9 marzo 2008

Milano: espulso in base al decreto Pisanu, ora rischia la vita in Turchia

L'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo è una norma di rara brevità e chiarezza: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a trattamenti inumani o degradanti". E' una di quelle norme che a noi, cittadini dell'occidente democratico, sembrano scritte per altri luoghi, per remoti continenti. Così fa una certa impressione apprendere che anche l'Italia di recente l'ha violata. La vittima si chiama Cherif Foued Ben Fitouri e da quattordici mesi è recluso in un carcere tunisino dove è stato inviato proprio da noi. Fino al 4 gennaio dello scorso anno, Cherif Foued aveva vissuto a Milano con sua moglie, cittadina italiana, e le tre figlie. La mattina di quel giorno, mentre era al lavoro, fu fermato, condotto in questura e immediatamente espulso secondo la procedura prevista dal "decreto Pisanu". Cioè sulla base dei sospetti della polizia. L'ordine di espulsione accusava Cherif Foued di avere un "consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano nel panorama del radicalismo islamico presente in Italia" e perciò di essere coinvolto in "progettualità terroristiche". Ma, secondo i familiari e il suo legale, Cherif Foued - che al momento dell'arresto era titolare di un regolare permesso di soggiorno ed era incensurato - aveva solo avuto la sfortuna di condividere, prima del matrimonio, un alloggio con alcuni suoi connazionali in seguito inquisiti per terrorismo. Circostanze che, assieme all'argomento giuridico fondato sulla violazione dell'articolo 3 della Convenzione, sono state esposte in un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Ricorso che, naturalmente, è stato presentato a espulsione avvenuta. Di certo la situazione giudiziaria di Cherif Foued era ben diversa da quella di un altro tunisino, Nassim Saadi, che invece è stato condannato sia in Italia (quattro anni e mezzo di reclusione), sia in Tunisia (vent'anni di carcere) perché ritenuto colpevole di far parte di un'organizzazione terroristica. Anche nei confronti di Nassim Saadi, infatti, era stata disposta l'espulsione dal territorio nazionale sulla base del "decreto Pisanu". Solo che, per qualche ragione, non fu eseguita immediatamente. Così Nassim Saadi ebbe il tempo di ricorrere a Strasburgo. La decisione è arrivata alcuni giorni fa. Con sentenza unanime, la Corte europea si è opposta all'espulsione affermando che l'Italia, se la mettesse in atto, violerebbe l'articolo 3 della Convenzione. La Tunisia - come emerge anche dall'ultimo rapporto di Amnesty International - è considerata un paese che non offre garanzie di rispetto della norma che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. E' probabile che in tempi rapidi arrivi anche la decisione sul caso di Cherif Foued. E poiché l'argomento fondamentale è analogo a quello sostenuto dalla difesa di Nassim Saadi, anche la sua espulsione sarà dichiarata illegittima. Ma ciò avverrà dopo che il danno è stato prodotto: quattordici mesi di reclusione, la rovina economica, una famiglia gettata nella disperazione. Quanto fatti come questo siano utili alla lotta contro il terrorismo internazionale è un mistero. Dal confronto tra le due vicende si ricava l'impressione di una giustizia che agisce in modo del tutto casuale. Più che una lotta, una lotteria. Il pluricondannato Nassim Saadi è rimasto in Italia, mentre l'incensurato Cherif Foued è stato espulso. Solo quando uscirà dal carcere si potrà fare il bilancio definitivo dei danni e dell'entità della violazione dei diritti umani della quale siamo stati autori.

8 marzo 2008

Roma: Aggredite dalle forze dell'ordine tre compagne di Action

Questa mattina action è tornata ad occupare in via Lucio sestio n.10, nella decima circoscrizione della capitale. Un'occupazione di sole donne. Una risposta ad silenzio delle istituzioni, una risposta delle donne. Un appartenente delle forze dell'ordine ha aggredito senza alcuna giustificazione tre donne che all'esterno del luogo occupato stavano volantinando, trascinandole al commissariato. Due delle tre donne durante l'aggressione sono finite violentemente a terra sbattendo la testa. Ora si trovano all'Ospedale di San Giovanni per ricevere le cure.

Milano Cpt Corelli: due denunce e decine di persone in un limbo infernale

Un trans brasiliano aspetta di essere visitato nell'infermeria del Cpt di Corelli. Nella sala d'attesa ci sono due file di sedie, la prima è occupata da rappresentanti delle forze dell'ordine, la seconda da altri immigrati. Non ci sono posti liberi nella seconda fila, si siede vicino a un poliziotto. Scattano gli insulti e la rissa. Il brasiliano viene preso e portato in un'altra stanza, viene picchiato da sette o otto poliziotti. È solo una delle denunce che ho raccolto insieme all'avvocato Livio Neri nel corso delle due visite che ho svolto giovedì 6 e venerdì 7 marzo al Cpt di via Corelli. Un altro caso eclatante e drammatico riguarda S. R. M., una donna cilena che ha vissuto una vera e propria odissea: il 7 febbraio scorso mentre la portavano in aeroporto per essere espulsa, disperata, si è tagliata le vene; a quel punto è stata prima blandamente medicata, poi presa a schiaffi, sedata coattivamente e messa di forza sull'aereo. L'equipaggio si è rifiutato di imbarcarla ed è stata riportata al Cpt. Entrambi hanno sporto denuncia.Le situazioni a dir poco paradossali, tra i 99 migranti presenti oggi nella struttura, non sono finite: da alcuni mesi la "novità" del Cpt sono le badanti, assunte in nero e "scaricate" dalle famiglie presso cui lavoravano nel momento in cui vengono fermate per qualche controllo e risultano prive del permesso di soggiorno.C'è T. Y. M, originaria del Ciad, che ha chiesto asilo politico, le è stato rifiutato ma la commissione giudicatrice sostiene che non possa essere rimpatriata a causa dei conflitti che dilaniano il suo Paese. Tra due giorni scade il termine di detenzione al Cpt (60 giorni). Quale sarà il suo destino? Resta in un limbo.A. A. L., nigeriano, da 26 anni in Italia con regolare permesso di soggiorno, lavora come autotrasportatore, abita a Cremona. Il permesso di soggiorno scade il 26 gennaio 2006, chiede alla questura di Cremona il rinnovo; gli viene prolungato il permesso fino all'aprile 2006. Ma proprio in aprile viene arrestato per una rissa. Uscito da S. Vittore viene portato in questura dove gli viene notificata l'espulsione per il permesso di soggiorno scaduto. Lì spiega che gli era stato prolungato dalla questura; essendo in carcere non aveva potuto rinnovarlo. Le sue ragioni vengono ignorate: finisce al Cpt in attesa di espulsione. Corelli significa poi famiglie distrutte. Come nel caso di un uomo tunisino, nel nostro Paese da 19 anni; convivente di una marocchina con cittadinanza italiana con la quale non può sposarsi perché la donna è in attesa del divorzio da un precedente matrimonio. Ma quando finalmente tutto è pronto, B.M. si rivolge al consolato tunisino per avere i propri documenti e scopre che la pratica durerà dai due ai tre mesi. Giusto il tempo per essere fermato, come accade, condotto al Cpt e ora rischia di essere espulso entro il 13 marzo.Un episodio analogo ha coinvolto H. A. C., tunisino domiciliato a Perugia da 15 anni, vive con la compagna, una donna ucraina con regolare permesso di soggiorno, dalla quale ha avuto un figlio, che oggi ha 7 anni, e ne aspetta un secondo. Con loro vive anche un'altra figlia del tunisino. Ebbene, l'uomo è stato condotto in via Corelli per l'espulsione, separato dalla famiglia: oltre tutto il suo era l'unico stipendio in casa.Dulcis in fundo, gli infortuni sul lavoro. C. C. è un giovane tunisino, da 3 anni in Italia, lavora in nero nel campo dell'edilizia; nel 2006 subisce un incidente sul lavoro con gravi conseguenze alla schiena e all'occhio destro. Viene aperto un procedimento all'Inail per il riconoscimento dell'infortunio e la relativa richiesta di risarcimento. Nel frattempo però viene fermato e, non avendo il permesso di soggiorno, portato al Cpt. Il magistrato non convalida l'espulsione a causa del processo in corso, ritenendo che C. C. debba restare in Italia fino alla fine della causa. Ma dopo due giorni viene riportato in questura dalle forze dell'ordine dove gli viene notificato un nuovo decreto d'espulsione che questa volta un altro magistrato convalida.Questo è, oggi, Corelli. Di fronte a queste storie di vita risulta ancor più comprensibile la richiesta avanzata da più parti affinché tutti coloro che hanno presentato domanda in occasione dell'ultimo decreto flussi, dimostrando di avere un lavoro stabile in Italia, possano essere regolarizzati, e non solo i 170mila previsti dall'esecutivo. Ritengo anche doveroso che il governo chieda alla polizia di avviare al suo interno delle indagini per quanto riguarda i due episodi di violenze denunciati.

Vittorio Agnoletto

5 marzo 2008

Cosenza: Processo Sud ribelle, il 24 aprile la sentenza.

E’ terminata nel tardo pomeriggio la seconda udienza per le arringhe delle difese, oggi e’ stata la volta dell’avvocato Carlo Petitto che ha chiesto l’assoluzione per due imputati del processo intessuto su un teorema accusatorio e diretto, in aula dal PM Domenico Fiordalisi, nella costruzione delle prove da ROS e DIGOS.
L’arringha dell’avvocato Petitto si e’ basata su una difesa politica, di ricostruzione storico-politica sia dei giorni di Napoli che di Genova, ma anche di qualche decennio prima per fugare ogni dubbio circa l’impreparazione degli inquirenti. Come il passaggio in cui gli organi di polizia scrivono che i comunisti e gli anarchici sono praticamente, politicamente, coincidenti.
E’ stato comunicato dalla Corte anche il calendario delle prossime udienze, il 17 e 31 marzo, il 16 e 23 aprile per gli avvocati della difesa, un giorno dopo il 24 aprile e’ prevista la sentenza.

