14 agosto 2007

Carceri, sette morti dall'inizio di agosto


Dossier di Ristretti Orizzonti. L'età media è di 35 anni

Era in isolamento e "sorvegliato speciale", 32 anni, egiziano: si è ucciso impiccandosi il 7 agosto nel carcere di Verziano, in provincia di Brescia. Era stato arrestato la settimana scorsa, accusato di aver venduto una dose di cocaina, rivelatasi letale, alla giovane marocchina morta per overdose a Desenzano. Dopo l'arresto era stato prezioso per le indagini, aveva deciso di collaborare consentendo di arrestare altri due trafficanti, acquirenti di parte della cocaina tagliata con tropocaina in circolazione nel Bresciano. Il giovane nordafricano si è impiccato alla porta della cella, nel quarto d'ora intercorso tra la visita del medico, a cui aveva chiesto un ansiolitico per poter dormire, e il giro di controllo degli agenti di polizia penitenziaria. E' una delle storie raccolte dal dossier "Morire di carcere'' di Ristretti Orizzonti , che nella prima settimana d'agosto registra già 7 morti, nelle carceri di Velletri, Regina Coeli, Bolzano, Pavia, Vigevano, Locri e Brescia: 2 i suicidi, una morte è stata causata da un "cocktail" di farmaci e droghe, 4 da "cause naturali" non meglio precisate. L'età media dei detenuti che hanno peso la vita è di 35 anni. Il secondo suicidio è avvenuto l'8 agosto nel carcere di Vigevano: si è impiccato un detenuto italiano di 40 anni che stava scontando una pena residua di un anno. «Forse anche per la complicità delle ferie, in corso o incombenti, finora quasi nessuno ha speso una parola su questa vera e propria strage di persone relativamente giovani e relativamente sane che improvvisamente vengono ritrovate cadavere nelle rispettive celle. - sottolinea il dossier - Eppure questa "epidemia da carcere" ha proporzioni davvero allarmanti: se si manifestasse con la stessa virulenza tra la popolazione libera - fatte le debite proporzioni - ogni anno in Italia "perderemmo" 300mila trentenni, deceduti quasi tutti per "cause naturali". Una catastrofe, una piaga biblica». Ma se questo succede in carcere, «rischia di essere tutto nella norma. Stiamo parlando di persone drogate, alcoliste, malandate nel corpo e nella mente, con aids, tubercolosi, epatiti e quanto altro. - prosegue il dossier - Infine - ma non per ultimo - sono "delinquenti", perciò se nel corso della "meritata espiazione" qualcuno non regge, la sua morte non fa neppure notizia». Secondo i dati aggiornati al 30 giugno 2007, diffusi dal ministero della Giustizia, sono 43.957 i detenuti nelle carceri italiane, il 95,6% uomini; 14.509 sono in attesa di primo giudizio, mentre 17.042 stanno scontando una pena definitiva. La maggior parte è concentrata nella fascia di età 30-34 (17,4%) e 35-39 (16,17%); il 34,6% ha un titolo di studio di media inferiore, il 18,2% quello di scuola elementare e l'1,7% è analfabeta. L'1% è laureato. Oltre 15mila detenuti hanno figli, 2.972 ne hanno 3, 1224 ne hanno 4 e 6 poco più di 2006. Prevalgono i reati connessi a prostituzione (29,1%), droga (15,1%), armi (16%) equelli contro la persona (16,5%). Le donne detenute sono 1.922; 650 scontano una condanna definitiva, 25 un ergastolo, 29 una pena di oltre 20 anni; la maggior parte ha una condanna che prevede dai 3 ai 5 anni di detenzione. Nel primo semestre 2007 gli ingressi dalla libertà sono stati 45.810, il 48% di soggetti stranieri (21.888).

13 agosto 2007

Verona: Il Sindaco Tosi vuol mandare i rom sotto i ponti


Nel campo nomadi di Boscomantico a Verona, che il sindaco leghista anti-zingari vuole sgomberare. Scaduta la convenzione tra Comune e associazioni, ora gli abitanti rischiano di tornare per strada: «Non vogliamo tornare a vivere in mezzo ai topi»



Desdemona si alza alle cinque e mezza del mattino e percorre più di tre chilometri a piedi per raggiungere la fermata dell'autobus con cui arriva in stazione. Di lì prende un altro mezzo che la porta nel quartiere dove lavora. Alle nove, nove e mezza termina le pulizie previste, riprende l'autobus fino alla stazione e poi un altro con cui attraversa la città per recarsi in un secondo luogo di lavoro, dove resta fino alle sei del pomeriggio. Alle sei di nuovo autobus fino in stazione, poi un altro per tornare al luogo di lavoro del mattino. La giornata finisce alle ventuno, quindi di nuovo autobus, di nuovo qualche chilometro a piedi e poi finalmente casa. O meglio baracchina, visto che Desdemona è una delle donne rom rumene che risiedono al campo di Boscomantico a Verona, quello che il sindaco leghista Flavio Tosi vuole chiudere.Desdemona ci abita con i suoi quattro figli, Maria di nove anni e Vasile di otto, che frequentano le elementari, Alexandra di quasi tre, Larissa di quindici mesi, e con il marito Dumitru, che ha subito una brutta operazione all'esofago e non può fare lavori pesanti. Desdemona ha 24 anni ed è arrivata in Italia da sola quando ne aveva 19, nascosta con altri in un camion di aiuti umanitari di ritorno dalla Romania. Era già sposata e aveva due bambini piccoli. Aveva dei conoscenti a Verona, al campo della Spianà, un immondezzaio a cielo aperto in cui vivevano circa duecento rom rumeni. Suo marito Dimitru, che ha 32 anni, l'ha raggiunta in un secondo tempo: «Sono stata per sei mesi alla Spianà - racconta Desdemona - ero incinta e ho perso la bambina, è morta prima di nascere. Poi il sindaco Paolo Zanotto (eletto nel 2002, centrosinistra, ndr) ci ha spostato nello stadio». L'esperienza del campo, allestito in uno dei grandi parcheggi adiacenti al Bentegodi e affidato all'Opera don Calabria, dura un anno. Poi l'Opera, in accordo con il Comune, trasferisce le famiglie con bambini in età scolare nelle ex scuole alla Monsuà, località alle porte di Verona, e lascia in strada un centinaio di persone, con moltissimi bambini piccoli. Il deciso intervento del coordinamento antirazzista Cesar K (sciolto nel 2004), del csoa La Chimica e del Circolo Pink, le tre realtà di movimento attive in città, costringe il Comune a prendersi cura di donne e bambini, che vengono ospitati prima in un asilo da ristrutturare, poi in un pensionato. Infine per loro vengono allestite delle roulottes nell'area adiacente al piccolo aeroporto di Boscomantico. Ma molte famiglie del campo allo stadio, fra cui quella di Desdemona, sono fuggite nella boscaglia che costeggia l'Adige. I primi freddi li costringono a cercare riparo sotto uno dei cavalcavia all'uscita della città. Sono un centinaio di persone con la consueta altissima percentuale di minori. Anche stavolta è risolutivo l'intervento delle associazioni antirazziste, che fanno pressione sul Comune perché si occupi di questa comunità. Le famiglie vengono censite e trasferite accanto alle altre, non in roulottes ma nelle baracche abbandonate del quartierino di Boscomantico dove risiedevano i militari dell'Aeronautica. Nasce così il campo di Boscomantico 1, affidato dal Comune alla Comunità dei giovani, una struttura del privato sociale che si è occupata fino ad allora di tossicodipendenza ed emarginazione. Desdemona con la sua famiglia abita in una delle baracche. Nel 2005 esplode l'operazione «Gagio», un'inchiesta a più filoni - pedofilia e sfruttamento di minori, spaccio di sostanze stupefacenti, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina - che coinvolge alcuni rom dei campi di Boscomantico e della Monsuà e parecchi «gagi». Un pasticciaccio che tiene banco sui media locali per tutta l'estate e che costringerà alle dimissioni l'allora assessore ai Servizi Sociali e all'Immigrazione Tito Brunelli. Dopo la bufera giudiziaria, il Comune decide di chiudere l'esperienza di Boscomantico 1, anche perché l'Aeronautica rivuole indietro l'area, e sposta la comunità rom su un terreno di proprietà comunale. Nasce così «Boscomantico 2», che viene dato in gestione all'Opera don Calabria e alla cooperativa Azalea. Scaduta la convenzione con il Comune il 30 giugno scorso, nuove nubi si addensano sulla comunità rom rumena, che pure nel frattempo è diventata «europea» a tutti gli effetti.Uno degli slogan più gettonati della campagna elettorale del neoeletto sindaco Tosi riguardava proprio la chiusura di Boscomantico 2. Ma al campo ci sono una settantina di minori - di cui quaranta vanno a scuola - e parecchi adulti che lavorano, intorno istituzioni - tra cui la Curia - e associazioni che rivendicano la positiva esperienza di integrazione della comunità rom. Il sindaco non ha cambiato idea - il campo chiuderà - ma i tempi si allungano, per dar modo agli operatori e ai cittadini di buona volontà di trovare lavoro e casa per le famiglie rom: «Siamo spaventati - dice Desdemona - perché pensiamo che dovremo stare nei boschi ma non andremo via da Verona. Non abbiamo un posto dove andare e i bambini sono nati qui. I due che vanno a scuola, quando sentono che dobbiamo andarcene, piangono disperati. Non vogliamo tornare in mezzo ai topi, come alla Spianà, dove il bambino di quattro mesi di mia cugina è morto perché un topo gli ha mangiato il naso. Io lavoro e in questi giorni devo firmare il contratto, quando ho sentito che mi davano il posto volevo baciare la terra. Poi penso che ci mandano via...».

