26 ottobre 2011

Asti: La testimonianza di un detenuto, era un incubo...

Parla Andrea Cirino, il carcerato che ha aperto il caso. Era arrivato nel carcere di Asti da un paio di mesi, Andrea Cirino, 33 anni, di Torino, all'epoca dei fatti tossicodipendente. È uno dei due detenuti (insieme a Claudio Renne, di 29 anni) sulla base delle cui deposizioni la procura astigiana aveva chiesto il rinvio a giudizio di 12 poliziotti penitenziari. Sette sono stati prosciolti, cinque andranno a processo il 27 ottobre prossimo.
Cirino, nel dicembre 2004, era rinchiuso ad Asti nella sezione B2 per rapina con lesioni quando un giorno litigò con un agente e gli mise le mani addosso. "L'ho aggredito io, mentre Renne, mio compagno di cella, cercò di dividerci", racconta. Sorvolando su quella che lui descrive come una vera e proprio ritorsione immediata, con gli "agenti che mi prendono a calci e pugni mentre vengo accompagnato dal comandante", partiamo dal suo racconto di quei venti giorni passati da allora in cella di isolamento. Ovviamente, la sua testimonianza è per ora solo un atto di accusa. E gli agenti in questione sono innocenti, fino a condanna definitiva.

Dove la portano? Cosa succede?
Vengo rinchiuso nell'ultima cella a sinistra, Renne nell'ultima a destra: dalla parte opposta. C'erano altri detenuti in altre celle. Da subito iniziano le violenze: mi lasciano completamente nudo, con una branda senza materasso né coperte, alle finestre non c'erano vetri e faceva molto freddo. C'era un piccolo termosifone acceso ma se provavo ad appoggiarmi gli agenti battevano sulle sbarre e mi insultavano. Io non dormivo mai perché sapevo che quando bevevano o si drogavano poi venivano a picchiarci.

Si drogavano? È un'accusa grave questa.
Ho raccontato tutto all'ispettrice di polizia a capo delle indagini (Antonella Reggio, ndr) e ai pm: si vedeva dagli occhi che avevano tirato cocaina. O bevuto. Erano troppo esaltati e con una cattiveria che non era normale. Non mi davano quasi mai nulla da mangiare o da bere e quando lo facevano ero sicuro che ci avessero sputato o urinato dentro. Quindi rifiutavo e rispondevo ai loro insulti. E loro si scatenavano: mi picchiavano di giorno e di notte con gli anfibi e io rannicchiato per terra cercavo di coprire faccia e testicoli. Non lo facevano solo con me, ho sentito le grida anche di altri detenuti malgrado chiudessero i blindati. A volte al pestaggio partecipava anche qualche detenuto loro alleato.

Chi poteva accedere al reparto?
Il medico, ma non veniva mai, e l'infermiera per le terapie. Io prendevo dei tranquillanti altrimenti impazzivo, eppure non riuscivo a dormivo per paura.

L'inchiesta sul carcere di Asti si apre dopo che un assistente di polizia penitenziaria e la sua convivente vengono arrestati per droga. Da lì partono le intercettazioni e la prima testimonianza raccolta è quella di Renne. Lei però nega tutto, perché?
Perché ero stato trasferito ad Aosta, dove non conoscevo nessuno e avevo paura. Renne invece era ancora nel carcere di Asti e a quel punto nessuno poteva più toccarlo.

Possibile che tutti gli agenti fossero collusi?
C'era un brigadiere siciliano che a un certo punto cercò di farli smettere. Me lo disse un detenuto che partecipava ai pestaggi e i miei amici che dalle finestre di sotto mi urlavano di resistere, che stavano cercando di aiutarmi.

Lei ha mai tentato di suicidarsi?
No, ho fatto un gesto di autolesionismo solo una volta perché mia figlia stava per morire e io volevo uscire per vederla.

E invece gli agenti sostengono di averla salvata da un tentato suicidio.
Un giorno mi portano un bel piatto di pasta e io, sfinito, accetto anche se penso a cosa possano averci messo dentro. Poi non mi ricordo più nulla e mi sveglio in ospedale col collo tutto viola. Mi dicono che ho tentato di suicidarmi. Ma non è vero: io ero completamente nudo, dove avrei trovato il laccio di scarpe? E il gancetto dove dicono che mi sarei impiccato non avrebbe mai retto il mio peso. Mi hanno riferito che al cambio di turno delle 16 una guardia mi avrebbe trovato in quelle condizioni.

Ma se avessero voluto ucciderla non lo avrebbero fatto nel cambio di turno.
Non so, forse erano solo mossi da impulsi bestiali.

Come vive adesso?
Ho sempre paura di uscire, ho paura di vederli anche in tribunale. Soffro di attacchi di panico. Sto cercando lavoro, ogni tanto faccio l'elettricista, ma non è facile.


fonte: il manifesto

La verità scomoda che riapre il caso di Giuseppe Uva

Lucia Uva non vuole un risarcimento. Vuole la verità. Dopo più di tre anni di lotta, una perizia ordinata dal tribunale ha riaperto il processo sul decesso di suo fratello. Giuseppe Uva è morto nella notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. È stato fermato per schiamazzi, portato nella caserma dei Carabinieri di Varese dove è stato trattenuto per ore.
L’amico che era con lui, Alberto Biggiogero, giura di averlo sentito gridare tanto che ha chiamato il 118 perché “qui stanno massacrando un ragazzo”. Nessuno, però, ha mai voluto sentire la sua testimonianza. Eppure sono stati gli stessi carabinieri poco dopo a chiamare l’ambulanza per trasferire Uva all’ospedale psichiatrico dove è deceduto.
È stata proprio sua sorella in obitorio a fotografare la sua salma sfigurata. Foto orribili che, come in altri casi analoghi, certificano con brutale evidenza lo stato di quel cadavere: un corpo martoriato con ecchimosi estese e bruciature simili a quelle causate da sigarette. Si tratta di un dato di fatto che da solo avrebbe dovuto portare ad un’indagine seria su ciò che è avvenuto quella notte nella caserma dei Carabinieri di via Saffi. Invece il procuratore di Varese Agostino Abate ha deciso di concentrarsi solo su ciò che è successo dopo, in ospedale. Il pm infatti ha dato corso ad un processo che vede come unico imputato per omicidio colposo un medico che avrebbe ucciso Uva somministrandogli un’improvvida dose di calmanti.
Questo processo però settimana scorsa è stato completamente messo in discussione da una perizia disposta dal giudice Orazio Muscato. I tre esperti incaricati del lavoro hanno certificato che Giuseppe Uva non è morto a causa dei calmanti. “Le dosi somministrate - si legge nella perizia - risultano inidonee a causare il decesso”. Non solo. Sui jeans indossati da Uva quella notte sono state riscontrate tracce ematiche, ma anche tracce di feci, urina e sperma. Per questo hanno richiesto di completare la perizia riesumando la salma e effettuando una Tac.
A questo punto il procuratore Agotino Abate deve spiegare alla sorella, ma anche alla città di Varese e a tutto il paese, il perché di così tante ed evidenti incongruenze tra la vicenda processuale da lui condotta e la realtà che emerge da una perizia che poteva essere compiuta molto tempo prima. Perché il fascicolo aperto sul fermo di Uva è rimasto e rimane chiuso nei cassetti della procura? Perché l’autopsia effettuata sul cadavere e resa nota dopo mesi dal decesso parla solo di “lievi escoriazioni”?
Perché il medico legale di cui si è avvalsa la procura, il dottor Marco Motta, ha ritenuto di indirizzare le indagini esclusivamente sulla pista del farmaco letale? Perché quei jeans macchiati di sangue sono stati riconsegnati subito alla famiglia la quale, per sua iniziativa, li ha immediatamente riportati alla polizia? E perché si è dovuto attendere l’esito della perizia per sapere ciò che si poteva presumere sin da subito? Gli esperti interpellati dal tribunale dicono che su quei jeans c’è una macchia di sangue di 16 centimetri per 10 all’altezza del cavallo. Una traccia macroscopica che, come ricorda l’avvocato di Lucia Uva, Fabio Anselmo, è stata derubricata dai pm a “macchia di pomodoro”.
Infine è lecito chiedere, come fa l’associazione a “Buon Diritto” di Luigi Manconi: “si può escludere che Uva abbia subito violenza sessuale?”. Per avere risposta a queste domande l’unica via è che il tribunale di Varese disponga la continuazione di quella perizia senza ulteriori perdite di tempo. E c’è da giurare che il senso di giustizia del procuratore Abate lo porterà a sottoscrivere questa richiesta. Lo merita Lucia Uva e lo pretendono tutti coloro che hanno diritto di sapere che cosa è successo davvero.

