20 dicembre 2011

“Casa Pound & friends”

Quanti Gianluca Casseri esistono in Italia? La storica antifascista triestina Claudia Cernigoi documenta le relazioni di complicità con questa rete neofascista che ha approfittato a man bassa di ogni opportunità di 'sdoganamento'.
Gianluca Casseri, non molto noto come neofascista, ha conquistato i primi titoli dei giornali dopo essere diventato un assassino, andando al mercato a Firenze a fare il tiro al senegalese (ne ha ammazzati due, ma avrebbe potuto fare di peggio, visto l’armamentario che s’era portato dietro), una cosa che ci ha ricordato un po’ certe sparate (metaforiche, ovviamente) di un sindaco di Treviso che proponeva di “vestire gli immigrati da lepri” il giorno dell’apertura della caccia “per far divertire i cacciatori”. (Sissignori, l’Italia è anche questo, caso mai ce lo fossimo dimenticato).
Casseri si è poi ucciso, ma quanti Casseri esistono in Italia, persone che vivono un po’ nell’ombra, un po’ isolate, un po’ strane, appassionate di fantasy, possiedono armi (legalmente? Illegalmente?), frequentano circoli ed associazioni di destra come CasaPound… no, questo non lo dovete dire! Casseri è venuto a volte, ma non è, insomma non fa, lo si conosceva ma non era dei nostri…
Copione già visto, come all’epoca dell’attentato al Manifesto dove l’attentatore si fece male da solo (e per fortuna non fece male a nessun altro), dal quale Forza nuova prese subito le distanze, diceva che sì, girava, vedeva gggente, ma però non c’entrava…
Salvo qualche anno dopo, alle manifestazioni di Forza nuova filmate in “Nazirock”, si veda benissimo come la folla inneggi al mitico “camerata Insabato”, con applausi ed ovazioni.
Ciò ci ricorda quella vecchia storiella yiddish, dove un rabbino, un sabato pomeriggio, trova in mezzo alla strada una cassettina piena di monete d’oro e di gioielli, e non la può prendere, perché dishabbath l’ebreo osservante non può toccare nulla di prezioso. Allora si mette a pregare, e Dio compie il miracolo: dappertutto nel mondo in quel momento è sabato, ma nel metro quadrato dove si trovano il rabbino e la cassettina è giovedì, quindi il rabbino può prendere l’oro senza problemi.
Insabato frequentava Forza nuova prima, la frequenta adesso, non era di Forza nuova solo il giorno in cui è andato alla redazione del Manifesto…?
Chissà se anche Gianluca Casseri, dal quale oggi CasaPound prende le distanze, nonostante le numerose foto che lo ritraggono con le bandiere dell’associazione, avrà un recupero post-mortem, chissà se ne leggeremo tra qualche anno il nome sui muri delle città, come oggi a Trieste trionfa una scritta inneggiante ad Alibrandi nel trentesimo anniversario della morte?
Alibrandi, chi era costui? Lo sanno i ragazzini della scuola media su cui troneggia da giorni una frase che nessuno ha ancora pensato a cancellare? Gli insegnanti della scuola hanno spiegato ai loro studenti che Alessandro Alibrandi era un criminale, un terrorista dei NAR che collaborò a diversi attentati per cui furono condannati Mambro e Fioravanti; Alibrandi fu chi mostrò il giudice Amato, che indagava sul terrorismo di destra, al camerata Fioravanti (che non lo conosceva di persona) affinché potesse riconoscerlo, il giudice Amato che cadde poi sotto il piombo dei NAR; Alibrandi stesso partecipò al massacro di due poliziotti a Roma il 21/10/81, ed il 5 dicembre successivo rimase ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia stradale. Ecco perché a trent’anni di distanza viene ricordato sui muri di una scuola triestina da una firma GUD (Gruppo unione difesa, una delle entità affini, contigue, similari a Forza nuova). Ma esiste ancora il reato di apologia di reato in questo paese? Perché noi un po’ di apologia la si ravviserebbe… e dato che i nomi dei facenti parte del GUD dovrebbero essere nomi noti, non crediamo che un’indagine in merito sarebbe inutile.
Dopo l’episodio Casseri, è stato fatto girare in rete un documento con dei nomi (di “intellettuali” e “persone di cultura”) che firmarono tempo fa per “sdoganare” CasaPound, nel senso che si attivarono perché non fosse loro impedito di organizzare iniziative pubbliche.
A parte i nomi delle solite “anime belle” che spesso non comprendono a fondo le cose della vita, e che ritengono di dover difendere i diritti di persone che poi si guarderebbero bene dal difendere i diritti di coloro che li hanno difesi, come i giornalisti Piero Sansonetti, Ritanna Armeni od Andrea Colombo, o l’Ugo Maria Tassinari che a forza di studiare i fascisti se ne è invaghito, anziaffascinato, troviamo anche dei nomi coerentemente presenti. Ne prendiamo fuori alcuni.
“Mario Michele Merlino – poeta e autore teatrale”: ah, questa è bella, ultimamente lo trovavamo come “filosofo”. Merlino è lo stesso Merlino fascista che si era infiltrato tra gli anarchici romani dopo il “viaggio di studio” sulle tecniche di infiltrazione in Grecia nel 1969, e fu coinvolto nelle indagini su piazza Fontana.
“Maurizio Murelli – società editrice barbarossa”: sì, Murelli fondò un circolo Barbarossa, dopo avere scontato 11 anni di prigione per l’omicidio dell’agente Antonio Marino avvenuto a Reggio Calabria nel 1973. Fondò anche la rivista Orion assieme a Marco Battarra, col quale mise anche in piedi un negozio di fantasy, “la bottega del fantastico”. Chi era appassionato di fantasy? Casseri? Bravi, risposta esatta, ma si tratta sicuramente di una coincidenza.
“Gabriele Adinolfi – Noreporter”, altro nome noto. Fu in Terza Posizione assieme a Roberto Fiore, ed oggi sempre con Fiore sta in Forza nuova, dopo vent’anni di latitanza perché condannato per banda armata (come Fiore, del resto).
L’abbiamo lasciato per ultimo per la sua importanza istituzionale: “Cristano De Eccher – senatore del Pdl”.
Il trentino De Eccher fu negli anni ’60 militante di estrema destra e sospettato addirittura di collusione con gli stragisti neri; la scorsa primavera ha presentato un disegno di legge costituzionale per abolire la XII norma transitoria della Costituzione, quella che vieta la riorganizzazione del partito fascista. Il fatto che De Eccher sia stato condannato proprio per questo reato, da giovane, è puramente casuale, ovviamente.
Questi alcuni amici di CasaPound, ma ne hanno anche altri di una certa importanza, se esaminiamo il programma relativo alla loro Festa nazionale “Direzione Rivoluzione”, svoltasi a Roma dal 15 al 18 settembre scorsi (il programma è a questo link):