SupportoLegale

4 marzo 2008

Genova G8, la procura chiede la condanna di Perugini

Nuova udienza oggi, la quarta, della requisitoria dei pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, che si concluderà il 10 marzo, per le violenze e i soprusi contro i detenuti, avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001 a Genova.
I pm hanno illustrato dapprima la posizione di Alessandro Perugini, all’epoca numero due della Digos di Genova e funzionario col grado più alto nella struttura di Bolzaneto. Poi hanno affrontato la posizione del commissario di polizia Anna Poggi, a sua volta imputata nel processo. Per entrambi è stata chiesta la condanna per abuso d’ufficio e abuso di autorità nei confronti dei detenuti. Condanne sono state chieste anche per altri imputati: il generale Oronzo Doria, Ernesto Cimino, Bruno Pelliccia e Antonio Biagio Gullotta. I pubblici ministeri hanno illustrato le varie fonti di prova fornite dalle parti lese sul trattamento subito nell’ufficio trattazione atti, nei corridoi e nelle celle. Lo stesso Perugini nel corso di un interrogatorio - hanno ricordato i pm - aveva ammesso che quando aveva visto i detenuti con mani alzate e con la faccia contro il muro non aveva fatto nulla per toglierli da quelle posizioni. «Non mi sono posto il problema» aveva risposto. Perugini, inoltre, aveva ammesso di aver visto un detenuto colpito in cella da uno spruzzo di spray urticante.
Per Perugini i pm hanno chiesto invece l’assoluzione per mancanza di prove per tre capi di imputazione che riguardavano presunte violenze su detenuti all’ufficio trattazione atti. Le accuse contestate agli imputati sono, a vario titolo, abuso d’ufficio, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, falso, violazione dell’ ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’ uomo e delle libertà fondamentali.

3 marzo 2008

Padova: La cassazione condanna attivisti del centro sociale Pedro per la manifestazione contro il caro vita

Per la Cassazione e’ reato anche il solo tentativo di attuare un’azione dimostrativa di ‘spesa proletaria’, pur senza violenza. Per questa ragione, la Suprema Corte ha annullato le 25 assoluzioni per i ragazzi del centro sociale Pedro di Padova, emesse dal Tribunale il 13 gennaio 2006. Il giudice di merito ritenne che ‘questa forma di resistenza passiva fosse priva di interesse penale, non presentando modalita’ illecite. Contro la decisione presento’ ricorso il Pg di Venezia.

Val di SUSA: aggredito militante No Tav da esponente del Partito Democratico.

L’aggressione è avvenuta ieri nel tardo pomeriggio del 2 marzo, presso uno dei seggi allestiti dal Partito democratico per le primarie che devono stabilire chi saranno i coordinatori di zona del partito. L’aggressione è stata generata dal fatto che Zaccagni ha invitato ad una maggiore coerenza politica Vincenzo Torre, capogruppo di una lista del Pd, oggi favorevole alla costruzione della linea dell’Alta velocità ma protagonista di alcune foto che lo ritraggono con una bandiera No Tav.
Torre ha insultato Zaccagni, minacciandolo di morte per aver diffuso le foto che lo ritraggono con la bandiera, scattate, secondo il candidato del Pd, in seguito alle minacce di alcuni militanti valsusini. Dopo il breve diverbio Zaccagni è entrato nel seggio per votare. All’uscita ha trovato ad aspettarlo tre dei fratelli Lazzaro, imprenditori locali tra i principali sponsor della lista di Torre – in gran parte formata da ex appartenenti a Forza Italia e Alleanza nazionale – lo stesso Torre, il sindacalista Rodolfo Greco, Mario Faieta e un’altra persona non identificata. Zaccagni e suo figlio – intervenuto a difendere il padre – sono stati aggrediti anche fisicamente. Al momento si trovano in ospedale per varie lesioni.
Giovedì 6 marzo alle 13 è invece prevista l’ultima udienza del processo a Marco Martorana presso il Palazzo di giustizia di Torino. Martorana è accusato di aver aggredito un agente della Digos durante il corteo serale del 6 dicembre a Torino, in seguito allo sgombero del presidio di Venaus. Le accuse contro Martorana sono fondate sulle testimonianze di altri agenti della Digos che presentano una serie di incongruenze di vario tipo. «Niente di nuovo, un bell’arresto deciso a tavolino di anarchico pericoloso e violento del mondo squatter torinese [… ], così si poteva la repressione verso il movimento no tav, criminalizzare i cattivi movimento, vedere le reazioni e poi non dimentichiamo che iniziavano le proficue olimpiadi!», si legge nel comunicato di indizio
del presidio che si terrà davanti al Palazzo di giustizia in occasione dell’udienza.

Iniziativa in risposta all'aggressione

2 marzo 2008

Bologna: fermate tre ragazze che volantinavano

Sabato pomeriggio a Bologna tre ragazze che stavano volantinando in zona universitaria per il presidio di Martedì 4 marzo sotto il tribunale di Bologna (processo all'aggressore di Mara), sono state fermate da agenti della DIGOS in borghese e, in seguito, caricate in macchina con modi brutali e condotte in questura dove, alla stregua di delinquenti comuni, gli agenti le hanno fotografate e hanno preso le loro impronte digitali. Durante il fermo un agente ha sequestrato il cellulare di una delle tre ragazze che contattava un'avvocata dell'UDI. Le ragazze sono state trattenute in questura per quattro ore senza motivo.Era presente anche una poliziotta che è stata allontanata dai colleghi perchè non era d'accordo con i loro modi.Esprimiamo la più ferma condanna per l'atteggiamento fortemente intimidatorio degli "uomini" (esseri umani di sesso maschile) delle forze dell'ordine in questa circostanza nei confronti di donne che svolgono legittima attività politica. Tutta la nostra solidarietà alle tre compagne di Bologna e invitiamo tutte le donne ad unirsi e attivarsi affinchè questo grave episodio non passi inosservato dai mezzi di comunicazione e dall'opinione pubblica.

Firenze: incontro nazionale dei movimenti contro la repressione

Dopo Genova e Cosenza, questo di Firenze è un terzo passaggio verso la riapertura di uno spazio pubblico contro la repressione come risposta politica alla chiusura di un ciclo di movimento». C'era anche Federico Tomasello, coordinatore nazionale dei Giovani comunisti, quel 13 maggio del '99 davanti al consolato Usa sul Lungarno. E c'era ieri prima in corteo poi sotto il tendone di piazza S.Marco per il «processo al processo», l'incontro nazionale dei movimenti sociali contro la repressione che oggi discuterà anche del nuovo ciclo di conflitti sociali e del patto contro la precarietà.Nove anni dopo, 13 attivisti fiorentini (10 dell'area antagonista e 3 dell'area m-l) si sono visti comminare l'abnorme pena di 7 anni per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, quasi il doppio di quanto prenderebbe un governatore siciliano per le sue collusioni con i mafiosi. Sette anni senza prove sciaccianti, anzi, con video e foto (vedi www.inventati.org/13maggio99) a documentare la brutalità delle cariche della celere scatenate da una circolare del Viminale per reprimere ogni manifestazione sotto sedi consolari nei giorni in cui piovevano bombe alleate sulla Jugoslavia. «Era il giorno dello sciopero generale contro la guerra, c'erano lavoratori, bambini, passeggini, dirigenti sindacali. La carica fu improvvisa, ero con mia moglie e Amanda che aveva 3 anni quando arrivarono i lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. La polizia picchiava tutti, Amanda piangeva disperata e per fortuna, perché le lacrime le pulivano gli occhi. Le ho portate in un negozio di animali, poi sono tornato in piazza. La segretaria Cisl, che non cammina bene, fu salvata da un lavoratore che la prese in braccio», racconta John Gilbert, statunitense no war, fiorentino dal 1981. Perfino la digos, guidata allora da uno degli attuali capi dei servizi segreti, storse il naso. Perfino un sindaco come Dominici storce il naso adesso di fronte a una condanna così pesante. Più di quanto avesse reclamato il pubblico ministero. Firenze, città del primo social forum e città dei lavavetri perseguitati dai vigili. Firenze che vede sfilare un piccolo corteo, un migliaio di persone, spaccato in due. Con gli m-l davanti a sventolare le loro bandiere e accendere petardi e dietro i duecento occupanti della caserma dismessa dall'esercito a Sesto, migranti e disertori della guerra permanente, che in una settimana hanno già sventato due tentativi di sgombero. Avrebbero dovuto aprire loro (con l'area antagonista e i Cobas, le Rdb, pezzi di Rifondazione, Arci, Fiom, Attac, pacifisti…) il corteo che sarebbe confluito sotto il tendone per la prima assemblea. Un'assemblea di racconti. Racconti di pratiche, conflitti, repressione. Perché non si scriva la storia del conflitto nelle aule di tribunale. Il censimento dei processi alle lotte vede 11500 attivisti sotto processo, due anni fa erano 8mila. I primi cinque saranno interventi di donne - fiorentine, vicentine del presidio No Dal Molin, parlerà Raffaella Bolini dell'Arci nazionale - per leggere l'attacco al corpo e alla libertà delle donne nella pervasività della guerra permanente. «Abbiamo voluto costruire un'iniziativa che andasse oltre la solidarietà, che parlasse di guerra interna, politiche sicuritarie, che facesse parlare tra loro i conflitti in corso, c'è tanto fuori di noi: i No Tav, chi lotta contro discariche e inceneritori in Campania, i vicentini», spiega a Liberazione, Bruno Paladini, figura storica del movimento antagonista toscano, e condannato per il 13 maggio.A differenza di altre occasioni nessuno sembra essere arrivato a Firenze, segno dei tempi, con proposte precise. Certo ci sono due date "naturali", 8 marzo e primo maggio, e qualche idea potrebbe venir fuori. Però è ben chiara l'urgenza di una «campagna per depenalizzare i reati di piazza sennò - dice Italo Di Sabato dell'Osservatorio contro la repressione - i conflitti rischiano di essere espulsi dall'agenda politica». «Va stabilita una scala etica della giustizia, lo dice anche Magistratura democratica, chi ha buttato una molotov contro il portone di una carcere, come a Genova, non può stare dentro più di chi ha ucciso due fidanzate», aggiune Bolini. «Accanto alla proposta di amnistia - dice Andrea Alzetta, il tarzan di Action - vanno pensate in positivo leggi sui nuovi diritti». «La guerra riduce gli spazi di democrazia - ricorda Luca Casarini - anche nei paesi da dove parte». «Intanto si allarga l'area della marginalità urbana, spesso invisibile, fuori dalla politica», ammonisce Vincenzo Striano dell'Arci toscana.

