13 dicembre 2011

Lividi e sangue… gli ultimi tre giorni di Cristian De Cupis

I buchi nella ricostruzione sulla fine del 36enne, “morto nel sonno” a Viterbo Cosa è accaduto dopo la stesura del verbale? Perché quel “giro” di ospedali? I vestiti restituiti in parte alla famiglia: mancano quelli a contatto con le ferite.
La sciarpa della Roma stretta al collo, sopra le ecchimosi e i lividi che scendono dalla nuca alle spalle, gli occhi chiusi per sempre, quello sinistro piuttosto gonfio e tumefatto, come un pò tutta quella parte del viso che è violacea. Altre ecchimosi sul fianco sinistro e vasti ematomi sulle mani, letteralmente devastate. Almeno quattro ferite di forma circolare e di una certa profondità nella parte frontale del cranio, una lesione su quella parietale sinistra e un’altra più profonda dietro, sulla nuca, da cui deve essere uscito molto sangue, visto che sul giubbino - lavato o comunque smacchiato da qualcuno - restano degli aloni rossi. L’ultima immagine di Cristian De Cupis, un destino nel cognome, assomiglia un pò ai suoi ultimi tre giorni, sghemba, poco nitida, violenta. Ma è proprio quell’alone opaco che rende così dura la fine piuttosto strana di un uomo che pure era abituato a remare controcorrente e senza paracadute.
Ha perso la madre che era ancora un bambino, non ha mai avuto un vero padre, e all’età in cui si prende la patente si era già infilato sulla sua cattiva strada, già molto scivolosa. Dentro e fuori da caserme, celle e comunità: detenuto a Regina Coeli, Rebibbia, poi Terni, Viterbo, Velletri, Secondigliano, alternando periodi di cura ad Amelia da Pierino Gelmini, a Bologna, Ravenna, Milano, ma anche a San Patrignano, l’ultima volta, nel luglio scorso, due mesi e poi fuori, perché Cristian non ce la faceva più a passare da una prigione a un centro di recupero.
Denunce, verbali, carabinieri, polizia. Piccoli furti per racimolare qualche soldo per la dose, e dopo la dose daccapo coi furti, e via così per settimane, mesi, anni. Non ne faranno un santino, ma certo non meritava di diventare un fascicolo per omicidio colposo sul tavolo di un magistrato. Tocca a Stefano D’Arma, pm di Viterbo, e forse tra poco a un suo collega di Roma dove potrebbe essere trasferita l’inchiesta, cercare di capire come e perché è morto Cristian De Cupis.
A cominciare da quella mattina di un mese fa, il 9 novembre, all’incontro tra Cristian e gli agenti della Polfer al binario 10. Sono le 7.45, Termini brulica di pendolari e studenti. “Esco per lasciare un po’ di curriculum”, aveva detto uscendo di casa alla Garbatella, dove viveva da sempre con la zia e la nonna. Sperava in un lavoro nuovo e in una vita nuova, dopo aver pagato l’ultimo conto con la legge. Quello che è successo da lì in poi, però, al momento è tutto scritto in un verbale della Polfer.
E in quelle poche pagine, più dubbi che certezze. I tre poliziotti che lo hanno arrestato raccontano che stavano assistendo una persona colta da malore, quando De Cupis ha preso ad apostrofare uno di loro, minacciando lui e i suoi colleghi. Lo avrebbe colpito con un pugno e poi strattonato per il cinturone, prima di essere immobilizzato e caricato di peso sul veicolo elettrico. La scena non dura molto, dieci minuti o poco più, e passa inosservata, tra la gente che arriva, tolto l’avvocato che è l’unico testimone oculare. Fatto sta che alle otto Cristian è già negli uffici della Polfer.
Ci rimarrà sei ore, fino alle 14: un tempo notevole, anche per un arresto a seguito di “resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato”. Soprattutto, un tempo vuoto, perché nessuno sa cosa sia successo là dentro e perché Cristian ci sia rimasto ben oltre la stesura del verbale, fatta alle 11. Su quei fogli, gli agenti annotano anche atti di autolesionismo da parte di De Cupis che tra l’altro, scrivono, “danneggia le manette sbattendole al muro”.
Verso le 14 lo portano via con l’ambulanza, equipaggio 803, una volante al seguito, con direzione policlinico Umberto I. Dove, però, non lo prendono, nonostante passi oltre un’ora prima che entri al Santo Spirito: perché non resta al Policlinico? E che fa prima di essere condotto altrove? Forse c’entra la sua sieropositività? Gli ospedali che hanno reparti per infettivi, a Roma, sono appunto l’Umberto I, il Gemelli, lo Spallanzani, poi come carceri c’è Rebibbia, che ha un reparto ad hoc, e Regina Coeli, attrezzata alla meglio.
Cristian aveva fatto un check-up due giorni prima allo Spallanzani, dove era sotto controllo medico, ed era tutto a posto. Pesava 86 chili e voleva mettersi a dieta: più che florido, per uno con quei problemi. Inoltre, per la legge 135/90, “l’accertata infezione da Hiv non può costituire motivo di discriminazione”. Significa che De Cupis, per le sue condizioni cliniche, aveva diritto ad essere accolto e ricoverato ovunque, a Roma: invece è finito addirittura a Viterbo. Fatto sta che entra al pronto soccorso del Santo Spirito alle 15.15 (ed esce alle 18.52), con lesioni alla spalla e all’emitorace sinistro, oltre che al bacino e al cuoio capelluto.
Racconta di essere stato percosso e i medici descrivono almeno tre episodi di “amnesia post traumatica” connessi a perdita di memoria. Gli fanno Tac, ecografia e raggi X, ma è tutto negativo: certo, per un codice verde è un bel po’ di roba, un trattamento di lusso vien quasi da dire.
Negative anche le risposte a cocaina, cannabis e anfetamine. Cristian è positivo alle benzodiazemine e gli viene prescritto il Rivotril in gocce. Sul referto viene scritto che è in trattamento con metadone, ma la famiglia smentisce e nemmeno al Sert, a quanto pare, risulta. Lo ricoverano in medicina generale, dove rimarrà per un giorno, prima di essere trasferito al Belcolle, nella struttura di medicina protetta.
Chi ha deciso quel trasloco e perché? E che succede a Cristian in quelle 24 ore? Il suo avvocato di fiducia, Davide Verri, viene avvisato alle 17, ossia 9 ore dopo il fermo sul binario: non è stata certo una comunicazione tempestiva. L’udienza di convalida viene fatta venerdì 11, ma quando il giudice entra in aula Cristian non c’è. Da Viterbo dicono che “non è trasportabile”, eppure la sera prima lo avevano portato via dal Santo Spirito. Chi ha disposto quel trasferimento?
E perché? Eppure, perfino per i medici del Belcolle è tutto ok, anche se poi fanno una parziale retromarcia: De Cupis era inquieto e nervoso, altro che uno che fischietta sotto alla doccia prima di mettersi a letto, contento per la prospettiva dei domiciliari. E ai familiari, i medici avrebbero confermato che le percosse ci sono state, e che verosimilmente sono state il motivo del ricovero. Cristian - dicono - muore alle 5 e mezzadi sabato 12 novembre, “morto nel sonno” dicono, ma quando la zia Maria e il fratello Claudio vedono il cadavere, cominciano ad avere qualche dubbio. I tempi dilatati diventano frenetici. Già il lunedì, pur con un fascicolo aperto in Procura, si fa l’esame autoptico. Ci sono i familiari ma non c’è il loro consulente: un’assenza che potrebbe avere un peso.
Secondo le prime conclusioni dell’autopsia eseguita da Maria Rosa Aromatario, medico della Sapienza, sul cadavere non c’erano lesioni di organi interni. Però non c’è neppure il motivo per cui Cristian è steso su quel tavolo della morgue, perché “l’arresto cardiaco” è - diciamo - l’effetto meccanico, e non la causa, di ogni decesso. Di certo, le foto scattate con un telefonino non depongono a favore di una morte improvvisa e naturale. E di certo non vengono restituiti la gran parte degli indumenti che Cristian indossava: non c’è traccia della maglietta, della felpa, degli slip e dei calzini. Tornano alla famiglia solo il giubbino, i pantaloni e le scarpe, ossia gli abiti non a contatto con le parti interessate dalle ferite. E restano le domande, molte. La più grande di tutte: cosa è successo a Cristian, 36 anni, tre giorni dopo essere uscito di casa per cercare lavoro?

