alcune segnalazioni: una di queste parla anche di refurtiva con il marchio del ministero della difesa e del ministero dell’interno che sarebbe stata nascosta nel campo anche se al momento non ci sono conferme. Anche per questo la consigliera Pizzo ha chiesto un incontro con il questore, dal quale spera di ottenere maggiori chiarimenti.Hanno paura gli abitanti della favela Casilino ‘900, un insediamento così vasto e così misero da perdere persino la connotazione di campo. «Sono arrivati alle 6.30 quelli della polizia municipale. Ci hanno svegliato di soprassalto, i bambini ancora dormivano, e hanno iniziato a prendere alcuni di noi. Poi li hanno fatti salire su un pullman e li hanno portati via. Così, senza avvertirci. Ci hanno tolto i gruppi elettrogeni e tutte le nostre cose». A parlare è Sevlia, una ragazza rom che vive nel campo. Parla e piange, è preoccupata per le persone che stanno portando via, per gli anziani del campo malati, per le donne incinte. Teme di non rivederli mai più. Dall’altra parte nessuno a fornito loro rassicurazioni. «Ci stanno chiedendo se possiamo dimostrare che i gruppi elettrogeni sono nostri – prosegue la donna – Dicono che dobbiamo mostrare gli scontrini. Hanno portato via anche il padre di un bambino down che ha crisi epilettiche e deve essere sottoposto quotidianamente alle visite. Come è possibile procedere in questo modo?».
C’è chi, a Casilino ‘900, una cosa del genere se l’aspettava. D’altra parte, da circa due mesi, la situazione è peggiorata: le vie d’accesso sono bloccate e per gli abitanti del campo anche la più banale attività è diventata complicata. L’insediamento è grande, sembra una piccola città di fango e immondizia, e per attraversarlo tutto serve la macchina. Adesso che i rom sono costretti a lasciare l’automobile fuori dall’insediamento, per molti anziani, malati e donne incinte spostarsi dalle proprie baracche è pressoché impossibile. E si ritiene fortunato chi la macchina ce l’ha ancora. Molte delle loro auto sono state incendiate, danneggiate oppure rubate. Per vendetta, per avvertimento o per mera intolleranza. Ora che le scuole stanno per riaprire, i piccoli rom dovranno percorrere chilometri a piedi prima di raggiungere il mezzo di trasporto più vicino. Sempre a patto che a scuola riescano ad andarci.
fonte: Carta
Ultras: Maroni promette linea dura
E' stato il Maroni Soccer Day. Era il giorno dell'audizione al senato sugli episodi di violenza del pre Roma-Napoli, il ministro ha invece ricostruito parzialmente l'accaduto, puntando tutto sulla linea dura: trasferte annullate per le prossime gare ad alto rischio e stadi vuoti per quelle ad altissimo. Si parte nel weekend con lo stop ai tifosi del Catania, per loro niente S.Siro per il match contro l'inter. Stessa storia per i fiorentini al S. Paolo contro il Napoli. Più complesso, lacunoso, il discorso del leghista sui fatti della prima di campionato: «La questura aveva chiesto a Trenitalia di aggiungere il maggior numero di carrozze possibile ai treni per Roma. Le operazioni di filtraggio erano iniziate regolarmente fino a quando alle 10.15 un gruppo di 200 tifosi, approfittando dei soccorsi per un malore, ha superato lo sbarramento sottraendosi al controllo, pur essendo in possesso del biglietto». Il treno sarebbe stato fatto partire alle 12.30 «dopo che il prefetto di Napoli aveva emanato il provvedimento di urgenza per motivi di ordine pubblico». Trenitalia avrebbe avuto l'intento di proseguire la verifica ticket in viaggio. Poi: «I tifosi sono arrivati a Roma alle 15.45, a ridosso dell'intervallo della partita. Nel momento dell'accesso allo stadio alcuni hanno tentato lo sfondamento con lancio di oggetti sulle forze dell'ordine: due tifosi sono stati arrestati». Secondo Maroni, Prefetto e questore non avrebbero colpe: «L'errore è stato fatto a monte (dall'Osservatorio, Ndr). E' quello di aver fatto partire, comunque, il treno da Napoli, pur sapendo che sarebbe arrivato a partita iniziata, e aver consentito il ritorno dei tifosi sui treni in una domenica di grande rientro». La lettura del fenomeno ultrà fatta dal ministro è semplice: c'erano infiltrazioni camorristiche. «Dei 3096 tifosi, circa 800 erano gravati da precedenti penali. Tra questi, 27 appartenenti o contigui ad organizzazioni camorristiche, 5 per associazione a delinquere, 70 per esplosivi e armi». La ricetta-minaccia: ancora tolleranza zero. «Se dovessero ripetersi simili episodi, le tifoserie saranno punite con il divieto di trasferta per tutto il campionato». Il giornalista sportivo Michele Plastino, che da anni segue da vicino le sorti di Napoli e Lazio, resta perplesso: «Ci sono dei grandi punti interrogativi. Come si fa a controllare in treno tutte quelle persone? Perché hanno fatto fare tutte le fermate al treno? I ragazzi raccontano di essere stati fermi per venti minuti in un tunnel, perché è successo?». Poi commenta: «Se i dati fossero esatti, la percentuale di persone