8 dicembre 2011

No Tav: Ancora una giornata di resistenza popolare. Cariche e lanci di lacrimogeni da parte della polizia

Scontri, feriti, arresti in Val Susa. La giornata celebrativa di quella che fu la liberazione di Venaus nel 2005, si conclude con un bilancio non previsto ad inizio giornata. Tre cortei hanno raggiunto rispettivamente il cantiere di Chiomonte e l'autoporto di Susa, e tutti hanno avuto problemi quasi come se da parte di chi doveva gestire la piazza fosse presente la volontà di esasperare il conflitto. Intorno alle reti che proteggono lavori inesistenti, si sono radunate così circa 3000 persone. La giornata non lasciava prevedere momenti di tensione, ma una gestione dell'ordine molto nervosa da parte delle forze dell'ordine schierate in massa a difesa del cantiere ha portato a momenti di estrema confusione e pericolo.

Alle due del pomeriggio 500 manifestanti hanno circondato le reti del cantiere ma non hanno mai rappresentato un serio pericolo né per i macchinari né per gli uomini. Di fronte all'avvicinarsi di alcune decine di no tav protetti da maschere anti gas, carabinieri e poliziotti hanno risposto con un fitto lancio di lacrimogeni che sono piovuti non solo addosso a chi voleva scuotere le protezioni ma anche tra coloro che erano ben lontani dal luogo degli scontri. Quattro ragazzi sono stati feriti perché centrati al volto dalle decine di candelotti che piovevano dal cielo. È stato necessario l'intervento di alcune ambulanze che si sono fatte strada tra impervie strade di montagna. I ragazzi sono stati portati agli ospedali di Susa e Torino dove sono stati riscontrati loro traumi cranici e gravi tumefazioni agli occhi.
Alle 5 del pomeriggio l'ultimo attacco della polizia è stato decisivo. Usciti dal cantiere in massa (erano presenti oltre 1000 uomini tra carabinieri, polizia, guardia di finanza e alpini), hanno sbaragliato ogni resistenza, costringendo i manifestanti ad indietreggiare in maniera scomposta. La baita presidio situata a ridosso del cantiere è stata occupata per breve tempo dalle forze dell'ordine, che in serata sono nuovamente rientrate alla base.
L'attacco è stato molto violento e non ha fatto distinzioni tra chi era fermo alla baita e chi si era invece avvicinato alle reti. Gli oltre 3000 manifestanti non hanno potuto fare altro che abbandonare il presidio in mano alle forze dell'ordine che lo hanno devastato. Il timore è che ora l'ultimo avamposto no tav possa essere sgomberato ed occupato dai militari. Si tratterebbe di una grave perdita strategica perché ricaccerebbe il popolo che si oppone all'alta velocità ad almeno tre km di distanza dal cuore della lotta. Non per nulla alcuni storici esponenti del movimento polemizzavano ieri sera con chi aveva deciso di attuare una pressione poco più che simbolica alle reti.
Mentre nei boschi della Val Susa infuriava la battaglia a Susa circa 10.000 manifestanti occupavano l'autostrada. Respinti all'imbocco dell'autoporto, i no tav decidevano così per un'azione molto più incisiva. Di fatto il gruppo meno battagliero era costretto ad entrare dentro l'autostrada che veniva così chiusa al traffico. Lungo la carreggiata veniva allestito un palco su cui si succedevano diversi gruppi musicali fino a tarda serata. I manifestanti provenienti da Giaglione e Chiomonte venivano invitati ad occupare anch'essi l'autostrada cosa che è puntualmente avvenuta.
La manifestazione, meno corposa che in passato, ha comunque visto la partecipazione di 20.000 persone, la maggior parte valsusini. Erano però presenti gruppi provenienti da tutta Italia, in particolare dal Veneto. E se dai vertici del Pd è un coro contro i manifestanti e a favore della Tav, Paolo Ferrero (presente ai cortei) ancora una volta difende le ragioni della protesta. «Queste persone hanno ragione a manifestare contro un'opera inutile e dannosa. Tanto più se non ci sono i soldi per le pensioni! Usino il denaro previsto per la Tav, ben 17 miliardi, per il riassetto idrogeologico del territorio. Basta con la militarizzazione della Val di Susa».

Maurizio Pagliassotti

Da segnalare l'ennesima vergognosa ricostruzione da parte dei media che accusano i no tav di aver appiccato gli incendi


Segui la diretta su infoAut 



7 dicembre 2011

Roma: Foglio di via obbligatorio ad attivista di Greenpeace

Foglio di via obbligatorio con divieto di ritorno nel Comune di Roma. Per due anni. Questo è stato imposto dal Questore al responsabile della nostra campagna Energia e Clima, Salvatore Barbera, dopo l’azione di ieri davanti a Palazzo Chigi per denunciare l’impatto dei cambiamenti climatici.

Salvatore, 32 anni di Pistoia, è un attivista da molti anni e negli ultimi cinque è stato impegnato a tempo pieno nello sviluppo di varie campagne internazionali. Il foglio di via viene motivato con il reiterarsi del reato di manifestazione non autorizzata. Ricordi le nostre azioni nonviolente della campagna per il Referendum sul nucleare di giugno? Salvatore ha partecipato a tutte.

Ecco il commento del nostro direttore esecutivo, Giuseppe Onufrio:

Opporsi ai rischi che il nucleare inevitabilmente pone alla nostra sicurezza, così come denunciare l'impatto che i cambiamenti climatici stanno avendo in termini di vite umane e di costi per la società, è un atto dovuto di responsabilità civile, che non può in nessun modo essere accostata ad attività criminali.

La stessa responsabilità che il Governo e il ministro dell'Ambiente Clini dovrebbero dimostrare a Durban, prendendo a nome dell'Italia una posizione forte ed ambiziosa per la salvaguardia del clima e il rinnovo del protocollo di Kyoto.

fonte: greenpeace

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Bandito da Roma: l’orologio della storia torna indietro di secoli!

Inaudita la decisione di consegnare il foglio di via ad attivista di Greenpeace, la solidarietà del Prc



Riteniamo gravissimo e lesivo della libertà di espressione e della democrazia il Foglio di via obbligatorio con divieto di ritorno a Roma per due anni imposto dal Questore di Roma al responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Salvatore Barbera.

Il provvedimento è stato emesso dopo l’azione non violenta che i militanti di Greenpeace hanno svolto in piazza Colonna per chiedere di «salvare il clima», con l’apposizione di striscioni sui cambiamenti climatici e l’alluvione di Genova.
Ci uniamo alla denuncia degli attivisti di Greenpeace e del mondo ambientalista di grande senso civico finalizzata a smuovere le coscienze di un governo che si caratterizza per essere forte coi deboli e debole coi forti .
Un grande impegno quello dell’associazione ambientalista che andrebbe valorizzato e non represso.
Esprimiamo dunque la nostra solidarietà a Greenpeace e a Salvatore Barbera in comunione con le battaglie per la difesa del clima.
Riteniamo un gesto di inaudita gravita’ l’azione di criminalizzazione contro iniziative dimostrative di alta valenza simbolica per il Paese e per il mondo. Un provvedimento lesivo dei diritti costituzionali previsti dall’art. 16 e 17:

art. 16 “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge”;


art.17 “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”.



Rosa Rinaldi, Resp. Ambiente, territorio, beni comuni Prc-Fds
Davide Pappalardo, Dip. Ambiente Prc

Caso De Cupis: Cristian in ospedale svenne due volte.