fonte: l'Unità

11 dicembre 2011

Tortura: "De Tormentis" e i cinque dell'ave Maria

«Professor De Tormentis», era chiamato così il funzionario dell'Ucigos (l'attuale Polizia di prevenzione) che a capo di una speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding (soffocamento con acqua e sale), tra la fine degli anni ‘70 e i primissimi anni '80 si muoveva tra questure e caserme d'Italia per estorcere informazioni ai militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. Di lui, e del suo violento trattamento riservato agli arrestati durante gli interrogatori di polizia, parla diffusamente Nicola Rao in un libro recentemente pubblicato per Sperling&Kupfer, Colpo al cuore. Dai pentiti ai "metodi speciali": come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata. Rivelazioni che portano un colpo decisivo alla tesi, diffusa da magistrati come Caselli e Spataro (recentemente anche Turone) che vorrebbe la lotta armata sconfitta con le sole armi dello stato di diritto e della costituzione. In realtà alle leggi d'emergenza, alla giustizia d'eccezione e alle carceri speciali, si accompagnò anche il più classico degli strumenti tipici di uno stato di polizia: la tortura. Il velo su queste violenze si era già squarciato nel 2007, quando Salvatore Genova, uno dei protagonisti dell'antiterrorismo dei primi anni '80, coinvolto nell'inchiesta contro le sevizie praticate ai brigatisti che avevano sequestrato il generale Dozier, cominciò a testimoniare quanto aveva visto: «Nei primi anni '80 esistevano due gruppi - dichiara a Matteo Indice sul Secolo XIX del 17 giugno - di cui tutti sapevano: "I vendicatori della notte" e "I cinque dell'Ave Maria". I primi operavano nella caserma di Padova, dov'erano detenuti i brigatisti fermati per Dozier (oltre a Cesare Di Lenardo c'erano Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella e Giovanni Ciucci)». Per poi denunciare che «Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com'era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale. Una volta, presentandomi al mattino per un interrogatorio, Savasta mi disse: "Ma perché continuano a torturarci, se stiamo collaborando?"». Come sempre le donne subirono le sevizie più sadiche, di tipo sessuale.
Genova si salvò grazie all'immunità parlamentare intervenuta con l'elezione in parlamento come indipendente nelle liste del Psdi del piduista Pietro Longo (numero di tessera 2223). In quell'intervista Genova si libera la coscienza: «Ovunque era nota l'esistenza della "squadretta di torturatori" che si muoveva in più zone d'Italia, poiché altri Br (in particolare Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, bloccati dalla Digos di Roma il 3 gennaio 1982) avevano già denunciato procedure identiche. Non sarebbe stato difficile individuarne nomi, cognomi e "mandanti" a quei tempi». Ma quando il giornalista Piervittorio Buffa raccontò sull'Espresso del marzo 1982 quella mattanza, "informato" dal capitano di Ps Ambrosini (che vide la porta di casa bruciata da altri poliziotti), venne arrestato per tutelare il segreto su quelle pratiche decise ad alto livello.
Chiamato in causa, una settimana dopo anche il «professor De Tormentis» fece sentire la sua voce. Il 24 giugno davanti allo stesso giornalista disseminava indizi sulla sua reale identità, quasi fosse mosso dall'inconscia volontà di venire definitivamente allo scoperto e raccontare la sua versione dei fatti su quella pagina della storia italiana rimasta in ombra, l'unica - diversamente da quanto pensa la folta schiera di dietrologi che si esercita da decenni senza successo sull'argomento - ad essere ancora carica di verità indicibili. De Tormentis non si risparmia ed ammette "i metodi forti": «Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura - se così si può definire - è l'unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un'operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell'Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche "particolari" d'interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti». La struttura - rivela a Nicola Rao il maestro dell'annegamento simulato - è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enzo Triaca. Ma dopo la denuncia del "trattamento" da parte di Triaca la squadretta venne messa in sonno perché - gli spiegarono - non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone: «se c'è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». All'inizio del 1982 venne richiamato in servizio. Più che un racconto quella di "De Tormentis" appare una vera e propria rivendicazione senza rimorsi: «io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione», afferma presagendo i tempi del populismo giustizialista. «Occorreva ristabilire una forma di "auctoritas", con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».
Oggi l'identità di "De Tormentis" è un segreto di Pulcinella. Lui stesso ha raccontato di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato. Accanto al questore Mangano partecipò alla cattura di Luciano Liggio; poi in servizio a Napoli sia alla squadra mobile che all'ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo (sul sito della Fondazione Cipriani sono indicate alcune sue informative del periodo 1976-77, inerenti a notizie raccolte tramite un informatore infiltrato in carcere), per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antiterrorismo all'Ucigos dove ha coordinato i blitz più «riservati».
De Tormentis riferisce anche di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla Renault 4 dove si trovava il corpo senza vita di Moro. In rete c'è traccia di un suo articolo scritto nel gennaio 2001, su un mensile massonico, nel quale esalta le tesi del giurista fascista Giorgio Del Vecchio, elogiando lo Stato etico («il diritto è il concentrato storico della morale»), e rivendica per la polizia i «poteri di fermo, interrogatorio e autonomia investigativa». Nel 2004 ha avuto rapporti con Fiamma Tricolore di cui è stato commissario per la federazione provinciale di Napoli e, dulcis in fundo, ha partecipato come legale di un funzionario di polizia, tra l'86-87, ai processi contro la colonna napoletana delle Br, che non molto tempo prima aveva lui stesso smantellato senza risparmio di metodi "speciali". Una singolare commistione di ruoli tra funzione investigativa, emanazione del potere esecutivo, e funzioni di tutela all'interno di un iter che appartiene al giudiziario, che solo in uno stato di eccezione giudiziario, come quello italiano, si è arrivati a consentire.
Forse è venuto il momento per questo ex funzionario, iscritto dal 1984 all'albo degli avvocati napoletani (nel suo profilo si descrive «già questore, penalista, cassazionista, esperto in investigazioni nazionali e internazionali su criminalità organizzata, politica e comune, sequestri di persona»), di fare l'ultimo passo alla luce del sole. Sul piano penale "De Tormentis" sa che non ha da temere più nulla. I gravi reati commessi sono tutti prescritti (ricordiamo che nel codice italiano manca quello di tortura).
L'ex questore, oggi settantasettenne, ha un obbligo morale verso la società italiana, un dovere di verità sui metodi impiegati in quegli anni. Deve qualcosa anche ai torturati, alcuni dei quali dopo 30 anni sono ancora in carcere ed a Triaca, che subì la beffa di una condanna per calunnia. Restano da sapere ancora molte altre cose: quale fu l'esatta linea di comando? Come l'ordine sia passato dal livello politico a quello sottostante, in che termini sia stato impartito. Con quali garanzie lo si è visto: impunità flagrante. Venne pizzicata solo una squadretta di Nocs capeggiata da Genova. Condannati in primo grado ma prosciolti in seguito. Di loro, racconta compiaciuto "De Tormentis": «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare». All'epoca Amnesty censì 30 casi nei primi tre mesi dell'82; il ministro dell'Interno Rognoni ne riconobbe 12 davanti al parlamento, ma il fenomeno fu molto più esteso (cf. Le torture affiorate, Sensibili alle foglie, 1998). La tortura, scriveva Sartre: «Sconfessata - a volte, del resto, senza molta energia - ma sistematicamente applicata dietro la facciata della legalità democratica, può definirsi un'istituzione semiclandestina».

Paolo Persichetti

Torino, campo rom dato alle fiamme. Ecco il mostro della paura!

E se una ragazza sedicenne come tante di un quartiere di periferia della Torino del politically correct ha paura di confessare ai suoi di aver perso la verginità, e inventa una balla su uno stupro da parte di due Rom? E se i giornali e i media mainstream soffiano sul fuoco titolando giornali e servizi con espressioni razziste e xenofobe? E se tutto questo accade in un momento in cui in Italia il disagio sociale cresce a vista d’occhio e le condizioni di vita sono sempre peggiori, sempre più misere? Ecco che spunta il mostro.
Moltissimi sono i lati inquietanti di questa vicenda, perlopiù legati ad un fattore dirimente della nostra società moderna, la società della psicosi, del terrore di massa, della paura. E infatti è proprio la paura come forma di dominio che si manifesta in maniera terribile e schizzofrenica nella giornata di ieri, in cui un corteo di solidarietà contro uno stupro di trasforma in una caccia alle streghe, con tanto di fiamme; un centinaio di persone danno assalto al campo Rom da cui si presumeva venissero gli (inesistenti) aggressori. Tutto ciò accade proprio mentre la ragazza confessa di aver detto una menzogna.
Paura. Paura di autodeterminarsi liberamente senza dover pensare a come la famiglia o l’ambiente sociale in cui si vive reagirà. Paura dello straniero perché è diverso, è mostruoso, è demoniaco, nelle migliori narrazioni del capro espiatorio. Ed è proprio di questo che parliamo quando intendiamo la paura come forma di dominio, il capro espiatorio su cui scaricare le proprie rabbie, le proprie frustrazioni, il proprio disagio, evitando così di andare ad indagare su quali siano le cause di ciò, evitando così di scoprire che la colpa è di chi ci sfrutta ogni giorno e di chi ogni giorno stimola questo meccanismo. Quale migliore esempio dell’exploit del giornale 'La Stampa' che titola la vicenda sul quotidiano di ieri così: 'Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella'. A parte il fatto che la notizia fosse inesatta anche nella narrazione del primo momento, ma in più è evidente come senza prove, senza sicurezze vengono subito individuati i colpevoli, e la caratteristica che viene sottolineata, che si fa motivo principale del titolo è che sono due rom. Oggi sul quotidiano on-line sono arrivate le scuse del giornale, ma ci chiediamo, se non fosse successo quello che è successo, se la ragazza non avesse smentito, se il campo rom non fosse andato a fuoco, i giornalisti della Stampa avrebbero comunque corretto il tiro? Abbiamo i nostri dubbi…
E’ proprio quel meccanismo alimentato dai partiti come la Lega Nord, dalle destre populiste e dai movimenti neofascisti, quel clima di paura generale, in cui i potenti possono continuare a fare i loro porci comodi e chi sta male, chi vive la miseria inizia una guerra tra poveri. E dentro un quartiere come Vallette, pieno di gente fantastica, ma pieno anche di un disagio viscerale che si compone in molti modi, ci vuole poco perché il mostro attecchisca, e si sfoghi in maniera barbara ed affamata.


