6 novembre 2011

"Malapolizia", la linea sottile tra ordine pubblico e abuso di potere

Molti anni dopo, di fronte a un cadavere con dodici costole fratturate e la milza spappolata di un ragazzo morto nelle procedure d'arresto, faccia a terra, con i segni delle manette - qualsiasi "nerista" scriverà che si tratta di un nuovo caso Aldrovandi. Lo scriverà, sebbene con mille cautele e condizionali all'ingrosso. Riporterà invece puntualmente le dichiarazioni dei vertici di polizia o carabinieri, parole rassicuranti che, anche di fronte all'evidenza, ci marceranno pescando nel repertorio della retorica delle "mele marce". Ma quel nerista non potrà non fare cenno al caso Aldrovandi.
Era l'alba di una domenica di settembre del 2005 quando il diciottenne ferrarese restò ucciso nel corso di un misterioso e violento «controllo di polizia» di fronte al cancello dell'ippodromo della sua città. Chi parlò a nome della Questura usò proprio questa formula «controllo di polizia». Ma i giudici scopriranno che già era partita la macchina del depistaggio. Da allora il caso Aldrovandi è l'archetipo della «malapolizia», un termine coniato da Liberazione - il primo quotidiano a raccogliere la denuncia di Lino e Patrizia, i genitori del ragazzo - per indicare i misteri e la mole di abusi nel "normale" svolgersi delle funzioni di polizia. Qualcosa di diverso ma non meno feroce dalla "straordinaria" repressione vista in atto sulle strade genovesi o alla Diaz e a Bolzaneto. Qualcosa di quotidiano, consuetudinario. Normale, appunto. Così normale che più di tre quarti dei colleghi dei quattro indagati, duecentocinquanta agenti della questura estense, manifesteranno in varie forme la propria solidarietà alle ultime quattro divise che videro vivo un ragazzo disarmato, incensurato, inerme, che non stava commettendo alcun reato. La condanna dei quattro in fondo a una faticosissima inchiesta della famiglia, sostenuta da una campagna di solidarietà in diverse città, ha scosso la proverbiale prudenza dei "neristi", assuefatti al flusso di notizie ben pastorizzate distribuite dagli uffici stampa delle forze dell'ordine. Da allora, infatti, sono usciti un bel po' di articoli, programmi tv e libri su quello e su altri casi di malapolizia.
Questo libro ha il merito di averne messi in fila un bel po', nell'assenza di qualsiasi statistica ufficiale, e di aver cercato un filo nero che li collegasse. Perché non è vero che di certe cose la stampa non ne parli. All'epoca del web è quasi impossibile che un fatto di cronaca venga insabbiato. E' vero che la stampa mainstream soffre di una dipendenza dalle fonti ufficiali - un giudiziarista penderà dalle labbra della Procura, un nerista da quelle dei comandi e così via - che ha l'effetto collaterale di produrre censura e autocensura. E' vero che, dopo il clamore del caso Aldrovandi, quel tipo di stampa ha imparato a parlarne come sa fare lei: trasformando in spettacolo il dolore di chi, scaraventato sulla scena pubblica dalle manganellate letali di un tutore dell'ordine su un figlio o un fratello, è costretto a rivivere lo strazio più immane della propria vita inseguendo brandelli di verità e giustizia. Così può accadere che Giuliano Giuliani, un decennio dopo l'omicidio di suo figlio in piazza Alimonda, sia ancora in giro per l'Italia a mostrare il filmato dell'agonia di Carlo. Oppure Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, morto dopo essere desaparecido per sei giorni tra un carcere e un repartino penitenziario di un ospedale romano, si senta chiedere da un noto anchorman dell'ammiraglia Mediaset: «Ma com'era suo fratello da bambino?». Bisogna fare pena se non si riesce a ribaltare i ruoli - come è capitato a Carlo come è stato tentato con Federico. E alla fine faranno pena tutti, aggressori e aggrediti perché resta potente la retorica pasoliniana dei figli del popolo. Tutto il dolore possibile va in scena, anche il sangue buca lo schermo, purché si eviti un ragionamento pubblico su che tipo d'uomo scelga di fare il poliziotto o il carabiniere al tempo del nuovo modello di difesa e della tolleranza zero. E di quale tipo di agente riesca a far carriera operando in quello che ormai appare come il fronte interno della guerra globale. Il Viminale e Viale Romania, quartier generali di ps e carabinieri, preferiscono distrarre l'opinione pubblica fornendo tutto il know how all'industria della fiction e perfino la pletora di sindacati di polizia, con marginali eccezioni, si sottrae al confronto pubblico sulla "malapolizia", ovvero sul moltiplicarsi di episodi di devianza da parte di cittadini in divisa e sulla relazione che questa devianza ha con i processi di rimilitarizzazione, con il modello di reclutamento e formazione in auge. E tutti si rifiutano di accettare perfino blande misure - come un codice alfanumerico sul casco di chi agisca travisato in ordine pubblico - che garantiscano i cittadini con la divisa o senza. Anzi, una delle sigle più importanti, ha inviato propri osservatori in Val Susa «per monitorare il comportamento dei manifestanti» e ha istituito una «help line telefonica» per i colleghi che occupano militarmente la valle a cui si promette «assistenza a 360 gradi gratis, anche legale se sarà necessario».
Da sempre gli unici posti al mondo in cui la gente si massacra cadendo dalle scale o si ammazza sbattendo la testa sul pavimento sembrano essere i commissariati o luoghi assimilabili. Da troppo tempo l'Italia è un «Paese di comitati», unici strumenti per la memoria collettiva, come non si stanca di ripetere Manlio Milani, la cui moglie fu uccisa nella strage di Piazza della Loggia del '74. Lo scarto di questo libro dalla corposa bibliografia, che pure lo ha generato, sta nella capacità di far parlare le carte, di non fare leva sulla compassione per comprendere i fatti in questione. Sta nella scelta di far parlare i fatti fino a scoprire che la malapolizia è una categoria necessaria per una critica del neoliberismo. E' proprio dentro le aree di esclusione sociale, indotte dai processi di precarizzazione delle vite e privatizzazione dei servizi, che mutano anche le politiche di controllo: questi cessa di essere uno strumento per la ricostruzione dell'integrazione sociale e diviene funzionale alla costituzione di recinti urbani, alla costruzione dello stigma per soggetti, etnie e classi "pericolose" perché marginali e subalterne. E' così che funziona la fabbrica della paura. E, in questo senso, la legge Reale, la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi non sono più violente del pacchetto Treu o della legge 30.
Questo libro ci insegna a leggere che ogni volta che siamo di fronte a un misterioso e violento controllo di polizia bisogna iniziare col domandarsi chi controlla la polizia. «Quello che vorrei - ha spiegato Fabio Anselmo, legale degli Aldrovandi all'indomani del giudizio d'appello - è che questo caso serva per spazzare via il pregiudizio deleterio della presunzione di fidefacenza degli imputati in divisa e dei loro colleghi che indagano. Gli imputati in divisa andrebbero trattati come imputati normali e le indagini su di loro affidate a terzi. Ma questo non accade mai».

Checchino Antonini

Milano: Polizia carica il presidio operaio ai magazzini Esselunga

Verso le 19.30 la polizia ha caricato il presidio permanente dei lavoratori del consorzio SAFRA , che lavora all'interno dei magazzini Esselunga di Limito Pioltello.
La carica della polizia è avvenuta dopo che i lavoratori hanno bloccato uno dei pochi crumiri rimasti con il padrone, che ha tentato diverse volte di investire con la macchina i lavoratori e i solidali in presidio.
Questo ennesimo episodio di provocazione fa seguito ai ripetuti tentativi fatti nei giorni scorsi,con minacce da parte dei capi, tra cui l'aggrssione fisica da parte di un capo (De Siena) ai danni di un lavoratore che rientrava a casa dopo il turno di presidio.
Lo sciopero prosegue da una settimana, oggi viviamo una fase della lotta che vede in difficoltà il consorzio SAFRA ed Esselunga, che sostenuti dalla polizia cercano di rompere il fronte di lotta con provocazioni in puro stile mafioso e cariche.
Si fa appello a tutti i solidali ad essere presenti stasera a partire dalle ore 22.00, per respingere tali tentativi e per favorire quella spallata operaia necessaria a piegare il Consorzio ad accettare le rivendicazioni della lotta.