29 febbraio 2008

Il "Caso Aldro" di Trieste Colpo di scena: chieste nuove indagini sulla morte di Rasman

Davvero un colpo di scena quello di ieri al tribunale di Trieste: ci saranno nuove indagini sulla morte di Riccardo Rasman( nella foto). E' stato deciso, all'indomani di un'interrogazione parlamentare firmata da Haidi Giuliani del Prc e anticipata ieri da Liberazione, nell'udienza preliminare che doveva decidere sulla richiesta di archiviazione dell'accusa di omicidio preterintenzionale a carico dei quattro agenti di polizia che ammanettarono, dopo una colluttazione, il trentatreenne triestino disabile psichico, che fu trovato morto con i polsi e le caviglie legate, nel suo letto dal personale del 118. I fatti risalgono al 27 ottobre 2005, quando il giovane, che soffriva di disturbi psichici da quando aveva atti di nonnismo durante la naja. La sera dei fatti era solo in casa, in stato di agitazione, nudo alla finestra con la musica alta. Lanciò due petardi, uno dei quali cadde vicino alla figlia del portiere del caseggiato popolare. Intervenne il 113 che fece sfondare la porta dai vigili del fuoco nonostante, secondo le testimonianze, si fosse già rivestito ed era tranquillo e seduto sul letto. L'irruzione degli agenti con le torce nel monolocale scatena una colluttazione. Rasman, ferito alla testa e al viso, viene immobilizzato e gli agenti lo costringono a faccia in giù sul letto. Morirà per asfissia posturale, come Federico Aldrovandi, un mese prima a Ferrara. Ma il pm ha ritirato ha chiesto la revoca della richiesta di archiviazione alla luce delle nuove memorie difensive presentate dalla parte civile. A rappresentare la famiglia s'è aggiunto all'avvocato triestino Di Lullo anche il ferrarese Fabio Anselmo, uno dei legali della famiglia Aldrovandi, colpito dalle similitudini con i fatti dell'ippodromo di Ferrara. Anche a Trieste, ad esempio, sarà la polizia a indagare su se stessa dopo essere intervenuta su un soggetto in stato di agitazione. L'udienza, a un certo punto, è stata sospesa perché la mamma di Rasman ha avuto una crisi di disperazione e ha lasciato l'aula con i familiari. Il Gip comunicherà la decisione entro cinque giorni.

Genova G8, De Gennaro evita il tribunale "Impegnato con l´emergenza rifiuti"

Colpo di scena nel processo Diaz. Non si presenterà l´ex capo della polizia, che doveva essere sentito come testimone La fase istruttoria si concluderà prima del 20 marzo Rivisto il calendario, la sentenza potrebbe arrivare dopo l´estate

Gianni De Gennaro, nei giorni del G8 capo della Polizia di Stato e di fatto responsabile della gestione dell´ordine pubblico a Genova, non testimonierà nel processo per l´assalto alla scuola Diaz. Ieri mattina i difensori degli imputati hanno formalmente rinunciato alla sua presenza. Gabrio Barone, il presidente del tribunale, sta accelerando i tempi del procedimento: De Gennaro - dall´inizio dell´anno e per quattro mesi supercommissario dell´emergenza rifiuti in Campania - non riesce a trovare il tempo per una prossima visita nel capoluogo ligure. Peccato, perché un confronto pubblico era giusto e doveroso. L´ex capo della polizia non chiude però la sua partita genovese con la giustizia: resta indagato dalla locale procura per aver indotto alla falsa testimonianza - sempre a proposito dello sciagurato blitz nella scuola - il questore di allora, Francesco Colucci. Gli avvocati dei 25 agenti e super-poliziotti sotto processo rinunciano a sentire lui, ed altri. Il conseguente snellimento della lista-testi delude assai, ma almeno permette di bruciare le tappe del processo: a questo punto si può ragionevolmente pensare che la sentenza potrebbe essere resa pubblica all´inizio dell´autunno.A suo tempo erano stati i pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, a indicare il prefetto Gianni De Gennaro tra le persone da sentire in udienza. La sconcertante deposizione dell´ex questore Colucci, nella primavera passata, aveva però cambiato il programma dell´accusa. Dopo una serie di intercettazioni telefoniche, la procura era arrivata ad ipotizzare che Colucci avesse cambiato versione su "suggerimento" del suo vecchio capo. Iscritto De Gennaro nel registro degli indagati, i pm avevano rinunciato ad ascoltarlo in aula. Ma la convocazione formale era comunque rimasta: ne volevano approfittare i legali degli imputati, per rafforzare la loro strategia difensiva. E però dall´8 gennaio Gianni De Gennaro si trova a Napoli, dove coordina l´emergenza-rifiuti: non ce la farà a venire nelle prossime udienze, conferma l´avvocato Marco Valerio Corini. Meglio lasciar perdere.Il procedimento riprenderà mercoledì prossimo, in calendario ci sono ancora alcuni appuntamenti con gli ultimi testimoni chiamati dalle difese. Ma tutto suggerisce che la fase istruttoria si chiuderà prima del 20 marzo. A questo punto il presidente Barone concederà alcune settimane ai pubblici ministeri perché preparino la loro requisitoria. Potrebbero cominciare a parlare nella seconda metà di maggio, nel giro di un mese toccherà anche alle parti civili e alle difese. Secondo gli addetti ai lavori, prima della pausa estiva dovrebbero essere esauriti tutti gli interventi. Con la ripresa a settembre ci sarà spazio per le eventuali repliche, quindi la camera di consiglio ed un giudizio atteso non oltre il mese di ottobre.Chiuso a dicembre con la sentenza di primo grado il procedimento contro le presunte Tute Nere, dei maxi-processi per il G8 è in corso anche quello per le violenze e i soprusi nella caserma di Bolzaneto. Giunto ormai in dirittura di arrivo. Questi sono giorni di requisitoria, per i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati. Che lunedì ricominceranno con il loro intervento, concentrandosi sulle singole responsabilità penali degli imputati: cominceranno con il vice-questore Alessandro Perugini, che era il funzionario di polizia più alto in grado nel "centro di temporanea detenzione". I magistrati dedicheranno i due appuntamenti successivi prima al cosiddetto "livello intermedio" e agli "esecutori materiali", poi all´area sanitaria e ai quattro medici finiti nei guai. Quindi, la richiesta di pena. E contestualmente la consegna di una monumentale memoria di oltre un migliaio di pagine. In seguito, parola alle parti civili e ai difensori dei 45 imputati: l´ultima udienza è già stata fissata per il 20 maggio. Al termine, il presidente Renato Delucchi si chiuderà in camera di consiglio. In questo caso il verdetto è atteso per la metà di giugno.
fonte: la Repubblica

28 febbraio 2008

Catania, ladro di moto in fuga ucciso dai carabinieri

Inseguimento nel centro di Giarre. L'Arma: "Nella concitazione è partito un colpo"Trentun anni la vittima; 19 il complice, arrestato. I parenti: "Sono assassini"

Un colpo di pistola partito dall'arma di un carabiniere ha ucciso un ladro di motorini a Giarre, in provincia di Catania. Giovanni Grasso aveva 31 anni; viaggiava in sella ad uno scooter con un complice poco più che maggiorenne. Erano stati intercettati da una gazzella mentre attraversavano il centro del paese. Durante l'inseguimento, il carabiniere ha esploso in aria quattro colpi di pistola ma i fuggitivi, per evitare di essere fermati, hanno invaso la corsia opposta rischiando di scontrarsi frontalmente con un'auto. Sono finiti a terra e quando il militare è sceso dall'auto per arrestarli "nella concitazione è partito un colpo", come ha detto il comandante provinciale dei carabinieri. Il proiettile ha colpito Giovanni Grasso alla testa: è morto poco dopo al pronto soccorso. La madre della vittima in ospedale è stata colta da malore. "Voglio sapere chi è quel carabiniere che ha sparato a mio figlio; voglio guardarlo in faccia" ha detto la donna, mentre altri parenti urlavano contro i carabinieri: "Sono degli assassini". La procura di Catania ha aperto un'inchiesta. Il giovane complice della vittima è stato arrestato; come Giovanni Grasso, era stato già segnalato per furti. Lo scooter rubato aveva la targa di un altro ciclomotore.


Trieste: Disabile muore come Aldrovandi ma il pm chiede l'archiviazione

Dopo la colluttazione Rasman sanguinava. Era ferito al volto e alla testa. Fu ammanettato con le mani dietro la schiena e gli furono legate le caviglie con il fil di ferro. Quattro agenti gli premevano sulla schiena e lo lasciarono prono per alcuni minuti. Rasman iniziò a respirare affannosamente. Così forte che i vicini lo sentirono rantolare. Quando smise diventò cianotico. Solo allora lo voltarono. Quando giunsero, gli uomini del 118 non poterono far altro che constatare la sua morte. Il racconto di Haidi Giuliani, senatrice del Prc che a tal proposito interroga il ministro degli Interni, non lascia molto all'immaginazione. Riccardo Rasman sembra essere morto come Federico Aldrovandi, il diciottenne ferrarese morto in un violentissimo, e ancora per molti versi misterioso, "controllo" di polizia. Oggi, a Trieste, sarà celebrata davanti al Gip l'udienza preliminare che dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione.I punti di contatto con la vicenda Aldrovandi non si fermano alle dinamiche della morte, alla scena riscontrata dal personale del pronto soccorso. Le indagini sui fatti - era il 27 ottobre del 2005, 32 giorni dopo il "controllo" all'ippodromo di Ferrara - vennero effettuate, su delega del pubblico ministero, dagli stessi poliziotti coinvolti nella colluttazione. Proprio come a Ferrara dove però, solo dopo una lunghissima controinchiesta dei legali della famiglia Aldrovandi, è iniziato un processo per omicidio colposo lo scorso ottobre. A Trieste, invece, il pm Mortone ha chiesto l'archiviazione ritenendo che i quattro agenti abbiano agito nell'adempimento di un dovere, quindi con pieno diritto, pur essendo stato accertato dalla perizia medico legale disposta dallo stesso pm che Rasma sia morto per «asfissia posturale» causata dall'azione dei quattro agenti. Anche qui sembra di leggere uno dei capitoli della perizia sulla morte dell'Aldro, così era soprannominato il diciottenne ferrarese, pacifico e incensurato che tornava a casa all'alba una domenica mattina dopo una nottata con gli amici in un centro sociale di Bologna. Il suo solo torto, probabilmente, essere uscito senza documenti, di essersi sentito male, forse, o di sembrare «uno dei centri sociali» in un parchetto dove sarebbe stato rintracciato un motorino rubato, oppure somigliare a uno dei migranti che frequentano la chiesa di Viale Krasnodar. Riccardo Rasman era più grande di lui. Era nato il 5 agosto del '92. A vent'anni, mentre faceva il militare, subì la "normale" violenza del nonnismo. Da allora non si riprese, iniziò a manifestare una sindrome schizofrenica paranoide. Solo undici anni dopo, dopo un ricorso della Corte dei conti contro il ministero della Difesa, si vedrà riconoscere l'infermità dipendente da causa di servizio. Lavorava ogni giorno nel campo dei suoi. Gli infermieri del centro di salute mentale di Domio lo ricordano «gentile, metodico, disponibile». Da quando aveva ottenuto il monolocale nelle case popolari di Borgo S.Sergio stava vivendo un buon periodo. Quel 27 ottobre era un giovedì ed erano passate da poco le otto di sera. Rasman era da solo in casa. Ma quella sera era agitato. Con la radiolina accesa, con la musica "a palla", uscì nudo in balcone e da lì lanciò due petardi uno dei quali cadde vicino ai piedi della figlia del portiere dello stabile, abbastanza vicino da avvertire il 113. Quando la polizia arrivò Rasman era già rivestito, steso sul letto, spaventato. Non voleva aprire quella porta. I vicini diranno che ormai era calmo, s'era seduto sul letto. Gli agenti chiamarono i vigili del fuoco per entrare. La porta fu sfondata, scoppiò la colluttazione. Rasman era alto 1 metro e 85, pesava 120 chili ma i poliziotti lo riuscirono a immobilizzare. Come sia andata a finire si sa già.Perché utilizzare metodi tanto brutali contro un invalido psichico? Perché la polizia ha indagato sulla polizia in una città, Trieste, dove non mancano certo altri corpi di polizia giudiziaria? Sono le domande che Haidi Gaggio (la mamma di Carlo Giuliani, la cui uccisione a Genova nel 2001 da parte di un carabiniere è stata archiviata come legittima difesa nonostante agli atti esista un filmato che mostra il ragazzo chinarsi sull'estintore solo dopo aver visto la pistola impugnata), rivolge al ministro Amato proprio nel giorno in cui il governo nomina come vice di Manganelli il questore di Napoli che gestì le prove generali del G8 quando i manganelli divennero tonfa e furono sequestrati e torturati alcuni manifestanti in una caserma della polizia. Circostanza che rende vana la terza domanda della senatrice su come intenda il ministro fare chiarezza su certi episodi che sfociano in tragedia. A osservare il dopo G8 si evince che, in genere, se ne promuovono i protagonisti. E i Manganelli diventano Tonfa.

