17 dicembre 2011

Cosa vuol dire uccidere e uccidersi da fascista del terzo millennio

La mattina del 20 agosto 1986 Patrick Sherrill, postino a tempo determinato di Edmond (Oklahoma), si recava al lavoro come sempre. Con la divisa da lavoratore delle poste del luogo, con ancora viva nella memoria la reprimenda che il capo gli aveva fatto il giorno precedente, e con un arsenale di armi e munizioni dentro la borsa al posto delle lettere. Entrò, come d’abitudine, in ufficio alle 6,45 del mattino e prima dell’orario dell’apertura al pubblico tirò fuori l’arsenale uccidendo in un quarto d’ora 14 colleghi e ferendone gravemente sette. Prima dell’apertura al pubblico, e dell’arrivo dei colleghi con il quali non aveva litigato, si suicidò. Balza agli occhi il fatto che nonostante questo tragico episodio, che fece più morti della strage di Piazza Fontana, la televisione americana via cavo Cnbc, che si occupa di notizie finanziarie, definisce Edmond come uno dei “dieci perfetti sobborghi d’America”. Bisogna dire che televisione italiana, che non è seconda a nessuno in materia di orrori giornalistici, non riuscirebbe a mettere in una traduzione italiana di questa speciale classifica né Cogne né Garlasco.
Questo caso, noto alla stampa americana e riportato da un testo di Jack Levin e James Fox (Extreme Killing, Understanding Serial and Mass Murder, Sage 2011), serve nei testi scientifici per spiegare che l’omicidio di massa da parte di un singolo individuo manifesta quasi esclusivamente caratteristiche selettive. L’omicida seleziona, secondo il proprio vissuto e la propria cultura di riferimento, la tipologia di vittime da colpire. Certo in una sparatoria ci sono drammatici effetti collaterali, l’uccisione di passanti o di qualche poliziotto intervenuto, ma l’esplosione omicida avviene quasi sempre grazie ad un criterio di selezione della vittima. Questo criterio di selezione fornisce degli elementi di spiegazione, non solo psichiatrici, dell’omicidio di massa. Allo stesso tempo, aspetto trascurato nella lettura della strage di Firenze, anche il suicidio ce li fornisce e non si tratta né di elementi secondari né puramente relegabili alla sfera personale. Non fosse altro perché il suicidio, conseguente ad un omicidio di massa, è un fenomeno collettivamente rilevante. Levin e Fox registrano che, nella storia recente degli Usa, in caso di omicidio di massa il suicidio dell’attentatore avviene nel 21% dei casi mentre per l’omicidio singolo, presa a campione un area ad alta densità di delitti come quella metropolitana di Chicago, la percentuale varia dal 2 al 4 per cento a seconda delle tipologie di delitto. E dobbiamo considerare che, rispetto all’omicida singolo che non frequentemente viene arrestato sul luogo, l’omicida di massa viene assaltato prima possibile da truppe speciali che lo abbattono o lo immobilizzano.
Ma quale significato sociale ha il suicidio di un attentatore di massa? Un superclassico delle scienze sociali come Emile Durkheim ci dà due importanti strumenti di lettura in materia. Il primo è che “per ogni gruppo sociale esiste una tendenza specifica al suicidio che né la costituzione organico-psichica degli individui né la natura dell’ambiente fisico potrebbero spiegare”. L’abbiamo visto negli anni scorsi: tra l’imprenditore del lombardo-veneto, che si suicidava perché veniva meno il suo ruolo sociale come datore di lavoro, e il ricco ingegnere pakistano che si uccideva per la Jihad, esaltando il proprio ruolo di martire, si giocavano non solo diversissime modalità di autoeliminazione ma anche di regole del suicidio presenti nei gruppi sociali di riferimento. Il secondo strumento sta nella affermazione “ se le crisi finanziarie ed economiche aumentano i suicidi non è perché impoveriscono ma perché sono crisi, cioè perturbazioni dell’ordine collettivo”. Ordine che, una volta venuto improvvisamente meno, può privare gli individui di punti di riferimento identitario fino a favorirne le dinamiche di suicidio. Durkheim componeva poi classicamente le tipologie del suicidio, tra cui quella egoistica e quella altruistica, che aiutano a far uscire la strage di Firenze da una dimensione privata e personale.
Già perché la strage di massa alla quale segue il suicidio, o la tentata strage che si risolve in un pluriomicidio come a Firenze, non è comprensibile solo nella dimensione di un simbolico puramente privato, come catalizzatore del comportamento omicida dell’attentatore, ma si risolve anche in una simbolica politica. Che è determinata dall’interpretazione delle regole dei gruppi sociali di appartenenza. L’imprenditore si uccide in privato, espiando l’incapacità di assolvere il proprio ruolo, il martire della Jihad si fa esplodere trascinando con sé quante più persone possibili in una straziante quando parodistica ascesa verso il paradiso, il fascista italiano del terzo millennio imita e rielabora il mass killing americano. In modalità che sono differenti dal comportamento squadristico di una volta.
Il massacro di Firenze, che a quanto si apprende poteva essere più grave, ha infatti precedenti significativi nello stesso ceppo culturale di Casseri: è accaduto quest’estate in Norvegia ma c’è anche l’esempio storico della strage del liceo di Columbine, dell’aprile 1999, con i due attentatori, poi suicidi, che erano assidui frequentatori di siti neonazisti.
La criminologia, che è una scienza di polizia estremamente vasta ma spesso limitata alla perimetrazione della psiche codificata come criminale, spoliticizza i comportamenti legati all’omicidio-suicidio. Nel senso che si concentra sull’analisi del comportamento del singolo soggetto piuttosto che dei codici culturali che usa e delle dinamiche di gruppo che l’attraversano. Ma anche in un testo recente su questi temi, Suicidal Mass Murder di Liebert e Birnes (CRC Press, 2011), tutto centrato sulla tematica dell’emersione dei comportamenti psicotici dell’omicida di massa (capitolo 10, Potenziali segni di comportamento pericoloso e migliori soluzioni possibili) si finisce per non negare affatto l’esistenza di comportamenti di gruppo come elemento di formazione di una psicologia pluriomicida (Capitolo 4, Previsione della violenza. Chi è pericoloso a chi, perché e cosa può essere fatto). Ma cosa significa, in quest’ottica, dove la dinamica di gruppo ha un ruolo nel sedimentarsi del significato dell’azione, se un omicidio-suicidio è commesso da un fascista?
Se analizziamo i fatti di Firenze, prendendo il dato sociale presente in un comportamento individuale, Casa Pound si rivela infatti come, piuttosto che una comunità politica, un contenitore di sofferenze psichiche. Non è un caso che il suicidio in seguito ad un duplice omicidio, come quello di Casseri non è infatti classificabile come un suicidio di tipo altruistico (come quello storico-mitologico delle Termopili o come quelli della Jihad dove, in modi diversissimi, ci si sacrifica a ragione o a torto per una causa). Si tratta infatti del suicidio di un singolo, seguito ad un atto di aggressione omicida, che nel suo significato di perdita di valore della vita personale rivela perlomeno altri due tratti sociali di perdita di legame collettivo. Si tratta anche queste di tipologie di comportamento isolate, a suo tempo, da Durkheim. La prima vuole che “il suicidio varia in modo inversamente proporzionale al grado di integrazione nella società domestica”; la seconda che lo stesso fenomeno “varia in modo inversamente proporzionale al grado di integrazione nella società politica”.