Il presidio operaio permanente ai magazzini Esselunga di Limito Pioltello
Via Giambologna - Pioltello

Questura e antirazzismo

E' di mercoledì 2 novembre la notizia che una squadra di calcio di terza categoria del girone E della Figc è stata inibita dalla Divisione Anticrimine della Questura a continuare a giocare fino a che non cambierà il nome. La squadra è la Assata Shakur, derivata dalla Polisportiva Antirazzista che porta lo stesso nome, e risiede ad Ancona. Da 10 anni organizza tornei di calcio antirazzista, si impegna nella costruzione di palestre popolari, ed è uno dei riferimenti antirazzisti ed inclusivi della provincia di Ancona, assieme all'Ambasciata dei Diritti, alla Rete migranti "Diritti Ora!", all'Arci, ai sindacati, al mondo cattolico, impegnati tutti nella progettualità in rete con le istituzioni anche riguardo ai rifugiati, nella riduzione delle conseguenze della crisi nei confronti degli immigrati licenziati che perdono il permesso di soggiorno. Non è un caso che il Comune di Ancona da anni finanziasse alcune attività della Polisportiva e che il torneo organizzato in piazza Pertini o al vecchio convento dei Saveriani fossero momenti di gioia e vitalità. Forse non è nemmeno un caso che la Questura si sia mossa dopo avere incriminato il presidente Alessio Abraham, ultrà dell'Ancona, per avere violato il Daspo, avendo seguito la sua squadra durante una trasferta. Sono voluti andare a fondo della questione ed hanno concluso che dietro ai nuovi antirazzisti ce n'era una "vecchia", che fu perseguitata dalla polizia statunitense negli anni 70. Colpirne uno per educarne cento?

Marcello Pesarini

5 novembre 2011

Oltre il consentito dalla legalità costituzionale, molto oltre. Accade a Roma…

Articolo 17 della Costituzione

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi.
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Gli echi di quanto accaduto il 3 novembre continuano a fare rumore e notizia, ma, come in tutti gli echi, le voci sono soffuse e confuse; pertanto è fondamentale fare chiarezza e fissare dei punti saldi.
Il divieto di manifestare con cortei imposto a Roma nella vastissima area del centro storico da Alemanno nella sua veste di Commissario per l’emergenza traffico appare anomalo sotto il profilo costituzionale e “sovrabbondante” rispetto alle deleghe ricevute: dove si rinviene comprovatamente la sicurezza o l’incolumità pubblica?
Il divieto esiste dal 17 ottobre con validità di un mese. Da questo punto di vista è esistita una superficiale attenzione di tutte le forze di sinistra, “di qualunque tribù”, nel non impugnare immediatamente al TAR l’ordinanza. Al di là della rodomontata di Luigi Nieri del 19 ottobre in cui si preannunciava come SEL il ricorso avverso l’ordinanza, non si è sentito più nulla fino a quando la CGIL, il 3 novembre, non ha annunciato il ricorso al TAR dopo l’infamia della repressione della manifestazione degli studenti medi alla Stazione Tiburtina. Di questa superficiale attenzione delle forze di sinistra bisognerà ragionare, perché il politicismo sonnecchiante, se non alieno, rispetto ad alcune possibilità giurisdizionali di intervento genera …mostri.

Il modello Roma.
Ne parla chiaramente pure Stefano Rodotà in un articolo sulla pagine romane de La Repubblica il 5 novembre 2011: “Sta emergendo un modello romano di gestione dell’ordine pubblico? Un modello che fa le sue prove a Roma in vista di una sua generalizzazione? I fatti, ultimi quelli di due giorni fa al Tiburtino, inducono a rispondere sì alla prima domanda.”
La più che dubbia, costituzionalmente, ordinanza Aledanno diventa il grimaldello per scassare norme e prassi adottate per anni. Su Il Messaggero sempre del 5 novembre uno dei ragazzi “attenzionati” del Liceo Tasso afferma “I video erano delle identificazioni: dopo l’ordinanza Alemanno sono cambiate le regole dei controlli”. Stiamo parlando di un lungo video cui è stato sottoposto un minorenne da parte funzionari della Digos e della Questura. Un minorenne “indotto e condotto” dal Vicepreside ad avere un “colloquio” on the road con la Digos: anche i professori di liceo sono diventati degli ausiliari di Pubblica Sicurezza e da quando, dall’ordinanza Alemanno? E quale era la “colpa” del ragazzo: quella di esser di sinistra e di chiacchierare davanti scuola se era il caso o meno di recarsi alla Manifestazione di Tiburtina? Nulla poena sine lege, dice il diritto, a meno che non si voglia considerare reato il fatto che un “pubblico sovversivo”minorenne sia davanti alla scuola e occupi impropriamente il suolo pubblico o che stia pascolando abusivamente. E perché il video, il lungo video, dopo avere controllato i documenti: per studiare la mimica facciale e la gestualità di un “ragazzino sovversivo”? A quale PM servono queste riprese?
E che dire di Alemanno che, in apparenza sommessa, di fatto con gusto sarcastico e irridente, dichiara ''La manifestazione di ieri sarebbe stata contestabile anche se non ci fosse l'ordinanza perchè non era autorizzata; quindi, la forza pubblica sarebbe dovuta intervenire''. Ma se lui stesso ha proibito i cortei verso il Centro, come si faceva a chiedere l’autorizzazione? Siamo qui al comma 22 del regolamento militare americano dell’aviazione (unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia;.tuttavia chi chiede il congedo automaticamente non è pazzo). Tutto ciò che in politica “rimanda” al comma 22 è l’epifania autoritaria di situazioni illogiche in cui la contraddizione è voluta per rendere sprezzatamente inapplicabile un diritto! A chi prende in giro Alemanno?
Comunque nel caso in cui il teorema Questura/Alemanno non regga in presenza di una ordinanza illegittima e di giudici che potrebbero assolvere i “pericolosi eversori” dei licei alla Stazione Tiburtina sulla base delle leggi vigenti, la Sveva Belviso, assessore capitolino, faccia “pulita” senza passati fascisti, annuncia (non si capisce se come Roma Capitale o più propriamente come PDL, per il tramite di qualche parlamentare), nuove fattispecie di reato per chi manifesta e devasta (?) con pene fino a tre anni di reclusione…..

Ma c’è dell’altro nel modello Roma.
Le disposizioni dell’ordinanza antimanifestazione, comunque inique, non si applicano a tutti. I baldi giovinotti di Casapound il 21 ottobre (per loro squallidamente la ricorrenza di un bombardamento alleato nel 1944 a Milano, dove morirono molti bambini) a Roma hanno dato luogo a un corteo di 50-60 persone, sfilato per tutto il centro storico, con distribuzione di volantini, con fumogeni e con musiche assordanti, di cui rimangono anche tracce di minuti e minuti su video caricati su web. La manifestazione era partecipata da persone quasi tutti in maschera, in violazione palese tra l’altro dell’art. 85 del TULPS. Il questore Tagliente non se ne è accorto? E la Digos? Nessun poliziotto in servizio ha visto niente? Perché non ci sono state cariche e identificazioni? Non ci sono le flagranze differite? I giovinotti partecipanti al delizioso happening e frequentanti le medie superiori sono stati videati a lungo e coram populo i giorni successivi davanti casa o davanti alla scuola? O forse però i giovinotti sono stati giudicati artisti in una opera futurista e “goliardica”, vista anche con simpatia da parte di alcuni delle forze dell’ordine?

E’ importante che l’ordinanza venga revocata tout court.
Ma è pure importante respingere il modello Roma dell’ordine pubblico. Inoltre, quando cadrà, sperabilmente presto, il Governo Berlusconi, sarebbe auspicabile non avere dirigenti di PS come quelli attuali di Roma. Questo paese è devastato dalla crisi ed abbiamo bisogno nelle istituzioni di uomini che non ossequino i voleri dei “potenti” di turno al Governo, ma che seguano piuttosto il tracciato della Costituzione democratica italiana per impedire tensioni lancinanti e ulteriori orripilanti fughe autoritarie.