Arrestato pensionato mentre rubava una bottiglia di vino e una scatoletta di tonno al supermercato

Se vedi un vecchietto in un supermercato che ruba “per fame” un pacco di pasta o una scatoletta di tonno, che fai? Una domanda che in questi tempi di austerity dovrebbero porsi tutti. Rispondere non è semplice. Per lo più prevale compassione e pena, poi rimani lì, fermo, quasi impietrito e guardi la scena. Ti domandi: lo denuncio, chiamo la polizia? Non so voi, ma io la domanda me la sono posta, e dopo una tormenta riflessione, sono arrivato ad un punto fermo. A denunciarlo non se ne parla nemmeno, anzi mi avvicino, cerco di parlargli – ecco cosa ho pensato – nel mio piccolo devo dargli una mano, pago per lui. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di miseria, combinata alla vergogna, la solitudine fusa alla disperazione, un corpo vecchio e malandato che fa i conti con l’ingratitudine di figli e di uno Stato sociale, oramai persi. Già, la realtà è diversa. Quando veramente mi  è accaduto di vedere un vecchietto, in compagnia di una donna molto più anziana di lui, che infilava sotto il giaccone, riso e formaggio, sono subito intervenuto e a quel punto è andato tutto storto. Le due persone anziane hanno subito lasciato la merce che avevano preso e sono scappati via, lei, la più anziana, piangeva. Quando sono ritornato a casa ero sottosopra, l’immagine di quelle due persone era fissa nella mia mente. La testa mi bolliva di domande. Se non mi avvicinavo, avrebbero portato un pò di spesa a casa? Forse li avrebbero arrestati? Non avevo pace, dovevo distrarmi, non pensarci più. Accendo il televisore, c’è il Tg e ascolto le notizie: indagato il parlamentare Sempronio per truffa e associazione mafiosa, secondo gli inquirenti ha rubato 8 milioni di euro. Sempronio è libero perchè gode dell’immunità parlamentare e il pensiero ritorna ai due vecchietti, al pacco e al pezzo di formaggio. Chiudo il televisore. Ora ho le idee più chiare, rubare per fame non è reato. Forse mi sbaglio, ma il mio cuore mi dice così, la mia fede in Cristo mi indica questa strada. Voi che ne pensate, ditemi la vostra………sbaglio? Per comprendere meglio quanto ho detto, passiamo alla cronaca di oggi. Fatti veramente accaduti. Storie di ordinaria disperazione, narrate con dovizia di particolari e sulle quali continuare a riflettere. Due bottiglie di vino Turriga, una scatoletta di tonno e alcune lamette da barba. Sono costate care ad Angelo Piras, 63 anni di Villaspeciosa. L’uomo è stato arrestato, da una pattuglia di carabinieri locali, nel supermercato del centro commerciale Sant’Ignazio, ubicato nella Zona Industriale di Villacidro, ieri intorno alle 20.00. L’uomo, sospettato di aver compiuto alcuni furti analoghi, nei giorni scorsi, è stato tenuto d’occhio dalla sorveglianza del supermercato che lo ha colto in flagranza di reato. Recatosi alla cassa per pagare alcuni oggetti di poco valore, si è poi allontanato pensando di averla fatta franca, ma è stato subito raggiunto dalla vigilanza del centro commerciale. Angelo Piras ha quindi tentato una disperata fuga, sbarazzandosi della refurtiva, ma è stato bloccato poco dopo. Questa mattina il ladro di vini pregiati è stato processato per direttissima presso il tribunale di Cagliari dove gli è stata applicata una pena di 4 mesi di reclusione e 200 euro di multa come ammenda. La pena è stata in seguito sospesa e il reo è stato rimesso in libertà. Stessa sorte è toccata ad un pensionato di Carrara. «Non arrivo a fine mese, volevo fare la spesa per mangiare»: si è giustificato così stamani, davanti ai vigili urbani che lo avevano fermato, un pensionato di 65 anni di Carrara che poco prima aveva rubato un marsupio contenente dei soldi dall’abitacolo di un’auto lasciata in sosta col vetro abbassato. Il pensionato, incensurato, era stato visto da alcuni passanti che hanno tentato di afferrarlo. L’uomo si è divincolato ed è fuggito proprio verso il comando dei vigili urbani di Carrara. Due agenti che stavano uscendo dall’ufficio lo hanno poi bloccato. Il pensionato è stato denunciato a piede libero per furto aggravato. Riflettere è d’obbligo…………….. 

fonte: NoProfit

10 dicembre 2011

La "strategia" dei pacchi bomba

Un pacco bomba è esploso in un'agenzia Equtalia, a Roma
Fin qui la notizia. "La pista", come copione vuole da oltre 40 anni, è "anarchica". Se c'è qualcosa che dovrebbe stupire è la ripetitività del copione: i personaggi non cambiano mai.
Il "pacco bomba" è infatti uno strumento "sicuro"; nel senso che chiunque può costruirlo, spedirlo e scriverci sopra qualsiasi cosa. Difficile indagare davvero e ricostruire la dinamica fino agli autori. E' anche uno strumento odioso, perché mette in pericolo - oltre al destinatario - una lunga catena umana fatta di lavoratori (spedizionieri, postini, ecc). E' insomma uno strumento che si attaglia perfettamente a chi non ha alcuna intenzione di assumersi la responsabilità politica di una certa azione; anzi, va benissimo proprio se l'intenzione dell'autore è attribuirlo a qualcun altro. Non richiede grandi organizzazioni alle spalle, né particolare coraggio. Anzi, un bel po' di indifferenza - o peggio - per i lavoratori che inconsapevolmente dovranno trasportare il "pacco" (il doppio senso è voluto...).
Per restare soltanto ai tempi nostri, che anche i più giovani potrebbero conoscere, un'identica "piccola onda" di pacchi-bomba fu spedita nei giorni immediatamente precedenti il G8 di Genova 2001. Tra i feriti più seri ci fu quella volta un maresciallo dei carabinieri. Quello che ci voleva per "caricare a palla" le truppe di polizia contro i manifestanti che da lì a due giorni sarebbero arrivati nel capoluogo ligure per il "contro-vertice".
Ora siamo a una sequenza altrettanto prevedibile.
Il 7 dicembre il ministro dell'interno lancia "l'allarme terrorismo", che qui in Italia significa "sappiamo che sta per succedere qualcosa che ci torna utile"
L'8 arriva in Germania un pacco bomba spedito dall'Italia; e si parla di "anarchici" immediatamente (la sigla è pronta lì da anni: Federazione anarchica informale).
Il 9 tocca ad Equitalia, bersaglio di decine di proteste contro il fisco e non solo negli ultimi tempi (per le modalità con cui viene compiuto il "recupero crediti!, degne a volte dello sceriffo di Nottingham). Un "obiettivo perfetto" per santificare questo Stato, qualsiasi cosa faccia. Scattano come un sol uomo tutti i politici dichiaratori di professione (dopo l'assunzione dei pieni poteri da parte della troika Ue-Bce-Fmi non hanno in effetti molto di più da fare), seguono o anticipano in fitta schiera tutti i media italiani (quelli internazionali seguono per assoluta mancanza di fonti alternative).
E il gioco (politico) è fatto: guai a chi si azzarda a mettere in discussione la manovra e i suoi effetti. Le manifestazioni o i presìdi dei prossimi giorni sono avvisate: attenti, che prima vi pestiamo in piazza e poi vi mettiamo anche in galera con accuse pesanti.
E infatti: "«La nostra considerazione è che contro Equitalia è andata in scena negli ultimi tempi una campagna denigratoria e di disinformazione. Non solo da parte di una certa stampa che ha prestato il fianco, ma anche portata avanti da politici di secondo piano». Lo ha detto il direttore centrale di Equitalia, Angelo Coco, davanti alla sede dell'Agenzia di riscossione dei tributi a Roma".
La nostra impressione è che ci sia stato consegnato un governo "tecnico" pilotato dalle istituzioni internazionali, fatto di professori che parlano ottimamente l'inglese e qualche altra lingua in uso nei convegni internazionali. Ma che - per quanto riguarda il suo armamentario politico-poliziesco "preventivo" dei movimenti - sia rimasto terribilmente da "prima Repubblica". Stile Federico Umberto D'Amato, per intendersi. In fondo il 12 dicembre c'è uno sciopero generale, "vero" solo per i metalmeccanici e qualche Camera del lavoro locale. E certe coincidenze sono tipiche di un paese che non si è mai defascistizzato davvero.
Il nostro modesto "vigilanza, compagni" ci sembra ancor più appropriato oggi. A partire dal consiglio che ci sembra sempre utile ripetere: "in questo scenario è bene non dare per scontato che le persone che ci si avvicinano siano sempre «gente dabbene»".