“Roma, 9 settembre – Dibattiti con nomi della politica e dell’informazione, da Stefania Craxi a Mario Sechi, da Pietrangelo Buttafuoco a Gabriele Adinolfi. Ma anche formazione, sport, musica, teatro, volontariato, impegno sociale e un omaggio video a Pietro Taricone. Da giovedì 15 a domenica 18 settembre CasaPound Italia, chiuso il terzo anno di attività, si ritrova nel cuore di Roma, nella ‘postazione nemica’ di Area 19, per ‘Direzione Rivoluzione’, la festa nazionale del movimento nato a giugno 2008”.
Stefania Craxi e Pietrangelo Buttafuoco sono relatori in un dibattito sulle “primavere arabe”, ma la notizia più ghiotta ci sembra quella della “presentazione della nuova onlus di CasaPound Italia, Solidarité-Identités, già impegnata in progetti di solidarietà in Birmania, Kosovo e Kenya, sarà l’occasione per discutere della funzione dell’associazionismo nel settore della cooperazione con Franco Nerozzi della comunità solidarista Popoli e Walter Pilo dell’Uomo libero onlus”.
Cosa sia “l’Uomo libero onlus” lo leggiamo nel loro sito: si sono dati da fare dopo la caduta del muro di Berlino (1990) a portare la loro “solidarietà” con i viaggi “in Romania, Polonia, Ungheria,Cecoslovacchia e soprattutto in Lituania dove la popolazione combatteva ancora nelle strade contro le truppe speciali dell’Armata Rossa sovietica”. Noi ricordiamo che all’epoca della rivolta contro Ceausescu partivano per la Romania da Trieste diversi furgoni in regime Tir, cioè sigillati alla partenza e apribili solo a destinazione, che non sappiamo cosa portassero, ma sappiamo che ad organizzare il tutto erano personalità del calibro del socialista Arduino Agnelli assieme all’ex ordinovista Francesco Neami ed al suo socio Claudio Bressan (che avendo la moglie di origine romena probabilmente partiva avvantaggiato nei contatti). Così come gli ex dirigenti del Fronte della Gioventù triestino Roberto Menia (poi sottosegretario nel governo Berlusconi) e Gilberto Paris Lippi (poi vicesindaco nella gestione Di Piazza) si sono fatti un vanto di avere parlato il12/3/90 a Timisoara a 15.000 romeni per portare la solidarietà della “gioventù italiana”, dopo avere raggiunto “la Romania in rivolta nel dicembre 1989, per portare concreta solidarietà alla popolazione” (da “20 anni di lotta e di sogni” edito dal Fronte della Gioventù di Trieste nel 1992).
Negli anni ‘90 l’Uomo libero onlus (da non confondersi con l’Uomo libero che fu una testatacomunitarista molti anni or sono) si è occupato dell’ex Jugoslavia “durante tutto il conflitto l’Uomo Libero ha sostenuto ben trentotto viaggi per trasportare aiuti umanitari, raccolti principalmente nel basso Trentino”, (chi è trentino? Ah, de Eccher, sicuramente una coincidenza) ed oggi si occupa dei Serbi del Kosovo. E qui noi che ci lasciamo andare ai ricordi, dobbiamo annotare che nella manifestazione organizzata dal GUD a Trieste il 5 novembre scorso c’era una forte presenza serba (considerando una quindicina di persone su un centinaio totali, va detto) che sosteneva il diritto serbo sul Kosovo (fattore sul quale siamo d’accordo anche noi, ma che viene politicamente egemonizzato dalla destra estrema, in funzione di barriera cristiana contro l’islamismo).
“L’uomo libero onlus” ha però anche un progetto per il popolo Karen della Birmania, e qui entra in scena il veronese Franco Nerozzi della comunità solidarista “Popoli”, il quale ha patteggiato una condanna a diversi mesi per una questione di “mercenari” che avrebbero dovuto andare a fare un golpe alle isole Comore.
Nerozzi (“bieco e delirante anticomunista” per sua stessa definizione durante una conferenza tenutasi a Trieste ed organizzata dal Partito radicale), era passato da reporter free lance (nella Jugoslavia degli anni 90, vi ricorda qualcosa?) ad organizzatore di “iniziative umanitarie”, come queste che porta da anni avanti nel sudest asiatico, sia con i Karen che con i Montagnards del Viet Nam, spesso fregandosene delle necessarie autorizzazioni dei governi legittimi. Ma tanto per restare tutti in famiglia, ricordiamo che all’epoca tra gli indagati veronesi per presunti traffici d’armi che si sarebbero celati sotto pretese “operazioni umanitarie” in Birmania vi fu anche Giulio Spiazzi (figlio del più ben noto generale Amos) che scelse come proprio avvocato il veronese Roberto Bussinello, altro esponente di Forza nuova. Che Nerozzi abbia patteggiato è di dominio pubblico; come invece si sia conclusa la vicenda di Spiazzi non lo sappiamo, però troviamo nel sito http://educazionedemocratica.org/?p=1208#comments che cinque anni fa (l’articolo è del 2011) un “giovane papà”, dopo avere fatto l’inviato di guerra in praticamente tutto il mondo ha deciso di fondare una “scuola di stampo libertario”, andando oltre la propria formazione steineriana per “ispirarsi alla filosofia libertaria”. Chi è questo “giovane papà” tanto libertario? Giulio Spiazzi, l’avreste mai creduto?
Smettiamola di dietrologare e torniamo alla festa di CasaPound, dove a parlare di politica e di economia assieme al direttore de “il Tempo” Mario Sechi ed il giornalista del “Sole 24 ore” Augusto Grandi (e ad un responsabile di CasaPound) troviamo nuovamente Gabriele Adinolfi, qualificato come fondatore del Centro studi Polaris, la cui competenza in materia economica ci è oscura e tanto meno ci è stata chiarita leggendo l’introduzione del sito di tale Centro studi:
“Cos’è Polaris
Il modello cui tendiamo, e al quale ci avviciniamo progressivamente ogni giorno di più, non ha ancora un nome proprio in italiano. Usando l’anglicismo corrente, si potrebbe definire, non senza qualche disagio per la sudditanza linguistica, un Think Tank. La scommessa che ci prefiggiamo di vincere è di farne qualcosa di simile ma di diverso, in quanto non lo intendiamo al servizio di potentati economici ma della comunità nazionale. Quando potremo dire di aver vinto questa scommessa saremo probabilmente anche riusciti a dare la definizione italiana di un Think Tank oltre alla sua italica versione”.
Noi non ci abbiamo capito niente, ma dato che non intendiamo aderire a Polaris possiamo ora riprendere lo studio di CasaPound. A Trieste non ha una sede, però a Udine sì, e nel 2010 avevano organizzato un dibattito sulle “foibe” invitando a parlare la sottoscritta, Giacomo Scotti, Alessandra Kersevan, Sandi Volk… non si capiva se per un linciaggio (metaforico, ovviamente) in diretta o se per crearsi una copertura bipartisan, che logicamente ci siamo ben guardati di fornire loro, declinando l’invito con la massima cortesia.
Alla fine alla conferenza hanno parlato il biologo triestino Giorgio Rustia ed il medico Vincenzo Maria De Luca, già tra i relatori (assieme a Roberto Fiore, sì sempre quello di Forza nuova) invitati da Lotta studentesca (associazione vicina a Forza nuova) di Roma per una conferenza dal titolo “Foibe l’unica verità” da tenersi alla Sapienza, iniziativa saltata per le proteste degli studenti (non per vantarmi, ma lo scopo della conferenza sarebbe stato quello di “sbugiardare” il mio studio sulle foibe, attività che sembra essere uno degli scopi della vita del dottor Rustia). Insomma, gira che ti rigira, tornano fuori sempre gli stessi nomi: il che dovrebbe essere positivo, perché vuol dire che più di tanti in Italia non sono.
A Brescia CasaPound ha giocato ancora più sporco, invitando ad un dibattito dal titolo “C’era una volta 28 maggio 1974” il rappresentante dei familiari delle vittime della strage di Brescia, Manlio Milani (che purtroppo si è prestato al gioco) assieme a Gabriele Adinolfi (sempre come Polaris) e due esponenti di CasaPound. Questo episodio ha creato una frattura piuttosto pesante all’interno dell’associazione per la memoria che sono giunti addirittura a chiedere le dimissioni di Milani. Ovviamente ciascuno ha diritto di partecipare alle iniziative che crede, ma quando si ricopre una carica come quella di Milani dare un qualsivoglia avallo di dialogo su un argomento tanto scottante con persone di quella fatta, nell’insieme quello che viene da pensare è che certe iniziative di CasaPound abbiano un contrappunto provocatorio e che a volte la provocazione gli riesca.
Mi rendo conto di essere andata un po’ a ruota libera in questo articolo, ma la ricerca sul neofascismo è come le ciliegie, una notizia tira l’altra, e poi si arriva un po’ dappertutto per tornare al punto di partenza.
Naturalmente questi sono solo degli appunti che richiedono assolutamente degli approfondimenti e dei chiarimenti, cosa che mi riprometto di fare quanto prima. E se qualcuno ha idee, notizie, sospetti o anche solo pettegolezzi, me li mandi, così posso destreggiarmi meglio in questa galassia nerofumo.

Claudia Cernigoi da Contropiano

I rifiuti sociali nella discarica penale

«Il paradosso: attraverso la negazione della sicurezza dei diritti agli scarti umani - precari, immigrati, rifugiati - lo Stato si costruisce una nuova legittimazione con la sicurezza penale, proprio quella da garantire contro quelli ai quali la sicurezza è stata negata»Il mercato ha soppiantato la politica ed ha imposto una sorta di razionalità "tecnica", oggettiva, che pare non ammettere contraddizioni.
Ma l'imposizione "tecnica" di ridurre drasticamente, nel privato e nel pubblico, il numero degli occupati per non meglio precisate finalità di ordine economico, è in realtà un'opzione politica ben precisa, secondo cui i diritti dell'uomo valgono poco o nulla. A ben vedere, all'interno del ciclo produttivo colui che lavora, da soggetto di diritti è tornato ad incarnare unicamente la figura, mortificante, di uno dei fattori della produzione, tanto per intenderci alla stregua di un macchinario o di una merce. Ed è strano che queste opzioni incivili vengano decise da un soggetto inafferrabile, il mercato, di cui si conoscono le pretese, peraltro vincolanti, ma non se ne conoscono né obblighi, né responsabilità. Eppure non è di facile comprensione come mai uno Stato, qual è quello italiano, che basa la propria ricchezza sul lavoro - essendo privo di risorse naturali - possa divenire più ricco, diminuendo il lavoro: si tratta di quello stesso Stato che proprio al lavoro ed al suo fondamentale pregio ha dedicato il primo articolo della Costituzione ancora vigente.
Ecco, invece gli ordini, indiscutibili, di derivazione sovranazionale che impongono la libertà di licenziamento da parte dell'impresa, in attesa di un miglioramento delle cose, cioè una fantomatica ripresa del mercato che vorrebbe rimettere a posto la situazione e, dunque, far riespandere le assunzioni: tutto ciò senza fare i conti con le svariate decine di milioni di disoccupati, europei e nordamericani, della cui sopravvivenza - nelle more delle "ripresa" - il mercato, evidentemente, non si dà cura.
E questo già dovrebbe favorire qualche dubbio sull'efficacia della cura e, soprattutto, sulle reali cause della malattia.
Si tratterebbe, in realtà, soltanto di un ultimo colpo assestato a categorie di soggetti già resi deboli, pauperizzati dall'imposizione di modelli di vita sempre più impossibili da sostenere. A costoro si aggiungano i giovani precari, i pensionati sociali, insieme agli inoccupati, ed a coloro che a quarant'anni e più, perdono il posto di lavoro, condannati all'emarginazione, per non parlare del lacerante, variegato cosmo dell'immigrazione: vite da scarto, rifiuti umani.
L'imporsi di un nuovo ordine, teso a soppiantare quello esistente, pare destinato a produrre inevitabilmente materiale di risulta, da smaltire ed eventualmente da riconvertire. E quando il progetto si riferisce alle comunità umane, allora il materiale di scarto, la cui produzione segue parallelamente la costruzione del nuovo ordine sociale, è l'insieme dei "rifiuti umani" - le wasted lives di Bauman - costituito da quegli individui che non si adattano alla forma progettata o non si lasciano adattare: si tratta di residui inutili, da marginalizzare ed eventualmente smaltire attraverso le carceri, la cui funzione di integrazione sociale rappresenta un dover essere astralmente distante dalla realtà.
Alla base di questo vortice che stritola le esistenze di tanti esseri umani si ritrova una massima esaltazione del consumismo che produce in abbondanza, assieme a tante merci, tanti rifiuti. Il rifiuto è una presenza sterminata, ma preferiamo non pensarci . Il dramma è che l'idea di rifiuto è ormai spostata dagli oggetti all'uomo, ad un tipo particolare di uomo che è divenuto un rifiuto, un vinto dell'età tecnologica. E la prima categoria di scorie umane è tutta occidentale, sono i giovani degli anni Settanta, quella generazione che viene espulsa da un mercato, tutto concentrato sulla riduzione dei posti di lavoro piuttosto che sul loro incremento. Ma va anche peggio per gli scarti degli scarti, gli esuberi del terzo mondo. Essi incarnano, direttamente, la figura di rifiuti di ancor minor pregio, senza alcuna funzione utile da svolgere nella terra del loro arrivo, destinati alle discariche dei ghetti e dei campi profughi, se non delle galere. Le probabilità che costoro vengano riciclati in membri legittimi e riconosciuti dalla società, sono infinitamente remote.
La verità è che il panorama globale fa emergere uno scenario inquietante, al cui interno lo Stato non è più in grado di garantire diritti di sicurezza economica, lavorativa, esistenziale di una parte cospicua dei suoi cittadini. E l'effetto immediato è la diffusione di panico e depressione, tra i malesseri più diffusi, specialmente tra i giovani, fra le cui cause evidenti vi sono proprio l'incertezza lavorativa e la conseguente precarietà esistenziale.
Tra le prerogative classiche della sovranità, moneta (economia), esercito, potere punitivo, è rimasta in piedi solo quest'ultima ed è proprio facendo riferimento al potere punitivo che, tanto scompostamente, l'istituzione statuale cerca oggi di legittimarsi nei confronti dei consociati: gli individui, così, smettono di essere oggetto di attenzione da parte dello Stato sociale e lo divengono per lo Stato penale, assecondando ed accelerando in tal modo la metamorfosi della cultura dell'uomo quale soggetto di diritti nell'anticultura dell'individuo rifiutabile.
Ma quando lo Stato perde la capacità di difendere i diritti dei singoli, cioè la protezione delle persone, costretto dall'affermarsi, nell'ordine della globalizzazione, di sfrenate politiche neoliberiste, esso deve cercare altre forme di autolegittimazione. E il paradosso consiste nel fatto che attraverso la negazione della sicurezza dei diritti agli scarti umani - precari, immigrati, rifugiati - lo Stato si costruisce una nuova legittimazione tramite un altro tipo di sicurezza, penale, che è proprio quella da garantire contro coloro ai quali la sicurezza esistenziale è stata negata. Di qui la famigerata, ricorrente "questione sicurezza" che fa leva sulla suggestione mediatica di paure indotte, o ingrandite a dismisura, sui pericoli delle attività potenzialmente destabilizzanti di chi ha perso tutto o niente ha mai avuto.
Tutto ciò testimonia la crisi di legittimazione dello Stato, che ha finito per perdere il carattere inclusivo che contraddistingueva la natura dello Stato sociale, in favore di un ritorno graduale alla priorità dell'elemento della tutela dell'incolumità personale e del patrimonio attraverso il controllo penale. La ricerca di legittimazione da parte dello Stato di fronte all'incertezza prodotta dai processi di globalizzazione - che incentivano esponenzialmente la precarietà, e la conseguente vulnerabilità, sociale da un lato, e le variabili di rischio che minacciano la sicurezza personale degli individui, dall'altro - passa attraverso la produzione sociale e mediatica di cause diverse da quelle che sono le fonti reali del disagio e determinano la mutazione nello Stato penale.
Diversamente dal caso delle minacce generate dalla mancata difesa della sopravvivenza delle persone, la portata dei pericoli predatori per la proprietà e la incolumità individuale viene enfatizzata e colorata con le tinte più fosche, di modo che il mancato concretizzarsi delle minacce possa essere venduto come un evento straordinario, frutto della vigile efficienza e, perché no, della buona volontà degli organi dello Stato.
Che fare? Rimettere in discussione tutte le precondizioni politiche, sociali ed economiche che hanno caratterizzato ogni fase della postmodernità, con progettazioni a lungo periodo che, ponendo come fine dell'azione politica la promozione e la difesa dei diritti fondamentali di tutti gli esseri umani, tengano conto con lungimiranza delle conseguenze nel tempo delle soluzioni adottate. Tutto il contrario di quel che caratterizza l'azione politica oggi dominante: essa non è in grado di produrre altro che pseudo-soluzioni discriminatorie, di natura emergenziale e provvisoria, espressioni di una politica dal fiato corto, destinata a modellarsi e a limitare la propria sfera d'azione sui tempi brevi e scenari inquietanti.
Tutto ciò che ostacola la corsa incessante alla crescita economica costituisce un ostacolo da rimuovere obbligatoriamente, ma credo che gli esseri umani ai quali si negano i diritti primari possano per breve tempo risultare acquiescenti: è facile prevedere che alla violenza delle istituzioni si possa rispondere con altra violenza . Ed a nulla potranno servire nuove norme penali,ulteriori giri di vite repressivi ,specialmente quando sono funzionali unicamente alla conservazione di una sempre più diffusa condizione di iniquità sociale.