Uriel

Appello per i migranti tunisini dispersi

Prova a immaginare: tuo fratello o tuo figlio parte e non dà più notizie di sé dopo la sua partenza. Non è arrivato? Non lo sai, potrebbe essere stato arrestato nello stato di arrivo che non prevede che si possa arrivare semplicemente partendo e che per questo arresta quelli che arrivano mettendoli nei centri di detenzione o in prigione. Aspetti qualche giorno, guardi immagini alla televisione del luogo in cui potrebbe essere arrivato, per sperare di vederlo. Capisci anche che tuo figlio o tuo fratello non è l’unico a non aver telefonato dopo essere partito. Insieme alle altre famiglie chiedi allora alle autorità del tuo paese di informarsi, di capire se sono tutti in qualche carcere, speri che lo siano anche se temi che non vengano trattati bene. Ma le autorità non fanno nulla, non chiedono e non ti ascoltano, per mesi. Tu nel frattempo fai presidi, manifestazioni, parli con i rappresentanti di alcune associazioni, con i giornalisti, porti la foto di tuo figlio o di tuo fratello ovunque, ti affidi a ogni persona che viene dall’altro paese, le dai le foto, la data di nascita, le impronte digitali. Vuoi sapere.
Ma non accade nulla e cominci a immaginare: potrebbe essere in una cella di isolamento, potrebbe essere stato arrestato come passeur, potrebbe essersi rivoltato nel centro di detenzione, potrebbe…. Potrebbe essere in Italia, ma forse a Malta, forse in Libia.
Immagini, tu? Per alcune e alcuni di noi non si tratta di immaginare perché è quello che ci è successo. Sono partiti dalla Tunisia con le barche e in molti non hanno più dato notizia di sé. Sono morti? Sono in carcere? Sono…?
Per saperlo chiediamo ora alle autorità italiane e tunisine di collaborare. Sarebbe molto semplice, perché in Tunisia le carte di identità sono con le impronte digitali e in Italia esistono i rilievi dattiloscopici dei migranti identificati o detenuti. Chiediamo, allora, che i parenti dei dispersi possano fare una domanda al Ministero degli esteri tunisino affinché fornisca le impronte digitali al Ministero degli interni italiano e a questo chiediamo di rispondere.
Immagini, tu? Se riesci a immaginare ti chiediamo di sostenere con una firma questo appello.

4 novembre 2011

15 Ottobre: Concessi 7 domiciliari, 2 obblighi di firme, un compagno resta in carcere

Il tribunale del riesame - sugli incidenti del 15 ottobre scorso - ha concesso gli arresti domiciliari a sette indagati, fino a oggi detenuti a Regina Coeli, e l'obbligo di firma giornaliero alle due ragazze che, invece, erano già ai domiciliari. Uno solo deve restare in carcere, Giovanni Caputi. Tornano a casa Giuseppe Ciurleo, Alessandro e Giovanni Venuto, Lorenzo Giuliani, Robert Scarlet, Stefano Conigliaro e Ilaria Ciancamerla. Obbligo di firma, invece, per Alessia Catarinozzi e Alessandra Orchi. Oggi il riesame valuterà il ricorso presentato dall'undicesimo fermato, il pugliese Valerio Pascali. Il gip di Roma ha reiterato la misura cautelare nei confronti di Leonardo Vecchiolla, accusato dell'assalto al blindato dei carabinieri a San Giovanni.

Omicidio Aldrovandi: I poliziotti condannati ricorrono in Cassazione

Depositate le istanze da parte dei legali degli agenti condannati in primo e secondo grado per eccesso colposo in omicidio colposo in relazione alla morte, sei anni fa, del diciottenne Federico Aldrovandi.

Ci vorranno un paio di mesi prima che la Suprema Corte decida se accogliere o meno i ricorsi dei quattro agenti che all’alba del 25 settembre 2005 fermarono il ragazzo in via dell’Ippodromo, a Ferrara, e per ragioni che nessuna sentenza è ancora riuscita a spiegare inferirono su di lui con i manganelli e premendolo prono sull’asfalto fino a causarne la morte.
A quanto si apprende la natura delle istanze è di carattere molto tecnico, volti apparentemente più a distinguere le condotte dei quattro imputati piuttosto che a negare in toto l’impianto accusatorio. “Gli avvocati di quei quattro individui”, scriveva infatti domenica il padre Lino sul blog che, dal gennaio 2006, tiene aperta l’attenzione sul caso, “cominciano a prendere le distanze dalle responsabilità di ognuno dei loro assistiti, condannati con due sentenze, in attesa della terza. Leggo con molta stanchezza… sempre le stesse cose, su ipotizzati difetti di procedure, di travisamenti, ma resta un fatto inequivocabile, Federico è stato massacrato, non dai difetti di procedure o di travisamenti o da scartoffie ma da quattro persone che vestivano una divisa”

fonte: zic.it

3 novembre 2011

Roma, 3 novembre 2011: Cronaca di un giorno difficile da Stato di Polizia

C’erano stati i prodromi nelle ore precedenti.
La sera del 2 novembre le agenzie battono questo anodino e anomalo comunicato della Questura di Roma: "Nel ribadire che scendere in piazza senza preavviso potrebbe esporre i ragazzi a responsabilità penali, civili ed amministrative, si invitano i promotori a prendere contatti con l'Ufficio di gabinetto della Questura, per definire le modalità delle manifestazioni eventuali, al solo scopo di garantire e conciliare il diritto, previsto dalla costituzione e dalle leggi di pubblica sicurezza, a manifestare il dissenso, rispetto alle aspettative di quanti vivono la città nel quotidiano di non subire disagi"."Si invitano inoltre - conclude la nota col visto del questore Francesco Tagliente - i direttori degli istituti scolastici e chiunque altro a conoscenza di possibili iniziative, a informare i diretti interessati delle possibili conseguenze connesse all'omessa presentazione del preavviso"
Non risulta che il questore Tagliente abbia mai fatto simili comunicati, né che abbia mai avvisato i tifosi sportivi romani di andare solo allo stadio e di non soffermarsi mai nei paraggi dello Stadio Olimpico, perché ci sarebbero “responsabilità penali e civili”. Non risulta che il questore Tagliente abbia allertato il giorno prima genitori, amici e “chiunque altro a conoscenza” per impedire assembramenti non autorizzati, pochi giorni fa, in occasione dell’inaugurazione di Trony nella zona Ponte Milvio a Roma, cosa che ha causato impazzimenti del traffico e occupazione di sedi stradali per ore da parte di migliaia e migliaia di persone. Sarà!?!
Alla 1 del mattino del 3 novembre un po’ di giovinotti nazifascisti massacrano di botte 5 militanti del PD che attacchinano manifesti contro la mafia in zona Via dei Prati Fiscali: due braccia rotte, qualche taglio in faccia suturato, botte sui reni e in testa. Ovviamente l’intelligence del Questore di Roma si occupava dei liceali potenziali manifestanti qualche ora dopo, non certo della canaglia nazifascista che con mazze e spranghe è libera di scorazzare e massacrare…
Alle 9 del mattino del 3 novembre è prevista una manifestazione di studenti medi alla Stazione Tiburtina, per protestare contro il divieto di manifestare del Sindaco Alemanno nel centro storico romano, divieto inopinatamente adottato con una ordinanza forte dei suoi poteri di Commissario Straordinario per il traffico (a proposito che ne è dell’annunciato ricorso al TAR da parte di SEL?).
Quanto succede davanti ai cancelli di alcuni Licei romani alle 8 del mattino è miserabilmente solo una prova di muscoli di un paese autoritario che slitta progressivamente verso il fascismo.
Davanti al Liceo Tasso il vicepreside, “collaborando” con alti ufficiali della Digos e della Questura, “accompagna” per strada qualche studente a parlare con i funzionari di PS. Gli uomini della PS ad alcuni chiedono i documenti, nonché il numero del cellulare (a dei minorenni!), oltre a ricordare il comunicato di Tagliente della sera prima, enfatizzando il rischio di denunce; altri sono identificati, filmati e diffidati dal partecipare alle manifestazioni. Ciò avveniva davanti ai cancelli del Liceo per studenti che in quel momento non partecipavano ad alcuna dimostrazione!
Siamo alla schedatura preventiva di persone, spesso minorenni, che potenzialmente potrebbero partecipare a manifestazioni…
Al Liceo Mamiani una cinquantina di ragazzi veniva identificata dalla Digos; altrettanto avveniva davanti al Virgilio. In pratica, chi non entrava veniva schedato. Nessuno sa se i registri delle presenze sono stati “visurati” dalla PS, così come avveniva all’avvento del fascismo in tutti i Licei torinesi, in occasione delle manifestazioni antifasciste.
Il resto della giornata è noto: con le cariche alla Stazione Tiburtina, l’intervento di esponenti del PRC e di SEL, e di parlamentari PD e IDV, per “liberare” migliaia di manifestanti, che non venivano in un primo momento lasciati defluire se non tramite identificazione.
La follia orrenda di questa ordinanza di Alemanno di proibire le manifestazioni è una vergogna della democrazia italiana.
Quell’Alemanno che il 17 ottobre diceva a proposito dei manifestanti fermati a san Giovanni: “Sono degli animali, devono finire in carcere e ci devono restare il piu' a lungo possibile''. Quello stesso Alemanno che il 28 ottobre nulla dice della manifestazione gazzarra non autorizzata de il Popolo di Roma al Festival del Cinema di Roma caratterizzata tra l’altro di lancio di chiodi e chiusa con tre arresti di persone che nella lingua di Alemanno andrebbero chiamati animali. Quell’Alemanno, tutto legge e ordine oggi, forse dimentico del suo periodo “animale” quando fu arrestato più volte, ed una volta per molte settimane.
Ma altrettanto grave, rispetto all’ordinanza antimanifestazione, rimane la schedatura preventiva dei ragazzi dei licei romani. Cosa vuole fare la Polizia e Maroni (l’uomo condannato definitivamente per morsicatura di polpacci a poliziotto, nonché genio del diritto delle infrastrutture con le consulenze ai Gavio), la tessera del manifestante? Vogliono stuprare la Costituzione? O vogliono emulare Pinochet e la polizia sotto il fascismo?