Guidò il massacro a Napoli nel marzo 2001.....e adesso è numero 2 della polizia

Nicola Izzo, 58 anni, prefetto ed ex-questore di Napoli dove il 17 marzo del 2001 guidò la prova generale della repressione al G8 di GenovaUna nomina decisa da Giuliano Amato su indicazione del capo della Polizia, Antonio Manganelli per sostituire De Sena (candidatosi col Pd)

Sarà un caso, certo. Sarà di sicuro una distrazione di tutti i media, con gli occhi comprensibilmente rivolti alla campagna elettorale. Sarà come si vuole, venerdì scorso la notizia della nomina di Nicola Izzo a nuovo vicecapo della Polizia è stata, per tutti, la tipica non notizia. Cui non dedicare un solo titolo visibile nelle pagine nazionali dei quotidiani. Eppure, è strano. Perché di Nicola Izzo si parlò moltissimo, sei anni fa: prima che fosse trasferito dall'incarico di Questore di Napoli. Come lui stesso aveva pubblicamente invocato quale suo «maggiore desiderio». Non fu trasferito, in realtà: fu promosso, a quel vago incarico di "direzione interregionale", dall'allora governo Berlusconi. Dall'allora - e sino all'anno passato, dopo il primo anno di governo Prodi - capo della polizia: Antonio De Gennaro. Lui, Izzo, per la verità "sognava" Milano, per ricongiungersi alla famiglia: almeno questa era stata la motivazione che aveva dato pubblicamente. Nelle settimane di aprile e maggio, le più dure per lui: quando cioè la Procura di Napoli aveva indagato cento fra dirigenti e poliziotti, persino arrestandone otto. Tra i quali, appunto, due dirigenti: uno era il famoso Ciccimarra, inquisito poi anche a Genova per i fatti della scuola Diaz, la «macelleria messicana» - parola del vicecapo dei "celerini" del primo reparto mobile, Michelangelo Fournier.L'azione della Procura napoletana era stata lanciata con una serie impressionante di reati contestati: fra i quali uno solo era il sequestro di persona, l'unico poi derubricato nelle vicissitudini dell'indagine. Gli altri, gravi reati erano l'anticipazione di quanto, precisamente, anche a Genova sarebbe stato contestato ad altri poliziotti e ben altri dirigenti: per l'irruzione-massacro della notte del 21 luglio 2001. E per le sevizie di Bolzaneto.L'indagine napoletana era, invece, per qualcosa che aveva preceduto l'insanguinato G8 genovese. Anzi, che l'aveva anticipato. Ossia quel 17 marzo 2001: giorno del "Global Forum" contestato dal simmetrico forum "NoGlobal". Un tratto percorso dal fiume, allora in piena, di quello che, in seguito, sarebbe stato definito il movimento altermondialista; e che aveva fatto già il suo exploit planetario a Seattle, bloccando il vertice dell'organizzazione mondiale per il commercio, il Wto. Un movimento che col primo Foro sociale mondiale a Porto Alegre, in Brasile, stava costituendo quella "potenza globale" alternativa che avrebbe preso anche la forma del movimento contro la guerra. Un movimento che si preparava, da ogni città italiana e da mezzo mondo, a contestare gli Otto Grandi convocatisi per il successivo luglio a Genova. E vi si preparava contando su esperienze ancora fresche di pochi anni. Esperienze che non avevano ancora conosciuto una repressione frontale. Quel giorno, il 17 marzo, nell'occasione di un appuntamento "minore", al termine d'una manifestazione relativamente "piccola", la conobbero.La repressione si abbatté su Piazza Municipio, in un crescendo di violenza rapidissimo, appena la "testa" del variopinto corteo NoGlobal, fornita di improvvisate "autoprotezioni", inscenò un'altrettanto improvvisata "sfida", un contatto fisico, con lo schieramento di forze dell'ordine in assetto antisommossa che presidiava un'invenzione inedita: la zona proibita a "difesa" del Forum ufficiale, la "zona rossa".Ci furono incidenti, una manciata di secondi di baruffa. Poi, fu nient'altro che una serie ininterrotta di cariche senza distinzione di manifestanti e passanti, senza risparmio di gas lagrimogeni, manganellate, costizione di "sacche" di contestatori e non massacrati sui marciapiedi, sui recinti dei cantieri intorno al Castello Angioino e poi, via via, per ore, in tutto il centro storico di Napoli. Il peggio, però, doveva ancora venire: arrivò a sera, di notte e dove nessuno avrebbe potuto crederlo possibile.Il peggio di una repressione che annunciava quella ancora peggiore nella quale a Genova ci sarebbe anche "scappato il morto", Carlo Giuliani ucciso in Piazza Alimonda da un proiettile di Stato (deviato da un sasso metafisico, come da sentenza d'archiviazione per quell'omicidio senza giustizia), a Napoli il 17 marzo arrivò nelle sale di pronto soccorso degli ospedali. Dov'erano ricoverati tanti dei feriti nella caccia all'uomo della giornata. Erano stati 200, i feriti. E decine, un centinaio anzi, la stessa polizia andò a prenderli nei letti, nelle brandine delle corsie ospedaliere. Per tradurli nel designato «centro di raccolta» dei «fermati» perché «individuati tra i violenti» cui l'autorità pubblica addossò, sul momento, la responsabilità degli scontri. Quel centro era la caserma Raniero.Queste due parole, caserma Raniero, compongono uno dei nomi della vergogna che pesa sullo Stato italiano, come ancora ieri ha ricordato su il Manifesto nel suo editoriale Mariuccia Ciotta, riferendosi al "lager" genovese di Bolzaneto e invitando il candidato premier democratico Walter Veltroni ad un gesto di «scuse» alle «vittime dell'orrore» repressivo per anticipare e sollecitare quelle dello Stato stesso. Ebbene, quanto avvenuto dentro Bolzaneto e che anche i pm genovesi hanno nei giorni appena scorsi ripercorso con la loro requisitoria (altrettanto relegata a non notizia, o quasi: ben diversamente dalla "salomonica" condanna nei confronti dei manifestanti anti-G8, l'unica finora emessa), avvenne già a Napoli, in quel marzo di sette anni fa. Nella caserma Raniero fu sperimentato per intero tutto il repertorio di abusi innominabili che poi colpì l'opinione pubblica internazionale con Bolzaneto, dove vittime furono anche tante e tanti manifestanti non italiani. Nella caserma Raniero la gente "fermata" fu pestata ulteriormente, minacciata di morte, umiliata fisicamente e psicologicamente, costretta a subire intimidazioni sessuali, obbligata ad assistere a inneggiamenti al fascismo o persino ad inscenarle forzosamente. Tutto questo avvenne, nella caserma Raniero. E lo fece la forza pubblica.Il problema è che la Questura stessa mise agli atti, in quella primavera del 2002, che operare i fermi negli ospedali e tradurre i fermati alla Raniero fu un'operazione frutto d'un ordine. D'una disposizione della Questura stessa. Sulla quale, d'altra parte, non si è mai ottenuto l'indicazione d'un responsabile ultimo. Tanto meno in sede giudiziaria. Resta, al di là anzi al di qua dell'ambito penale - e d'ogni formalità - che la Questura c'era. E il questore era, fu Nicola Izzo. Che sei anni fa fu difeso a spada tratta, anche con l'appoggio a incredibili presidi della Questura da parte dei poliziotti "in rivolta", anche fra minacce pubbliche di morte ai pm dell'inchiesta, dalla destra: da Alleanza Nazionale. E peraltro lui stesso, Izzo, affiliato al sindacato Sap, aveva pubblicamente evidenziato la sua professione politica «di destra».Adesso Izzo è il numero 2 della Polizia di Stato. Appunto, non è questione formale. La domanda è un'altra: qual è l'opportunità politica d'una simile nomina? Sono forse iniziate al Viminale le prove della Grande Coalizione che tutti negano? Comunque, è una non notizia.
fonte: Liberazione

27 febbraio 2008

Roma: aggressioni fasciste

Militanti di sinistra, migranti, forze di polizia: erano questi gli obiettivi delle aggressioni pianificate dalle venti persone arrestate ieri, quasi tutte giovanissime, appartenenti all’area della destra neofascista romana. Un gruppo trasversale che vedeva insieme militanti di Fiamma tricolore, di Forza nuova e ultras della squadre romane. Tra questi, spiccano i romanisti Bisl [«basta infami solo lame»] e i laziali «in basso a destra», uniti da una saldatura «antisistema» che li ha resi protagonisti di diversi assalti contro le forze dell’ordine allo stadio. Nel frattempo, la polizia ha dato notizia di una ennesima aggressione neofascista avvenuta a San Lorenzo nella notte tra domenica e lunedì, quando un gruppo di circa dieci militanti di estrema destra hanno fatto irruzione, con mazze e coltelli, nel locale «Sally Brown», ritrovo abituale di giovani di sinistra. Il gruppo ha rovesciato i tavoli, spaccato con i bastoni gli spillatori per la birra e distrutto i vetri della porta d´ingresso. La pronta reazione del gestore e dei pochi presenti ha mandato in fuga gli assalitori. Nel fuggi fuggi generale, uno degli aggressori è inciampato e sbattuto la testa sul marciapiede; soccorso da una ambulanza, è stato trasportato all´Umberto I dove rimane sorvegliato a vista dagli agenti.