Sergio Moccia da  il manifesto

19 dicembre 2011

Ganzer, il generale del Ros, condannato a 14 anni, ma che resta al comando

E' mai possibile che uno dei raggruppamenti più importanti dell'Arma dei carabinieri venga tuttora guidato da un generale condannato in primo grado a 14 anni di reclusione per crimini commessi in servizio? La domanda, declinata in varie versioni, ricorre da un anno e mezzo in più di un ambiente dell'Arma, ma nulla si muove. Per il generale Giampaolo Ganzer, capo del Raggruppamento operativo speciale (Ros), non è mai scattata una minima sospensione. L'Arma e per essa il ministero della Difesa, sembrano aver reagito con totale indifferenza alle parole pronunciate dai giudici di Milano nel luglio del 2010. E il generale Ganzer continua a guidare uno dei cervelli investigativi dell'apparato militare italiano: il Ros, che si occupa ogni anno di decine di casi molto delicati, tra i quali anche il giallo di Yara Gambirasio. Per l'omicidio di Brembate Sopra il Ros ha preso il sopravvento, anche se non è mai stato detto a livello ufficiale, anche sugli uomini del nucleo investigativo provinciale, che sono stati quasi completamente esautorati di ogni funzione in merito.
La storia è tutta italiana, nel senso peggiore del termine. Il 12 luglio del 2010 il capo del Ros e altri 13 carabinieri, tra i quali una serie di sottufficiali in servizio a Bergamo all'epoca dei fatti, sono stati condannati a pene variabili dai 18 anni in giù. 14 per il capo. La sentenza non ha riconosciuto l'associazione per delinquere ma parla chiaramente di traffico internazionale di stupefacenti. E' accaduto di tutto, secondo i giudici, a fine anni '90, per mano di Ganzer e dei suoi uomini: carichi di droga sequestrati e “distratti” per essere rimessi sul mercato, accordi con trafficanti di stupefacenti di alto livello, conferenze stampa finte su maxi sequestri che in realtà nascondevano un traffico di droga capace di penetrare in tutta Italia. Una sentenza con parole pesanti, da parte della Corte d'Assise di Milano: “Ganzer non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti, spinto dalla sua smisurata ambizione. Non ha minimamente esitato a dar corso ad operazioni antidroga basate su un metodo di lavoro assolutamente contrario alla legge, è sceso a patti con pericolosi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di sostanze stupefacenti e ha loro garantito l'assoluta impunità. Il comandante del Ros ha tradito tutti i suoi doveri, primo fra tutti quello di far rispettare la legge dello Stato”.
Una sentenza devastante per un processo che finirà quasi sicuramente di fronte alla Cassazione. Ma una sentenza, comunque, di fronte alla quale l'Arma non ha mai dimostrato nemmeno un minimo di imbarazzo, un giudizio senza conseguenze per un alto ufficiale che non si occupa di scartoffie e burocrazia, ma di indagini e di soluzioni per garantire la verità, quando possibile.

fonte: BergamoNews

Palermo: Sgomberato il Laboratorio Vittorio Arrigoni


È stato sgomberato all'alba di questa mattina il Laboratorio Occupato Vittorio Arrigoni.
Con l'abituale ampio dispiegamento di uomini e mezzi, Polizia e Carabinieri hanno fatto irruzione in uno spazio che, nell'ultimo anno, era passato dall'essere luogo di spaccio e consumo di eroina, del tutto precluso agli abitanti del quartiere, a centro vivo e vissuto di innumerevoli attività.
Il VikLab nasce dall'impegno di lavoratori, studenti e precari che nel Maggio di quest'anno, a pochi giorni dalla scomparsa di Vittorio, avevano deciso di liberare e rendere fruibili gli spazi dell'ex fabbrica Pensabene, un esempio di archeologia industriale metropolitana, sita nel quartiere Albergheria, da lungo tempo completamente abbandonata a se stessa. Recuperare i capannoni dello stabilimento affinché potessero diventare spazi finalmente utilizzabili è stato un lavoro lungo e faticoso, una fatica che, in questi pochi mesi di vita, è stata però ampiamente ripagata da quanto si è riuscito a realizzare.
Un luogo vissuto dai bambini della zona, che ne frequentavano il doposcuola attraversato da chi ne ha utilizzato gli spazi per assistere a o realizzare rappresentazioni teatrali oppure da chi negli stessi spazi ha organizzato la propria lotta per una casa o contro il razzismo Un luogo che ha saputo essere all'interno della metropoli uno spazio liberato dalle logiche di mercato, altrove imperanti, ed una risorsa per gli abitanti del quartiere e non solo.
Come sempre in queste occasioni appare intollerabile che, in una città martoriata da mille emergenze sociali, l'attenzione di questura e governo cittadino si possa focalizzare su un'esperienza come quella del VikLab capace, dal basso, di strappare al degrado uno spazio abbandonato da più di dieci anni e di farlo diventare punto di riferimento per un quartiere in cui crisi, disoccupazione e completa assenza di servizi sociali stanno colpendo più duramente che altrove. Un governo della città che svela nitidamente come a determinarne le logiche siano esclusivamente gli interessi di chi sulla città, e sulla vita di chi la abita, non fa altro che speculare senza alcuno scrupolo.


Domani, per un ragionamento comune sullo sgombero e sulle risposte da dare, assemblea cittadina alle ore 16:30 in via porta di Castro 171

fonte: InfoAut



Chiedi diritti ti danno psichiatria!