12 agosto 2007

Livorno, brucia la baracca Morti quattro bimbi rom


La strage in un rifugio sotto un cavalcavia. Forse i genitori li avevano lasciati soli. Lo zio: «Erano lì perché il campo era pieno». Il comune dichiara il lutto e sospende una festa, protesta dei commercianti per i mancati guadagni



«Un tragico incidente». Nel tardo pomeriggio il sostituto procuratore Antonio Giaconi sembra scartare ogni altra ipotesi sul rogo che ha consumato la vita di quattro bambini. «Vivevano» in una baracca sotto un cavalcavia autostradale nella zona industriale di Livorno. Ma non consola sapere dal magistrato che i tre fratelli Eva, 12 anni, Danchiu, 8 anni, e Nangi, 4 anni, con il loro amichetto Lenuca, 6 anni, sarebbero morti per colpa di una candela o del fuoco del bivacco. Per una disattenzione dei «grandi». Che poi hanno spiegato agli investigatori che alcuni sconosciuti avrebbero gettato delle molotov contro le baracche. Né tantomeno aiuta a recuperare serenità la protesta di alcuni commercianti, irati perché l'amministrazione comunale ha sospeso in segno di lutto gli spettacoli della festa cittadina al quartiere Venezia.Un sabato terribile per Livorno. Iniziato poco dopo la mezzanotte, quando alcuni automobilisti segnalano un incendio di sterpaglie a Stagno, alla periferia nord della città. Arrivano i vigili del fuoco. Si accorgono che a bruciare sono sei baracche sotto un ponte autostradale. Spengono le fiamme. «Solo dopo gli uomini si sono accorti dei corpi», racconta il comandante Alessandro Carraresi. Sono quattro bambini, i corpi sono semicarbonizzati. Quando i vigili arrivano ci sono anche degli adulti. Poi fuggono via. Li troveranno dopo un paio d'ore, sconvolti, nei pressi della stazione.Si scopre che si tratta di rom rumeni, originari di Brasov. Avevano allestito un miniaccampamento da poco più di un mese. Sotto il ponte, dove prima c'erano delle cucce per cani. «Stavano per conto loro, e non rubavano nemmeno un ortaggio - racconta al Tg1 un signore anziano masticando un sigaro - ero io che portavo loro qualche pomodoro». Sua moglie non si dà pace: «A volte mi davano una mano quando vedevano che stavo raccogliendo i pomodori. Volevano imparare l'italiano. Io scrivevo le parole su un foglio, loro le copiavano». Qualcuno dice che le autorità erano state avvisate. I vigili urbani avevano risposto che quel gruppo «era in attesa di sistemazione».Sognavano un posto in un campo. Ma di posto non ce n'era, spiega il marito di Maria, sorella dei tre piccoli morti. «Noi stiamo a Pisa. Anche la famiglia di mia moglie aveva cercato di venire ad abitare con noi. Ma nel campo non c'erano più posti disponibili. Così un paio di mesi fa hanno dovuto cercare un'altra sistemazione. L'avevano trovata qui, sotto questo cavalcavia». Accanto a lui Maria, che ha quindici anni, piange. In questura la giornata trascorre tra interrogatori e sopralluoghi. I genitori dei tre piccoli morti insistono nel dire che stavano dormendo. Che non c'erano fuochi accesi. Che qualcuno potrebbe aver dato fuoco alla baracca. Alla fine della giornata il pm Giaconi tira le somme: «Con gli elementi che abbiamo possiamo scartare l'ipotesi del dolo e propendere per quella dell'incidente. Con la conseguente gravissima negligenza dei genitori di aver lasciato da soli i bambini». Un aiuto alle indagini potrà arrivare dall'autopsia dei piccoli corpi, fissata per domani.Vivevano sotto un cavalcavia e sognavano un posto in un campo. Ma di posto non ce n'era. A Pisa il campo ufficiale di Coltano è pieno. E quello che da sei anni è al Ponte delle Bocchette, con un centinaio di residenti, dovrebbe essere sgomberato a breve come già successo all'altro insediamento abusivo del Cep. «Con quali risultati - si chiedono retoricamente il Lab Rebeldìa e le associazioni Africa Insieme e Mezclar - visto che i rumeni si sono spostati solo di qualche centinaio di metri, mentre in compenso i loro problemi si sono aggravati?».


Treviso: Sfida gay a Gentilini



In 500 al kiss-in davanti al comune di Treviso. Ma lo «sceriffo» leghista non si fa vedere. L'Arcigay: «Faremo qui una manifestazione nazionale contro l'omofobia»




Il kiss-in c'è stato. La pacificazione no. Oltre cinquecento persone hanno affollato ieri mattina il municipio di Treviso, rispondendo all'appello di Arcigay Veneto alla mobilitazione dopo le parole del prosindaco leghista Giancarlo Gentilini che farneticava di «pulizia etnica» contro gli omosessuali. Cinquecento persone, uomini, donne, tanti giovani, gay e lesbiche, eterosessuali, di Treviso e del Veneto. Qualcuno anche da fuori regione. Lo sceriffo leghista non s'è fatto vedere. E anzi ha fatto sprangare le finestre del suo ufficio in comune. Le scuse richieste dalla comunità gay e non non ci sono state. Del resto, difficile pensare che un personaggio come Gentilini potesse davvero tornare sui suoi passi. I manifestanti portavano al petto un triangolo rosa, il simbolo dei detenuti omosessuali deportati dai nazisti. L'onorevole Franco Grillini ha voluto sottolineare che «Gentilini fa abusivamente il sindaco e Gobbo dovrebbe vergognarsi di fare da prestanome alle sue esternazioni. L'unica cosa illegale - ha aggiunto Grillini - è proprio lui, Gentilini». Colorata, rumorosa, la manifestazione ha attirato anche molti trevigiani che pur rimanendo ai margini hanno comunque voluto portare la loro solidarietà. Dopo l'ennesimo sproloquio di Gentilini a Treviso, dicono in molti, qualcosa si è mosso. Le esternazioni razziste e omofobe del prosindaco non sono poi così condivise dai suoi concittadini. E ieri sono stati in tanti a volerlo far sapere ai manifestanti. Assieme all'Arcigay c'erano anche i giovani del laboratorio sociale Ubik Lab di Ponzano Veneto (in provincia di Treviso). Nel suo intervento alla manifestazione un portavoce di Ubik Lab ha sottolineato che «queste dichiarazioni alimentano e incoraggiano atteggiamenti di intolleranza e violenza di tutti quei personaggi che nel nostro territorio sono riconducibili a formazioni neonaziste e tanto care al pro sindaco di Treviso. Proprio per opporci a questa mentalità xenofoba e nazista siamo anche noi al fianco di tutti quei cittadini democratici che non sono disposti a subire in silenzio il ritorno di ideologie appartenute al periodo più buio della nostra storia». Quindi ha concluso dicendo che «crediamo che le diversità siano una valore per la società, certo è molto più complicato cercare un dialogo e una convivenza con altri diversi da noi ma siamo convinti che il confronto e la contaminazione rappresentino un valore». Prima che il kiss-in iniziasse le forze dell'ordine hanno fatto sapere di aver fermato tre giovani appartenenti a formazioni di estrema destra. La gente è comunque arrivata davanti al Municipio a gruppetti, chi a mano, chi sventolando la bandiera della pace. Un lungo striscione rosa senza scritte ha impacchettato simbolicamente la facciata del municipio e quindi i presenti si sono scambiati lunghi baci. Qualche sbirciatina verso le finestre del comune che sono rimaste chiuse. «Voglio dire grazie a tutta l'altra Treviso», ha detto Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell'Arcigay, che ha invitato i partiti a fare «pulizia etnica» al loro interno, parafrasando quanto detto dal vicesindaco di Treviso a proposito degli omosessuali. «Questa manifestazione - ha aggiunto - non sarà l'ultima. Sarà la prima di una lunga serie che porterà allo svolgersi, proprio a Treviso, di una grande manifestazione nazionale contro l'omofobia». Per gli esponenti di Arcigay infatti «Treviso e l'Italia sono stufe di avere amministratori pubblici come Calderoli, Di Piazza, Prosperini, Tremaglia o Giancarlo Gentilini, tutti omofobi della peggior specie». Quanto alla manifestazione di ieri Mancuso ha voluto sottolineare che la «miglior risposta alle parole del prosindaco è la decisione di un gruppo di ragazzi di istituire un comitato di Arcigay anche qui nella città dello sceriffo». Dove i gay non hanno avuto mai vita facile, come hanno raccontato alcuni giovani omosessuali locali, «difficile - hanno detto - vivere apertamente la nostra sessualità in questo Veneto, ancora molto bigotto e cattolico».Da segnalare la presenza di Franco Miracco, portavoce del presidente della regione Veneto Giancarlo Galan. «Da parte del presidente Galan - ha detto Miracco ai cronisti - c'è il massimo di solidarietà nei confronti di quanti manifestano qui». Poi ha aggiunto che questa è «la solidarietà che Galan ha sempre espresso sia quando si è polemizzato per le trasfusioni di sangue negate in altre città d'Italia ai gay, sia quando, poche settimane fa, disse che piuttosto di vedere rovinata la vita di un bambino nell'orrore di un orfanotrofio sarebbe stato preferibile lasciarlo adottare da una coppia gay». Tra le forze politiche presenti, Rosa nel Pugno, Prc e Pdci, oltre ai Verdi.

10 agosto 2007

ABBIATEGRASSO (MI): Attentato alla moschea


Per la seconda volta in un mese la moschea d Abbiategrasso, nell’hinterland milanese, è stata teatro di un attentato incendiario. Il primo nella notte del 26 Luglio, con delle molotov lanciate all’interno del cortile, il secondo ieri notte con dei tubi in ferro carichi di esplosivo piazzati davanti al portone del luogo di culto.
Il sindaco di Forza Italia, Albetti, sdrammatizza dicendo che è “probabilmente una bravata” o che possa trattarsi si un problema “all’interno della comunità islamica”.
Del clima di intolleranza che si sta diffondendo in tutto il nord Italia, complici anche le politiche xenofobe e omofobe di molti partiti del centro-destra, il sindaco invece non ne parla. L’attentato o è una bravata o è un fatto tutto ascrivibile dentro la comunità islamica, un problema loro.