9 dicembre 2011

Rivolta al carcere di Ancona

Una rivolta è scoppiata nel carcere di Montacuto, ad Ancona, coinvolgendo una ventina di detenuti che hanno incendiato alcune celle. Nessuno, secondo le prime informazioni, sarebbe rimasto ferito, nè tra i detenuti nè tra gli agenti di polizia penitenziaria. La protesta, iniziata ieri sera è terminata nel pomeriggio di oggi. La rivolta era iniziata nella tarda serata di ieri quando i detenuti avevano dato fuoco a delle lenzuola. Questa mattina la protesta ha ripreso vigore. Nel carcere anconetano l'emergenza più grande è il sovraffollamento al quale si è aggiunto in questi giorni il problema del riscaldamento. L'emergenza è rientrata poco prima delle 17 e la situazione è tornata sotto controllo. Lo riferisce il segretario regionale e consigliere nazionale del Sappe Aldo Di Giacomo, che ha interpellato l'amministrazione. Cinque-sei, secondo la stessa fonte, sono le celle distrutte dal fuoco. I danni, provocati anche dal fumo, sono ingenti, ma non vi sono persone intossicate. Viene anche confermato che nessuno, tra i detenuti e gli agenti della polizia penitenziaria, è stato ricoverato in ospedale. I detenuti avevano dato fuoco ad alcune bombolette di gas da campeggio, innescando diversi incendi che sono stati domati con gli estintori. La polizia penitenziaria è intervenuta in assetto antisommossa per arginare la protesta e mettere in sicurezza gli altri detenuti della sezione interessata, nel frattempo invasa dal fumo. «Da sempre - ha aggiunto il segretario del Sappe - denuncio la situazione del carcere di Ancona, che ormai è di interesse nazionale, ma nulla giustifica atteggiamenti del genere». Il penitenziario anconetano, al centro di varie interrogazioni parlamentari, è una polveriera. Due giorni fa c'è stata la visita a sorpresa del capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Franco Ionta, il quale avrebbe tra l'altro dato assicurazioni sull'assegnazione definitiva del personale in servizio nel carcere di Barcaglione a quello di Montacuto.

8 dicembre 2011

Aria di provocazione

Le parole di un ministro dell'interno - specie se «tecnico» (un prefetto di carriera) come l'attuale – vanno sempre pesate con attenzione.
Specie se gravi come quelle consegnate ieri al Parlamento e alla stampa da Annamaria Cancellieri.
«Non v'è dubbio che la difficile congiuntura che stiamo vivendo imponga un atteggiamento vigile e una grande attenzione alla prevenzione, nella precisa consapevolezza che le cause di disperazione sociale e di marginalità possono prestarsi a strumentali forme di sovversivismo o, peggio, alimentare mai del tutto sopite tentazioni eversive».
Parole gravi ancorché confusionarie («sovversione» ed «eversione» sono fenomeni di segno opposto: rivoluzionario e di sinistra il primo, reazionario di destra il secondo). O forse proprio per questo.
Non ci tratteniamo più di tanto sulla evidente responsabilità politico-economica di un governo che alimenta la «disperazione sociale», precipitando fette crescenti di società nella «marginalità», provocando il malessere di cui ufficialmente – dopo – si preoccupa. Serietà vorrebbe che si riducessero le cause della «disperazione», invece di preparare la repressione delle sue possibili manifestazioni. Ma tant'è, da un ministro di polizia non si può pretendere un «di più» di sensibilità sociale. Anche se la Cancellieri, come commissario al Comune di Bologna, era riuscita a meritarsi un voto superiore ai sindaci «di sinistra» che l'avevano preceduta.
Ci chiediamo se l'allarme da lei lanciato sia in continuità diretta con le inveterate abitudini dei ministri che l'hanno preceduta. Quelli che gridavano al pericolo poco prima di «grandi operazioni di polizia», per poi passare all'incasso dell'aumento di credibilità personale e, naturalmente, del governo di appartenenza.
Operazioni spesso alimentate dall'intervento diretto di agenti provocatori del «noto servizio» o da fascisti che cercavano di farsi passare per «convertiti a sinistra». Una modalità d'azione che vanta decenni di esperienze cumulate e ripetute, fin dai tempi di Mario Merlino.
Speriamo di sbagliarci, naturalmente. Ma, come direbbe Crozza, certi discorsi fanno alzare nell'aria un certo odore di «cetriolone».
Che la manovra sia una carognata anti-sociale, è certo. Lo stesso ministro Cancellieri ne sembra consapevole. Che possano e debbano esserci nelle prossime settimane e mesi numerose manifestazioni di protesta, variamente modulate come parole d'ordine, ci sembra naturale. Di più: saranno l'esercizio di un diritto legittimo, sul piano democratico e costituzionale.
Una dialettica sociale che non deve essere minacciata preventivamente, tanto meno da «allarmi» generici utilizzati per orientare una stampa mainstream ormai incapace di chiedersi se quel che battono le agenzie sia vero o no (la verifica della notizia è un lusso professionale che ben pochi cronisti praticano, da qualche anno).
Non vorremmo evocare la formula abusata del «vigilanza compagni», che il vecchio Pci ha utilizzato spesso a sproposito, ma certo che in questo scenario è bene non dare per scontato che le persone che ci si avvicinano siano sempre «gente dabbene».


No Tav: Ancora una giornata di resistenza popolare. Cariche e lanci di lacrimogeni da parte della polizia

Scontri, feriti, arresti in Val Susa. La giornata celebrativa di quella che fu la liberazione di Venaus nel 2005, si conclude con un bilancio non previsto ad inizio giornata. Tre cortei hanno raggiunto rispettivamente il cantiere di Chiomonte e l'autoporto di Susa, e tutti hanno avuto problemi quasi come se da parte di chi doveva gestire la piazza fosse presente la volontà di esasperare il conflitto. Intorno alle reti che proteggono lavori inesistenti, si sono radunate così circa 3000 persone. La giornata non lasciava prevedere momenti di tensione, ma una gestione dell'ordine molto nervosa da parte delle forze dell'ordine schierate in massa a difesa del cantiere ha portato a momenti di estrema confusione e pericolo.

Alle due del pomeriggio 500 manifestanti hanno circondato le reti del cantiere ma non hanno mai rappresentato un serio pericolo né per i macchinari né per gli uomini. Di fronte all'avvicinarsi di alcune decine di no tav protetti da maschere anti gas, carabinieri e poliziotti hanno risposto con un fitto lancio di lacrimogeni che sono piovuti non solo addosso a chi voleva scuotere le protezioni ma anche tra coloro che erano ben lontani dal luogo degli scontri. Quattro ragazzi sono stati feriti perché centrati al volto dalle decine di candelotti che piovevano dal cielo. È stato necessario l'intervento di alcune ambulanze che si sono fatte strada tra impervie strade di montagna. I ragazzi sono stati portati agli ospedali di Susa e Torino dove sono stati riscontrati loro traumi cranici e gravi tumefazioni agli occhi.
Alle 5 del pomeriggio l'ultimo attacco della polizia è stato decisivo. Usciti dal cantiere in massa (erano presenti oltre 1000 uomini tra carabinieri, polizia, guardia di finanza e alpini), hanno sbaragliato ogni resistenza, costringendo i manifestanti ad indietreggiare in maniera scomposta. La baita presidio situata a ridosso del cantiere è stata occupata per breve tempo dalle forze dell'ordine, che in serata sono nuovamente rientrate alla base.
L'attacco è stato molto violento e non ha fatto distinzioni tra chi era fermo alla baita e chi si era invece avvicinato alle reti. Gli oltre 3000 manifestanti non hanno potuto fare altro che abbandonare il presidio in mano alle forze dell'ordine che lo hanno devastato. Il timore è che ora l'ultimo avamposto no tav possa essere sgomberato ed occupato dai militari. Si tratterebbe di una grave perdita strategica perché ricaccerebbe il popolo che si oppone all'alta velocità ad almeno tre km di distanza dal cuore della lotta. Non per nulla alcuni storici esponenti del movimento polemizzavano ieri sera con chi aveva deciso di attuare una pressione poco più che simbolica alle reti.
Mentre nei boschi della Val Susa infuriava la battaglia a Susa circa 10.000 manifestanti occupavano l'autostrada. Respinti all'imbocco dell'autoporto, i no tav decidevano così per un'azione molto più incisiva. Di fatto il gruppo meno battagliero era costretto ad entrare dentro l'autostrada che veniva così chiusa al traffico. Lungo la carreggiata veniva allestito un palco su cui si succedevano diversi gruppi musicali fino a tarda serata. I manifestanti provenienti da Giaglione e Chiomonte venivano invitati ad occupare anch'essi l'autostrada cosa che è puntualmente avvenuta.
La manifestazione, meno corposa che in passato, ha comunque visto la partecipazione di 20.000 persone, la maggior parte valsusini. Erano però presenti gruppi provenienti da tutta Italia, in particolare dal Veneto. E se dai vertici del Pd è un coro contro i manifestanti e a favore della Tav, Paolo Ferrero (presente ai cortei) ancora una volta difende le ragioni della protesta. «Queste persone hanno ragione a manifestare contro un'opera inutile e dannosa. Tanto più se non ci sono i soldi per le pensioni! Usino il denaro previsto per la Tav, ben 17 miliardi, per il riassetto idrogeologico del territorio. Basta con la militarizzazione della Val di Susa».

