14 dicembre 2007

Genova G8: Candanna per 24 manifestanti a 102 anni di carcere

Il tribunale di Genova ha emesso questo pomeriggio la sentenza di primo grado nel processo contro 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio per i fatti del G8 di Genova nel luglio del 2001. 102 anni complessivi di carcere per 24 manifestanti invece dei 225 richiesti dai pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani. «Una sentenza pesante e sproporzionata ai fatti», secondo Lorenzo Guadagnucci, del Comitato verità e giustizia. «È sbagliato applicare il reato di devastazione e saccheggio – prosegue Guadagnucci – Il fatto che per alcuni imputati, questo reato sia stato derubricato mostra che il lavoro fatto dagli avvocati, dai comitati, dalla manifestazione del 17 novembre, è stato utile. Senza, le sentenze sarebbero state ancora più pesanti. Il tribunale non ha avuto però il coraggio di andare fino in fondo e derubricare quest’ipotesi di reato per tutti i manifestanti».
Il colleggio giudicante, presieduto da Marco Devoto, ha assolto solo una imputata, Nadia Sanna, mentre ha condannato a 11 anni la lecchese Marina Cugnaschi, 41 anni, a 10 anni e sei mesi Francesco Puglisi e Vincenzo Vecchi, a nove anni Alberto Funaro, a 7 anni e dieci mesi Carlo Cuccomarino, a 7 anni e otto mesi Antonino Valguarnera, a 7 anni e sei mesi Carlo Arculeo, a 6 anni e sei mesi Dario Ursino e a 6 anni Ines Morasca. Per quattro di loro sono stati chiesti anche tre anni di libertà vigilata, dopo aver scontato la pena e l’interdizione permanente dai pubblici uffici. Per gli altri, il reato di devastazione e saccheggio è stato derubricato a danneggiamento per gli scontri avvenuti a via Tolemaide. «La resistenza alla carica dei carabinieri – spiega in un comunicato ‘a caldo’ Supporto legale–è stata scriminata come reazione ad atto arbitrario e di conseguenza non costituisce reato [in pratica la reazione alla carica dei carabinieri è stata considerata legittima, ma non i danneggiamenti successivi]». Massimiliano Monai, il giovane fotografato insieme a Carlo Giuliani mentre corre con una trave di legno sulla spalla all’assalto della camionetta dei carabinieri da cui partì il colpo che uccise Carlo, è stato condannato a 5 anni per lesioni all’autista del defender Filippo Cavataio. Paolo Putzolu è stato condannato a due anni e sei mesi, a un anno e 8 mesi Paolo Dammicco, a un anno e sei mesi Fabrizio De Andrade, a un anno e 5 mesi Federico Da Re, Angelo Di Pietro e Filippo D’Avanzo, a un anno e 4 mesi Duccio Bonetti e Stefano Caffagnini, a un anno e due mesi Antonio Fiandra e Francesco Toto, a 11 mesi Tabar Firouzi, a dieci mesi Luca Finotti, a sei mesi Mauro Degl’Innocenti e a 5 mesi Domenico Ceci.
Per il capitano Antonio Bruno, il tenente Paolo Faedda, il Primo dirigente Angelo Gaggiano, il Primo dirigente Mario Mondelli è stata chiesta la trasmissione degli atti per falsa testimonianza. I danni patrimoniali e non, invece, saranno valutati in un giudizio civile. I ventiquattro condannati dovranno pagare «danni di immagine» alla presidenza del consiglio. «La tesi per cui a offendere l’immagine dell’Italia sono stati i manifestanti è stata accolta», ha commentato supporto legale. Restano ancora aperti gli altri due processi avviati dopo i fatti del 2001. I processi sull’irruzione alla scuola Diaz e le violenze nella caserma di Bolzaneto, si dovrebbero concludere entro la prossima estate. Per Lorenzo Guadagnucci però, «sulle responsabilità della polizia serviva soprattutto una risposta politica più che giudiziaria e gli avvenimenti degli ultimi mesi dicono chiaramente che, sul piano politico, la partita è chiusa e l’impunità è garantita».
Condanne "indegne" le giudica il deputato no global di Rifondazione Francesco Caruso: "E' un indegno e inquietante attacco repressivo nei confronti della moltitudine che sei anni fa riempì le strade di Genova".


Bologna: Assolti i poliziotti autori del pestaggio al Cpt

Il giudice monocratico di Bologna Manuela Melloni ha assolto le otto persone imputate nel processo sul pestaggio di nove immigrati, dopo una rivolta, nel Cpt di Bologna il 2 marzo 2003. Quatto poliziotti erano accusati di lesioni aggravate, mentre quattro immigrati erano accusati di danneggiamento e lancio di cose. Per il giudice Melloni i quattro poliziotti - un ispettore capo e tre agenti - vanno assolti perchè si è in presenza di una causa di giustificazione (art.530 comma terzo cpp). Il Pm titolare dell'inchiesta, Silvia Marzocchi, aveva chiesto la condanna ad un anno per i poliziotti, l'assoluzione per gli immigrati. Simone Sabatini l'avvocato che tutela i tre immigrati che subirono lesioni quella sera aveva chiesto un risarcimento di 25.000 euro per ciascuno. Secondo l'accusa, e come raccontò in aula Said Imich, anche lui vittima dei pestaggi, tutto cominciò dopo che due immigrati tentarono di fuggire scavalcando il cancello del Cpt. Vennero ripresi e poi portati nelle stanze della polizia da dove gli ospiti sentirono provenire urla. Iniziò così una rivolta, e alcuni immigrati salirono sulla tettoia del centro, lanciando oggetti. Poi, per l'accusa, la situazione tornò alla calma ma circa mezz'ora dopo arrivarono i poliziotti in assetto antisommossa e cominciò il pestaggio. Le parlamentari Katia Zanotti (Ds) e Titti De Simone (Prc) visitarono il centro di permanenza temporanea 48 ore dopo e trovarono ancora le tracce di sangue sui pavimenti e gli immigrati feriti. Furono loro a denunciare l'episodio, e hanno testimoniato in aula quanto videro. L'avvoccato Sabattini ha spiegato di preferire aspettare la lettura delle motivazioni per commentare ma, ha aggiunto, «al momento mi è incomprensibile la formula assolutoria rispetto all'accusa».

Guglionesi (Cb): Tunisino pestato al bar. Ancora in coma, sentiti i testimoni. L'avvocato lancia un appello

Saiffedine Chaffar, il giovane tunisino pestato selvaggiamente in un bar di Guglionesi il 4 novembre scorso, è ancora in coma, attaccato ai respiratori artificiali, nella clinica di San Giovanni Rotondo. Le sue condizioni negli ultimi giorni hanno subìto un nuovo drammatico peggioramento. Le speranze che si svegli sono sempre più flebili, e mentre proseguono i pellegrinaggi dei familiari dal centro bassomolisano dove vivono fino all’ospedale pugliese, vanno avanti anche le indagini dei magistrati. L’inchiesta è nelle mani del sostituto procuratore Luca Venturi, che la settimana scorsa ha sentito alcuni testimoni nel palazzo di Giustizia frenano. Persone che quel pomeriggio domenicale hanno assistito all’incredibile episodio, hanno visto il gestore del bar, Rosario Renzetti, avvicinarsi al ragazzo e picchiarlo, causandogli probabilmente il danno alla testa che mezz’ora più tardi lo ha mandato in coma. Il sospetto è che Rosario non fosse solo, che ci fossero altre persone con lui. E’ questo che sta cercando di accertare la magistratura, anche se per il momento, almeno ufficialmente, solo Rosario Renzetti risulta iscritto sul registro degli indagati. Si stanno vagliando però anche le posizioni dei due fratelli di Rosario, Michele e Vincenzo, rispettivamente finanziere e agente di polizia penitenziaria. Ormai assodato che erano presenti nel bar quel pomeriggio, gli inquirenti lavorano per capire che ruolo hanno avuto nella vicenda, e soprattutto se hanno avuto una qualche responsabilità nell’accaduto.
L'avvocato: “Chi sa, parli”. “L’omertà è reato. Chi tace, rischia”. Sotto accusa i silenzi dei testimoni che domenica 4 novembre hanno assistito al pestaggio. L’indagine si allarga e si sta valutando la posizione dei fratelli di Renzetti, un finanziere e un agente di polizia penitenziaria. Per il momento l’unico indagato resta Rosario.
Guglionesi. Guglionesi paese di omertosi? La domanda aleggia sulla bocca di tutti in questo piccolo centro di seimila abitanti che domenica 4 novembre ha fatto da teatro al massacro di un giovane tunisino, da dieci giorni in coma nel reparto di rianimazione di Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo. Cosa è accaduto davvero quel pomeriggio, quando Saifeddine Chaffar è entrato per rivendicare dal barista Rosario Renzetti la sua paga di bracciante nei campi e ha avuto, in cambio, calci e pugni sferrati con insospettabile tecnica, che l’hanno ridotto a un vegetale senza nemmeno lasciare segni esteriori sul suo corpo? C’era qualcun altro con lui? E che ruolo ha avuto nel pestaggio? Perchè, se ha visto, non ha mosso un dito per impedire quel massacro, tanto che a metter fine al pestaggio ci ha pensato un giovane che si è fatto largo nel capannello di gente che accerchiava l’aggressione? Domande che a Guglionesi non trovano risposte adeguate. I carabinieri della stazione locale stanno lavorando senza tregua a questo caso, e hanno già ascoltato una ventina di testimoni. Persone che quel giorno, a quell’ora, c’erano e devono aver visto qualcosa. Eppure le testimonianze sono frammentarie, incerte e in qualche caso contraddittorie. Il sospetto che ci sia una reticenza dietro il silenzio degli spettatori ha preso corpo già domenica scorsa sull’altare della Chiesa Madre, quando il parroco don Gabriele si è appellato al senso civico e alla fratellanza che dovrebbe contribuire ad accertare la verità. Adesso anche il legale che tutela gli interessi della vittima lancia un messaggio contro l’omertà: «Chi ha visto, chi sa cosa è accaduto, parli». L’avvocato Giuseppe D’Urbano usa parole chiare: «Chi sa è opportuno che sappia anche che il proprio comportamento è penalmente sanzionabile in varie forme, e sicuramente non mancherà chi farà valere tale responsabilità». Il legale lascia intendere che un silenzio omertoso potrebbe essere perseguito ai sensi del codice penale, per i reati di false informazioni o favoreggiamento personale. «Non è una minaccia – dice ancora D’Urbano – ma per ora è solo un monito, un richiamo alla responsabilità personale e civica a cui nessuno deve sottrarsi». Intanto si stanno vagliando le posizioni dei due fratelli di Rosario Renzetti, Michele e Vincenzo, rispettivamente finanziere e agente di polizia penitenziaria. Ormai assodato che erano presenti nel bar quel pomeriggio, gli inquirenti lavorano per capire che ruolo hanno avuto nella vicenda, e soprattutto se hanno avuto una qualche responsabilità nell’accaduto. Il fatto che siano esponenti delle forze dell’ordine rende l’indagine ancora più delicata ma nello stesso tempo amplifica la portata dell’episodio, che per questa ragione è anche finito sulla scrivania del ministro degli Interni. Una interrogazione parlamentare tesa a far luce sui fatti di domenica 4 novembre chiede di conoscere il ruolo che hanno avuto i fratelli, col duplice obiettivo di accertare le responsabilità e sgombrare il campo dall’ombra di un sospetto che in paese diventa ogni giorno più pressante. Mentre il pm Luca Venturi sta valutando i documenti e le informazioni raccolte, la vita di Saifeddine Chaffar è appesa a un filo che diventa ogni giorno più sottile. Attaccato alle macchine, collegato a un respiratore artificiale, privo di calotta cranica per via della emorragia che ha alterato il cervello inondato dal sangue, il giovane trentunenne lotta contro una morte che i medici non escludono. Se il suo cuore si fermerà, come si teme e come temono adesso anche i familiari, l’accusa di lesioni gravissime a carico del gestore del locale diventerà un’accusa di omicidio. «Vogliamo la verità e vogliamo sapere cosa a successo a Saifeddine» dicono i parenti, tra cui la moglie tornata dalla Tunisia in questa circostanza dolorosa e inimmaginabile.