Ezechiel

Roma: cariche della polizia e studenti "sequestrati" alla stazione tiburtina

Cariche di polizia a Roma contro gli studenti impegnati in un corteo contro le politiche neo liberiste e i continui tagli alla scuola pubblica gestita in maniera aziendalistica. Universitari  insieme a numerosi istituti medi, si sono mossi in corteo sfidando i divieti di Alemanno e della Questura. Una volta arrivati alla stazione Tiburtina gli studenti hanno trovato ad attenderli uno schieramento di polizia che impediva il proseguimento del percorso. Il corteo ha cambiato allora direzione, prendendo una via lasciata libera dai cordoni di agenti. I manifestanti sono avanzati a mani alzate e con gli ormai famosi Book Block in testa. A questo punto è partita la carica che ha bloccato anche la via prima scoperta. Non ci sono stati fermi o feriti. Gli studenti hanno tentato di occupare il cantiere della stazione ma sono stati nuovamente caricati dalla polizia. La repressione è cominciata già dalla prima mattina. Secondo le testimonianze degli stessi studenti davanti a numerose scuole romane come il Tasso e il Righi, le forze dell’ordine avrebbero intimidito i ragazzi intimandogli di non prendere parte alla manifestazione e avrebbero chiesto ai presidi di fornirgli i nominativi degli alunni che non si sono presentati oggi a scuola.
Mentre scriviamo gli studenti sono stati "sequestrati" dalle forze dell'ordine sotto il cavalcavia della tangenziale, con la minaccia di liberarli solo dopo essere stati identificati e denunciati.

Dopo più di 4 ore gli studenti hanno potuto lasciare il piazzale della stazione tiburtina, uscendo a fila indiana e filmati ad uno ad uno dalle foeze dell'ordine

15 Ottobre: Libertà per Carlo Seppia , liberi tutti\e

Carlo Seppia è un giovane di 28 anni, arrestato a seguito della Manifestazione nazionale del 15 Ottobre a Roma. Egli non appartiene ad alcun gruppo politico, è uno dei tanti indignati che partecipano a manifestazioni, cortei e iniziative; come tanti suoi coetanei, egli non ha certo un futuro roseo, ostaggio di precarietà e miseria, per questo si è unito agli altri manifestanti per le vie di Roma.

Roma: Aggressione fascista con bastoni e mazze

Aggressione fascista con mazze e bastoni contro il capogruppo del Partito Democratico del IV Municipio Paolo Marchionne e quattro ragazzi dei giovani democratici Pietro Liverotti, Luca Quartu, Agostini e Tommaso Scrivano. É accaduto la notte scorsa nel quartiere Valli dove i giovani democratici stavano affiggendo manifesti sul recupero dei beni confiscati alle mafie. All’improvviso i giovani del Partito Democratico sono stati accerchiati da una decina di persone vestite di nero ed incappucciate che con bastoni e mazze hanno cominciato a malmenarli ed inseguirli. Fra gli aggressori Alberto Palladino di Casapound, in arte Zippo, riconosciuto e denunciato ai carabinieri che fortunatamente sono intervenuti pochi minuti dopo l’inizio dell’aggressione, mettendo in fuga il gruppo di fascisti che si é disperso lungo via dei Prati Fiscali. I ragazzi aggrediti sono stati ricoverati agli ospedali Pertini ed Umberto I, dove saranno tenuti in osservazione per le prossime dodici ore. Refertati trauma cranici, suture alle ferite alcune delle quali alla testa, sugli zigomi e sulle sopracciglia. Un braccio rotto per uno dei ragazzi che ha tentato disperatamente di resistere all’aggressione del branco. Oggi alle ore 12 il Partito Democratico ha indetto una conferenza stampa presso la sede di Piazza Sempione. 



2 novembre 2011

G8 Genova: «Lo Stato non paga le vittime pignorare il questore del G8»

Condannati di serie A e condannati di serie B. Per i primi lo Stato non solo non ha trovato intralci a travolgenti carriere ma s'è anche spicciato a pagare parte dei risarcimenti. Le vittime dei condannati di serie B, al contrario, aspettano ancora, a dieci anni e mezzo dai fatti, il risarcimento. Diaz e Bolzaneto.
Il comitato Verità e Giustizia per Genova denuncia che, nel caso dell'irruzione nel dormitorio dei manifestanti, si sia fatto di tutto «per tutelare i vertici della polizia» e che i condannati per le torture nel carcere provvisorio ricavato in una caserma di polizia «non hanno cognomi altrettanto importanti».
Mentre per le torture di Bolzaneto non s'è vista una lira, per il processo Diaz sono state pagate solo le "provvisionali", degli acconti stabiliti dal tribunale penale sui risarcimenti futuri oggetto di un ulteriore processo civile. Nessuna traccia delle spese legali tanto che un legale del Genoa Legal Forum ha avviato le procedure di pignoramento nei confronti del questore Spartaco Mortola, uno dei condannati della scuola Diaz durante il G8 del luglio 2001 (tre anni e otto mesi comminati in appello per falso) ora vicequestore vicario a Torino per far sentire il fiato sul collo ai no Tav. All'epoca era il capo della digos genovese e salirà agli onori delle cronache per le intercettazioni che consentiranno di arrivare alla condanna del suo capo di allora, De Gennaro, per l'induzione alla falsa testimonianza di un altro dei protagonisti in negativo di quello scorcio di luglio, il questore Colucci.
L'atto di precetto gli è stato notificato pochi giorni fa. Si tratta del documento che, in assenza di risposta, porta al pignoramento dei beni o di parte dello stipendio.
L'azione nei confronti del funzionario - uno dei 25 ritenuti colpevoli - mira ad ottenere il pagamento delle spese legali. Al momento viene chiesta la parcella di un avvocato, circa 20mila euro, ma è probabile che a breve seguiranno altri precetti.
La stampa genovese parla della preoccupazione del Viminale per la mossa dei legali e già sono partite lettere che promettono un versamento imminente. Lo conferma Gilberto Pagani, di Legal Team Italia, uno dei legali dei ragazzi pestati alla Diaz e a Bolzaneto. A complicare la questione ci sarebbe l'intreccio, per i fatti avvenuti nel carcere provvisorio, di due burocrazie, quella del Viminale e quella di Via Arenula, il ministero di Giustizia. Ma, secondo indiscrezioni, sarebbero gli Interni a prendersi carico dei risarcimenti. Resta il sospetto delle vittime che si sarebbero tutelati con maggiore solerzia beni e stipendi degli alti funzionari condannati per la Diaz a dispetto dei meno autorevoli condannati per Bolzaneto». Tra anticipi e spese legali la cifra per le 300 parti offese si aggira sui 6 milioni di euro per la Diaz e di 10 milioni per Bolzaneto.
Va detto, infine, che vale anche per i condannati del G8 la legge del 2010 che affida ad una commissione presieduta da un prefetto la possibilità di avvalersi o rinunciare "all'esercizio di rivalsa" nei confronti di appartenenti alle forze dell'ordine condannati a risarcire le vittime. Tutto ciò mentre il governo studia il cosiddetto decreto "salva-manganello". Ne ha dato l'annuncio di recente il ministro Maroni riferendo alla Camera sugli scontri del 15 ottobre. Nel caso di reati le indagini non saranno più di competenza del pubblico ministero di turno, ma dovrà esserci «un intervento diretto del procuratore capo, cui spetterà procedere sottraendo la competenza al primo sostituto procuratore». Si tratterebbe di una norma per rispondere alle pressioni dei servitori dello Stato che «dagli incidenti di Genova in poi hanno manifestato una sorte di timore psicologico a intervenire», come ha detto Maroni che punta pure a estendere ai manifestanti come già avviene per gli ultras, l'aggravante delle lesioni gravi e gravissime a pubblico ufficiale (da 4 a 10 anni e da 8 a 16 anni).