G.B. è un ragazzo di 35 anni, vive a Pisa, i problemi che lo affliggono sono gli stessi che affliggono troppi ormai: anni di precariato alle spalle, poi un lavoro part-time a tempo determinato ed una causa per mobing in corso.
Su di lui grava una vecchia diagnosi psichiatrica risalente al 2006 anno in cui per la prima volta veniva ricoverato con la forza in seguito a degli attacchi di ansia seguiti alla morte del padre ed alla conseguente fine dell'attività lavorativa paterna nella quale lavorava.
Da allora inizia il suo calvario, invece di aiutarlo le istituzioni preposte gli rendono la vita ancora più difficile. I pregiudizi che diagnosi di questo tipo si portano appresso rendono ancora più difficile, quasi impossibile, trovare lavoro, ma G. essendo in grande difficoltà accetta di farsi inserire nelle categorie protette del lavoro. Questo fatto gli permette però di lavorare solo part-time e non arriva lo stesso a fine mese, dovendo pagare minimo 300 euro di affitto. A questo punto G. fa richiesta di alloggio popolare e si rivolge ai sevizi di assistenza sociale per avere un sostegno. La soluzione che gli viene fornita è il ricovero in una struttura residenziale psichiatrica e la nomina di un amministratore di sostegno. Una soluzione questa che avrebbe comportato lo sradicamento dalla sua vita sociale, l’imposizione di ritmi di vita controllati dalla struttura e l’amministrazione da parte di una terza persona del suo denaro, in poche parole la perdita di ogni autonomia e dignità. Per non vedersi costretto ad accettare la proposta indecente dei servizi sociale G. decide di occupare un appartamento abbandonato dove nel frattempo stabilirsi in attesa di un alloggio popolare; questo avveniva circa tre-quattro mesi fa.
Come se non bastasse a tutti questi problemi se ne somma un altro ancora: la necessità di un’operazione chirurgica, che non può essere ulteriormente rimandata e che richiede mesi e mesi di convalescenza, una convalescenza che di certo non può essere affrontata in mezzo alla strada.
Scoraggiato, vedendosi negare il diritto alla casa, il diritto al lavoro e il diritto alla salute si è rivolto nuovamente alla psichiatria: si è ingenuamente recato al CIM, il centro territoriale di igiene mentale, per chiedere allo psichiatra che lo segue da anni che gli venisse riconosciuta la sua sanità mentale; con la speranza di potersi liberare una volta per tutte dallo stigma psichiatrico e di poter far andare la propria vita in una nuova direzione. G. non sapeva che in psichiatria la guarigione non è contemplata.
Dopo il colloquio, una volta rientrato a casa, si è ritrovato circondato da un folto drappello di persone che gli intimavano di dover andare con loro in psichiatria. Al nostro arrivo abbiamo trovato quattro poliziotti municipali, otto vigili del fuoco, due operatori della croce rossa, due funzionari dell'ASL e lo psichiatra che ha ordinato il TSO. Questi ultimi, rimasti tutto il tempo in disparte, inizialmente non avevano ancora l'ordinanza che permetteva loro di privare della libertà a G. e quindi c'è stato il tempo di fare una mediazione e di spiegare ai poliziotti ed ai vigili cosa era successo prima di quel momento dato che non conoscevano G. e non sapevano assolutamente niente di lui . Una volta arrivata l'ordinanza, quando i vigili stavano per sfondare la porta, abbiamo convinto Gianluca a scendere e mostrare ai presenti che era tranquillo e che la sua agitazione era dovuta non ad un delirio ma al fatto che era andato gentilmente a chiedere diritti e gli è stato imposto un TSO. Il suo errore è stato quello di aver riferito allo psichiatra di sentirsi bene e di non prendere più i farmaci da almeno due anni. La mediazione che ha convinto G. a uscire di casa consisteva nell'impegno di poliziotti e vigili a non mettergli per nessun motivo le mani addosso, cosa che G. temeva, e che sarebbe andato autonomamente con la macchina di un amico all'ospedale S. Chiara di Pisa.
Tutto questo per scongiurare il TSO, convinto di poter ancora spiegare la sua situazione e non essere medicalizzato; ma così non è stato.
Il trattamento sanitario obbligatorio che costringe la persona a rimanere in ospedale e ad essere curate con psicofarmaci anche contro la propria volontà viene usato per medicalizzare e trattare come malate le persone che vivono un disaggio, qualunque esso sia, anche quando la causa di questo è chiaro a tutti e riguarda il lavoro e la casa. Si può concludere dicendo che il TSO spacciato come superamento dell'internamento in manicomio è solo propaganda e l'apparato di garanzie e di tutele messe in campo dalla legge 180 sono di fatto puramente teoriche e di facciata. Il sindaco che dovrebbe essere il primo garante contro gli abusi si limita a ratificare le richieste di TSO operate dagli psichiatri del CIM ed il giudice tutelare che dovrebbe sorvegliare si limita a verificarne la correttezza formale del procedimento, senza tenere conto della dinamica reale dei fatti.
Come collettivo antipsichiatrico, che da anni contrasta gli abusi e le pratiche psichiatriche, denunciamo il trattamento sanitario obbligatorio subito da G.B. come un atto ingiustificato, spropositato e dannoso, come un vero e proprio abuso di potere che ha lo scopo di cambiare discorso, di spostare l'attenzione dai motivi reali del disaggio di G., casa e lavoro, e ridurli a scompensi celebrali per rilevare i quali non esistono analisi da laboratorio, ma solo ed esclusivamente il giudizio di uno psichiatra.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa

Casapound: i complici e i finti tonti


La propaganda vittimista e rassicurante di CasaPound impazza, e incassa la solidarietà di pezzi consistenti del centrodestra. Ma anche dei radicali e di un blogger 'berlingueriano'...

«Noi senegalesi non abbiamo bisogno delle scuse di Casa Pound; loro, piuttosto, dovrebbero vergognarsi, e non solo di fronte a noi, ma davanti al mondo intero». Così il portavoce della comunità senegalese fiorentina, Pape Diaw, ha replicato sabato - durante il grande corteo antirazzista e antifascista che ha sfilato per le strade di Firenze – alle farneticanti affermazioni di una dirigente di Casapound che a Bari aveva detto di «non sentirsi in colpa e non dover chiedere scusa a nessuno» per l'assassinio dei due ambulanti senegalesi da parte del killer Gianluca Casseri, militante dell’organizzazione neofascista. Diaw ha avuto parole molto chiare e ha più volte invocato la chiusura delle sedi di Casa Pound. «Prima o poi - ha aggiunto sabato - l'onestà dei cittadini trionferà su questi personaggi»
Proprio sabato nel capoluogo pugliese gli estremisti di Casa Pound avevano tentato di nuovo di accreditarsi come vittime di un complotto e di un ingiusto accerchiamento, oltre che di presentare mediaticamente una delle tante coperture che il gruppo neofascista utilizza per coprire le attività squadristi che. «Il nostro stile politico ci ripulirà da una macchia che ci ha sporcati ingiustamente e per cui non abbiamo nessuna colpa nè sentiamo di dover chiedere scusa a nessuno» ha detto durante l’iniziativa barese Chiara del Fiacco, militante di Casapound e portavoce nazionale della onlus 'Solidaritè identites'. Sebastian Magnificat, presidente della ‘onlus’, ha ribadito il mantra che caratterizza la propaganda di CPI: ‘né rossi né neri ma liberi pensieri’. «Casseri - ha detto - era un simpatizzante e non un militante di Casapound che, tra l'altro, non è di estrema destra».
L’attività dei ragazzotti di CPI è tutta concentrata sulla propagazione di una immagine vittimistica e rassicurante del gruppo. Così il responsabile palermitano dell’organizzazione, Francesco Vozza, ha inviato alle agenzie e ai giornali locali un comunicato in cui afferma che “un centinaio tra militanti di CasaPound Italia e abitanti della Noce hanno allontanato una trentina di estremisti di sinistra del centro sociale Anomalia venuti nel quartiere per un volantinaggio dal linguaggio violento e denigratorio nei confronti della nostra associazione di promozione sociale». Promozione sociale...
Contemporaneamente CasaPound di Lecce «esprime la propria solidarietà al consigliere comunale Roberto Martella e all'assessore provinciale Filomena D'Antini, a causa delle minacce subite da alcuni manifestanti nel corso del corteo indetto per commemorare le vittime della strage di Firenze”. Sabato, durante un corteo a Lecce contro il razzismo, alcuni manifestanti avevano duramente contestato il consigliere comunale di centrodestra Roberto Martella, reo di aver partecipato ad un convegno di Casa Pound solo una settimana fa.
Ma non è solo nel centrodestra che i ‘fascisti del terzo millennio’ trovano sostegno e solidarietà. Ieri pomeriggio infatti un rappresentante di CPI è intervenuto all'Assemblea dei Radicali di Roma, dove era stato invitata a presentare le sue proposte per la Capitale. «Ringraziamo i Radicali - ha detto il vicepresidente di Cpi Simone Di Stefano - che, pur nella diversità di posizioni, com'è nella loro tradizione, anche in questo caso hanno dimostrato di avere l'onesta intellettuale e l'apertura mentale necessaria a riconoscere CasaPound come una realtà importante che opera sul territorio della Capitale.

Per non parlare del significativo testo postato pochi giorni fa sul sito ‘Qualcosa di sinistra’ (www.enriberlinguer.it) che contiene una fondamentale contraddizione: si può essere contro il razzismo e il fascismo senza essere contro i razzisti e i fascisti? Il testo, inizialmente intitolato ‘Nessuno tocchi Casapound’ - titolo poi mutato in un meno compromettente ‘E’ giusto chiudere Casapound’ ha fatto il giro del web, suscitando commenti non certo positivi. Lo riproduciamo di seguito:
“Onde evitare polemiche è doveroso fare una serie di premesse: l’uccisione dei ragazzi senegalesi avvenuta a Firenze è un fatto aberrante, il razzismo è un cancro da estirpare dal mondo, trovo le posizioni di Casapound antistoriche e le loro idee politiche sono un insulto alla Costituzione partorita dalla Resistenza antifascista.
Questo non mi impedisce però di difendere le militanti e i militanti di CPI dai rigurgiti stalinisti di certa “sinistra”: quella che invoca la chiusura delle loro sedi, quella dei presunti antifa che cercano lo scontro fisico con i “fascisti”( teorizzando una stupida parodia delle imprese partigiane), quella che alla “caccia al nero” risponde con la “caccia ai neri”.
Il sindaco Renzi ha detto, per una volta in vita sua, un cosa intelligente: non si può addossare la colpa delle aggressioni razziste a un intero movimento, la responsabilità penale in un paese civile è individuale.
Nessuno, sia ben chiaro, mette in dubbio che il soffocante clima di intollerenza verso gli stranieri, i rom, la comunità lgbti abbia anche delle responsabilità politiche; ma non è facendo di Casapound il capro espiatorio di tutti i mali che si risolve il problema.
Dentro il movimento definito dai media di “estrema destra” (Cpi rifiuta questa etichetta) ci sono sicuramente razzisti ed omofobi, ma questo non implica che tutti i militanti di Casapound lo siano (lo so per esperienza personale). E diciamo la verità: i razzisti, gli omofobi, i sessisti, gli intolleranti, i violenti si annidano anche a Sinistra. Smascheriamoli tutti! Facciamo una lotta vera sull’intollerenza, una battaglia culturale non violenta 365 giorni all’anno, 24 ore su 24!
Io oggi con il cuore sono a Firenze con i migranti, con i miei fratelli senegalesi in agitazionene contro il razzismo. Sono loro i miei Compagni, non certo quelli di Casapound. Ma difenderò fino alla morte il diritto di chi non la pensa come me ad esistere, consapevole che la lotta la si fa sul piano delle idee.
Chi non la pensa così può anche fare le valigie e prendere un biglietto di sola andata per Cuba.”