Cristian De Cupis è svenuto due volte in ospedale, al Santo Spirito, dove era arrivato dopo aver passato sei ore nelle mani della polizia ferroviaria, alla stazione Termini. Il ragazzo è morto nel reparto detentivo dell’ospedale Belcolle di Viterbo, il 12 novembre scorso. Era stato arrestato solo tre giorni prima con l’accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Gli agenti della Polfer hanno raccontato di essere stati aggrediti a sangue freddo da Cristian, a cui in una borsa vengono trovate due magliette rubate e con il passare delle ore diventa il sospettato numero uno di un’aggressione brutale avvenuta alle prime luci dell’alba a due passi dalla stazione Termini.
Dunque, quando alle 13,50 (era stato fermato poco prima delle 8) arriva in ospedale, il trentaseienne ha degli svenimenti improvvisi, perdite di coscienza inspiegabili che lo rendono insensibile agli stimoli dolorosi. Reazioni strane che devono aver preoccupato i medici dell’ospedale romano, tant’è che il ragazzo viene sottoposto a un nume nutrito di esami, compresa una rx, accertamenti che solitamente non vengono riservati a chi finisce in un pronto soccorso (peraltro, in codice verde, non si sa perché). C’è da dire che Cristian denuncia di essere stato picchiato, motivo in più ad aver probabilmente spinto i medici a fare tutti gli accertamenti del caso. Ma le cose sono andate in modo piuttosto “singolare”: quando Cristian arriva al Pronto Soccorso, infatti, non dice di sentirsi male per le botte, ma per “una caduta dalle scale”, e solo dopo parla apertamente del trattamento subito . Ricorda qualcosa? Sono le parole dette da Stefano Cucchi al medico di guardia presso il Tribunale, che lo visita dopo l’udienza di convalida dels suo arresto per detenzione e spaccio. Secondo il processo ancora in corso a Roma per la sua morte, Cucchi è stato picchiato proprio nelle celle del tribunale. Ovviamente si tratta di due storie solo apparentemente simili, ma questo particolare evidenzia una volta in più come la “caduta dalle scale” sia una delle motivazioni più gettonate per giustificare lividi e escoriazioni.
Ma per tornare al caso De Cupis, dove l’inchiesta è appena iniziata alla procura di Viterbo, un altro particolare che sta emergendo negli ultimi giorni è interessante. Finora si era sempre pensato che Cristian avesse trascorso all’ospedale Belcolle la giornata di giovedì e di venerdì. Lo trovano morto nel suo letto alle cinque di sabato mattina. Invece Cristian arriva a Viterbo tardissimo: alle 23 di giovedì sera. Perché questo trasferimento quasi in piena notte? E dove sta Cristian per tutta la giornata di giovedì, e in quali condizioni? Verosimilmente si trova in un letto del reparto di Medicina generale del Santo Spirito, dove era stato ricoverato mercoledì sera terminati gli esami, ma per il momento non ci sono certezze.
Quando arriva a Belcolle viene sottoposto a una prima visita. Non ha lividi evidenti, solo uno su una coscia. Le condizioni generali sono buone, ma Cristian ha un atteggiamento strano. E’ agitato, agitatissimo. Il dottor Giulio Starnini, primario del Belcolle, che conosceva Cristian perché lo aveva già avuto in cura a luglio, la mattina dopo lo trova seduto sul letto, dopo una doccia, le lenzuola tutte a terra. “Non ci si comporta così in ospedale”, gli dice. Il ragazzo si scusa, ma dice di essere molto triste perché “non ho imparato a stare con gli altri”. Ma continua ad avere un atteggiamento strano, disforico: agitato, molto richiedente – pretende di avere metadone, ma gliene viene fornito solo in basse dosi – e poi con momenti altamente depressivi (“che ci sto a fare al mondo”, si chiedeva piangendo). E’ un atteggiamento che continua ad avere per tutta la giornata, tanto che per il giorno seguente (il sabato) era stata prenotata una visita neurologica, e già giovedì sera era stato sottoposto a una visita psichiatrica. Non è vero dunque che quando gli viene comunicato che la convalida a Roma è stata eseguita e che ha ottenuto i domiciliari (comunicazione che viene fatta dalla polizia al detenuto) lui era tranquillo, felice, si è fatto una doccia e se ne è andato a dormire. Al contrario, continuava ad essere molto agitato. Si fa una doccia (l’ennesima) va a dormire e muore.
Cristian aveva assunto qualche sostanza stupefacente? Forse, ma i suoi esami delle urine lo danno sostanzialmente “pulito”, solo tracce di metadone e benzodiazepine come il Rivotril, prescrittogli anche al Santo Spirito e che è un blando sedativo. Certo, dalle urine tutto si cancella in 48 ore. Molto di più diranno gli esami tossicologici ordinati dalla Procura, che è anche in attesa di quelli istologici. E che, secondo “rumors”, sarebbe intenzionata a passare tutte le carte a Roma. Il capo d’imputazione sarebbe “omicidio colposo”, e i dubbi della Procura si addenserebbero, soprattutto, su quanto avvenuto al Santo Spirito. In quanto alla causa della morte l’autopsia, che non ah rivelato lesioni interne, avrebbe invece individuato un infarto come causa dell’arresto cardio circolatorio.

Cinzia Gubbini da il manifesto

6 dicembre 2011

La repressione sale in cattedra

Giulio Palermo è un compagno, ricercatore di economia presso l'Università di Brescia.
Già un anno fa attirò l'attenzione di leghisti e razzisti per la posizione presa in merito alla situazione degli immigrati saliti per protesta su una gru, a Brescia, portando i suoi studenti a riflettere attorno alla società della disuguaglianza e a schierarsi a difesa dei deboli e degli esclusi. Da anni attira l'inimicizia dei baroni e del sistema di potere che paralizza e controlla l'università italiana, denunciando pubblicamente la corruzione e le "storture" del sistema di reclutamento.
Oggi l'università, nelle vesti del rettore e dei baroni di Brescia e del collegio di disciplina del CUN (consiglio universitario nazionale), ha deciso di fargliela pagare: Giulio rischia un anno e più di sospensione dal lavoro e dal pagamento del salario, a seguito di un procedimento disciplinare fazioso e scorretto (per info piu  dettagliate: http://www.eco.unibs.it/~palermo/sanzioni.htm).
Al di là delle formalità giuridiche, riteniamo questo un gravissimo atto di censura e prevaricazione ai danni del pensiero critico, oltre che l'ennesimo atto di repressione contro chi si ribella all'ingiustizia.

Invitiamo tutti e tutte a dare massima diffusione alla notizia

SOLIDARIETA' E COMPLICITA' CON GIULIO PALERMO!

ResistenzaUniversitaria
www.resistenzauniversitaria.org (ci trovi anche su fb)