Maurizio Pagliassotti

Da segnalare l'ennesima vergognosa ricostruzione da parte dei media che accusano i no tav di aver appiccato gli incendi


Segui la diretta su infoAut 



7 dicembre 2011

Roma: Foglio di via obbligatorio ad attivista di Greenpeace

Foglio di via obbligatorio con divieto di ritorno nel Comune di Roma. Per due anni. Questo è stato imposto dal Questore al responsabile della nostra campagna Energia e Clima, Salvatore Barbera, dopo l’azione di ieri davanti a Palazzo Chigi per denunciare l’impatto dei cambiamenti climatici.

Salvatore, 32 anni di Pistoia, è un attivista da molti anni e negli ultimi cinque è stato impegnato a tempo pieno nello sviluppo di varie campagne internazionali. Il foglio di via viene motivato con il reiterarsi del reato di manifestazione non autorizzata. Ricordi le nostre azioni nonviolente della campagna per il Referendum sul nucleare di giugno? Salvatore ha partecipato a tutte.

Ecco il commento del nostro direttore esecutivo, Giuseppe Onufrio:

Opporsi ai rischi che il nucleare inevitabilmente pone alla nostra sicurezza, così come denunciare l'impatto che i cambiamenti climatici stanno avendo in termini di vite umane e di costi per la società, è un atto dovuto di responsabilità civile, che non può in nessun modo essere accostata ad attività criminali.

La stessa responsabilità che il Governo e il ministro dell'Ambiente Clini dovrebbero dimostrare a Durban, prendendo a nome dell'Italia una posizione forte ed ambiziosa per la salvaguardia del clima e il rinnovo del protocollo di Kyoto.

fonte: greenpeace

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Bandito da Roma: l’orologio della storia torna indietro di secoli!

Inaudita la decisione di consegnare il foglio di via ad attivista di Greenpeace, la solidarietà del Prc



Riteniamo gravissimo e lesivo della libertà di espressione e della democrazia il Foglio di via obbligatorio con divieto di ritorno a Roma per due anni imposto dal Questore di Roma al responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Salvatore Barbera.

Il provvedimento è stato emesso dopo l’azione non violenta che i militanti di Greenpeace hanno svolto in piazza Colonna per chiedere di «salvare il clima», con l’apposizione di striscioni sui cambiamenti climatici e l’alluvione di Genova.
Ci uniamo alla denuncia degli attivisti di Greenpeace e del mondo ambientalista di grande senso civico finalizzata a smuovere le coscienze di un governo che si caratterizza per essere forte coi deboli e debole coi forti .
Un grande impegno quello dell’associazione ambientalista che andrebbe valorizzato e non represso.
Esprimiamo dunque la nostra solidarietà a Greenpeace e a Salvatore Barbera in comunione con le battaglie per la difesa del clima.
Riteniamo un gesto di inaudita gravita’ l’azione di criminalizzazione contro iniziative dimostrative di alta valenza simbolica per il Paese e per il mondo. Un provvedimento lesivo dei diritti costituzionali previsti dall’art. 16 e 17:

art. 16 “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge”;


art.17 “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”.



Rosa Rinaldi, Resp. Ambiente, territorio, beni comuni Prc-Fds
Davide Pappalardo, Dip. Ambiente Prc

Caso De Cupis: Cristian in ospedale svenne due volte.

Cristian De Cupis è svenuto due volte in ospedale, al Santo Spirito, dove era arrivato dopo aver passato sei ore nelle mani della polizia ferroviaria, alla stazione Termini. Il ragazzo è morto nel reparto detentivo dell’ospedale Belcolle di Viterbo, il 12 novembre scorso. Era stato arrestato solo tre giorni prima con l’accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Gli agenti della Polfer hanno raccontato di essere stati aggrediti a sangue freddo da Cristian, a cui in una borsa vengono trovate due magliette rubate e con il passare delle ore diventa il sospettato numero uno di un’aggressione brutale avvenuta alle prime luci dell’alba a due passi dalla stazione Termini.
Dunque, quando alle 13,50 (era stato fermato poco prima delle 8) arriva in ospedale, il trentaseienne ha degli svenimenti improvvisi, perdite di coscienza inspiegabili che lo rendono insensibile agli stimoli dolorosi. Reazioni strane che devono aver preoccupato i medici dell’ospedale romano, tant’è che il ragazzo viene sottoposto a un nume nutrito di esami, compresa una rx, accertamenti che solitamente non vengono riservati a chi finisce in un pronto soccorso (peraltro, in codice verde, non si sa perché). C’è da dire che Cristian denuncia di essere stato picchiato, motivo in più ad aver probabilmente spinto i medici a fare tutti gli accertamenti del caso. Ma le cose sono andate in modo piuttosto “singolare”: quando Cristian arriva al Pronto Soccorso, infatti, non dice di sentirsi male per le botte, ma per “una caduta dalle scale”, e solo dopo parla apertamente del trattamento subito . Ricorda qualcosa? Sono le parole dette da Stefano Cucchi al medico di guardia presso il Tribunale, che lo visita dopo l’udienza di convalida dels suo arresto per detenzione e spaccio. Secondo il processo ancora in corso a Roma per la sua morte, Cucchi è stato picchiato proprio nelle celle del tribunale. Ovviamente si tratta di due storie solo apparentemente simili, ma questo particolare evidenzia una volta in più come la “caduta dalle scale” sia una delle motivazioni più gettonate per giustificare lividi e escoriazioni.
Ma per tornare al caso De Cupis, dove l’inchiesta è appena iniziata alla procura di Viterbo, un altro particolare che sta emergendo negli ultimi giorni è interessante. Finora si era sempre pensato che Cristian avesse trascorso all’ospedale Belcolle la giornata di giovedì e di venerdì. Lo trovano morto nel suo letto alle cinque di sabato mattina. Invece Cristian arriva a Viterbo tardissimo: alle 23 di giovedì sera. Perché questo trasferimento quasi in piena notte? E dove sta Cristian per tutta la giornata di giovedì, e in quali condizioni? Verosimilmente si trova in un letto del reparto di Medicina generale del Santo Spirito, dove era stato ricoverato mercoledì sera terminati gli esami, ma per il momento non ci sono certezze.
Quando arriva a Belcolle viene sottoposto a una prima visita. Non ha lividi evidenti, solo uno su una coscia. Le condizioni generali sono buone, ma Cristian ha un atteggiamento strano. E’ agitato, agitatissimo. Il dottor Giulio Starnini, primario del Belcolle, che conosceva Cristian perché lo aveva già avuto in cura a luglio, la mattina dopo lo trova seduto sul letto, dopo una doccia, le lenzuola tutte a terra. “Non ci si comporta così in ospedale”, gli dice. Il ragazzo si scusa, ma dice di essere molto triste perché “non ho imparato a stare con gli altri”. Ma continua ad avere un atteggiamento strano, disforico: agitato, molto richiedente – pretende di avere metadone, ma gliene viene fornito solo in basse dosi – e poi con momenti altamente depressivi (“che ci sto a fare al mondo”, si chiedeva piangendo). E’ un atteggiamento che continua ad avere per tutta la giornata, tanto che per il giorno seguente (il sabato) era stata prenotata una visita neurologica, e già giovedì sera era stato sottoposto a una visita psichiatrica. Non è vero dunque che quando gli viene comunicato che la convalida a Roma è stata eseguita e che ha ottenuto i domiciliari (comunicazione che viene fatta dalla polizia al detenuto) lui era tranquillo, felice, si è fatto una doccia e se ne è andato a dormire. Al contrario, continuava ad essere molto agitato. Si fa una doccia (l’ennesima) va a dormire e muore.
Cristian aveva assunto qualche sostanza stupefacente? Forse, ma i suoi esami delle urine lo danno sostanzialmente “pulito”, solo tracce di metadone e benzodiazepine come il Rivotril, prescrittogli anche al Santo Spirito e che è un blando sedativo. Certo, dalle urine tutto si cancella in 48 ore. Molto di più diranno gli esami tossicologici ordinati dalla Procura, che è anche in attesa di quelli istologici. E che, secondo “rumors”, sarebbe intenzionata a passare tutte le carte a Roma. Il capo d’imputazione sarebbe “omicidio colposo”, e i dubbi della Procura si addenserebbero, soprattutto, su quanto avvenuto al Santo Spirito. In quanto alla causa della morte l’autopsia, che non ah rivelato lesioni interne, avrebbe invece individuato un infarto come causa dell’arresto cardio circolatorio.