Checchino Antonini da Liberazione

Le politiche di ordine pubblico dopo le manifestazioni di Roma e della Val Susa

COMUNICATO LEGAL TEAM ITALIA SULLE MANIFESTAZIONI DI ROMA DEL 15/10/2011 E DELLA VALSUSA DEL 23/10/2011

A due settimane dalla manifestazione di Roma e ad una da quella della Valsusa è possibile una valutazione non solo di questi eventi ma della complessiva situazione dell'ordine pubblico e delle politiche autoritarie nel Paese.
La nostra analisi deriva dalla conoscenza diretta delle situazioni che gli avvocati presenti nei legal team locali hanno potuto monitorare.
La manifestazione di Roma ha visto all'inizio gravi episodi di danneggiamento che si sono potuti svolgere indisturbati, in quanto le violenze non potevano certo essere fermate dalle proteste del corteo.

1 novembre 2011

Roma: Sgomberato l'ex deposito Atac a San Paolo

Questa mattina verso le ore 7 ingenti e arroganti forze del reparto celere della Polizia di Stato hanno circondato l'ex deposito ATAC di San Paolo per sgomberarlo.
Gli e le occupanti sono saliti/e sul tetto per cercare di restare nelle loro case. In questi frangenti mentre gli uomini sono stati portati via al commissariato di zona ci sono state poi alcune aggressioni alle donne con i bambini in braccio, sono tirate per i capelli, insultate e maltrattate.
Nel frattempo occupanti e solidali giunti da tutta Roma hanno provato a partire in un corteo comunicativo che spiegasse cosa stava succedendo al quartiere e perchè Alemanno avesse sgomberato quel posto che tante nuove attività sociali aveva portato nel quartiere durante questi mesi di occupazione.
Questa pacifica manifestazione comunicativa è stata impedita dalla Polizia che si è schierata davanti agli uomini, donne e bambini del corteo con caschi, scudi e manganelli... pronti a colpire.
Non cadiamo in queste trappole, ma lo diciamo fin da subito che ci riprenderemo il diritto a manifestare nelle strade della nostra città e che questa stretta autoritaria fascistoide di Alemanno ha i minuti contati.
Alemanno se ne deve andare al più presto e questo sarebbe sicuramente un bene comune per la cittadinanza di Roma.
Il deposito ATAC ormai da tempo abbandonato era stato occupato il 20 giugno per sottrarlo alla speculazione dopo che il sindaco Alemanno aveva approvato la delibera 35 per poter vendere ai privati i beni di ATAC per trovare nuovi fondi dopo i disastri combinati dalla sua amministrazione oscenamente implicata nello scandalo parentopoli all'ATAC e nel saccheggio di tutte le altre minucipalizzate del comune di Roma.

Diamo un calcio all'ergastolo. Iniziativa al carcere di Spoleto

Sabato 29 ottobre si è giocata una partita di calcio nel carcere di Spoleto. A fronteggiarsi una squadra di ergastolani ed una composta da militanti del Prc, da rappresentanti dell'osservatorio sulla repressione, associazioni culturali e mutualistiche e soprattutto dai lavoratori in lotta del circolo Prc della Fiat di Pomigliano. Un’ occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’orrore civile dell’ergastolo ostativo e non, del sovraffollamento carcerario, dell’esclusione sociale che vivono i familiari dei reclusi.
Radio Onda d'urto si è collegata con l’iniziativa e intervistato diverse personalità che vi hanno partecipato


L’intervista a:

Carceri, sovraffollamento e degrado nelle carceri. Il rapporto di Antigone

All’ex pm antiterrorismo Franco Ionta, oggi capo dell’amministrazione penitenziaria, non è piaciuto l’ottavo rapporto sulla condizione della detenzione, intitolato “Prigioni malate”, presentato ieri dall’associazione Antigone.
Invitato alla presentazione del volume, il massimo responsabile delle carceri si è eretto a “coscienza critica” di chi, come Antigone, denuncia l’insostenibile situazione delle prigioni. Un singolare esercizio di “critica della critica” che sarebbe stato più utile rivolgere alla tragica quotidianità della realtà carceraria.
Dietro alla valanga di cifre che il rapporto elenca emerge una situazione già ampiamente nota: siamo il Paese con il maggior tasso di sovraffollamento carcerario in Europa dopo la Serbia mentre i nostri tassi di criminalità sono scavalcati da Francia e Spagna. Antigone cita i dati comparativi rilevati dal Consiglio d’Europa e da Eurostat. Attualmente per ogni 100 posti disponibili ci sono 47 detenuti eccedenti.
Gli istituti di pena sono oramai enormi lazzaretti, degli ospizi per derelitti, vaste discariche dove viene confinato ogni dolore e malessere sociale, nelle quali si ammassano umiliati e offesi, vite rottamate, sfigati senza speranza. Nel sistema penitenziario, quelle che con un eufemismo sociologico vengono definite “nuove povertà” ammontano oramai a circa l’80% della popolazione reclusa.
Una parte della popolazione è predestinata a convivere con la reclusione, è questo il dato strutturale della politica penitenziaria. Guarda caso questa porzione di popolazione è sempre la stessa: un terzo degli attuali 67.429 incarcerati sono stranieri mentre nel corso di un intero anno hanno fatto ingresso in cella ben 84.641 persone. Il profilo classico è quello del giovane privo d’istruzione e con problematiche esistenziali legate alla tossicodipendenza. Un dato che rende uniche le carceri italiane rispetto alla situazione europea.
Una buona parte dei reclusi proviene dall’Italia meridionale. Non a caso la Puglia risulta la regione più sovraffollata con un tasso del 183%. Chi viene dal Sud non ha titoli di studio, appartiene ai ceti sociali più bassi. Chi arriva dai paesi d’emigrazione vede aumentare, molto di più che nel passato, la probabilità di finire imprigionato. Cifre ch e indicano come il carcere rinvii ad uno degli aspetti più crudi della discriminazione di classe mentre il richiamo alla legalità è la macchina ideologica che legittima e riproduce questa dominazione.
La misure alternative funzionano a macchia di leopardo rasentando un sistema che assomiglia ad un specie di feudalesimo giudiziario: a parità di reato attribuito, pena comminata, percorso penitenziario svolto, il trattamento riservato dai tribunali di sorveglianza assomiglia alla ruota della fortuna. La Cassa delle ammende, riservata per statuto al finanziamento delle attività trattamentali esterne, è stata stornata per finanziare nuove carceri e infrastrutture.
Il Dap spende appena 4 euro a detenuto per tre pasti giornalieri, confidando nelle loro tasche per l’integrazione dei generi alimentari tramite il sopravvitto. Solo che il lavoro scarseggia e le mercedi sono state ridotte. Non esistono appalti trasparenti per le ditte fornitrici, ma un’attribuzione mafiosa concessa per “licitazione privata”.
In altre parole, la gara non è aperta a tutti. “Questo sistema - denuncia Antigone - ha prodotto e continua a produrre un’oligarchia di fornitori di pasti a crudo priva di qualsiasi controllo e basata sugli introiti per le ditte appaltatrici derivanti dal sopravvitto”. In Italia - secondo quanto si legge nel rapporto - sono due le ditte a spadroneggiare in questo settore: “la Arturo Berselli & C. spa e la Seap spa”. La prima attiva, direttamente o attraverso società legate, in oltre 40 istituti; la seconda presente in 26 istituti.
Che le prigioni fossero una purulenta sentina della società è stato scritto, detto e ribadito fino alla nausea. Un’ovvietà che suona come una vuota retorica dell’indignazione, non più udibile da chi vi è costretto a trascorrere periodi sempre più lunghi della propria esistenza. Secondo Vittorio Antonini, coordinatore dell’associazione Papillon: “Dopo anni di denunce non è il più il momento di spiegare a partiti di maggioranza e di opposizione, o addirittura al governo, quanto sia drammatica la realtà nelle carceri. Questa fase è finita. Si tratta invece di imporre a tutti concreti e immediati atti di responsabilità prima che le carceri scoppino. Per quel che ci riguarda - conclude - continueremo a rivolgerci alla base elettorale di tutti i partiti per spiegare quanto sia criminogeno il comportamento dei loro eletti”.