Il fratello di Aldo Bianzino scrive a Napolitano

Sappiamo tutto dell’omicidio a luci rosse di cui è stata vittima la povera Meredith Kercher. “Tanto – commenta caustico un perugino – è tutta gente che viene da fuori”. Ma sulla morte di Aldo Bianzino, un falegname di Pietralunga di 44 anni deceduto nel carcere di Pietralunga in circostanze e per motivi tuttora da accertare, a distanza di due mesi esatti, non si sa ancora nulla. Con la speranza di essere smentiti viene da chiedersi, come alcuni si chiedono nel perugino, come mai l’attività del Ris non abbia interessato la cella dove, tra la notte del 13 ottobre e la mattina del 14 Bianzino tirò il suo ultimo respiro. Come mai su quella cella non furono apposti sigilli e perché l’indagine per omicidio, aperta dallo stesso magistrato che di Bianzino aveva ordinato l’arresto, abbia sinora portato all’iscrizione nel registro delle indagini di una sola guardia penitenziaria, indagata per omissione di soccorso, che svolge ancora il suo lavoro nel carcere di Capanne. Anche il direttore del carcere è al suo posto e tutto sembra filar liscio come l’olio in questo caso fastidioso pieno zeppo di domande senza risposta ma sinora ritenuto poco interessante dalla stampa italiana e, fatta eccezione per il sottosegretario alla giustizia Manconi, che a pochi giorni dal decesso di Aldo andò a trovare in forma privata la compagna Roberta Radici, anche per una macchina giudiziaria straordinariamente lenta, almeno se paragonata all’efficienza dalla stessa dimostrata nel caso di Meredith. Parecchie di queste domande se le è fatte anche Claudio Bianzino, fratello di Aldo, che ha deciso di prendere carta e penna e di mandare una lettera a Giorgio Napolitano. Che qualcuno si appelli al presidente come si faceva con i sovrani, in un paese dove sulla carte le garanzie ci son tutte, sembra un po’ la dimostrazione che c’è qualcosa di ottocentesco in un sistema che si spende molto quando un fatto di cronaca diventa un “caso” strillato, e sembra investire assai meno quando si tratta di una morte talmente “ordinaria” da far insorgere più di un sospetto che, paradossalmente, meriterebbe per questo più attenzione e maggior efficenza. “Signor presidente – scrive Claudio Bianzino- leggo sui giornali, con immensa gioia, che è stata finalmente presentata all’Onu la moratoria sulla pena di morte” ma “….in un Paese civile come il nostro, un Paese che diffonde democrazia, pace e giustizia in tutto il mondo” la giustizia in casa di strada sembra farne poca: “Ho la speranza, signor presidente, che un giorno qualche nazione, ancora più civile della nostra, vada all’Onu a chiedere che venga fatta piena luce sulle centinaia di morti che avvengono all’interno delle carceri italiane. Questo per sperare di poter vivere in un mondo un po’ più giusto, un po’ più libero, un po’ più vivibile. Così come avrebbe voluto anche quell’uomo. Quell’uomo che si chiamava Aldo. E che era mio fratello”. Non sappiamo se il presidente ha già risposto.

13 dicembre 2007

Comunicato sul processo in corso a Genova contro 25 attivisti di alcuni ex occupanti della scuola Diaz

In merito al processo contro i 25 attivist* accusati di devastazione e saccheggio e alla richiesta della procura di Genova di 225 anni di detenzione, noi, vittime dell'attacco alla scuola Diaz, dichiariamo quanto segue: Siamo scesi in piazza a Genova nel luglio del 2001 insieme a centinaia di migliaia di persone per manifestare contro la politica dei paesi del G8. La notte tra il 21 e il 22 luglio eravamo alla scuola Diaz, dove siamo stati barbaramente picchiati dalla polizia: alcuni di noi sono stati ridotti in fin di vita. Nei giorni successivi le violenze contro di noi sono continuate a Bolzaneto e in altre strutture detentive. Per anni si è indagato su di noi. Le accuse contro di noi erano ancora più gravi di quelle che vengono contestate adesso ai 25 attivist*. Pur senza prove siamo stat* accusat* di associazione a delinquere, di resistenza, addirittura di detenzione di armi da guerra. Ma questo non è bastato: è stata mossa contro di noi l'accusa di devastazione e saccheggio, quasi mai usata in Italia perchè questo paragrafo risale agli anni del regime fascista. La pena prevista va dagli 8 ai 15 anni. Il procedimento contro di noi è stato archiviato. Durante le indagini invece è emerso che la polizia ha sistematicamente falsificato prove e inventato presunti reati a nostro carico per nascondere i propri. Per citarne uno: due bottiglie molotov sono state introdotte nell'edificio della scuola Diaz dagli stessi ufficiali. Ora, vari dirigenti di polizia sono accusati di lesioni, falsa testimonianza e calunnia. Tuttavia i processi contro di loro procedono a rilento e in questo modo i già brevi termini di prescrizione verranno sicuramente superati. E' probabile che nessun poliziotto verrà mai punito con una pena detentiva per le violenze di piazza o nella scuola Diaz. Nello stesso tempo, la procura richiede che 25 attivist* italian* siano condannat* per devastazione e saccheggio a un totale di 225 anni di detenzione, di cui alcuni per aver difeso una manifestazione dalle cariche non autorizzate di un contingente di carabinieri. Consideriamo l'accusa un chiaro tentativo politico di criminalizzare un intero movimento. Protesta e resistenza vengono affrontate esclusivamente come problemi di ordine pubblico: si cercano capri espiatori per giustificare la brutale condotta della polizia nel 2001 e la successiva repressione. Noi non lo accettiamo! Non accettiamo la separazione dei manifestanti in buoni e cattivi. Ai 25 e a tutte le vittime della repressione va la nostra piena solidarietà e il nostro sostegno! Vogliamo invece che si faccia chiarezza sull'operato omicida delle forze dell'ordine in quei giorni: in via Tolemaide, in piazza Alimonda, nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto e in innumerevoli altri luoghi. A Genova abbiamo assistito ad una brutale, disumana e mortale operazione di polizia. Amnesty International definisce i fatti di Genova la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale. Interpretiamo l'accusa di devastazione e saccheggio e le pene richieste come una continuazione di tale sospensione dei diritti. Per quanto siamo divers* tra noi, per quanto diverse possano essere le nostre posizioni, abbiamo tuttavia qualcosa in comune: a Genova abbiamo portato in piazza la nostra protesta contro la politica dei G8. Abbiamo combattuto contro la logica dello sfruttamento capitalista che penetra in tutte le sfere dell'esistenza, contro una divisione del mondo in poveri e ricchi, contro una politica migratoria sempre più razzista e repressiva, per un mondo senza rapporti di dominio e di sfruttamento. Durante le giornate di Genova centinaia di migliaia di persone, insieme, hanno reso palpabile la speranza in un mondo diverso: la storia siamo noi. Non accettiamo che governo e polizia riscrivano la storia della nostra resistenza! Rispediamo al mittente tutte le accuse ed esigiamo l'assoluzione per tutt* gli attivist* imputat*!

Alcun* ex occupanti della scuola Diaz

Berlino, Dicembre 2007

12 dicembre 2007

Il 41bis è tortura bisogna abrogarlo

A volte ci vuole un giudice americano o un articolo reportage su El Pais International per accendere i riflettori sul 41 bis. Una norma dell'ordinamento penitenziario prevista per coloro che hanno procedimenti o condanne per reati di mafia o terrorismo istituita nel 1992. Il 41 bis è applicato attualmente a 560 detenuti e a 5 detenute, in Italia ci sono 13 carceri dove vige questo regime. Di che si tratta: di norme che prevedono un colloquio solo al mese con i parenti più stretti e con il vetro, detenzione in celle piccole e singole, due ore di aria al giorno ed in non più di cinque persone, impossibilità a cucinarsi in cella, censura forte sulla corrispondenza, impossibilità di usufruire di colloqui telefonici, non avere più di tre libri in cella, impossibilità di frequentare qualsiasi corso nelle carceri. E' nei fatti una norma che ratifica l'isolamento, oltremodo c'è una fascia di detenuti e detenute considerati "più pericolosi" ai quali viene applicato in aree chiamate riservate proprio l'isolamento totale che può durare anni, c'è chi da sette otto anni vive in queste condizioni, esiste quindi un 41 bis nel 41 bis, non legiferato ma applicato.Credo che l'isolamento prolungato sia una forma di tortura, pertanto solo questo sarebbe sufficiente per iniziare una battaglia per l'abrogazione di questo articolo, è veramente strano che poche persone alzino la voce contro questa pratica, molti fanno finta di non sapere, altri addirittura lo condividono purtroppo anche a sinistra, la frase ricorrente e che giustifica questo trattamento è la gravità dei reati commessi da chi vi è sottoposto. Abrogare il 41 bis sarebbe un segnale di civiltà giuridica e anche proprio di civiltà in senso stretto, i retagi di una cultura della vendetta, di una cultura afflittiva della pena purtroppo sono ancora forti.Non solo la destra, ma anche la sinistra è piena di storia dove la cultura garantista viene affossata.La corte europea per la difesa dei diritti umani di Strasburgo ha censurato ripetutamente il 41 bis che viola questi diritti nell'art.6, sulla possibilità di una giusta difesa, in quanto c'è l'obbligatorietà per chi è sottoposto al 41 bis di assistere e partecipare al dibattimento solo in video conferenza, che nei fatti limita la possibilità di una corretta difesa, ed il 41 bis è in contrasto anche con l'art.8 che sostiene anche per chi è detenuto il corretto rapporto con la famiglia, il colloquio con i vetri anche con i figli piccoli ne è l'antitesi.La sinistra dovrebbe essere in grado di dire altro rispetto al carcere, alla pena, al diritto, dovrebbe sperimentare nuove vie, nuove culture anche rispetto a questi terreni. Indulto, amnistia, abolizione dell'ergastolo, abolizione del 41 bis sono tutti tasselli fondamentali, per creare una cultura e una prassi altra, una cultura di libertà che dia anche un segnale di rispetto del diritto. "La civiltà di una nazione si vede dallo stato delle proprie carceri", affermazione veritiera e la durezza delle condizioni di vita nelle carceri non è un bel segnale.