Non c'è che dire. Per un blog che afferma di ispirarsi a personaggi come Enrico Berlinguer, e addirittura al partigiano Sandro Pertini e al comunista Antonio Gramsci, morto in conseguenza della lunga e durissima prigionia a cui lo sottopose il regime mussoliniano, davvero una bella confusione mentale e programmatica. Una confusione mentale che qualche buonista - o finto tonto - potrà ricondurre a problemi di sanità mentale, come in tanti hanno fatto a proposito del killer fascista Giancarlo Casseri. Ma non ci sembra proprio il caso di essere nè buonisti nè finti tonti visti i continui elementi emersi in questi giorni a proposito delle consistenti coperture e collaborazioni di cui ha potuto approfittare Casseri, in questi anni. Una tra le più gravi la denunciano 'Articolo 21' e Annamaria Rivera:
"Al momento in Rai nessuno ha smentito. Nessuno ha spiegato se è vero o falso che il giornalista, attualmente collaboratore di Radio uno, Gianfranco De Turris (ora in pensione, già vicecaporedattore della redazione cultura), abbia avuto diretto rapporto con Casseri, l’uomo che ha fatto strage di giovani senegalesi a Firenze.

Ecco quanto scrive Annamaria Rivera su Micromega:
“Oggi si cerca di far passare Casseri per un pazzo isolato, quando invece non si contano i siti e i giornali on line dei quali era collaboratore abituale, in compagnia di pezzi grossi del ‘pensiero’ di estrema destra. Fra questi, Gianfranco de Turris, ben noto non tanto quale ‘studioso’ dell’opera di Julius Evola ma piuttosto come caporedattore per la cultura del Giornale radio RAI. Non v’è impresa ‘culturale’ compiuta dallo stragista suicida (o suicidato?) che non lo veda in sua compagnia. Casseri e de Turris sono fianco a fianco nel Centro Studi La Runa (che ora, con scarso senso di rispetto per il defunto, ne ha cassato gli articoli). I due si scambiano i ruoli di relatore e moderatore in numerosi convegni e incontri di studio (si veda, prima che lo cancellino:

E l’uno, De Turris, scrive prefazioni o presentazioni alle opere dell’altro.
Un pazzo isolato? Ci spieghino allora come mai un giornalista RAI frequentasse un simile folle e la RAI spieghi ai cittadini italiani perché abbia (o abbia avuto per tanti anni) come redattore uno che, oltre a recensire e divulgare robaccia neonazista, aveva frequentazioni così pericolose. Fra l’altro, Casseri era attivo collaboratore del sito Stormfront, avatar del Ku Klux Klan: dunque, non è in senso metaforico che rimarchiamo lo stile da incappucciati della strage fiorentina”.

Marco Santopadre da Contropiano

Per alleggerire le carceri si riempiono i commissariati


Ci volevano loro, i tecnici, gli ottimati, i «dotti medici e sapienti», come recita la canzone di Edoardo Bennato, per fare una pensata del genere. Il meglio del meglio delle università padronali (Bocconi e Luiis) e confessionali (Cattolica), gli iniziati dei circoli finanziari e di potere più influenti del pianeta (Trilateral, Bilderberg) e delle agenzie di rating più tiranniche e truffaldine (Goldman Sachs) hanno ritenuto che se nelle carceri ci sono solo posti in piedi allora la soluzione la si può trovare nelle «camere di sicurezza» dei commissariati, che però essendo circondati da lugubre fama (come ancestrali luoghi di pestaggi, sevizie, maltrattamenti, dove il fermato è in balia di qualsiasi sventura e privo del men che minimo diritto che, al contrario, in carcere almeno sulla carta può avere) andavano rinominati. Dopo averci pensato un po’ l’avvocato Severino ha scovato la nuova definizione: sale di custodia. Un tocco di cosmesi carceraria, una imbellettata di fondo tinta spesso e le rughe callose di quelle fogne, dove negli ultimi tempi si sono verificate più di una tragedia, da Stefano Cucchi, Giuseppe Uva o Sediou Gadiaga, per citarne alcuni, potevano scomparire.
La scelta scellerata del governo nasce da una constatazione: nell’ultimo anno (cifre ufficiali fornite dal Dap) sono entrati nelle carceri 68.411 persone. Nello stesso periodo ne sono uscite 45mila. Ma quel che più colpisce è che la metà è uscita entro 3 giorni dall’arresto e 10 mila dopo un mese. Il carcere funziona come una sorta di porta girevole della società. Un terzo di questi è finito dentro per stupefacenti, solo 1.655 per omicidio, ben 3.463 per resistenza a pubblico ufficiale. Un dato, quest’ultimo, abnorme e allarmante poiché mette in mostra come l’autorità di polizia stessa susciti con il suo intervento il reato. Qualcosa evidentemente non funziona. Per fare fronte a questo turnover impazzito, il governo ha pensato ad un disegno di legge che trasformi la detenzione domiciliare in pena principale per i reati fino a 4 anni.
Nel frattempo si è deciso l’obbligo per le forze di polizia di trattenere gli arrestati nelle camere di sicurezza, «dove per giunta non previsto alcun sindacato ispettivo», sottolinea una contrarissima Rita Bernardini, deputata radicale e membro della commissione giustizia. Ed in effetti l’elevato numero di condanne per resistenza a pubblico ufficiale, oltre ai numerosi casi di violenze all’interno di stazioni e caserme, dovrebbero consigliare maggiore cautela. La permanenza oltremisura in mano alle forze dell’ordine oltre ad accrescere i rischi di violenze, incide negativamente sulla formulazione delle prove. Non fa bene alle indagini e al processo. Oltre all’affollamento ed alle morti, le carceri recentemente assistono ad una preoccupante recrudescenza delle “squadrette punitive”, come i casi di Regina coeli e il processo che si è aperto contro i pestaggi a Sollicciano dimostrano.
Invece di affronatare con una sacrosanta amnistia-indulto i nodi strutturali dell’affollamento carcerario smantellando le leggi liberticide che producono il sovraffollamento (tra queste la Cirielli, la Fini-Giovanardi sulle droghe e le norme che criminalizzano l’immigrazione) il governo, nel corso del consiglio dei ministri che si è tenuto venerdì scorso, ha varato una norma che amplia di 6 mesi la precedente legge Alfano sulla detenzione domiciliare, che ora passa da 12 a 18 mesi. La misura sarà adottata con un decreto, quindi avrà effetto immediato, e riguarderà una fascia molto ristretta di detenuti. Secondo le stime del ministero dovrebbero avvantaggiarsene appena 3300 sui 68 mila reclusi. Il precedente decreto aveva consentito l’uscita di 4000 persone soltanto (delle 11 mila stimate e 6-7 mila preventivate), più o meno «come svuotare con un cucchiaio il mare dell’illegalità presente nelle carceri italiane», ha commentato Rita Bernardini che ha anche annunciato la presentazione di un ordine del giorno nel quale si chiede l’impegno del governo a «prevedere scadenze certe entro le quali dimezzare i procedimenti penali esistenti» e «varare un ampio provvedimento di amnistia e indulto».
Questo allargamento di pochi mesi della detenzione domiciliare dovrebbe permettere un risparmio giornaliero stimato attorno ai 380 mila euro. Si tratta di una norma “a termine” giustificata dalle condizioni eccezionali, che però alcuni vorrebbero far entrare a regime. In effetti l’unico elemento positivo contenuto in questo provvedimento è l’applicazione estesa anche ai recidivi, nonostante abbia perso l’automatismo previsto in prima stesura che lo ha ricondotto nell’alveo delle competenze della magistratura di sorveglianza, perdendo così d’efficacia e intasando gli uffici.
Questo governo, come il precedente, si è reso conto che la legge Cirielli è diventata un tappo che, oltre ad aver aumentato in maniera geometrica le pene, esclude o ritarda l’applicazione della Gozzini ad una moltitudine di detenuti. L’assurdità è che si debba ricorrere ad una norma del genere quando senza la Cirielli l’applicazione piena delle misure alternative avrebbe consentito l’uscita dal carcere di un numero molto più alto di detenuti.