26 febbraio 2008

Violenze e torture alla caserma Bolzaneto La politica non può tacere.

Schiaffi, botte, minacce di sodomizzazione, piercing levati da parti intime, teste sbattute nei gabinetti, inni a Mussolini e altri canti fascisti. Nel processo in corso a Genova il Pm Vittorio Ranieri Miniati ha ripercoro nella sua lunga requisitoria gli innumerevoli abusi compiuti fra il 20 e il 22 luglio 2001 nella caserma di Bolzaneto, alla periferia di Genova. Erano i giorni del G8 e la caserma veniva usata come ufficio matricola: vi passavano i fermati prima di essere trasferiti nelle carceri del Nord Italia. Gli imputati sono 47: sedici agenti penitenziari, quattordici poliziotti, dodici carabinieri e cinque medici. I capi d’accusa sono numerosi e gravi: abuso d’ufficio, lesioni, percosse, ingiurie, violenza privata, abuso di autorità, minacce, falso, omissione di referto, favoreggiamento personale, con l’aggiunta della violazione della convenzione internazionale per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.
In quella caserma, per tre giorni, fu sospeso lo stato di diritto. Vi si praticò la tortura. La nostra democrazia ebbe una caduta verticale. La discesa in quell’abisso di arbitrio e violenze ha fatto capire a noi cittadini quanto siano vulnerabili le garanzie costituzionali. E’ accaduto, e niente ci garantisce che non possa riaccadere.
Gli apparati dello Stato non hanno fatto nulla per tentare di individuare singole responsabilità, né hanno mai ipotizzato di avviare un’inchiesta interna per infliggere sanzioni ai violenti. Lo stesso fatto che i poliziotti abbiano agito a volto coperto come volgari banditi è passato del tutto inosservato, senza che nessuno condannasse una simile condotta, che accomuna gli agenti più a dei fuorilegge che a dei tutori dell’ordine.
Più in generale la polizia italiana dimostra quanto sia carente sotto il profilo della trasparenza, della verifica del proprio operato, della disponibilità a sottoporsi a un giudizio indipendente, tutte caratteristiche che dovrebbero essere proprie di forze dell’ordine autenticamente democratiche. La tradizione di opacità e chiusura verso il mondo esterno, evidentemente, pesa ancora moltissimo. I fatti di Genova non hanno fatto che accentuare i forti limiti democratici delle nostre forze dell’ordine. La “gestione” delle inchieste, da questo punto di vista, con il rifiuto dei vertici degli apparati di fare chiarezza, collaborare coi magistrati, e ammettere le proprie numerose mancanze (e anche il clamoroso fallimento nella gestione del G8 2001), ha allontanato ancora le nostre forze dell’ordine dalla via maestra della crescita democratica. In questo modo i diritti sono stati calpestati due volte.
Viviamo tempi difficili. La tortura, nel mondo, viene praticata da paesi che siamo abituati a considerare democratici. Noi italiani non abbiamo avuto la nostra Abu Ghraib, ma quanto accadde nella caserma di Bolzaneto fa vergognare chiunque abbia un minimo di simpatia per lo stato di diritto.
In questi giorni di campagna elettorale, i fatti di Genova sono sepolti nella memoria, riemergono solo nelle requisitorie dei Pm.
La sinistra, non può tacere. Ha il dovere di continuare a chiedere una commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti di Genova e Napoli, impegnarsi a proporre una legge sul reato di tortura e l’introduzione dei codici identificativi per le forze di polizia in servizio di ordine pubblico, chiedere l’abolizione dei gas CS dai lacrimogeni usati nelle piazze e negli stadi.
Ogni cedimento sul piano dei diritti civili è la premessa per nuove restrizioni delle libertà e delle garanzie: ce lo insegnano tutte le organizzazioni di tutela dei diritti umani.

Italo Di Sabatoresponsabile Osservatorio sulla Repressione PRC/SE

25 febbraio 2008

Genova G8: Processo Bolzaneto «Detenuti costretti ad abbaiare come cani»

Nell´aula-bunker del tribunale di Genova è incominciata (e si protrarrà per altre quattro udienze) la seconda parte della requisitoria dei pubblici ministeri Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello al processo per le violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001.Gli imputati sono 45, tra medici e personale (di vario grado) di polizia Penitenziaria, di Stato e carabinieri.I Pm hanno elencato le vessazioni subite dagli arrestati, che sarebbero stati costretti a stare in piedi per ore o a fare la posizione «del cigno» e «della ballerina», ad abbaiare come cani per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale; molti avrebbero ricevuto schiaffi a mano aperta e colpi alla nuca, soprattutto quando venivano portati a due a due nelle celle di destinazione.La presenza di più forze dell´ordine avrebbe comportato due perquisizioni: una nell´atrio e un´altra nell´infermeria; perquisizioni che, secondo i Pm, provocarono ai detenuti ulteriore stress, in aggiunta a quello causato dall´arresto.La caserma di Bolzaneto, descritta oggi dai pm, è sembrata un girone infernale e un luogo di tortura fisico e psicologico: ragazzi e ragazze picchiate, tenuti ore e ore in piedi con le mani alzate, accompagnati in bagno e lasciati con le porte aperte, insultati, spogliati, derisi e minacciati di guai peggiori.Il pm Ranieri Miniati ha fatto un riepilogo delle testimonianze più salienti delle parti lese durante il processo, tutte avallate dai ricordi di altri detenuti presenti nella caserma. Tra queste quella di Massimiliano A., 36 anni, napoletano, disabile al cento per cento.«Gli agenti mi hanno preso in giro - aveva raccontato al processo - per la mia bassa statura, insultandomi.Il pm ha anche ricordato che Massimiliano per un´ora non riuscì a farsi accompagnare in bagno, per cui si fece addosso i suoi bisogni e rimase sporco a lungo perché gli impedirono di pulirsi. Un altro episodio ricordato oggi riguarda Katia L., minacciata dagli agenti di farle fare la stessa fine di Sole (Maria Soledad Rosas), l´anarchica argentina che si suicidò in carcere dopo la morte del compagno, entrambi arrestati nell´ambito dell´inchiesta sugli attentati contro la Tav in Valle Susa.La ragazza si sentì male e vomitando sangue venne portata in infermeria dove un medico le somministrò dell´ossigeno. Al rifiuto della ragazza di sottoporsi ad una iniezione il medico la liquidò:«Vai pure a morire in cella». I pm hanno poi concluso la seconda parte della requisitoria elencando i vari elementi probatori raccolti, sostenendo l´attendibilità di tutte le dichiarazioni delle parti lese sottoposte a varie tipologie di riscontri. La requisitoria proseguirà domani.

Roma: 27 febbraio sit-in per il diritto d'asilo.

Il diritto d’asilo risiede nella notte dei tempi, è parte fondamentale della “ Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” , adottata dall’Assemblea dell’ONU il 10 dicembre 1948. Migliaia di personaggi ne hanno goduto, divenendo successivamente Presidenti di Repubbliche, Ministri, insigni cultori : da Dante a Mazzini, Garibaldi, Pertini, solo per citarne alcuni, considerati “ in patria”nemici e condannati financo all’ergastolo e alla pena di morte. Alla fine degli anni ’70 , a centinaia i protagonisti del conflitto sociale trovarono rifugio in Europa, in esilio da leggi emergenziali, condanne sommarie e carceri speciali, che colpirono in Italia oltre 40.000 attivisti . Particolarmente in Francia , il Presidente Mitterand, rinnovando la peculiarità storica della “ Francia terra d’asilo”, si fece artefice di uneditto che garantiva a costoro lo “ status di rifugiati” , in quanto riconosceva la natura politica agli esiliati italiani e il loro abbandono della lotta armata.Tra questi Marina Petrella usufruiva dagli anni ’90 di un regolare “permesso di soggiorno” che le ha consentito di svolgere un’attività lavorativa a carattere sociale, di accudire alla prima figlia Elisa e di decidere di metterne al mondo un’altra, Emanuela, fiduciosa nell’avvenire e nella parola data. Invece, l’11 Settembre 2001 e la dottrina della “ guerra permanente”, hanno prodotto l’arroccamento della “ sicurezza “ a scapito dei diritti anche in Europa e in Francia. E’ noto a tutto il mondo, che in termini di giustizia il Governo Berlusconi ha svolto soprattutto un’attività tesa a cancellare i reati e i processi che lo vedevano coinvolto insieme al suo clan. Di converso il ministro di giustizia Castelli richiedeva l’estradizione dalla Francia di 12 rifugiati politici, tra cui Marina Petrella , reiterata dal ministro Mastella nel subentro del governo Prodi. Così che dall’agosto 2007 Marina Petrella (54 anni e 2 figlie) è in carcere in attesa dell’estradizione che dev’essere decisa dall’attuale presidenteSarkosy, incredula che un Paese con così antica tradizione di libertà possavenire meno alla parola data, per iscritto da un suo Presidente.Allo spirito di “libertè, egalitè, fraternitè” , al rispetto delle idee universali conquistate con il sangue patriota, fanno appello le migliaia difirme raccolte in Francia contro l’estradizione di Marina Petrella, a cui aggiungiamo le nostre ed insieme la proposta di una iniziativa di protesta, da tenersi sotto l’Ambasciata Francese a Roma il 27 febbraio , ore 17 p.zaFarnese, stante l’imminenza della decisione sull’estradizione.

Confederazione Cobas, Radio Onda Rossa ,Contropiano, Action, Coordinamenrto cittadino di lotta per la casa, Libertà di Movimento, Osservatorio sulla Repressione, Astra19,Horus occupato, Spazio sociale ex51, Loa Acrobax, Rete perl'Autoformazione, csoa Ex Snia, Forte Prenestino, Corto Circuito

23 febbraio 2008

Bolzaneto non fu una follia

Il processo per i maltrattamenti sui detenuti nella caserma di Bolzaneto, durante il G8 del 2001, sta entrando nel vivo, con l’avvio della requisitoria dei pm. Il procuratore aggiunto Mario Morisani, all’esordio dell’udienza, ha parlato di “ventata di follia. Tutti hanno perso il controllo, da una parte e dall’altra”.
E’ un’affermazione che lascia davvero sconcertati, perché lascia intuire un’assimilazione dei gravissimi abusi compiuti a Bolzaneto (documentati da decine di testimonianze) alle follie di una “controparte” nebulosa, evidentemente da identificare - nell’allusiva affermazione di Morisani - con il solito “blocco nero”, assurto ormai a scusa ufficiale per tutti gli abusi commessi dalle forze dell’ordine nelle tragiche giornate del G8 genovese.
E’ un discorso pericoloso perché ci porta fuori dal recinto delle regole costituzionali: se anche ci fosse stata una “follia” dall’altra parte (ma bisognerebbe dire meglio di chi si parla, in che contesto, per quali epidosi), stabilire una reazione di causa-effetto con le torture compiute in caserma, vorrebbe dire che le forze dell’ordine possono essere assimilate - nella visione del procuratore - a bande di teppisti e che eventuali “folli” azioni di privati cittadini per le strade sono equiparabili a maltrattamenti sui detenuti da parte di funzionari dello stato.
Se Morisoni intendeva qualcosa del genere, c’è davvero da preoccuparsi, perché il procuratore si incamminerebbe su un sentiero che porta fuori dal percorso della legalità costituzionale. Le forze dell’ordine devono rispettare la legge in ogni circostanza, punto. Non ci sono cedimenti possibili su questo punto. Tanto più se si parla di abusi commessi nel chiuso di una caserma su persone private della libertèà personale (e spesso già picchiate e malmenate per strada o alla scuola Diaz).
Di fronte ai fatti documentati a Bolzaneto, occorre una risposta chiara e forte dello stato, e non la ricerca di attenuanti e giustificazioni. Dottor Morisoni, si corregga.