Giulio Petrilli Gruppo di lavoro naz. carceri Prc-Se

11 dicembre 2007

Processo agli antifascisti a Torino. Comunicato del comitato 18 giugno

Lunedì 10 dicembre si è concluso il processo di primo grado contro 10 antifascisti torinesi che avevano partecipato nel giugno del 2005 ad una manifestazione di denuncia, in risposta ad una grave aggressione fascista avvenuta pochi giorni prima ai danni di due anarchici di una casa occupata. Il reato contestato al momento dell’arresto fu devastazione e saccheggio, resistenza e lesioni.
Nel corso del processo il PM aveva chiesto 5 anni e 5 mesi per gli imputati.
Il tribunale ha assolto tutti dal reato di devastazione e saccheggio,comminando pene solo per i reati di resistenza e lesioni con condanne che variano dai nove mesi all’anno e otto mesi e a tutti è stata concessa la sospensione condizionale della pena.
Riteniamo sicuramente positiva l’assoluzione da quel reato di devastazione e saccheggio che da subito si è connotato come spropositato in relazione ai fatti realmente accaduti a Torino e che dava continuità alla repressione iniziata a Genova e concretizzatasi a Milano con condanne pesantissime.
Rimane il fatto che la sentenza torinese ha condannato gli antifascisti alla massima pena per reati di resistenza e lesioni.
Esprimiamo la nostra totale solidarietà ai compagni di Genova ancora sotto processo e accusati come a Milano e Torino di aver manifestato il loro dissenso alle politiche dominanti.
IL COMITATO ANTIFASCISTA 18 GIUGNO TORINO

10 dicembre 2007

G8 Genova: la sentenza prima di Natale le intercettazioni infiammano il processo

I pubblici ministeri depositano una voluminosa memoria.
Gli imputati, accusati di devastazione e saccheggio: vittime sacrificali per "sanare" una brutta storia.

Con l´ultima arringa difensiva, affidata all´avvocato Roberto Lamma, ieri pomeriggio si è formalmente chiuso il dibattimento per la devastazione e il saccheggio di Genova del luglio 2001. La settimana prossima è in programma una breve replica della pubblica accusa, che ha comunque depositato una corposa memoria. Ci sono buone ragioni per credere che la sentenza arriverà prima di Natale. Gli imputati, 25 italiani - 4 genovesi - rischiano 225 anni di prigione. E´ il primo dei processi-chiave del G8 ad arrivare in fondo, mentre per gli altri due - l´irruzione alla scuola Diaz, i soprusi e le violenze nella caserma di Bolzaneto - si dovrà attendere l´estate. Come minimo.Il legale di Carlo Arculeo e Antonino Valguarnera ha chiesto il proscioglimento dei suoi due assistiti, che in realtà rischiano dieci anni a testa. «Sono persone capitate nel punto sbagliato e nel momento sbagliato». Parlando per oltre cinque ore di processo "politico" e di capri espiatori, Roberto Lamma ha contestato l´aspetto giuridico e morale dell´inchiesta dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani. Ha attaccato la ricostruzione dei fatti fin dai suoi presupposti, rifiutando l´ipotesi formulata dalla procura: «Devastazione e saccheggio è una figura che non ha mai avuto precedenti, neppure nelle manifestazioni (ben più violente) degli anni Settanta». E ha meglio illustrato una serie di fatti che invitano a riflettere ancora una volta sul comportamento della polizia durante il vertice internazionale.Esemplare la ricostruzione del principale capo d´accusa per la coppia di presunti Black Bloc, che all´inizio aveva risposto addirittura di tentato omicidio. Arculeo e Valguernera in sella ad una Vespa rubata avrebbero infatti attaccato - a lanci di molotov - una coppia di poliziotti, giusto davanti alla caserma della Stradale di piazza Tommaseo. Lamma ha dimostrato come fosse tecnicamente impossibile accendere e tirare bottiglie incendiarie sullo scooter. Vale la pena di segnalare che le molotov furono poi «erroneamente» distrutte. Dallo stesso artificiere che, sempre per sbaglio, si sbarazzò di altre due bottiglie piene di benzina: quelle piazzate dalla polizia alla scuola Diaz, la regina delle prove false contro i no-global. Per non dire di errori e contraddizioni nei verbali degli investigatori.
«Con questo processo si vuole pacificare, si vuole "sanare" una storia che nessuno riesce a digerire. Qualcuno vorrebbe pagare un prezzo tutto sommato "accettabile": 25 persone da condannare severamente. E tutti contenti. Ma di persone si tratta - ha accusato Lamma - e la responsabilità è, appunto, personale». In altre parole: le accuse devono essere circostanziate, supportate da indagini importanti sugli individui coinvolti perché "importanti" sono le ipotesi di reato e le conseguenze. «Non si può trattare un reato che ha otto anni di pena minima come se fosse una contravvenzione davanti al giudice di pace. Non basta dire: "Era lì...", per chiedere ed ottenere una condanna». Non è sufficiente dire che facevano parte del Blocco Nero. Bisogna intanto spiegare che cosa è questo Blocco, e dimostrarne la appartenenza. E´ desolante limitarsi ad usare la formula: «In qualche modo».Lamma ha criticato anche l´attacco della requisitoria, quando i pm mettevano sullo stesso piano il «massacro» della Diaz e la «devastazione» di Genova. Quando parlavano di «guerra tra bande». «Intanto perché non esiste la figura giuridica del "massacro", mentre quella della "devastazione e saccheggio" c´è, eccome: ed è punita in maniera durissima. E poi perché quelli commessi a Bolzaneto e alla Diaz sono reati molto più gravi, perché disonorano il Paese: ma i colpevoli beneficeranno della prescrizione, e intanto sono già stati tutti promossi. Questi ragazzi invece rischiano condanne più pesanti di un mafioso o di un assassino».

Torino: Processo agli antifascisti. Decade l'accusa di devastazione e saccheggio

Undici condanne ma è decaduto il capo d'imputazione di devastazione e saccheggio. È la sentenza emessa questa mattina a Torino per i disordini che erano scoppiati in via Po, nel capoluogo piemontese, alla manifestazione antifascista del giugno 2005. Il corteo era stato promosso dopo l'aggressione, con accoltellamento, di alcuni ragazzi della casa occupata Barocchio da parte di esponenti di estrema destra. La manifestazione si era conclusa con violenti scontri con le forze dell'ordine, incendi di cassonetti e altri danneggiamenti e a giudizio c'era 11 giovani del movimento anttifascista. Il giudice non ha ritenuto sussistente l'ipotesi di devastazione e saccheggio.

fonte: Adnkronos

9 dicembre 2007

Roccaravindola (IS): Giovane chiama il 112 e viene malmenato dai Carabinieri

Carabinieri che picchiano persone innocenti con la sola colpa di avergli arrecato disturbo. Questo è successo nella mattinata di sabato 8 dicembre nei pressi del distributore Q8 a Roccaravindola in provincia di Isernia. Vittima dell'episodio, un ragazzo 19enne del posto. Erano circa le 6,20 quando il giovane si trovava nel luogo dell'aggressione e trovava il distributore di benzina chiuso. Rimasto sconcertato dal disservizio ha pensato di chiamare il 112 per chiedere dove potesse trovarne uno aperto visto che si doveva recare a Roma. I militari, seccati dalla chiamata, hanno fatto ribalzare la richiesta di intervento da Isernia a Venafro fino a quando una volante non è giunta sul posto. Appena arrivati sul posto uno dei due militari è piombato addosso al 19enne cominciando ad inveire con frasi ingiuriose e ginocchiate. Il ragazzo dopo aver cercato di difendersi ha chiesto aiuto all'altro carabiniere il quale ha fatto finta di niente e si è allontanato dal luogo del pestaggio. Il ragazzo ha cercato invano di avvertire la famiglia ma i militari oltre ad impedirglielo lo hanno costretto a salire sulla vettura dell'arma per un controllo in caserma. Dopo averlo trattenuto in macchina e controllato i documenti gli hanno detto: "Devi chiamare soltanto quando ti rapinano o ti stanno aggredendo". Ora i genitori chiedono alle autorità competenti di fare piena luce sull'accaduto e di acquisire i filmati della telecamera del benzinaio che inquadrava perfettamente la zona dove sono avvenuti i fatti. Il ragazzo soffre di angioedema, una patologia che può portare alla morte in casi di forte stress.