Carcere di Regina Coeli: Detenuti seviziati e torturati

Al carcere di Regina Coeli a Roma opera una "squadretta di giustizieri" formata da polizia penitenziaria e personale sanitario che seviziano i detenuti con tubi, attuando vere pratiche di tortura. Dai lividi e dalle percorse fino alle sonde gastriche, per passare a legare al letto i detenuti. Fra questi il medico del reparto della settima sezione, Rolando Degli Angioli, per il quale il pm Francesco Scavo ha chiesto il rinvio a giudizio per abuso, falso e violenza privata. E infermieri come Luigi Di Paolo, ora accusato di violenza privata. Contro di loro, militanti di una sorta di «codice rosso» in vigore dietro le sbarre, ci sono le testimonianze delle stesse vittime. "Mi tenevano in piedi per non farmi dormire — racconta ai magistrati Oltean Gavrila, uno dei romeni accusati dello stupro di gruppo della Caffarella, il 14 febbraio del 2009 e finito nel carcere di Regina Coeli e vittima della “squadretta” —. Arrivavano da me alle undici di sera e mi dicevano di stare in piedi, non dormire, poi dopo un po’ mi dicevano “puoi dormire venti minuti” e in venti minuti non ce la facevo…". Per sottrarsi a un supplizio durato giorni, Gavrila si attacca a una bottiglia di detersivo e il 19 febbraio viene trasferito in infermeria.  Sarà Julien Monnet la vittima «illustre» che farà scattare le indagini. L'ingegnere francese di 37 anni, accusato di tentato omicidio. Legato a un letto "con della stoffa marrone" Monnet racconta: "A un certo punto, la persona con il camice bianco che mi stava schiaffeggiando in viso... si è spostato alla mia destra...". Nel frattempo una seconda persona "continuava a picchiarmi sui piedi" con un grosso bastone. Monnet spiega che, a un tratto, uno dei due prende un tubo: "E approfittando che ero legato ha cominciato a inserirmi un catetere. Questa operazione si è conclusa dopo almeno quattro tentativi, durante i quali io urlavo per il dolore a ogni tentativo fallito. Ricordo perfettamente che tutti e due erano incuranti del dolore che mi stavano provocando, il primo per il modo in cui tentava di inserirmi il tubo, l'altro perché ad ogni grido riprendeva a picchiarmi sui piedi". La squadra punitiva prende di mira anche un giovane filippino B. R., arrestato con in corpo tanto shaboo (allucinogeno) da dover richiedere l'intervento di una decina di agenti per placarlo. Su di lui si sbizzarriscono fino a incaprettarlo e a spegnergli sigarette accese sul corpo. E A. R., omosessuale, con patologie psichiatriche gravemente invalidanti, arrestato per violenza sessuale, racconta: "Per farmi desistere dal desiderio di avere rapporti mi facevano camminare lungo il corridoio della sezione in maniera da essere veduto da tutti mentre ripetevo ad alta voce "sono scemo, sono scemo". Per intimidirlo si svolgevano anche "rappresentazioni di pericolo" nei confronti della sua famiglia, racconta A. R. Una sorta di perverso gioco dei mimi nel quale si allude a ritorsioni a donne "della mia famiglia, mia madre, mia zia, mia cognata". Minacce che si sarebbero realizzate in caso di denuncia.
Ce n'è abbastanza per tornare a ragionare sul problema, importante, delle condizioni di vita dei detenuti. E per riflesso, anche di chi abita le carceri, guardie penitenziarie, reparti medici delle varie sezioni. E non solo nel carcere di Regina Coeli, da dove arriva solo l'ultima storia. Le botte in fase di arresto e di detenzione hanno costellato casi eclatanti degli ultimi anni. Tanto quanto le pratiche di tortura hanno attraversato le detenzioni, anche per brevi periodi, dopo manifestazioni politiche (ricordiamo i casi di Genova 2001 e ancor prima di Napoli).
Delle responsabilità personali deciderà il processo, quando il gip dirà se accoglie le richieste di rinvio a giudizio per un gruppo di agenti e personale medico accusati di torture presentate dal pubblico ministero Francesco Scavo.
Ma il problema non si può chiudere nei rigidi confini della giustizia di tribunale. È squisitamente politico. E riguarda l'organizzazione della vita carceraria, la formazione del personale, la possibilità di controlli, oltre alle possibilità di recidere alla base comportamenti che si basano sull'omertà e sul tollerare.

5 dicembre 2011

Insulta i carabinieri su Facebook 20enne denunciata per vilipendio

I carabinieri di Codogno hanno denunciato alla Procura della Repubblica di Lodi una ventenne incensurata con l'accusa di vilipendio delle forze armate per aver insultato l'Arma su Facebook. Sul proprio profilo del social network S.M., come hanno riferito i militari, ha scritto "grandissimi figli di p..., parassiti della società, vi cag... in mano".
La ragazza è stata rintracciata e convocata in caserma, dove ha ammesso di aver scritto quelle frasi. Quindi è stata denunciata per vilipendio delle forze armate. In caso di condanna, hanno ricordato i carabinieri, la pena prevista è una multa da mille a 5mila euro

Detenuto si toglie la vita al carcere di Bologna

Nuovo suicidio in carcere. Tocca di nuovo a Bologna e alla Dozza, dove già una settimana fa un detenuto si era tolto la vita impiccandosi nella sua cella. L'uomo, un marocchino di 34 anni, è stato trovato morto nella sua cella. Le cause del decesso sono ancora da accertare ma sembra che poco prima avesse sniffato il gas della bomboletta che teneva nella stanza.
L'uomo si trovava al terzo piano del carcere bolognese e condivideva la cella con un altro uomo, che ha allertato i soccorsi, che non sono però riusciti a salvarlo. Il detenuto marocchino era stato arrestato lo scorso luglio ed era in attesa di primo giudizio per reati connessi allo spaccio di stupefacenti. La bomboletta dalla quale ha sniffato il gas era in regolare dotazione per il fornellino da campo che teneva nella sua cella.
Si tratta del secondo caso in pochi giorni al carcere bolognese e il quinto in una settimana dopo i suicidi avvenuti a Pavia, Trieste e Cagliari. I suicidi in carcere dall'inizio dell'anno sono diventati 60. E' il terzo caso in due settimane in Emilia Romagna e il secondo in una settimana a Bologna. E i morti in istituti di pena salgono a 176. Cifre spaventose, che mettono in risalto ancora una volta il problema del sovraffollamento. In particolare, la Dozza è uno dei luoghi emblematici del sovrafollamento penitenziario. Ospita 1100 detenuti invece dei 480 che potrebbe ospitare. Senza contare lo stato di fatiscenza della struttra che rende pericolosi anche molti luoghi di lavoro ospitati all'interno.