9 agosto 2007

TREVISO: Il prosindaco di Treviso Gentilini dichiara guerra ai gay

L'ex sindaco sceriffo della Lega annuncia "un giro di vite" contro gli omosessuali: "Se ne andassero nei capoluoghi disposti ad accoglierli. Qui non li vogliamo"

C'è bisogno di iniziare una "pulizia etnica contro i culattoni". Con queste parole durissime Giancarlo Gentilini, prosindaco leghista di Treviso, ha dichiarato guerra agli omosessuali. Colpevoli di aver trasformato il parcheggio di via dell'Ospedale in un luogo di incontro dove si consumano rapporti sessuali, suscitando le proteste degli abitanti della zona. "Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni - ha detto ai microfoni di Rete Veneta l'ex sindaco sceriffo della Lega, riportano oggi i quotidiani locali - Devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni e simili". Gentilini è famoso per essere stato più volte protagonista di polemiche infuocate, l'ultima delle quali dopo il pestaggio dell'onorevole Vladimir Luxuria da parte della polizia russa. A tenere banco soprattutto le sue dichiarazioni sugli extracomunitari, che aveva definito "perdigiorno", suggerendo che "i gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka". E adesso ha annunciato un "giro di vite" contro gli omosessuali e gli scambisti. "Useremo la videosorveglianza per stroncare il via vai di scambisti", denunciato dagli abitanti nel parcheggio "a luci rosse", dove è stata segnalata anche la presenza di prostitute. "Darò disposizione di rinforzare le telecamere. Ma a me interessa piuttosto fare i controlli mirati - ha detto ancora Gentilini -. Quando la mia polizia vigilerà per la zona ci sarà un fuggi fuggi generale".
Per il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo, le dichiarazioni del prosindaco "non sono preoccupanti. E' il suo modo di essere. Lui parla sinceramente, con un linguaggio concreto che tutti capiscono. In questo caso si parla di decoro pubblico e noi cerchiamo di spostare gay, prostitute, coppie omosessuali o eterosessuali, fa lo stesso, che si scambiano effusioni sotto gli occhi di tanta gente". Un problema, spiega Gobbo, di dimensione nazionale, "e infatti ci stiamo attivando perchè venga cambiata la legge Merlin. Bisogna riaprire le case chiuse e creare quartieri a 'luci rosse' come succede nel resto d'Europa: garantiscono protezione sanitaria e tasse pagate". Ma le associazioni omosessuali annunciano guerra. "Non possiamo - spiega Rossana Praitano, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli - restare in silenzio dopo affermazioni agghiaccianti come queste. Per questo quereleremo il prosindaco per apologia di Nazismo".

Rom a Pavia Quando una grave emergenza umanitaria, sanitaria e politica viene trasformata in un problema di polizia


A Pavia sindaco e vicesindaco si sono convinti che i temi della legalità e della sicurezza saranno la chiave per ottenere la riconferma alle prossime elezioni. Ma Pavia non è Bogotà o Giugliano e se un "nemico" non c'è, allora bisogna inventarselo: hanno così spacciato per un problema di ordine pubblico l'emergenza umanitaria e sanitaria all'ex Snia. Facendo leva sull'efficace repertorio dei luoghi comuni, questi cinici teorici dell'"insicurezza percepita" hanno dipinto la città come stretta d'assedio da tagliagole rumeni, anche se i dati sulla criminalità negano ogni recrudescenza locale del fenomeno. La Snia racconta la mutazione antropologica della sinistra, che parla di legalità e non rispetta l'obbligo scolastico, come impone la legge; parla di doveri e non soccorre un minore malato, come ordina un decreto del tribunale; parla di accoglienza e vieta agli assistenti sociali di recarsi in quell'area, come vorrebbe il buonsenso. Stanno radicando nei rumeni la convinzione che la crescita sociale si ottiene solamente con la pratica dell'arbitrio e della violenza. Eludere l'assistenza sanitaria e rifiutare l'iscrizione scolastica dei bambini Rom e rumeni è un abuso orribile. L'illecito è reso ancora più violento e odioso dal fatto che a colpire è il "potere" e i colpiti sono bambini. Che cultura di governo stanno esprimendo? Che visione del mondo stanno promuovendo? Il nuovo centro ha mandato in soffitta Gramsci, Berlinguer e La Pira e ha rispolverato l'inglese Francis Galton, cugino di Darwin e inventore dell'eugenetica e l'americano Madison Grant, antropologo e autore di "The passing of the Great Race", definito da Hitler «la mia Bibbia». Discriminazioni, violenze, sterilizzazioni coatte proseguono, per gli zingari, ben oltre il nazismo: dal 1935 al 1996, nella democratica Svezia hanno forzatamente sterilizzato 230mila persone; tra il 1907 e il 1973, negli Stati Uniti sono stati menomati 8mila donne e 16mila uomini (al processo di Norimberga la sterilizzazione di massa non venne inclusa tra i crimini di guerra); dal 1926 al 1974, in Svizzera 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate (l'operazione Kinder der Landstrasse - bambini di strada - si proponeva l'estirpazione del «fenomeno zingaro»). A Pavia, nel 2006 un assessore ha pensato di togliere i figli dei Rom alle loro famiglie «a tutela dei minori» e si è rivolto al Tribunale, il quale ha risposto che non era il caso di parlarne, proprio «a tutela» di quei minori. Rifondazione Verdi e Sinistra democratica appoggiano una amministrazione che per miope calcolo elettorale ha trasformato una grave emergenza umanitaria, sanitaria, politica e morale in un problema di polizia e portato la città sull'orlo di una pericolosa deriva xenofoba. Hanno criminalizzato Rom e rumeni per poi invocare l'ordine e la legalità. Chi sono? Sono l'autoreferenziale partito "della sicurezza e della legalità" che cerca spazio e legittimazione attraverso la creazione dell'insicurezza "percepita" e dell'illegalità "percepita". La politica vuole continuare a esistere? La contrapposizione autolesionista tra umanità e legalità, tra accoglienza e sicurezza, tra solidarietà e rifiuto del "diverso che è uguale" sta mostrando l'incapacità della politica (questa politica) a farsi carico dei modesti problemi che ora abbiamo di fronte, figurarsi quelli che si intravvedono appena. Inesorabilmente, nei prossimi anni assisteremo a continue ondate migratorie: oggi sono i rumeni, domani potrebbero essere i profughi di qualche conflitto o gli sfollati da catastrofi sociali e ambientali. Il nuovo orizzonte mostra qualcosa di arcaico: è vicino ai miserabili di Victor Hugo, Emile Zola, Charles Dickens o alle tavole del Doré ed è indecifrabile, nella sua complessità, dal punto di vista delle categorie marxiane (Karl Marx considerava Dickens e Hugo due scrittori ingenui e sentimentali). Oggi serve rileggere proprio loro, perché l'elemento arcaico dei miserabili venuti dall'est postsovietico - neocapitalista e senza efficaci ammortizzatori sociali - ripropone quelle stesse immagini, rese ancora più crude dal confronto con il nostro mondo "civilizzato". La destra italiana manovra attraverso l'inganno dell'immaginario. Purtroppo, le cose non migliorano a sinistra: un sindacato che rincorre la piccola borghesia; i partiti che mutuano i contenuti della destra (servendosi di un linguaggio falsamente progressista che vuole allontanare il significato dal significante, togliere il senso alle parole) o che navigano dentro l'orizzonte autoreferenziale dell'interesse particolare. Da molto tempo la politica ha smesso di governare l'economia (è vero il contrario), incapace com'è di affrontare persino i problemi più modesti. E domani? Domani sarà venti cento mille volte peggio. Le emergenze future porranno il tema della sicurezza sempre più al centro della scena: destra e sinistra non c'entrano; c'entrano invece responsabilità e buonsenso. Cosa farà la politica? Si attrezzerà e governerà questi inediti conflitti o, come a Pavia, li ridurrà a un «problema di ordine pubblico» da risolvere con l'intervento della Polizia e dell'Esercito, e con la deportazione dei "nuovi miserabili"? Per la politica non c'è via d'uscita: o ritrova una ragion d'essere o abdica, e lascia il campo all'opzione militare. Il dilemma, enorme, si lega al futuro della democrazia.


Giovanni Giovannetti

8 agosto 2007

GENOVA: Corteo contro Forza Nuova, denunciati 11 antifascisti


11 compagni antifascisti genovesi sono stati denunciati dalla Digos a seguito del corteo contro Forna Nuova del 19 Maggio. Sul Secolo XIX di Genova di martedi 07/08/07 a pag 25 l'articolo (che pubblichiamo) dichiarava già l'azione delle forze dell'ordine a comprimere con la forza i compagni sino al contatto fisico e a manganellate . Ancora una volta chi difende i valori della Carta Costituzionale, nata dai valori della resistenza antifascista, viene denunciato.