con precedenti camorristici è minima. Se si andasse in certi quartieri sarebbe molto più alta. I danni all'interno del treno sono stati dei bagni rotti, vetri, una porta. Di certo se dietro a questo episodio ci fosse stata la camorra sarebbe stato molto peggio». Chi è veramente il tifoso del Napoli? «E' un tifoso con una storia diversa. Non ha mai avuto collegamenti con la politica, né con quella di destra né con quella di sinistra, forse anche per questo era il migliore. Il napoletano è tra i più appassionati del mondo». Continua Plastino: «In curva A ci sono gruppi in contrasto tra di loro, non tanto per la camorra, come la immaginiamo noi, ma per la conquista del territorio sugli spalti. Si sceglie sempre la città di Napoli come sinonimo di qualcosa che non va, dell'immondizia, di Mastella e ora di ultrà violenti, ma allora mi chiedo: perché non sono state prese sanzioni dopo Parma-Inter dello scorso anno? Perché nel calcio non c'è stata una posizione forte da parte di Berlusconi di sostegno alla città? Dice di aver risolto tutti i problemi del napoletano e ora che fa? Solo qualche battuta». Allora il giornalista "scherza": «Chi è che ha fatto fuori il Milan dalla coppa campioni lo scorso anno?». Sull'osservatorio: «E' un po' paradossale, non si conoscono bene i parametri che vengono utilizzati per segnalare le partite e le tifoserie a rischio. Lo scorso anno aveva ottenuto dei risultati, ma andavano visti anche in parallelo al calo degli spettatori. Oramai tutto è volto alla Pay Tv. Lo stadio è ancora una zona franca, ma attenzione: meno spettatori continueranno a frequentarlo, meno voglia ci sarà di vedere le partite».Roma: Contestata Gelmini. La Polizia identifica i contestatori.
Come assumerete gli insegnanti?» protesta un gruppo di sissini, parola orribile che deriva da Ssis, la scuola biennale di specializzazione per accedere alla cattedra, ora chiusa lasciando a piedi migliaia di aspiranti docenti delle medie e delle superiori. Ricercatori, studenti e precari fischiano, interrompono la ministra. La contestazione non piace alle forze dell'ordine presenti in sala, che chiedono immediatamente i documenti ai ribelli. Più tardi l'Unione degli Studenti condannerà la durezza degli agenti di fronte ad un dissenso «del tutto pacifico e democratico», mentre il Pd bolla l'episodio come «intimidatorio» Gelmini continua: «Le spese sono aumentate del 30% negli ultimi anni, e io non sarò complice dell'aumento del numero dei precari che poi dovranno comunque un giorno lasciare la scuola». Nei giorni scorsi la ministra aveva proposto di trovare un nuovo lavoro ai precari magari impiegandoli come guide turistiche, ora Amato ricorda che gli uffici delle Questure hanno bisogno di personale per smaltire le centinaia di migliaia di permessi di soggiorno dei cittadini immigrati. All'inizio della presentazione il coro a cappella del liceo aveva intonato l'inno nazionale, e su richiesta del preside tutta la sala si era alzata in piedi. Nel parterre giovani di destra applaudono spellandosi le mani, il Giornale infilato nei jeans larghi. Scuola modello, il Newton. Rigorosa e aperta ai giovani: murales coloratissimi fatti dagli studenti indicano l'ascensore, l'aula magna, la toilette. Oasi felice a pochi passi dalla sede dei Cobas, l'istituto consegna cartelle stampa firmate Deutsch Bank e una interessante guida all'uso del liceo: corsi di aggiornamento per i docenti sul contenimento e le regole da dare agli adolescenti, chiarimenti sul voto in condotta e l'avvertimento che le unità cinofile potrebbero piombare in cortile per scovare sostanze stupefacenti. Il decreto legge sul maestro unico è arrivato in commissione Cultura della Camera, Gelmini si augura che «la scuola rimanga fuori dalle ideologie» e che il Partito democratico scelga responsabilmente di discutere sull'istruzione italiana senza preconcetti né barricate: «Alcuni sindacati contestano il piano programmatico prima ancora di conoscerlo, non l'ho ancora presentato». Poi tira fuori dal cilindro una nuova idea per gli insegnanti, la Carta d'Oro per entrare gratuitamente alle mostre o al museo magari con l'aiuto finanziario delle banche, «non ci sarebbe niente di male» spiega la ministra. «Dateci la tessera della povertà» contestano in fondo all'aula. «La qualità non si costruisce con la Carta d'Oro» spiega Paola De Meo, maestra nella scuola elementare capofila della protesta nazionale contro il maestro unico, la "Iqbal Masik", drappi neri alle finestre e un corpo docente arrabbiatissimo: «Dalla ministra volevamo prima il piano programmatico, e non un decreto legge».Gelmini non si scosta dalla linea retta e assicura che «non servono tre maestri, ne basta uno», i fischi aumentano a dismisura e lei parla scandendo le parole: «Con i due maestri in esubero estenderemo il tempo pieno» ma gli insegnanti presenti vorrebbero sapere come, visto che il governo ha deciso di stringere la cinghia sulla scuola e la stessa responsabile di viale Trastevere ammette che purtroppo i fondi non ci sono. Nonostante gli sgorzi di Amato che auspica il dialogo, il calendario autunnale delle contestazioni si arricchisce di una data, 17 ottobre, quando gli insegnanti del Gilda convocheranno una manifestazione davanti a Montecitorio.Sulla parete del corridoio qualcuno ha appeso una poesia di Borges: «Se potessi vivere nuovamente la mia vita, nella prossima cercherei di commettere più errori».Belluno: condanne per occupazione