fonte: il manifesto

25 ottobre 2011

15 Ottobre: Solidali con Chucky

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA
OVVERO CHI CREDE NEL GARANTISMO A CORRENTE ALTERNATA

Sabato scorso un contingente di forze dell’ordine degno del più pericoloso boss mafioso ha arrestato Leonardo (Chucky) con la gravissima accusa di tentato omicidio, ritenendolo uno dei responsabili dell’assalto al blindato dei carabinieri avvenuto durante la manifestazione del 15 ottobre a Roma. Immediatamente Leonardo è stato sbattuto su tutti i giornali e Tg nazionali, etichettato come un terrorista di professione, nonostante l’unico elemento a suo carico sia un’intercettazione discutibile. Gli inquirenti avevano affermato di avere anche foto e filmati del presunto reato, che invece, secondo le dichiarazioni rilasciate dall’avvocato di Leonardo non esisterebbero.

15 ottobre a Roma: liberi tutti! Libere tutte!

La giornata del 15 ottobre, lanciata dagli indignados spagnoli, ha raccolto l’adesione di oltre 1000 città in tutto il mondo. Questo nuovo movimento globale nasce nella cornice globale di una crisi strutturale del capitalismo, che ha prodotto negli ultimi mesi forme di resistenza in tutto il mondo: dal Cile a Londra, dalla Grecia a New York City.

La ricetta di Maroni: Legge Reale e immunità per le forze dell'Ordine

Il ministro degli Interni Maroni sta preparando un decreto legge che assicuri alle forze dell'ordine le cosiddette "garanzie funzionali", ovvero le tutele giuridico - legali che - come ha detto - impediscano a un pm di mandarle in galera. Dal Viminale arrivano conferme: stiamo lavorando, ma sui particolari bocche cucite. Anche se le ipotesi sono già delineate. Scomodando l'ormai tornata di moda legge Reale o addirittura il vecchio Codice Rocco, si costituirebbe un filtro attraverso la Procura generale, che dovrebbe decidere se iscrivere nel registro degli indagati il poliziotto sospettato di aver abusato delle sue funzioni, magari agitando oltremisura un manganello. Niente più obbligatorietà dell'azione penale per il pm, ma la discrezionalità di un Procuratore generale.
L'idea di dare maggiore immunità alle divise (voluta anche dal capo della polizia, Manganelli) era già contenuta nel pacchetto di misure illustrate martedì in Senato, quando il ministro ha riferito sugli scontri di Roma. Con una grossa differenza, però: Maroni aveva ipotizzato un disegno di legge da portare in Consiglio dei ministri dopo aver consultato le opposizioni. In tre giorni il ddl è diventato un decreto.
Il confine, però, è molto labile, quando lo stesso Maroni parla così: "I poliziotti dal G8 di Genova hanno la condizione psicologica di passare per carnefici, perché quando un poliziotto viene processato per aver fatto il suo dovere non solo è uomo distrutto, ma si diffonde una consapevolezza: perché dovrei fare qualcosa che mi distrugge la vita?". Forse per essere promosso, come è accaduto ai protagonisti della "macelleria messicana" del 2001.

Asti: Botte e vessazioni a due detenuti, cinque agenti rinviati a giudizio

Cinque agenti della polizia penitenziaria, in servizio nella casa circondariale di Asti, sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti: entrambi sono stati lasciati per alcuni giorni, in isolamento, completamente nudi in una cella priva di vetri alla finestra, di materasso, di lavandino e di sedie; per vitto è stato fornito loro solo pane ed acqua.
Ai due, inoltre - secondo l' accusa - veniva impedito di dormire. Il processo contro i cinque agenti penitenziari comincerà tra tre giorni, il 27 ottobre, ad Asti. Le vittime, Claudio Renne e Andrea Cirino, hanno denunciato maltrattamenti da carcere "turco" da parte della "squadretta" di agenti che avevano instaurato all'interno della struttura carceraria "un tormentoso e vessatorio regime di vita", si legge nell'imputazione.
Claudio Renne, nel dicembre del 2004 - secondo quanto emerge dagli atti dell'inchiesta - viene portato in una cella di isolamento, come punizione per aver cercato di placare un diverbio tra un agente e un altro detenuto. La cella è priva di materasso, sgabelli e acqua. La finestra è priva di vetri e Renne ci rimarrà per due mesi, i primi due giorni completamente nudo.
Il cibo, racconta il detenuto, è limitato a pane e acqua, ma a volte gli agenti gli lasciano dietro la porta della cella il vitto del carcere che lui può vedere ma non prendere. Le botte si ripetono più volte al giorno, calci e pugni su tutto il corpo, tanto che gli sarà riscontrata la frattura di una costola oltre ad una grossa bruciatura sul volto causata da un ferro rovente. Il più feroce dei suoi carcerieri, uno dei cinque agenti rinviati a giudizio, che agiva spesso sotto effetto di alcol e droga, nel corso di un pestaggio gli strappa con le mani i capelli che Renne aveva raccolti in un codino sulla nuca.
Tra il dicembre 2004 e il febbraio 2005 anche Andrea Cirino viene tenuto in isolamento, per 20 giorni, e gli viene negata l'acqua. La notte, racconta, gli agenti gli impediscono di dormire battendo le grate della cella, il giorno viene picchiato ripetutamente. Cirino, in seguito, tenterà il suicidio per impiccagione.
"Dalle intercettazioni e dalla relazione di polizia giudiziaria emergono particolari inquietanti", afferma Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che ha chiesto di costituirsi parte civile al processo. "Nel carcere di Asti - aggiunge - vigeva una cultura diffusa di violenza da parte dei poliziotti e di indifferenza da parte di medici e direttore".
un assistente di polizia penitenziaria dello stesso carcere nel 2006 testimonia: "nel caso in cui i detenuti risultino avere segni esterni delle lesioni, spesso i medici di turno evitano di refertarli e mandano via il detenuto dicendogli che non si è fatto niente o comunque chissà come si è procurato le lesioni. Inoltre lo convincono a non fare la denuncia dicendogli che poi vengono portati in isolamento e picchiati nuovamente". In una intercettazione ambientale tra uno degli imputati e un altro agente del carcere, il primo afferma: "Ma che uomo sei... devi avere pure le palle... lo devi picchiare... lo becchi da solo e lo picchi... io la maggior parte di quelli che ho picchiato li ho picchiati da solo...".