Sono undici le persone denunciate, fra le quali un minore, in seguito al corteo della sinistra antagonista che sabato 19 maggio aveva sfilato per via XX settembre. Protestando contro l'ok dato dalle autorità alla manifestazione pre-elettorale di Forza Nuova. Undici ragazzi che avevano partecipato ai lanci di oggetti contro le forze dell'ordine e che, in tutta risposta, si erano presi qualche manganellata. Per individuarli gli uomini della Digos, coordinati dal dirigente Giuseppe Gonan e dal funzionario Riccardo Perisi, hanno visionato per ore i filmati realizzati quel giorno dalla sezione scientifica. Immagini qualche volta traballanti, a causa della concitazione, ma chiare e nitide. Rallentati da un inizio estate denso di eventi da gestire (vedi le contestazioni all'arcivescovo Bagnasco e l'arrivo a Genova, soprattutto la passeggiata fatta a Sestri Ponente, di silvio Berlusconi su tutti), gli uomini della Digos sono riusciti negli ultimi giorni a concludere il lavoro intorno a quelle registrazioni e individuare i responsabili dei tafferugli. Tutto era iniziato poco prima delle 18 . A quell'ora i manifestanti di forza Nuova, guidati dal segretario nazionale Roberto Fiore e da quello regionale Angelo Riccobaldi, si dirigono verso i giardini di Brignole. Dove di lì a poco avrebbero dovuto fermarsi per il comizio. ad attenderli però, in via Cadorna, c'erano i giovani e neno giovani della sinistra antagonista, anarchici, centri sociali e portuali "antifascisti". Circondati sui lati di Piazza della Vittoria cordoni di polizia e carabinieri in equipaggiamento anti sommossa. Un sit-in pacifico con un unico scopo: impedire che l'iniziativa della destra estrema si concludesse com'era nei piani degli organizzatori. Improvvisamente però la tensione era salita. I due schieramenti delle forze dell'ordine avevano iniziato a comprimere sempre di più la piccola folla contro le aiuole dei giardini. nella speranza, forse, che il raggruppamento si sciogliesse, lasciando posto agli striscioni di Forza Nuova. Un pressing che ha scaldato gli animi. Una parte dei ragazzi era scappata verso via XX settembre e, all'altezza di via Fiume, aveva tirato bottiglie di vetro vuote sui caschi di agenti e militari. I quali avevano caricato, colpendone alcuni con i manganelli. Un accenno di scontri dai quali nessuno, fortunatamente, era uscito con lesioni gravi. Ma che aveva avuto come esito quello di spingere i contestatori verso XX settembre. E' li che davanti agli occhi increduli dei passanti, intenti a guardare le vetrine e mangiare un gelato per trovare refrigerio dalla prima afa, era divampato l'episodio più caldo. Il corteo degli antagonisti infatti, più pacificamente, aveva raggiunto l'edificio dove, oltre il mercato orientale, ha sede pure il movimento di estrema destra Comunità Militante. Dopo i primi "fascisti" gridati verso le finestre del circolo, uno dei militanti si era affacciato al davanzale. Generando un altro lancio di bottiglie proprio in mezzo ai cittadini. Più esterefatti che impauriti. Il rappresentante di Comunità Militante era stato fermato dalal Digos e successivamente rilasciato. Ora, a più di due mesi di distanza undici contestatori della sinistra antagonista sono stati indagati. Tra di loro c'è anche un ragazzino minorenne. Per la maggior parte l'accusa è di resistenza e violenza a pubblico ufficiale, nonchè lancio di oggetti pericolosi. Alcuni poi sonos stati denunciati anche per travisamento. Avevano sfilato con occhiali da sole e foulard intorno alla bocca. Cambiamenti che non sono serviti a celare la loro identità all'occhio elettronico della polizia.

Fonte: Il secolo XIX

7 agosto 2007

Cassazione: "Via Rasella fu atto di guerra"Il Giornale condannato per diffamazione'


I giudici condannano il quotidiano di Paolo Berlusconi "Un atto rivolto contro un esercito straniero occupante". Il gappista Bentivegna: "E' la quarta sentenza che ci dà ragione"


Nel 1996 Il Giornale scatenò una vera e propria campagna contro i partigiani che compirono l'azione di via Rasella. Quell'attacco che provocò 33 morti e scatenò la rappresaglia delle Ss alle Fosse Ardeatine. Articoli che, in pratica, tendevano a "scaricare" sul gruppo dei gappisti guidato da Rosario Bentivegna, le responsabilità della strage che provocò 335 morti. Ora, però, la Cassazione, confermando la condanna al risarcimento per diffamazione (45 mila euro) a beneficio dei gappisti e di Rosario Bentivegna che li guidava, boccia quella campagna di stampa, ne sottolinea le falsità e condanna il quotidiano di Paolo Berlusconi. La Cassazione parte da un dato di fatto: l'attentato contro i tedeschi del battaglione 'Ss Bozen', fu un "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari". Militari che non erano, come aveva sostenuto Il Giornale "vecchi militari disarmati", ma "soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole". Ed ancora. Non è vero che il 'Bozen' "era formato interamente da cittadini italiani" in quanto, continuano gli ermellini, "facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica". Poi la Cassazione si dedica alla contabilità delle vittime civili dell'attentato. Secondo Il Giornale erano sette. Ma non è così: "Ora nessuno più mette in discussione che le vittime civili furono due". Così come non era vero che dopo l'attentato erano stati affissi manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi per evitare rappresaglie". Un punto, questo, portato avanti da una certa storiografia revisionista. Per smentire, la Cassazione parte dai fatti. "L'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attentato - dicono i giudici - , e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta".
Ad avviso dei supremi giudici, tutti questi fatti "non rispondenti al vero non possono essere considerati di carattere marginale". E anche se la Corte di Appello di Milano ha riconosciuto che si sarebbero potute esprimere "dure critiche sulla scelta dell'attentato, l'organizzazione, i suoi scopi", questo non basta per mettere in piedi un castello di inesattezze e falsità. Per questo è da ritenersi "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attentato di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Bentivegna". Un parallelo che Vittorio Feltri, allora direttore del quotidiano, aveva azzardato in un editoriale. Soddisfatto il commento di Bentivegna: "E' la quarta sentenza di un'alta corte italiana, militare penale o civile che ci dà ragione con le stesse motivazioni, ma il il mondo è pieno o di imbecilli o di faziosi ancora disposti a sostenere il contrario. C'è poco da fare..".

Fonte: La Repubblica

Strage alla stazione di Bologna: Lettera aperta a Paolo Bolognesi presidente dell'associazione familiari vittime della strage

Caro Paolo, ho letto il discorso che hai tenuto nell'anniversario della strage di Bologna. Lo condivido in gran parte, e lo rispetto anche laddove non lo condivido. Quel rispetto ti è dovuto per l'associazione che rappresenti, per l'impegno che metti nelle tue azioni, per l'assenza nelle tue parole di calcoli "in politichese": a te non interessa essere gradito o sgradito a questa o quella parte politica; segui con coerenza le tue convinzioni, non sembra importarti l'arte della diplomazia, se può in qualche modo indebolire le tue battaglie. Proprio per questo, spero tu possa apprezzare pure la mia di franchezza: credo che il tuo discorso "sugli amici dei terroristi che siedono in parlamento" sia stato semplicistico. Prima di entrare nel merito, vorrei fare alcune precisazioni. In primo luogo, non sono fra quelli che assegnano un diverso gradiente morale alle azioni terroristiche in base alla matrice di appartenenza; non sono fra chi guarda agli anni di piombo dividendo i colpevoli fra "terroristi" e "compagni che sbagliano". Certo, da uomo di sinistra credo che i percorsi - individuali e collettivi - che condussero molti compagni ad abbracciare la lotta armata vadano indagati e non liquidati come si trattasse di follia collettiva, ma capisco che questi approfondimenti possono sembrare sterile intellettualismo, per chi è rimasto vittima della violenza politica. In secondo luogo, non ho mai attribuito a semplice "vendettismo" l'atteggiamento di chi, colpito dal terrorismo, si sente oggi ferito dalle attenzioni che i media riservano verso i protagonisti di quegli anni, constatando che alle vittime si lascia il solo ruolo di "immaginette" buone per gli anniversari. Fatta salva questa premessa, non condivido il tuo discorso sugli ex terroristi per due questioni. La prima: penso sia un errore gettare nello stesso calderone chi ha scontato la propria pena e chi ne è sfuggito. Volutamente eviterò nomi: vorrei che questa mia analisi - condivisibile o meno che sia - non servisse a rialimentare polemiche su Tizio o Caio, ma fosse il più possibile generale. Il principio di civiltà, non solo giuridica, secondo cui chi ha scontato la propria pena si presenta riabilitato nella società non credo ti sfugga. Se posso capire il vostro fastidio nel vedere un ex brigatista (per fare un esempio) promuovere il proprio libro sugli anni '70, non posso ritenere illegittima l'operazione. Diverso è il discorso sulla non eleggibilità degli ex terroristi, ma pure in questo caso la questione dei "paletti etici" va affrontata in termini generali. Sotto questo profilo, pur non interessando aspetti penali, ritengo che l'esser stato affiliato alla P2 presenti considerazioni anche maggiori di inopportunità. E, siccome poco m'importa di essere bipartisan (anzi…), ti dirò che in questa Repubblica nata dalla Resistenza mi indigna ancora di più la presenza in parlamento di chi vanta legami ideologici col fascismo. La seconda questione: mi sembra, dal tuo discorso, che tu ritenga inopportuna la presenza di ex terroristi in ruoli istituzionali quanto in un centro sociale, a parlare magari di problematiche diverse da quelle relative agli anni ‘70. Esistono ex componenti di bande armate che, scontata la propria pena e dopo aver nei fatti preso le distanze dalle azioni di quegli anni, oggi si occupano di problematiche carcerarie, occupazionali, relative alle tossicodipendenze: il loro apporto su questi argomenti dovrei ritenerlo inficiato dal loro passato? Ma la domanda fondamentale è questa: un'eventuale imposizione del silenzio verso gli ex terroristi sarebbe forse diversa da quella che in molti, in modo più subdolo, hanno cercato di assegnare proprio alle vittime di quei fatti? L'ho già detto in passato e lo ripeto a te: in materia di terrorismo credo che il silenzio invocato per i carnefici possa trasformarsi in un boomerang per la legittima e sacrosanta sete di verità e giustizia delle vittime. Nei giorni scorsi ho dato un'occhiata ad alcuni quotidiani. Le tue dure parole verso "terroristi in parlamento e loro amici" hanno ottenuto molta attenzione. Lo so, non era certo la ricerca di visibilità a muovere il tuo discorso, ma ho trovato di che riflettere sulla circostanza: quando in passato denunciasti le influenze piduiste dell'allora maggioranza di centrodestra le tue parole trovarono una cassa di risonanza molto inferiore; idem dicasi delle tue reiterate affermazioni sulla matrice fascista della strage di Bologna, che in molti - spiace dirlo: non solo a destra - mettono in dubbio ancora oggi. Caro Paolo, credo purtroppo che quei politici che oggi appoggiano le istanze di rigidità verso gli ex protagonisti degli anni di piombo siano interessati più a stendere un velo di silenzio su quegli anni, piuttosto che a concedere a voi vittime una sorta di risarcimento morale sotto la forma di una condanna al silenzio verso gli ex terroristi. Quei politici sono più interessati a dimenticare. Ma dimenticare è la cosa più stupida si possa fare: spesso non è azione durevole e sincera, quasi mai è innocente, mai risulta utile, se non a fini che nulla hanno a vedere con la verità e la giustizia che ti stanno a cuore. Con affettuoso rispetto