Casseri, rispetto a quanto riportato dalle cronache, portava dentro di sé entrambe le crisi, di integrazione nella società domestica e in quella politica. E qui bisogna stare attenti a un particolare: Casapound, per gli individui in cui il grado di integrazione della società domestica scossa dalla crisi è debole, con la sua proposta da fascismo del terzo millennio non rappresenta un fattore di stabilizzazione identitaria ma di ulteriore destabilizzazione. Già il tentativo di costruire una comunità “italiana” entro una società complessa, i cui comportamenti e i linguaggi sono irrimediabilmente globali, non solo non risolve il disagio ma lo sposta sul piano dell’impossibilità di compiere realmente questo genere di operazione. Per cui la comunità creata è sempre irrimediabilmente un fenomeno minore, perimetrata, faticosamente difesa, nervosamente operativa nelle proprie chiusure e marginale rispetto ad un mondo altamente complesso irriducibile ad una tradizione “italiana” lontana, rifiutata quando non incomprensibile. Si tratta quindi di un fenomeno di scarsa integrazione nella società politica non tanto e non solo dal punto di vista culturale ma proprio nelle dinamiche sociali microfisiche. Per cui, anche prendendo per buone le parole di Casa Pound, che afferma che Casseri frequentasse pochissimo la loro sede di Pistoia, si capisce come quest’organizzazione di destra non sia una soluzione alle difficoltà identitarie nell’integrazione nella vita domestica. Al contrario ne rappresenta un aggravamento. Infatti, se Casseri avesse frequentato poco Casa Pound i militanti di quell’organizzazione dovrebbero interrogarsi sulla loro capacità di integrazione comunitaria reale, mettendo a crisi le sue categorie costitutive, di fronte ad un caso del genere. Perché Casseri non era un fascista per caso ma uno del terzo millennio, che mescolava stili tradizionali ad altri innovativi nelle culture di destra. E se non si sa integrare un soggetto affine, che finisce invece per uccidere due extracomunitari e per uccidersi in un parcheggio assediato dalla polizia, c’è qualcosa di strutturale non funziona in questa comunità. Infatti il segnale di Casseri, il suicidio non il duplice omicidio, è a Casa Pound non agli extracomunitari. E’ a questa impossibile integrazione nella e della comunità che Casseri parla. A quel contenitore di sofferenze psichiche che Casapound afferma di voler risolvere ma che trattiene invece, in modo irresolubile, entro di sé. C’è una frase che colpisce in Occidentale, una rivista di area Casa Pound pubblicizzata proprio sul sito dell’organizzazione di Iannone, ed è quella della definizione del proprio progetto politico e culturale come “espressione febbrile di una comunità in marcia”. La letteratura psicoanalitica ci ha insegnato a guardare, sotto l’autoproclamata espressività romantica, i segni emergenti o possibili del disagio grave. E nei soggetti che vengono dalla disgregazione della vita domestica, quando trovano l’impossibilità di esperire una “vera” comunità italiana tanto promessa quanto impraticabile, qualcosa accade. In queste parole sulla febbre, piuttosto che lo slancio, vi trovano un aggravamento della loro salute, mentre la comunità in marcia appare sempre più la metafora di una frenetica, inquadrata quanto reale incapacità di radicarsi. All’irrigidimento militare e neoromantico corrisponde l’irraggiungibilità dello scopo, che finisce per manifestarsi come solo e sempre inquietantemente regolativo. Politicamente tutto questo è gestibile, psicologicamente può essere deflagrante.
Gli extracomunitari uccisi, invece, sono stati assaliti dal delirio psicotico di un soggetto che ha selezionato i propri bersagli non secondo i criteri della resa dei conti personale contro i colleghi di lavoro, ma secondo quelli della scelta di sbarazzarsi dei più immediati “ostacoli” socialmente visibili. Oggi si tende a dimenticare quanto possa radicarsi nella dimensione istintiva di una persona l’immaginario politico. Un report dei medici russi dopo la battaglia di Stalingrado, letto dai loro colleghi americani, racconta che un soldato tedesco, operato come ferito di guerra in un ospedale sovietico, sotto forte anestesia continuasse a ripetere meccanicamente durante l’operazione “Heil Hitler, Heil Hitler”. Fenomeni simili, legati anche a dinamiche di suicidio, si sono rilevati storicamente anche a sinistra. Ma mai nella forma dell’omicidio di massa, a cui segue il suicidio, come per Columbine, la Norvegia o questo caso di Firenze. Che invece rientrano, alla Durkheim, nella tipologia di un suicidio specifica di un gruppo sociale. Quello caratterizzato da una cultura fascista, dove prima si uccide in un criterio di scelta dei bersagli che mescola, nell’emergere del tratto finale del comportamento psicotico, personale e politico. Fantasmi familiari, espressione della disgregazione della vita domestica, e fantasmi politici. Mandando poi un messaggio esplosivo e spettacolare al mondo, tratto “espressivo” del comportamento omicida ma anche uno profondamente depressivo, e alla propria cultura di riferimento, tramite l’atto successivo del suicidio. I messaggi di Casseri sono infatti rivolti, oltre che agli extracomunitari e al proprio mondo interiore, anche a Casapound. Vanno saputi leggere nella loro completezza.
Ha fatto impressione il fatto che Casseri non abbia sparato ai bianchi, che hanno tentato di fermarlo, ma solo ai neri. In questo modo ricorda davvero, ma in una tipologia di psicologia sociale tutta nuova, il soldato tedesco ferito e operato dopo Stalingrado. Cioè qualcuno che ha impresso fin nell’intimo i processi di valore, e di selezione sociale, anche nei momenti drammaticamente psicotici: per cui anche nel delirio si spara al nero non al bianco.
Casseri rappresenta quindi, altro che caso personale, una modalità fascista di rottura dei processi psichici, un aspetto abissale del comportamento che è personale, ma che nelle sue modalità di espressione va ricondotto alle matrici culturali. E, paradossalmente, nonostante i richiami alla patria dei neonazisti e fascisti di oggi, i due di Columbine si definivano “native nazi”, queste modalità di espressione sono tipiche della disgregazione e del disagio della società globalizzata e delle culture di destra. A Firenze, ad Oslo come negli Usa. In modo tale da saldarsi alle modalità operative delle grandi stragi della storia della provincia americana.
Il fascista del terzo millennio non può provare l’ebbrezza suicida della morte da squadraccia. Non è più inquadrato militarmente, se non in termini episodici o non più socialmente riconosciuti come il fascista di un tempo. E’ una figura in fondo più solitaria, nella quale vi è rimasto impresso l’individualismo della società neoliberista, che inquadrabile. Il suo istinto di morte, di conseguenza, è passato dal “me ne frego” all’espressività pluriomicida intesa come allucinante protesta del “nessuno ha cura di me” Sganciata da un progetto politico reale, fuori dal vero caldo inquadramento militare socialmente riconosciuto, la modalità fascista della rottura dei processi psichici non è un accidente ma una delle patologie gravi che abitano la società scossa dalle crisi neoliberiste.
Così uccidono, e si uccidono, i fascisti del terzo millennio. Si capisce in questo modo che non basta chiuderne le sedi, come avvenuto per le organizzazioni più rozze e approssimative, tantomeno come atto amministrativo inteso come burocratica riparazione di quanto avvenuto a Firenze. E’ necessario un lavoro più profondo e microfisico di terapia, intesa non in senso medico ma sociale, sui territori e sull’immaginario collettivo. In modo che le perturbazioni dell’ordine collettivo, come Durkheim definiva la portata sociale delle crisi economiche, create dal disastro neoliberista neutralizzino le bombe umane che il mondo dello spread e dei bilanci in ordine neanche sa di aver generato.