18 dicembre 2011

Detenuto si toglie la vita nel carcere di Monza

Tragedia in carcere a Monza. Nel pomeriggio di domenica un detenuto della sezione maschile, di nazionalità italiana e poco più che quarantenne, si è tolto la vita ingerendo una dose letale di farmaci. Inutili i soccorsi della Croce rossa di Brugherio, giunta sul posto con un'ambulanza e un'automedica.
Il dramma che ha coinvolto la casa circondariale di via San Quirico è solo l'ultimo di una lunga serie che ha funestato l'anno che si sta per chiudere. Nel corso del 2011 sono stati 11 i tentativi di suicidio registrati, 87 gli episodi di autolesionismo, 2 le aggressione subite dagli agenti della polizia penitenziaria, 84 gli scioperi della fame. Alla base di questa protesta continua, il sovraffollamento del carcere monzese, che conta oggi 713 detenuti a fronte di una capienza massima stimata in 405 unità. E proprio la prigione monzese potrebbe essere una delle prime a essere interessata dal decreto svuota-carceri in fase di ultimazione da parte del ministro di Grazia e giustizia Paola Severino. A novembre alcuni settori del carcere erano stati chiusi perché dichiarati inagibili: 150 detenuti erano così stati trasferiti in altri penitenziari lombardi.

fonte: il cittadino

Aggressione razzista a Verona, Tredicenne srilankese preso a sprangate

I carabinieri la liquidano come una "goliardata". Ma la storia di Verona la pone in continuità con molte altre, alcune mortali. Una città con un cuore nero inquietante e consolidato nel tempo. Una cappa reazionaria che incombe e che tutela i suoi "ragazzi", anche quando sono criminali. Un libro svela le coperture ai neonazisti del gruppo "Ludwig"

Ieri a Verona, si è saputo pubblicamente dell'aggressione a un ragazzino di 13 anni cingalese avvenuta il tre giorni prima. Il ragazzino è stato preso a sprangate, umiliato in strada, insultato per il colore della pelle. Il tutto nel pomeriggio alla periferia della città. Il ragazzo è stato avvcinato da un gruppo di giovani in motorino che , a quanto pare, lo tenevano d'occhio da giorni. Prima gli insulti: «Che cazzo hai da guardare, negro di merda?». Poi, ventiquattro ore più tardi, le botte, mentre il ragazzo era con i compagni di scuola in via IV Novembre. Tutto è successo in un attimo. Gli amici del giovane hanno chiamato i carabinieri, ma gli aggressori sono riusciti a scappare. Il tredicenne è stato ricoverato, guarirà in cinque giorni. I carabinieri- come di consueto non escludono una «goliardata» sfociata in un atto di violenza- ma hanno già identificato una persona che sarebbe stata in compagnia di chi ha colpito al volto il ragazzino e stanno stringendo il cerchio delle indagini per arrivare all’identificazione dei protagonisti di un episodio i cui contorni non sono del tutto chiari. In mano ai militari ci sarebbero anche le riprese delle telecamere.
Secondo alcune fonti le indagini guarderebbero anche nella direzione dei gruppi dell'estremismo neofascista particolarmente attivo nella città.
Nel 2008, Nicola Tommasoli, un ragazzo colpevole di avere i capelli rasta fu pestato a morte da un gruppo di noefascisti veronesi. Un anno dopo un gruppo di "ragazzi" pestò addirittura il Procuratore della Repubblica Schinaia che indagava sulle aggressioni dei gruppi neofascisti. L'elenco, purtroppo, potrebbe continuare. Il sindaco Tosi, leghista con simpatie estese nei gruppi di destra, è stato recentemente accusato proprio da Bossi di "aver portato i fascisti dentro la Lega"con un consiglio comunale che voleva mettere un leader dei naziskin alla presidenza dell'Istituto per la Resistenza. Insomma Verona si conferma "cuore nero" del paese.
Un recente libro svela infine gli appoggi di cui ha usufruito uno dei due condannati del gruppo neonazista "Ludwig" responsabile di crimini efferati contro gay, rom, immigrati, sacerdoti. Fuggito all'estero grazie ad una rete di sostegni. Lo scrive oggi Giampolo Chavan, sul giornale locale - L'Arena di Verona - secondo cui: "C'era Una organizzazione dietro alla fuga a Creta di Marco Furlan, condannato a 27 anni in via definitiva per i fatti di Ludwig. Fuggì nei primi giorni di febbraio del 1991 prima che la Cassazione apponesse il timbro definitivo alla sentenza per la decina di omicidi di Ludwig. Un'ipotesi già emersa più volte ma mai arrivata ad un approdo giudiziario significativo nonostante le indagini dell'allora pm Aldo Celentano, oggi sostituto procuratore alla corte d'appello di Brescia. Ora, però, sull'acceleratore di questa verità sulla latitanza di Furlan ha schiacciato Wolfgang Abel, a tutt'oggi in libertà vigilata dopo aver scontato più di vent'anni di carcere. L'ha spiegato nel libro della giornalista scrittrice trevigiana Monica Zornetta dal titolo «Ludwig». Si tratta di un testo di 303 pagine, edito da «Dalai editore» che ripercorre tutta le tappe dell'organizzazione nazifascista dagli omicidi commessi tra Verona, Vicenza e Venezia fino ai tre gradi di giudizio del processo con relativi periodi di detenzione con la condanna a 27 anni di carcere. Il libro contiene anche un'intervista a Wolfgang Abel nella quale riprospetta l'ipotesi di una latitanza organizzata del suo oramai ex amico Marco Furlan, scarcerato senza obblighi da poco più di un anno, alla luce di quanto dichiara proprio in questo libro e in alcune dichiarazioni, rilasciate al nostro giornale lo scorso anno. «In quanto alla fuga di Creta», è la tesi di Abel riportata nel libro, «penso sia avvenuta grazie ad alcuni individui che presumo essere veronesi e che lui continua a coprire». Il dottore in matematica, ora impiegato in un agriturismo di proprietà di un noto esponente politico della Valpolicella, poi va ancora di più nei dettagli: «Secondo me, c'entra la politica, c'entrano persone facoltose, legate all'estrema destra». Wolfgang Abel non dice da chi ha saputo queste cose ma ne appare convinto. «Tutto quel danaro che gli è stato trovato a Creta (51 milioni delle vecchie lire secondo gli investigatori oggi 26mila euro, ndr)», prosegue Abel nell'intervista concessa a Monica Zornetta, «ritengo che gli stato dato da qualcuno che gli ha detto: "Tienili, rifatti una vita, stai fuori, basta che non tiri in mezzo nessuno». Per il dottore in matematica la fuga dell'amico di sempre ha rappresentato un duro colpo da digerire. «Mi ha tradito tutta la vita. Lì ho capito che aveva un'esistenza parallela ed è quello che penso anche adesso. Lui sta con loro e io sto qua». E con queste dichiarazioni sembra proprio che Abel metta una pietra tombale sulla sua amicizia con l'amico di gioventù.
Per il resto, Abel mantiene inalterata, come già fatto anche più volte su queste colonne, la sua proclamazione d'innocenza. Afferma che dietro a Ludwig, «c'è tanta frustrazione sessuale, non c'è una mente intelligente come la mia». Per lui, Ludwig, «è un ambiente» dove «si gioca a carte e fanno anche altro», e «possono esserci anche medici tra loro, di sicuro in mezzo c'è anche qualche criminale e anche qualche sempliciotto». Fa capire di sapere molto ma ancora una volta non sembra dire tutto su quegli episodi, verificatisi tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80. Il libro spiega quei delitti con ritmo, racconta, entra nei dettagli per far emergere anche i retroscena di quella serie di omicidi.
Restano dei misteri, però, anche perché a 30 anni di distanza, ci sono ancora alcuni delitti irrisolti. Un libro da leggere, soprattutto, per capire in quali oscuri anfratti è finita la storia della nostra città di quegli anni. Un testo per non dimenticare, perché quegli anni bui non tornino mai più in riva all'Adige".

Contropiano

Casapound ammette la collaborazione con il killer di Firenze

Dopo lo smascheramento da parte dei media della collaborazione tra il killer antisemita Gianluca Casseri, che ha ucciso a colpi di arma da fuoco due senegalesi a Firenze per poi suicidarsi e Casapound, i vertici hanno deciso di adottare diverse strategie nel tentativo di scagionare il movimento e salvarne la faccia. Dopo l'eliminazione degli articoli che Casseri scriveva sull'”Ideodromo”, Casapound ammette la collaborazione attraverso un articolo pubblicato sul medesimo sito, dove lamenta una “morbosa attenzione” verso il loro sito e giustifica la collaborazione affermando che si trattava solamente di “tutti articoli che, presi isolatamente e a prescindere dall’identità dell’autore, potrebbero apparire in qualsiasi testata culturale non schierata a sinistra.” se non fosse che Gianluca Casseri era già stato autore di un saggio antisemita pubblicato da Olodogma, noto sito negazionista italiano, e Casapound, considerandolo evidentemente un intellettuale, gli permette di pubblicare diversi articoli sul suo sito, per poi dirsi contro la xenofobia e l'antisemitismo.
Degna di è anche nota la notizia che ha riportato Saverio Ferrari di Osservatorio Democratico in un recente articolo “Ieri notte da Roma è stata indirizzata a tutti i responsabili locali di Casa Pound la seguente email: «Comunicazione interna urgente e riservata. Fare quadrato ora significa: negare la sua appartenenza al movimento, cancellare ogni traccia, stare zitti e far parlare solo i dirigenti autorizzati».”, anche questa falsa, secondo i responsabili di CPI, ma i militanti della Rete Antifascista di Pistoia Casseri se lo ricordano bene, affermano “lo conoscevamo e sapevamo che partecipava agli eventi di Casapound”, come hanno riportato i giornalisti de il Fatto Quotidiano.
Anche Andrea Antonini, vice presidente di Casapound e consigliere comunale del Pdl, ha ammesso il collegamento del movimento con Casseri affermando “il killer di Firenze era tesserato in qualità di simpatizzante di Casapound“, intervistato da un giornalista durante il passaggio di un corteo antifascista di circa un centinaio di militanti nelle vicinanze.
Sulla rete inizia a circolare un'immagine raffigurante due militanti del movimento che tengono per mano alcuni bambini di colore, con la scritta “questa è CasaPound - 0% razzismo 100% identità”, che spiazza gli stessi simpatizzanti, come Marco Pasqua ha fatto notare attraverso un post sul suo blog.
E mentre Simone Di Stefano, uno dei responsabili di Casapound Roma, insiste sul fatto che Casapound “non è un movimento di estrema destra”, sotto i riflettori del programma Pomeriggio Cinque su Canale5 al quale è stato invitato, cercando di negare sino all'ultimo che CPI sia un movimento che attrae un certo tipo di persone, CasaPound chiede alla comunità senegalese un “incontro” scrivendo una lettera a Renzi, il sindaco di Firenze, dove si afferma: “Non c'è nulla, ma proprio nulla, nell'operato e nell'ideologia di casapound, che possa ispirare xenofobia e odio per il diverso. Non c'è legame diretto tra la nostra prassi e il delirio di casseri, ma neanche alcun riferimento indiretto, implicito, ammiccante", per poco dopo rilasciare un comunicato dove annunciano che il presidente della comunità senegalese di Bari ha accettato il loro invito: “Mentre il console e il presidente della comunità senegalese di Bari accoglievano CasaPound Italia riconoscendo il comune dolore per la tragedia di Firenze e consegnando agli esponenti dell’associazione la bandiera del loro paese per il ricordo delle vittime della strage in programma domani alle 11 in piazza San Ferdinando, il sindaco del capoluogo pugliese, Michele Emiliano, continuava la sua campagna d’odio nei confronti del nostro movimento” e dichiarano di voler fare addirittura un presidio per scagionarsi dai fatti di Firenze.
Ma è una farsa. Infatti il portavoce della comunità senegalese italiana Pape Diaw aveva chiesto al sindaco Matteo Renzi la chiusura di Casa Pound giorni prima: “A tutte le forze politiche chiediamo di abbassare la tensione sociale e anche un segnale concreto, la chiusura di Casa Pound in tutta Italia, a cominciare dalla Toscana”, e l'invito viene subito smentito dal presidente della comunità senegalese di Bari pochi minuti dopo, attraverso un comunicato: “In seguito al comunicato di CasaPound, il sottoscritto Sow Sidy, presidente della Comunità Senegalese di Bari e Provincia, dichiara che, all'incontro presso il consolato di Bari, si è presentato il signor Giuseppe Alberga come rappresentante di una associazione onlus, senza specificare il nome della stessa. Pertanto, non posso accettare alcuna dichiarazione fatta a nome di CasaPound. E sopratutto non accetto l'invito a partecipare all'iniziativa organizzata da CasaPound”, rilasciato sotto dettatura ai Giovani Comunisti di Bari.
E ora Iannone parla di “vergognosa disinformazione” da parte dei giornali, di “opera di disinformazione e mistificazione” atta a screditare il loro movimento, come ha affermato anche durante una recente conferenza indetta dal movimento sui fatti di Firenze, e denuncia ipotetici individui “appartenenti all'estrema sinistra, vicini alle nuove brigate rosse” che avrebbero imbrattato i quartieri più belli di Padova, come si legge sul comunicato del 16 Dicembre. Così la vicenda dell'arresto del responsabile di Casapound Alberto Palladino, accusato di aver partecipato a un'aggressione ai danni di alcuni militanti del Pd, passa in secondo piano, assieme alle scritte minacciose che il movimento ha fatto in tutta Roma contro Paolo Marchionne (consigliere IV Municipio del Pd).
La solidarietà a Casapound riguardo ai fatti di Firenze arriva anche se in ritardo, da parte di movimenti dichiaratamente neonazisti, che non hanno problemi ad utilizzare svastiche nel proprio logo, come gli “Europaeische Aktion”, al suon “abbasso lo straniero” di Il Piave Mormorò.