In questi giorni sono stati notificati i primi cinque decreti penali di condanna per la seconda occupazione delle ex scuole elementari del quartiere di Levego (BL). Cinque compagni sono stati condannati a 15 giorni di carcere convertiti in 700 € di multa per un totale di 3500 €.La condanna è sostenuta dalla denuncia presentata dalla giunta di centro destra, che attraverso lo sgombero coatto dell’occupazione e della successiva muratura dello stabile aveva inagurato la campagna sicuritaria tuttora in atto. Da quel momento vi è stata un’escalation di provvedimenti: dalle panchine antisdraio, all’ordinanza per il decoro pubblico contro i senza tetto e i mendicanti, dalle telecamere all’assunzione del nuovo comandante dei vigili urbani Salmaso (ex vice sceriffo nella Treviso di Gentilini). A più di un anno dall’occupazione, ci ritroviamo con un’amministrazione comunale che da una parte non è stata in grado di affrontare le problematiche che abbiamo sollevato: nuove politiche abitative, questione degli spazi sociali, politiche di riduzione del danno e tutela del territorio. Dall’altra si continua a tagliare i fondi alle politiche sociali per finanziare la campagna “Tolleranza Zero” lanciata dall’assessore con delega alla sicurezza Carbogno di alleanza nazionale, che sta producendo un clima d’intolleranza nei confronti dei soggetti più deboli. Ultimo, ma soltanto in termini di tempo, il vergognoso pestaggio di un giovane brasiliano all’interno della caserma dei vigili urbani da parte del comandante Salmaso. Emerge con sempre più chiarezza il disegno politico di questa giunta, ovvero il tentativo di trasformare ogni contraddizione sociale, ogni anomalia in questione d’ordine pubblico da reprimere. E’ su questa linea che vanno lette le ultime dichiarazioni pubbliche del sindaco Prade in difesa delle condanne contro di noi e della sua volontà di installare due nuove telecamere nella via del centro storico dove a sede il nuovo spazio sociale BL.itz. Un ennesimo attacco nei nostri confronti, ad un percorso che si sta legittimando in città e che rappresenta un’increspatura all’interno del loro progetto sicuritario di trasformare Belluno in una città liscia e sterilizzata.Noi, dalla nostra, continueremo a ridisegnare nuovi confini nella gestione del bene comune, consapevoli del fatto che non sempre combaceranno con i limiti della loro legalità.Centro Sociale BL.itz
10 settembre 2008
Bussolengo (VR): Rom picchiati dai carabinieri
Un incubo. Giorgio Campos, 18 anni a dicembre, nato a Como, di origine rom e con regolare residenza a Brescia, è ancora sotto shock. Per lui e la sua famiglia quella di venerdì scorso doveva essere una tranquilla gita per «far visita a parenti che vivono nei dintorni di Brescia», racconta. E invece una pausa pranzo a Bussolengo, vicino Verona, si è trasformata in dramma. Erano in roulotte: lui con i genitori, Sonia e Angelo Campos, e i tre fratellini più piccoli. Con loro altre due roulotte: quella del fratello maggiore di Giorgio con moglie e due figli minorenni e quella dello zio Christian Hudorovich con la compagna e tre bambini. Sul posto, già presente, la roulotte del cugino di Giorgio, Denis Rossetto. «Ci siamo fermati in un parcheggio pubblico (piazzale Vittorio Veneto, ndr.) per mangiare qualcosa, abbiamo fatto appena in tempo a mettere fuori un tavolino che sono arrivati i vigili - dice Giorgio - ci hanno chiesto se saremmo andati via dopo il pranzo, gli abbiamo detto di sì, era questa la nostra intenzione, e loro gentilmente si sono allontanati». Ma intorno alle 14 è arrivata una pattuglia dei carabinieri («un maresciallo e un brigadiere», coninua il ragazzo) e, secondo il racconto di Giorgio si è scatenato l’inferno. «Non ci hanno nemmeno chiesto i documenti - sostiene - appena sceso dall’auto, il maresciallo ha detto subito che ci avrebbero portato in caserma per “bastonarci come con gli altri rom presi la settimana scorsa, poi gli diamo il foglio di via”. Proprio così ha detto. Io e mio padre abbiamo opposto resistenza, gridando aiuto. Loro hanno tirato fuori i manganelli e hanno cominciato a picchiarci e insultarci a parolacce... ». Botte da orbi, continua la testimonianza, fino a quando il padre di Giorgio «riesce a divincolarsi e a scappare. Io lo seguo, con le manette ai polsi, me le avevano già messe. Veniamo raggiunti da Denis e saltiamo sulla sua roulotte». Un’altra pattuglia dei carabinieri li ferma a Caselle di Sommacampagna, lì