 Paolo Persichetti

Malapolizia. Ovvero, quanto, come e perché aver paura di essere protetti

«Non sono contro la polizia, ne ho solo paura». Alfred Hitchcock

Questo non è un pezzo contro la polizia.

Qualcuno leggendo il termine malapolizia potrebbe storcere il naso. Il prefisso “mala”, che posto prima di una parola la connota negativamente, invertendone il significato, è sempre utilizzato per parlare di sanità che non funziona, di pubblica amministrazione imbarbarita dalla burocrazia, di politica inefficace, di tutto ciò che a livello istituzionale non funziona come dovrebbe.

29 ottobre 2011

15 Ottobre: Solidarietà per Valerio un compagno che ci mette la faccia

Il 15 ottobre scorso un giovane leccese di 21 anni, Valerio Pascali, è stato arrestato a Roma durante la manifestazione dei cosiddetti indignati.
Parlare di un amico al momento detenuto in cella non è facile. Non possiamo però fare a meno di precisare alcuni aspetti della vicenda trattati con troppa sufficienza dai media in questi giorni. Nel complesso, ciò che è venuto fuori di Valerio è un ritratto di un individuo pericoloso e antisociale. Si parla di “precedenti” penali che non esistono e non si parla del suo trascorso di profonda umanità.

15 Ottobre: Presidio di solidarietà per Chucky

Siamo costretti a ribadire la nostra impossibilità a prendere le difese di Leonardo Vecchiolla e, di conseguenza, non possiamo ritenerci certi dell'innocenza del ragazzo così come, al contrario, è del tutto evidente che gli Inquirenti siano totalmente incerti della sua colpevolezza.

28 ottobre 2011

15 ottobre: Chucky si difende "non c’è alcuna prova della partecipazione al fatto"

Non è tutto black quel che è bloc. Vacillano le accuse contro Leonardo Vecchiolla, lo studente di psicologia dell’università Gabriele D’Annunzio di Chieti, arrestato il 22 ottobre scorso e subito presentato ai media come uno degli «incappucciati» autori delle devastazioni avvenute durante la manifestazione del 15 ottobre scorso. Ad «incastrare» il 23enne, originario di Benevento ma residente ad Ariano Irpino, sarebbero state alcune intercettazioni telefoniche nelle quali il giovane, secondo l’accusa, si sarebbe vantato di aver preso parte all’incendio di un blindato dei carabinieri rimasto intrappolato tra i manifestanti dopo una carica giunta fin nel cuore di piazza san Giovanni. Luogo dove stazionavano ancora decine di migliaia di dimostranti dopo che per ore molti di loro avevano resistito alle cariche ed ai caroselli delle forze dell’ordine.

15 ottobre: Arrestato un altro manifestante a Pisa

Un altro manifestante è stato arrestato per l'assalto al blindato dei carabinieri a Roma durante gli scontri del 15 ottobre scorso nella manifestazione degli 'Indignati'. I militari del reparto operativo di Pisa e della compagnia di San Miniato hanno arrestato un giovane di 28 anni, Carlo Seppia. Il ragazzo, è stato accusato in base alle foto pubblicate e la delazione dei quotidiani e sui social network. E' il terzo manifestante a finire in manette per con l’accusa dell’assalto al blindato dei carabinieri.

Livorno: ritrovato morto detenuto di 56 anni, domani sarebbe tornato libero

Agatino Filia, 56 anni, lavorava come addetto alle pulizie. Forse si tratta di suicidio, ma un suicidio che appare “anomalo” per diverse ragioni: l’uomo stava per terminare la pena (sarebbe stato scarcerato domani); il luogo in cui è stato ritrovato il cadavere è “insolito”, perché quasi sempre i detenuti si impiccano nel bagno della cella; il cappio “sembra” sia stato ritrovato a terra e non stretto intorno al collo.
Ma c’è un altro dato inquietante: si tratta del 17esimo decesso avvenuto nel carcere di Livorno dal 2003 ad oggi (9 i suicidi accertati, 3 morti per “cause naturali” e 5 per “cause da accertare”). Alle “Sughere” i detenuti sono circa 450 e 17 morti in 8 anni per un carcere di medie dimensioni, rappresentano un dato eccezionalmente grave.
In altre carceri con un numero di detenuti compreso tra 400 e 500 nello stesso periodo i decessi sono stati molti di meno: Agrigento 3, Alessandria 4, Ancona Montacuto 5, Avellino 4, Busto Arsizio 5, San Gimignano 1, Trapani 1, Vibo Valentia 4, Vigevano 2.
A Livorno si è registrato anche il caso particolarmente controverso di Marcello Lonzi, ritrovato cadavere in cella l’11 luglio 2003 (il corpo coperto di lividi), che è stato oggetto di una lunghissima inchiesta giudiziaria conclusasi recentemente con l’archiviazione: morto per “aritmia maligna”.

La cronaca della morte di Agatino
Agatino Filia, 56 anni, lavorava come addetto alle pulizie e sarebbe stato scarcerato domani. Trovato morto per le scale, in una delle sezioni del carcere delle Sughere. Accanto al suo corpo, pezzi di stoffa legati, come a voler formare una corda artigianale. Il suo cadavere è stato trovato dal personale della Casa circondariale ieri intorno alle 18.30. Inutili i tentativi di rianimarlo: quando la polizia penitenziaria s’è accorta del fatto, l’uomo era già morto. Il decesso è stato constatato dal medico del 118, giunto sul posto insieme a un’ambulanza della Misericordia.
Apparentemente non aveva ferite evidenti sul corpo, ma solo le tipiche lesioni post mortem dovute al trauma al collo. Queste le prime indiscrezioni, ma solo l’autopsia potrà far luce sulle cause della morte. Del caso si occupa la polizia penitenziaria, che ha allertato il pm di turno. Non si conoscono i motivi che avrebbero spinto l’uomo a togliersi la vita: pare che fosse stato da poco trasferito a Livorno, proveniente da Porto Azzurro.

fonte. Ristretti Orizzonti

27 ottobre 2011

No Tav: storie di ordinaria intimidazione e repressione

"Capita un giorno, mentre rientri a casa dopo una settimana di lavoro, di imbatterti in 2/3 blindati della polizia di stato che stanno percorrendo la tua stessa strada andando verso Chiomonte. Solito orario, è il cambio turno.
Situazione (non) "normale" dalle nostre parti negli ultimi mesi questo continuo via vai di mezzi blu, neri o grigio verdi che cambiano i turni "incontrandoti" con una precisione tale che neppure se ti dessi appuntamento saresti così preciso nell'incrociarti .
Quello che non dovrebbe capitare in questa (non) "normalità" è che in una sera in cui la stanchezza della settimana lascia spazio ai pensieri verso il week end tanto atteso e guidi sereno verso casa ad un certo punto noti che i 3 mezzi alla tua sinistra in sorpasso appena vedono che sei un NO TAV con i tuoi adesivi orgogliosamente in mostra sulla tua auto che fanno?...rallentano, ti affiancano, ti guardano per un attimo e tirando giù il finestrino ti salutano mostrandoti un bel "dito medio in divisa blu" ...ma come???
ti chiedi stupefatto, indispettito e stralunato...queste cose accadono alle volte tra automobilisti indisciplinati! tra cafoni vorrei aggiungere in quel momento! un funzionario dello stato per lo più in servizio, non diresti mai che potrebbe commettere una bassezza del genere!
Invece succede e rimani incredulo, senza parole, sono frazioni di secondo, ti rendi conto dell'offesa subita proprio da coloro dovrebbero difendere il tuo interesse e tutelare noi cittadini...e ti chiedi: ma con che arroganza fai questo?? e perchè?
quindi un "va a quel paese" mentre prosegui per la tua strada ti sembra il minimo per ringraziare quel "caloroso" saluto.
Punto, e accapo, pensi che la tensione forse è un po' alta da parte di tutti in questo periodo, passato lo stupore di quel gesto non ci pensi più e vai avanti nel tuo cammino quotidiano .
Invece no, "qualcuno" che ha deciso di "investire" tempo e soldi (nostri) decide dopo quasi un mese dall'accaduto quando tu te ne sei completamente dimenticato, di ribaltare le carte del gioco....per fini politici forse?
E così capita che un giorno ti suona il telefono e all'improvviso ti ritrovi catapultato in una realtà completamente diversa, che non conosci affatto, che non sai gestire da solo perchè non ti era mai capitato di ritrovarti all'interno di un ufficio della sezione investigativa della digos di Torino a sentirti dire che quel giorno tu hai oltragiato un pubblico ufficiale facendo lui un gesto offensivo! ti scrutano, ti chiedono, ti parlano mentre tentano di carpire chissà cosa perfino dai tuoi movimenti e ti dicono che quello che ha oltraggiato facendo il dito medio non è la persona in divisa che si sporgeva da quel finestrino, ma sei tu.!!!
Da oggi sono indagato per il reato di "oltragio a pubblico ufficiale" di cui l'art 341 bis del codice penale per un atto che HO RICEVUTO da chi in quel momento andava a rappresentare quello che mi sforzo ancora di voler chiamare lo stato italiano.
Inizia un nuovo percorso della mia vita e della mia lotta che in un certo senso avevo anche pensato di dover mettere in conto ma non per una cosa così sciocca e priva di significato. Già...il significato...forse sciocco per me ma evidentemente non sciocco per chi ha deciso che ogni teatrino da montare può essere utile a cercare di metterci i bastoni tra le ruote.