Francesco "baro" Barilli
http://www.reti-invisibili.net/

5 agosto 2007

ROMA: Storie di ordinaria ingiustizia


Giovedi 19 luglio si è svolta un´enorme operazione di sgombero nella zona del viadotto della Magliana. Tale intervento voluto dal Sindaco di Roma Walter Veltroni e dall´ex Prefetto Achille Serra è una delle operazioni di maggiori dimensioni svolte negli ultimi anni in città, si valuta in 1.300 le persone cacciate. Una novità in questo tipo di sgomberi è stato che, oltre alla consueta presenza di Polizia, Carabinieri e Vigili Urbani, erano presenti anche poliziotti della Romania come da accordi intercorsi tra Veltroni e il Premier rumeno. Non è la prima volta che viene effettuato uno sgombero nella medesima area. Questa volta la situazione è stata aggravata dalle terribili condizioni atmosferiche con temperature che sfioravano i 40 gradi. Centinaia di persone costrette ad allontanarsi con le loro suppellettili sull´Autostrada Roma Fiumicino. Bambini, donne incinte e con neonati senza acqua, cibo ne un posto dove andare. Le dichiarazioni trionfalistiche del Sindaco/Re Walter Veltroni e del Presidente del XV Municipio Gianni Paris sono gravissime. Si invoca la legalità, la sicurezza e il decoro. Quale legalità invocano costoro in un Italia già condannata dal Consiglio d´Europa per la brutalità degli sgomberi e per il mancato rispetto della normativa europea in merito? Brutalità efferatissima quella che si è vista alla Magliana. Di quale legalità blaterano questi paladini della giustizia? Quella in cui decine di migliaia di migranti vengono trattati quotidianamente da schiavi nei cantieri della Roma che corre e produce? Appare chiaro che la legalità vale due pesi e due misure. I baraccati sono pericolosi fuori legge, chi sfrutta il lavoro nero, chi detiene decine o centinaia di appartamenti affittati al nero a prezzi da strozzini è un onesto cittadino che reclama legge, ordine, sicurezza. E i nostri amministratori sono pronti ad eseguire. Le politiche antisociali e razziste del Comune di Roma sono chiare ed evidenti agli occhi di tutti e tutte nonostante gli sforzi di Veltroni per nasconderli alla città e al mondo, mentre dall´altro lato mostra la sua ipocrita vetrina delle notti bianche e delle estati romane. In questo senso va l´accordo di realizzare cinque enormi campi nomadi al di fuori del Grande Raccordo Anulare. Cinque enormi campi di concentramento privi di tutto in cui rinchiudere migliaia di persone indesiderate. Come il campo di Castel Romano dove oltre 300 nomadi sono ostretti da due anni a vivere senza acqua potabile ne impianto fognario a 15 km dalla città. Campo realizzato oltretutto all´interno di un´area naturale protetta e scelto proprio perché è una delle località meno abitate del Comune di Roma. Sul fronte dell´emergenza abitativa nessuna soluzione concreta ad una situazione che non fa che aggravarsi grazie alla cartolarizzazione (cioè alla svendita) dell´enorme patrimonio pubblico immobiliare di Roma. Si minaccia il pugno duro per chi stanco di subire queste politiche si organizza ed occupa. Le occupazioni realizzate dai movimenti di lotta per la casa in questi ultimi mesi sono mantenute in uno stato d´assedio e sotto la costante minaccia di sgombero. Intanto in tutto il Comune di Roma si edificano i nuovi quartieri in cui speculatori e palazzinari ingrassano devastando gli ultimi scampoli della campagna romana, realizzando immobili che vengono venduti ed affittati a cifre esorbitanti. Costruire l´opposizione al modello veltroniano di sviluppo della metropoli è oggi più che mai possibile e necessario. Rompere il muro di silenzio in cui passano le vergognose scelte sulle politiche sociali è indispensabile per smascherare questi "democratici di sinistra" che altro non sono che burattini nelle mani dei poteri forti della città.

C.S.O.A. Macchia Rossa

Dopo la fuga dal Cpt di Bari, Amato decide espulsioni immediate


Identificare in carcere i detenuti stranieri in modo che possano essere espulsi senza dover poi passare per i Cpt. All’indomani della fuga - con tanto di feriti tra i fuggitivi e le stesse delle forze dell’ordine - di 32 migrati dal centro di identificazione di Bari, arriva la direttiva firmata dal ministro dell’Interno, Giuliano Amato e da quello della Giustizia, Clemente Mastella, che fissa nuove procedure per rendere «più efficiente» il sistema. Invece di rimettere in campo l’idea della chiusura definitiva di queste prigioni mascherate, l’idea è in sostanza una trovata per facilitare i rimpatri. Le norme prevedono una più stretta collaborazione tra le autorità carcerarie e le forze di polizia che consentirà l’identificazione durante la permanenza in carcere degli immigrati. Una volta identificato, il detenuto sarà poi trasferito in un penitenziario vicino al luogo di partenza per il rimpatrio. Da qui, al momento della scarcerazione - che sarà comunicata con debito anticipo dalle autorità carcerarie alla Questura - lo straniero sarà rimpatriato. «Si intende così rendere più efficiente - spiega il Viminale - il sistema delle espulsioni, che si è dimostrato, almeno a partire dall’anno 2003, molto poco efficace proprio per la difficoltà a identificare i soggetti da allontanare».
E si alleggerisce, nello stesso tempo, la pressione sui Cpt, dove questi soggetti venivano destinati al momento della scarcerazione per essere identificati (con un tempo massimo di 60 giorni, dopo essere stati in carcere spesso per anni).
Ed ecco come funzionerà il nuovo sistema. La Questura deve essere subito informata dalla direzione del carcere interessato dell’emissione del provvedimento di custodia cautelare o della definitiva sentenza di condanna ad una pena detentiva nei confronti di un migrante. Deve essere tempestivamente informata anche della data prevista per la scarcerazione. Ogni bimestre, ciascuno istituto dovrà comunicare l’elenco dei detenuti i cui termini di scarcerazione sono in scadenza entro il successivo semestre. Tempestiva comunicazione viene fatta anche nel caso in cui il magistrato di sorveglianza dispone l’anticipazione della scarcerazione. Il direttore del carcere provvede poi ad assicurare la scarcerazione in orario compatibile con quello di partenza del mezzo di trasporto con il quale avverrà il rimpatrio. Le forze di polizia devono eseguire il fotosegnalamento dattiloscopico (cioé il rilevamento delle impronte delle dieci dita ruotate e non piane; e la fotografia di fronte e di profilo a capo scoperto) subito dopo l’arresto e, comunque, prima che questi vengano condotti in udienza per la convalida. La Polizia penitenziaria, al momento in cui lo straniero viene condotto in carcere, accerterà che questa pratica sia stata eseguita o ne solleciterà l’adempimento. In caso negativo lo straniero sarà trasferito presso l’ufficio della forza di polizia per la procedura. Una copia del cartellino fotodattiloscopico sarà inviata alla polizia penitenziaria del carcere dove lo straniero è detenuto per essere allegata al suo fascicolo personale.
Copia del cartellino sarà inviata anche all’Ufficio Immigrazione. La Questura avvia l’identificazione immediatamente dopo il provvedimento di custodia cautelare o della definitiva sentenza di condanna, interessando le autorità diplomatiche dei Paesi di possibile provenienza degli immigrati. Da questo momento comincia un percorso che vede una stretta collaborazione tra le forze di polizia interessate. Il carcere, dove lo straniero è detenuto, è luogo privilegiato di osservazione per agevolare l’identificazione, e l’amministrazione può acquisire elementi utili che devono essere forniti alla Questura.


4 agosto 2007

Lampedusa: Vacanza xenofoba per Forza Nuova

Questa volta l’obiettivo è l’isola di Lampedusa, luogo di arrivo dei migranti durante l’estate e per questo già «onorata» a luglio di una visita di Jean Le Pen, il leader xenofobo del Fronte nazionale francese e di una delegazione del gruppo parlamentare europeo «Identità e Tradizione». Per il 4 e il 5 agosto Forza Nuova ha comunicato al sindaco di Lampedusa e alla questura di Agrigento che terrà un presidio in corso Roma «dalle 20 alle 24» con «esposizione di striscioni e bandiere e la distribuzione di un volantino». Tema: «Fermiamo l’immigrazione, salviamo Lampedusa». Va detto che loro stessi non si aspettano grandi numeri, prevedono infatti la presenza «di un numero di militanti compreso tra le 20 e le 30 unità». Alle elezioni amministrative la giunta di Lampedusa è rimasta in mano alla destra: il vicesindaco è Angela Maraventano della Lega (nella foto).


2 agosto 2007

VERONA: Una via dedicata a un picchiatore fascista.


Nicola Pasetto, militante del Fronte della gioventù e deputato di An finirà nella toponomastica cittadina. E' l'ultima trovata del Comune