nei dintorni. «Sul posto arrivano in tutto tre pattuglie - prosegue Giorgio - Minacciandoci con la pistola ci fanno salire ognuno su un’auto, dopo averci picchiato di nuovo, e ci portano alla caserma di Bussolengo». Dove si trovano già Sonia Campos, il figlio 15enne Michele, Christian e la compagna. «Hanno deciso di lasciare alla roulotte i miei fratelli più piccoli, Marco e Johnny, ma solo dopo averli picchiati: al primo gli hanno spaccato due denti...». In caserma «l’inferno» raccontato sia da Giorgio che nelle denunce presentate ieri alla magistratura dai suoi parenti, dura fino alle «cinque del pomeriggio». All’arrivo, «ci hanno fatto sdraiare sul pavimento e ci hanno calpestato. Ma il peggio è arrivato dopo, quando ci hanno portato nelle celle del sotterraneo, divisi in tre celle, io ero insieme a mio fratello Michele. Ci hanno picchiato, torturato immergendoci la testa in una bacinella d’acqua. Erano in tre di cui due senza divisa che si dicevano “orgogliosi razzisti”. A turno, sia io che mio fratello, siamo stati portati in bagno dove ci hanno denudato: mentre uno picchiava, l’altro riprendeva la scena con il telefonino. Quindi, si sono abbassati i pantaloni e ridevano...». Poi il trasporto alla caserma di Peschiera del Garda (tranne che per Christian e la compagna che vengono rilasciati) per il prelievo delle impronte digitali. Anche lì «insulti, minacce, percosse, la scena del bagno che si ripete con gli stessi protagonisti che questa volta ci sfottono anche chiedendoci del sesso orale...», dice ancora Giorgio. Poco prima delle 20, lui e il fratello vengono rilasciati. Restano in carcere i genitori e il cugino Denis. Il processo per direttissima si doveva svolgere sabato scorso ma è stato rinviato al 16 settembre. L’accusa: resistenza a pubblico ufficiale e, per Sonia, tentato furto della pistola d’ordinanza. Sì, perchè nel verbale dei carabinieri si sostiene che la mamma di Giorgio abbia tentato di rubare la pistola al «maresciallo Carusone », dopo l’intervento della pattuglia in piazzale Vittorio Veneto a Bussolengo. «La fondina ce l’aveva aperta e la pistola gli è cascata... Ora tentano di accusare mia madre...», è la versione di Giorgio. Ad ogni modo, questa non è l’unica discrepanza tra le denunce delle vittime - che si sono anche fatte refertare al pronto soccorso a Desenzano del Garda - e il verbale dei militari - che insistono molto sull’atteggiamento «di sfida» di Angelo Campos e degli altri «vili aggressori ». Del caso si sta occupando l’associazione bresciana “Nevo Gipen” e l’istituto di cultura sinta “Sucar drom” di Mantova. «Spero che la magistratura faccia luce su un episodio che si configura come uno dei più gravi atti razzisti compiuti in Italia, come confermano le denunce delle vittime - dice Carlo Berini di “Sucar drom” - un episodio paragonabile alle torture della caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001...».
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Dopo Firenze anche Roma contro i lavavetri
Nuovo attacco ai lavavetri di Roma. Dopo i rom e gli ambulanti, il Campidoglio torna a scagliarsi contro chi pulisce i vetri ai semafori attraverso il varo di un'ordinanza per eliminarli dalle strade. Ad annunciarlo è stato il presidente della commissione Sicurezza del Comune di Roma Fabrizio Santori. Ricalcando il più possibile il modello Firenze, anche gli uffici tecnici e legali del Comune di Roma si sono messi d'impegno per stilare un provvedimento che non possa essere sottoposto a nessuna ricusazione. In realtà, l'ordinanza, non coinvolge solo i lavavetri ma tutti i casi di accattonaggio definito «molesto» e secondo Fabrizio Santori «non potrà limitarsi al semplici sequestro degli strumenti di lavoro o alle sanzioni amministrative». E allora? Ecco riaffacciarsi l'ipotesi tanto cara ai sindaci: il carcere fino a tre mesi. Tutti a lavoro, dunque, per scrivere un'ordinanza «a prova di ricorsi» che giustifichi la reclusione con le motivazioni di «intralcio alla circolazione, danni all'igiene delle strade, ma soprattutto episodi di molestie e il pericolo di conflitto sociale». Tremate, tremate, i lavavetri sono tornati.Roma: aggredita coppia gay
«Froci via dall’Italia», «fate schifo». E poi sassate e sputi. Proprio una bella cartolina romana, con tanto di Colosseo alle spalle quella che arriva grazie alla denuncia dell’Arcigay di Roma. Dieci contro due: gli aggressori con pietre e bottiglie, gli aggrediti armati solo del loro amore. La loro colpa? Essere innamorati ed essere dello stesso sesso. Federico e Cristian, entrambi di 28 anni, andavano verso i Fori Imperiali, mano nella mano. Hanno subito un vero e proprio agguato, hanno chiesto aiuto e denunciato l’accaduto alle forze dell’ordine. «Ancora una volta una terribile testimonianza di intolleranza verso le persone gay e verso l’amore omosessuale - ha commentato Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma - i due ragazzi aggrediti si