L'ex direttore: io non ho responsabilità, processo accerterà verità
"La polizia giudiziaria ha ipotizzato mie responsabilità ma è stata smentita dalla stessa procura che non le ha giudicate plausibili. Spero che ora il processo consenta di accertare la verità. Se sarò chiamato a testimoniare lo farò molto volentieri per dare un contributo a chiarire i fatti".
Così Domenico Minervini, ex direttore del carcere di Asti e attualmente direttore della casa circondariale di Aosta, commenta la notizia del rinvio a giudizio di cinque agenti della polizia penitenziaria astigiana per aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti.
In merito alla vicenda, Minervini sottolinea: "Ho sempre trasmesso alla procura le segnalazioni di pestaggi o abusi nei confronti di detenuti. In quel caso il personale non mi aveva segnalato nulla e quindi non ho potuto informare la magistratura: si tratta di pubblici ufficiali che avevano l'obbligo di relazionarmi e non l'hanno fatto. Ora il processo accerterà eventuali responsabilità".
Minervini, infine si dice "amareggiato per la superficialità dell'associazione Antigone" che ha parlato di indifferenza da parte dei medici e del direttore del carcere di Asti. Secondo Minervini l'associazione "ha fatto affermazioni senza aver letto le carte dell'inchiesta. Io non ho ricevuto alcun provvedimento da parte della procura, nemmeno un avviso di garanzia, segno che i magistrati hanno reputato che sono totalmente estraneo alla vicenda contestata.

fonte: Ansa

22 ottobre 2011

No Tav: Zona rossa, reti e blindati, la Val Susa è militarizzata

La zona rossa che impedisce qualunque accesso ai cantieri della Tav resterà in vigore fino alle sette di lunedì mattina (video). Un paio di migliaia di agenti e blindati dovranno impedire che il popolo delle valli, quello che si batte da anni contro quella che considerano una devastazione del territorio, la tratta Torino Lione dell'alta velocità, si avvicini, anzi, che provi soltanto ad avvicinarsi alle reti alzate a difesa del cantiere esplorativo di Madonna del Chiomonte. Sono vietate strade, vie, sentieri, prati e boschi a Chiomonte e Giaglione. Misure prese dal prefetto di Torino sull'onda del 15 ottobre romano per affrontare la decisione presa in assemblea dal popolo che si oppone alla Tav di arrivare alle reti domani e di tagliarle. Praticare la disobbedienza civile è il metodo scelto dal coordinamento dei comitati NO TAV in risposta alla militarizzazione del territorio.

segui su notav.eu

Due anni fà Stefano Cucchi......

Quelle immagini, dolorosissime sono ancora una ferita aperta nelle coscienze. Sono due anni oggi, che Stefano Cucchi è morto in "circostanze misteriose", si dice ancora. Trentuno anni, fermato dai carabinieri in un parco a Torpignattara per un po' di erba trovata in tasca, portato in due caserme e poi portato d'urgenza all'ospedale Sandro Pertini. Restituito alla famiglia morto, un cadavere straziato e trasfigurato dalle percosse. Una famiglia che non può credere ai propri occhi e che decide di mostrare a tutti quel corpo martoriato, di mostrarne le foto. Foto che sembrano provenire dagli abissi della storia, dai campi di concentramento, dai genocidi, dalle dittature più terribili. E invece è ciò che resta di un ragazzo picchiato selvaggiamente, ridotto alla disperazione dell'Urlo di Munch. Una storia come tante di quelle che non si raccontano mai. Stefano è uno dei tanti. Due altri nomi a caso potrebbero essere Giuseppe Uva o Federico Aldrovandi, e decine di altri nomi non li sapremo mai. Tornano a Stefano Cucchi e ai due anni di battaglia della sorella Ilaria per ottenere la verità, il bilancio è ancora desolante. Ancora oggi è stato «escluso un nesso di causalità tra le violenze subite - per cui sono stati rinviati a giudizio tre poliziotti penitenziari - e la successiva morte» dice. Ancora oggi, a due anni dalla morte di Stefano.

Haidi Giuliani: Sallusti è un provocatore

Quale è la tua reazione di fronte alle parole violente e sconsiderate di Sallusti?
Con Giuliano abbiamo già informato il nostro avvocato. Gli abbiamo chiesto la possibilità di una querela. Voglio dire, le opinioni possono essere molte e varie ma affermare che una persona ha fatto bene ad ammazzarne un'altra mi sembra davvero poco educativo.

21 ottobre 2011

Detenuto suicida al Marassi di Genova

Un detenuto di 29 anni, di origini marocchine, si è suicidato nel carcere di Marassi. Lo ha reso noto il sindacato Uilpa, precisando che si tratta del 55/mo suicidio in cella, in Italia, dall'inizio del 2011. L'uomo, Rahamani Jalel, detenuto per spaccio di stupefacenti e che avrebbe finito di scontare la pena tra due mesi, si è impiccato con le lenzuola in dotazione nella sua cella della sesta sezione del carcere. Al momento - sottolinea la Uilpa - vi risiedono 812 detenuti nonostante i posti disponibili siano 456. Solo quest' anno vi sono stati 2 suicidi, 9 tentati suicidi, 85 atti di autolesionismo grave, 10 aggressioni a danno di poliziotti penitenziari.

fonte: Ansa

Per il direttore de "il Giornale" Sallusti hanno fatto bene uccidere Carlo Giuliani

Durante la puntata di Matrix andata in onda mercoledi 19 ottobre, il direttore de il Giornale, Sallusti, ha affermato che il carabiniere che ha sparato uccidendo Carlo Giuliani a Genova 2001, ha fatto bene. Ferrero, segretario nazionale del Prc, presente in trasmissione, si è alzato e l'ha mandato a cagare.

15 Ottobre: Voci dalla Piazza/7

Dietro il passamontagna del 15 ottobre

Incolti, brutali, rozzi, prezzolati, criminali, teppisti, dementi, sfascisti, populisti, nemici. Neri. Eccolo, nei commenti sui quotidiani, l’identikit degli “incappucciati” di piazza san Giovanni.
Un unanime coro di condanna, di politici, di opinionisti – un arco che raccoglie la destra e la sinistra e i più radicali delle sinistre – che manda al rogo quei maledetti violenti.