Il braccialetto elettronico ovvero l'aspirina delle carceri

Le necessità di un intervento profondo e urgente sulle carceri del nostro Paese, richiesto a tante voci dal Presidente della Repubblica in testa, non vuol dire che sull'urgenza bisogna continuare nell'improvvisazione delle scelte da produrre, come l'annuncio fatto del ministro della Giustizia Paola Severino di adottare strumenti e mezzi tecnici ovvero del braccialetto elettronico - che ci riporta a logiche e politiche che nulla hanno a che spartire con l'attuale ordinamento penitenziario e assomiglianti, purtroppo, a culture d'oltre oceano che sono a dir poco discriminanti.
La scelta del "braccialetto elettronico" è chiaramente in contrasto con l'elemento fondante del trattamento penitenziario e delle misure alternative, che è quello della messa alla prova attraverso una concessione di fiducia alla persona, per un percorso di recupero dei valori persi, assieme al senso della legalità, che sono alla base della commissione dei reati. Non è certo trascurabile sottolineare come, anche durante il Governo D'Alema, una apposita commissione di verifica sul braccialetto elettronico, costituita dal ministero dell'Interno, avesse dato parere sfavorevole all'uso con due motivazioni su tutte: la scarsa efficacia di questo mezzo, risultata dalle sperimentazioni adottate in altri Paesi, e l'oneroso aspetto economico che non era certamente cosa di poco conto. Dopo dieci anni dall'introduzione di questo aggeggio in Italia, grazie all'allora ministro Fassino, e considerati i risultati disastrosi, sia dal punto di vista dell'effetto che da quello economico, è a dir poco stucchevole constatare che neppure stavolta per via Arenula è stata scelta una persona che conosca veramente i problemi del giustizia e del carcere.
Attraverso questa "boutade" vengono, altresì, messi in soffitta due elementi essenziali su cui è costruita la pacifica convivenza nei territori italiani: il principio costituzionale della dignità della persona, in quanto non bastano delle oggettive necessità di ridurre la presenza della popolazione detenuta nelle carceri per imboccare scorciatoie che calpestano la dignità stessa dei reclusi uomini e donne, siano essi imputati o condannati, e il rispetto umano che viene derubricato e fatto passare in secondo ordine. E fa una grossa operazione "detergente", dà un bel colpo di spugna al trattamento, con buona pace di tutti coloro che hanno creduto e si sono spesi, in questi decenni, per alimentare sempre di più strade di riconciliazione e di giustizia, sulla scia di una scelta fatta con la legge Gozzini.
E i politici, e pure i tecnici sembrano non essere da meno, si sa, generalmente "seguono la moda": quando il clima culturale che circonda il carcere diventa più duro, essi diventano più duri, quando il clima culturale si ammorbidisce, essi si ammorbidiscono. Le loro antenne sono basilarmente dirette verso l'esterno, verso il clima culturale veicolato dai mass media. Un cambiamento nel clima culturale esterno, nell'opinione di ciò che è "la linea corretta", crea un cambiamento parallelo nei politici.
Il carcere, a fronte di quanto affermato e nonostante le denunce e i rapporti stilati, è tuttora lì: un "gigante che sta in piedi su un terreno d'argilla". Il terreno argilloso è la sua totale irrazionalità in termini delle proprie mete dichiarate. Rapporto dopo rapporto, studio dopo studio, tutti sono concordi nell'affermare il fallimento del sistema penitenziario (l'altissima percentuale di recidiva, il numero sempre in aumento della popolazione carcerata, le cifre economiche in esposizione, il senso effettivo di vendetta, etc.), ragioni che si possono riassumere in cinque argomenti o mete fissate: la riabilitazione, "l'uso dell'imprigionamento riabilita il violatore della legge; la deterrenza individuale, cioè la nozione che il trasgressore, che è portato in prigione, sfuggirà via dal crimine essendo portato là; la prevenzione generale, cioè gli effetti educativi; la punizione, la severità prevista dalla pena dovrebbe mostrare effetti sul comportamento criminale; la giustizia bilanciata, ovvero il neoclassico responso del crimine attraverso la prigione, sebbene sia stato ammesso che il carcere non può prevenire nulla, si presume di poter bilanciare del tutto l'atto riprovevole equilibrando i pesi della giustizia.
La prigione è un sistema profondamente irrazionale in termini dei propri scopi stabiliti. L'inefficacia preventiva del carcere costituisce un problema di comunicazione. La punizione è in fondo un modo attraverso il quale lo Stato cerca di comunicare un messaggio, specialmente a gruppi particolarmente vulnerabili della società. Come metodo è estremamente primitivo. Ciò che è sorprendente non è l'effetto minimo ma piuttosto la persistente fiducia politica (cfr. miopia) in un tale primitivo metodo di comunicazione.
Il problema, comunque, è che questa consapevolezza - cioè tutte le argomentazioni che fanno parte del bagaglio di informazioni vere e reali, per una larga estensione di popolazione sono un segreto e nel nostro caso lo sono anche per il recente ministro della Giustizia. Se la gente veramente conoscesse come poveramente è la prigione, così come altri settori del sistema del controllo criminale, se sapessero come il carcere crea solamente una società più pericolosa producendo persone più pericolose, un clima per smantellare il carcere necessariamente si alimenterebbe, poiché la gente, in contrasto con la prigione, è razionale in questo problema.
Le vittime non ricevono nulla dal presente sistema e potrebbero ricevere tanto dal cambiamento di direzione. Una idea fondamentale e principale sarebbe cambiare il sistema nel senso di: piuttosto che aumentare la pena dei trasgressori con la gravità dell'offesa, che è alla base del presente sistema, aumentare il supporto alla vittima con la gravità dell'offesa. Cioè non una punizione a scalare per i trasgressori ma un supporto scalare per le vittime.
E' sicuramente una modifica drastica e razionale dal punto di vista della vittima ma significativa se supportata da azioni fondamentali quali: vita più decente nei quartieri (famoso discorso della qualità della vita), programmi di lavoro, programmi scolastici, programmi di investimento, ma non basati sulla forza, e finalmente un cambiamento della nostra politica sulle droghe.
Un cambiamento delle politiche sulle droghe allo stesso tempo colpirebbe al cuore le organizzazioni criminali della droga, dipendenti come sono dal mercato, e ridurrebbero la presenza nelle prigioni.
Il progressivo smantellamento delle prigioni ci farebbe risparmiare una notevole somma di denaro, milioni e milioni che potrebbero essere spesi per le vittime e i trasgressori. La possibilità di rinchiudere alcuni individui comunque rimarrebbe, ma il trattamento loro rivolto dovrebbe essere assai differente da quello di oggi.
Per questi e mille altri motivi il braccialetto elettronico ha la stessa valenza di un'aspirina per curare una malattia terminale, e il carcere è veramente un gigantesco ospedale che pretende di evocare sicurezza, ma rassicura solo la nostra incapacità di perdono e comprensione dell'errore umano e questo calpestando la vita di donne e uomini per una giustizia che ancora una volta è solo vendetta.

Livio Ferrari - garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Rovigo

Il “carcere del disagio” uccide ancora. Tre detenuti sono morti nell’ultima settimana

A Pavia un uomo 37enne sviene in cella e muore dopo il ricovero all’Ospedale: da tempo in cura per problemi psichiatrici era finito in carcere per “resistenza a pubblico ufficiale”. Sono in corso indagini per accertare le cause del decesso.
A Trieste un uomo 33enne muore sulla sua branda, era tossicodipendente ed in cura con metadone. Sembra che il decesso sia dovuto ad una overdose di antidolorifici, ma sono in corso indagini. Il giovane era in carcere per aver ferito il padre, che si rifiutava di dargli soldi per la droga.
A Cagliari una donna 42enne si impicca in cella, era tossicodipendente ed era stata arrestata assieme al compagno, anche lui tossicodipendente, con l’accusa di aver ucciso la madre, durante un litigio per questioni di soldi e di droga.

Pavia, 26 novembre 2011
Gaye Seydina, 37 anni, detenuto nel carcere di “Torre del Gallo”, si sente male. In compagno di cella lancia l’allarme, l’uomo viene soccorso e trasferito d’urgenza all’ospedale, dove muore senza riprendere conoscenza. La procura di Pavia apre un’inchiesta e dispone l’autopsia: per accertare le cause del decesso - visto che il 37enne non aveva mai manifestato problemi particolari di salute - e per verificare la tempestività dei soccorsi.
Gaye Seydina, originario del Senegal, da 13 anni risiedeva in provincia di Varese. Era laureato e padre di una bambina, ma anche affetto da problemi psichici per i quali era stato prima ricoverato in una Comunità residenziale di Saronno e in seguito affidato ad una famiglia di Tradate.
Lo scorso 6 settembre, dopo una lite con la famiglia affidataria, Gaye brucia il citofono del condominio dove era ospitato e danneggia due auto parcheggiate nelle vicinanze. Sul posto arrivano i Carabinieri e lo portano in caserma. Rilasciato con una denuncia, torna nel quartiere dove viveva e dopo aver danneggiato altre due autovetture si spoglia, attirando l’attenzione dei passanti. Arrivano nuovamente i Carabinieri, coi quali inizia una lite arrivata alle mani. L’uomo è quindi arrestato con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamenti e violenza privata. Viene condotto al carcere di Busto Arsizio e da qui trasferito in quello di Pavia, dove muore dopo 80 giorni in cella, per cause ancora da accertare.

Trieste, 2 dicembre 2011
Michele Misculin, 33 anni, muore durante la notte nel carcere “Coroneo”. A trovarlo privo di vita, riverso sulla branda più alta del letto a castello, sono stati i suoi compagni di cella. Secondo le prime ipotesi le cause della morte potrebbero essere riconducibili a un’overdose di farmaci antidolorifici.
Misculin, tossicodipendente, era sottoposto a terapia con il metadone. Ma stando alle prime ricostruzioni degli investigatori, gli sarebbe stato fatale il sovradosaggio di pastiglie antidolorifiche. È emerso che l’uomo, dichiarando di soffrire di vari dolori, si faceva regolarmente consegnare i relativi farmaci dal dottore dell’infermeria.
Il giovane era finito in carcere il 3 giugno scorso. I poliziotti della Mobile lo avevano raggiunto nella casa dove abitava con i genitori, in via San Pasquale 131. In quella stessa abitazione, nel febbraio del 2008, aveva accoltellato il padre Gianfranco, 71 anni, con due fendenti a una coscia: all’origine dell’aggressione c’era stato il rifiuto del genitore di dargli i soldi per la droga.