tenevano per mano e questo è bastato a scatenare gli insulti e l’aggressione. Ci preoccupa molto il clima di violenza che si respira in città, per questo - ha concluso Marrazzo - ci auguriamo che le istituzioni collaborino con tutte le associazioni lesbiche, gay e trans, per mettere a punto un serio piano per la sicurezza e contro l’omofobia». Aurelio Mancuso, pesidente nazionale di Arcigay, chiede l’intervento del mondo politico: «Chiediamo al governo quali interventi s’intendano assumere a difesa della sicurezza di gay e lesbiche italiane. Il fatto di Roma è solo l’ultimo di una lunga serie. Visto che il ministro competente Carfagna dorme sonni tranquilli, chiediamo al responsabile degli Interni Roberto Maroni di garantire la sicurezza e l’incolumità di milioni di cittadine e di cittadini omosessuali». Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, esprime solidarietà alla coppia: «Apprendiamo con sconcerto che purtroppo ancora una volta a Roma si è ripetuto un atto di aggressione ai danni di giovani gay. Mi auguro - conclude il sindaco - che gli inquirenti facciano al più presto luce su questo grave fatto e che i responsabili dell’aggressione siano consegnati alla giustizia in tempi brevi ». Il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, parla di «ennesimo, vigliacco inaccettabile atto» e attacca Alemanno: «Invece di avventurarsi in poco felici (per lui) paragoni storici tra fascismo e nazismo, leggi razziali ed olocausto, si decida a organizzare pomeriggi e serate nei quartieri e nelle scuole romane sul tema dei diritti, delle minoranze, delle diversità, oltre che su quelli dell’accoglienza e dell’integrazione». La solidarietà è doverosa, e puntulamnete arriva. Ancora una volta, dopo l’enesimo agguato.
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6 settembre 2008
Milano: polizia carica presidio antifascista
Il raggruppamento dei militanti dei centri sociali e del Prc, più di cinquecento persone, era iniziato attorno alle 15 di sabato. Poi alle 18, sono arrivati gli scontri. A Milano, in via Pareto, riapre Cuore Nero, circolo di estrema destra che era stato chiuso qualche mese da dopo un incendio. Per la legge quel locale è semplicemente un negozio, non un circolo di neofascisti, quelli che sabato sono lì, soddisfatti di avere una nuova casa, con le loro teste rasate e con addosso magliette nere con scritto «calci e pugni». Se qualcuno avesse dubbi, basta guardare il loro sito internet.
Moratti e la sua giunta, comunque, gli hanno trovato casa. Quei cinquecento che sabato non se la sono sentita di restare zitti a guardare hanno trovato lì agenti in tenuta antisommossa. E alle prime avvisaglie di tensione è partita la carica. Poi, una seconda, in cui sono partite anche alcune manganellate e delle bottiglie di vetro.
La calma, fortunatamente, è tornata quasi subito, ma le preoccupazioni restano eccome. Tra chi ha manifestato contro la riapertura di Cuore Nero, c’è anche il consigliere regionale di Rifondazione Comunista Luciano Muhlbauer che osserva come «l' apertura di questo circolo è un atto estremamente grave anche in virtù del fatto che si trova a poche centinaia di metri da un campo rom, e dal centro sociale di Cascina Torchiera». Muhlbauer si stupisce anche «del silenzio dell' amministrazione comunale e in particolare del vicesindaco De Corato: di solito fa comunicati stampa e proclami sulla sicurezza anche quando un giovane fa soltanto una scritta sul muro, invece tace se un gruppo notoriamente violento di ispirazione neonazista apre un centro pubblico».
Dal canto loro, i neofascisti fanno gli offesi: «A chi serve ribadire che siamo un circolo neofascista? – scrivono in una nota – Per carità, non è che ce ne vergogniamo, ma ci sembra di cogliere della malafede in chi ha voluto liquidarci con un'etichetta per darci in pasto all'opinione pubblica"
Moratti e la sua giunta, comunque, gli hanno trovato casa. Quei cinquecento che sabato non se la sono sentita di restare zitti a guardare hanno trovato lì agenti in tenuta antisommossa. E alle prime avvisaglie di tensione è partita la carica. Poi, una seconda, in cui sono partite anche alcune manganellate e delle bottiglie di vetro.
La calma, fortunatamente, è tornata quasi subito, ma le preoccupazioni restano eccome. Tra chi ha manifestato contro la riapertura di Cuore Nero, c’è anche il consigliere regionale di Rifondazione Comunista Luciano Muhlbauer che osserva come «l' apertura di questo circolo è un atto estremamente grave anche in virtù del fatto che si trova a poche centinaia di metri da un campo rom, e dal centro sociale di Cascina Torchiera». Muhlbauer si stupisce anche «del silenzio dell' amministrazione comunale e in particolare del vicesindaco De Corato: di solito fa comunicati stampa e proclami sulla sicurezza anche quando un giovane fa soltanto una scritta sul muro, invece tace se un gruppo notoriamente violento di ispirazione neonazista apre un centro pubblico».