15 Ottobre: Voci dalla Piazza/6

Sono passati un po’ di giorni dalla manifestazione romana del 15 ottobre, l’adrenalina ha cominciato a defluire, la rabbia sta lasciando posto alla riflessione, troppe parole dette frettolosamente stanno decantando. Caute diceva il filosofo, e l’insieme di dati che ormai abbiamo, spesso apparentemente contraddittori, ci invita alla cautela ma ci spingono ad una riflessione ordinata che è obbligo fare anche se non sappiamo bene in quali luoghi, e anche questa diventa una metafora interessante: senza i luoghi della “riflessione” politica rimane solo la piazza. Procediamo con ordine.

15 Ottobre: Voci dalla Piazza/5

LA VIOLENZA? MEGLIO UN MANTRA

Il 15 febbraio del 2003 cento milioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, che la guerra contro l'Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo. Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone perbene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e della guerra.

Brindisi: Bobo e i disoccupati sono tornati liberi!

Dopo 8 .giorni di arresti , gli inquirenti hanno rimesso in libertà Bobo e i 17 disoccupati , ritenendo dopo i loro interrogatori insussistenti i morivi dell’arresto , anticipando il giudizio del Tribunale del Riesame convocato per lunedì prossimo in merito alla montatura orchestrata contro l’importante lotta dei disoccupati per il lavoro.
La Confederazione Cobas è lieta di festeggiare con Bobo e i disoccupati brindisini la ritrovata libertà e agibilità che, come ebbe a dire uno dei disoccupati, intervenendo in piazza al momento della mobilitazione contro gli arresti : “ questa provocazione non fa che rafforzare i motivi della nostra lotta , chiunque abbia pensato di disunirci colpevolizzandoci , non ha compreso di quanta coesione e solidarietà disponiamo”.
La Confederazione Cobas prende atto del tardivo ravvedimento su una decisione sbagliata e arbitraria , che però non ripaga le ansie e le difficoltà procurate agli arrestati e alle loro famiglie.
La Confederazione Cobas continua a denunciare l’illegalità dei mandati di arresto facili e fasulli, così come le relative inchieste spesso tramutate in “ teoremi”che , laddove portati davanti le Corti Giudicanti vengono sconfessati e messi all’indice del malcostume , degli abusi e degli sprechi giudiziari. La decisione degli inquirenti romani che, invece di rimettere in libertà gli 11 rastrellati il 15 ottobre vengono mantenuti in carcere”per resistenza” , è la conferma di questo agire disinvolto e coercitivo.
La Confederazione Cobas condanna l’azione strumentale e balorda del ministro Maroni di approfittare dei fatti del 15 ottobre per disporre misure liberticide come il “ fermo di polizia e l’uso delle armi in ordine pubblico”, oltre che “ la tassa sulle manifestazioni” e altre porcherie anticostituzionali .
La Confederazione Cobas è schierata contro qualsiasi tentativo di limitare le libertà fondamentali, prima tra tutta la libertà personale, ed è in campo per far fallire miseramente chi attenta allo stato di diritto, per la sua involuzione autoritaria in regine di controllo e sospetto.

CONFEDERAZIONE COBAS

20 ottobre 2011

15 Ottobre: il Gip conferma gli arresti per 9 manifestanti fermati

Il gip Elvira Tamburelli, dopo gli interrogatori di garanzia dei 12 manifestanti fermati sabato dopo gli  scontri di sabato 15 ottobre. Dopo oltre sei ore di camera di consiglio, il magistrato ha stabilito che nove giovani resteranno in carcere, due andranno agli arresti domiciliari, mentre uno tornerà libero. Il reato contestato dalla procura è quello di resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale.

19 ottobre 2011

15 Ottobre: Voci dalla Piazza/4

Non possiamo condannare la rabbia.

Ho avuto paura il 15 ottobre nelle strade di Roma. Non fatico ad ammetterlo nella consapevolezza che la politica si fa con il corpo e con la testa, entrambi impauriti mentre a pochi metri da piazza San Giovanni impazzavano i roghi ed impazziva la gente, sempre di corsa a scappare da non si capiva bene cosa. Era impotenza di fronte alle auto bruciate, ai negozi assaltati, alle banche sfasciate. Era paura vera all'idea che la polizia potesse colpire, come avrebbe poi fatto in piazza, da un momento all'altro.

Proiettili di gomma e "danni collaterali"

In risposta alla delirante proposte del deputato del Pdl Carlo Nola di dotare la polizia italiana di proiettili di gomma, pubblichiamo un articolo di Nicola Tanno (nella foto) stutente molisano, colpito oltre un anno fa da un proiettile di gomma a Barcellona e da allora impegnato nella campagna Stop bales de goma.

Il Pdl invita a usare pallottole di gomma contro i manifestanti.

''Si tratta di utilizzare le 'pallottole di gomma', gia' in uso da parte dalle Forze di Polizia di tutti i Paesi Occidentali, oltre che dai comuni cittadini per la difesa delle proprie abitazioni''. E' quanto propone Carlo Nola deputato del PdL. ''L'effetto sul facinoroso e' l'equivalente di una sonora bastonata, e vi si puo' far ricorso ogniqualvolta sia necessario neutralizzare singoli individui mentre compiono azioni violente e non sia opportuno procedere ad una 'carica'''.

All'on Nola e a tutti coloro che invocano leggi speciali invitiamo a leggere la testimonianza di Nicola Tanno lo  studente molisano che il 12 luglio 2010, durante i festeggiamenti per la vittoria della nazionale spagnola a Barcellona, ha perso un occhio, colpito da un proiettile di gomma esploso dalle squadre antisommossa della polizia catalana.