Fonte: La Meteora

Omicidio Uva: Riesumata la salma. La vera inchiesta inizia ora

Riesumato il cadavere di Giuseppe Uva dal cimitero di Caravate dove l'uomo era stato sepolto nel giugno del 2008. A tre anni e mezzo da quella che ai familiari appare quasi un'esecuzione, i periti del tribunale hanno il compito di spiegare la morte del gruista di 43 anni morto dopo essere transitato in una caserma varesina per approdare al pronto soccorso cittadino. La versione ufficiale, l'allergia ai farmaci, non ha mai persuaso sua sorella Lucia che si è battuta da allora per riesumare il cadavere assistita da Fabio Anselmo, lo stesso legale dei casi Cucchi, Aldrovandi, Ferrulli. Quando l' elevatore meccanico ha sollevato la bara tra i parenti c'è stato un forte momento di commozione. «Oggi mi sento ancora male come il giorno in cui è morto», ha detto Lucia. Una volta rimossa la lapide è spuntato un volantino del 2008 che annunciava la prima manifestazione che si svolse qualche giorno dopo la morte. C'era scritto: "Abbiamo fiducia nella giustizia".
«Oggi comincia davvero questa inchiesta - ha detto Lucia - adesso vediamo che cosa uscirà dalle analisi. Io sono pronta a chiedere scusa a tutti se ho sbagliato ad accusare ingiustamente i carabinieri. Ma se i periti ci daranno ragione saranno in tanti a dovermi dare delle spiegazioni. Ma perché abbiamo dovuto soffrire così tanto per arrivare a questo punto?».
Lucia Uva è stata querelata dai carabinieri e poliziotti che quella notte, in caserma, gestirono il fermo del fratello (che morì la mattina seguente all'ospedale di Varese), e insieme a Fabio Anselmo contesta il pm e solo dopo una lunghissima battaglia sono riusciti a ottenere una superperizia. Uva è morto il 14 giugno 2008 dopo essere stato fermato da una pattuglia dei carabinieri per ubriachezza molesta, reato per il quale non è previsto il fermo e per il quale anche il Tso, che giustifica il suo ricovero, appare incomprensibile. Malapolizia e malasanità, a volte, si mescolano come la carne e la metaldeide nelle polpette avvelenate: impossibile separare la verità dalla menzogna.
Secondo i familiari è un errore il fatto che un secondo fascicolo con la memoria di Alberto Bigioggero sulle urla che udì in caserma quella notte sia ancora fermo in procura. «Sappiamo che aveva del sangue nelle scarpe, questa è una delle ultime cose emerse», ricorda Lucia a cui toccò l'ispezione in obitorio del corpo di suo fratello. Fu lei a trovare i segni delle probabili percosse, a scoprire le incongruenze della versione ufficiale incrociandola con il racconto di Biggioggero, fermato con Pino ma mai ascoltato da un pm. «Me lo sono toccato tutto, avevo la macchinetta fotografica perché ero partita per le vacanze e ho ripreso tutto: i bernoccoli sulla nuca, un ginocchio fuori posto, il collo del piede gonfio. Gli slip sono spariti», raccontò a Liberazione. Ai suoi amici Pino aveva raccontato di avere avuto una relazione con la moglie di un carabiniere. La la causa di morte potrebbe essere il politraumatismo di quella notte non la sinergia tra sedativi. Come Patrizia Moretti mamma di Federico Aldrovandi e Ilaria Cucchi, ancLucia è l'ennesima donna costretta a esporre in piazza le foto di un parente massacrato per poter avere attenzione.

Carceri, la svolta che non c'è. Dal governo misure deludenti

Neanche sul versante dei diritti e delle garanzie il governo Monti produce una svolta positiva rispetto al pessimo berlusconismo leghista e securitario. Sulla condizione carceraria il governo è stato molto deludente. Evidentemente l'assolutismo liberista comporta un guado giustizialista.
La popolazione carceraria è, oggi, di 68mila reclusi, a fronte di 45mila posti regolamentari. Il sovraffollamento è, già di per sé, una tortura indicibile. I suicidi quest'anno sono già 61. I casi di autolesionismo sono migliaia. Nelle carceri, come dimostrano inchieste e processi in corso, sono ridiventati quotidiani i pestaggi e le "squadrette punitive". La legge Gozzini è, quasi ovunque, un miraggio, un'oasi nel deserto. Coloro che operano sulla risocializzazione prevista dalla Costituzione (assistenti, psicologi, ecc.) sono ridotti numericamente all'osso ed impossibilitati ad agire. Il carcere è sempre più classista, discarica sociale, punizione per i poveri, i tossicodipendenti, i migranti, gli irriducibili che non accettano l'ordine sociale.
In questo contesto, il primo atto della ministra Severino è stato quello di proporre il "braccialetto elettronico", lasciato poi cadere perché «non è stata ancora acquisita la certezza del suo funzionamento e la ragionevolezza dei suoi costi». Subito dopo ha escluso qualsiasi provvedimento di amnistia ed indulto su cui, invece, un giurista come Carlo Federico Grosso su la Stampa di ieri scriveva: «E se l'unico modo per ristabilire in qualche modo ordine e vivibilità in carcere fosse proprio il ricorso agli istituti di clemenza?». Di fronte alla gravità e all'emergenza carceraria il governo si limita ad un semplice ampliamento del decreto Alfano sulla detenzione domiciliare, che verrà portata dagli attuali 12 mesi a 18. Dovrebbero avvantaggiarsene appena 3.300 sui 68mila reclusi (con un risparmio giornaliero stimato intorno ai 380mila euro).
Non solo governo e parlamento non vogliono amnistia e indulto, temendo l'impopolarità nei confronti di un'opinione pubblica che è stata da loro stessi fomentata, in quanto hanno politicamente utilizzato le paure e le insicurezze sociali per una più mediocre governabilità e per costruire capri espiatori (anche così vanno analizzati il pogrom contro i rom a Torino e l'assassinio dei senegalesi a Firenze); ma governo e parlamento nemmeno impostano politiche alternative che abroghino norme come la Cirielli, la Fini-Giovanardi contro i tossicodipendenti, la Bossi-Fini (e relativi pacchetti Maroni) contro i migranti, leggi che da sole costruiscono i tre quarti della popolazione carceraria.
Occorre invece una seria politica di depenalizzazione e di decarcerizzazione nella logica dello "stato penale minimo", di applicazione di misure alternative al carcere, il quale va considerato istituto di ultima istanza: occorre, cioè, dopo anni di securitarismo, ricostruire un percorso di civilizzazione della giustizia penale e della condizione detentiva.
Sono, infine, nettamente contrario ad un aspetto, molto pericoloso, prospettato dal ministro: trattenere, nelle camere di sicurezza degli uffici di polizia, gli arrestati che devono affrontare un processo per direttissima. Sono preoccupato «per i numerosi casi di violenze all'interno di stazioni e caserme dove, per giunta, non è previsto alcun sindacato ispettivo». Vi è il rischio di violenze, vi può essere un inquinamento delle indagini; l'impunità è un fatto quotidiano, purtroppo. Le morti di Cucchi, Uva, Aldrovandi e tanti altri dovrebbero evitare superficialità su un punto così delicato che riguarda lo stato di diritto.