Dal canto loro, i neofascisti fanno gli offesi: «A chi serve ribadire che siamo un circolo neofascista? – scrivono in una nota – Per carità, non è che ce ne vergogniamo, ma ci sembra di cogliere della malafede in chi ha voluto liquidarci con un'etichetta per darci in pasto all'opinione pubblica"
fonte: L'Unità
Vicenza: polizia carica manifestanti No dal molin
Una manifestazione pubblica, dichiarata e stampata sui giornali. Alla luce del sole, dichiarati gli intenti e quello che si sarebbe andato a fare. Costruire una torretta per monitorare la situazione dei lavori all'interno dell'aeroporto. Su luogo privato per cui avevamo il beneplacito del proprietario, e la richiesta di autorizzazione per occupazione suolo pubblico.
Questo probabilmente non è bastato per dissuadere le forze dell'ordine (del disordine?) dal caricare, trascinare, manganellare, prendere a calci questa manifestazione pacifica di vicentini. Donne, vecchi, ragazzi. Indiscriminatamente maltrattati, con pretesti ridicoli. "Quella torretta è troppo alta".Già duecento metri prima del punto concordato per la posa della torretta il corteo era stato improvvisamente bloccato. Un blocco imotivato e futile, aggirato dai cittadini passando per il fosso laterale. Poi la costruzione. Finché l'ordine è arrivato. I cittadini si siedono e difendono la costruenda torretta con un sit-in. A nulla valgono i discorsi per cercare di essere ragionevoli.
La prima carica ha fatto vari feriti e cinque fermi. Nella seconda alcune ragazze sono state prese a calci, altri ricevevano colpi di scudo, qualcuno è stato trascinato per i capelli.Gli occhi sfigurati di poliziotti, carabinieri e guardie di finanza e gli insulti: "Ti uccido! Sporco pacifista! Ti spacco la testa". Il corteo quindi si rifugia nel giardino di una casa adiacente, ospitati dagli abitanti solidali.
5 settembre 2008
Milano: Cuore Nero ci riprova
Ultimamente in quanto a razzismo e a rigurgiti fascisti non c'è che l'imbarazzo della scelta.Sicuramente le manifestazioni più spettacolari del "nuovo ordine" che sta strisciando per l'Italia sono sotto gli occhi di tutti immediatamente evidenti per chi avesse anche solo la voglia di guardare; di certo non servono capacità soprannaturali per capire che il clima è dei peggiori e che i peggiori ne approfitteranno.Nonostante scismi, divisioni e, fortunatamente, proteste la vicenda della prossima riapertura di "cuore nero" riassume molto bene quello che sta succedendo in Italia in questo periodo.I vari cuori neri sparsi per l'Italia costituiscono il livello immediatamente osservabile di una serie di fenomeni che per larga parte rimangono sommersi o, come nel caso delle assurde ordinanze (leghiste o non), vengono abilmente nascosti sotto gli occhi di tutti.Il neofascismo esplicito, visibilmente organizzato è una malapianta che necessita di cure continue e di un adeguato humus istituzionale fatto di revisionismo, connivenza ed emergenze mobilitate quando fanno comodo.In questo senso parlare di un singolo cuore nero non ha senso perché i centri di produzione del fenomeno sono molteplici.Per restare sul concreto basti ricordare l' appoggio para-ististuzionale fornito dalle amministrazioni di Rho e Milano in occasione di concerti neonazisti, oppure la disponibilità di industriali, finanzieri o politici neri a creare lobbies oppure a fornire spazi o capitali per rinverdire i fasti del neofascismo lombardo.Eppure anche qui, a questo livello, si rischia di non cogliere appieno la gravità del fenomeno i cui centri di produzione sono molto più diffusi e non tutti di matrice esplicitamente fascista, restano annidati nelle amministrazioni e in quella infame pratica del controllo metropolitiano che sposa perfettamente gli interessi di chi specula, di chi accoltella e di chi governa.Allora sgomberi e vilipendio della memoria storica diventano funzionali alla pacificazione urbana necessaria perché si possa utilizzare la città e i suoi abitanti come "materia prima" per palazzinari.Il colore dell'amministrazione c'entra relativamente poco poiché pratiche simili trovano le loro radici nell asfissiante Milano e nella defunta Bologna, nel razzismo nazi-padano cosi come sotto la maschera capitolina dell' "equidistanza" veltroniana poi superata in coerenza ideologica dal suo successore.Proprio gli atteggiamenti di "equidistanza" mantenuti in spregio ai valori della repubblica fondata sulla resistenza costituiscono un altra tessera del mosaico: a roma dove è stata permessa la creazione dei primi semi del network di "casa pound", un altro dei piccoli motori dell' estrema destra italiana, che ha recentemente dato vita all'occupazione, di breve durata, di un cascinale nella campagna bresciana; o nella vergogna di vedere un comune di una città medaglia d'oro per la resistenza costituirsi parte civile in un processo contro degli antifascisti.Forse questo ultimo atto spiega piu di mille parole dove nasca l' onda lunga del neofascismo italiano, non solo dalle curve nere o dai covi nazisti ma dall' interno delle stesse istituzioni per cui democrazia e memoria storica sono diventate soltanto un ingombro.Approfondimenti:- Leggi la feature nero il cuore e marcio il cervello- Nuovo asse tra forza nuova e gli hammer
fonte: Indymedia Lombardia
4 settembre 2008
Bari, rivolta al Centro Espulsioni per migranti