Il mio occhio di plastica e le scuse che attendo

"Ogni mattina mi osservo allo specchio e l'occhio sinistro fissa profondamente se stesso per circa un minuto. È grande il mio occhio sinistro, è scuro e intenso e io, come bambino, gioco con il mio viso sorridendo e imitando le espressioni delle fotografie che mi ritraggono contento. Mi piace il mio sorriso, mi piaceva la relazione che c'era tra la mia espressione felice e i miei occhi. Mi piacevo. Successivamente il rituale impone di alzare la benda bianca che copre il suo corrispondente destro, ma il corrispondente destro non c'è, non c'è più. Gli hanno sparato.
La prima volta che ho avuto il coraggio di vedere cosa restava del mio occhio destro ho pianto, un pianto fatto di "perchè" e di "non è giusto", ora è già diverso, in maniera ripetitiva stacco lo scotch e procedo all'inserimento di acqua depurata e antibiotici ma non posso fare a meno di osservarlo, un'osservazione dettagliata e scrupolosa dell'oggetto che mi spaventa di più e mi fermo a vedere quanto sono diversi loro due, l'occhio e l'oggetto. È sinistra questa attrazione per l'orrore.
Ciò che resta non ha luce, non ha espressione, è un oggetto di plastica marrone ciò che si trova nell'orbita destra del mio viso, e intorno solo i resti delle palpebre distrutte e bruciate che poco a poco si riproducono. Il gioco dell'orrore impone di sorridere e vedere che effetto fa, per vedere come è diverso il colore del conformatore -è così che si chiama- dalla luce dell'occhio sinistro, che continua a essere vivo. Forse è un modo per devastare la negatività che trasmette, per dimostrargli che non mi fa paura. Lo stesso effetto fa l'ironia nera che dal 12 luglio esprimo spesso con le persone che mi sono a fianco, ridendo e scherzando su quello che mi è successo. "Ci sono cose su cui non si può chiudere l'occhio". Battute del cazzo.
Non mi fa più piangere -forse merito del deprax- ma mi concentro su come quel colore sia estraneo alla mia espressione allegra che ho visto in tante foto, con un sorriso a trentadue denti a volte un po' ebete ma felice. Eppure qualcosa si muove, la pelle delle mie palpebre danneggiate poco a poco rinascono, lentamente, scorgo le prime ciglia, i movimenti migliorano. I medici mi dicono che la ferita sta migliorando, Clara, con il suo sorriso e la sua tenacia che non abbandona mai, dopo ogni cura mi dice che ogni giorno vede progressi. Li vedo anche io quando mi osservo ogni mattina allo specchio, non piango più come quella sera in cui vidi un oggetto morto e estraneo davanti a me e osservo come le cose possono cambiare anche in meglio, ma poi, come per rendermi conto maggiormente di quello che mi è successo, come per essere sicuro che il cervello abbia recepito il cambiamento violento che ho subito e per dargli la forza di reagire, con la mano copro lentamente l'occhio sinistro per vedere cosa resta, e non resta niente, solo l'oscurità. Con l'oggetto di plastica non vedo e capisco che purtroppo ci sono cose che non possono cambiare. C'è che mi hanno sparato, lo hanno fatto la notte del 12 luglio 2010, a Barcelona, a Plaça Espanya, e io attendo di capire il perchè. I colpevoli li conosco già, sono stati i Mossos d'Esquadra. Mossos in italiano significa "ragazzi". I "ragazzi" di Salò, i "nostri ragazzi" in Iraq, chissà perchè chi spara passa sempre per ragazzo. In un mese e mezzo le riflessioni sull'accaduto sono state infinite: ho pensato alla casualità del male, che arriva per una serie di casuali e infauste combinazioni come il gol che Robben ha divorato davanti a Casillas, alla fortuna di non essere stato colpito alla testa e di aver perso un occhio e non l'intelligenza, il linguaggio, i ricordi. Mi sono spesso fermato a riflettere a quante volte al giorno moriremmo se facessimo una scelta piuttosto che un'altra, solo che non lo possiamo sapere! Per darmi forza ho pensato a chi sta peggio di me e ha la forza di andare avanti, a chi nasce nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato, a coloro per i quali perdere un occhio non è poi un problema così grande e poi a coloro i quali non hanno la fortuna di essere circondati da persone affettuose e forti che consentono di ricominciare dopo un grave incidente. Ascolto, penso, rido, cammino e vedo: va bene così. Come ha scritto una mia professoressa di scuola in uno dei tanti messaggi d'affetto che ho ricevuto, la realtà dell'oggi, per quanto è dura, è un segmento di un percorso di vita lungo, aperto al bello e al buono.
Ma penso anche a lui, a cosa ha pensato nel momento in cui ha deciso di premere il grilletto e a cosa pensa adesso. Chi è? Quale pericolo ha avvistato quel piccolo uomo che per poco non mi ammazzava? Cosa fa adesso? Pensa mai a quello che ha fatto? Lo vede come uno dei rischi inevitabili del mestiere o magari pensa che tutto sommato chi stava quel giorno a festeggiare mentre lui era costretto a inseguire la gente con il suo fucile se lo meritava un colpo in faccia? È uno che vive il suo lavoro con l'esaltazione del fascista respresso che desidera ordine e disciplina e che odia la spensieratezza e la felicità di coloro che sono diversi da lui, ai quali, a suo giudizio, bisogna dare una bella lezione di virilità? Oppure è una persona che ha il coraggio di non dormirci la notte e di sentirsi pentito di quello che ha fatto? Ha il coraggio di chiedere scusa? Perchè è questo che vorrei da lui e da coloro che la notte del 12 luglio hanno deciso di seminare il panico e di sparare verso i giovani, le donne e i vecchi inermi che festeggiavano felici la vittoria di un Mondiale: le scuse. Questi uomini d'armi - i "Ragazzi della Squadra"- questi gagliardi e maschili signori che lo scorso anno hanno picchiato selvaggemente gli studenti universitari che protestavano contro il Bologna Process e che hanno sparato contro coloro i quali festeggiavano per le vittorie del Barça hanno ancora tra le loro file chi ha premuto il grilletto e chi ha ordinato di farlo. Non è mai tardi per cambiare e per dare a Barcelona una polizia civile e democratica come meritano i suoi cittadini, ma i Mossos comincino con il chiedere scusa. Ma ci vuole coraggio."




Daspo e assicurazione patrimoniale per chi manifesta. Così Maroni immagina l'autunno caldo della caccia alle streghe

Maroni, dopo aver ricostruito la versione del Viminale dei disordini di sabato scorso nella capitale, ha citato in particolare la manifestazione 'No-Tav' prevista per questo fine settimana e ha sottolineato di aver "dato indicazioni a prefetti e questori affinchè vengano prese tutte le misure idonee per evitare ogni episodio di violenza". Maroni ha stigmatizzato le parole di alcuni dei leader dei 'No-Tav' secondo cui durante la manifestazione 'succederà qualcosa di bruttò e ha invitato tutti gli amministratori locali a "dissociarsi da quelle dichiarazioni e da eventuali atti di violenza".

In galera, in galera!!! La sinistra che passa da Deleuze alla delazione

A Di Pietro che chiede la reintroduzione della Legge Reale ci si poteva pure arrivare. Più semplice immaginare le prime pagine de Il Giornale che oggi chiede la chiusura dei centri sociali e lo sgombero di tutti i posti occupati. Ai più attenti non meravigliano di certo neanche i forzati scoop di Repubblica che si rivelano delle vere e proprie bufale virali. Quello che invece un po' sorprende è il delatore di sinistra da social network.

18 ottobre 2011

Si scatena il delirio repressivo: ecco cosa prevedeva la legge Reale

Il paese era insanguinato dalla violenza di destra e di sinistra. Erano gli anni di piombo quando, il 22 maggio del 1975, il governo Moro decise di ricorrere a «nuove disposizioni a tutela dell'ordine pubblico». Norme che oggi, dopo gli scontri di sabato scorso a Roma, il leader dell'Idv Antonio Di Pietro rimpiange, e che il ministro dell'Interno Roberto Maroni vorrebbe in parte rispolverare.