Nella mozione, presentata dalla maggioranza di centrodestra - Lega Nord, Fi, An, Udc, Lista civica del sindaco Tosi - e approvata lunedì scorso dal consiglio comunale di Verona, si chiede di intitolare una via della città all'onorevole Nicola Pasetto, a dieci anni dalla «prematura scomparsa». Pasetto, picchiatore del Fronte della Gioventù, consigliere comunale missino, poi deputato di Alleanza nazionale ha - secondo i proponenti - «lasciato una traccia indelebile della propria attività politica e sociale in favore della nostra città», tanto che non è un caso se «è ancora vivissimo il suo ricordo in molti concittadini». Due affermazioni che si possono condividere. Sono state numerose infatti le tracce di sangue lasciate dalle vittime del futuro titolare di via o piazza: studenti, giovani di sinistra, militanti della Fgci o dei gruppi della sinistra extraparlamentare fino a un anziano partigiano che ebbe, nel 1980, 40 giorni di prognosi. Pasetto ne ha avuto per tutti. Il suo ricordo è senza dubbio vivissimo, soprattutto per i due giovani fratelli e il loro compagno che la notte del 4 aprile 1981, insieme ad altri amici, stavano attacchinando in centro dei manifesti contro la pena di morte. Assaliti a colpi di spranga e cric, ebbero 20, 10 e 3 giorni di prognosi. Per questo fatto la «figura simbolica» fece un mese di carcere e viene condannato - in un processo che vede il Partito comunista parte civile - a 9 mesi per violenza privata più un mese e una multa per il porto delle armi improprie. In appello Pasetto godette dell'amnistia per il reato di violenza privata e venne assolto «per insufficienza di prove» per il porto di armi improprie. Insieme a lui, un altro «riciclato eccellente»: Luca Bajona, latitante dopo l'aggressione, poi costituitosi, futuro consigliere comunale di An, vicesindaco e assessore alla Cultura nella giunta Sironi, finanziatore di eventi come la «Alla scoperta della cultura non conforme» (2001), fiera di libri della destra radicale. Sarà proprio lui il primo a chiedere, in una seduta del consiglio nel 2004, di intitolare una strada a Pasetto. Allora la mozione fu respinta.Graziano Perini, capogruppo del Pcdi in consiglio comunale, non ha avuto il tempo di raccontare tutta la storia (molte altre ce ne sono) nella seduta di lunedì. Ha ricordato però la nota di condanna partita dall'ufficio di presidenza del consiglio comunale di allora contro «il picchiatore del Msi Nicola Pasetto, che non dovrà più sedere in consiglio comunale».Fiato sprecato, visto che Pasetto sarà eletto addirittura in Parlamento, dove con Storace capeggerà l'aggressione a Mauro Paissan dei Verdi, e resterà, dopo la sua morte, una figura quasi mitica per le destre - un paio di circoli veneti di An e uno della destra radicale portano il suo nome - tanto che la sua memoria viene tutt'oggi celebrata con incontri e concerti a base di musica nazirock. Ci si chiede allora come può un personaggio del genere «rappresentare - sono sempre le parole della mozione - per le giovani generazioni, un chiaro esempio di lealtà, onestà e coraggio, di passione civile e amore sincero per lapropria città e per la propria gente». Tuttavia non è solo questione di sfregi simbolici, questo come l'elezione di Andrea Miglioranzi (poi dimessosi) della Fiamma a rappresentare il Comune nell'assemblea dell'Istituto storico della Resistenza. Ciò che davvero preoccupa i democratici veronesi, politici e non, sono le modalità con cui procedono i lavori del consiglio comunale. Tempi contingentati per gli interventi - tre minuti nell'ultima seduta, e solo per i capigruppo - una sfilza di ordinanze emanate prima di aver presentato le linee programmatiche della giunta e quindi eletto le commissioni - si va dal divieto di mangiare e bivaccare vicino ai monumenti alle multe ai clienti delle prostitute e dei vu cumprà, dal divieto di bere alcolici ai giardini a quello di camminare in abiti succinti - e, ultima novità, le denunce ai giornalisti. Fatte - pare - dal sindaco ma a nome dell'amministrazione. Così, napoleoneggiando ....


Paola Bonatelli

1 agosto 2007

Cpt di Bari, rimpatriati 40 egiziani


Sono stati rimpatriati stamattina alle 4 con un volo charter partito da Bari-Palese 40 cittadini di nazionalita' egiziana, una parte degli ospiti del Cpt di Bari che domenica avevano sostenuto la fuga dal Centro di 32 persone. Erano scortati da un cospicuo numero di uomini delle forze dell'ordine. Nel Cpt di Bari "San Paolo", sono rimasti una ottantina di migranti di varie nazionalità, in attesa anche loro di essere rimpatriati. Invece i quattro cittadini egiziani arrestati dopo gli incidenti nel Cpt stamani in Tribunale, in sede di udienza di convalida, sono stati condannati ad 1 anno e 9 mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena.

PERGOLA (PU): Aggressione fascista


I fatti accaduti nella notte fra sabato 28 e domenica 29 luglio a Pergola non sono riconducibili ad una classica rissa tra ubriachi del sabato sera, ma ad una vera e propria aggressione nazi-fascista. Infatti i responsabili dell'aggressione sono riconducibili a gruppi di estrema destra organizzata e tollerata dalle istituzioni, come Forza Nuova che legittima e annovera tra le sua fila naziskin che girano per le strade quotidianamente armati di coltelli e pugni di ferro. Quest'ultimo episodio è l'esempio lampante della loro metodologia: hanno provocato e aggredito e in seguito ad una giusta risposta antifascista hanno ben pensato, nella loro indole vigliacca, di accoltellare alle spalle un ragazzo coinvolto. Una volta lasciatolo a terra, agonizzante con la pleura forata dalla lama, si sono congedati inneggiando al duce ed esibendo saluti romani. Il rituale dell'aggressione vigliacca e squadrista non è una novità nel nostro territorio da quando circa un anno fa il sindaco Aguzzi ha permesso alle camicie nere di aprire una sede a Fano e di usufruire di spazi pubblici, facendo di questa città l'epicentro della violenza fascista organizzata di tutto l'entroterra marchigiano. Invitiamo per l'ennesima volta le autorità a chiudere tutte le sedi che propagandano revisionismo storico di stampo fascista e intolleranza xenofoba e rivendichiamo inoltre il nostro diritto di esistenza e Resistenza


La Bottega di Resistenza Globale di Fossombrone
Centro Sociale Autogestito Oltrefrontiera di Pesaro

BARI: Cosa succede al CPT ?


I recenti episodi di violenza ampiamente documentati dalla stampa locale, aprono nuovamente il dibattito per la chiusura definitiva dei CPT, a Bari e nell’intero territorio nazionale.
Ormai è noto a tutti che questi luoghi sono delle prigioni in tutti i sensi, con l’unica differenza che i reclusi non hanno commesso alcun reato, se non quello di scappare dai propri paesi per motivi di guerra o di miseria, alla ricerca di una vita migliore.
L’ episodio del CPT di Bari, una vera e propria “rivolta” di cittadini egiziani, conclusasi con otto ricoverati immigrati e diversi contusi tra le forze dell’ordine, non è notizia di tutti i giorni. Per questi motivi chiediamo che il Ministero degli Interni avvii immediatamente una ispezione per verificare come sono realmente avvenuti questi gravi episodi. Inoltre abbiamo verificato e ci stupisce che tra gli “ospiti” del CPT vi sia la presenza di un minore, anch’esso ricoverato. Ci chiediamo come mai fosse rinchiuso nel CPT, quando montagne di circolari ministeriali vietano il trattenimento di minori non accompagnati, da ultima la circolare 11 Luglio 2007. Per questo ragazzo chiediamo che da subito si attivino i servizi sociali del Comune di Bari ma sarà anche necessario verificare come è possibile abusare così disinvoltamente della legge, con relative responsabilità civili e penali qualora emergessero.
Il Governo di centro sinistra non può continuare a trattare la questione dell’immigrazione come questione che riguarda le sole forze dell’ordine. E’ giunto il momento di aprire un confronto serrato con le comunità migranti presenti nel paese e le associazioni antirazziste per arrivare alla cancellazione definitiva della legge Bossi- Fini e costruire una nuova legislazione sui temi dell’immigrazione che abbia al centro l’accoglienza, il rispetto dei diritti civili e sociali.

Spotello Migranti

Bari 31.07.2007

31 luglio 2007

Fermiamo la violenza fascista. Basta incendi! Basta aggressioni!.


La notte tra il 28/29 Luglio veniva appiccato il fuoco alle porte del CSA Auro con il lancio di alcune bottiglie incendiarie. Solo l’intervento dei vigili del fuoco evitava che le fiamme si propagassero anche all’interno del centro nel quale dormiva un giovane occupante. Le svastiche, le celtiche e le scritte: “rossi ai forni”, “dux”, “vincere e vinceremo”, fatte sui muri del centro, sono l’inequivocabile segno della matrice neofascista del tentativo d’incendio di uno dei pochissimi luoghi di libera aggregazione nella nostra città. La stessa notte bottiglie incendiarie venivano lanciate anche contro il CPO Experia al quale esprimiamo tutta la nostra solidarietà.
Alcuni giorni prima un compagno del coordinamento 16 settembre veniva aggredito nell’affollatissima via Landolina, teatro ormai consueto della violenza squadrista a Catania, da tre noti esponenti del movimento neofascista Forza Nuova. Questi sono solo gli ultimi episodi di un’ ottusa escalation di violenza scatenata dall’estrema destra nella nostra città.

È ora di dire basta!

Di dire basta alla violenza neofascista che da Roma a Catania colpisce impunita i militanti e le militanti di sinistra, il movimento GLBT e gli immigrati, e all’indifferenza di chi ritiene che organizzazioni come Forza Nuova possano avere legittima cittadinanza politica nel nostro Paese. È ora di condannare pubblicamente la complicità ideologica delle amministrazioni Scapagnini e Lombardo.
Non è forse vero che la giunta Scapagnini vede al suo interno ex picchiatori fascisti come l’assessore Fatuzzo di Alleanza Nazionale e che proprio la stessa giunta è il primo nemico degli spazi autogestiti come l’Auro, sotto perenne minaccia di sgombero richiesto più volte dal consigliere comunale Consoli del Movimento Per l’Autonomia ed inserito tra gli immobili da svendere alla società truffa Catania Risorse?
La provincia di Catania non ha forse patrocinato l’iniziativa pubblica: “dalla fiamma alla celtica” alla quale è intervenuto l’esimio Raffaele Lombardo?
Ma soprattutto è ora di svegliare la coscienza di una città che non è ancora stanca di vivere nell’ignoranza e nel degrado!
Mobilitiamoci allora! Per difendere luoghi come l’Auro che anche quest’anno ha offerto alla città iniziative culturali e di dibattito, laboratori d’arte, una palestra, cinema, musica e soprattutto uno spazio di libertà in una Catania sempre più schiava dei suoi antichi padroni.
Svegliamoci! Per difendere tutti insieme le nostre idee, i nostri diritti, i nostri spazi.
Non arrendiamoci alla violenza Fascista perché per noi il sogno di una Catania diversa non è ancora finito.

CSA AURO
COORDINAMENTO 16 SETTEMBRE

29 luglio 2007

LA SPEZIA: Oltraggiato monumento alla resistenza


Il giorno in cui salutiamo la scomparsa di Giovanni Pesce c'è da registrare un disgustoso episodio di inciviltà nella città di La Spezia.
Il capoluogo della provincia medaglia d'oro per la Resistenza Partigiana ha subito un duro attacco nei suoi valori antifascisti.
La notte tra il 26 ed il 27 luglio alcuni "ignoti" hanno lordato e deturpato il monumento alla Resistenza posto nei giardini pubblici della città con svastiche, croci celtiche e vari simboli nazisti.