per Senza Soste, nique la police

Carceri: A casa gli ultimi 18 mesi. Fuori dalle celle in 3mila (forse)

Nel corso del consiglio dei ministri il nuovo guardasigilli Paola Severino  ha presentato un pacchetto di norme per fare fronte alla cronica emergenza dovuta al sovraffollamento delle carceri. La più importante riguarda l'ampliamento del decreto Alfano sulla detenzione domiciliare che verrà portata dagli attuali 12 mesi a 18. La misura sarà adottata con un decreto, quindi avrà effetto immediato, e riguarderà una fascia molto ristretta di detenuti. Secondo le stime del ministero dovrebbero avvantaggiarsene appena 3300 sui 68 mila reclusi. Il precedente decreto aveva consentito l'uscita di 4000 persone soltanto, più o meno «come svuotare con un cucchiaio il mare dell'illegalità presente nelle carceri italiane», ha commentato la deputata radicale Rita Bernardini che ha anche annunciato la presentazione di un ordine del giorno nel quale si chiede l'impegno del governo a «prevedere scadenze certe entro le quali dimezzare i procedimenti penali esistenti» e «varare un ampio provvedimento di amnistia e indulto». Questo allargamento di pochi mesi della detenzione domiciliare dovrebbe permettere un risparmio giornaliero stimato attorno ai 380 mila euro. Si tratta di una norma "a termine" giustificata dalle condizioni eccezionali, che però alcuni vorrebbero far entrare a regime. In effetti l'unico elemento positivo contenuto in questo provvedimento è l'applicazione estesa anche ai recidivi, nonostante abbia perso l'automatismo previsto in prima stesura che lo ha ricondotto nell'alveo delle competenze della magistratura di sorveglianza, perdendo così d'efficacia e intasando gli uffici. Questo governo, come il precedente, si è reso conto che la legge Cirielli è diventata un tappo che, oltre ad aver aumentato in maniera geometrica le pene, esclude o ritarda l'applicazione della Gozzini ad una moltitudine di detenuti. L'assurdità è che si debba ricorrere ad una norma del genere quando senza la Cirielli l'applicazione piena delle misure alternative avrebbe consentito l'uscita dal carcere di un numero molto più alto di detenuti. Oltre al varo di una sacrosanta amnistia-indulto, per risolvere i nodi strutturali dell'affollamento carcerario, il governo dovrebbe smantellare le leggi liberticide: tra queste la Cirielli, la Fini-Giovanardi sulle droghe e le norme che criminalizzano l'immigrazione. A parlar chiaro sono le cifre indicate dal Dap: nell'ultimo anno sono entrati nelle carceri 68411 persone. Nello stesso periodo ne sono uscite 45mila. Ma quel che più colpisce è che la metà è uscita entro 3 giorni dall'arresto e 10 mila dopo un mese. Il carcere è una sorta di porta girevole della società. Un terzo è finito dentro per stupefacenti, solo 1655 per omicidio, ben 3463 per resistenza a pubblico ufficiale. Un dato, quest'ultimo, abnorme e allarmante poiché mette in mostra come l'autorità di polizia stessa susciti con il suo intervento il reato. Qualcosa evidentemente non funziona. Per fare fronte a questo turnover impazzito, il governo sta pensando ad un disegno di legge che trasformi la detenzione domiciliare in pena principale.Nel frattempo si pensa di rafforzare l'obbligo per le forze di polizia di trattenere gli arrestati nelle camere di sicurezza, «dove per giunta non previsto alcun sindacato ispettivo», sottolinea sempre una contrarissima Rita Bernardini. Ed in effetti l'elevato numero di condanne per resistenza a pubblico ufficiale, oltre ai numerosi casi di violenze all'interno di stazioni e caserme, dovrebbero consigliare maggiore cautela. La permanenza oltremisura in mano alle forze dell'ordine oltre ad accrescere i rischi di violenze, incide negativamente sulla formulazione delle prove. Non fa bene alle indagini e al processo. Oltre all'affollamento ed alle morti, le carceri recentemente assistono ad una preoccupante recrudescenza delle "squadrette punitive", come i casi di Regina coeli e il processo che si è aperto contro i pestaggi a Sollicciano dimostrano.

Paolo Persichetti

16 dicembre 2011

Si riapre il caso Giuseppe Uva: trovate tracce di sangue sulle scarpe da ginnastica

Dopo oltre 3 anni finalmente si riapre ufficialmente il caso Giuseppe Uva ( varesino morto nella caserma dei carabinieri di via Saffi, pare dopo essere stato malmenato dalle stesse forze dell’ordine, ovviamente questo secondo la difesa della famiglia Uva) con delle nuove prove. La prima e forse la più eclatante è di queste ultime ore: le scarpe da tennis sequestrate e repertate dalla polizia, mostrerebbero evidenti tracce di sangue, le quali dovranno essere analizzate e capire l’appartenenza tramite la prova del dna. Scarpe che, secondo le dichiarazioni della sorella Lucia Uva, l’unica ad averle viste repertate ( “Gliele avevo regalate solo il giorno prima della tragedia” sottolinea la donna ) pare presentino anche tracce di usura nelle punte come segni di trascinamento. La seconda è l’esito della nuova autopsia effettuata nei giorni scorsi e che sarà reso pubblico nella giornata di domani, autposia chiesta dal magistrato dopo le pressioni da parte dell’avvocato Fabio Anselmo che segue il caso. Insomma nuovi scenari su di una brutta storia pregna di dubbi, gli stessi che metterebbero in luce una violenza ingiustificata da parte della polizia, che avrebbe poi causato la morte assurda di un uomo di 43 anni.
Giuseppe Uva come Federico Aldrovandi, ragazzo ferrarese di 18 anni morto dopo essere stato picchiato da quattro poliziotti di pattuglia e ora condannati per omicidio. Scenari drammatici che mettono in luce altre tristi e simili vicende; come quella di Michele Ferrulli trovato esamine a terra in una zona centrale di Milano lo scorso 30 giugno, dopo un controllo della polizia chiamati da alcuni vicini per schiamazzi. Se poi aggiungiamo pure la vicenda caserma Bolzaneto allora si capisce che effettivamente qualcosa non va nei comportamenti di alcuni componenti le forse dell’ordine.
Se la vicenda Aldrovandi ha trovato dei colpevoli, questo non si può invece ancora affermare per quanto attiene le vicende Uva e Ferrulli, tre storie molto simili tra loro anche per la forza messa in campo dai familiari delle vittime, che non hanno mai creduto alle varie versioni della polizia, sempre così diverse e spesso senza prove fondate che evidenziassero realmente come siano andate le cose in quelle drammatiche serate.
Un cortina di omertà messa in risalto dal docufilm intitolato “E’ stato morto un ragazzo. Federicio Aldrovandi che una notte incontrò la polizia” , che verrà presentato stasera al Filmstudio di via De Cristoforis (inizio ore 21), un ottimo lavoro di cronaca giornalistica frutto di mesi di ricerche dettagliate da parte del giornalista Rai Filippo Vendemmiati, presente oggi alla conferenza stampa di presentazione insieme a Lucia Uva, sorella di Giuseppe Uva e Domenica Ferrulli, figlia di Michele Ferrulli.
“Dopo questa inchiesta posso sentenziare senza ombra di dubbi che per si è trattato proprio di omicidio e il documentario in questione evidenzia tutta la responsabilità della morte, causata da una inaudita violenza messa in atto dai poliziotti intervenuti-dice Vendemmiati che aggiunge- Onestamente devo dire che mi ero avvicinato a questo caso, io navigato giornalista di cronaca, con qualche reticenza su tutta la vicenda, poi ho dovuto ricredermi raccogliendo sempre più prove e testimonianze che mettevano in evidenza quanto realmente accaduto quella sera”
Una indagine difficile, pesante ed anche dolorosa che alla fine ha portato alla verità. La stessa che attendono ora i familiari di Uva e Ferrulli. Nel caso di Uva c’è un fascicolo, tecnicamente denominato “Fascicolo21”, non ancora reso noto che potrebbe riservare altri colpi di scena. Altri contenuti importanti sono invece inclusi in una memoria raccolta dall’avvocato Fabio Anselmo e che venerdì verrà consegnata come Esposto in procura a Milano, memoria letta in anteprima dalla sorella Lucia “ Questa è l’unica vera verità e tutto documentato in maniera dettagliata, ora spero nuovamente nelle giustizia e che finalmente vengano condannate quelle persone che hanno pestato a morte mio fratello. Il processo è stato fatto a noi e non capisco tutto questo astio nei nostri confronti da parte del Pubblico Ministero Abate. Invece di prendersela con noi, il dottor Abate dovrebbe invece rendere pubblico quel fascicolo su mio fratello che tiene chiuso nella sua scrivania”.
Tanto clamore ha suscitato pure la vicenda di Michele Ferrulli che solo la caparbietà e coraggio della figlia Domenica non ha fatto sì che venisse relegato nel dimenticatoio di quelle tristi inconcludenti storie di cronaca nera italiane, archiviate senza colpevoli. “ E’ difficile vive in questa situazione- confessa Domenica, 26 anni e madre di due figli- Quella sera c’erano tanti testimoni. Molti vicini di casa che hanno assistito a tutta la scena e ora defilatisi per paura delle conseguenze. Tutto ciò fa stare male ma io non mollo anche perché dopo tanta fatica la magistratura finalmente ha messo agli atti un filmato girato con l’Iphone da due cittadine romene (filmato rintracciabile anche attraverso youtube , ndr), dove si vede benissimo il pestaggio da parte dei poliziotti. La cosa che più mi disgusta è vedere l’ironia e i sorrisini che mettono in atto gli stessi agenti di polizia, tra l’altro miei coetanei, ogni volta che mi incontrano quando girano in pattuglia. Poi il fatto che il mio luogo di lavoro sia proprio di fronte alla loro caserma, psicologicamente non aiuta. Ho ricevuto anche minacce, ma non mollo e voglio che si faccia giustizia per la morte di mio padre”. Vicende drammatiche, storie dolorose che verranno raccontate durante un’intera puntata del noto programma televisivo “Presa Diretta” (a partire dal prossimo 8 gennaio), drammi familiari che però non vogliono colpevolizzare-così come evidenziano spesso sia Lucia Uva che Domenica Ferrulli- il difficile e dignitoso lavoro che svolgono quotidianamente gran parte dei componenti le Forze dell’Ordine, ma che raccontano di un Paese che troppo spesso dimentica cosa significhi essere un Paese civile.