15 Ottobre: La Procura di Roma cambia la procedura per gli arrestati

La magistratura non procede come di consueto per direttissima perché vuole allargare le indagini e utilizzare capi d’accusa più pesanti.
Per gli arrestati negli scontri di sabato, la Procura di Roma ha deciso di non procedere come avviene di solito con giudizi per direttissima. In questo modo ritiene di per poter proseguire negli accertamenti che riguardano i movimenti avvenuti nell'ambito del corteo da parte di chi ha organizzato o partecipato agli scontri nella manifestazione di sabato.
La richiesta di convalida degli arresti e di detenzione in carcere per i 12 arrestati per gli scontri di sabato a Roma, è stata accompagnata dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti da un'ampia motivazione nella quale tra l'altro si sottolinea quali sono le impressioni del magistrato a proposito delle azioni messe in atto. Secondo Saviotti “i reati contestati si inseriscono in un complesso di condotte di maggior gravità che in attesa di altre acquisizioni, esaltano la pericolosità dei reati contestati nella consapevolezza di fornire un apporto alla situazione di prolungata ed allarmante violenza messa in atto”. Agli arrestati viene contestato dalla Procura di aver agito “nel corso di una manifestazione pacifica e autorizzata” utilizzandola “come contesto idoneo ad ostacolare la pubblica difesa”, ossia l'intervento della polizia. La manifestazione per i magistrati è stata quindi “strumentalizzata” dagli arrestati per i loro fini che hanno usato il corteo di manifestanti pacifici “come luogo di mimetizzazione” sapendo che la polizia non avrebbe potuto caricare il corteo.
L'entità della pena prevista per il reato di resistenza a pubblico ufficiale pluriaggravata contestata agli indagati dalla Procura è di tre anni. “Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”, si legge nell'articolo 337 del codice di procedura penale, ma che nel caso specifico risulta aggravato come all'articolo 339, secondo il quale «le pene stabilite sono aumentate se la violenza o la minaccia è commessa con armi, o da persona travisata, o da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte. Se la violenza o la minaccia è commessa da più di cinque persone riunite, mediante uso di armi anche soltanto da parte di una di esse, ovvero da più di dieci persone, pur senza uso di armi, la pena è della reclusione da tre a quindici anni”.

17 ottobre 2011

Di Pietro invoca una legge reale bis...... Maroni appalude e approva

Il bravo Tonino Di Pietro, ex poliziotto e ex magistrato ora leader dell'Idv. dopo aver votato il macello sociale in Europa con l'approvazione del Six Pack non trova di meglio che annunciare una legge reale per recintare ancora di più il conflitto sociale in questo paese e fornire su un piatto d'argento al governo un ulteriore giro di vite contro i diritti. Una bella proposta, tanto ganza che Maroni non se la lascia scappare e annuncia che già da domani presenterà in consiglio dei ministri nuove pene e misure restrittive.

«Pensare di affrontare e spazzare via i tumulti di piazza con la semplice repressione e nuove leggi speciali è pura follia: significa alimentare una spirale che già negli anni '70 consegnò una generazione alla lotta armata. Maroni e Di Pietro cerchino di placare le loro pulsioni autoritarie. Non c'è bisogno di nessuna Legge Reale Bis. Già la prima ha fatto abbastanza morti». Lo afferma Francesco Caruso, ex portavoce della rete noglobal ed ex parlamentare di Rifondazione Comunista. «Bisogna piuttosto colmare un vuoto politico attraverso l'azione, la mobilitazione e l'autorganizzazione delle vittime della crisi - sostiene - per evitare che la distanza tra il disagio emergente e le strutture organizzate della società venga riempito dall'autolesionismo militante dei giovani esasperati dalla mancanza di prospettive e di futuro. Cambiare il mondo purtroppo -conclude - è più complicato di incendiare un blindato della polizia».

“La proposta avanzata da Di Pietro di riesumare la Legge Reale è una sciocchezza. L’idea di abbandonare lo stato di diritto non è mai una buona idea: già negli anni scorsi ha fatto danni. In più, l’idea di ridurre ad un problema di ordine pubblico quello che è un problema politico determinato dal fallimento delle politiche neoliberiste è proprio il contrario di cosa è opportuno fare". dichiara Paolo Ferrero segretario nazionale del Prc "Dopo la manifestazione di sabato mi sarei aspettato piuttosto da Di Pietro una autocritica rispetto al voto favorevole dato dall’Italia dei Valori nel Parlamento Europeo sul Six Pack, cioè sulla stangata decisa qualche settimana fa che obbligherà l’Italia a tagli di oltre 20 miliardi di euro all’anno per vent’anni. Questo è il problema politico da affrontare, non certo le leggi sull’ordine pubblico.”

E' iniziata la caccia alle streghe: perquisizioni intimidatorie in tutta Italia

La furia repressiva che si scaglia in mattinata contro ignari compagni, alla ricerca di "armi ed esplosivi" tra l'altro ovviamente non trovati(anche se qualche volta hanno trovato uno o 2 grammi d'erba, forse erano queste le bombe che cercavano??),
Non si hanno ancora notizie precise, ma sembra che perquisizioni siano avvenute in gran parte dell'Italia: Padova, Livorno, Palermo, Napoli, Trento, Milano, Firenze, Cosenza, Roma... Per ora non risultano ulteriori arresti oltre quelli effettuati il 15 ottobre in Piazza, ma si attendono nuove notizie.

15 ottobre: Voci dalla piazza/3

Con ancora negli occhi il fuoco dei simboli del capitale e nella gola il sapore acre dei lacrimogeni, provo a buttar giù sotto forma di elenco alcune piccole considerazioni sulla giornata di ieri, 15 ottobre 2011.
Una giornata globale di mobilitazione contro il capitale ha avuto a Roma il suo apice con scontri di una violenza inaudita e per certi versi sorprendente. Un gruppo nutrito (diverse migliaia) di manifestanti è scesa in piazza con l’obiettivo dello scontro fisico.

Perquisizioni all'alba per i fatti di Roma

Sono passate poche ore dalla manifestazione romana e dalla resistenza di massa alle forze dell'ordine mostrata in piazza da migliaia di manifestanti ed ecco che arriva la risposta delle questure, schizofrenica e quantomai funzionale ad accontentare il clima da caccia alle streghe che imperversa sui maggiori quotidiani nazionali e le televisioni.

16 ottobre 2011

15 ottobre: Voci dalla piazza/2

Per me e per tanti come me, Piazza San Giovanni rappresenterà molto di più di Genova. Noi non eravamo lì per incendiare Suv e Bmw, né per lanciare bottiglie e petardi contro le forze dell’ordine, ma per dire chiaro e tondo che non ce la facciamo più. Per questo la nostra indignazione è salita quando la Polizia e la Guardia di Finanza, con tre camionette e due idranti, hanno cominciato a bersagliarci e ad aizzarci con stupidi caroselli e pericolose serpentine, accelerando la corsa tra la gente costringendoci ad arretrare e ad avanzare, ma soprattutto a difenderci da quell’umiliante gioco da piccoli criminali di borgata che loro, e non noi, hanno inscenato all’ingresso della piazza.

15 ottobre: Voci dalla piazza

La giornata romana del 15 ottobre è stata complessa. Diversi scenari si sono sovrapposti, differenti soggetti hanno interagito, si sono scontrati talvolta duramente, hanno provato a delineare la propria tattica o magari hanno sottolineato la mancanza di una visione strategica più ampia.
In questi casi, conviene sempre diffidare di chi fornisce rappresentazioni schematiche, di chi disegna scenari nitidi e propugna visioni manichee: buoni-cattivi, infiltrati-manifestanti, teppisti-indignati. Per questo, per mantenere la lucidità e non affogare nella retorica, non bruciare nel fuoco di paglia dell’entusiasmo o perdersi nel vortice della depressione, abbiamo scelto di raccogliere qui alcune voci dalla e sulla piazza. Una narrazione polifonica e per certi versi contraddittoria. Si tratta infatti di opinioni parziali [di parte], di punti di vista scelti in maniera arbitraria e da fonti eterogenee, tentando di affiancare diversi tasselli di un mosaico ancora in corso d’opera.