28 luglio 2007

CATANIA: Aggredito da militanti di Forza Nuova il coordinatore dei Giovani Comunisti


La notte tra il 25 e il 26 luglio nell'affollatissima via Landolina, teatro ormai consueto della violenza neofascista a Catania, si è consumata l'ennessima aggressione ai danni di un membro del Coordinamento 16 Settembre. Stavolta il compagno aggredito è Valerio, coordinatore provinciale dei Giovani Comunisti, che, nell'indifferenza più assoluta di chi ha assistito alla scena, è stato assalito da tre noti esponenti del movimento politico "Forza Nuova". Le ragioni dell'aggressione sono sempre le stesse: l'identità antifascista, l'impegno sociale e l'attiva partecipazione alla vita politica di una città che qualcuno vorrebbe lasciare "nera" d'ignoranza, degrado e povertà. Non a caso, infatti, questa ennesima aggressione si è verificata ad appena due settimane dal riuscitissimo Catania Pride 2007, manifestazione notoriamente invisa ai neofascisti. Noi del Coordinamento 16 settembre diciamo basta! basta alla violenza neofascista che da Roma a Catania colpisce impunita i militanti e le militanti di sinistra, il movimento GLBT e gli immigrati. Diciamo basta all'indifferenza di chi ritiene che un movimento che, si ispira chiaramente al ventennio più buio della nostra storia, possa avere legittima cittadinanza politica nel nostro paese.Noi, compagne e compagni del Coordinamento 16 Setttembre, vogliamo, inoltre, annunciare a tutta la città che, non solo non ci sentiamo intimorite/i dall'ottusa violenza di un partito xenofobo e razzista come Forza Nuova, ma che risponderemo, anche a quest'ultima aggrassione, con nuove iniziative politiche per affermare, con tutta la nostra forza e tutta la nostra rabbia, che il sogno di una Catania diversa non è ancora finito.


Coordinamento 16 Settembre.

27 luglio 2007

ROMA: Fermata coppia omosessuale. Si baciava davanti al Colosseo.

Sorpresi dai carabinieri due gay che si scambiavano effusioni nel centro di Roma. Ferma condanna dell'Arcigay: "Non siamo di serie B. Il 2 agosto organizzeremo un bacio collettivo"

Nel giorno in cui la Cassazione ribadisce il diritto di esprimere "senza condizionamenti la propria identità sessuale", a Roma due omosessuali sono stati fermati e denunciati per atti osceni perchè si baciavano alle due di notte davanti al Colosseo. Roberto e Michele, 27 e 28 anni, sono stati sorpresi da una pattuglia dei carabinieri in via San Giovanni in Laterano, riservata in questi giorni alla cosiddetta Gay Strett, una sorta di agorà dove la comunità gay si incontra e allestisce eventi culturali. Per protestare contro un rigore che l'Arcigay ritiene eccessivo e ingiustificato, il 2 agosto, in occasione della pedonalizzazione della Gay Strett, centinaia di omosessuali e lesbiche si sono dati appuntamento alle 23 sotto il Colosseo per un bacio collettivo. Roberto è di Roma; con Michele si conosce da tempo. Ieri notte stavano lasciando la piazza e si avviavano verso il motorino posteggiato vicino. Davanti al Colosseo si sono baciati: "E' stato solo un bacio", giura Roberto. "Forse si può giudicare un bacio un po' focoso, sulle labbra e sul petto, ma niente di più. All'improvviso ci ha illuminato il fascio di luce di gazzella dei carabinieri. Ci hanno chiesto i documenti. Trascorsi venti minuti, Michele, un po' spaventato, ha chiesto spiegazioni. Semplici accertamenti, ci hanno risposto. Intanto sono arrivate altre due auto dei carabinieri. Erano in sei. A quel punto ci hanno perquisito", spiega Roberto. "Ci hanno fatto svuotare le nostre tasche, cosa insolita considerando che non avevamo niente che fosse fuori posto: pantaloni allacciati, cintura a posto e maglietta indosso. In caserma ci hanno trattato come appestati e all'interrogatorio che è seguito ci hanno accusati di atti osceni in luogo pubblico".
Fabrizio Marrazzo, presidente dell'Arcigay Roma, grida allo scandalo: "E' un fatto gravissimo. Mostra che ancora oggi le coppie omosessuali sono considerate di serie B. Abbiamo segnalato la cosa al legale di Gay Help Line, che la scorsa settimana, per la prima volta in Italia, ha fatto ottenere la costituzione di parte civile al compagno di un gay ucciso. Non ci faremo intimidire da queste azioni e proseguiremo nei nostri progetti: le lesbiche ed i gay in Italia non devono più subire soprusi di questo tipo. Tra una settimana, quando le autorità renderanno pedonale quel tratto di strada dove si affacciano il maggior numero di bar gay della città, abbiamo deciso che ci baceremo in pubblico. Saremotanti, centinaia. Sarà la nostra risposta alla denuncia per atti osceni".

26 luglio 2007

MILANO: Sgomberato lo stabile occupato in via Volturno 33


Mercoledì 25 luglio alle h.8:00 una quindicina di agenti in borghese fa irruzione nello stabile occupato di via Volturno, 33. Contemporaneamente, sfruttando il passaggio del cantiere retrostante, un gruppo di carabinieri, in tenuta antisommossa, entra dalle finestre del piano terra. Subito procedono all'ispezione dei 7 piani dell'edificio identificando tutti gli occupanti presenti. Intanto oltre 25 mezzi fra polizia e carabinieri militarizzano il quartiere Isola impedendo ogni via di accesso alla struttura per un raggio di oltre 100 metri. Nel giro di una mezz'ora molti dei compagni presenti in città hanno portato la propria solidarietà agli occupanti di V33. Per l'intera giornata le "forze dell'ordine" hanno presidiato lo spazio per consentire agli operai di eseguire il lavoro di muratura in modo da evitare il temuto rientro degli occupanti. Attualmente lo Studentato Occupato è sottoposto a stretta sorveglianza grazie alla presenza di una guardia privata e del suo cane, i quali permangono all'interno. La Digos ha preferito aspettare il periodo estivo approfittando dello svuotamento della città per far incursione nello stabile e tentare di risolvere in breve quello che altrimenti sarebbe stato uno sgombero sudato. Ecco che in questo modo il vice sindaco De Corato è riuscito a prestar fede alla promessa di "ripristinare l'ordine e la legalità" procedendo all'evacuazione dell'immobile.Ma il progetto dello studentato è svincolato dalle mura di Volturno e per questo lo sgombero di oggi ha rappresentato unicamente una tappa di un' esperienza che di certo non si colclude qui e ora.Non vogliamo che questo sgombero passi sotto silenzio e per questo nei prossimi giorni abbiamo intenzione di mettere in campo numerose iniziative.
Giovedi 26 luglio h.18.00 assemblea cittadina sullo sgombero e la questione degli spazi sociali nella metropoli. (il luogo verrà comunicato a breve)
Venerdi 27 h.19:00 saremo di nuovo davanti a V33 per un presidio -con aperitivo- e per rilanciare il nostro percorso...Contiamo sulla presenza e la partecipazione di tutte le soggettività (individuali e collettive) che in questi mesi hanno attraversato e condiviso l'esperienza di V33.


Gli occupanti di Volturno33

24 luglio 2007

VERONA: Un naziskin per la Resistenza


Andrea Miglioranzi. Lui è uno che vanta un curriculum eccellente.
Leader degli skinhead, tre mesi in carcere per istigazione all’odio razziale, dirigente di Fiamma Tricolore, membro del gruppo “Gesta bellica”, che ha tra i suoi inni canzoni come “Il capitano”, dedicata ad Erik Priebke, e “Vittima della democrazia”, in onore a Rudolph Hesse.
Se gli chiedete se è un fascista, vi risponde: “Fascista? Per me è un termine molto caro”.
Considerate le premesse, la domanda nasce spontanea.
Che ci fa costui come rappresentante del Comune di Verona all’Istituto per la Resistenza?
La ingegnosa nomina è stata fatta dalla maggioranza del consiglio comunale, chiaramente di destra.
Infatti l’altra persona nominata all’ente è stata Lucia Canetti, di Alleanza Nazionale.
Il neo eletto sindaco della Lega Flavio Tosi è contento, secondo lui i due consiglieri comunali porteranno “ un confronto positivo all’interno dell’Istituto” e approfondiranno "alcuni aspetti sui quali fino ad ora c’è stata minore sensibilità”.
Ma non c’è da stupirsi il sindaco ha una condanna , ancora non definitiva, per lo stesso reato di Miglioranzi. E come prima cosa ha cacciato gli “zingari” dalla città.
Simpatica maggioranza quella di Verona!
“Qui è peggio del periodo di Hitler, a Verona manca totalmente la memoria storica”.
Lo dice lo scultore Vittore Bocchetta, uno che di nazisti ne sa qualcosa, dal momento che è sopravvissuto ai campi di concentramento. Questo paese è indubbiamente un paese strano.
Speriamo che Oscar Luigi Scalfaro, che è presidente degli enti di ricerca sulla Resistenza, chieda immediatamente l’annullamento della nomina e si unisca alle proteste che già sono incominciate a Verona, città medaglia d’oro per la Resistenza.