Non dimentichiamoci mai che dobbiamo RESISTERE PER CONTINUARE AD ESISTERE!"


Lettera firmata - via mail

Decreto “salva manganello”; sui reati della polizia decide il procuratore capo

Il governo prepara una corsia preferenziale per gli operatori di polizia accusati di reati commessi durante la gestione dell’ordine pubblico. Ad annunciarlo è stato ieri il ministro degli Interni Roberto Maroni riferendo alla Camera sugli scontri del 15 ottobre.
Nel caso di reati, ha spiegato Maroni, le indagini non saranno più di competenza del pubblico ministero di turno, ma dovrà esserci “un intervento diretto del procuratore capo, cui spetterà procedere sottraendo la competenza al primo sostituto procuratore”.
Il titolare del Viminale non ha specificato se l’intervento sarà limitato a un “visto” per le indagini oppure se sarà lui a dover condurre l’inchiesta. Di certo il provvedimento presenta non pochi punti oscuri, come spiega Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera.
“Sembra quasi un atto di sfiducia nei confronti dei sostituti procuratori, e non si capisce a cosa sia dovuto. D’altra parte - prosegue la parlamentare - Maroni sembra essere convinto chissà perché di poter in qualche modo condizionare i procuratori capo”. La nuova norma, che Maroni ha spiegato essere ancora in via di “approfondimento”, dovrebbe essere inserita in un disegno di legge da presentare in uno dei prossimi consigli dei ministri.
“È una norma richiesta dai poliziotti e dai carabinieri - ha spiegato Maroni - che dagli incidenti di Genova in poi hanno manifestato una sorte di timore psicologico a intervenire”. Prevista per i manifestanti anche l’estensione, come giù avviene per le manifestazioni sportive, dell’aggravante delle lesioni gravi e gravissime a pubblico ufficiale, con pene comprese rispettivamente da 4 a 10 anni e da 8 a 16 anni, e “un rafforzamento delle tutele patrimoniali” in caso di risarcimenti.

fonte: il manifesto

Cucchi e le altre morti bianche… “vogliono farci credere che è stato per colpa loro”

“L’idea di fondo è che la vita dei singoli va sacrificata a un interesse collettivo”. Parla l’avvocato Fabio Anselmo, che rappresenta le famiglie delle vittime contro lo Stato.
Patrizia piange e nonostante ci provi e ci riprovi, proprio non riesce a parlare, per un dolore testualmente “incommensurabile” che le strozza la gola. Un dolore, aggiunge, “che si accumula e diventa troppo da sopportare, un dolore che non dovrebbe sentirlo nessuno”. Lucia preferisce non dire nulla, con un sorriso amaro dice no, grazie. Poi tocca a Domenica che a malapena pronuncia qualche parola a bassa voce, e poi si interrompe.
Parla Ilaria, parla per tutte le mamme, le sorelle e le figlie - diventate una fila intera, sedute una accanto all’altra, ed è questo che raggela il sangue più di tutto - di chi è morto di morte bianca, senza motivo ma con tanti sospetti, tra caserme, ospedali e posti di blocco, dove pure di norma ci sono tanti, tantissimi servitori dello Stato che lo Stato manda allo sbaraglio per pochi euro e con ancora meno benzina nel serbatoio. Aldrovandi, Uva, Ferrulli, Cucchi, più tutti gli altri casi simbolicamente presenti qui a San Lorenzo, Roma, in un teatro che ascolta in silenzio, nella pancia di un quartiere che vuole bene, a quelle donne piene di dignità e di rabbia, unite da un filo atroce: “Loro sono le mie amiche, le mie sorelle, sentiamo lo stesso dolore e non chiediamo altro che la verità” dice Ilaria Cucchi a nome di tutte.
Ma, appunto, è sempre più difficile raccontare quello che lei, Patrizia Moretti, Lucia Uva e Domenica Ferrulli vanno ripetendo da mesi, o da anni, per parlare di chi manca all’appello, Stefano, Federico, Giuseppe, Michele. Per mostrare a tutti la collana di parole e di foto, così hanno ridotto mio fratello, questo era mio figlio, che è sempre più difficile da portare.
Nemmeno questo, a dire il vero, nel caso di Niki Aprile Gatti, 26enne che viveva a San Marino ed è stato arrestato il 19 giugno 2008 con l’accusa di truffa informatica, un ragazzo risucchiato nella colossale e nebulosa vicenda Telekom Sparkle-Fastweb: cinque giorni dopo viene ritrovato cadavere, ufficialmente per suicidio, nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano, a Firenze. Di Niki non è rimasta nemmeno una foto del cadavere, e il suo appartamento fu ripulito da cima a fondo poco dopo la sua morte da ladri piuttosto strani.
Poi tocca a Fabio Anselmo, l’avvocato che suo malgrado è diventato il collante di tutte queste storie, scoppiate dopo quella di Federico Aldrovandi che è stato un po’ come un tappo per una bottiglia troppo vivace. Il legale che ha portato o vuole portare in tribunale pezzi di Stato e pezzi di istituzioni. Invitato, anche lui, per il secondo anniversario della morte di Stefano Cucchi che - ricorda lui, scandendo le frasi e scegliendo le parole nel vocabolario dell’indignazione - per la giustizia italiana è ancora “un albanese senza fissa dimora”, quanto era scritto nell’ordinanza di custodia cautelare - poi convalidata - di quella maledetta sera di ottobre del 2009.
“Le Nazioni unite hanno formulato 92 raccomandazioni al nostro governo che ne ha respinte immediatamente 16, la prima delle quali riguardava l’uso della tortura. I nostri politici l’hanno rimandata indietro con la motivazione “da noi non serve”. L’avvocato entra poi nel cuore del problema che è anche il filo conduttore di tutti i fascicoli di cui si occupa, accomunati tecnicamente anche - spiega lui - dallo stesso modo di redigere le autopsie, gli atti, di descrivere le vittime come in preda ad atti autolesionistici.
Parla a braccio, Anselmo, ma tocca tutti: “Il concetto che accomuna tutti questi processi è il tentativo che stanno facendo di far passare l’idea che chi è morto, in fondo ha avuto quello che si meritava. Questo vale per esempio per Stefano Cucchi che era maleducato e non è stato collaborativo, al processo in corso la gran parte del tempo la passiamo a parlare dei suoi difetti e lo scopo di tutto è metterli in luce insieme a quelli delle famiglie.
Per Federico Aldrovandi che camminava alle cinque del mattino in un parco pubblico, e non doveva esserci, o per Michele Uva che ha avuto un passato da clochard e ha fatto una fine terribile, ma anche per Michele Ferrulli che come gli altri è morto per colpa sua. E questo perché si vuol far passare l’idea di fondo che la vita umana dei singoli vada sacrificata per qualche supremo interesse collettivo dello Stato o della giustizia. Vi parla uno che è considerato un somaro, perché il 70-80% delle mie istanze e delle mie domande viene respinto dalla corte”.
Basta leggere uno dei resoconti di agenzia sulle udienze: “Stefano Cucchi agli infermieri si mostrò poco collaborativo, esile e si alimentava in modo discontinuo”. E ancora, nella testimonianza dell’infermiera Maria Giulia Masciarelli: “Aveva gli occhi lividi, ma non gli chiesi il perché. Non voleva fare terapia endovenosa e rifiutò la visita oculistica. Durante il giro letti, una collega gli domandò con chi potevamo parlare per fargli avere biancheria pulita, ma Cucchi rispose che non gli interessava nulla; disse di no anche quando gli proponemmo l’utilizzo di biancheria del reparto”.
I “no grazie” di un ragazzo che era pieno di lividi e piuttosto malconcio possono suonare in tanti modi, in un’aula di tribunale, e secondo l’avvocato Anselmo il rintocco che hanno non ci porterà lontano. Lo scenario tratteggiato dall’avvocato non induce pensieri sereni: “È utile riflettere su queste problematiche perché riguardano i valori sociali e l’impostazione culturale della nostra giustizia. Tutte queste vittime sono state massacrate due volte, anche durante il processo, un po’ come succedeva negli anni 70 per i procedimenti per violenza carnale in cui le donne erano vittime e poi sotto accusa.
Il fine ultimo ovviamente è scoraggiare la denuncia per questo tipo di reati in nome delle istituzioni, della giustizia e della sicurezza nostra e dei nostri figli. La rabbia di queste persone è anche la nostra rabbia. Ed è terribile questa dicotomia tra la giustizia e il popolo in nome del quale viene amministrata e che invece diventa una frusta sulla schiena di queste donne e di queste famiglie”.
Da qui un appello che riguarda 1a società civile, ma non solo: “Abbiamo bisogno dell’attenzione dell’opinione pubblica perché lo scopo di fondo è fare in modo che la gente si disinteressi perché tutto cada nel dimenticatoio. Il gioco è questo. Per questo vogliono far passare molti anniversari come questo per Stefano Cucchi, prima di arrivare alla sentenza.
Il mio pronostico, anche se ovviamente spero di sbagliarmi, è che queste persone saranno condannate in primo grado, per tacitare un po’ l’opinione pubblica, ma poi con l’appello e la Cassazione tutto cambierà e vedrete che magari Stefano resterà un morto per colpa medica”. C’è anche un altro aspetto che spinge il percorso delle famiglie, di Ilaria, Patrizia e delle altre donne, verso un imbuto molto stretto.
“Questo tipo di processi costringe i privati, queste famiglie, a sopportare altissimi costi e quindi ad un peso economico molto rilevante dato dalle spese legali e processuali, unitamente all’estremo garantismo che in realtà è un bizantinismo dove il cittadino, in questo caso le vittime e le loro famiglie, non possono che venire spazzate via”. E come si fa a continuare ad avere fiducia nella giustizia e nei processi? “Ci vuole pazienza, tanta, e tanta fiducia, direi quasi una pazienza e una fiducia divina, teologica”.