Cinzia Gubbini da il manifesto

6 dicembre 2011

La repressione sale in cattedra

Giulio Palermo è un compagno, ricercatore di economia presso l'Università di Brescia.
Già un anno fa attirò l'attenzione di leghisti e razzisti per la posizione presa in merito alla situazione degli immigrati saliti per protesta su una gru, a Brescia, portando i suoi studenti a riflettere attorno alla società della disuguaglianza e a schierarsi a difesa dei deboli e degli esclusi. Da anni attira l'inimicizia dei baroni e del sistema di potere che paralizza e controlla l'università italiana, denunciando pubblicamente la corruzione e le "storture" del sistema di reclutamento.
Oggi l'università, nelle vesti del rettore e dei baroni di Brescia e del collegio di disciplina del CUN (consiglio universitario nazionale), ha deciso di fargliela pagare: Giulio rischia un anno e più di sospensione dal lavoro e dal pagamento del salario, a seguito di un procedimento disciplinare fazioso e scorretto (per info piu  dettagliate: http://www.eco.unibs.it/~palermo/sanzioni.htm).
Al di là delle formalità giuridiche, riteniamo questo un gravissimo atto di censura e prevaricazione ai danni del pensiero critico, oltre che l'ennesimo atto di repressione contro chi si ribella all'ingiustizia.

Invitiamo tutti e tutte a dare massima diffusione alla notizia

SOLIDARIETA' E COMPLICITA' CON GIULIO PALERMO!

ResistenzaUniversitaria
www.resistenzauniversitaria.org (ci trovi anche su fb)

Carcere di Regina Coeli: Detenuti seviziati e torturati

Al carcere di Regina Coeli a Roma opera una "squadretta di giustizieri" formata da polizia penitenziaria e personale sanitario che seviziano i detenuti con tubi, attuando vere pratiche di tortura. Dai lividi e dalle percorse fino alle sonde gastriche, per passare a legare al letto i detenuti. Fra questi il medico del reparto della settima sezione, Rolando Degli Angioli, per il quale il pm Francesco Scavo ha chiesto il rinvio a giudizio per abuso, falso e violenza privata. E infermieri come Luigi Di Paolo, ora accusato di violenza privata. Contro di loro, militanti di una sorta di «codice rosso» in vigore dietro le sbarre, ci sono le testimonianze delle stesse vittime. "Mi tenevano in piedi per non farmi dormire — racconta ai magistrati Oltean Gavrila, uno dei romeni accusati dello stupro di gruppo della Caffarella, il 14 febbraio del 2009 e finito nel carcere di Regina Coeli e vittima della “squadretta” —. Arrivavano da me alle undici di sera e mi dicevano di stare in piedi, non dormire, poi dopo un po’ mi dicevano “puoi dormire venti minuti” e in venti minuti non ce la facevo…". Per sottrarsi a un supplizio durato giorni, Gavrila si attacca a una bottiglia di detersivo e il 19 febbraio viene trasferito in infermeria.  Sarà Julien Monnet la vittima «illustre» che farà scattare le indagini. L'ingegnere francese di 37 anni, accusato di tentato omicidio. Legato a un letto "con della stoffa marrone" Monnet racconta: "A un certo punto, la persona con il camice bianco che mi stava schiaffeggiando in viso... si è spostato alla mia destra...". Nel frattempo una seconda persona "continuava a picchiarmi sui piedi" con un grosso bastone. Monnet spiega che, a un tratto, uno dei due prende un tubo: "E approfittando che ero legato ha cominciato a inserirmi un catetere. Questa operazione si è conclusa dopo almeno quattro tentativi, durante i quali io urlavo per il dolore a ogni tentativo fallito. Ricordo perfettamente che tutti e due erano incuranti del dolore che mi stavano provocando, il primo per il modo in cui tentava di inserirmi il tubo, l'altro perché ad ogni grido riprendeva a picchiarmi sui piedi". La squadra punitiva prende di mira anche un giovane filippino B. R., arrestato con in corpo tanto shaboo (allucinogeno) da dover richiedere l'intervento di una decina di agenti per placarlo. Su di lui si sbizzarriscono fino a incaprettarlo e a spegnergli sigarette accese sul corpo. E A. R., omosessuale, con patologie psichiatriche gravemente invalidanti, arrestato per violenza sessuale, racconta: "Per farmi desistere dal desiderio di avere rapporti mi facevano camminare lungo il corridoio della sezione in maniera da essere veduto da tutti mentre ripetevo ad alta voce "sono scemo, sono scemo". Per intimidirlo si svolgevano anche "rappresentazioni di pericolo" nei confronti della sua famiglia, racconta A. R. Una sorta di perverso gioco dei mimi nel quale si allude a ritorsioni a donne "della mia famiglia, mia madre, mia zia, mia cognata". Minacce che si sarebbero realizzate in caso di denuncia.
Ce n'è abbastanza per tornare a ragionare sul problema, importante, delle condizioni di vita dei detenuti. E per riflesso, anche di chi abita le carceri, guardie penitenziarie, reparti medici delle varie sezioni. E non solo nel carcere di Regina Coeli, da dove arriva solo l'ultima storia. Le botte in fase di arresto e di detenzione hanno costellato casi eclatanti degli ultimi anni. Tanto quanto le pratiche di tortura hanno attraversato le detenzioni, anche per brevi periodi, dopo manifestazioni politiche (ricordiamo i casi di Genova 2001 e ancor prima di Napoli).
Delle responsabilità personali deciderà il processo, quando il gip dirà se accoglie le richieste di rinvio a giudizio per un gruppo di agenti e personale medico accusati di torture presentate dal pubblico ministero Francesco Scavo.
Ma il problema non si può chiudere nei rigidi confini della giustizia di tribunale. È squisitamente politico. E riguarda l'organizzazione della vita carceraria, la formazione del personale, la possibilità di controlli, oltre alle possibilità di recidere alla base comportamenti che si basano sull'omertà e sul tollerare.

5 dicembre 2011

Insulta i carabinieri su Facebook 20enne denunciata per vilipendio

I carabinieri di Codogno hanno denunciato alla Procura della Repubblica di Lodi una ventenne incensurata con l'accusa di vilipendio delle forze armate per aver insultato l'Arma su Facebook. Sul proprio profilo del social network S.M., come hanno riferito i militari, ha scritto "grandissimi figli di p..., parassiti della società, vi cag... in mano".
La ragazza è stata rintracciata e convocata in caserma, dove ha ammesso di aver scritto quelle frasi. Quindi è stata denunciata per vilipendio delle forze armate. In caso di condanna, hanno ricordato i carabinieri, la pena prevista è una multa da mille a 5mila euro

Detenuto si toglie la vita al carcere di Bologna

Nuovo suicidio in carcere. Tocca di nuovo a Bologna e alla Dozza, dove già una settimana fa un detenuto si era tolto la vita impiccandosi nella sua cella. L'uomo, un marocchino di 34 anni, è stato trovato morto nella sua cella. Le cause del decesso sono ancora da accertare ma sembra che poco prima avesse sniffato il gas della bomboletta che teneva nella stanza.
L'uomo si trovava al terzo piano del carcere bolognese e condivideva la cella con un altro uomo, che ha allertato i soccorsi, che non sono però riusciti a salvarlo. Il detenuto marocchino era stato arrestato lo scorso luglio ed era in attesa di primo giudizio per reati connessi allo spaccio di stupefacenti. La bomboletta dalla quale ha sniffato il gas era in regolare dotazione per il fornellino da campo che teneva nella sua cella.
Si tratta del secondo caso in pochi giorni al carcere bolognese e il quinto in una settimana dopo i suicidi avvenuti a Pavia, Trieste e Cagliari. I suicidi in carcere dall'inizio dell'anno sono diventati 60. E' il terzo caso in due settimane in Emilia Romagna e il secondo in una settimana a Bologna. E i morti in istituti di pena salgono a 176. Cifre spaventose, che mettono in risalto ancora una volta il problema del sovraffollamento. In particolare, la Dozza è uno dei luoghi emblematici del sovrafollamento penitenziario. Ospita 1100 detenuti invece dei 480 che potrebbe ospitare. Senza contare lo stato di fatiscenza della struttra che rende pericolosi anche molti luoghi di lavoro ospitati all'interno.

