11 ottobre 2011

Detenuto tunisino di 35 anni si impicca nel carcere “Pagliarelli" di Palermo

Nelle carceri siciliane è il quarto suicidio di un detenuto dall’inizio di settembre, il secondo a Palermo nell’ultimo mese. A togliersi la vita è stato Mohamed Nahiri, 35 anni.
L’uomo si è impiccato domenica notte alle sbarre del bagno della sua cella con un lenzuolo. Intorno alle 3, Nahiri ha afferrato il lenzuolo della sua branda, l’ha bagnato e si è impiccato alle sbarre della finestra del bagno. I suoi sette compagni di cella si sono accorti di quanto accaduto solo ieri mattina, quando non c’era più nulla da fare. Il magistrato di turno non ha ritenuto necessario disporre l’autopsia.
Mohamed Nahiri era arrivato al Pagliarelli nel maggio scorso. Ad Augusta, dove era rinchiuso dal 2007, Nahiri aveva avuto alcuni problemi con gli altri carcerati e con il personale penitenziario che avrebbe aggredito in più di un’occasione. Finito in cella per l’omicidio di un connazionale a Roma, il tunisino sarebbe uscito nell’ottobre del 2019. Neanche al Pagliarelli Nahiri aveva intrecciato buoni rapporti con i compagni, tanto da essere trasferito qualche settimana fa in un’altra cella, nella quale dormivano in otto.
Un mese fa, un altro caso simile all’Ucciardone. A uccidersi era stato Alex Pantano, 38 anni, torinese, accusato di spaccio e furto. I poliziotti penitenziari lo hanno trovato impiccato alla finestra con i pantaloni del pigiama. Prima, altri due detenuti si erano tolti la vita a Messina e ad Agrigento.
Da inizio anno sale a 146 il totale dei “morti di carcere”: 50 detenuti si sono suicidati, 1 è stato ucciso (il 24enne Abbedine Kemal, “pestato” nel carcere di Opera il 23 giugno scorso da persone non ancora identificate e poi deceduto in ospedale per le ferite riportate), 29 sono morti per “cause da accertare” ed i restanti 66 per “cause naturali”.
L’età media dei suicidi era di 35 anni, quella dei morti per cause diverse dal suicidio di 41 anni.
42 dei “morti di carcere” erano stranieri, 104 italiani. 3 le donne: Loredana Berlingeri, 44 anni, morta per un’infezione il 4 marzo nel carcere di Reggio Calabria; Adriana Ambrosini, 24 anni, suicida nell’Opg di Castiglione (Mn) il 3 aprile scorso ed Elena D., 30enne deceduta il 12 luglio nel carcere di Trani (Ba) per cause non ancora accertate.

fonte: Ristretti Orizzonti

Caso Mastrogiovanni: quando la contenzione diventa “un sistema di terapia”