fonte: l'Unità

Liberarsi dal carcere e dai manicomi

Giovedi' 27 alle ore 21 a Pisa, nello spazio autogestito Newroz in piazza Garibaldi: dibattito con Salvatore Verde, saggista e membro onorario del Tribunale dei minori di Napoli, che presenterà le sue ricerche su carcere e manicomio
Livorno, Venerdì sera 28 Ottobre, al teatro Officina Refugio, Nicola Valentino invece presenterà il suo libro "Ergastolo"
Sabato 29, all'Emerson di Firenze, a partire dalle ore 20, si svolgerà l'iniziativa conclusiva di denuncia e informazione sul sistema carcerario e repressivo italiano.


26 ottobre 2011

Eurogendfor: battesimo di piazza? La polizia militare europea alla prova greca

Si tratta di un mormorio, di voci prima diffuse, poi smentite. Fatto sta che lo scorso 8 ottobre le della Gendarmeria europea (Eurogendfor) sarebbero sbarcate a Igoumenitsa, in Grecia, provenienti dalla base di Vicenza, per poi essere trasferite alla base di Larissa, dopo aver attraversato tutto il Paese in direzione est, e da lì ripartire verso i Balcani.
Fonti giornalistiche greche hanno confermato di aver visto militari e veicoli sbarcare a Igoumenitsa, con tanto di effigie dell’esercito comunitario. Secondo le fonti ufficiali, si tratterebbe di un’esercitazione dell’Eurogendfor (che riunisce truppe di Olanda, Romania, Francia, Spagna, Portogallo e Italia) assieme ad alcuni soldati originari della Repubblica Ceca e facenti parte della Seebrig, la forza di pace multinazionale "Sudest Europa" che agisce sotto l’egida Onu.
Insomma, pare si tratti di un’operazione di routine, già programmata da tempo. Sta di fatto che l'esercitazione è andata a cadere, caso strano, proprio in Grecia e proprio a ridosso degli scioperi programmati per il 19 e 20 ottobre scorsi. Alquanto strano che una forza di polizia internazionale vada ad esercitarsi proprio in un luogo dove da settimane si susseguono serrate e manifestazioni di piazza, non sempre pacifiche.
Giovedì scorso, con una nota diffusa a tarda notte, la polizia greca ha negato "la presenza di forze europee di gestione della crisi", tuttavia venerdì, due parlamentari del partito Comunista hanno presentato un'interrogazione al ministro della Protezione dei cittadini, chiedendogli se i militari europei fossero realmente arrivati nel Paese per aiutare le forze dell'ordine ateniesi a sedare eventuali situazioni di tensione. Al momento di scrivere, il ministro non ha risposto, nonostante uno dei suoi portavoce abbia confermato ai giornalisti la presenza della brigata "Balcani" della Seebrig.
Non si sa, quindi, se la presenza dell'eurogendarmeria in Grecia sia davvero un'esercitazione o se sia intervenuta in piazza durante le recenti manifestazioni. Alcuni giornali greci sostengono che le voci legate ai militari comunitari siano state create per far pressione sui corpi di polizia greci, accusati di troppa indulgenza nei confronti dei manifestanti e idealmente loro vicini in quanto pubblici dipendenti, e quindi bersaglio dei tagli del Governo nell'ambito del piano di austerity.
L'Eurogendfor è composta da 3000 uomini con sede in Italia, organizzati in due brigate. Per quanto riguarda l'evenutale veridicità della voce che parla di un'esercitazione, occorre dire che ciò pare alquanto strano, poichè la Grecia non è un Paese membro di Eurogendfor. Analogo discorso vale se la forza internazionale è davvero intervenuta a scopo antisommossa nelle manifestazioni di piazza: la Grecia non fa parte del trattato di Veslen, trattato da cui ha origine la polizia militare europea, e in ogni caso sul suolo greco, in un momento di particolare crisi sociale interna, è venuta a trovarsi una forza militare straniera.
Senza scendere nella fantapolitica, se così fosse questa forza antisommossa, di cui fanno parte solo le polizie militari dei Paesi che hanno firmato il trattato di Veslen, quali ordini sta eseguendo? Da parte di chi? Del governo greco, che non fa parte del trattato, o dei paesi firmatari?
I detrattori di queste voci ricordano che l'Eurogendfor è una forza di Polizia militare istituita nel 2004, da impiegare in zone di crisi e di guerra, oppure dove le forze militari hanno appena lasciato il campo ad un nuovo governo dopo un conflitto. Insomma, si tratta di crisi di tipo bellico e non certo di rivolte di piazza. Per il momento, l'Eurogendfor è composta da Carabinieri, Gendarmeria Nazionale francese, Guardia Civil spagnola, Guardia Nazionale Repubblicana portoghese e Marechaussee Reale olandese. L'Italia fornisce all'Eurogendfor il maggior contributo di uomini. Eurogendfor non obbedisce ai Parlamenti nazionali, ma direttamente ai singoli governi dei Paesi componenti. Il Quartier Generale si trova a Vicenza e che lo Stato ospitante, cioè l'Italia, sostiene tutte le spese del Quartier Generale.
Fatto sta che il trattato di costituzione di Eurogendfor, che dopo la sua ratifica è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 14 Maggio 2010, recita nell'art.3 che: "Eurogendfor potrà essere utilizzata al fine di: a) condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; (...) c) assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d'intelligence; (...) e) proteggere le persone e i beni e mantenere l'ordine in caso di disordini pubblici.
Pertanto, non si tratta affatto di una superpolizia impiegata in casi estremi e scenari di guerra: la legge dice che possono intervenire in piazza. E il mistero resta, poichè non si capisce, né dal Trattato di Veslen, né dai regolamenti istitutivi, se il corpo armato può intervenire se "chiamato" da un Paese non firmatario. Insomma una vicenda certamente inquietante, e si resta in attesa di risposta al quesito iniziale: chi ha assicurato l'ordine pubblico, alle recenti manifestazioni del 19 e 20 ad Atene? Sicuri che fosse qualcuno in grado di parlare in greco?

Alessandro Iacuelli

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