A Firenze per fare movimento. Un appello per rispondere alle condanne di alcuni attivisti noglobal toscani.

Novemebre 2002, Firenze. La Fortezza dal Basso è il punto di convergenza per migliaia di attivisti provenienti da tutta Europa per partecipare al primo forum sociale continentale. Alla manifestazione conclusiva saranno in settecentomila. Giornali e opinion leaders scriveranno di una grande università popolare. Per il movimento di critica alla globalizzazione neoliberista, un momento di confronto tra sensibilità e culture politiche tra loro eterogenee, dove la diversità è considerata un punto di forza. Poi la guerra permanente cambierà lo scenario. E molti degli organizzatori del forum sociale europeo proveranno a fermare la macchina militare, visto che anche l'Italia dovrà mandare soldati in Afghanistan prima e in Iraq poi.Manifestazioni per bloccari i treni della morte, ma anche per portare il dissenso sotto le istituzioni statali. Oppure per affermare la libertà di movimento dei migranti o per rivendicare il diritto alla casa o per combattere la precarietà dei rapporti di lavoro. Molti di loro sono stati denunciati e a sei anni dal forum sociale i tribunali hanno emesso le prime sentenze, che prevedono una montagna di carcere. Come è già accaduto nei processi di Genova e Cosenza. Per rispondere a questo clima emergenziale, è nata la proposta di portare nuovamente a Firenze la voce, e i corpi, di quanti hanno condiviso il forum sociale europeo. È stato scritto un appello(lettera aperta) destinata a tutte le componenti italiane organizzate e non del forum sociale europeo per denunciare il clima repressivo che si respira oramai in Italia e per invitare tutti a una due giorni di discussione. Le date indicate sono l'1 e il due marzo. Il programma dei lavori prevede un'assemblea generale per sabato su «La guerra permanente e il securitarismo», seguita da uno spettacolo, mentre la domenica mattina il tema da affrontare sarà: «Genova, Porto Alegre, Firenze, 15 Febbraio e il nuovo ciclo dei movimenti sociali». Il pomeriggio sarà infine dedicato a «Precarietà e nuove povertà, nessuno può farcela da solo». Gli organizzatori dell'iniziativa tengono però a precisare che il programma è ancora «impreciso», perché lo spirito della costruzione dell'iniziativa è lo stesso del forum sociale europeo: un work in progress basato sulla pratica del consenso.

Orrori nella caserma del G8: in aula le accuse dei pm

Il procuratore aggiunto Mario Morisani lo aveva chiesto al tribunale espressamente: «Facciamo presto, ne va della nostra reputazione di Paese civile e democratico». Il tribunale ha risposto imponendo al processo tappe forzate. Allontanato lo spettro della prescrizione dei reati già nel primo grado di giudizio (che si concluderà a maggio), inizia oggi l'ultimo atto del processo per i fatti di Bolzaneto, per gli abusi e le violenze compiute, secondo l'accusa, da funzionari di polizia e ufficiali dei carabinieri, agenti e medici, nella caserma del Reparto mobile durante il G8 del luglio 2001. Gli imputati sono 45.Oggi i pubblici ministeri Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello cominceranno la loro requisitoria conducendo corte, difensori, parti civili e pubblico attraverso la loro ricostruzione di una caserma senza legge, dove un detenuto poteva essere fatto inginocchiare e abbaiare come un cane, essere inondato di spray urticante, subire il taglio del pieircing con le pinze, insulti e percosse. La difesa avrà spazio per rintuzzare ognuna delle imputazioni. Il codice ora assegna la parola all'accusa. E saranno sei udienze drammatiche, a giudicare dal programma che i due pm si sono dati.L'appuntamento è per stamane alle 9,30 nell'aula magna del palazzo di giustizia. La prima puntata della requisitoria sarà dedicata all'organizzazione all'interno della caserma di Bolzaneto come centro di detenzione temporanea durante il G8. Lunedì 25 febbraio i pm parleranno dell'attendibilità delle persone offese e delle loro testimonianze, mentre l'indomani, martedì 26 febbraio, prenderanno in esame uno a uno i reati contestati. Le altre tre udienze saranno dedicate all'analisi delle responsabilità: dei vertici (lunedì 3 marzo), del livello intermedio, dei medici, degli esecutori materiali e dei presunti falsi commessi nell'ufficio matricola (martedì 4 marzo) e, infine, lunedì 10 marzo, dei reati commessi, secondo l'accusa, da medici e infermieri. Nella stessa giornata i pm Miniati e Petruzziello formuleranno anche le loro richieste di pena per gli imputati.Poi sarà la volta delle parti civili e delle difese che dovrebbero terminare entro la fine di maggio. Presumibilmente la sentenza dovrebbe essere emessa in giugno. Quindi con anticipo sul termine della prescrizione.Le accuse a carico degli imputati sono, a diverso titolo, quelle di abuso d'ufficio, violenza privata, falso, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. L'inchiesta, durata 2 anni e 7 mesi, iniziò nell'agosto 2001 e si concluse con la richiesta di rinvio a giudizio il 12 maggio 2004. Le parti lese sono 209, sessanta delle quali si attendono un risarcimento civile che nessuna prescrizione potrà mai annullare.

Fonte: Secolo XIX

22 febbraio 2008

Milano sentenza appello San Paolo: lo Stato si assolve

Venerdi' 15 Febbraio 2008 è stata emessa a Milano la sentenza d'appello per i fatti dell'ospedale S. Paolo del 16 marzo 2003: confermata la condanna di primo grado per due compagni ad un anno e otto mesi, oltre che il risarcimento complessivo di oltre 100.000 euro, e la piena assoluzione dei tre membri della forza dell'ordine. Un giudizio basato sulla sola ricostruzione dell'accaduto fornita da polizia e carabinieri, gli stessi protagonisti dei pestaggi di quella notte. Nulla hanno contato le testimonianze del personale medico-sanitario che ha assistito direttamente alle cariche indiscriminate dentro e fuori il Pronto Soccorso. Ancora meno hanno contato le evidenti lesioni riportate dagli amici e dai compagni di Davide, selvaggiamente massacrati, che sono, invece, gli unici ad essere stati condannati oggi.Se il processo di primo grado, si era concluso con la (lieve) condanna di un poliziotto a quattro mesi per abuso di ufficio (ripreso da un video amatoriale mentre manganellava una persona a terra) e di un carabiniere a sette mesi per possesso di una mazza da baseball (pena caduta in prescrizione), assistiamo oggi alla piena legittimazione da parte della Magistratura del comportamento, in vero stile scuola Diaz, delle forze dell'ordine.Lo Stato, ancora una volta, si assolve tentando di stravolgere la verità nelle aule dei tribunali, aggiungendo le menzogne della sentenza alle violenze di quella notte.Lo Stato, ancora una volta, si assolve e non ce ne stupiamo, perché viviamo e lottiamo in tempi dove il sicuritarismo unisce le forze politiche di entrambi gli schieramenti, spingendo a un incremento dell'azione repressiva, della militarizzazione dei territori e dell'autoritarismo poliziesco.

Nessuna giustizia Nessuna pace
con Dax nel cuore Chi non dimentica



20 febbraio 2008

Contro gli avvisi di garanzia ai "No dal Molin". Petizione in solidarietà ai quattro attivisti indagati

Appello del Comitato No dal Molin per una raccolta di firme di solidarietà per gli attivisti indagati, tra le prime adesioni anche quella di don Andrea Gallo, storico sacerdote da sempre schierato contro qualsiasi forma di guerra e armamento.
A seguito delle numerose azioni contro la base americana, la magistratura ha comunicato, a quattro esponenti del Comitato, un avviso di garanzia. Per dettagli maggiori è possibile visitare il sito del movimento No Dal Molin, sufficiente scrivere sul motore di ricerca Google, ' No Dal Molin', per aprire il sito aggiornatissimo e con tutta la storia del movimento, con fotografie, filmati, testimonianze, contatti.
E' stata organizzata una petizione a sostegno dei quattro indagati, ed è possibile sottoscrivere anche per e mail scrivendo a questo indirizzo: 23febbraio@nodalmolin.it

19 febbraio 2008

Genova: G8, riparte il processo Bolzaneto. Più lontana la prescrizione

Grazie alla nuova tabella di marcia elaborata nei giorni scorsi dal presidente Renato Delucchi, il secondo dei maxi-processi del G8 si chiuderà entro la primavera. La sentenza per le violenze ed i soprusi nella caserma di Bolzaneto è infatti ragionevolmente attesa intorno alla metà di giugno. Il calendario delle udienze, che aveva subito un inatteso stop dovuto alle condizioni di salute di un componente del collegio, è stato rielaborato ed ha ottenuto l´approvazione di tutte le parti in causa. Si ricomincia venerdì con la requisitoria dei pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, che termineranno il loro intervento - dopo sei appuntamenti consecutivi - il 10 marzo. Poi toccherà alle parti civili e alle difese. L´ultima udienza è stata fissata per il prossimo 20 maggio, salvo errori ed omissioni. La camera di consiglio comincerà immediatamente dopo e ci sono buone ragioni per credere che possa pronunciarsi nel giro di un paio di settimane. La accelerazione nel procedimento non impedirà che da qui all´ultimo grado gli imputati possano godere della prescrizione. Ma se non altro il meccanismo - che nella maggior parte dei reati presi in considerazione si applica dopo sette anni e mezzo dai fatti - non scatterà già in anticipo rispetto alla prima sentenza. Questo avrà importanti ripercussioni soprattutto dal punto di vista civile. Quanto al penale, inutile farsi illusioni: già il condono regalava un bello sconto, da qui alla Cassazione potete scommettere che nessuno sarà privato della libertà personale per un solo minuto.Quarantacinque imputati tra generali, funzionari di polizia, ufficiali dei carabinieri, agenti, militari e medici: accusati a diverso titolo di abuso d´ufficio, violenza privata, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, falso, violazione dell´ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell´uomo e delle libertà fondamentali. Le persone offese sono 209. Il processo aveva preso il via il 12 ottobre di due anni fa: le udienze sono state 157, in aula sono state ascoltate 392 persone (compresi 12 imputati). Gli accusati si sono sostanzialmente difesi sostenendo di non aver compiuto - e tantomeno visto compiere - nulla di illegale. I pm ritengono invece che la tesi accusatoria sia uscita pienamente rafforzata dal dibattimento. La loro requisitoria ricalcherà in larga parte quanto già denunciato in una esemplare memoria agli atti. Venerdì, Petruzziello e Ranieri Miniati introdurranno l´argomento ricordando quella che era l´organizzazione nel "centro di detenzione temporanea". Lunedì prossimo si parlerà dell´attendibilità delle vittime, martedì della qualificazione giuridica dei reati. Le udienze successive saranno dedicate alla responsabilità in generale e a quella dei vertici in particolare, poi al cosiddetto "livello intermedio" e agli esecutori materiali, ai falsi commessi nell´ufficio matricola, ai reati di medici e infermieri, per chiudere con le richieste di pena. Subito dopo i pubblici ministeri depositeranno una monumentale memoria di oltre un migliaio di pagine.