4 ottobre 2011 ore 14 circa. Nel giorno in cui sarebbe caduto l’onomastico di Francesco Mastrogiovanni, presso il Tribunale di Vallo della Lucania (Sa), riprende il processo contro i sei medici e i dodici infermieri del reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania (Sa) rinviati a giudizio per la morte del maestro elementare di Castelnuovo Cilento, avvenuta nella notte del 4 agosto 2009, dopo un Tso illegittimo e illegale e quattro giorni di contenzione continua, immotivata ed illegale.
La Presidente del Tribunale, Dr.ssa Elisabetta Garzo inizia l’appello e per diciotto volte, dopo il nome e cognome di ogni singolo imputato, aggiunge “libero assente”, “libero presente” e di seguito il nome di uno o più avvocati. Moltissimi imputati continuano ad essere contumaci.
Anche oggi, e nonostante la disposizione impartita ai carabinieri di accompagnamento coattivo, l’ultimo teste del P.M. Dr. Renato Martuscelli, non si è presentato. Il pm Martuscelli e i legali degli imputati hanno chiesto che la procedura venga rinnovata per la prossima udienza. Non è stata accolta la richiesta di tener conto della situazione di malattia in cui versa il teste, dando per acquisite le deposizioni già rese alla polizia giudiziaria.
Nell’udienza odierna, con esclusione del medico legale Di Stasio la cui deposizione è stata rinviata alla prossima udienza che si terrà il 18 ottobre, sono stati sentiti i testimoni indicati dall’avvocatessa Caterina Mastrogiovanni, legale della famiglia del defunto. Nell’udienza del 18 ottobre ci sarà anche l’interrogatorio di Licia Mazzarella Musto, la proprietaria del campeggio nel quale trascorreva le vacanze Mastrogiovanni e alla quale Mastrogiovanni chiese profeticamente: “Non mi fate portare all’ospedale di Vallo, perché lì mi uccidono!”
Palesemente irrilevanti le deposizioni del direttore amministrativo e del responsabile del personale amministrativo. Se, in una precedente udienza il dr. Giuseppe Ortano, psichiatra di Aversa, aveva affermato: “La contenzione è un reato. Soltanto nel caso previsto dall’art. 54 del c.p. può essere praticata e per il tempo strettamente necessario”, oggi, invece, il dr. Pantaleo Palladino, in qualità di direttore sanitario dell’ospedale di Vallo della Lucania, ha ribadito: “Il Tso è contenzione… La contenzione è un sistema di terapia... La contenzione nel reparto di psichiatria veniva praticata perché si acquistavano le fascette di contenzione. Non sono a conoscenza di contenzione fuori regola”.
Il dr. Palladino arriva anche a giustificare la contenzione di Mastrogiovanni, sostenendo che era un violento. La sua affermazione viene smentita dal video - che dice di non aver visto, tranne gli spezzoni trasmessi dalle tv nazionali - nel quale però si vede una persona tranquilla e collaborativa che viene legata per non essere sciolta se non dopo la morte. I membri del Comitato Verità e Giustizia per Franco Mastrogiovanni consigliano amichevolmente al dr. Palladino di guardarlo attentamente quel video, magari - non ce ne voglia - sforzandosi di pensare che la persona legata è un suo amico o addirittura un suo familiare e solo dopo ci ripeta che la contenzione è una terapia.
Purtroppo la deposizione del direttore sanitario prova in maniera chiara ed inequivocabile che la contenzione era il “sistema” adottato nell’ospedale di Vallo della Lucania e testimonia che ne fosse a conoscenza anche la direzione sanitaria, rendendosi in tal modo corresponsabile di questo metodo che non è affatto una terapia, ma una tortura, che nel caso di Francesco Mastrogiovanni è stata addirittura prolungata anche oltre la morte, avvenuta sei ore prima di essere slegato, quando ormai il suo cadavere era freddo. Nel corso dei precedenti interrogatori è risultato che la contenzione veniva praticata regolarmente a tutti i pazienti, uomini e donne, in trattamento obbligatorio e finanche volontario. Insomma i medici di quel reparto, calpestando la loro scelta professionale e scientifica, invece di usare le medicine usavano i legacci immobilizzando e torturando i pazienti. Esattamente come si faceva al tempo delle caverne, come si faceva al tempo del Medio Evo… Per i medici del reparto di psichiatria e per la dirigenza dell’ospedale di Vallo della Lucania il tempo della scienza e della medicina si è fermato al Medio Evo!