Caso Uva; la sorella contro il pm "non ha indagato"

L'ombra delle botte in caserma sulla morte di Giuseppe. "Mi dissero che non era sangue ma pomodoro". Una perizia del tribunale parla di tracce ematiche. Il cadavere potrebbe essere riesumato. Per l'inchiesta di Varese, l'uomo era deceduto per un'aritmia causata da un farmaco.
Da quella "maledetta notte", Lucia Uva aspetta ancora la verità. "Sono passati tre anni e quattro mesi e finora la procura non ha fatto nulla per spiegare cos'è successo a Giuseppe nella caserma dei carabinieri di Varese", scrive nella sua lettera aperta. Era il 14 giugno 2008, e solo oggi, tre anni e quattro mesi dopo, i parenti di Giuseppe Uva, morto a 43 anni in ospedale dopo essere rimasto tre ore in caserma, vedono uno spiraglio di luce.
Le pagine della consulenza dei periti del Tribunale mettono in discussione l'impianto accusatorio del pm Agostino Abate che ha mandato a processo per omicidio colposo lo psichiatra Carlo Fraticelli, il medico che avrebbe somministrato i farmaci a Uva. Per i periti, invece, l'artigiano è sì morto per "aritmia cardiaca" ma le concentrazioni di medicinale sarebbero "inidonee a causare il decesso". E solo la riesumazione potrà dire se i traumi sul corpo possono essere collegati alla notte in caserma, e alle botte denunciate dall'unico testimone.
Sono le 2.55 quando Giuseppe e il suo amico Alberto Biggiogero vagano per il centro di Varese. Sono ubriachi. Si divertono a mettere transenne di traverso per strada. Arriva una gazzella dei carabinieri e i due finiscono nella caserma di via Saffi. Alberto racconta di "un via vai di carabinieri e poliziotti, mentre udivo le urla di Giuseppe che echeggiavano per tutta la caserma assieme a colpi dal rumore sordo. Piangevo e urlavo di smetterla di massacrare Giuseppe. Udivo ugualmente le sue urla incessanti per circa un'ora e mezzo ancora".
"In tre anni e quattro mesi, un'inchiesta a dir poco bizzarra è stata capace di non ascoltare mai l'unico testimone oculare, che il giorno dopo presentò un dettagliatissimo esposto" accusa Luigi Manconi, presidente di "A buon diritto", che ha denunciato anche i casi Aldrovandi e Cucchi. Proprio nella perizia si parla di "tracce di natura ematica sui pantaloni", un "indizio - ha sempre sostenuto Fabio Anselmo, il legale della famiglia Uva - che indica chiaramente un'emorragia derivante da traumi, estesa sui pantaloni dieci centimetri per sedici". "Mi dissero che era pomodoro" dice oggi, amaramente, Lucia Uva.
Se il tribunale deciderà per la riesumazione del corpo di "Pino", alcuni quesiti medici potrebbero trovare risposta. I periti ritengono "imprescindibili" una nuova autopsia, una tac per individuare eventuali traumi in grado di provocare l'aritmia, l'analisi biologica sui jeans Rams insanguinati "tra il cavallo e la zona anale" e su "altri vestiti eventualmente reperibili", un accertamento farmaco-genetico alla ricerca di eventuali allergie.
Altri punti oscuri potranno essere chiariti dalle indagini della procura. Perché il ricovero arriva così in ritardo rispetto al fermo? Chi fa sparire gli slip della vittima, arrivato di fronte all'anatomopatologo solo con "un pannolone e una maglietta bianca"? Cosa indicano le scarpe "visibilmente consumate" nella parte anteriore, mette a verbale il poliziotto in servizio quella notte in ospedale, come se ci fosse stata "un'estenuante difesa a oltranza dell'uomo"?

Non morì per i farmaci, i periti chiedono di riesumare il corpo
Varese, torna l'ipotesi del pestaggio in caserma: "Trovate tracce di sangue". Gli esperti del tribunale riaprono il caso. Per il suo decesso venne imputato lo psichiatra che gli aveva dato le medicine al pronto soccorso.
Non furono i farmaci somministrati in pronto soccorso a uccidere Giuseppe Uva, morto in ospedale dopo due ore di permanenza nella caserma dei carabinieri di Varese, il 14 giugno del 2008. Secondo la perizia ordinata dal tribunale e presentata ieri nel processo all'unico imputato per omicidio colposo, lo psichiatra Carlo Fraticelli, Uva sarebbe morto per aritmia cardiaca, ma le concentrazioni di medicinale sarebbero "inidonee a causare il decesso per depressione del sistema nervoso centrale" ed è necessario riesumare il cadavere per capire l'origine dei traumi sul suo corpo. Per i tre periti (Santo Davide Ferrara, Gaetano Thiene, Angelo Demoni) ci sono "tracce di sangue sui pantaloni".
Un'analisi che rimette in discussione l'impianto accusatorio della procura che aveva escluso violenze in caserme, denunciate dall'amico di Uva, Alberto Biggiogero, unico testimone mai interrogato dal pm, che racconta di "un via vai di carabinieri e poliziotti, mentre udivo le urla di Giuseppe che echeggiavano per tutta la caserma assieme a colpi dal rumore sordo". È lui a chiamare il 118. "Lo stanno massacrando" dice all'operatore dall'interno della caserma.
Per capire cosa ha provocato l'aritmia cardiaca "con particolare riferimento al ruolo di eventuali traumi - scrivono i periti - si impone l'esecuzione dell'esame necroscopico del cadavere esumato e di ogni ulteriore accertamento diagnostico, comprensivo di tac". "Il riferimento al sangue sui pantaloni conferma pienamente i nostri sospetti: in caserma è successo qualcosa di terribile" commenta il legale della famiglia di Uva, Fabio Anselmo, lo stesso che ha assistito le famiglie di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. "L'ambulanza viene mandata via dai carabinieri - dice il legale - se Uva stava già male perché non si fa entrare a soccorrerlo?". Ma i parenti chiedono risposte anche ad altre incongruenze di quella notte: perché in caserma affluiscono carabinieri e poliziotti? Come si spiega il sangue sui vestiti e le macchie rosse tra pube e regione anale? Perché l'autopsia non ha previsto esami radiologici che evidenzino fratture?