fonte: La Repubblica

18 febbraio 2008

Roma: Aggressioni e attentati contro gay e studenti

Incendiato il Coming out, storico locale Lgbtq della capitale. Solo ieri il pestaggio del giovane militantedi un Centro sociale di Montesacro. Massimiliano Smeriglio: «E' l'ennesimo campanello d'allarme»


Annalisa Scarnera, una delle titolari del locale, è ancora sotto choc. Lo sconforto ha preso il posto della rabbia e descrive una situazione per molti aspetti di isolamento, di assedio: «Viviamo un momento storico davvero difficile. Questo attentato è la goccia che fa traboccare un vaso già colmo. Pensiamo a come siano spariti nel nulla i temi dei diritti dei gay». Già in passato il "Coming Out" aveva subito minacce e intimidazioni. L'ultima l'estate scorsa quando la via intorno al locale venne tappezzata da manifesti con su scritto "Via i gay da San Giovanni". «Eppure - continua Annalisa - nessuno immaginava che quelle minacce prendessero una piega così violenta».Tante, in ogni caso, le dichiarazioni di solidarietà che arrivano dal mondo politico. Dalla Sinistra, che per voce del Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha inviato ai gestori del "Coming out" un messaggio nel quale esprime la «più sincera solidarietà a fronte del vile atto intimidatorio di cui è stato fatto segno il locale da loro animato, insieme ad un sincero augurio per il prosieguo della loro attività per l'affermazione di una cultura dell'uguaglianza, della non discriminazione e dei diritti»; al segretario romano di rifondazione, Massimiliano Smeriglio parla di clima di «intolleranza», di fatti gravi e preoccupanti, «un campanello d'allarme inquietante per la città di Roma, che negli ultimi tempi continua a essere protagonista indolente di azioni di intolleranza e di aggressioni a militanti della Sinistre e agli omosessuali».E sì perchè l'incendio al "coming out" non è l'unico episodio di violenza registrato in queste ore a Roma. Sempre ieri un giovane studente dei collettivi romani e attivista dell'Horus occupato di Piazza Sempione è stato brutalmente picchiato. Adriana Spera, capogruppo del Prc al Comune registra «l'ennesimo agguato che poteva trasformarsi di nuovo in una tragedia».In tutto questo, per dare risposta alle violenze di queste ore, Arcigay invita a partecipare al sit-in di venerdì 22 febbraio alle 22.30, presso la Gay Street (via di San Giovanni in Laterano), contro l'omofobia; e l'associazionismo antifascista chiede di dedicare la ricorrente manifestazione di commemorazione per l'uccisione di Valerio Verbano, a Simone, al ragazzo aggredito ieri. «Simone questa mattina è tornato al Policlinico Umberto I per farsi controllare perché non sta bene - dice Valerio dell'Horus Occupato - lo hanno aggredito due neofascisti appartenenti alla Fiamma Tricolore. Siamo molto chiari nel fare nomi e cognomi, perché è chiara la matrice fascista di questa aggressione».

17 febbraio 2008

Picchiato davanti ai carabinieri:"I militari non hanno fatto nulla"

Una denuncia in Questura, un'indagine della procura in corso ma per ora comunque nessun indagato. Colpito con un pugno alla nuca e poi preso a calci quando era a terra, a pochi metri da dove stazionavano due vetture dei carabinieri con quattro militari, tre uomini e una donna, che parlavano tra loro e che non avrebbero mosso un dito. E' questo il racconto fatto alla Questura da Antonio Podda, 27enne originario di Zerfaliu (Oristano) e che si e' trasferito nel bolognese per lavoro.
L'episodio che ha riferito sarebbe accaduto davanti alla discoteca 'le Grotte' di San Pietro in Casale dove il giovane un paio di settimane fa si era recato per passare una serata. Della vicenda si occupa il Pm della Procura di Bologna Valter Giovannini. Il magistrato ha confermato solo la ricezione della denuncia e che non ci sono al momento indagati, anche se sono in corso accertamenti.
''E' da 10 mesi che mi sono trasferito nel bolognese - spiega Podda - e sabato sera 3 febbraio ho deciso di passare una serata alla 'Grotte' con un amico. Ho bevuto e ballato e ad un certo punto ho conosciuto una ragazza. Dopo un po' mi ha detto che era fidanzata ed effettivamente poi e' arrivato il suo ragazzo. Ho chiesto scusa e ho proseguito la serata. Alle 3.30 sono uscito per fumarmi una sigaretta. Improvvisamente ho sentito un colpo sulla nuca, sono rovinato a terra e mi sono arrivati dei calci. Non ho visto chi mi ha aggredito. Mi sono rialzato e sono andato verso le due auto dei carabinieri, una Punto e un'Alfa 156, che erano li', a pochi metri da dove mi hanno pestato. Ho chiesto loro chi mi aveva aggredito, anche perche' la zona e' ben illuminata. Stavo sanguinando dal volto e mi sentivo male. Non mi hanno risposto e non si sono curati di me. Io allora mi volevo avventare su di loro ma un mio amico mi ha portato via.
L'indomani un mio amico mi ha accompagnato all'ospedale Sant'Anna di Ferrara e li' mi hanno ricoverato nel reparto di medicina d'urgenza''. Il certificato parla di 10 giorni di prognosi con trauma cranico facciale e il consiglio di altre visite specialistiche. La maglietta che il ragazzo indossava presenta una lacerazione all'altezza della schiena come se fosse stato colpito da un oggetto appuntito, come un tirapugni o un tacco. Il 5 febbraio il giovane ha presentato una denuncia alla polizia. ''Quello che non capisco - conclude Podda - e' perche' i carabinieri, a 10 giorni dalla mia denuncia alla polizia, sono andati nel mio paese in Sardegna e hanno detto a mio fratello che mi dovevano notificare un verbale perche' mi avevano trovato ubriaco a Bologna. Tra l'altro se davvero mi avessero fatto un verbale perche' non me lo hanno notificato subito? Perche' non mi hanno fatto i controlli con l'alcoltest? Io sono stato vittima di un'aggressione e i militari che erano li' non hanno fatto niente. Che giustizia e' questa?''.

16 febbraio 2008

Bologna: Cancellato dal tabellone teatrale "Gli invincibili"

Alla fine si è arreso. Il direttore artistico del Teatro Ridotto di Bologna, Renzo Filippetti, ha fatto marcia indietro, cancellando "Gli invincibili", serata dedicata all'incontro tra lo scrittore Erri De Luca e l'ex brigatista rosso Vittorio Antonini, invitato come rappresentante di Papillon, associazione dei detenuti di Rebibbia. Nei giorni scorsi il mondo politico ed istituzionale si è mobilitato contro il previsto arrivo sul palcoscenico bolognese di Antonini ha mobilitato che ha suscitato una levata di scudi nazionale e locale. Invitare nella città di Marco Biagi un ex Br, mai pentito né dissociato, «è un serio errore» ha commentato seccamente il sindaco, Sergio Cofferati. «Spero che Filippetti rifletta seriamente sul danno che l'eventuale conferma della serata provocherebbe sul suo lavoro - ha continuato Cofferati - da sempre circondato dalla simpatia dei cittadini. Simpatia che potrebbe venire meno». Dura anche la critica di Maurizio Gasparri, deputato di An. «E' ora di finirla con queste conferenze in serie di terroristi condannati per gravissimi reati. Chi è stato protagonista di stagioni drammatiche dovrebbe scegliere la via del silenzio». E Gasparri non si fa mancare un attacco al primo cittadino di Bologna: «Cofferati si dice contrario ma avrebbe dovuto vigilare prima, dimostrando maggiore coerenza ed attenzione». Nel pieno dell'"affaire Antonini", condannato all'ergastolo (è stato coinvolto nel sequestro Dozier), ora in semilibertà dopo 15 anni di carcere, si è inserito anche l'ex direttore di Rai tre, Angelo Guglielmi, assessore alla Cultura della giunta bolognese. «Non ci poniamo come ufficio censura. Il Comune finanzia il Teatro Ridotto come decine di altri teatri ma le scelte spettano al direttore artistico». E se a lui spetta la decisione, a seguito delle pressioni Filippetti ha gettato la spugna. Non prima, però, di aver chiesto un incontro con il sindaco, subito fissato al 20 febbraio. «Gli dirò che sono disposto a cancellare la serata - spiega il patron del Teatro Ridotto - se davvero non ci sono altre possibilità. Ma non rinuncio alla speranza di farla un giorno, in futuro. Mi rendo conto che il passato di Antonini sia ingombrante. E se questo provoca la levata di scudi, meglio soprassedere». In ogni caso «non mi faccio tirare per le orecchie da Cofferati - continua Filippetti - e ho chiesto di parlargli a tu per tu perché mi pare che la cosa sia sfuggita di mano. La mia intenzione era quella di dedicare una serata alla cultura, non alla politica. Capirei se la protesta arrivasse da familiari di vittime del terrorismo, ma non capisco perché le istituzioni debbano parlare a nome di altri. Se lo Stato ha stabilito che lui può stare in semilibertà, non vedo perché noi dobbiamo ergerci a paladini della legalità». Antonini è già stato a Bologna, quattro anni fa, all'Istituto per la resistenza Parri, dove parlò del rapporto tra detenzione e cultura. E in quell'occasione «nessuno ha avuto nulla da obiettare». Non solo. Filippetti, personaggio noto nel comune felsineo, con alle spalle la militanza in Lotta Continua e due mesi di braccio speciale in carcere, ricorda che «quando a Roma Antonini aprì una biblioteca in un quartiere molto difficile, a riconoscere il valore di questa iniziativa c'erano diversi assessori e l'attuale presidente della Camera, Fausto Bertinotti». Lo stesso Antonini si è detto sorpreso per l'atteggiamento di Cofferati nei suoi confronti, considerandolo «un alfiere delle lotte della sinistra e del movimento sindacale». Per dimostrare che il Comune di Bologna non censura nessuno, alla notizia della cancellazione dello spettacolo, l'assessore Guglielmi ha reagito affermando che «se Filippetti prende questa decisione in autonomia, allora va bene». Dello stesso segno il commento dell'assessore agli Affari Istituzionali, Libero Mancuso: «E' una sua piena e responsabile scelta». Di diversa opinione il segretario provinciale del Prc, Tiziano Loreti. «Filippetti è stato quasi costretto ad annullare la serata. - dichiara il segretario - Ha subito pressioni fortissime affinché l'incontro non si tenesse, soprattutto dal sindaco Cofferati. In questo modo, si rimuovono senza pudore decenni di battaglie a favore dei diritti civili condotte dalla sinistra». Dopo anni di "cofferatismo reale", certe prese di posizione del sindaco non ci stupiscono affatto. Anzi, le riteniamo in linea con la sua visione repressiva ed autoritaria della realtà. Antonini ha già pagato la sua pena. Credo sia ora di avere il coraggio di aprire un dibattito serio sugli anni 70».