L’altra questione affrontata è quella delle ferie del dr. Michele Di Genio, comunemente ritenuto primario del reparto di psichiatria. Per il dr. Pantaleo Paladino il dott. Di Genio è tutt’altro! All’epoca dello svolgimento dei fatti è il responsabile del Dipartimento di salute mentale dell’Asl e come tale non è tenuto a chiedere le ferie alla direzione sanitaria come tutti gli altri operatori sanitari, medici ed infermieri, ma alla direzione dell’Asl, al direttore generale dell’Asl (che all’epoca era Saracino). Solo gli altri medici e gli infermieri del reparto sono tenuti a presentare domanda alla direzione sanitaria; non vengono protocollate, ma solo acquisite agli atti, sottolinea il dr. Palladino. Però, in una precedente udienza, si è parlato di una domanda di ferie del dott. Di Genio presentata e protocollata. Chi mente?
Probabilmente questa asserzione mira a sostenere che il primario dott. Di Genio non ha nessuna responsabilità per la morte di Francesco Mastrogiovanni, perché in ferie al momento della contenzione e della morte di Francesco. (La Cassazione con la sentenza del settembre 2010 non ha rettamente valutato la posizione del dr. Di Genio?). All’epoca dei fatti, risulta che il responsabile del reparto di psichiatria era un altro medico, ma sempre su nomina (non scritta) del responsabile del dipartimento, ovvero il dott. Di Genio.
Quando è chiamato a deporre l’avvocato Loreto D’Aiuto, familiare acquisito di Francesco, gli avvocati degli imputati si oppongono alla sua deposizione, accampando inesistenti conflitti, che l’avv. D’Alessandro vuol provare attraverso l’incartamento, ma sono documenti che non riesce a trovare e chiede tempo. L’avvocato D’Aiuto viene fatto allontanare, l’udienza prosegue con gli altri interrogatori e poi l’avv. D’Aiuto viene richiamato. Ma nonostante che l’avv. D’Alessandro è per oltre un’ora alla ricerca affannosa di documenti che dovrebbero impedire la deposizione del suo collega, non li trova, e ciò nonostante - appellandosi all’art. 197 del cpp - continua a sostenere che l’avv. D’Aiuto non dev’essere sentito. Alla fine il presidente dr.ssa Garzo - dando la giusta interpretazione dell’art. 197 - stabilisce che non c’è nessuno ostacolo alla sua audizione. In una toccante deposizione l’avv. D’Aiuto riferisce di conoscere fin da quando erano entrambi studenti Francesco Mastrogiovanni e di averlo sempre frequentato e stimato, fino ad innamorarsi della cugina, l’avv. Caterina Mastrogiovanni, sua moglie, che siede al banco dei difensori e lo sta interrogando. Riferisce che la mattina del 4 agosto 2009, trovandosi a Vallo della Lucania per comperare un fascio di fiori e recarsi al cimitero del suo paese, perché ricorreva l’anniversario della morte della madre, fu raggiunto dalla telefonata della moglie, che lo avvertiva dell’improvvisa morte del cugino, ricoverato all’ospedale.
L’avv. D’Aiuto alle 8,15 è già all’ospedale, appena mezz’ora dopo la constatazione della morte di Mastrogiovanni, scoperta alle 7,40. È il primo a recarsi all’obitorio dell’ospedale e dopo arriveranno il cognato e la sorella. La sua testimonianza è scioccante: “Sono stato il primo a giungere all’obitorio. Franco era completamente coperto da un lenzuolo bianco. L’ho scoperto e mi sono reso conto che era anche nudo e il suo corpo era martirizzato in modo terribile e agghiacciante.
Presentava profondi lividi su tutto il corpo. Sono stato poi colpito dal comportamento dell’addetto all’obitorio che aveva fretta di vestire il cadavere di Franco e la cosa mi ha infastidito al punto di farla presente al dipendente dell’ospedale”. L’avvocato ha aggiunto: “Franco non era pazzo! L’ho visto l’ultima volta solo qualche giorno prima del suo ricovero. Era venuto a salutarmi anche per salutare un nipote che trascorreva le vacanze presso la mia casa al mare. Assolutamente nulla che manifestasse che Franco non stava bene!”. Alla fine della deposizione non c’è nessun avvocato tra i difensori dei diciotto imputati che ha voglia di fare solo mezza domanda all’avv. D’Aiuto. Ci sarà giustizia per Franco Mastrogiovanni, a Vallo della Lucania, almeno da morto?Vincenzo Serra, Giuseppe Tarallo, Giuseppe Galzerano

Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni

10 ottobre 2011

Napoli: Provocazioni e aggressioni fasciste all'università..... e la polizia li protegge

Metti che un giorno alcune decine di mazzieri arrivino sotto una Università in agitazione con le suddette mazze insieme a caschi e bandiere del partito fascista inglese degli anni '30. Metti che sono accuditi e accompagnati da inquietanti personaggi che richiamano alla destra eversiva degli anni '80...
Metti che capisci di non essere in un film e neppure in uno scialbo remake degli anni '60. Metti che questi personaggi si autodefiniscono "fascisti del terzo millennio". Metti che pensi che svariati milioni di morti come tributo alla tirannia fascista sarebbero anche bastati... allora magari decidi di contestarli!

E' quello che è successo oggi all'Università!

Questa mattina alcune decine di neofascisti di casapound-blocco studentesco, convocati da tutta la regione con mazze, bottiglie e bandiere fasciste al seguito (le croci celtiche con il fulmine dentro, ispirate e identiche a quelle del British Union of fascists del 1930,) hanno fatto di nuovo irruzione fra la facoltà di Lettere e quella di Giurisprudenza su via Marina. Per la seconda volta in dieci giorni!
A differenza dell'altra volta, in questa occasione neanche la finzione di un volantinaggio "contro l'ignoranza antifascista" (Sic!! e proprio sotto l'università di giurisprudenza..). Stavolta sono venuti direttamente per aggredire!
Tra loro l'ex-candidato alla II municipalità nelle liste del Pdl Tarantino, noto per aver accoltellato alcuni studenti nel maggio scorso e per aver fatto gli auguri di compleanno ad Hitler sul suo profilo facebook. E altri personaggi davvero pittoreschi.. (vedi foto).
Dopo la manifestazione di venerdi scorso in cui gli studenti autorganizzati sono scesi in strada in oltre diecimila per difendere il diritto allo studio disintegrato dalle finanziarie, la facoltà di Lettere in via porta di Massa è entrata in agitazione il giorno seguente. In vista del 15 ottobre, giornata della manifestazione internazionale contro i tagli sociali e la speculazione finanziaria.
Probabilmente tutto questo ai gruppetti neofascisti non sta bene, oppure fanno i servi idioti di qualcun altro!
La tensione è subito salita, perchè ovviamente dalla facoltà e dal resto dell'Università sono arrivati oltre un centinaio di studenti a contestarne la presenza, garantita invece da un reparto della celere e dei carabinieri. Nel caos che è seguito i fascisti si sono dovuti allontanare dalla facoltà di giurisprudenza, ma hanno lanciato pietre e bottiglie ferendo un ragazzo alla gamba e invece alla testa una studentessa che usciva dai corsi...
E però su via Marina la polizia ha ben pensato di caricare gli studenti accorsi!
Immaginiamo bene che una storia del genere produca in chi ascolta un'istintiva repulsione... eppure non è fantascienza! Soprattutto in una fase di grave crisi sociale ed economica, in opposizione al meccanismo emancipativo delle lotte sociali, c'è spazio per chi soffia sul fuoco del rancore verso i più deboli, verso le diversità, verso l'attivismo politico. Migranti, omosessualità, partecipazione politica.. può finire nel mirino di queste nuove squadracce alimentando le pulsioni più velenose che esistono nella nostra società. E' esattamente quello che quest'organizzazione sta riproducendo in tutta Italia, a partire dalla famosa aggressione al movimento studentesco in piazza Navona a Roma. Ed è per questo che rifiutare ogni diritto di cittadinanza a questi psicotici del terzo millennio è una responsabilità comune che non si può delegare!



Collettivi studenteschi
Rete contro il razzismo, il neofascismo e il sessismo

Le dieci domande a Manganelli che vorremmo che Fabio Fazio gli rivolgesse

Il capo della polizia Manganelli andrà da Fabio Fazio prossimamente. Ecco le 10 domande che chiediamo gli venissero rivolte. Si può scrivere alla redazione da qui: raitre.chetempochefa@rai.it


Gentile Fabio Fazio,

pensando alle migliaia di persone che hanno partecipato dieci anni fa alle manifestazioni contro il G8 a Genova, alla fallimentare gestione dell’ordine pubblico che portò all’omicidio di un ragazzo, ai processi che hanno condotto alla condanna di decine di agenti, funzionari e dirigenti delle forze dell’ordine, le chiediamo di porgere alcune domande al capo della polizia, Antonio Manganelli, che sarà suo ospite in una delle prossime puntate della sua trasmissione e che in questi anni ha evitato di dare spiegazioni soddisfacenti.
Sono questioni che non è possibile eludere, se si vuole dialogare seriamente con il capo della polizia.

1. Perché non ha ancora chiesto scusa per le violenze, gli abusi, le calunnie e i falsi compiuti da uomini della polizia alla scuola Diaz, alla caserma di Bolzaneto, in numerosi episodi di piazza, tutti fatti accertati in sede storica?

2.Perché non ha ripudiato, come incompatibile con una polizia democratica, il blitz alla scuola Diaz, che fu un violento pestaggio concluso con l’arresto di 93 persone sulla base di prove false?

3.Perché i funzionari e i poliziotti responsabili di quegli episodi, non sono stati subito, nel 2001, sospesi dagli incarichi o assegnati a ruoli non operativi?

4.Perché non furono avviati, già nel 2001, i procedimenti disciplinari per i dirigenti impegnati nel blitz alla scuola Diaz consigliati dall’ispettore ministeriale, dottor Micalizio?

5.Perché i funzionari rinviati a giudizio nel processo Diaz non sono stati sospesi, come indicato dalla giurisprudenza della Corte Europea, al momento del rinvio a giudizio (nel 2004)?