Cagliari, 4 dicembre 2011
Monia Bellafiore, 42 anni, si suicida nel carcere di “Buoncammino”. La donna, secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe impiccata con un lembo di stoffa nel bagno della cella che condivideva con altre 5 detenute. Sono state proprio loro a dare l’allarme ma per Monia non c’era più niente da fare. Il decesso risalirebbe alle 6.50 ed è stato certificato dal medico del carcere.
Monia Bellafiore aveva 42 anni ed era in carcere, assieme al marito Giuseppe Oliva, di 39, dal 4 novembre scorso. Omicidio premeditato pluriaggravato: questa l’accusa contestata alla coppia. Secondo gli inquirenti, i due avrebbero ucciso la madre della Bellafiore, Maria Irene Sanna, di 64 anni, ex infermiera e badante, nell’abitazione di Assemini dove vivevano tutti e tre.
Conosciuti entrambi come tossicodipendenti, Bellafiore e Oliva avrebbero commesso il delitto al termine di un violento litigio per questioni di soldi e droga. Dopo l’arresto, i due non hanno mai parlato con gli inquirenti: si sono sempre avvalsi della facoltà di non rispondere durante gli interrogatori a cui sono stati sottoposti. Ma attraverso i loro legali avevano fatto sapere di essere innocenti. La difesa aveva anche presentato istanza di scarcerazione, respinta però dai giudici del Tribunale del riesame.

fonte: Ristretti Orizzonti

1 dicembre 2011

15 ottobre: Liberi/e tutti/e il 5 dicembre tutti e tutte a P.le Clodio.

La caccia alle streghe scatenata dai mass-media capitanati da “La Repubblica” dopo la manifestazione del 15 ottobre, comincia a dare i suoi frutti avvelenati. Dopo l’ormai abituale abuso della carcerazione preventiva, stavolta ai danni di giovani manifestanti rastrellate/i a caso il 15 ottobre stesso, si è avuta la prima, vergognosa sentenza. Giovanni, 22 anni, è stato condannato a 3 anni e 4 mesi per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Avete capito bene: in un paese dove si muore sotto le macerie dei palazzi costruiti da speculatori senza scrupoli, dove i prefetti versano rifiuti tossici in mare, dove si muore lavorando per 4 euro l’ora in nero, i giudici puniscono la ribellione di massa alle selvagge cariche della polizia in p.za San Giovanni con una spropositata pena detentiva, alla pari di una condanna per omicidio. Poco importa se l’impianto accusatorio appare debolissimo, così come gli indizi a carico dei singoli denunciati; la giurisprudenza non c’entra nulla: lo scopo è quello di spaventare chiunque nei prossimi mesi vorrà di nuovo scendere in piazza per opporsi alle condizioni di sfruttamento che governanti, banche e padroni ci stanno imponendo. é questo che sta pagando chi si trova ai domiciliari o in carcere (Giovanni e Carlo) da oltre un mese. Per non lasciare che questa la repressione agisca nel silenzio, invitiamo tutte e tutti ad essere presenti a piazzale Clodio il 5 dicembre h 10, giorno in cui si terrà l’udienza del processo contro tre delle/degli arrestate/i del 15 Ottobre: Ilaria, Robert e Stefano. Lo stato chiama la propria violenza giustizia e quella di chi gli resiste crimine.

Le Compagne e i Compagni di Roma

L'Antifascismo non è reato !!!!!

Lunedì 28 e martedi 29 Novembre 19 antifasciste/i sono stati sottoposti a processo con un complessivo di 35 denunce per essersi opposti fisicamente e politicamente alla presenza dei neofascisti nelle due città del Piemonte orientale, Novara e Vercelli.
2 giorni di iniziative antifasciste per ricordare che l'antifascismo non può essere reato, quindi non processabile; a Novara l'accusa nei confronti delle/degli attiviste/i è quella di aver impedito un convegno con la peggio brodaglia del neofascismo nostrano (dai nostalgici rottamati della xmas fino a Forza Nuova), a Vercelli invece per aver dato vita a dei "tafferugli" con i neofascisti per impedire lo svolgimento della propaganda forzanovista in centro città contro gli immigrati e la realizzazione della moschea.
L'udienza di Novara si è conclusa con il rinvio a giudizio delle/degli antifasciste/i al 1° ottobre 2012, a Vercelli invece l'udienza si è terminta con l'impossibilità a procedere per tutt*!TUTTI ASSOLTI!
I neofascismi che sguazzano nella brodaglia culturale prodotta in questi anni, soprattutto dentro il berlusconismo, trovano spazi per rimescolamenti, riciclaggi di facciata o per la compatibilità sempre più spinta dentro/per/con le istituzioni; a Novara, per esempio, la presenza delle/degli attivist* di movimento oltre ad essere servita per delegittimare i razzisti,xenofobi e sessisti è stata utile per smascherare la loro figurata "battaglia" contro gli F35. I teorici dell'europa nazione e dell'esercito europeo sarebbero contro il militarismo, l'assemblaggio degli f35 e contro le guerre? a chi volete farla bere! da anni i movimenti novaresi e del territorio si stanno battendo contro gli f35, i neofascisti hanno semplicemente cercato, senza riuscirci, di entrare dentro il dibattito politico cavalcando i movimenti reali.
A Vercelli, invece, i neofascismi trovano pochi spazi anche se purtroppo uno degli intellettuali di estrema destra di livello nazionale è proprio di questo territorio, tal Ludovico Ellena (autore di "Pagine strappate alla Resistenza" e assessore ad Alice castello).
Forza Nuova non ha mai attecchito in città, non ha la stessa fenomenologia di altre organizzazioni di estrema destra capaci di suscitare attenzioni da parte dei giovani (comunque non presenti nel territorio), anche se, come dicevamo prima, è capace di collegarsi insieme alla destra di governo; nel 2006, infatti, altri 5 antifascisti furono denunciati per aver contestato la presentazione del libro di Ellena con Borghezio, Roberto Rosso ed Emanuele Pozzolo (ex capogruppo in consiglio comunale della lega nord ed ex militante di Azione giovani).
L'antifascismo è cultura, difesa dei beni comuni, socializzazione e libertà, il fascismo è barbarie, guerra fra poveri e violenti identitarismi; le nuove destre stanno cercando di reinventarsi per costruire consenso con operazioni di restyling, si dicono antisistemiche e cercano di dare semplici soluzioni a problemi complessi (vedi mutuo sociale, immigrazione, quartieri ghetto,dittatura della finanza ecc.), ma non ci riusciranno, è la riprova di ciò sono l'esito squallido del corteo nazionale di Casa Pound a Napoli e con molta umiltà la sentenza del tribunale di Vercelli!

Siamo la generazione che vive sul ricordo di "Primula", di Cino Moscatelli e della Biella liberata il 24 aprile, ma i ricordi non li facciamo appassire...perchè, come ben sappiamo, non c'è futuro senza memoria.


antifasciste/i del Piemonte Orientale
vercelli, novara e biella


le/gli Antifa in azione a Novara





Adama è libera!

Dal Cie di via Mattei è uscita una migrante che per tre mesi è stata imprigionata senza alcuna colpa, come d’altra parte del tutto immotivata continua a essere la detenzione di tutti gli altri migranti in tutti gli altri Cie d’Italia e d’Europa. Stasera però noi possiamo dire: Adama è libera! Abbiamo potuto riabbracciare e accompagnare in un luogo sicuro una donna colpita prima dalla violenza di un uomo e poi da quella delle istituzioni. Adama è libera! Il suo coraggio e la protesta collettiva di migliaia di donne e di uomini, e ancora la presa di posizione di decine di associazioni, hanno reso possibile ciò che fino a pochi giorni fa sembrava impossibile. Adama è libera! La brezza fresca e impetuosa della nostra rivolta ha aperto per una volta la porta di quel luogo inutile e brutale che è il Cie. Ci sarà tempo nei prossimi giorni per altre considerazioni. Ora, ciò che importa, è che Adama è libera e può prendere in mano la sua libertà.