Giovanni Russo Spena

17 dicembre 2011

Le torture ai militanti Br arrivano in Parlamento

Approdano in parlamento le torture impiegate da alcune squadre speciali del ministero dell’Interno, tra la fine fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, per fronteggiare i gruppi che praticavano la lotta armata. Su iniziativa della deputata radicale Rita Bernardini è stata depositata una interrogazione parlamentare rivolta al ministero dell’Interno e della Giustizia. Il testo prende spunto dalle rivelazioni contenute nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, nel quale si riportano le ammissioni del funzionario dell’Ucigos (l’attuale polizia di prevenzione), conosciuto con l’eteronimo di “professor De Tormentis”, che guidava una squadra di poliziotti provenienti dalla mobile napoletana addestrati a varie tecniche di tortura e violenze psico-fisiche, tra le quali il waterboarding, l’annegamento con acqua e sale.
In alcune interviste rilasciate al Secolo XIX nel 2007 e nel libro di Rao, l’ex commissario della Digos Salvatore Genova (oggi questore), uno degli autori delle indagini contro le Brigate rosse nei primi anni ’80, rivela l’esistenza di due gruppi – indicati col nome di alcuni cult movie (“I cinque dell’ave maria” e “I vendicatori della notte”) – che intervenivano dopo i fermi di persone sospette di appatenenza alle Br per estorcere informazioni ricorrendo a violenze e sevizie che seguivano una procedura messa a punto dal “professor De Tormentis”. Genova racconta in questo modo il trattamento riservato a Nazareno Mantovani, uno dei primi fermati durante le indagini per il rapimento del generale Nato Dozier: «Fu spogliato, disteso supino su un tavolo di legno e legato alle quattro estremità, con la testa e la parte superiore del tronco che uscivano fuori. Le persone che lo circondavano erano tutte incappucciate. Urlavano, minacciavano, annunciavano cose terribili [...] uno teneva la bocca del prigioniero aperta e gli chiudeva il naso, un altro gli teneva la testa, mentre un terzo cominciò a versare in maniera sistematica, ritmica e controllata acqua e sale, attraverso una cannula inserita in gola in maniera sapiente. Mezzo litro, si fermava qualche decina di secondi per dar modo a Mantovani di non soffocare e poi ricominciava [...] Mantovani non parlò. Dopo un’ora e mezzo di trattamento il professore decise di sospenderlo. Il sospetto brigatista era già svenuto due volte e c’era il rischio che ci rimettesse la pelle». Alla fine dello spettacolo – riporta Rao – un paio di uomini di Genova dissero al loro capo che se ne tornavano a casa. Non se la sentivano di assistere ad una cosa del genere.
L’interrogazione della parlamentare del partito radicale si avvale anche dell’inchiesta pubblicata da Liberazione l’11 dicembre scorso riportandone ampi stralci, in particolare la testimonianza e soprattutto la dettagliata descrizione del curriculum professionale, culturale e politico del personaggio, di facile identificazione, che si cela dietro il lugubre soprannome ripreso dal celebre Tractatus De Tormentis, scritto da un anonimo criminalista di scuola bolognese sul finire del 1200 (la datazione tuttavia resta incerta secondo altri studiosi), ultracitato dal Manzoni nella sua Storia della colonna infame, e nel quale si inquadra la tortura all’interno di un sistema di minuziose regole procedurali funzionali a dare corpo alla «regina delle prove»: la confessione del reo.
Nel testo si chiede se il ministro di competenza «non intenda verificare l’identità e il ruolo svolto all’epoca dei fatti dal funzionario dell’Ucigos conosciuto come “professor De Tormentis”» ed ancora se non si ritenga opportuno «promuovere, anche mediante la costituzione di una specifica commissione d’inchiesta», ogni utile approfondimento «sull’esistenza, i componenti e l’operato dei due gruppi addetti alla sevizie, ai quali fanno riferimento gli ex funzionari della polizia di Stato citati nelle interviste».
Rita Bernardini vuole anche sapere dal governo se intenda «adottare con urgenza misure volte all’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura e di specifiche sanzioni al riguardo, in attuazione di quanto ratificato in sede Onu» e se non vi sia l’intenzione di «assumere iniziative, anche normative, in favore di risarcimenti per le vittime di atti di tortura o violenza da parte di funzionari dello Stato, e per i loro familiari».
L’obiettivo è quello di arrivare all’adozione urgente di provvedimenti che contrastino ogni manifestazione di violenza non giustificabile sui cittadini da parte di funzionari delle Forze di polizia nell’esercizio delle loro funzioni. Un fenomeno in netta recrudescenza come dimostrano i molti casi di cronaca recenti.

Paolo Persichetti da Liberazione 17 dicembre 2011

Condannato il carabiniere che pestò a sangue Isidro Diaz

Un'altra vittoria in tribunale per una vittima della violenza delle forze dell'ordine. Isidro Diaz era stato fermato da una pattuglia di carabinieri il 5 agosto 2009. Denunciò di aver passato ore di inferno.

Due anni e tre mesi di reclusione per lesioni. Il carabiniere di Voghera che picchiò a sangue Isidro Diaz è stato condannato oggi dal tribunale di Lecco. Quella di Diaz è una storia terribile, come quelle di tante altre persone che sono morte sotto i colpi di polizia e carabinieri. Ma lui è vivo, e può raccontare: “Sarà perché sono cresciuto mangiando carne e all’aria aperta – dice – perché quello che hanno fatto a me avrebbe ammazzato, penso, otto persone su dieci”. La storia risale al 5 aprile del 2009. Diaz, di origini argentine ma in Italia da 23 anni, gestisce un allevamento di cavalli “dal Gaucho”. Quel giorno era andato a una monta di vitelli e stava tornando, a bordo del suo Suv, a casa percorrendo la Torino-Piacenza. “Ad un certo punto mi ferma una pattuglia, scendono con le pistole in pugno. Io ho paura, più che altro non capisco cosa vogliano. Scendo e gli dico che ho un coltello in macchina, me lo fanno buttare a terra. Mi ammanettano. Da lì comincia subito un incubo: mi prendono a pugni, mi sbattono a terra e mi cominciano a colpire con dei calci alla testa. Mi mettono in macchina, sentivo un rumore fortissimo, assordante”. Era il timpano perforato, solo una delle lesioni a cui Isidro andrà incontro. La sua giornata in compagnia dei carabinieri è appena cominciata. “Arriviamo in caserma - continua Isidro – e mi trascinano per terra per farmi entrare. Lì dentro è stato un inferno. Io una cosa così non l’ho mai vista neanche in televisione. Lo so solo io quello che mi hanno fatto: sembrava che avessi violentato uno dei loro figli, che avessi commesso chissà quale atrocità. Erano cattivi, arrabbiati, si stavano sfogando su di me con una violenza inaudita”. Sono sempre calci e pugni, lo sbattono sul muro, gli continuano a ripetere che è “un delinquente”. Diaz avrà anche l’altro timpano perforato e un distacco della retina. Le foto che si è fatto scattare il giorno seguente mostrano una schiena martoriata, il volto gonfio. Gli amici non lo riconoscevano. L’uomo ricorda quelle ore ancora scuotendo la testa: “Il fatto è che non ho ancora capito perché. Non ho mai avuto un problema con la giustizia, quelli lì non li avevo mai visti, non ho mai fatto niente di male”. Ma c’è un particolare che Isidro racconta che forse potrebbe “spiegare” la reazione violenta dei carabinieri: lui – finché ce l’ha fatta – ha risposto. Non è restato muto, “punito”, non ha dimostrato sottomissione. E questo, come sembrano raccontare le ricostruzioni delle morti di Stefano Cucchi Federico Aldrovandi, e molte altre, è un atteggiamento – l’atteggiamento libero e orgoglioso – che in certi ambienti di polizia e carabinieri parrebbe valere come un’offesa a morte. “Loro mi dicevano ‘delinquente’, e io gli rispondevo che i delinquenti erano loro. Non riuscivo a stare zitto, quello che stava accadendo era allucinante. Sarà che dentro di me c’è lo spirito indio. Non posso farci niente, sono libero. Non me lo toglierebbero neanche se mi sparassero. E poi sono 23 anni che sto in Italia, non mi sento ricattabile, ho la coscienza a posto, sono tranquillo”. Isidro si salva – forse – perché ad un certo punto riesce a fare una telefonata a un amico: “Poi il cellulare me l’hanno tolto, ma a quel punto devono aver capito che avevo riferito che mi stavano torturando a qualcuno”. Viene portato in un’altra caserma e tenuto in una cella di sicurezza per tutta la notte: “Chiedevo di vedere un medico, di chiamare il pronto soccorso, non mi hanno neanche mandato in bagno. Ho urinato sul pavimento, e il giorno dopo la guardia mi ha detto: ‘A casa tua fai così’? Ha avuto anche il coraggio di dire questo…”. La questione della mancanza del soccorso medico è stato un altro punto nodale del processo di oggi, anche se la vicenda del pestaggio in caserma fa riferimento a un altro “troncone” di indagine di competenza di Voghera. Sul mancato soccorso è stato interessato anche il consolato argentino. La storia non è finita, manca la “ciliegina” sulla torta: perché il giorno seguente arrivato il momento della foto segnaletica, mentre Diaz è nella stanzetta gli si avvicina il carabiniere che è stato condannato oggi: “Mi comincia a dire – raccolta Isidro – che non dovevo denunciare, che mi avrebbero mangiato la casa, costretto a vendere i cavalli. Di non farmi vedere in giro, di non andare da un medico. Isidro infatti non lo fa subito. Anche perché – come nella più classica di queste storie – quello ad essere condannato è lui, per il reato di “resistenza e lesioni a pubblico ufficiale”, un’imputazione buona per tutte le stagioni. Solo dopo il patteggiamento si decide a sporgere denuncia. Sulla sua strada incontra l’avvocato Fabio Anselmo, che ha già difeso le famiglie Aldrovandi, Cucchi, Uva e anche stavolta si è battuto come un leone affinché tutte le prove venissero messe sul tavolo e fossero dimostrate tutte le contraddizioni della versione del carabiniere, secondo cui Diaz era stato fermato dopo un lungo inseguimento, era ubriaco e aveva minacciato la pattuglia con un coltello. Le ferite? Si era fatto male cadendo. “Siamo contenti di aver restituito dignità e giustizia a Isidro, ma anche allo Stato italiano. Non dimentichiamo la parte riguardante il mancato soccorso, per la quale sono già stati trasmessi gli atti alla Procura”, dice Anselmo. Sul processo rimane comunque una pecca: i carabinieri che fermarono Isidro erano due. Solo uno è finito in un'aula di tribunale. L'altro è rimasto fuori dall'inchiesta: "E io l'ho riconosciuto, ed era anche quello più cattivo". Perché? E ora che il primo carabiniere è stato riconosciuto colpevole, non sarebbe necessario andare fino in fondo?
 
fonte: il manifesto

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