"Morire di carcere": 39 i detenuti suicidi dall'inizio dell'anno

Nelle carceri italiane si continua a morire. Per omicidio, per malattia, per overdose, per cause da accertare. Ma soprattutto per suicidio. I detenuti si tolgono la vita con una frequenza venti volte maggiore rispetto alle persone libere. Spesso, lo fanno negli istituti dove le condizioni di vita sono peggiori: strutture fatiscenti, con poche attività ricreative, con scarsa presenza del volontariato. A ottobre si sono suicidate sette persone. Trentanove dall'inizio dell'anno. Quattrocentoventotto dal 2000.I casi registrati dal Centro di Documentazione di Ristretti Orizzonti, la fonte più ricca e aggiornata in materia di carceri, non rappresentano però la totalità delle morti che avvengono all'interno dei penitenziari. Sono quelle ricostruire in base alle notizie dei giornali, delle agenzie di stampa, dei siti internet, delle lettere che scrivono i volontari o i parenti dei detenuti. Molte morti passano ancora sotto silenzio, nell'indifferenza dei media e della società.Giorgio. Il caso più recente di suicidio è quello di Giorgio, detenuto di 48 anni impiccatosi a Prato con i lacci delle scarpe. Aveva passato gli ultimi sei mesi come detenuto modello. Non una sbavatura, non una parola o un gesto fuori dalle regole. Punito con sei anni per crimini sessuali, viene rinchiuso nella sezione 7 del penitenziario, quella più protetta. Il 28 ottobre il compagno di cella di Giorgio rientra, si dirige in bagno, ma la porta è bloccata.Chiama le guardie. È il corpo di Giorgio che preme, attaccato ai tubi del soffitto con i lacci delle scarpe. Il tentativo di suicidio compiuto in carcere è punito disciplinarmente (come avviene anche per l'autolesionismo, il tatuaggio, il piercing), in base all'articolo 77 del Regolamento penitenziario. Oltre alle possibili sanzioni decise dal Consiglio di disciplina (richiamo, esclusione dalle attività, isolamento), l'infrazione disciplinare comporta la perdita dello sconto di pena per buona condotta (liberazione anticipata). Il codice penale, invece, non considera reato il tentativo di suicidio.Doppia sofferenza. Quello di Giorgio è un suicidio anomalo, apparentemente senza spiegazione. Spesso le persone che si sono tolte la vita erano affette da malattie invalidanti, o ricoverate nei centri clinici penitenziari. Il fatto di raggruppare i detenuti in base al loro stato di salute, con l'occasione di specchiarsi quotidianamente nella doppia sofferenza dei compagni, quella della detenzione e quella della malattia, contribuisce a far perdere ogni speranza. Nella perdita di ogni speranza c'è forse la spiegazione, elementare e palese, per la maggior parte dei suicidi che avvengono nelle carceri. "Si uccide chi conosce il proprio destino e ne teme l'ineluttabilità", scrive l'associazione "A buon diritto". La ricerca di "Ristretti Orizzonti" evidenzia come l'ingresso in carcere, i giorni immediatamente successivi e quelli prima della scadenza della pena siano il momento di rischio più elevato. Si tolgono la vita più frequentemente coloro che hanno ucciso il coniuge, parenti o amici. Più raramente i responsabili di delitti maturati nell'ambito della criminalità organizzata.Un terzo sono giovani. Alcuni eventi della vita detentiva, poi, sembrano funzionare da innesco rispetto alla decisione di "farla finita": il trasferimento da un carcere all'altro (a volte anche solo l'annuncio dell'imminente trasferimento, verso carceri e situazioni sconosciute), l'esito negativo di un ricorso alla magistratura, la revoca di una misura alternativa, la notizia di essere stati lasciati dal partner.Abbastanza rari, invece, sembrano essere i casi di suicidio direttamente connessi all'arrivo della sentenza di condanna. Circa un terzo dei suicidi aveva un'età compresa tra i 20 e i 30 anni e, più di un quarto, un'età compresa tra i 30 e i 40. In queste due fasce d'età il totale dei detenuti sono, rispettivamente, il 36 percento e il 27 percento: quindi i ventenni si uccidono con maggiore frequenza, rispetto ai trentenni. Nelle altre fasce d'età le percentuali dei suicidi non si discostano molto da quelle del totale dei detenuti.

Fonte: Peace Reporter

Omicidio Aldovandi continua l'ascolto dei testi

«Buongiorno, scusi, io abito in via Ippodromo, proprio davanti al parco c'è uno che sta andando in escandescenza, sta urlando come un matto e sbatte dappertutto. Non ho capito se sono uno o in due perché sono nascosti dagli alberi». La voce di Cristina Chiarelli, che chiamò il 112 all'alba del 25 settembre del 2005, risuona in aula registrata. Lei, sul banco dei testimoni, si trincera dietro una serie di «non ricordo». Anche la terza udienza del processo per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi durerà dieci ore e vedrà un buon numero di testimoni alle prese con la ricostruzione della scena del misterioso e violentissimo controllo di polizia in cui perse la vita il diciottenne ferrarese. Più precisa Lucia Bassi, dirimpettaia di Annemarie, la donna camerunense che, per prima, ha descritto quello che potè osservare dal suo balcone. Anche Lucia Bassi vide Federico steso a faccia in giù mentre lo ammanettavano. Sentì una voce femminile chiedergli «Come ti chiami?». Accento veneto, e veneta è l'unica donna imputata. «Ma figurati se davvero ti chiami Federico», le rispondeva chiedendo «dove sono andati gli altri? Sono scappati dal parchetto? Quanti erano in macchina?». Il collega imprecava ché non riusciva ad ammanettare il ragazzo. E la donna: «Perché gli hai dato quel calcio in pancia?» Questo ha ricordato Lucia Bassi più sinteticamente di quanto avesse fatto con la tabaccaia di Via Mazzini, la prima importante testimone indiretta, che trovò il coraggio di raccontare in tv le confidenze della conoscente. Federico, intanto, chiedeva aiuto. E la poliziotta gli diceva «Adesso ti aiutiamo noi» e solo allora chiamerà un'ambulanza. Cosa avrà voluto intendere lo dovrà scoprire il processo. Intanto, il migliore amico di Federico ha potuto dare una testimonianza sulla personalità del ragazzo ucciso di cui i difensori degli agenti vorrebbero processare lo stile di vita. Una linea evidente dalle prime ore successive ai fatti quando la comitiva di Federico fu convocata in questura. Paolo Burini, ventun'anni, è lui quello che ha disegnato il logo (un Federico in kimono e con le ali d'angelo) era stato fatto accomodare in una stanza e lo interrogava un agente con la targhetta "Narcotici". I ragazzi chiedevano come stesse Aldro, la polizia insisteva sulle sostanze. Diceva che stava «così, così». ,Con tutte quelle domande sulle droghe, Paolo e gli altri pensavano che servissero a un intervento medico. Finché viene annunciato l'ingresso del medico legale. Un uomo con i capelli bianchi si siede a braccia conserte, «mi fissa in silenzio», ricorda Burini. Finché quell'uomo si si alza di scatto e sbraita alla domanda di Paolo: «Il tuo amico è morto perché era un drogato, come te, sappiamo che lo siete tutti! Diteci da chi comprate la roba». Non era un medico legale, era il capo della squadra mobile, il superiore diretto dei quattro agenti sotto processo. Pietro Scroccarello. Paolo ricorda con precisione quella mattina quando nel verbale troverà frasi artefatte. Come quella in cui gli fanno dire che Federico lavorava la sera per pagarsi le dosi. Chiederà di correggerle ma farà l'errore di fidarsi. Non lo rilegge e firma il verbale. Solo dai giornali, molto tempo dopo, scoprirà che non erano state cancellate le frasi mai pronunciate. Quando denunciò le manomissioni delle sue parole, Paolo Burini è stato denunciato a sua volta per diffamazione aggravata ma ieri ha trovato la forza di ripetere il suo racconto. Prossima udienza il 12 dicembre.

Sicurezza e cittadinanza: l'Italia si riscopre oscurantista

Un'operazione dal sapore illuminista, quella che il Censis compie nelle pagine dedicate ai temi della «sicurezza e cittadinanza». Illuminista, se utilizzata come griglia di lettura dell'oscurantismo odierno sulle questioni calde della sicurezza, dell'immigrazione e della cittadinanza. Di ignoranza e confusione si alimenta l'oscurantismo. E così, si legge nel rapporto, «Rom, rumeni, nomadi, zingari, irregolari e immigrati si mescolano nel linguaggio dei politici e dei media, influenzando la percezione della gente comune e insieme dimostrando come siano poco chiari i contorni, le cifre, le manifestazioni dell'oggetto che si vuole affrontare». Nell'ultimo anno, nota l'istituto, compaiono i primi segnali di insofferenza nei confronti degli stranieri, soprattutto rumeni e Rom, e iniziano ad apparire le prime crepe nel sistema di integrazione. Non mancano nel rapporto i numeri: la stigmatizzazione dei cittadini rumeni è andata di pari passo con la forte crescita della loro presenza (negli ultimi cinque anni i rumeni sono aumentati del 260%, a fronte di una crescita media degli stranieri residenti dell'89%). E sono sempre rumeni gli stranieri più denunciati per alcune reati, soprattutto i furti. Ma, è la conclusione, «la possibile deriva verso una politica centrata esclusivamente sull'ordine pubblico, più che sulla faticosa strada delle relazioni e della solidarietà, sembra essere un ulteriore portato di una società della molecolarizzazione esasperata che preferisce chiamare in gioco le responsabilità del singolo e la necessità della pena». Non aiuta a trovare risposte il Censis, quantomeno può servire a formulare correttamente le domande.

Decreto Sicurezza: il testo approvato in Senato

Espulsioni, perché e come
L'espulsione - che può essere adottata sulla base di «segnalazioni motivate dal sindaco del luogo di soggiorno del cittadino dell'Unione o del suo famigliare» - non può essere motivata da ragioni estranee ai comportamenti individuali. A disporre l'allontanamento per motivi di ordine pubblico o sicurezza dello stato è il ministro dell'interno con atto motivato. Per motivi di pubblica sicurezza, è il prefetto: l'interessato deve lasciare il territorio nazionale non prima di un mese o 10 giorni nei casi più gravi. Il divieto di reingresso non può essere superiore a 5 anni. Espulsione immediata, invece, per motivi imperativi di pubblica sicurezza (minaccia concreta, effettiva e grave alla dignità umana, ai diritti fondamentali della persona o all'incolumità pubblica). L'allontanamento è disposto dal questore (possono intervenire anche il ministro dell'interno e il prefetto). L'esecuzione è sospesa fino alla convalida del giudice con decreto motivato entro le 48 ore successive, durante le quali gli interessati sono trattenuti nei Cpt o presso le questure. Il prefetto dispone l'allontanamento per cessazione delle condizioni che determinano il diritto di soggiorno, come la mancanza di «risorse economiche sufficienti».
Discriminazioni
Si fa riferimento all'art. 13 del trattato di Amsterdam contro discriminazioni «fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali». Reclusione fino a 3 anni per chi incita a commettere o commette atti di discriminazione.

Isernia: Condannato poliziotto che nel 2000 ferì un giovane

Tre mesi di reclusione e cinque mila euro di provvisionale, oltre al pagamento delle spese processuali e di quelle in favore della costituita parte civile. Questa è la condanna che il giudice Laura Liguori del Tribunale di Isernia ha inflitto al poliziotto Vincenzo Di Carlo in servizio presso la polstrada di Isernia. Stando alla ricostruzione dei fatti, l'agente Vincenzo Di Carlo rimase coinvolto in una lite scoppiata tra il fratello minore Rocco e un giovane di Pozzilli (Is), Mauro Calleo. A quanto pare dalla pistola di ordinanza del poliziotto partirono dei colpi, uno dei quali colpi il giovane di Pozzilli al ginocchio. Con la sentenza di primo grado, il Tribunale di Isernia ha di fatto accolto le tesi del difensore di parte civile, secondo il quale si sarebbe trattato di lesioni volontarie e non colpose.