Gianni Beraldo da Varese7press

«Squadretta» di pestatori al carcere di Sollicciano. Al via il processo

Punizioni «non consentite dalla legge», percosse «con manici di scopa in legno fino a spezzarli», calci, pugni e schiaffi sul viso e sul corpo. Le violenze che una «squadretta» di poliziotti penitenziari avrebbe usato su alcuni detenuti nel carcere di Sollicciano, a Firenze, tra il settembre e il dicembre 2005, si aggiungono - se il processo che si è aperto lunedì scorso confermerà le accuse mosse dal sostituto procuratore fiorentino Concetta Gintoli contro cinque agenti, di cui uno nel frattempo è deceduto - alla "tortura di Stato" che normalmente subisce chiunque venga recluso nelle celle italiane.
«Una grande sofferenza», l'ha definita (la tortura legale, non quella illegale) il neo Guardasigilli Paola Severino che, dopo aver appreso la notizia di altri due suicidi nella sola giornata di ieri, nei carceri di Busto Arsizio (Varese) e di Civitavecchia (Roma) - e siamo a 64 dall'inizio dell'anno - ha promesso di portare sul tavolo del Consiglio dei ministri di domani, o comunque entro Natale, un pacchetto di norme per tentare di risolvere almeno il problema del sovraffollamento. Misure tampone ovviamente, perché di amnistia come chiedono da tempo i Radicali non se ne parla nemmeno. Però sembra che la ministra abbia almeno fatto un mezzo passo indietro sul braccialetto elettronico, «non definitivamente accantonato ma solo rinviato» per maggiori approfondimenti; e in tempi di crisi è difficile che pensi di proporre nuovamente il piano di edilizia carceraria. Piuttosto, al momento i tecnici del ministero starebbero lavorando ad ampliare il piano svuotacarceri varato nel dicembre 2010 da Angelino Alfano: prolungando fino a 18 mesi di pena residua il requisito per poter beneficiare di pene alternative al carcere, si potrebbero liberare 3-4 mila dei 67 mila detenuti in celle che ne possono contenere al massimo 45 mila. Decisamente, non un colpo di genio. E sembra incredibile che debba intervenire la Cassazione a ribadire un concetto lapalissiano: «In presenza di gravi patologie - è la sentenza che ieri ha dato ragione a un detenuto ricorrente - si impone la sottoposizione al regime degli arresti domiciliari o comunque il ricovero in idonee strutture».
Invece, alle violenze «non consentite dalla legge» ci pensano al momento solo le procure. A Firenze, le accuse formulate dal pm Gintoli sono già arrivate in dibattimento davanti al giudice Maria Dolores Limongi e nella prima udienza di lunedì scorso anche le associazioni Antigone e L'Altro diritto si sono costituite parte civile. In calendario, la seconda udienza è fissata a luglio prossimo. La «squadretta» di cinque poliziotti penitenziari di Sollicciano - di cui uno, morto, risulta «recidivo specifico» - che «in concorso tra loro» avrebbero sottoposto a violenze psichiche e fisiche alcuni detenuti, italiani e immigrati, sarà giudicata per «lesioni volontarie aggravate» e «abuso di poteri e violazione dei doveri inerenti la pubblica funzione e con l'arma». Secondo la ricostruzione della procura, che porta tra le altre fonti di prova la stessa segnalazione del Provveditorato regionale e la relazione ispettiva del Dap, oltre agli accertamenti clinici e alle testimonianze delle associazioni di volontariato presenti nella Casa circondariale, la «squadretta» agiva nell'ufficio del capoposto e nelle celle dei detenuti. Colpiva con calci, pugni e schiaffi, e in un'occasione anche con un manico di scopa in legno «sino a spezzarglielo addosso in più parti». «Misure di rigore non consentite dalla legge», le chiamano gli inquirenti.
Succede però che anche se fossero confermate tutte le accuse, i quattro agenti (uno nel frattempo è morto) non rischiano molto: «Non più di due o tre anni - spiega l'avvocato delle associazioni, Michele Passione - lo sforzo è quello di arrivare a sentenza prima che i reati si prescrivano, nel giugno 2013». Ma non è neanche questo il punto.
«Non sempre i fatti di violenza prodotti da squadrette penitenziarie illegali arrivano a giudizio - commenta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - Perciò in quelle rare volte in cui ciò avviene è interesse pubblico assicurare giustizia alle vittime». Ecco perché a Firenze, dice, «ci siamo costituiti parte civile». «Ma vorremmo che al processo - aggiunge Gonnella - come anche nel caso di Stefano Cucchi o della squadretta di Asti, fosse presente anche lo Stato. Sarebbe un segno di rispetto profondo della legalità». E la legalità dice che le persone in carcere vanno trattate con dignità. E, perlomeno, non vanno pestate.


Eleonora Martini da il manifesto

Chi ha sdoganato Casapound?

Tanta visibilità in regalo a Casapound, chiamata per i camerati a partecipare in questi giorni a trasmissioni televisive nazionali e locali, le cui lettere e i cui comunicati circolano sulle pagine dei giornali a smentire, prendere le distanze, negare. Tanta visibilità, sulla pelle dei morti. Un’occasione come un’altra per farci sapere quanto sono bravi e umani, anzi umanitari, con il paio di iniziative sulla birmania, senza contare le varie iniziative sul pensiero di evola e simili.
Strategia comunicativa dei fascisti del terzo millennio, quelli che “né rossi né neri ma liberi pensieri” e politica sociale presa dagli archivi del partito nazional socialista. Si interviene sul bisogno dei poveri, sulla rabbia dei disoccupati, su tutto quello che è possibile cavalcare, un po’ come la lega ma dal sapore tanto più noglobal, con le loro occupazioni e i gruppi studenteschi ammessi perfino a partecipare ai confronti interni nei licei e nelle università, con le loro iniziative “culturali” in cui si divulga il pensiero di estrema destra un po’ dappertutto, con l’occasione della presentazione di libri di vario tenore e il patrocinio di comuni, province, regioni, incluse quelle di sinistra. Sono bravi ragazzi, non c’è che dire. Un vero gruppo di boyscout.
Vorremmo qui ricordare, e integrate se ne avete voglia e se avete più memoria di noi, quali giornalisti, intellettuali, personaggi libertari o presunti tali, di sinistra e simili, hanno sdoganato Casapound affinché arrivasse tranquilla a poter esigere di stare sulle piazze, ovunque, mentre gli antifascisti subiscono repressione e insulti.
Lo sdoganamento dei gruppi di destra, così come la “tolleranza” per i vari “spariamo agli immigrati” pronunciati da sindaci, politici, ministri leghisti (vedi il viceministro Castelli e il consigliere regionale veneto Daniele Stivai e il sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini, tutti armati di mitra, fucili e pistole per sparare agli immigrati come “leprotti”), ammiccamenti, istigazione, scivoloni di cui talvolta registravamo delle rivendicazioni e per altre si attribuivano all’esasperazione sempre giustificata quando qualcuno prendeva a sprangate l’immigrato di turno, avviene da anni e noi l’abbiamo sempre avvertito, monitorato e messo in relazione alle tantissime aggressioni di stampo neofascista che hanno insanguinato l’Italia negli ultimi anni.
E la caccia al “negro” checchè se ne dica ha un’impronta innanzitutto istituzionale, con le varie polizie a pestare persone di colore, con la gente forcaiola a fare esecuzioni pubbliche per il sospetto di un furto per un pacco di biscotti, ve lo ricorderete, o altri inseguiti per le vie per varie ragioni, e poi ci sono tutte le persecuzioni formato ronda, ronde leghiste, ronde dei partiti di estrema destra, ronde di cittadini “volenterosi”, ronde di cittadini dediti al linciaggio di neri, rom, così come si è visto in varie occasioni e in vari roghi ai campi nomadi, baraccati e via così. Potete rinfrescarvi la memoria con il nostro Bestiario razzista, parte prima, seconda e terza.
Ad un certo punto il fascino fascista, per dirla alla Susan Sontag, ha contagiato un po’ di gente, anche insospettabili, tutti a citare voltaire, tutti a immolarsi pur di fare parlare un neofascista, tutti a dare lezioni di libertarismo agli antifascisti che sapevano quello che stava accadendo e avvisavano tutti del fatto che la legittimazione culturale a certa gente significa legittimazione alle orrende azioni che da quella cultura sono istigate e ispirate. Ovvero, i fascisti agiscono spinti dall’idea di avere ragione, dalle tante sollecitazioni di chi non ha fatto altro che scrivere un giorno si e un giorno no che l’emergenza” stranieri, e il “pericolo” straniero, e lo straniero stupratore, e lo straniero ladro, e lo straniero sporco, e lo straniero che fa schifo, e lo straniero invasore, e lo straniero barbaro, e lo straniero da affondare, rimandare a casa, ammazzare, perchè prima gli italiani e poi gli stranieri, prima la cultura locale e poi la vendita di kebab, perché il pericolo dell’islam, e l’emergenza musulmana, e la diversità come minaccia, e il terrore del diverso, e i regolamenti comunali, e le ronde, e i Cpt, poi i Cie, e il patto con quel criminale di Gheddafi, e i tanti morti nel mediterraneo, e le ordinanze leghiste nelle varie città del nord, e potremmo continuare all’infinito.
Insomma tutti presi a curiosare tra futurismo e tatuaggi con la celtica, a chiudere gli occhi sulle mani alzate all’elezione del sindaco di roma e poi a ignorare quella faccetta nera cantata in quel di genova g8 2001 e altri mille esempi che si potrebbero fare. Tutti a invocare la democrazia, perchè di destra e sinistra non aveva più senso parlare, perchè il fascismo non esisterebbe più, perché sarebbero cose superate, e badate che sto andando a memoria di tutte le cazzate che ho letto e mi sono state dette in tutti questi anni.
E da lì a descrivere quegli straccioni degli antifascisti come gentaglia senza appeal, sfigati fermi all’anteguerra, mentre li vedì i fasci, quelli lì son proiettati verso il futuro, oramai vanno di nazirock, sono roba del terzo millennio, fanno la cinghiamattanza, son per il sociale, come mussolini, e fanno revisionismi meglio che bruno vespa. Si appropriano di miti della sinistra, li vedi a dire cose su rino gaetano, scoprono che il che guevara in fondo era uno di loro, poi citano perfino peppino impastato, che i fasci li schifava essendo lui un libertario vero. Operazioni di marketing, azioni dimostrative e a roma tutti rincoglioniti da quelle quattro cose fatte e dette, perché che vuoi che sia, son brava gente, che importa se qualcuno dice di loro che sono un po’ aggressivi.