Omicidio Sandri: La difesa del poliziotto: "Sparo non intenzionale"

«La perizia balistica sul proiettile che ha ucciso il tifoso laziale Gabriele Sandri conferma che il colpo di pistola è stato deviato». Lo rende noto l'avvocato Francesco Molino, che difende l'agente della Polstrada Luigi Spaccarotella, indagato per l'omicidio del giovane tifoso della Lazio, morto lo scorso 11 novembre nell'area di servizio di Badia al Pino ad Arezzo. A determinare la deviazione sarebbe stato l'impatto fra il proiettile e la rete metallica che divide le corsie dell'autostrada. Subito si è riaperto lo scontro fra i difensori dell'agente e il legale della famiglia Sandri. «E' stato dimostrato che il proiettile non impattò sulla rete di divisione e non venne deviato» è la replica del legale della famiglia Sandri, l'avvocato Michele Monaco. «Non ho letto la perizia - spiega il legale - e lo farò probabilmente lunedì. Mi riservo quindi di prendere visione del documento prima di esprimere un parere». La perizia balistica, affidata dalla procura aretina al professor Domenico Compagnini, è stata depositata nella tarda serata di ieri. «La conferma della deviazione del proiettile - ha dichiarato Molino - è un elemento importante per la difesa. Adesso leggerò attentamente la perizia e poi, il 27 febbraio, il mio cliente sarà sentito dal magistrato. Ma ho già visto che vengono valutate una serie di ipotesi legate soprattutto alla posizione dell'auto dei ragazzi di Roma». Lo scontro fra i legali di Spaccarotella e quelli di Sandri si concentra sulla traiettoria dello sparo. Per i primi, il proiettile venne deviato «in maniera importante» dalla rete che divide le due carreggiate. A dimostrarlo ci sarebbero due perizie. La prima, depositata a dicembre dal Cnr, secondo i difensori dell'agente evidenzia la presenza di tracce di zinco e alluminio sull'ogiva «dovute - spiega uno dei legali, Gianpiero Renzo - all'impatto con la rete». E dalla seconda, quella balistica, arriverebbe la «conferma della deviazione», ha spiegato oggi l'altro difensore, Francesco Molino. Per i difensori di Spaccarotella, Molino e Gianpiero Renzo, l'agente non avrebbe mirato verso l'auto dei tifosi laziali e lo sparo sarebbe partito accidentalmente. In base ad alcune testimonianze raccolte dalla procura, invece, Spaccarotella avrebbe sparato a braccia tese.

14 febbraio 2008

Omicidio Aldrovandi: polizia contro Pm e inchieste di giornali e tv

Dalla difesa degli agenti arriva un attacco al presunto «processo parallelo senza diritto di replica» su giornali e tv. Ce l'hanno con Chi l'ha visto? , in particolare, e con un giallista ospitato dal Corriere . Dall'ufficiale della polizia giudiziaria che imbastì le primissime indagini, l'ammissione, poco dopo, che l'inchiesta Aldrovandi decollò solo dopo la prima metà di gennaio 2006, centoquindici giorni dopo la morte di Federico, dunque dopo l'"esplosione mediatica" del caso sul blog dei genitori e su pochi quotidiani, per primo Liberazione . E, ancora, dall'allora capo dell'ufficio delle volanti una specie di bordata sulla prima pm a seguire la storia - «disse che non era il caso di venire sul luogo» - e che, subito dopo, giura di «non aver visto segni di niente» sul volto sfigurato di Federico. Segni che risulteranno più chiari, invece, al questore vicario, che giunse un'ora dopo, alle 8, e di cui sembrano far cenno anche le telefonate tra carabinieri e polizia che, alle 7.36, parlarono di «pecche», o, probabilmente di «pesche», ossia lividi. Che cosa fu detto alla pm Mariaemanuela Guerra per farle ripetere che non «c'era bisogno» di arrivare in Via Ippodromo? Il pm che ha ereditato le carte, Proto, ritiene si debba trovare il modo per far giungere in aula «la voce dell'ufficio del pubblico ministero» che non può salire sul banco dei testi.Questo e molto altro nell'udienza di ieri a Ferrara per l'omicidio colposo del diciottenne incensurato nel corso di un violentissimo "controllo di polizia" effettuato da due volanti all'alba del 25 settembre del 2005. E nel catalogo dell'udienza va inserito certamente una sorta di crollo della memoria collettiva tra i protagonisti di quella mattina tanto da rendere difficile sia la concatenazione degli orari - tra l'orologio dell'Arma, ad esempio, è quello del 118 ci sarebbe un paio di minuti di sfasamento - e la linea di comando nelle fasi immediatamente successive alla constatazione della morte dell'Aldro. I sanitari lo trovarono faccia in giù, ammanettato. E senza vita. Anche i manganelli spezzati e ritrovati solo alcune ore dopo in questura non meravigliarono nessuno. A sentire il capo dell'ufficio volanti, a cui l'hanno riferito i quattro, si sarebbero spezzati uno con un calcio di Federico, l'altro in una caduta sotto il peso dell'agente che lo brandiva. Nel fascicolo del pm, però, c'è la perizia che certifica la compatibilità delle lesioni sul corpo e sul viso di Federico, con quegli oggetti «metallici e cilindrici». Sono le percosse di cui parlò un cronista locale, poche ore dopo, e subito zittito dal questore dell'epoca? L'accusa insiste sulle modalità della «imprudente colluttazione», chiederà a tutti dei manganelli. Nell'aula - di nuovo strapiena di amici della famiglia Aldrovandi e di colleghi dei poliziotti - il capo dell'ufficio volanti (giunse verso le 7 e avviò i primissimi accertamenti) fornisce invece una versione abbastanza articolata della versione che potrebbero fornire gli imputati e che ricalca le relazioni di servizio ma fa a pugni col mattinale della questura che avallò la tesi del malore fatale e le ripetute allusioni a un'overdose. E' la storia già sentita di un ragazzo che avrebbe assalito una volante urlando frasi sconnesse. Due calci al paraurti mentre la macchina prova a fare retromarcia. Il capoequipaggio che avrebbe provato a parlamentare ma il ragazzo sarebbe stato così infuriato da prendere la rincorsa, saltare sul cofano, che risulterà non ammaccato ma solo con delle strisciate grigie, e tentare di scalciarlo da lì. Sempre urlando frasi sconnesse, tipo «Voglio di più». Lo slancio lo avrebbe fatto cadere a cavalcioni sulla portiera e cadere in avanti. Federico si sarebbe rialzato e i due lo avrebbero provato a bloccare. Tutti giù per terra. Ma di legargli le manette neanche a parlarne. Anzi, i due si sarebbero rifugiati in macchina in ritirata strategica, inseguiti dal feroce diciottenne. Decisivo l'arrivo della seconda volante. Avviene la colluttazione di cui si parlerà già pochi minuti dopo nelle telefonate. Finché non si spezzano due manganelli. «Finché il giovane non si calma, smette di agitarsi», si sentirà dire in aula, finalmente lo ammanettano anche se ricomincia a scalciare, arriveranno i carabinieri. «E smette di nuovo di agitarsi». Stride il confronto tra la febbrile attività telefonica di chi intervenne quel mattino - sono state acquisite nuove registrazioni - e il mancato sequestro della volante ammaccata dall'assalto del ragazzino. «Nessuno per mesi mi ha detto nulla, né la procura né la squadra mobile. Nessuno disse che avevamo fatto errori, che avevamo sbagliato a non sequestrare le auto o che l'ipotesi che avevamo fatto era errata», si discolperà il funzionario. Ma se si chiedono particolari sul lavoro dei colleghi, ciascuno ricorda poco o niente. Nessuno ricorda di aver fatto delle ipotesi. Eppure la questura, già poco dopo le 7, sarà abbastanza preoccupata di capire se c'è una registrazione in cui qualcuno dica che Federico sbatteva la testa («Vedrai che servono»). Uno dei legali di parte civile, Riccardo venturi, arriverà a notare uno scaricabarile diffuso e la «melmosità dei rapporti interni» alla questura. Arrivò sulla scena anche il colonnello comandante dei cc locali ma sarebbe restato solo un paio di minuti. Stride il contrasto tra il Federico dipinto dalle relazioni di servizio e quello, sicuramente più lucido, da chiamare 9 numeri di suoi amici in soli 8 minuti, alle 5.15. L'ufficiale di pg non ricorda di aver "filtrato" i testi prima di mandarli dalla pm. Il capo della squadra mobile rivela che si indagò solo su Federico, un ragazzo vestito come uno dei centri sociali, senza documenti e col timbro del "famigerato" Link sulla mano. Quella mattina interrogherà alcuni amici dell'Aldro. Quei testi ricordano che li chiamava drogati, con uno di loro si sarebbe finto medico, lui nega le minacce. Fu lui, tempo dopo, a dimenticarsi di verbalizzare una delle frasi chiave nella trascrizione di una telefonata: quella di un imputato che diceva "lo abbiamo bastonato di brutto" o giù di lì. Dice che non si capiva bene. Fu lui a incontrare i genitori in questura 48 ore dopo per convincerli della possibilità di una morte per droga. Ricorda che era scosso perché Lino Aldrovandi piangeva. «E' stata l'unica volta che non ho pianto», ribatte uscendo il papà di Federico.

Checchino Antonini



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