Migranda

30 novembre 2011

Napoli: Precari e disoccupati accusati di "Associazione a delinquere"

Associazione a delinquere. Un reato che a Napoli si può consumare a mezzo manifestazione, il bottino è un posto di lavoro che, per ora, non si vede. E’ l’effetto che fanno sui precari Bros i dispositivi utilizzati dalla procura partenopea per reprimere il dissenso. La scorsa estate il presidente della cooperativa Gesco, il suo ufficio stampa e un operatore sociale furono condannati in contumacia, senza potersi neppure difendere, per le proteste contro i tagli al welfare (il primo è poi diventato assessore comunale alle Politiche sociali). Ai 4mila precari del progetto Bros, disoccupati di lunga durata formati con protocolli firmati al ministero sotto governi di destra e sinistra per la raccolta differenziata e le bonifiche, niente condanna in contumacia, ma tutto il resto sì. Occupare il suolo pubblico, la ferrovia o una chiesa costa tra 5mila e 20mila euro di multa, a discrezione della prefettura. In 150 circa invece hanno avuto un avviso orale dalla questura: diventate persone pericolose per la sicurezza pubblica, non possono andare a manifestazioni o assemblee, oggetto di misure di sorveglianza speciale fino al soggiorno obbligato, per tre anni. Così non possono usare cellulari, computer o altri mezzi di comunicazione, possono uscire di casa solo dopo le otto e non possono rientrare dopo le 20, né uscire dal comune di residenza, parlare con pregiudicati, né stare in un bar o portare l’ombrello. Le violazioni posso portare a condanne di un anno. Adesso sono diventati anche un’associazione a delinquere: cortei, occupazioni e proteste servirebbero a favorire un pezzo di politica che li pilota, la ricompensa per il lavoro sporco il posto fisso.
“Come associazione a delinquere facciamo piuttosto schifo se dopo oltre dieci anni di lotte siamo ancora tutti a spasso. Un teorema davvero strano visto che non abbiamo mai fatto campagna elettorale e, anzi, abbiamo sempre detto: non votare, lotta” spiega Paola. L’appuntamento è per martedì mattina a Santa Lucia, davanti il palazzo della regione che il governatore Stefano Caldoro ha dichiarato ‘zona rossa’, impermeabile a ogni protesta. Con loro ci saranno disoccupati e precari, soprattutto i lavoratori Arpac e Astir. Giovedì scorso sono stati arrestati in quattro durante gli scontri seguiti a una manifestazione. Senza stipendio da 4 mesi e senza garanzie per il futuro, sono stati liberati sabato ma uno è ai domiciliari, un altro ha l’obbligo di firma. Quindici precari Bros, invece, martedì scorso sono stati svegliati alla 4 di mattina, una perquisizione che ha fruttato qualche foto agli appartamenti, l’elenco degli iscritti preso la sede, qualche documento e un Pc dal centro sociale Banchi nuovi. “Si vorrebbe mettere fine all’esperienza dei movimenti organizzati napoletani – scrivono - con atti repressivi spudoratamente giustificati dalla vergognosa accusa di associazione a delinquere. Un’accusa che ben si adatta ai responsabili delle emergenze, dei disastri e delle nefandezze compiute in questa regione e che trova ,non nei movimenti, ma nei palazzi fulgidi esempi del delinquere e della commistione con la camorra”. L’ultimo tavolo interistituzionale con comune di Napoli, provincia e regione ha chiarito le posizioni: dalla provincia zero contributi, il comune promette un bando che tenga conto delle competenze acquisite dai Bros quando partiranno i progetti America’s Cup, Forum delle Culture, raccolta differenziata spinta, tutto per ora fermo. La regione tiene i cordoni della borsa chiusi e li rimanda al Piano lavoro, che per ora ha fruttato giusto l’emersione di qualche lavoratore al nero.
Per rifiutare il teorema lotta per il lavoro uguale devianza, mercoledì 30 il centro sociale Banchi Nuovi e la Biblioteca Ramondino-Neiwiller organizzano una serata di solidarietà: “In una situazione in cui, sotto i colpi della crisi, il disagio sociale è destinato a crescere, la criminalizzazione dei movimenti disegna una pericolosa strategia volta a risolvere il conflitto sociale sul piano dell’ordine pubblico, nel tentativo di sbarazzarsi di chiunque osi organizzarsi per rivendicare i più basilari diritti come quello al lavoro, al reddito, alla casa o alla salute”. Agli artisti, agli intellettuali, ai lavoratori della cultura e della conoscenza è stato chiesto di testimoniare la loro solidarietà scrivendo e disegnando sulle pareti degli spazi occupati di via del Grande Archivio mercoledì 30 dalle ore 18 alle ore 24. Testi e immagini saranno lasciati in permanenza negli spazi del Centro sociale e l’azione avrà il carattere di un work in progress, restando aperta a ulteriori contributi nel tempo. L’azione collettiva sarà documentata e le copie del video realizzato saranno a disposizione degli autori intervenuti. Tantissime le adesioni, tra cui Almamegretta, Maurizio Braucci, E zezi - gruppo operaio di Pomigliano D’Arco, Luciano Ferrara, Peppe Lanzetta, Canio Lo Guercio, Mario Martone, Valeria Parrella, Daniele Sepe, Vauro, Virgilio Sieni, Maurizio Zanardi.
 
Adriana Pollice da il manifesto

Carcere: Il ministro Severino propone il braccialetto elettronico

Si svelano i progetti del nuovo governo Monti che non riguardano prettamente l’economia. Per quanto concerne la giustizia e il cronico problema del sovraffollamento delle carceri la nuova ministra Paola Severino, nella sua audizione alla Commissione giustizia del Senato di oggi, ha abortito qualsiasi ipotesi di amnistia, affermando che “non è di portata governativa”. Via libera invece al braccialetto elettronico per i detenuti. L’ allargamento dell’istituto della detenzione domiciliare “potrebbe essere tra gli obiettivi più immediati da prendere in considerazione” ha detto la Severino, rilanciando anche sulla misura della “messa in prova”, un istituto che c’é in altri Paesi e che in Italia, ha affermato, “per i minori ha funzionato benissimo”.
Sempre la nuova ministra della giustizia ha promosso l’idea di inserire “una carta dei diritti e dei doveri come rimedio poco costoso, ma utile”, da destinare ai reclusi ma anche ai loro familiari, che, ha detto “spesso si aggirano senza sapere che diritti hanno”. Nella Carta ci sarebbe un po’ di tutto: “dalle cose più elementari, come acquistare un pacchetto di caramelle a come regolarsi in occasione di richieste di colloquio”.
Puo’ essere utile un provvedimento come il braccialetto elettronico per risolvere le condizioni disumane delle carceri italiane? Lo abbiamo chiesto a:

Ornella Favaro, Ristretti Orizzonti.
Simona Filippi, avvocato e membro del Comitato direttivo dell’Associazione Antigone.
Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione


29 novembre 2011

15 ottobre: Chucky è libero, non è il mostro ma fu arrestato per comodità

Chucky, dunque, è libero. Il teorema costruito dai tribunale di Chieti e Roma in quattr'equattr'otto è stato smontato in un baleno dal Riesame di Roma. Semplicemente perché non ci sono prove per nessuno dei terribili capi d'accusa - tentato omicidio, devastazione, resistenza a pubblico ufficiale - cuciti addosso a Leonardo Vecchiolla, 23 anni, arrestato il 22 ottobre, sette giorni dopo l'infelice corteo degli indignati e dipinto come il mostro che aveva incendiato uno dei blindati dei carabinieri all'assalto dei manifestanti in Piazza San Giovanni.