Il filone “fascio trendy”, quello sdoganato per le adolescenti, lo reperimmo su TopGirl. Parlava di Forza Nuova, che non è bravissima in queste cose ma ci provò.

Poi ci fu l’articolo di Alessandra di Pietro su Gioia che parlava di Casapound.

Il correntone che spingeva verso uno sdoganamento di quell’area partiva da quel Sansonetti che ne scrisse su L’Altro.

Poi ci fu l’Onorevole Paola Concia che si appropinquò a sdoganare l’organizzazione.

E Il Fatto Quotidiano, il giornale di Travaglio, che applaudiva Casapound.

Poi ci fu il consiglio comunale di Roma che approvò, credo all’unanimità, una mozione sul “Tempo di essere madri“, che arriva dall’area femminile di Casapound. (tempo di essere uteri)

C’è un bell’articolo ammiccante de l’Espresso, stesso gruppo editoriale de la Repubblica, che parla di Casapound. Quella repubblica che annuncia gioiosa l’elezione del figlio di Alemanno nella consulta provinciale degli studenti a partire dalla lista di Casapound.

Questa la proponiamo come risorsa ed è il file pdf con dentro un dossier sull’estrema destra a Pisa a cura di Rebeldia.

E si potrebbero contare a centinaia le occasioni in cui politici del pdl, di futuro e libertà, di altri gruppi affini, hanno appoggiato, legittimato e portato alla ribalta i casapoundini. [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [11] [12]

Poi ci fu tutta la banda de Gli Altri, capeggiata ancora da Sansonetti, che divulgò e firmò un appello per lasciare la piazza al Blocco studentesco di Casapound.
L’appello diceva cose piene di poesia e parlava di libertà, la libertà per quelli di Casapound di dire quello che hanno da dire, così come la libertà per gente come Gianluca Casseri, lo stragista di Firenze, di dire quello che avrà detto e scritto in giro tra Pistoia e altri posti della toscana.
A supporto di Casapound si erano precipitati proprio in tanti, un vero cordone bipartisan, che da destra a sinistra è bene ricordare per intero, con tanto di nomi e cognomi. Iniziando da quelli di cosiddetta sinistra ai quali ora chiediamo:

- glielo andate a spiegare voi ai morti senegalesi, alle loro famiglie, alla comunità senegalese, perché siete stati così gentili con quelli di Casapound?

A chiedere la revoca del divieto a manifestare c’era TUTTA la redazione de Gli Altri e poi:

Ritanna Armeni – giornalista e scrittrice
Angela Azzaro – giornalista de Gli Altri
Massimo Bordin – direttore Radio Radicale
Andrea Colombo – giornalista e scrittore
Lanfranco Pace – giornalista La 7 e Il Foglio
Piero Sansonetti – direttore de Gli Altri
Gian Luca Minotti – scrittore
Massimo Ilardi – professore di sociologia urbana all’Università di Camerino, direttore Gomorra
Paola Tavella – giornalista del settimanale femminile del Corriere Io Donna
Alberto Abruzzese – professore ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università IULM di Milano
Rita Bernardini – deputata Partito Democratico.
Paola Concia – deputata Partito Democratico
Carlo Grassi – professore Università Iuav di Venezia

 
A chiedere la libertà di manifestazione per costoro c’erano anche:

1. Pietrangelo Buttafuoco – giornalista di Panorama e Il Foglio
2. Luciano Lanna – vicedirettore de Il secolo d’Italia
3. Enzo Raisi – deputato del Pdl
4. Flavia Perina – deputato del Pdl (che è anche quella che viaggia dentro le Se non ora quando)
5. Francesco Aracri – deputato del Pdl
6. Mario Borghezio – parlamentare europeo Lega Nord
7. Paola Frassinetti – vicepresidente della Commissione Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati
8. Cristano De Eccher – senatore del Pdl
9. Giorgio Holzmann, deputato pdl e candidato sindaco di Bolzano
10. Ugo Maria Tassinari – saggista
11. Annalisa Terranova – giornalista de Il secolo d’Italia
12. Annamaria Gravino – giornalista de Il secolo d’Italia
13. Massimo Malpica – giornalista de Il Giornale
14. Mia Grassi – giornalista
15. Vitaldo Conte – critico d’arte
16. Carlo Gambescia – Saggista ed economista
17. Adriano Scianca – giornalista de Il secolo d’Italia
18. Raffaele Morani – giornalista
19. Daniele Petraroli – giornalista
20. Corrado Delfini – pittore
21. Antonio Pannullo – giornalista del Secolo d’Italia
22. Antonio Rapisarda – giornalista di FareFuturo webmagazine
23. Gabriele Adinolfi – Noreporter
24. Federico Brusadelli – giornalista di FareFuturo webmagazine
25. Marco Guerra – Ufficio Stampa Ministero Ambiente
26. Giovanni Damiano – scrittore
27. Domenico di Tullio – scrittore
28. Alfio Krancic – vignettista de Il Giornale
29. Maurizio Murelli – società editrice barbarossa
30. Augusto Grandi – giornalista de Il Sole 24 ore
31. Federico Zamboni – giornalista
32. Marco Battarra – Ritter Edizioni
33. Alberto Manca – Ritter Edizioni
34. Andrea Benzi – giornalista
35. Vito Orlando – caporedattore Ufficio stampa Regione Sicilia
36. Antonio Lodetti – giornalista de il Giornale
37. Adolfo Spezzaferro, giornalista de la Discussione
38. Giorgio Ballario, giornalista La Stampa
39. Fernando M. Adonia – redazione cataniapolitica.it
40. Roberto Alfatti Appetiti – giornalista
41. Maria Rosaria Nappa – pittrice
42. Miro Renzaglia – poeta e scrittore
43. Paolo Corsini – giornalista Rai
44. Luca Maurelli – scrittore e giornalista
45. Roberta Di Casimirro – regista
46. Gianfranco de Turris – scrittore e giornalista
47. Daniele Lazzeri – centro studi ‘Vox Populi’
48. Monica Mainardi – giornalista di “Chi”
49. Enzo Cirillo – direttore E-Polis
50. Giandomenico Casalino, scrittore e saggista
51. Luciano Zippi – Editore di viaroma100.net
52 – Stefano Pantini – www.lamoscabianca.eu
53 – Sandro Solinas – scrittore
54 – Vincenzo Maida – giornalista
55 – Alfonso Rossetti – vice presidente del consiglio Muncipio Roma VII (PdL)
56 – Alberto Lombardo – Presidente Centro Studi La Runa
57 – Paolo Caioli – Noreporter.org
58 – Andrea Lignani Marchesani – Consigliere Regionale Umbria PDL
59 – Matteo Mascia – Giornalista collaboratore de Il Secolo d’Italia
60 – Mario Michele Merlino – poeta e autore teatrale
61 – Antonella Serafini – censurati.it
62 – Enzo Cipriano – editore Settimo Sigillo
63 – Alexandra Javarone – giornalista
64 – Tonio Pino – Assessore Comune Novoli
65 – Domenico Naso – giornalista
66 – Ulderico Nisticò – scrittore
67 – Luigi Songa – Assessore Comune Omegna
68 – Marco Valle – giornalista
69 – Cecilia Moretti – giornalista ffwebmagazine
70 – Teresa Alquati – collaboratrice del quotidiano Linea
71 – Filippo De Ferrari – giornalista CronacaQui
72 – Ninni Dimichino – editore “L’Arco e la Corte”
73 – Francobaldo Chiocci – giornalista
74 – Christian Continelli – consigliere comunale PDL Ostuni
75 – Ugo Cassone – consigliere comunale PDL Roma
76 – Luca Gramazio – consigliere comunale PDL Roma
77 – Barbara Ricciuti – giornalista, portavoce assessore istruzione, formazione e lavoro Regione Veneto
78 – Michele De Feudis – Giornalista di E polis
79 – Alessandro D’Agostini – artista
80 – Fernando Crociani Baglioni – presidente del centro studi Patria e libertà
81 – Maurizio Pio Rocchi – artista
82 – Roberto De Lorenxo Meo – artista
83 – Ema Omega – artista
84 – Maurizio Messina- giornalista
85 – Amedeo Renzulli, scrittore
86 – Francesco Filippo Marotta – editore consulente Editoriale
87 – Luca Loseto – artista
88 – Associazione Progetto Zero
89 – Raffaele Zanon – direzione nazionale Pdl
90 – Fabrizio Fabbri – giornalista free lance
91 – Luca Roseto – pittore
92 – Blokulla – musicista
93 – Cesare Ferri – scrittore
94 – Riccardo Ghezzi Antonioli – giornalista
95 – Eva Fontana Castelli – storica e saggista
96 – Pietro Cappellari – ricercatore storico
97 – Sandro Consolato – saggista, direttore de La Cittadella