E’ in corso una rivolta al nel Centro Identificazione ed Espulsioni (ex Cpt) per immigrati al quartiere San Paolo a Bari. La protesta è iniziata questa mattina all’alba, quando, all’interno della struttura, sono state date alle fiamme diverse masserizie. Sembra che i danni provocati dalla rivolta siano ingenti e che alla protesta abbiano partecipato centinaia di migranti. Davanti al Centro sono arrivate alcune ambulanze, mezzi dei Vigili del Fuoco e stazionano le forze di polizia. Non si hanno molto notizie su eventuali feriti, se non che uno degli immigrati si è fratturato una gamba dopo essere salito sul tetto ed essere caduto.3 settembre 2008
Carica della polizia sul presidio di Grottaglie (Ta)
Il presidio permanente No Discariche denuncia pubblicamente l’aggressione subita il primo settembre dalle Forze dell’Ordine dirette dal dirigente del commissariato di Polizia di Stato di Grottaglie, Cosimo Candida.Donne, bambini, gente anziana: tutti i partecipanti al pacifico sit-in contro l’apertura della nuova discarica Ecolevante ed in difesa della nostra salute si è trasformato in una specie di mattanza cilena. Gente inerme, seduta per terra, presa a calci e manganellate da poliziotti e carabinieri, mentre i vigili urbani di Grottaglie chiudevano la strada al traffico per evitare che queste violenze fossero visibili anche agli automobilisti. Altri cittadini fermati sono stati identificati all’interno della discarica quasi fosse una succursale del commissariato.
Per fortuna, ci sono video, foto e prove certe di ciò che è accaduto. Chi, come noi, protesta contro ecomostri ed ecomafie, finisce per intasare gli ospedali, com’è accaduto il 1° settembre del 2008. Al pronto soccorso, sono infatti arrivati una ventina di cittadini feriti dalle forze dell’ordine. Per uno di essi, è stato necessario il ricovero. Cittadini che, al pronto soccorso, sono poi stati piantonati dagli stessi agenti di Polizia di Stato visibilmente preoccupati dalle denunce.
Malgrado questi metodi da dittatura, il presidio non si ferma. Denuncia e continuerà a denunciare tutti gli abusi di questa nuova discarica, il famigerato terzo lotto, che sorge su una condotta di acqua potabile, tra siti archeologici e realtà produttive, a due passi da una casa famiglia per diversamente abili, in una provincia – quella di Taranto – che dal punto di vista ambientale è già nel disastro.
Autorizzazioni concesse dai politicanti locali con carte falsate da gravi omissioni e violazioni delle norme ambientali della società Ecolevante: tutte questioni per le quali Ecolevante e Provincia di Taranto sono stati rinviati a giudizio.
Ma nulla di tutto ciò richiama l’attenzione delle forze dell’ordine quanto un gruppo di pacifici manifestanti da picchiare e intimidire. Andremo sino in fondo a questa brutta storia senza farci fermare dai complici degli inquinatori e invitiamo già da adesso alle prossime mobilitazioni.
Permettete lo sfogo? Rispetto. Pretendiamo rispetto. Pretende rispetto la nostra lotta. Pretende rispetto la gente pestata. Donne e uomini liberi picchiati con odio da chi è abituato a dire signorsì sissignore. Lunedì scorso, quel Primo Settembre, hanno prevalso le nostre ragioni. La nostra non violenza è stata più forte di tutti calci e i pugni, è stata più potente delle manganellate e delle intimidazioni. Eravamo in tanti, subito dopo, al pronto soccorso. Ma la nostra tenacia non ha nemmeno un graffio. E’ arrivato il momento della solidarietà. E non è sempre facile trovare parole adeguate per ringraziare abbastanza, soprattutto per chi da lontano ci è adesso vicino. Ma per chi vive qui, in tutta franchezza, adesso e in futuro, la nostra terra ha bisogno anche d’altro. C’è bisogno di un impegno reale, davvero concreto. Quando c’è in ballo la salute di tutti, c’è bisogno che, a difenderla, al nostro fianco, ci sia una Comunità intera; un popolo che sappia impugnare la sua cultura, la sua storia, le sue speranze, e sventolarle come una bandiera. Care concittadine, cari concittadini, contro la distruzione e l’inquinamento, contro questi abusi, contro queste discariche, contro queste prepotenze, noi non ci arrenderemo mai. Assolutamente.
L'estate dei sindaci-sceriffo. A Cantù numero verde antimmigrati.
E' straniero? Sembra sospetto? Denunciatelo! E' Tiziana Sala, sindaco leghista di Cantù (provincia di Como) a chiederlo alla cittadinanza. Sarà facile, basterà chiamare un numero verde e, anche restando nell'anonimato, i vigili si metteranno sulle tracce del malcapitato. Giovedì scorso il consiglio comunale canturino ha messo in atto ciò che era previsto nel decreto Maroni: autonomia e creatività dei sindaci. Peccato che gli sforzi creativi abbiano trascurato alcuni particolari, non irrilevanti.La delibera intitolata "provvedimenti contro la permanenza degli stranieri clandestini sul territorio" prevede l'istituzione di un ufficio comunale da inserire all'interno del comando di polizia locale. Le persone che vi lavoreranno saranno investite del ruolo di "agenti antimmigrazione", con tanto di formazione professionale prevista. Sarebbero garantite una, due "ronde" a cadenza settimanale, di verifica delle segnalazioni ricevute. Ma qual è il limite tra «un invito alla partecipazione politica della cittadinanza», come si è giustificata la Sala, e una richiesta di diffidare dall'altro, perché straniero?