Cagliari: muore un detenuto 38enne, è il terzo in un mese

L'hanno trovato in cella all'una e mezzo del mattino. Morto. Stroncato forse da un'overdose di eroina, forse da un cocktail di farmaci. Si chiamava Benedetto Orrù, aveva 38 anni, lascia una moglie, era di Monserrato. Era dentro da tredici mesi. Avrebbe dovuto restarci altri cinque anni e mezzo, per effetto di una condanna per rapina e detenzione di arma da fuoco. È l'ennesimo morto, in questo che verrà ricordato come l'autunno orribile di Buoncammino.La notizia trapela a fatica, dalle mura del carcere che domina il belvedere. Come tutto ciò che accade dentro. Il poco che si sa è presto detto: qualcuno, probabilmente un compagno di cella, si rende conto intorno all'una e mezzo che Benedetto Orrù è privo di conoscenza.Scatta l'allarme. Si prestano i primi soccorsi, viene anche chiesto l'intervento del 118, ma per il detenuto non c'è più niente da fare: è morto. Ciononostante, il corpo viene portato fuori dal carcere, al Binaghi, dove arriva intorno alle due del mattino. Viene subito avvisato il magistrato di turno, che è il sostituto procuratore Giancarlo Porcu. Su sua disposizione, ieri, sono stati interrogati i compagni di cella di Benedetto Orrù. Sempre il pm ha disposto per stamattina l'autopsia: l'esame, che sarà eseguito dal medico legale Francesco Paribello, sarà fondamentale per fugare i dubbi sulle cause del decesso.Secondo quanto riferito dal direttore del carcere, Gianfranco Pala, le condizioni di salute di Orrù erano da tempo precarie a causa del prolungato consumo di stupefacenti che gli aveva minato il fisico. Il detenuto era stato visitato in ospedale la scorsa settimana, ma aveva rifiutato il ricovero. Lo stesso Pala racconta di avergli parlato alle 13.30, ore prima della morte, senza notare niente di particolare. "Apparentemente stava bene, compatibilmente con le sue condizioni", ha spiegato il direttore del penitenziario.Orrù ha consumato un'ultima cena leggera ed è andato a dormire intorno alle 21.30. I suoi due compagni di cella l'hanno sentito russare per un po'. È stato proprio il cessare improvviso di questo rumore a impensierire i due, che gli si sono avvicinati, intorno alle 23.30. Come verificato subito dopo dalle guardie carcerarie chiamate dai compagni di cella e dal medico, Orrù era già morto. Sul suo corpo non c'erano segni di iniezioni, che avvalorerebbero l'ipotesi di un'overdose, né di altra natura. Il detenuto soffriva di gravi patologie al fegato e ai polmoni.Overdose. La prima ipotesi è quella di un'overdose, quindi una morte accidentale seguita a un'assunzione di stupefacenti, probabilmente eroina. A quel punto, scatterebbe un'inchiesta per appurare come la droga possa essere entrata in carcere e chi l'abbia passata al detenuto. La seconda ipotesi aprirebbe invece le porte a scenari diversi: a stroncare Benedetto Orrù potrebbe essere stato anche un cocktail di farmaci, magari assunto con l'intenzione di suicidarsi. Esclusa, per ora, la pista di un omicidio per avvelenamento.A far propendere gli inquirenti verso la pista dell'eroina, il vissuto di Benedetto Orrù. Il suo nome compare nelle cronache sette anni fa, quando fu arrestato per aver puntato una siringa sporca di sangue contro un ragazzo per portargli via uno scooter. Poi ci fu il tentato furto di un'auto. Poi l'arresto per violazione della misura cautelare domiciliare.Il salto di qualità due anni e mezzo fa, quando in base alla prova del Dna fu accusato di essere uno dei due banditi che il 23 maggio 2003 assaltarono pistola in pugno il bar Soleado a Monserrato: una rapina da 600 euro, conclusa con un inseguimento drammatico e una gazzella dei carabinieri finita contro l'auto di un passante. Ma i guai di Benedetto Orrù non erano finiti. Un anno e mezzo fa l'accusa di aver organizzato una trappola ai danni dei clienti di una prostituta: mentre il rapporto veniva consumato, l'uomo avrebbe portato via le loro auto. Il conto giudiziario era arrivato nell'ottobre del 2006: sei anni e quattro mesi di detenzione.Prima di lui nel carcere di Buoncammino si erano uccisi, il 22 ottobre scorso, Licurgo Floris, 55 anni, condannato per l'omicidio di una quindicenne di Carbonia, trovato impiccato con una cinghia, e un diciannovenne di Sant'Anna Arresi (Sulcis), Massimo Floris, accusato di aver ferito un ragazzo con una coltellata.

Fonte: L'Unione Sarda

6 dicembre 2007

G8 Genova: Assalto alla Diaz, l´autogol della polizia. Il teste della difesa: “Mai visto lanciare oggetti dalle finestre”

Degli avvocati dei poliziotti imputati al processo Diaz si potranno dire molte cose, ma sicuramente non che ammaestrino i loro testimoni.E´, infatti, raro assistere ad una deposizione boomerang come quella andata in scena ieri mattina nell´aula magna del palazzo di giustizia. Davanti al tribunale, presieduto dal giudice Gabrio Barone, era in programma l´audizione di uno di quei testimoni con i quali i difensori dei 29 poliziotti accusati della brutale irruzione alla scuola di via Cesare Battisti, vorrebbero dimostrare che l´operazione fu decisa in seguito ad un´aggressione alla polizia, ed inoltre che, mentre i celerini si accalcavano, nel cortile interno furono oggetto di lanci di pietre ed altri oggetti.«Non ho visto scagliare niente dalla Diaz» ha ripetuto per una decina di volte la signora Marisa Rosa Paoletti, 71 anni, che nella notte cilena del G8 era affacciata alla sua finestra di via Battisti 4, proprio di fronte alla scuola del Genoa Social Forum. Emozionata, ingenua, ma coerente nel riproporre i suoi ricordi e perfino coraggiosa nel tenere testa al presidente del tribunale che con veemenza le ha più volte contestato che le sue dichiarazioni odierne non corrispondevano a quelle rilasciate il 7 agosto 2001 ad alcuni agenti di polizia giudiziaria. «In quell´occasione - le ha ricordato l´avvocato Marco Corini, legale di alcuni imputati - lei disse di aver visto scagliare degli oggetti».Ma la teste ha replicato: «Probabilmente non ci saremo capiti, non mi sarò spiegata bene, ma io non ho visto proprio niente scagliato dalla scuola».
Il presidente Barone, che in passato di fronte alle contraddizioni di altri testimoni - vedi l´ex questore Francesco Colucci - non era apparso altrettanto severo, le ha fatto presente che con le sue attuali dichiarazioni poteva sottintendere ad un´accusa di falso nei confronti degli agenti di polizia giudiziaria. A quel punto una qualsiasi settantenne mai entrata prima di allora in un tribunale, sarebbe stata legittimata a togliersi dai guai riconfermando le sue precedenti dichiarazioni. Marisa Rosa Paoletti, invece, ha ribadito che non voleva accusare nessuno, che forse c´era stato un fraintendimento, ma che quanto scritto sul verbale non era quanto aveva visto lei. Allora, l´avvocato Corini, rivolgendosi al presidente ha detto «prenderà atto il tribunale del comportamento della teste… «. Significa che la signora Paoletti, sette anni dopo quella notte in cui «assistevo mio marito che stava morendo», rischierebbe addirittura un´incriminazione per falsa testimonianza?
L´avvocato Patrizia Maltagliati, legale di parte civile, pochi minuti prima si era alzata per sollevare un´obiezione. Il presidente l´ha redarguita bruscamente e lei solo insistendo è riuscita, quasi urlando, a dire che la teste veniva sottoposta ad un interrogatorio anomalo.Prima di andarsene la teste, rispondendo ad altre domande ha raccontato di un episodio accaduto proprio di fronte al suo portone: «C´erano tre che stavano picchiando un ragazzo… « e quindi ha aggiunto «non credevo, ma erano poliziotti quelli che picchiavano, io pensavo che fossero black bloc, ma erano poliziotti, perché avevano le divise, i caschi e come si chiamano… gli sfollagente».
Erano i manganelli che stavano sfondando un polmone a Mark Covell, giornalista inglese, il primo pestato della scuola Diaz.

5 dicembre 2007

G8 Genova: assolto in appello l'unico poliziotto condannato in 1 grado

L'agente era stato condannato per il pestaggio del giovane colpito con un calcio in faccioa dal vicecapo della Digos Perugini . Per i giudici non era ricoscibile.