Continueremo a documentare su questa materia perché è fondamentale capire quanto l’estrema destra, in realtà, non esiste da sola ma è supportata da tante brave persone



A questa notizia, tratta dal sito delle compagne di Femminismo a Sud, tra coloro che avevano firmato l'appello per la libertà di manifestazione da parte di Casapound c'era anche il nome di Guido Allegrezza, esponente di Sinistra ecologia e libertà, il quale ci ha fatto pervenire una mail, che pubblichiamo qui sotto, in cui chiede di rimuovere tempestivamente il suo nome.

Salve,

Vi informo che al seguente link è erroneamente presente il mio nominativo a sostegno di un appello dell'organizzazione Blocco Studentesco: http://www.osservatoriorepressione.org/2011/12/chi-ha-sdoganato-casapound.html
Poiché non ho mai dato né inteso dare il mio sostegno, vi prego di rimuovere tempestivamente il mio nome da quella lista e di farmi avere notizia dell'avvenuta cancellazione. Potete verificare che nella versione originale del comunicato di Blocco Studentesco, il mio nome non appare: http://www.bloccostudentesco.org/index.php?option=com_content&view=article&id=166:manifestare-e-un-diritto-anche-per-il-blocco-lappello-della-sinistra&catid=43:news&Itemid=75

Grazie,

Guido Allegrezza
Sinistra Ecologia Libertà, Roma






15 dicembre 2011

Strage di Firenze: I legami tra Casseri, Casapound e Questura

A due giorni dal duplice omicidio razzista ad opera del neofascista Gianluca Casseri, avvenuto a Firenze martedì, restano gravi ma stabili le condizioni dei tre senegalesi rimasti feriti. La reazione della comunità senegalese si è fatta sentire in tutta Italia, insieme alla richiesta di chiudere Casa Pound e tutte le sedi dove fa proseliti la propaganda nazi-fascista. Una richiesta questa che non trova il parere favorevole del sindaco Pd di Firenze, Matteo Renzi. “Non è dicendo ‘chiudiamo un centro sociale’ che abbiamo risolto i problemi” ha dichiarato Renzi, “Chiudere – ha poi proseguito- non dipende dalle amministrazioni comunali ma dalle forze dell’ordine. Si chiude se ci sono dei reati”. Questa mattina corteo a Livorno organizzato dalla comunità senegalese, in attesa del grande corteo che si terrà sabato pomeriggio a Firenze. Alcune centinaia, 300 secondo l’Ansa, le persone che stanno partecipando.
Sul fronte delle indagini sono ad oggi ancora molti i punti irrisolti che meritano attenzione e gettano diverse ombre sui fatti di Firenze. Ufficialmente la procura vuole “chiarire la vicenda” e il procuratore capo Giuseppe Quattrocchi non ha esitato a dire alla stampa che “si sta verificando l’ipotesi della presenza di eventuali concorrenti non solo sotto il profilo materiale ma anche in forma di concorso morale, sotto il profilo di eventuale istigazione o agevolazione”.
Il caso quindi non è chiuso: da chiarire rimangono diverse questioni. Prima di tutto lo stato della casa dove era in affitto a Firenze, ritrovata, usando le stesse parole del Pm titolare delle indagini “come ripulita, svuotata”. Nessuna medicina, nonostante le cure imposte dalla depressione e dal diabete, e nessun vestito. Preoccupante poi che la pistola con la quale il ragioniere neofascista ha sparato sia sua. Casseri fabbricava da se i proiettili, ma soprattutto l’anno scorso a Pistoia gli era stato concesso di detenere un’arma per uso sportivo benché da circa cinque anni stesse soffrendo di una forma di depressione curata con farmaci.
Come mai la Questura di Pistoia, dunque, non è intervenuta pur sapendo che Casseri militava nella locale sede di Casa pound e aveva questi problemi? La domanda è più che lecita e la risposta potrebbe essere inquietante se si tiene conto degli stretti legami che intercorrono tra la Questura di Pistoia e il locale gruppo neofascista di CPI denunciati in un dossier curato dall’associazione familiari e amici dei compagni sotto processo nella città toscana perchè ritenuti responsabili di un danneggiamento alla sede neofascista accaduto nel 2009. Porcesso al quale Casseri era solito recarsi tra l’altro da spettatore.

Carceri: la strage continua, altri due suicidi

Altri due suicidi si sono consumati nelle carceri italiane. Il primo nel carcere di Civitavecchia. Il detenuto, di cui ancora non si conoscono le generalità, era straniero e si è ucciso impiccandosi con un lenzuolo attaccato a una finestra. pare che l'uomo soffrisse di depressione. Il secondo nel carcere di Secondigliano una persona detenuta di origine tunisina si è impiccato oggi. Pare che da poco fosse uscito dal regime del 41 bis. Si attendono ulteriori particolari. Salgono a 64 le persone detenute che hanno rinunciato a vivere nel 2011, per un totale di 181 morti. Cifre che, oltre alle ingiuste sofferenze, ci dicono e certificano un'emergenza. Un'emergenza che deve essere affrontata con strumenti idonei prima che sia troppo tardi.