28 novembre 2011

Roma: Cariche della polizia alla stazione tiburtina

Stamattina, in occasione dell'inaugurazione della nuova stazione dell'Alta Velocità Tiburtina, si è tenuta una manifestazione nel piazzale antistante lo scalo con i familiari delle vittime di Viareggio, lavoratori e lavoratrici delle ferrovie che rischiano di perdere il posto di lavoro, comitati locali, studenti e studentesse solidali.
La polizia ha caricato i familiari delle vittime di Viareggio che chiedevano un incontro con il Presidente della repubblica. In prima fila i familiari delle vittime morte negli incidenti ferroviari: mamme, padri, nonni che avrebbero voluto raggiungere, insieme ai lavoratori di Trenitalia che rischiano il licenziamento, la stazione per portare la propria protesta e il proprio dolore al presidente della Repubblica.
Tanti i cartelli contro i dirigenti delle ferrovie dello stato: "Licenziare subito Moretti", "se non potrai di notte viaggiare, Moretti dovrai ringraziare", "Moretti, Viareggio ultima fermata". Un gruppo di manifestanti, partiti dalla Sapienza, ha poi provato ad attraversare la Tangenziale per raggiungere la stazione. Sono stati fermati dalle forze dell'ordine e circondati in un fazzoletto di strada nei pressi del deposito dei pullman.
Un gruppo di lavoratori Trenitalia "armati" soltanto di fischietti arancioni, invece, ha creato un secondo presidio di protesta vicino al sottopassaggio di Tiburtina che costeggia la Tangenziale. A difendere la stazione e le autorità presenti all'inaugurazione una lunga fila di agenti in tenuta antisommossa e alcuni blindati, visibilmente imbarazzati per l'incontestabilità delle ragioni portate dai lavoratorii e i familiari delle vittime.

« E' vergognoso che vengano trattati in questo modo i parenti delle vittime di Viareggio, che gli venga addirittura impedito l’accesso e negata la libertà di protestare: è evidente che i vertici delle Ferrovie non vogliono vedere le facce dei morti. E invece si celebra la Tav, pagata coi soldi dei contribuenti, mentre i parenti delle vittime della strage ancora non hanno avuto verità e giustizia. Ogni protesta legittima diventa una questione di ordine pubblico in questo Paese e a Roma in particolare: basta con la repressione» ha dichiarato Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista.

27 novembre 2011

Appello per Adama: Una storia, molte violenza

Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. Le istituzioni hanno risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.
Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni, quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per quattro anni l’ha derubata di parte del suo salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo potere.
Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. L’avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l’ingresso dei medici e dell’interprete il 25 ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.
Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppo. Sappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime impotenti.
Noi donne non possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita.



Per adesioni scrivete a migranda2011@gmail.com

Mohamed, il ragazzo tunisino che vigila sul voto e finisce rinchiuso in un Cie

Mohamed è rinchiuso nel Cie di Ponte Galeria a Roma. Da quando è li dentro ne ha viste tante:«Ci hanno tolto le scarpe e lasciato in ciabatte anche se pioveva e avevamo i piedi sempre bagnati. Ci hanno lasciati al freddo – racconta – la scorsa settimana due ragazzi hanno tentato il tutto per tutto, si sono costruiti dei cappi da mettere al collo, il primo con una corda, l’altro con un filo di corrente, e sono saliti sul tetto. Volevano morire. Li abbiamo convinti a scendere, abbiamo detto loro che non gli sarebbe successo niente, mi dicono che li hanno pestati come rivoltosi. Giovedì un aereo è partito portandosene via 18, verso Tunisi, un rimpatrio veloce e senza possibilità di opposizione». Ma in quell’inferno che non dovrebbe esistere, Mohamed pensava di non dover mai finire. Vive in Italia da molto, ha lavorato regolarmente ed è in attesa del rinnovo del permesso. Il suo precedente datore di lavoro si è dileguato con le sue pratiche da evadere, teoricamente dovrebbe avere il tempo di trovarne un altro o di decidere se tornare con le proprie gambe in Tunisia, paese da cui proviene, comunque c’è una vertenza in atto da risolvere. Nel frattempo il ragazzo, perché di un ragazzo si tratta, si è dato da fare nel percorso di democratizzazione del proprio paese. Per le elezioni della assemblea costituente che si sono svolte il nell’ottobre scorso, era stato nominato fra i responsabili, da parte dell’Istanza regionale per l’Italia, del controllo sullo svolgimento delle operazioni di voto. Il suo mandato consisteva particolarmente nell’evitare che il voto venisse inquinato dai rappresentanti del vecchio regime ancora molto potenti anche in Italia. Lo ha svolto con scrupolosità, denunciando soprattutto i tentativi che sono stati fatti per modificare il voto a Roma e a Palermo, dove il personale consolare era molto vicino al regime. Mohamed non vive in strada, non è dedito ad attività illegali, per questo suo compito si è spesso avvalso di titoli di viaggio regolarissimi e di ospitalità in strutture alberghiere, dove per entrare, a chiunque, viene chiesto un documento. Ma Mohamed ha dato fastidio a qualcuno. Impossibile capire altrimenti le ragioni per cui alle 4 del mattino sia stato prelevato dall’hotel in cui dormiva serenamente per essere trasferito a Ponte Galeria. Improvvisamente spuntava un decreto di espulsione nei suoi confronti, improvvisamente – questo ci racconta – la tranquillità con cui viveva in Italia, spariva e diveniva il numero xxxx di un centro di identificazione ed espulsione. Mohamed sa difendersi e ha motivato giuridicamente il suo rifiuto tanto al trattenimento quanto al rimpatrio. Ieri mattina è stato svegliato all’alba. Gentilmente gli è stato chiesto di prepararsi e di raccogliere i propri bagagli, destinazione ignota. Dopo alcune ore era giunta al centro una BMW con a bordo funzionari, probabilmente della Digos che avevano il compito di accompagnare Mohamed a Fiumicino, primo aereo per Tunisi. Di solito i rimpatri per la Tunisia avvengono collettivamente, per risparmiare, come mai questa fretta e queste modalità? Mohamed si è opposto senza violenza ma con la forza del diritto, tanto che il funzionario incaricato dell’operazione ha desistito dal tentativo con – secondo quanto detto dal ragazzo – un profluvio di imprecazioni irripetibili. Mohamed è tornato ancora in cella e teme di essere rimandato indietro da un momento all’altro. Ma a deciderlo è il governo italiano o quello tunisino? Intanto chiede attenzione.

Stefano Galieni

Carceri: Per la morte di Simone La Penna ministero citato come responsabile civile

Il ministero della Giustizia è stato citato a comparire come responsabile civile nel processo penale scaturito da una denuncia per la morte del detenuto Simone La Penna di 32 anni avvenuta il 26 novembre del 2009 nel carcere di Regina Coeli. Lo ha deciso il giudice dell’udienza preliminare Nicola Di Grazia che oggi ha accolto la richiesta dei genitori e della convivente di La Penna assistiti dagli avvocati Sergio Maglio e Roberto Randazzo, nell’ambito del procedimento per omicidio colposo che vede imputati 3 medici che ebbero in cura La Penna durante la detenzione.
Sono il dirigente sanitario di Regina Coeli Andrea Franceschini e i medici Giuseppe Tizzano e Andrea Silvano. Questi avevano avuto in cura La Penna durante il periodo di carcerazione dopo che era stato trasferito a Roma dal carcere di Viterbo con la diagnosi di anoressia e vomito, calo di peso ed evidente stato rapido di peggioramento delle sue condizioni di salute. In sostanza secondo l’accusa i tre medici, tra l’altro omettevano di assumere di propria iniziativa “le determinazioni mediche non provvedendo a trasferirlo in una struttura sanitaria idonea ed esprimevano un giudizio di compatibilità con il regime detentivo senza aver acquisito alcun contributo di valutazione sanitaria”.
Ai tre medici ora imputati il pubblico ministero Eugenio Albamonte aveva anche contestato di non aver segnalato al magistrato quale era la situazione senza fornire perciò necessari elementi di valutazione circa l’idoneità della struttura sanitaria di Regina Coeli “in ordine all’efficacia dei trattamenti sanitari impartiti al fine di contenere il decorso incalzante della patologia”. Nella denuncia presentata al magistrato, gli avvocati di parte civile sottolineavano sulla base di una serie di elementi indicati nella denuncia stessa, che la loro costituzione di parte civile era finalizzata ad ottenere insieme con l’affermazione di responsabilità penale anche il diritto dei parenti della vittima ad ottenere un congruo risarcimento danni. Il 26 gennaio prossimo si terrà una nuova udienza del procedimento e il ministero della Giustizia rappresentato dall’avvocatura dello Stato dovrà comparire davanti al Gup.