Il primo e unico poliziotto condannato per i fatti del GB ieri è stato assolto dalla corte d´appello genovese. Giuseppe De Rosa, oggi alla squadra tifoserie della Digos milanese, catanzarese, condannato in primo grado a un anno e otto mesi con rito abbreviato, era stato il primo poliziotto a subire una condanna per i pestaggi nelle strade genovesi. La sua vicenda, insieme a quella di altri agenti oggi a processo, aveva personificato l´immagine più nitida e cruda della violenza vista durante quelle giornate Alle tre e mezza circa del 21 luglio 2001, in via Barabino, un gruppo di ragazzi passa nei pressi della questura genovese, lontano dalla zona degli scontri, in zona Foce: all´improvviso, senza alcun preavviso, motivazione e provocazione, alcuni poliziotti in borghese con casco e manganello partono all´attacco. Si distingue un uomo in maglia gialla, è l´allora vice capo della Digos Perugini: tutte le telecamere presenti immortalano il pestaggio, che all´epoca fece il giro del mondo. Il ragazzino in maglia rossa, con il volto sfigurato, l´occhio gonfio e tumefatto, si chiama Marco Mattana. A]l´epoca è minorenne All´udienza preliminare che si svolge nel novembre 2004 cinque poliziotti sono rinviati a giudizio: tra loro anche Perugini, già imputato al processo Bolzaneto. Viene invece archiviato l´ex capo della Digos genovese Spartaco Mortola - imputato nel processo Diaz e recentemente indagato per induzione alla falsa testimonianza, insieme a De Gennaro, e all´ex questore Colucci - la cui uscita dall´aula viene ricordata ancora oggi a Genova, perché paragonabile alla corsa cli un centravanti sotto la curva, con tanto di «uno a zero per me», esclamato davanti ai cronisti. Giuseppe De Rosa, invece, avèva chiesto il rito abbreviato: venti mesi di condanna e dieci mila euro come rimborso per il ragazzo minorenne, costituitosi parte civile. Per De Rosa, all´epoca, un´uscita alla chetichella e di nascosto dal palazzo di giustizia, da poliziotto condannato per lesioni aggravate, perché con il manganello ha colpito in faccia Marco Mattana. La Corte d´appello di Genova, ieri, ha riportato indietro la decisione: De Rosa è innocente, non ha commesso il fatto. Dietro la decisione tecnica c´è il secondo comma dell´articolo 530 del codice penale: la Corte d´appello non ha negato la violenza, l´evento in sé, ma è il riconoscimento di De Rosa a non aver convinto totalmente i giudici. Verrebbe dunque a mancare la prova che sia stato proprio De Rosa a commettere il reato. Nella sentenza di primo grado i giudici, avevano invece ritenuto sufficiente l´identificazione del poliziotto (che indossava casco e occhiali da sole al momento dell´aggressione), grazie ad un´indagine affidata all´ispettore capo Del Giacco (imputato nel processo Perugini), che aveva concluso - attraverso immagini dei giorni prima e grazie a quanto riferito da un altro collega - che quell´uomo immortalatò dalle immagini, era esattamente De Rosa. Per gli altri poliziotti oggi a processo le accuse, oltre alle lesioni, sono tra gli altri anche di falso e abuso di ufficio, a causa dei verbali con cui i ragazzi vennero arrestati (e poi subito archiviati, mentre il minorenne è stato assolto per ben due volte consecutivamente), a testimonianza di come durante quelle giornate, gli arresti illegali si siano sprecati. Il processo, la cui sentenza finale era prevista per dicembre, è slittato e riprenderà nel marzo 2008.

Genova G8: Processo false molotov, udienza rinviata

L'udienza preliminare per i due funzionari di polizia Pietro Troiani e Salvatore Gava, accusati di falso nell'ambito dei procedimenti per la scuola Diaz, è stata rinviata al 18 dicembre. Pietro Troiani è il postino delle molotov che avrebbero dovuto incolpare i manifestanti e poi rivelatesi una prova falsa. Salvatore Gava, commissario capo, è lo scout alla guida degli agenti che - nel media center della Pascoli - distrussero computer, sala stampa e ufficio legale. Entrambi sono imputati al processo Diaz per calunnia, ma le loro posizioni, in relazione alla firma dei falsi verbali, sono archiviate nel 2005. La procura genovese ritiene la sentenza sovrabbondante e ricorre in Cassazione. Nelle motivazioni del ricorso i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini contestano l'ipotesi del giudice genovese, per l'occasione fatta propria anche dal procuratore generale di Genova, anch'egli ricorrente, secondo il quale «tutte le risultanze istruttorie sembrano fondatamente deporre per un'azione preordinata e concertata allo scopo di arrestare gli occupanti della scuola Diaz». E' la tesi della sentenza di archiviazione del gup genovese: Gava e Troiani avrebbero firmato i verbali perché si sarebbero trovati in situazioni decise dall'alto. Si tratterebbe di «un falso inconsapevole». La pensano allo stesso modo le difese dei superpoliziotti imputati per falso e calunnia, che accusano la procura genovese di avere creato un «teorema» contro i vertici delle forze dell'ordine. I pm invece avevano ribattuto a questa tesi, che nel loro ricorso chiamano «terza via». Per Zucca e Cardona Albini le ragioni delle indagini e del processo sono altre: «Lo scenario emerso è adeguatamente rappresentato dall'ipotesi di una consapevole e deliberata azione che, avendo di mira un apparente obiettivo di giustizia, non ha esitato a percorrere ogni mezzo per raggiungere lo scopo sostanziale, dimenticando che la giustizia è risultato che può seguire soltanto l'osservanza di regole». Nessun piano preordinato per la procura, nessuna regia occulta: semplicemente un'operazione all'interno della quale si sarebbero verificati, oltre alla mattanza, anche i reati di falso e calunnia, per giustificare un'azione evidentemente gestita, e finita, male. Un inquinamento che, alla luce delle novità della settimana scorsa, sarebbe proseguito poi durante il dibattimento, attraverso la vicenda delle molotov scomparse, fino ad arrivare all'inchiesta sulla falsa testimonianza dell'ex questore Colucci, all'interno della quale sono indagati anche l'allora capo della polizia De Gennaro e l'allora capo della Digos genovese Spartaco Mortola. La sentenza della Cassazione, infine, suona piuttosto complicata anche per gli attuali imputati del processo Diaz, poiché specifica che, consapevole o inconsapevole (ipotesi ritenuta «poco credibile» dalla Cassazione), si tratta pur sempre di «falso».

4 dicembre 2007

Treviso: Bettio consigliere comunale della Lega Nord propone di usare i metodi delle SS con gli immigrati

«Usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Ha usato queste parole il consigliere leghista Giorgio Bettio, intervenuto durante il consiglio comunale per dare il suo appoggio all’ordinanza anti-sbandati sottoscritta da Gobbo e chiedere metodi più duri contro gli stranieri che abitano in città.
A dare il "la" all’invettiva del consigliere, a suo dire, «l’ennesimo sopruso patito da un inquilino dei palazzi dove abitano anche gli immigrati». Bettio accusa, ma non spiega quando e cosa sia avvenuto per scatenare tanta ira. «Non è possibile che gli immigrati vengano a vivere nei nostri condomini e poi comincino a comportarsi come Ras di quartiere o terroristi - dice - dovrebbero rispettare le regole e invece prima fanno finta di non capire poi, se redarguiti, passano alla minacce. Il decreto è troppo tenero». E lancia la sua proposta: «Gli immigrati che chiedono la residenza, se in possesso dei requisiti, dovrebbero essere messi sotto osservazione per sei mesi». Il piano, annunciato davanti ai volti increduli ma silenziosi dell’opposizione, suona più o meno come una prova d’esame: «Nel momento in cui ottengono la residenza - dice - la commissione dovrebbe assumersi il compito di seguirne gli spostamenti e controllarne il comportamento andando a chiedere informazioni anche ai vicini di casa. Passati questi primi sei mesi - continua Bettio - se gli stranieri si sono comportati bene, allora possono restare, in caso contrario devono essere sottoposti ad altri tre mesi di verifica e poi espulsi». Poi l’affondo: «Sarebbe giusto fargli capire come ci si comporta usando gli stessi metodi dei nazisti. Per ogni trevigiano a cui recano danno o disturbo, vengono puniti dieci extracomunitari». Dal banco della giunta, Gobbo annuisce e l’opposizione lascia correre: «E’ da anni che viviano il fenomeno dell’immigrazione - dice Sbarra - e la Lega, per propaganda, continua a spacciarlo come emergenza, invece di attivare tempestivamente politiche serie».

Ultrà: Non regge l'accusa di terrorismo

Non sussiste l’aggravante di «terrorismo», ipotizzata per gli ultrà arrestati a Roma dopo gli scontri e l’assalto alla caserma della polizia, che avevano fatto seguito alla morte di Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un poliziotto l’11 novembre scorso presso un autogrill nella provincia di Arezzo.
Lo ha deciso il tribunale del riesame, che pur disponendo che venga mantenuta la misura di custodia cautelare in carcere nei confronti di Claudio Gugliotti, 21 anni, ultrà della Roma, e Saverio Candamano, 27 anni, laziale. I due sono stati arrestati con l’accusa di devastazione, danneggiamento e lancio di «oggetti atti a offendere», infrazioni contestate anche a Valerio Minotti e Lorenzo Sturiale, di 21 e 30 anni, per i quali però è scattata la misura degli arresti domiciliari. Ma, per la prima volta, ai reati contestati si era aggiunto il «terrorismo».
«L’esclusione dell’aggravante delle finalità di terrorismo ed eversione riduce parzialmente la portata delle accuse per episodi comunque gravi, frutto di una reazione dissennata, dovuta ad un corto circuito emotivo collettivo», ha dichiarato il legale di Gugliotti, Francesco Romeo, dopo aver appreso la decisione del tribunale del riesame. Ora lo stesso tribunale si dovrà pronunciare sulla richiesta di revoca delle misure cautelari per altre tre persone, arrestate nei giorni successivi all’11 novembre, grazie alle riprese televisive e all’applicazione della «flagranza differita».

Treviglio: Presentazione del dossier " Cinici, infami e violenti"

Nella Bassa Bergamasca Carabinieri e Polizia locale sono accusati di aver picchiato e arrestato illegalmente cittadini italiani e stranieri. Di avere organizzato raid notturni su una Panda nera con targa rubata. Di aver fatto sparire sparire droga e cellulari.
C'e' chi li difende in nome del diritto alla "sicurezza". Per anni ci hanno chiesto di rinunciare a molte liberta', sempre in nome della sicurezza.Questi sono i risultati. Vi sentite piu' sicuri?