Stefano Galieni, responsabile immigrazione del Prc, risponde: «C'è una gara in atto tra amministratori locali di centrodestra e centrosinistra a chi inventa la migliore ordinanza xenofoba. Il sindaco di Cantù è in buona posizione. Si teme che qualcuno si impegni per sorpassarlo a destra. Dal punto di vista prettamente giuridico il reato, o presunto reato, si denuncia se lo si vede. Credo che essere presenti su un territorio, passeggiare, chiacchierare, non sia ancora considerabile come prova di reato». Il rischio è evidente, è quello di incentivare la popolazione al razzismo. Di condurlo al sospetto. Ma Il sindaco di Cantù giudica positiva la sua invenzione: «Nel nostro territorio sono presenti troppi immobili affittati a clandestini. In queste case l'illegalità deborda. Dallo spaccio alla prostituzione, sono tutti reati da perseguire. Noi vogliamo essere d'aiuto alle forze dell'ordine».
Sul documento comunale si legge che «il provvedimento perseguirebbe l'obbiettivo di combattere lo sfruttamento di gente animata da principi onesti ma che, per via del suo irregolare stato di permanenza sul territorio ospite, si trova esposta alla mercè di persone disoneste e pronte ad approfittare della situazione». Poi però si associa la lotta allo straniero alla lotta agli affitti in nero. Anzi l'una agevolerebbe le famiglie italiane sul tema forte della casa: «La collaborazione tra enti locali e cittadinanza creerà le condizioni per cui le persone oneste e che lavorano regolarmente non vedano i proprio diritti ingiustamente sviliti da situazioni di irregolarità e disonestà».
E si fa preciso riferimento «al lavoratore dipendente che non riesce a prendere in affitto una casa per sè e la propria famiglia ad un costo ragionevole perché il proprietario preferisce affittare irregolarmente la stessa abitazione a stranieri irregolari disposti a pagare più del dovuto e di abitare magari in 7 o 8 in uno spazio abitativo adeguato a non più di 3 o 4 persone». Il rischio è quello di fomentare un'ondata di "razzismo" anonimo. E per quanto il comune si sia affrettato a spiegare che le forze dell'ordine «prenderanno i riferimenti di chi chiama, ma ne tuteleranno l'identità», qualcosa continua a non tornare. Alessandro Gilioli, un giornalista, ha fatto un esperimento e lo ha raccontato sul suo blog: «Il numero verde non esiste ancora, ma solo per motivi tecnici. Già adesso si può fare la segnalazione allo 031717411, il centralino dei vigili. Io l'ho fatta - falsa ovviamente - da numero anonimo, senza dire chi ero e dicendo una via a caso presa su Google Maps. "Ho visto un negro che vendeva chincaglieria, per me quello il permesso di soggiorno non ce l'ha, andatelo a prendere"».
Vigili sceriffi anche a Bologna
Nell'estate dei divieti in cui le amministrazioni comunali ricevono per legge nuovi poteri in materia di sicurezza, i Vigili Urbani si permettono atteggiamenti sempre più spregiudicati . Dopo i pestaggi ai danni di venditori abusivi a Termoli (CB) e Rimini, anche la Municipale di Bologna si rende protagonista di modi violenti del tutto ingiustificati.E' un dipendente comunale cinquantenne a denunciare quanto accaduto nella mattina di ieri in via Drapperie, nel Quadrilatero. L'uomo racconta in un esposto presentato in Procura di aver visto un giovane che tranquillamente beveva seduto su un muretto essere avvicinato dai Vigili. Al rifiuto di spostarsi da parte del ragazzo, un trentacinquenne originario del veneto dall'aspetto punk, i poliziotti avrebbero risposto prendendo a calci i suoi effetti personali. A quel punto è intervenuto il cinquantenne, chiedendo conto ai vigili del loro atteggiamento e ottenendo solo di essere fermato per circa un'ora e denunciato per interruzione di pubblico servizio.E' stato un dipendente della salumeria davanti alla quale, a suo dire, il giovane stazionava da giorni chiedendo l'elemosina, ad aver chiesto l'intervento della Municipale. Egli nega i calci e le modalità brutali denunciate dal commesso comunale. Secondo la sua versione dei fatti, il trentacinquenne, visibilmente ubriaco, avrebbe "urlato per un quarto d'ora" dopo l'intervento, per poi allontanarsi.Intervistato dagli organi di stampa, il ragazzo ammette di aver dato in escandescenze con i vigili, ma solo a seguito del loro atteggiamento, brutale e arrogante dal primo momento. Conferma inoltre di essere stato lasciato andare senza che gli fosse verbalizzato niente.fonte: http://www.zic.it/
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