fonte: RadioCarcere

Il terrorismo dei "lupi solitari" le passioni tristi della crisi

Gli studiosi del terrorismo di estrema destra li chiamano "lupi solitari": figure legate alla culture xenofobe, fasciste o anti-sistema che decidono di passare all'azione non in base a un progetto politico o "militare" che hanno costruito con altri, ma quando ritengono che sia venuto il momento dello scontro, della guerra, dell'atto esemplare. Muovendosi in un territorio emotivo che rasenta spesso la follia pura, i "lupi solitari" non sono però mai delle figure culturalmente isolate, spesso già affiliati a gruppi o formazioni estremiste, interpretano con la loro sanguinaria "discesa in campo" gli umori più terribili del proprio tempo. Di fronte alle contraddizioni e alle inquietudini delle società occidentali, di fronte al crescere del disagio sociale e identitario, si fanno interpreti dei "sentimenti tristi" della crisi: odio, rancore, razzismo. Agiscono da soli, portando alle estreme conseguenze la cultura della guerra che hanno in sé, e che è parte fondante delle ideologie come delle sottoculture del radicalismo identitario, ma si immaginano come interpreti del senso comune, dando così un nome e un volto ai fantasmi della discriminazione e della ricerca costante di un capro espiatorio che caratterizzano da tempo il cuore malato dell'Occidente.
Ciò che è accaduto a Firenze e quanto è già dato di sapere sulla biografia e le idee di Gianluca Casseri, il cinquantenne simpatizzante di Casa Pound, cultore del fantastico e dell'esoterismo, descritto dalle agenzie di stampa come un individuo con «simpatie neonaziste, pagane, antisemite e razziste», che ha ucciso due venditori ambulanti senegalesi e ne ha feriti gravemente altri tre prima di togliersi la vita, sembra infatti rimandare - con le dovute proporzioni, ma con la medesima gravità - ad altre simili tragedie. Per quanto il profilo di Casseri faccia pensare al neofascismo di sempre, con tanto di formazione evoliana e rimandi alla cultura che ha prodotto I Protocolli dei Savi di Sion, la sua follia razzista può essere forse inquadrabile in una tendenza più ampia e diffusa ormai sul piano internazionale.
Era il 22 luglio di quest'anno quando Anders Behring Breivik, un norvegese di trentadue anni, faceva prima esplodere una bomba nei pressi della sede del governo, nel centro di Oslo, e attaccava quindi a colpi di mitraglietta il campeggio dei giovani del Partito Laburista sull'isola di Utoya, non lontano dalla capitale. Bilancio della giornata più tragica della storia della Norvegia del secondo dopoguerra: settantasette morti e centinaia di feriti.
Già vicino al Partito del Progresso, una formazione xenofoba arrivata a raccogliere fino a un quarto dei consensi dei norvegesi su una piattaforma politica anti-Islam e anti-immigrati, ben prima di rendersi protagonista della strage di Oslo, questo giovane benestante e direttore di un'azienda agricola biologica, aveva diffuso su internet un testo di 1500 pagine dal titolo European Declaration of Independence - 2083, in cui si presentava come un "nuovo crociato", o un "nuovo templare", in grado di guidare "le milizie cristiane" verso la liberazione del Vecchio Continente, ormai trasformatosi in "Eurabia", vale a dire un'Europa nelle mani dei musulmani. Il multiculturalismo e i suoi alleati, a partire proprio dai socialdemocratici norvegesi, e l'Islam erano i nemici a cui Breivik aveva annunciato di voler muovere guerra.
Quel testo delirante, l'attentatore norvegese lo aveva anche inviato ad alcuni parlamentari, in diversi paesi europei, che evidentemente ritenava sensibili alle sue tesi. Del resto, all'indomani della strage e suscitando scandalo nel suo stesso partito, l'europarlamentare della Lega Nord Mario Borghezio aveva dichiarato: «Al netto della violenza, le idee di Breivik - il no alla società multirazziale, la critica dura alla viltà di un'Europa che pare rassegnata all'invasione islamica - sono profondamente sane e condivisibili».
La figura del "lupo solitario" è stata però evocata soprattutto dagli esperti statunitensi di terrorismo e a partire da un caso emblematico: quello del più grave attentato compiuto sul suolo americano prima dell'11 settembre.
Il 19 aprile del 1995 un camion riempito di una micidiale miscela composta da fertilizzante, benzina e gasolio, esplode sotto l'Alfred Murrah Federal Building nel centro di Oklahoma City. L'effetto è pari all'esplosione di 2mila kg di dinamite: l'edificio che ospita gli uffici di alcune agenzie federali che lavorano con l'Fbi, è distrutto. Le vittime sono 168, tra cui 19 bambini, i feriti superano i 680.
Per la strage viene processato e condannato a morte - sarà giustiziato nel 2001 in un carcere dell'Indiana - Timothy McVeigh un giovane di ventisette anni, bianco, reduce dall'Iraq, ha partecipato all'operazione "Desert storm", e vicino al movimento estremista delle Milizie. Al momento del suo arresto, nella macchina di McVeigh la polizia trova alcune armi e una copia dei Turner Diaries, un libro di fantascienza molto diffuso nel circuito del suprematismo bianco che descrive lo scoppio di una guerra razziale, e nucleare, negli Usa.
McVeigh spiegherà che «l'attentato era un gesto di rappresaglia, una ritorsione» per quanto accaduto a Waco, in Texas, nel 1993, quando l'Fbi attaccò il ranch in cui si erano asserragliati i membri di una setta religiosa causando decine di morti. «Proprio come in Cina, il nostro governo ha utilizzato i carri armati contro i suoi stessi cittadini», sosteneva il giovane attentatore, spiegando come per l'estrema destra quell'atto avesse rappresentato una vera e propria dichiarazione di guerra di Washington a tutti gli americani.

Guido Caldiron

La cancrena razzista che corrode la democrazia

Non si conoscono ancora i retroscena della strage di Firenze. Già leggiamo che l'assassino, autore di scritti su Romualdi e sul folklore nordico, nonché vicino a Casa Pound, era solo e depresso (così come sarebbe squilibrato l'autore della strage in Svezia…). Giureremmo che, nel giro di pochi giorni, l'episodio verrà derubricato ad atto isolato di follia, analogo alle uccisioni di massa nei campus americani. Ma sta di fatto che sui siti di estrema destra dilagano le commemorazioni e i consueti slogan su onore e rispetto per l'"eroe".
È questo che ora fa paura. Uno fondo di odio per gli stranieri, volta per volta trucemente razzista o genericamente xenofobo, di cui tendiamo a dimenticarci o che viene minimizzato, ma che si è radicato in Europa e naturalmente anche in Italia. Ora, Casa Pound prenderà le distanze, così come, nei giornali di destra, gli intellettuali fascisti riciclati diranno che un atto individuale non ha nulla a che fare con la nobile cultura della destra urbanizzata. Anzi, collegare il neofascismo allo sparatore verrà considerato la solita infame manovra dei comunisti.
E poi, nel giro di qualche giorno, tutto sarà dimenticato, come gli innumerevoli episodi di razzismo che punteggiano gli ultimi vent'anni di storia del bel paese.
Ma non dimentichiamo che pochi giorni fa un campo Rom, o meglio una povera distesa di baracche, è stata bruciata a Torino per ritorsione di uno stupro che non è mai avvenuto. E solo il caso ha voluto che nessuno, magari un bambino, ci lasciasse la pelle. Ci siamo dimenticati dei sette lavoratori africani uccisi nel casertano e dei fatti di Rosarno? Ma la storia del razzismo italiano è ancora da scrivere, non solo nei delitti e nei ferimenti, ma nei dettagli della vita quotidiana di milioni di persone vessate nei Cie, angariate da una legislazione punitiva e ottusa, sottoposte al disprezzo e alla disinformazione. Prive di diritti e di riconoscimento, oggettivamente confinate nell'economia più oscura delle fabbrichette, dell'edilizia in subappalto, dell'agricoltura stagionale e semischiavistica. E per di più odiate.
Certo, nulla collega, all'apparenza, la gentaglia che ha assaltato i Rom di Torino, all'esaltato di Firenze. Ma solo all'apparenza. Perché in comune entrambi hanno la facilità con cui la frustrazione o qualsiasi altra passione triste si scarica sull'altro a portata di mano, e soprattutto su quello che vive peggio, lo homeless preso a calci da qualche ragazzino, lo straniero che campa come ambulante, il Rom che fa da paralfulmine a tutte le paranoie di una società impoverita, incattivita e disorientata. Come mai è stato così "naturale", così "spontaneo" cha la sedicenne torinese abbia accusato di stupro proprio i Rom?
In Italia, manca una vera consapevolezza del guasto che vent'anni di campagne contro gli immigrati hanno provocato nella società. Tutti continuano a lavarsene le mani, oppure a fare mea culpa di maniera, come il quotidiano "La stampa", che prima pubblica la bufala dei Rom stupratori e poi si pente e chiede scusa ai lettori (ma non ai rom)
Torino non è una città razzista, ha proclamato immediatamente il solito assessore dopo il rogo delle baracche Rom. "Italia razzista!", gridavano ieri i senegalesi a Firenze. Dov'è la verità, caro assessore? E che cosa stiamo facendo noi perché tutto questo cambi, perché ragazzine sventate e militanti di destra imbottititi di cattive letture non colpiscano più nel mucchio gli stranieri?
Qui il discorso non può che riguardare il razzismo istituzionale, politico e mediale che nutre il senso comune diffuso, che dà forma e legittimità alle chiacchiere da bar, ai pregiudizi, agli slogan ebeti che leggiamo sui muri o ascoltiamo negli stadi. È quel razzismo, magari nutrito di dotte considerazioni politologiche o sociologiche sull'insicurezza urbana o la "bomba" immigrazione, il problema che una società civile deve affrontare, e prima di tutti la sinistra, che dell'anti-razzismo, a ogni livello, dovrebbe fare la propria bandiera.