Sabato 08/12/2007 Piazza Garibaldi, Treviglio (BG) dalle ore 14.30

Presentazione del dossier sulla banda della panda nera "Cinici, infami e violenti"

Abolite l'ergastolo. Carceri in movimento

C’è chi chiede l’applicazione di misure penali nei confronti di lavavetri e writers, chi propone modifiche restrittive di provvedimenti approvati in una stagione di garanzie e diritti, come la legge Gozzini, ma c’è anche chi promuove una campagna per l’abolizione dell’ergastolo. Dal primo dicembre, in cinquanta carceri italiane, settecentocinquanta ergastolani hanno cominciato uno sciopero della fame per dieci giorni – ma almeno quaranta sarebbero disposti a proseguire ad oltranza – per chiedere al presidente e ai capogruppo del Senato che la discussione del disegno di legge [prima firmataria Maria Luisa Boccia, Prc] sull’abolizione dell’ergastolo venga effettuata prima possibile. L’organizzazione della protesta è stata affidata al sito internet dell’associazione di volontariato fiorentina Pantagruel [www.informacarcere.it]. Centinaia di detenuti, così si sono messin in rete. L’idea di organizzare uno sciopero della fame l’ha avuta un detenuto di Spoleto, Carmelo Musumeci: la sua lettera, pubblicata su web, ha fatto ben presto il giro delle prigioni. E in poche settimane sul sito sono comparse le risposte, centinaia di adesioni da tutte le carceri. Con un testo sempre uguale: «Per il rispetto dell’articolo 27 della Costituzione secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, dichiaro che dal primo dicembre 2007 inizierò uno sciopero della fame ad oltranza a sostegno dell’abolizione dell’ergastolo». In un’altra lettera inviata dagli ergastolani al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, tra l’altro, si legge: «L’ergastolo è una pena che rende il nostro futuro uguale al passato, un passato che schiaccia il presente e toglie speranza al futuro… È una morte bevuta a sorsi. È una vittoria sulla morte perché è più forte della morte». Lo sciopero della fame è stato sottoscritto al momento da 750 ergastolani [cioè quasi due su tre], ma anche da altre 10 mila persone, fra familiari, detenuti comuni, operatori sociali e politici. Per sostenere il lancio della campagna, alcune settimane fa l’associazione Antigone e Rifondazione comunista hanno promosso anche un appello al mondo della cultura e dello spettacolo perché possa veicolare il grido dei detenuti e spingere il parlamento a una scelta «coraggiosa, opportuna e civile». Tra gli altri, hanno aderito Mimmo Calopresti, Ascanio Celestini, Erri De Luca, Leo Gullotta, Wilma Labate, Carlo Lizzani, Citto Maselli, Mario Monicelli, Massimo Ranieri, Ettore Scola e altri. In concomitanza con l’inizio dello sciopero della fame, gli ergastolani Annino Mele e Salvatore Pezzino del carcere di Saluzzo [Cuneo] hanno promosso invece il loro «autoseppellimento». «Non potendo guardare in faccia alcun nostro futuro – spiegano in una lettera –, proviamo a chiuderci dentro le rispettive morgue rinunciando a tutto e tutti, con la differenza che ogni giorno per cinque minuti a partire dalle ore 16 ci suoniamo le campane a morto». L’autoseppellimento consiste nel non uscire dalla cella per nessun motivo, niente udienze con il direttore o colloqui con i familiari, niente docce, nessuna visita medica. In realtà, finora il no all’abolizione dell’ergastolo di molti politici e del ministro della giustizia Clemente Mastella non sembrano lasciare grandi speranze, se non quella di riaprire almeno un dibattito pubblico serio su questi temi. Ma secondo Vittorio Antonini, deteneuto e vicepresidente dell’associazione Papillon [alla quale aderiscono settemila detenuti di cinquantadue istituti di pena] non tutte le proposte del disegno di legge che prevedono l’abolizione dell’ergastolo sembrano condivisibili, a cominciare dalla quelle sulla «detenzione speciale», cioè l’allungamento della pena che può arrivare fino a 38 anni. «In alternativa bisognerebbe applicare le leggi vigenti–dice Antonini- come la condizionale per tutti gli ergastolani che hanno raggiunto il limite minimo che oggi è di ventisei anni».

Immigrati: Protesta contro le Poste, a Verona si incatenano

Hanno manifestato da nord a sud per ripetere una cosa che tutti sanno, ma contro cui nessuno è disposto a fare nulla: gli immigrati italiani sono perseguitati dal rinnovo del permesso di soggiorno alle Poste. Una vera e propria rapina istituzionalizzata: 72 euro per ottenere un documento richiesto dallo Stato e che, oltretutto, continua ad arrivare in ritardo. A Rimini - dove la mobilitazione è stata organizzata dal Laboratorio Paz e dal collettivo studentesco - il meccanismo per rinnovare il permesso è stato ribattezzato «killer kit». Associazioni, comitati, antirazzisti sono scesi in piazza a Bologna, Padova, Milano, Brescia, Catania, Gorizia e in molte altre città. «Tutti oggi parlano di sicurezza e in un giorno il governo ha firmato il decreto sulle espulsioni, che rischia di produrre un´equazione costante tra migrante e criminale. I migranti però sanno bene cosa vuol dire insicurezza, perché sono esposti da anni agli effetti della legge Bossi-Fini che, collegando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, li consegna all´incertezza della precarietà», scrive il coordinamento migranti di Bologna e Provincia. A Verona diversi immigrati hanno deciso di incatenarsi davanti al Comune per protestare contro il razzismo del sindaco. La mobilitazione contro la rapina del rinnovo dei permessi, infatti, è stata un'occasione anche per ribadire altre questioni. Come scrivono da Milano: «La legge Bossi-Fini è ancora in vigore e questo governo non sembra avere la volontà di abrogarla, né di superarne gli aspetti più discriminatori che provocano il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei migranti».

2 dicembre 2007

Sassari: detenuto muore soffocato, è omicidio o suicidio?

L'hanno trovato con un lenzuolo intorno al collo e in parte conficcato in bocca. Marco Erittu, sassarese, 40 anni, era agonizzante ma è stato impossibile salvarlo. Inizialmente si è pensato a un suicidio ma col passare delle ore sono aumentati i dubbi: è un delitto? Nella cella hanno lavorato per ore i militari del Ris alla ricerca di tracce. La Procura ha disposto l'autopsia.
È un mistero la morte di un detenuto nel carcere di San Sebastiano a Sassari. Marco Erittu, sassarese di 40 anni, in prigione per reati di piccolo conto, è stato trovato agonizzante sul proprio letto con un lenzuolo intorno al collo e in parte conficcato in bocca. In un primo momento gli inquirenti hanno pensato a un suicidio, ma con il passare delle ore sono emersi i primi dubbi sulla dinamica. L'episodio risale alle 18 di domenica.
Gli agenti della polizia penitenziaria trovano l'uomo moribondo in cella. Sul posto giungono i medici del 118 che non possono far altro che constatare il decesso per soffocamento. Si pensa a un suicidio, a una morte per impiccagione. Ma alcuni aspetti sulla dinamica fanno sorgere dei dubbi. Ieri il medico legale Stefano Lorenzoni ha fatto una prima ricognizione del cadavere. Non è emerso al momento alcun elemento che possa chiarire la dinamica. Una incertezza che alimenta i dubbi sulla morte avvenuta nel braccio detenuti comuni di San Sebastiano. Un vero e proprio giallo.
Le perplessità. Nessuno parla di omicidio, ma le perplessità sulla tragica fine di Marco Erittu dopo 48 ore sono ancora in piedi. Per tutto il giorno nella cella della vittima hanno lavorato i militari del Sis, la scientifica dei carabinieri. Rilevate le impronte, repertato materiale biologico. I militari e il sostituto procuratore Giuseppe Porcheddu ieri hanno sentito alcuni testimoni, cercando di ricostruire le ultime ore da vivo di Marco Erittu.
Trovato nella sua cella, riverso sul letto, da un agente penitenziario. Poco prima delle 18 la guardia ha sentito degli strani rumori provenire dalla prigione di Erittu. Sembravano lamenti. La guardia si è precipitata nella cella, ma ormai era troppo tardi. Marco aveva il lenzuolo attorcigliato attorno al collo e sulla faccia. Immediatamente è stata chiamata un'ambulanza del 118, ma l'équipe medica, al suo arrivo nel penitenziario di via Roma, non ha potuto far altro che constare la morte del detenuto. Per stabilire con esattezza le cause del decesso, la procura di Sassari ha disposto l'autopsia sul corpo di Marco Erittu.
Nessuno ci crede. Da diversi giorni chi divideva la vita da recluso con Marco, aveva notato un brusco cambiamento nel suo umore. Era più cupo e silenzioso del solito, ma nessuno poteva immaginare che stesse addirittura pensando di togliersi la vita. E nessuno ancora sembra crederci. La morte di Marco Erittu rialimenta la triste scia di tragedie nel carcere di San Sebastiano. Una catena che sembrava essersi interrotta per sempre: due morti nel 2002, uno nel 2003, un tentativo per fortuna sventato nel 2004. Ora la morte di Marco Erittu.
Ora che il vecchio carcere di San Sebastiano, con tutti i suoi problemi di organico e di inadeguatezza della strutture ha già preso la strada della pensione: fra quattro anni è previsto il trasloco nella nuova sede di Bancali. Lì, nella borgata alle porte della città sono già iniziati i lavori per dotare Sassari di un carcere in cui i detenuti possano vivere come uomini e non come topi. La spesa prevista è di cinquantotto milioni di euro, ma al momento solo quarantanove sono già stati finanziati.

«Abolite l'ergastolo». Sciopero della fame per 755 "fine pena"

Dopo l'indulto il tema dell'abrogazione del carcere a vita è sparito dall'agenda

E dire che prima dell'indulto - meglio, prima delle polemiche furibonde successive l'indulto - l'idea di abolire l'ergastolo era tutt'altro che tabù. Giuliano Pisapia lo aveva anche inserito nel progetto di riscrittura del nuovo codice penale. E Clemente Mastella, il guardasigilli, si era detto «possibilista». Ma poi, una volta approvato l'indulto, più nulla. Anzi, di lì in poi il dibattito politico intorno alla giustizia ha subito una virata giustizialista senza precedenti: certezza della pena, sicurezza e galera sono infatti diventate le parole d'ordine della politica e dei media nostrani.E loro, gli oltre mille detenuti condannati all'ergastolo, di fronte a questo vuoto, non hanno potuto far altro che proclamare uno sciopero della fame. Settecentocinquantacinque "fine pena" non mangiano da ieri. Quaranta hanno annunciato uno sciopero ad oltranza, «non abbiamo nulla perdere - hanno fatto sapere - nulla da perdere se non le nostre catene».Sono 50 gli istituti di pena coinvolti e 10mila persone tra familiari e associazioni appoggiano l'iniziativa. Tra loro anche Francesco Caruso, di rifondazione, che partecipa personalmente allo sciopero della fame dal carcere di Catanzaro: «Si tratta di una mobilitazione senza precedenti, in quanto vede coinvolti la maggior parte degli ergastolani attualmente detenuti. Lo sciopero della fame - ha continuato Caruso - si pone l'obiettivo di riaprire la battaglia per l'abolizione dell'ergastolo, una campagna che rischia di finire stritolata nel clima securitario di questi ultimi mesi, e per questo motivo gli ergastolani hanno scelto di mobilitarsi in prima persona, senza aspettare o delegare i tempi della politica: non è un caso che le proposte di legge sull'abolizione dell'ergastolo, che mirano a tramutare l'ergastolo in 30 anni di carcere, ancora non vengono calendarizzate in Parlamento e per questo motivo alcuni ergastolani hanno scelto di procedere allo sciopero ad oltranza fino alle estreme conseguenze per accendere i riflettori sulla loro condizione, dilazionata nel tempo, di "condannati a morte"». «Ci sono state - conclude il parlamentare di rifondazione - e ci saranno inoltre presidi e manifestazioni all'esterno delle carceri affinché la protesta degli ergastolani riesca ad avere visibilità e voce oltre le mura e le sbarre delle carceri nelle quali rischia di restare relegata, nell'indifferenza generale della società e della politica. Si va dal presidio di lotta dei centri sociali calabresi fuori del carcere di Catanzaro alla veglia di preghiera indetta all'esterno del carcere di Spoleto dalla Comunità Papa Giovanni XXIII di cui Don Oreste Benzi è stato il fondatore». Vittorio Antonini, detenuto e vicepresidente dell'associazione Papillon Rebibbia, aderisce alla richiesta di abolizione ma con alcuni distinguo: «Noi sosteniamo la battaglia degli ergastolani, ma per ottenere la riduzione secca dell'ergastolo a 30 anni. Devo dire - ha aggiunto - che non ci piacciano affatto le proposte di legge che prevedono l'abolizione dell'ergastolo che lo ricondurrebbero a pene variabili tra i 32 ai 38 anni. In alternativa crediamo che bisognerebbe almeno arrivare all'applicazione delle leggi oggi vigenti: penso alla condizionale da assegnare a tutti gli ergastolani che abbiano raggiunto il limite minimo che oggi è di 26 anni, tranne che nei casi in cui sia manifestamente provato il legame con la criminalità organizzata».