fonte: Adnkronos

25 novembre 2011

Mani nere sulle città: CasaPuond e i poteri neri

I fascisti di Casa Pound vogliono allargarsi. Il tentativo di crearsi un insediamento stabile a Napoli, è un passaggio nel progetto di strutturazione di un movimento reazionario militante al servizio degli interessi della borghesia italiana meno “dinamica”.
I fascisti del “terzo millennio”, così si definiscono quelli di Casa Pound, puntano a costruire anche in una metropoli socialmente devastata e conflittuale come Napoli, un insediamento stabile per la loro presenza, così sono riusciti a fare in questi anni in numerose città italiane. La manifestazione convocata per sabato a Napoli e poi trasformata dalla questura in un presidio a piazza Carlo III, doveva servire ai fascisti per occupare un edificio e stabilizzare così la loro presenza. La pronta e decisa reazione degli antifascisti napoletani ha complicato parecchio la tabella di marcia dei fascisti. Ma, dalle notizie che circolano, questi non sembrano aver rinunciato alla loro “marcia su Napoli”. Come si spiega questa determinazione a voler mettere le mani e i piedi anche in una emblematica area metropolitana come Napoli?
Casa Pound, in questi anni, ha varato un sistema che somiglia molto ad una sorta di franchising, aprendo in molti centri urbani di grandi e piccole dimensioni proprie sedi e coordinandone le attività a livello centrale. Una diffusione capillare che rivela l'estensione della rete nera e la consistenza degli appoggi economici, istituzionali e politici di cui gode.
Ma a cosa possono essere utili i fascisti “nel terzo millennio”? Non essendoci all'orizzonte rivoluzioni proletarie o l'Armata Rossa pronta ad abbeverare i cavalli nelle fontane di piazza San Pietro, come si spiega l'esistenza, il rafforzamento, il sostegno ai gruppi neofascisti da parte di settori non irrilevanti della borghesia italiana?
Il primo dato che occorre non trascurare mai è la continuità dell'intreccio tra gruppi neofascisti , apparati dello stato, gruppi economici ben inseriti dentro gli interstizi remunerativi dei mercati.
Potremmo segnalare, solo per fare un po' di cronaca, gli intrecci e gli affari comuni emersi tra un faccendiere neofascista come Gennaro Mokbel con Lorenzo Cola, uomo dei servizi all'interno di Finmeccanica e società legate all'intelligence statunitense. Oppure gli affari comuni tra il “Madoff dei Parioli”, cioè il broker neofascista Gianfranco Lande, con l'altro ex Nar Pier Francesco Vito e una serie di società che hanno rastrellato soldi a palate rifilando una serie di fregature ai Vip del ricco quartiere dei Parioli a Roma, operazioni dentro le quali si è verificato l'omicidio del broker neofascista Roberto Ceccarelli. Potremmo tornare a documentare l'occupazione dei neofascisti di intere aziende municipalizzate nella Roma Capitale amministrata da Alemanno. Per non dimenticare lo strano ferimento del consigliere municipale neofascista Andrea Antonini mentre a Roma impazzano gli omicidi di una violenta “guerra di mala”. Oppure le storiche e rilevanti connessioni tra neofascisti e gruppi finanziari e imprenditoriali lombardo-veneti che hanno sempre il loro epicentro nel “cuore nero” di questo paese, ossia Verona.
Casa Pound è in qualche modo il braccio culturale-militare principale di una rete nera a volte conflittuale e mutevole al suo interno. Lo è, perchè ha costruito un modello efficace di radicamento e penetrazione nel territorio che si fonda sulla estetica del gesto (a metà tra l'azione dannunziana e Nietzsche), occupazioni e stabilizzazione di sedi pubbliche, rastrellamento di cospicui finanziamenti pubblici o “privati” che consentono di avere gruppi di attivisti a tempo pieno, attività culturali spregiudicate e trasversali (alle quali abboccano, a volte e come cretini, anche personaggi noti nella “sinistra”).
In sostanza Casa Pound sta operando e si sta candidando ad essere il nerbo di un movimento reazionario di massa che un pezzo di borghesia italiana - travolta e indebolita dalla crisi e dalla gerarchizzazione in corso nell'Unione Europea – potrebbe voler scatenare nel paese sia contro le forze della sinistra (ritenute nemiche per storia, dna e principi) che contro un altro pezzo di borghesia che invece punta ad agganciarsi al nucleo duro franco-tedesco sacrificando non solo i diritti sociali e dei lavoratori ma anche gli interessi di una parte della borghesia stessa, quella più debole e inadeguata a reggere la competizione globale.
Avere a disposizione una rete organizzata a e diffusa di uomini neri a tempo pieno, pronti a fare il lavoro sporco in tutti i sensi, capace di esercitare un minimo o un massimo di egemonia culturale sui settori sociali colpiti dalla crisi, è il ruolo che è stato affidato ai fascisti di Casa Pound. Per questo vanno contrastati in ogni città e in ogni luogo. Lo abbiamo fatto – e a ragion dovuta – nei decenni scorsi. Dobbiamo continuare a farlo anche dentro questa fase politica caratterizzata da una crisi di civiltà del sistema capitalistico del quale – checchè ne dicano nei loro documenti – i fascisti si sono sempre rivelati uno strumento.

Sergio Cararo www.contropiano.org 

Roma: Nel Cie di Ponte Galeria situazione invivibile

Costretti a soggiornare nel Cie al freddo, sotto la pioggia, senza riscaldamenti e, per di più, in ciabatte per evitare rischi di eventuali fughe, da questo pomeriggio una parte dei circa 200 ospiti del Centro di Ponte Galeria ha inscenato una protesta contro quelle che definiscono “condizioni di vita invivibili”. La denuncia è del Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni.
A quanto appreso dal Garante, si legge in una nota, due stranieri sono saliti sul tetto della struttura dopo aver divelto una porta e minacciato di dare fuoco alla struttura. Gli ospiti del Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria - che attualmente ospita 195 persone, 110 uomini e 85 donne - stanno protestando perché sono costretti ad affrontare questa stagione di freddo, e le prime piogge, in ciabatte. Effetto, quest’ultimo, di una Circolare della Prefettura, per scongiurare rischi di fuga.
Riguardo i riscaldamenti, invece, solo in parte della struttura sarebbe stato possibile riattivare gli impianti, danneggiati nel corso delle proteste della scorsa estate. “Da oltre un mese - ha affermato Marroni - avevamo preannunciato alle autorità che la tensione nel Centro stava crescendo e che, nonostante l’impegno della Prefettura, della cooperativa che gestisce il Cie e delle forze di polizia, non sarebbe stato possibile affrontare l’inverno in queste condizioni. Le condizioni di vita nel Cie - ha aggiunto il Garante - sono pesantissime e i lunghi tempi di permanenza trasformano queste strutture in veri e propri luoghi di detenzione dove, paradossalmente, mancano le garanzie che pure ci sono nelle carceri. Occorrono celermente decisioni di buon senso, da prendere già in queste ore, per evitare che la situazione degeneri e per garantire agli ospiti condizioni di vita migliori”.

fonte: Asca

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