Alessandro Dal Lago

14 dicembre 2011

Roma: Polizia difende CasaPound, caricati gli antifascisti

Come era già successo ieri pomeriggio a Firenze, quando i reparti mobili della Polizia in assetto antisommossa avevano caricato i cittadini immigrati e gli antifascisti che manifestavano per denunciare l’attacco razzista che ha portato all’uccisione di due cittadini senegalesi, anche a Roma questa sera a subire la repressione non sono i neofascisti ma i manifestanti scesi in strada per denunciare l’impunità di cui gode Casa Pound.
Alcune centinaia di immigrati e attivisti delle reti antirazziste e dei centri sociali della capitale erano partiti da Porta Maggiore, per esprimere solidarietà ai senegalesi gravemente feriti ieri e per esprimere la più ferma condanna nei confronti di chi sostiene e copre la violenza razzista. Quando il corteo è giunto a Piazza Vittorio una parte dei manifestanti ha tentato di avvicinarsi alla sede del movimento neofascista in Via Napoleone III, protetta da decine di camionette delle forze di Polizia e da un cordone di Carabinieri. Quando alcuni antifascisti hanno cominciato a lanciare petardi e sassi contro la sede dell’estrema destra, i celerini hanno caricato. Dopo essersi dispersi però, i manifestanti sono tornati alla carica qualche minuto dopo gridando slogan come ‘Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero’. La Polizia ha più volte interrotto il transito dei mezzi pubblici, in particolare dei tram, che normalmente attraversano piazza Vittorio nel tentativo di isolare e poter più efficacemente respingere i manifestanti.
Un centinaio di persone ha partecipato questo pomeriggio in piazza Duomo a Pistoia al presidio del locale 'Comitato antifascista e antirazzista’ indetto ieri a poche ore dalla strage compiuta da Gianluca Casseri, frequentatore della locale sezione di Casa Pound di cui gli organizzatori della manifestazione hanno chiesto l’immediata chiusura. Nel corso del presidio, al quale hanno preso parte esponenti del mondo antagonista pistoiese e alcuni giovani senegalesi, è stato affisso uno striscione sul palazzo della Prefettura con la scritta 'Solidarietà alla comunità senegalese. Chiudete Casa Pound subito’. «In queste ore - hanno commentato alcuni esponenti del comitato - i gruppi neofascisti cercano di prendere le distanze da Casseri, presentandolo come soggetto chiuso e mentalmente insano, allo scopo di nascondere il fatto oggettivo che il gesto criminale è frutto della contiguità culturale dell'assassino con gli ambienti xenofobi e violenti, di cui Casa Pound è parte integrante».
Sempre oggi ma a Milano alcuni collettivi di immigrati e centri sociali hanno realizzato un presidio sotto la Prefettura: una delegazione ha chiesto ai rappresentanti del governo di «chiudere le sedi di Casa Pound e dei fascisti subito». Il Comitato Abba Vive in un comunicato punta il dito contro Pdl e Lega Nord in relazione all'uccisione di due venditori ambulanti senegalesi ieri a Firenze da parte di un estremista di destra. «Oggi - conclude il Comitato - non è stata che la prima reazione, di cuore e di rabbia: sabato saremo nuovamente in piazza in tanti».
Per sabato prossimo a Milano è stato convocato un corteo «per i diritti dei migranti e per la chiusura delle sedi di CasaPound». Il concentramento delle realtà antirazziste - il Comitato Abba Vive – e delle organizzazioni antifasciste è previsto per le 14.30 in piazzale Loreto.
Nessun provvedimento finora, anzi protezione, nei confronti del movimento neofascista nel quale militava il 50enne di Firenze autore della strage di ieri. Da segnalare invece che due perquisizioni sono state eseguite a Perugia e Magione a carico di altrettanti indagati nell'ambito dell'inchiesta su «Militia», l'organizzazione al centro di un'indagine della procura di Roma che stamattina ha portato all’arresto di 5 estremisti di destra.

fonte: Contropiano

La tessera del tifoso è illegittima. Lo ha deciso il Consiglio di Stato

La tessera del tifoso, nelle forme in cui e’ ora previsto il rilascio, e’ illegittima in quanto puo’ rappresentare una pratica commerciale scorretta. Lo indica il Consiglio di Stato – secondo quanto fa sapere il Codacons – che ha accolto l’appello presentato dalla stessa associazione e da Federsupporter contro una decisione del Tar del Lazio.
Il Consiglio di Stato – fa sapere l’associazione – ha accolto l’appello presentato da Codacons e Federsupporter contro la decisione del Tar del Lazio che nelle scorse settimane aveva respinto il ricorso avverso la tessera del tifoso presentato dalle due organizzazioni. Codacons e Federsupporter contestavano in particolare il fatto che per ottenere la tessera e, di conseguenza, abbonamenti e biglietti, i tifosi fossero costretti ad acquisire una carta di credito ricaricabile, circostanza che rischia di condizionare le scelte economiche dei tifosi/consumatori’.
Il Consiglio di Stato, prosegue il Codacons, accogliendo l’appello, ha motivato sostenendo che ‘l’abbinamento inscindibile (e quindi non declinabile dall’utente) tra il rilascio della tessera di tifoso e la sottoscrizione di un contratto con un partner bancario per il rilascio di una carta di credito prepagata potrebbe condizionare indebitamente la liberta’ di scelta del tifoso-utente e potrebbe pertanto assumere i tratti di una pratica commerciale scorretta ai sensi del Codice del consumo”. Sulla base di queste motivazioni, conclude l’associazione, ‘i giudici del Consiglio di Stato ordinano al Tar del Lazio di fissare una nuova udienza e discutere nel merito il ricorso presentato da Codacons e Federsupporter, valutando quindi la sussistenza delle illegittimita’ denunciate dai due enti’.

fonte: Ansa

13 dicembre 2011

Cagliari: Detenuto algerino si impicca in cella

A poche ore dalla visita del ministro della Giustizia Paola Severino e del Capo del Dipartimento Franco Ionta, un detenuto algerino di 25 anni si è tolto la vita, questa notte, nel carcere cagliaritano di Buoncammino. Feres Fabachb si è impiccato nella propria cella del centro clinico. Lo ha reso noto il segretario generale della UIL Penitenziari, Eugenio Sarno nel sottolineare che "sia il personale di polizia penitenziaria sia quello sanitario sono intervenuti con immediatezza" ma purtroppo ogni "tentativo di soccorso e' stato vano". Si tratta del secondo suicidio, dopo quello di Monica Bellofiore, avvenuto a Cagliari nel 2011, mentre il totale nazionale dei suicidi in cella sale a 62. Sarno torna sulla condizioni dell'istituto di pena cagliaritano, ricordando come il sindacato ne aveva gia' dato un giudizio di inadeguatezza. "Piu' volte i vari livelli della Uil Penitenziari hanno segnalato come l'Istituto del capoluogo sardo non sia in grado di tollerare una grave situazione di sovraffollamento. Al Buoncammino - sottolinea il Segretario Generale - sono presenti 540 detenuti, a fronte di una capienza di 324 ( 67% indice di affollamento). Ad aggravare la situazione lo stato di degrado della struttura e la carenza organica del personale di Polizia Penitenziaria, che consta di 54 unita' in meno rispetto alla tabella decretata".  Ma se il sovraffollamento nelle carceri "è un'emergenza in tutta Italia la situazione in Sardegna, dove oggi a Cagliari si è ucciso il sessantaduesimo detenuto dall'inizio dell'anno, è tra le più gravi,  ribadisce Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri. "Quella dei detenuti suicidi è una tragedia infinita. Ognuno dei 62 morti avrà pur deciso di ammazzarsi per motivi propri ma la disperazione individuale trova una indiscussa concausa nelle condizioni disperate e indegne di vita a cui i detenuti sono costretti" dice Gonnella. "Chiusi nelle celle per 20-22 ore al giorno, senza potersi lavare quando lo desiderano, a volte senza un letto a disposizione - prosegue - Ci si ammazza nella indifferenza di chi ha il potere di cambiare i loro destini. Ogni mille detenuti uno si toglie la vita. Altri tre ci provano. Altri dieci si auto lesionano con lamette e oggetti vari. Da un lato è urgente, un decreto legge sarebbe quindi ammissibile, prendere provvedimenti che agiscano in tempi rapidissimi sul sovraffollamento". Dall'altro lato - dice ancora Gonnella - "ci vuole una commissione di inchiesta parlamentare che abbia poteri giudiziari di indagine e che faccia luce sulle morti e sulle violenze". Oggi è stata ammessa la costituzione di parte civile dell'associazione Antigone in un procedimento penale per violenze avvenute negli anni scorsi nel carcere fiorentino di Sollicciano: "Lo stesso - conclude il presidente di Antigone - abbiamo fatto ad Asti dove il processo è in fase di conclusione".

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