G8 Genova: L'inchiesta: «Quel teste ha paura e fa bene»

Ansiosi, attenti a tutto, preoccupati in particolare del «chi può dire che sapevamo?». Gli imputati al processo Diaz e per le false bottiglie molotov si interrogano e consultano per ogni dettaglio che tocchi il processo. Imprecando contro chiunque si metta sul loro cammino. Leggendo intercettazioni e brogliacci finiti nell'inchiesta sulla falsa testimonianza dell'ex questore di Genova Francesco Colucci (che sarebbe stato istigato a dire il falso dal prefetto Gianni De Gennaro) appaiono soprattutto preoccupati del ruolo di Lorenzo Murgolo, ex questore di Bologna oggi all'Aise, l'ex Sismi. Il 3 maggio, appena conclusa la deposizione di Colucci, Carlo Di Sarro (nel 2001 alla Digos, oggi vicequestore a Rapallo) chiama l'ex capo Spartaco Mortola: «Il problema è un altro, che il 10 è stato citato Murgolo e pare che faccia resistenza a venire», «si sta cagando sotto», chiosa Mortola. E Di Sarro: «A Murgolo bisogna massacrarlo proprio completamente». Il 9 maggio, Di Sarro richiama: «Si è rotto la clavicola», esordisce, poi spiega a Mortola che l'ex vicequestore di Bologna non andrà a deporre. Mortola risponde, spiega il brogliaccio di pg, «che è la classica operazione da Sismi procurandosi la lesione da solo per non presentarsi», e Di Sarro conclude «che tanto il problema è solo rinviato in quanto loro non mollano, lo aspetteranno al varco». Forse lo sembrano, ma non sono dettagli marginali: Murgolo è l'unico funzionario presente sulla scena la notte del 21 luglio del 2001 la cui posizione sia stata archiviata durante le indagini preliminari. Secondo la procura era presente sul luogo dei fatti solo perché inviato lì dall'allora vicecapo della polizia Ansoino Andreassi a controllare quel che sarebbe successo. Siccome non aveva compiti di polizia giudiziaria, e visto che quella alla Diaz doveva essere una perquisizione di Pg, rimase in disparte. Tra i tanti filmati elaborati dai periti di parte civile ce n'è uno, chiarissimo, in cui il funzionario è quasi sempre accanto alle ambulanze e ai mezzi di trasporto. Nella deposizione che la procura di Genova ritiene falsa, l'ex questore Colucci batte molto sul ruolo di Murgolo. A sorpresa, lo colloca al vertice della catena di comando della notte della Diaz. Per le difese è una mossa perfetta: se la testimonianza su Murgolo sarà ritenuta genuina il processo rischia di chiudersi con una archiviazione per tutti gli imputati e una indagine già morta perché prescritta. Colucci lo sa talmente bene che il 10 maggio a telefono con un amico gli confida: «D'altra parte chiamando in causa Murgolo non è che...», lasciando intendere «che chiamando in causa Murgolo che è stato assolto non ha poi danneggiato qualcuno più di tanto». E lo sanno Mortola e Di Sarro che il 15, quando è ormai chiaro che Murgolo non risponderà alle domande del pm commentano: «Pensavo... chi possono chiamare a dire che sapevamo? Nessuno».L'inchiesta su Colucci è in una fase delicata. In ogni momento potrebbe ritrattare la sua deposizione sostenendo di non aver subito alcuna pressione. E dire che l'ex questore, mentre raccontava come e perché il «capo» gli avesse chiesto di cambiare versione s'era anche chiesto come avrebbero reagito i pm: «Se me lo richiedono, dice: ma aveva dichiarato quello? Sì, avevo dichiarato quello, però, ripensandoci bene, sicuramente tante telefonate, tanti casini, che magari non me l'ha detto il capo, però hai capito, magari Zucca (pm della Diaz e dell'attuale inchiesta, ndr) si incazza».

«Amato non doveva nominare De Gennaro e Manganelli»

Giuliano Pisapia, presidente della commissione per la riforma del codice penale del ministero della giustizia e legale della famiglia Giuliani, aveva esposto il punto di vista giuridico sulle vicende del 2001, proprio a Genova lo scorso 17 novembre. Da quel giorno a oggi le vicende giudiziarie legate al processo Diaz si sono evolute, aprendo nuovi squarci di indagine e di riflessione su politica, forze dell'ordine, magistratura.


Che idea si è fatto delle indagini su De Gennaro, Colucci e Mortola e che indirettamente tirano in ballo anche Manganelli?

Aprono un ulteriore spiraglio di verità su una vicenda che ha aspetti particolarmente inquietanti. Premesso che la presunzione di innocenza deve valere per tutti, quanto sta emergendo rende ancora più inaccettabili le scelte fatte in tema di forze dell'ordine da parte del ministro Amato, sia in relazione alla nomina di De Gennaro, sia in relazione alla nomina dell'attuale capo della polizia. E il fatto che chi ha ruoli importanti e ha un'esperienza di indagini basate soprattutto sulle intercettazioni parli così liberamente di fatti di cui dovrebbe vergognarsi e che sono anche penalmente rilevanti, è la conferma che vi è chi è convinto di poter usufruire di una totale impunità.


Un clima di impunità che ha responsabilità politiche piuttosto precise, viste le ultime promozioni.

Mi sarei aspettato un livello minimo di responsabilità politica, tanto più da parte di un governo di centrosinistra. Un conto può essere non penalizzare chi è sotto indagine finché non ne è accertata la responsabilità, altro è promuovere ai più alti livelli chi è sotto indagine o, in ogni caso, ha avuto un ruolo nelle giornate di Genova. È inaccettabile. Vi sono leggi che prevedono la sospensione dei dipendenti pubblici anche prima di una sentenza, e invece il governo, sia di centrodestra che di centrosinistra, promuove a incarichi delicatissimi, anche nei servizi segreti, chi è sotto indagine e in alcuni casi è addirittura già stato rinviato a giudizio per reati di particolare gravità. Promuovendo chi ha violato le regole si penalizza e si indebolisce il movimento democratico interno alla polizia.


Che futuro può avere l'inchiesta?

E' vero che stiamo parlando di telefonate de relato, quindi fatti riportati, e che i colloqui dell'ex questore di Genova devono essere valutati con la massima prudenza, ma se vi sono riscontri, quali ad esempio incontri o riunioni per «aggiustare» determinate deposizioni, allora anche dal punto di vista processuale gli elementi indiziari assumono quel livello di gravità sufficiente per un giudizio di colpevolezza. La verifica dibattimentale è non solo necessaria ma indispensabile.


Ci sono anche attacchi pesanti al magistrato.

Col senno di poi, forse, oggi si può dare una spiegazione anche a quell'attacco, che poteva sembrare incomprensibile e che in ogni caso era inaccettabile nei confronti del pm Zucca da parte del capo della squadra mobile genovese questa estate. La realtà è che ci sono fatti inquietanti, come quello di avere un'appartenente alla polizia nel corso del dibattimento (la funzionaria dello Sco, De Meo, sulla cui presenza in aula ci fu una interrogazione parlamentare di Graziella Mascia del Prc, ndr) per finalità che, a quanto pare emergere dagli atti, non erano certamente finalizzate all'accertamento della verità.


Intanto la politica tace.

La cosa sconvolgente è che anche chi, come i Ds, si erano resi conto della gravità dei fatti all'epoca e avevano capito che non si trattava solo di brutale repressione, ma che vi era stata una prova generale di annullamento delle garanzie democratiche, oggi sembra volere, pur con apprezzabili eccezioni, tendere a seppellire nel silenzio fatti così gravi.

No Dal Molin: Un mese di carcere a nove pacifisti

Prime condanne per i blocchi dei treni durante le proteste contro la nuova base Usa al Dal Molin di Vicenza. il 30 novembre a Trento si è celebrato il processo che ha visto imputati nove attivisti trentini che avevano bloccato i treni alla stazione di Trento dopo che Prodi aveva annunciato la non opposizione alla costruzione della base americana. Il processo si è concluso con la condanna per tutti gli imputati a un mese di reclusione, pena convertita in mille euro per ognuno. Ma prima dell'avvio del dibattimento un attivista del centro sociale Bruno di Trento è riuscito a leggere, nonostante l'opposizione del pubblico ministero e del giudice, una dichiarazione nella quale affermava che nel processo odierno «è imputato un movimento intero, cioè tutti coloro che lottano contro la costruzione dell'aeroporto militare Dal Molin». All'uscita degli imputati una quindicina di attivisti tra il pubblico hanno alzato dei fogli con scritto «No dal Molin» e «No alla cittadella militare», gridando cori contro la costruzione della base. Intanto a Vicenza si prepara la tre giorni contro il raddoppio della base americana, che culminerà in una manifestazione internazionale il 15 dicembre. Una delegazione dei no Dal Molin parteciperà anche agli stati generali della «Cosa rossa», l'8 e il 9 dicembre a Roma. «Adesso il tempo delle promesse è finito. O i parlamentari dei partiti della sinistra radicale e i loro rappresentanti al governo - dice in un documento il presidio permanente - pongono la discriminante a Prodi sul no al Dal Molin e sulla moratoria, e lo fanno entro la manifestazione del 15 dicembre a Vicenza, oppure significa che per stare aggrappati al potere, sono disposti a cedere anche su questo. Se non vi sarà una presa di posizione chiara in questo senso invitiamo ministri e sottosegretari della sinistra radicale a non partecipare alla manifestazione a Vicenza».

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