Fonte: La Repubblica

12 ottobre 2011

Bologna: Cariche della Polizia davanti a Banca d'Italia

Appuntamento pubblico questa mattina alle ore 11.00 davanti alla Banca d'Italia lanciato da diversi collettivi cittadini tra cui Tpo, Sadir, Panenka e Time Out per manifestare contro la crisi e contro gli Istituti Finanziari verso la giornata del 15 ottobre.
In duecento si sono ritrovati con striscioni e soundsystem con la richiesta di entrare all'interno della Banca per un'occupazione simbolica. "A voi i debiti, a noi la borsa e la vita, No al debito sì al redditto e anche Rise Up, we are 99% sono gli slogan della mattinata, accanto allo scandire di cori "La vostra crisi non la paghiamo".
Blindate dalle forze dell'ordine le porte d'accesso alla Banca mentre i manifestanti dietro a delle protezioni che richiamavano i Book Block che recitavano i punti della lettera di Trichet e Draghi all'Italia, spingevano per accedere. Due i contatti con la polizia e la seconda carica, molto violenta ha causato cinque feriti tra i manifestanti, tra cui una studentessa di 23 anni che è stata trasportata in ambulanza all'ospedale. (foto)
Dopo la violenza i manifestanti si sono compattati dientro il sound system e hanno dato vita a un corteo che si sta muovendo per le vie della città. Rise up verso il 15 ottobre: "Noi la crisi non la paghiamo".
Il corteo continua conun'azione si sanzionamento all'Ufficio Pignoramenti del Tribunale, dove sono stati lancia dalle finestre degli uffici registri e atti di pignoramento. I manifestanti di dono diretti in Piazza Verdi.

fonte: Global Project

Repressione a Brindisi: 18 arresti per lotte sociali

Con le accuse di violenza privata aggravata, arbitraria invasione e occupazione di aziende, sabotaggio e interruzione di servizio pubblico, la Digos della questura di Brindisi ha arrestato 18 componenti del Comitato dei disoccupati di Brindisi. Tra i destinatari dei provvedimenti vi è il capo storico dei Cobas, e promotore del Comitato disoccupato, Roberto (detto 'Bobò) Aprile.
Le indagini della Digos sono state avviate lo scorso primo marzo quando l'allora neonato Comitato occupò le sedi della Monteco, la società che compie il servizio di raccolta di rifiuti solidi urbani. Uno degli arrestati è accusato anche di evasione perchè al momento della protesta era agli arresti domiciliari. Gli arresti sono stati compiuti in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice delle indagini preliminari Giuseppe Licci su richiesta del sostituto procuratore Pierpaolo Montinaro. Sono indagate altre 11 persone che hanno ricevuto informazioni di garanzia. Per fornire informazioni sull'operazione di polizia è prevista una conferenza stampa alle 10.30 col procuratore della Repubblica, Marco Dinapoli, il sostituto procuratore Pierpaolo Montinaro, il questore, Alfonso Terribile, e il dirigente della Digos, Vincenzo Zingaro.
E' più che evidente la sproporzione tra i "fatti" contestati e il provvedimento preso. Se si pensa di governare in questo modo la crisi, non andrete molto lontano.

fonte: Contropiano

COMUNICATO DELLA CONFEDERAZIONE COBAS SULL’ARRESTO DI BOBO APRILE E ALTRI 7 COMPAGNI A BRINDISI

Il compagno Bobo Aprile della Confederazione Cobas di Brindisi , animatore dei movimenti sociali,sindacali,ambientalisti,culturali, di tutela dei diritti dei migranti e degli oppressi, questa mattina è stato privato della libertà personale e posto agli arresti domiciliari, insieme a lui altri 7 arrestati e 10 denunciati del movimento dei disoccupati organizzati.
I capi di imputazione parlano di “ interruzione di pubblico servizio , violenza privata ,…” in riferimento alle lotte promosse dalla Confederazione Cobas per sostenere il diritto al lavoro dei disoccupati , aprendo una vertenza con la ditta Monteco , che svolge in appalto lo smaltimento dei rifiuti urbani.
In particolare , si fa riferimento alle giornate di lotta del 1-2 marzo 2011, quando si produsse una forte astensione dal lavoro e dal servizio , il cui clamore dette luogo all’avvio delle trattative con l’allora sindaco Mennitti (poi dimissionario, ora c’è il commissario Prefettizio in attesa di elezioni) che aprì un tavolo con i Cobas per affrontare la situazione. Sono trascorsi 8 mesi da quella usuale e giusta iniziativa senza che alcuna
comunicazione sia stata fatta agli attuali perseguitati : desta sospetto che l’operazione sia scattata il giorno stesso che nella piazza principale di Brindisi ( piazza Vittoria ,ore 17) è prevista e confermata la grande
manifestazione indetta dai Cobas in sostegno dell’occupazione, dei diritti e della dignità dei disoccupati e dei lavoratori , alla vigilia della mobilitazione nazionale del 15 ottobre a Roma .
La Confederazione Cobas deplora e denuncia il comportamento subdolo e fazioso degli inquirenti , votato a reprimere le lotte sindacali e popolari invece che a proteggere coloro che soffrono l’indigenza e le discriminazioni. Ciò è ancora più grave a Sud , dove endemica è la carenza del lavoro e massiva è l’esclusione sociale e l’emigrazione, dove l’impegno civile e sindacale è visto di malocchio è c’è più disponibilità tra gli inquirenti a fare carriera ai danni del protagonismo sociale.
La Confederazione Cobas mobilitata nel fornire il massimo sostegno ai lavoratori e ai ceti popolari - investiti da questa tremenda e permanente crisi causata dalle banche e dalla speculazione finanziaria - attraverso vertenze e azioni dirette , scioperi e manifestazioni , assume la liberazione di Bobo e degli altri 7 compagni arrestati come impegno incondizionato e teso alla scarcerazione immediata, anche per dare a questi nostri compagni la possibilità di partecipare alla manifestazione nazionale a Roma del 15 ottobre, a cui stavano contribuendo con i bus delle lotte dei disoccupati, dei lavoratori e degli ambientalisti brindisini.
A Bobo , ai compagni arrestati e denunciati , la Confederazione Cobas esprime i più sinceri sentimenti di affetto e solidarietà , l’impegno a riportarli subito tra di noi e nelle lotte .


Roma 12 ottobre 2011


CONFEDERAZIONE COBAS

11 ottobre 2011

Processo Cucchi: Direttore carcere testimonia “ci furono problemi trasporto per ospedale”

Ci furono problemi organizzativi per il trasporto di Stefano Cucchi nella struttura protetta dell’ospedale “Sandro Pertini” di Roma, dove la settimana dopo il suo arresto per droga, il 22 ottobre 2009 morì. La conferma viene dal direttore del carcere di “Regina Coeli”, Mauro Mariani, sentito come testimone al processo che per la morte del romano di 31 anni vede imputate dodici persone.
“Fu il dottor Rolando Degli Angioli, del servizio sanitario del carcere - ha detto Mariani - ad avvertirmi telefonicamente il 16 ottobre 2009 che era entrato un detenuto per il quale occorreva fare accertamenti radiologici all’esternò. E fu lo stesso Degli Angioli ad avvisare il direttore che c’era un problema organizzativo per la polizia penitenziaria. Quale è presto detto: “c’erano i due uomini di scorta non l’autista del mezzo comune disposto per il trasporto di Cucchi al pronto soccorso del Fatebenefratelli”.
Il passaggio successivo fu che “contattai il medico del carcere pregandolo di cambiare il mezzo disponendo il trasporto con un’ambulanza convenzionata. Io non potevo fare la sostituzione; è il medico che, a seconda delle condizioni, sceglie il mezzo con il quale un detenuto dev’essere portato in ospedale”. Il direttore del carcere seppe successivamente che furono i sanitari del “Fatebenefratelli” a disporre il ricovero di Cucchi al “Pertini” dove morì una settimana dopo l’arresto.

fonte: Ansa

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