Il braccialetto elettronico ovvero l'aspirina delle carceri

Le necessità di un intervento profondo e urgente sulle carceri del nostro Paese, richiesto a tante voci dal Presidente della Repubblica in testa, non vuol dire che sull'urgenza bisogna continuare nell'improvvisazione delle scelte da produrre, come l'annuncio fatto del ministro della Giustizia Paola Severino di adottare strumenti e mezzi tecnici ovvero del braccialetto elettronico - che ci riporta a logiche e politiche che nulla hanno a che spartire con l'attuale ordinamento penitenziario e assomiglianti, purtroppo, a culture d'oltre oceano che sono a dir poco discriminanti.
La scelta del "braccialetto elettronico" è chiaramente in contrasto con l'elemento fondante del trattamento penitenziario e delle misure alternative, che è quello della messa alla prova attraverso una concessione di fiducia alla persona, per un percorso di recupero dei valori persi, assieme al senso della legalità, che sono alla base della commissione dei reati. Non è certo trascurabile sottolineare come, anche durante il Governo D'Alema, una apposita commissione di verifica sul braccialetto elettronico, costituita dal ministero dell'Interno, avesse dato parere sfavorevole all'uso con due motivazioni su tutte: la scarsa efficacia di questo mezzo, risultata dalle sperimentazioni adottate in altri Paesi, e l'oneroso aspetto economico che non era certamente cosa di poco conto. Dopo dieci anni dall'introduzione di questo aggeggio in Italia, grazie all'allora ministro Fassino, e considerati i risultati disastrosi, sia dal punto di vista dell'effetto che da quello economico, è a dir poco stucchevole constatare che neppure stavolta per via Arenula è stata scelta una persona che conosca veramente i problemi del giustizia e del carcere.
Attraverso questa "boutade" vengono, altresì, messi in soffitta due elementi essenziali su cui è costruita la pacifica convivenza nei territori italiani: il principio costituzionale della dignità della persona, in quanto non bastano delle oggettive necessità di ridurre la presenza della popolazione detenuta nelle carceri per imboccare scorciatoie che calpestano la dignità stessa dei reclusi uomini e donne, siano essi imputati o condannati, e il rispetto umano che viene derubricato e fatto passare in secondo ordine. E fa una grossa operazione "detergente", dà un bel colpo di spugna al trattamento, con buona pace di tutti coloro che hanno creduto e si sono spesi, in questi decenni, per alimentare sempre di più strade di riconciliazione e di giustizia, sulla scia di una scelta fatta con la legge Gozzini.
E i politici, e pure i tecnici sembrano non essere da meno, si sa, generalmente "seguono la moda": quando il clima culturale che circonda il carcere diventa più duro, essi diventano più duri, quando il clima culturale si ammorbidisce, essi si ammorbidiscono. Le loro antenne sono basilarmente dirette verso l'esterno, verso il clima culturale veicolato dai mass media. Un cambiamento nel clima culturale esterno, nell'opinione di ciò che è "la linea corretta", crea un cambiamento parallelo nei politici.
Il carcere, a fronte di quanto affermato e nonostante le denunce e i rapporti stilati, è tuttora lì: un "gigante che sta in piedi su un terreno d'argilla". Il terreno argilloso è la sua totale irrazionalità in termini delle proprie mete dichiarate. Rapporto dopo rapporto, studio dopo studio, tutti sono concordi nell'affermare il fallimento del sistema penitenziario (l'altissima percentuale di recidiva, il numero sempre in aumento della popolazione carcerata, le cifre economiche in esposizione, il senso effettivo di vendetta, etc.), ragioni che si possono riassumere in cinque argomenti o mete fissate: la riabilitazione, "l'uso dell'imprigionamento riabilita il violatore della legge; la deterrenza individuale, cioè la nozione che il trasgressore, che è portato in prigione, sfuggirà via dal crimine essendo portato là; la prevenzione generale, cioè gli effetti educativi; la punizione, la severità prevista dalla pena dovrebbe mostrare effetti sul comportamento criminale; la giustizia bilanciata, ovvero il neoclassico responso del crimine attraverso la prigione, sebbene sia stato ammesso che il carcere non può prevenire nulla, si presume di poter bilanciare del tutto l'atto riprovevole equilibrando i pesi della giustizia.
La prigione è un sistema profondamente irrazionale in termini dei propri scopi stabiliti. L'inefficacia preventiva del carcere costituisce un problema di comunicazione. La punizione è in fondo un modo attraverso il quale lo Stato cerca di comunicare un messaggio, specialmente a gruppi particolarmente vulnerabili della società. Come metodo è estremamente primitivo. Ciò che è sorprendente non è l'effetto minimo ma piuttosto la persistente fiducia politica (cfr. miopia) in un tale primitivo metodo di comunicazione.
Il problema, comunque, è che questa consapevolezza - cioè tutte le argomentazioni che fanno parte del bagaglio di informazioni vere e reali, per una larga estensione di popolazione sono un segreto e nel nostro caso lo sono anche per il recente ministro della Giustizia. Se la gente veramente conoscesse come poveramente è la prigione, così come altri settori del sistema del controllo criminale, se sapessero come il carcere crea solamente una società più pericolosa producendo persone più pericolose, un clima per smantellare il carcere necessariamente si alimenterebbe, poiché la gente, in contrasto con la prigione, è razionale in questo problema.
Le vittime non ricevono nulla dal presente sistema e potrebbero ricevere tanto dal cambiamento di direzione. Una idea fondamentale e principale sarebbe cambiare il sistema nel senso di: piuttosto che aumentare la pena dei trasgressori con la gravità dell'offesa, che è alla base del presente sistema, aumentare il supporto alla vittima con la gravità dell'offesa. Cioè non una punizione a scalare per i trasgressori ma un supporto scalare per le vittime.
E' sicuramente una modifica drastica e razionale dal punto di vista della vittima ma significativa se supportata da azioni fondamentali quali: vita più decente nei quartieri (famoso discorso della qualità della vita), programmi di lavoro, programmi scolastici, programmi di investimento, ma non basati sulla forza, e finalmente un cambiamento della nostra politica sulle droghe.
Un cambiamento delle politiche sulle droghe allo stesso tempo colpirebbe al cuore le organizzazioni criminali della droga, dipendenti come sono dal mercato, e ridurrebbero la presenza nelle prigioni.
Il progressivo smantellamento delle prigioni ci farebbe risparmiare una notevole somma di denaro, milioni e milioni che potrebbero essere spesi per le vittime e i trasgressori. La possibilità di rinchiudere alcuni individui comunque rimarrebbe, ma il trattamento loro rivolto dovrebbe essere assai differente da quello di oggi.
Per questi e mille altri motivi il braccialetto elettronico ha la stessa valenza di un'aspirina per curare una malattia terminale, e il carcere è veramente un gigantesco ospedale che pretende di evocare sicurezza, ma rassicura solo la nostra incapacità di perdono e comprensione dell'errore umano e questo calpestando la vita di donne e uomini per una giustizia che ancora una volta è solo vendetta.

Livio Ferrari - garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Rovigo

Il “carcere del disagio” uccide ancora. Tre detenuti sono morti nell’ultima settimana

A Pavia un uomo 37enne sviene in cella e muore dopo il ricovero all’Ospedale: da tempo in cura per problemi psichiatrici era finito in carcere per “resistenza a pubblico ufficiale”. Sono in corso indagini per accertare le cause del decesso.
A Trieste un uomo 33enne muore sulla sua branda, era tossicodipendente ed in cura con metadone. Sembra che il decesso sia dovuto ad una overdose di antidolorifici, ma sono in corso indagini. Il giovane era in carcere per aver ferito il padre, che si rifiutava di dargli soldi per la droga.
A Cagliari una donna 42enne si impicca in cella, era tossicodipendente ed era stata arrestata assieme al compagno, anche lui tossicodipendente, con l’accusa di aver ucciso la madre, durante un litigio per questioni di soldi e di droga.

Pavia, 26 novembre 2011
Gaye Seydina, 37 anni, detenuto nel carcere di “Torre del Gallo”, si sente male. In compagno di cella lancia l’allarme, l’uomo viene soccorso e trasferito d’urgenza all’ospedale, dove muore senza riprendere conoscenza. La procura di Pavia apre un’inchiesta e dispone l’autopsia: per accertare le cause del decesso - visto che il 37enne non aveva mai manifestato problemi particolari di salute - e per verificare la tempestività dei soccorsi.
Gaye Seydina, originario del Senegal, da 13 anni risiedeva in provincia di Varese. Era laureato e padre di una bambina, ma anche affetto da problemi psichici per i quali era stato prima ricoverato in una Comunità residenziale di Saronno e in seguito affidato ad una famiglia di Tradate.
Lo scorso 6 settembre, dopo una lite con la famiglia affidataria, Gaye brucia il citofono del condominio dove era ospitato e danneggia due auto parcheggiate nelle vicinanze. Sul posto arrivano i Carabinieri e lo portano in caserma. Rilasciato con una denuncia, torna nel quartiere dove viveva e dopo aver danneggiato altre due autovetture si spoglia, attirando l’attenzione dei passanti. Arrivano nuovamente i Carabinieri, coi quali inizia una lite arrivata alle mani. L’uomo è quindi arrestato con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamenti e violenza privata. Viene condotto al carcere di Busto Arsizio e da qui trasferito in quello di Pavia, dove muore dopo 80 giorni in cella, per cause ancora da accertare.