23 luglio 2007

PIETRASANTA: Vice Sindaco di AN espone bandiera della X MAS


Io credo che di fronte a questa foto che certifica senza discussioni che dalla sede di AN di Pietrasanta e sopra il negozio del Vice Sindaco Giovannetti è esposta una bandiera della x mas, non abbiamo che da agire immediatamente denunciando alla stampa e alla comunità locale e nazionale questo grave atto. Inoltre è necessario chiedere immediatamente una presa di posizione al Sindaco e alla dirigenza di An in cui venga condannato il fatto e individuati i responsabili (se Giovannetti le sue dimissioni).
A pochi giorni dal 12 Agosto in cui si ricorda l'eccidio di S.Anna di 63 anni fa questa gente senza rispetto inneggia ad un corpo responsabile di gravi fatti anche nella nostra zona. Dobbiamo immediatamente coinvolgere l'Anpi e tutte le associazioni e forze politiche democratiche per respingere questa ennesima provocazione incivile.
Ciao a tutti,
Marco Bonuccelli

22 luglio 2007

VICENZA: Il segretario provinciale Raniero e il delegato sindacale Sacchiero arrestato (ieri rimesso in libertà) contestano accuse, scenari e modalità


Lo sfratto: Rdb-Cub ora passa all'attacco«Siamo sindacalisti di professione». «E io non ho dato calci a nessuno». Entrambi promettono azioni legali contro vigili e Comune



Germano Raniero e Claudio Sacchiero, professione sindacalisti. Una precisazione che loro stessi - all'indomani dei fatti di via Natale Del Grande, l'ex sede del Cub - tengono a evidenziare. Per Raniero è scattata una denuncia per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, mentre Sacchiero ieri è stato rimesso in libertà dopo una notte passata nel carcere di San Pio X. Per lui resta l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale mentre è decaduta quella per lesioni, così ha fatto sapere dopo essere stato accolto dai suoi compagni del Cub all'uscita della casa circondariale. Entrambi promettono ricorsi e azioni legali verso i vigili urbani e il Comune: l'appuntamento con gli avvocati è già stato fissato per domani mattina.Ma un altro fronte si è aperto dopo lo sgombero dei locali sotto allo stadio Menti. È l'aspetto politico, che verrà affrontato giovedì prossimo dal Rdb Cub in un convegno sulla democrazia che si svolgerà al patronato Leone XIII. «Democrazia che è a rischio, perché siamo in presenza di una giunta che usa strumenti repressivi, che non permette i cortei in centro a Vicenza e che ha tirato via le panchine ai giardini Salvi», chiosa Raniero precisando il suo ruolo: «Alla fin fine io faccio il sindacalista: i picchetti davanti alle fabbriche e le manifestazioni sono patrimonio di tutto il sindacato, azioni di lotta normali e legittime, mi pare che qualcuno voglia fare una tempesta in un bicchier d'acqua». E a proposito degli episodi che lo hanno visto coinvolto in alcune azioni considerate eccessive, non ultimo quello che secondo alcuni voci ha coinvolto recentemente il sindaco Hullweck, Raniero è tranquillo: «Non ho mai oltrepassato i limiti della legalità, sbagli se ne fanno, certo, ma mi sembra che qui stiano cercando dei capri espiatori, forse perché il Cub è il primo sindacato come iscritti in Comune». E per quanto riguarda il sindaco, «io non l'ho nemmeno incontrato e se qualcuno dice il contrario lo querelo», aggiunge il sindacalista. Il dibattito sulle vicende dei giorni scorsi è insomma iniziato e per il Cub la sentenza è unanime: «È stata una mossa politica continua Raniero non c'entra la sede, eravamo già in fase di trasloco». Dello stesso parere Sacchiero: «Vogliono levarsi i sassolini dalle scarpe con un atto repressivo contro chi difende i lavoratori ed è contrario al Dal Molin». Lui è già pronto a scendere in campo, e pensa al sindacato ancor prima di raccontare la sua esperienza in carcere: «Non è la prima volta, mi è già successo quattro anni fa dopo una manifestazione, poi sono stato assolto». E per quanto riguarda via Natale Del Grande? «Il pm non ha convalidato l'arresto perché il fatto non sussiste precisa io non ho dato calci a nessuno, mi hanno sollevato di forza e mi sono aggrappato ai mobili con le gambe, quindi mi hanno ammanettato, sono rimasto 7 ore nella cella della polizia municipale e poi tutta la notte, fino alle 14 di oggi (ieri per chi legge, ndr) a San Pio X». Sacchiero precisa infine che lui stato eletto regolarmente come delegato sindacale e che non ha nessun passato da anarchico: «Stanno dipingendo tinte fosche contro di me dice casomai sono comunista, oltre che sindacalista».


Pietro Rossi Vicenza
22 luglio 2007 - Il Gazzettino

21 luglio 2007

Genova 2001-2007, «Siamo qui e dove serve»


Tra chi ha sfilato e chi era in piazza, c'erano almeno mille persone Manifestanti di allora e delegazioni da Vicenza, Val Susa, Ferrara


«Lo stesso caldo di allora», dice Marina che sei anni fa era infermiera del Gsf mentre ripercorre la strada che porta in Piazza Alimonda dallo stadio Carlini. Pensa ad alta voce Marina e, come chi le sta attorno, misura la distanza da quel 20 luglio 2001, il giorno della furia assassina di migliaia di poliziotti-finanzieri-carabinieri, persino forestali di cui dal tentato golpe Borghese nessuno aveva più sentito parlare. Poco prima della partenza del corteo le gradinate dello stadio s'erano ripopolate di testimoni di quei giorni. Seduto più o meno dove dormì nel 2001 c'è Gennaro Migliore, ora capogruppo alla Camera per il Prc. Dice che proprio qui sono cambiate molte cose, dentro e fuori di sé. Ricorda l'assemblea la sera in cui fu ucciso Carlo, quando le notizie arrivavano col contagocce e si doveva decidere come scendere in piazza il mattino dopo. Ricorda l'intervento di Daniele Farina, allora portavoce del Leoncavallo, oggi vicepresidente della commissione Giustizia a Montecitorio. Anche lui tornato ieri in Piazza Alimonda. «Fu lui a convincerci di restare calmi, eravamo molto determinati. Nessuno decise di ripartire». Veniva da Napoli, Gennaro Migliore, dove il 17 marzo 2001 la polizia aveva assalito un grande corteo no global. «Non credevamo proprio si potesse ripetere in grande quell'orrore che avevamo attribuito all'impazzimento della questura».In parecchi hanno issato le tende al Carlini, oggi giocheranno a pallone, condivideranno lo spazio anche per discutere, proiettare video e stare ancora insieme. Ma ieri era il giorno del ricordo più dolente, del ritorno in Alimonda, del minuto di silenzio quando le lancette si appuntano sull'ora in cui la pistola di un carabiniere mise fine alla vita di un ragazzo di 23 anni che aveva raccolto un estintore proprio per difendere se e gli altri, dopo tre ore di scontri nella trappola di Via Tolemaide. Quando l'ordine pubblico fu violentato proprio da chi avrebbe dovuto tutelarlo. E' un rito collettivo che si ripete ogni anno con minime variazioni. E si ripeterà fin quando non ci saranno verità e giustizia. Qualcuno continuerà a cantare, leggere poesie, lasciare piccole cose e striscioni sulla grata all'angolo della chiesa. Un ritorno «bello, doloroso e necessario nello stesso tempo», spiega Betta Piccolotti, una dei due coordinatori nazionali dei Gc. Ieri, in una piazza ingombra dalla invasiva postazione di La7, circolavano anche copie della mostra sui Luoghi resistenti, le lotte di comunità, ideata e realizzata dai milanesi del Progetto comunicazione, gli stessi che avevano fatto il Libro bianco a un anno da quel luglio, in collaborazione con Socialpress. Pochi o tanti, Haidi Giuliani esorta a non farsi venire il complesso dei numeri. «Bisogna esserci e qui e dove serve: Vicenza, la Val Susa, Ferrara…».Ieri, comunque, si era almeno in mille, tra chi ha sfilato e chi ha atteso in piazza. E c'erano manifestanti di allora, vittime dei pestaggi, militanti politici e sindacali, parlamentari della sinistra radicale, cittadini genovesi e delegazioni da altri luoghi dove hanno scavato i social forum (Bologna, l'Abruzzo, Firenze, Asti), c'era Rosa Piro, la mamma di Dax ucciso anche lui a 26 anni dalle coltellate fasciste, come Renato Biagetti a Roma solo un anno fa, c'era Francesco Barilli, l'animatore del sito delle Reti meno invisibili, c'era Italo Di Sabato dell'osservatorio contro la repressione (un'iniziativa dei gruppi parlamentari Prc), c'era Paolo Beni, leader dell'Arci che consegnerà in serata al comitato PiazzaCarloGiuliani, con Roberto Presciutti, l'amministratore delegato di Liberazione, il ricavato della distribuzione del video-denuncia che ricostruisce la vicenda di Piazza Alimonda. C'erano parecchi dei portavoce del Gsf, da Raffaella Bolini (Arci, reduce dalla cerimonia della dedica ad Angelo Frammartino della sala dei deuptati del Prc) ad Alessandra Mecozzi (Fiom), da Alfio Nicotra a Luciano Muhlbauer e poi Luca Casarini, Francesco Caruso, Antonio Bruno fino a Vittorio Agnoletto, all'epoca "portavoce dei portavoce", adesso eurodeputato Prc, promotore dell'assemblea di domani contro il progettato G8 in Sardegna, e firmatario, tra gli altri, di una lettera ai parlamentari dell'Unione, polemica sull'avvicendamento De Gennaro-Manganelli e che chiede una vera inchiesta parlamentare."De Gennaro ha Amato i Mangnelli" si leggere sullo striscione, felice per sintesi ed efficacia, di centri sociali genovesi e Network delle comunità in movimento, tirato fuori nell'inatteso fuori-programma: un corteo non autorizzato, pacifico e senza tensione, fino alla questura dove una delegazione di cinque ragazze, lo porterà fino all'uscio della polizia sotto la quale risuonavano le parole delle due poliziotte che esultavano per l'omicidio di un ragazzo di 23 anni. Sui muri, a segnare il cammino del corteo, volantini che cucivano le foto dei misfatti di polizia al G8 con gli slogan accattivanti della pubblicità di Arma e ps, tipo "vicini alla gente". «E' stata la risposta alla provocazione del Coisp, un sindacatino di ps che voleva manifestare in Alimonda - spiega l'altro coordinatore dei Gc, Federico Tomasello mentre il deputato Caruso chiede scusa ai genovesi per l'occupazione temporanea della strada - ma questa iniziativa vuole denunciare la promozione di De Gennaro subito dopo la sua iscrizione al registro degli indagati per la Diaz».


Checchino Antonini

fonte Liberazione 21.07.2007

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