Trieste, 2 dicembre 2011
Michele Misculin, 33 anni, muore durante la notte nel carcere “Coroneo”. A trovarlo privo di vita, riverso sulla branda più alta del letto a castello, sono stati i suoi compagni di cella. Secondo le prime ipotesi le cause della morte potrebbero essere riconducibili a un’overdose di farmaci antidolorifici.
Misculin, tossicodipendente, era sottoposto a terapia con il metadone. Ma stando alle prime ricostruzioni degli investigatori, gli sarebbe stato fatale il sovradosaggio di pastiglie antidolorifiche. È emerso che l’uomo, dichiarando di soffrire di vari dolori, si faceva regolarmente consegnare i relativi farmaci dal dottore dell’infermeria.
Il giovane era finito in carcere il 3 giugno scorso. I poliziotti della Mobile lo avevano raggiunto nella casa dove abitava con i genitori, in via San Pasquale 131. In quella stessa abitazione, nel febbraio del 2008, aveva accoltellato il padre Gianfranco, 71 anni, con due fendenti a una coscia: all’origine dell’aggressione c’era stato il rifiuto del genitore di dargli i soldi per la droga.

Cagliari, 4 dicembre 2011
Monia Bellafiore, 42 anni, si suicida nel carcere di “Buoncammino”. La donna, secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe impiccata con un lembo di stoffa nel bagno della cella che condivideva con altre 5 detenute. Sono state proprio loro a dare l’allarme ma per Monia non c’era più niente da fare. Il decesso risalirebbe alle 6.50 ed è stato certificato dal medico del carcere.
Monia Bellafiore aveva 42 anni ed era in carcere, assieme al marito Giuseppe Oliva, di 39, dal 4 novembre scorso. Omicidio premeditato pluriaggravato: questa l’accusa contestata alla coppia. Secondo gli inquirenti, i due avrebbero ucciso la madre della Bellafiore, Maria Irene Sanna, di 64 anni, ex infermiera e badante, nell’abitazione di Assemini dove vivevano tutti e tre.
Conosciuti entrambi come tossicodipendenti, Bellafiore e Oliva avrebbero commesso il delitto al termine di un violento litigio per questioni di soldi e droga. Dopo l’arresto, i due non hanno mai parlato con gli inquirenti: si sono sempre avvalsi della facoltà di non rispondere durante gli interrogatori a cui sono stati sottoposti. Ma attraverso i loro legali avevano fatto sapere di essere innocenti. La difesa aveva anche presentato istanza di scarcerazione, respinta però dai giudici del Tribunale del riesame.

fonte: Ristretti Orizzonti

1 dicembre 2011

15 ottobre: Liberi/e tutti/e il 5 dicembre tutti e tutte a P.le Clodio.

La caccia alle streghe scatenata dai mass-media capitanati da “La Repubblica” dopo la manifestazione del 15 ottobre, comincia a dare i suoi frutti avvelenati. Dopo l’ormai abituale abuso della carcerazione preventiva, stavolta ai danni di giovani manifestanti rastrellate/i a caso il 15 ottobre stesso, si è avuta la prima, vergognosa sentenza. Giovanni, 22 anni, è stato condannato a 3 anni e 4 mesi per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Avete capito bene: in un paese dove si muore sotto le macerie dei palazzi costruiti da speculatori senza scrupoli, dove i prefetti versano rifiuti tossici in mare, dove si muore lavorando per 4 euro l’ora in nero, i giudici puniscono la ribellione di massa alle selvagge cariche della polizia in p.za San Giovanni con una spropositata pena detentiva, alla pari di una condanna per omicidio. Poco importa se l’impianto accusatorio appare debolissimo, così come gli indizi a carico dei singoli denunciati; la giurisprudenza non c’entra nulla: lo scopo è quello di spaventare chiunque nei prossimi mesi vorrà di nuovo scendere in piazza per opporsi alle condizioni di sfruttamento che governanti, banche e padroni ci stanno imponendo. é questo che sta pagando chi si trova ai domiciliari o in carcere (Giovanni e Carlo) da oltre un mese. Per non lasciare che questa la repressione agisca nel silenzio, invitiamo tutte e tutti ad essere presenti a piazzale Clodio il 5 dicembre h 10, giorno in cui si terrà l’udienza del processo contro tre delle/degli arrestate/i del 15 Ottobre: Ilaria, Robert e Stefano. Lo stato chiama la propria violenza giustizia e quella di chi gli resiste crimine.

Le Compagne e i Compagni di Roma

L'Antifascismo non è reato !!!!!

Lunedì 28 e martedi 29 Novembre 19 antifasciste/i sono stati sottoposti a processo con un complessivo di 35 denunce per essersi opposti fisicamente e politicamente alla presenza dei neofascisti nelle due città del Piemonte orientale, Novara e Vercelli.
2 giorni di iniziative antifasciste per ricordare che l'antifascismo non può essere reato, quindi non processabile; a Novara l'accusa nei confronti delle/degli attiviste/i è quella di aver impedito un convegno con la peggio brodaglia del neofascismo nostrano (dai nostalgici rottamati della xmas fino a Forza Nuova), a Vercelli invece per aver dato vita a dei "tafferugli" con i neofascisti per impedire lo svolgimento della propaganda forzanovista in centro città contro gli immigrati e la realizzazione della moschea.
L'udienza di Novara si è conclusa con il rinvio a giudizio delle/degli antifasciste/i al 1° ottobre 2012, a Vercelli invece l'udienza si è terminta con l'impossibilità a procedere per tutt*!TUTTI ASSOLTI!
I neofascismi che sguazzano nella brodaglia culturale prodotta in questi anni, soprattutto dentro il berlusconismo, trovano spazi per rimescolamenti, riciclaggi di facciata o per la compatibilità sempre più spinta dentro/per/con le istituzioni; a Novara, per esempio, la presenza delle/degli attivist* di movimento oltre ad essere servita per delegittimare i razzisti,xenofobi e sessisti è stata utile per smascherare la loro figurata "battaglia" contro gli F35. I teorici dell'europa nazione e dell'esercito europeo sarebbero contro il militarismo, l'assemblaggio degli f35 e contro le guerre? a chi volete farla bere! da anni i movimenti novaresi e del territorio si stanno battendo contro gli f35, i neofascisti hanno semplicemente cercato, senza riuscirci, di entrare dentro il dibattito politico cavalcando i movimenti reali.
A Vercelli, invece, i neofascismi trovano pochi spazi anche se purtroppo uno degli intellettuali di estrema destra di livello nazionale è proprio di questo territorio, tal Ludovico Ellena (autore di "Pagine strappate alla Resistenza" e assessore ad Alice castello).
Forza Nuova non ha mai attecchito in città, non ha la stessa fenomenologia di altre organizzazioni di estrema destra capaci di suscitare attenzioni da parte dei giovani (comunque non presenti nel territorio), anche se, come dicevamo prima, è capace di collegarsi insieme alla destra di governo; nel 2006, infatti, altri 5 antifascisti furono denunciati per aver contestato la presentazione del libro di Ellena con Borghezio, Roberto Rosso ed Emanuele Pozzolo (ex capogruppo in consiglio comunale della lega nord ed ex militante di Azione giovani).
L'antifascismo è cultura, difesa dei beni comuni, socializzazione e libertà, il fascismo è barbarie, guerra fra poveri e violenti identitarismi; le nuove destre stanno cercando di reinventarsi per costruire consenso con operazioni di restyling, si dicono antisistemiche e cercano di dare semplici soluzioni a problemi complessi (vedi mutuo sociale, immigrazione, quartieri ghetto,dittatura della finanza ecc.), ma non ci riusciranno, è la riprova di ciò sono l'esito squallido del corteo nazionale di Casa Pound a Napoli e con molta umiltà la sentenza del tribunale di Vercelli!

Siamo la generazione che vive sul ricordo di "Primula", di Cino Moscatelli e della Biella liberata il 24 aprile, ma i ricordi non li facciamo appassire...perchè, come ben sappiamo, non c'è futuro senza memoria.


antifasciste/i del Piemonte Orientale
vercelli, novara e biella


le/gli Antifa in azione a Novara





Adama è libera!

Dal Cie di via Mattei è uscita una migrante che per tre mesi è stata imprigionata senza alcuna colpa, come d’altra parte del tutto immotivata continua a essere la detenzione di tutti gli altri migranti in tutti gli altri Cie d’Italia e d’Europa. Stasera però noi possiamo dire: Adama è libera! Abbiamo potuto riabbracciare e accompagnare in un luogo sicuro una donna colpita prima dalla violenza di un uomo e poi da quella delle istituzioni. Adama è libera! Il suo coraggio e la protesta collettiva di migliaia di donne e di uomini, e ancora la presa di posizione di decine di associazioni, hanno reso possibile ciò che fino a pochi giorni fa sembrava impossibile. Adama è libera! La brezza fresca e impetuosa della nostra rivolta ha aperto per una volta la porta di quel luogo inutile e brutale che è il Cie. Ci sarà tempo nei prossimi giorni per altre considerazioni. Ora, ciò che importa, è che Adama è libera e può prendere in mano la sua libertà.

Migranda

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