6.Perché non stati rimossi nemmeno dopo le sentenze di condanna in secondo grado, nel 2010? (non ci risponda, come ha fatto in passato, che manca ancora il giudizio della Cassazione e quindi non è possibile far niente, perché questa non è una risposta: la Cassazione giudica solo su questioni di diritto e non può certo modificare gli eventi, ormai accertati in sede storica)

7.Perché alcuni degli stessi funzionari sono stati promossi a inchieste e processi ancora in corso e anche dopo le sentenze di condanna?

8.Perché il funzionario condannato con sentenza definitiva per un episodio che ha coperto di vergogna il nostro paese – l’arresto illegale e il pestaggio di un minorenne, documentato da filmati e fotografie che hanno fatto il giro del mondo – è ancora al suo posto di vice questore?

9.Perché la polizia di stato non ha collaborato con i magistrati che hanno condotto le inchieste genovesi, spingendo i pm a parlare di omertà?

10.Trova corretto sul piano etico e professionale che 25 imputati su 27 nel processo Diaz si siano avvalsi della facoltà di non rispondere e che nessuno di loro abbia rinunciato alla prescrizione?


Vittorio Agnoletto, ex portavoce Gsf, coautore “L’eclisse della democrazia” (Feltrinelli)
Enrica Bartesaghi, presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova
Giuliano Giuliani, Comitato Piazza Carlo Giuliani
Haidi Giuliani, Comitato Piazza Carlo Giuliani
Lorenzo Guadagnucci, coautore “L’eclisse della democrazia” (Feltrinelli)

9 ottobre 2011

«I miei figli picchiati in questura» Parla la madre di Nicolò e Tommaso: «Voglio giustizia, ma temo un'archiviazione»

«Quando sono arrivata l'ho visto in piedi, che sputava sangue, ho urlato 'che siamo, in America?', mi sembrava uno di quei film». La signora Simonetta Cordella ricorda tutto di quella notte del 2 aprile del 2009. Ricorda soprattutto la telefonata del figlio Nicolò, 25 anni: «Correte in questura, hanno ammazzato mio fratello». Sono momenti che nella memoria sembrano durare ore, in realtà tutto si è svolto in una trentina di minuti. Lei e suo marito corrono giù in strada, abitano a due passi dalla questura: «Sono un collega, vado alle volanti», dice il marito della signora esibendo il tesserino. Perché il padre dei due ragazzi, è Walter De Michiel, ispettore capo della polizia di frontiera di Venezia. Quando i coniugi De Michiel arrivano nel chiostro della questura di Santa Chiara, la situazione è surreale: Tommaso, 23 anni, ha il labbro spaccato, un occhio pieno di sangue, fatica a respirare, ed è circondato da almeno dieci poliziotti, racconta Simonetta. Ha bevuto, ma soprattutto è spaventato, alterna pianti a urla: «Non mi picchiate più adesso, non mi picchiate perché ci sono i miei genitori?». Intanto da dietro una porta sentono la voce dell'altro figlio: «Ho aperto la porta a vetri, l'ho visto seduto, ammanettato anche lui, ma a una sbarra. Ero una furia». In ospedale Tommaso avrà una prognosi di venticinque giorni, che diventeranno quaranta: ha due costole rotte, una tumefazione al torace, il labbro spaccato e lo scroto annerito, con tracce di sangue nell'urina. Lo tratteranno quella notte. A Nicolò è andata meglio: quattro giorni di prognosi.
«Tic, tac, tic, tac», scrive Simonetta sul gruppo Facebook nato due anni fa «Per non dimenticare». Vuol dire che il tempo sta per scadere. Le indagini sono aperte da due anni e mezzo, la famiglia De Michiel teme un'archiviazione. Forse anche per questo, l'altra sera a Padova, durante una serata sulle vittime di Stato, a cui partecipavano Patrizia Moretti e Lucia Uva - madre e sorella di due ragazzi uccisi dopo un fermo di polizia - si è alzata e ha raccontato questa storia, che il giornalista Filippo Vendemmiati ha rilanciato sul sito di Articolo21.
In città la vicenda dei fratelli De Michiel se la ricordano un po' tutti. Lì per lì ha fatto scalpore, ma con il tempo le cose sembrano essere un po' cambiate. La versione della polizia parla di un intervento per sedare una rissa, di due ragazzi molto agitati che hanno aggredito i poliziotti, tanto da ferirne cinque. E in quanto ai fratelli De Michiel in molti sussurrano che siano due teste calde. Eppure ci sono ancora un paio di cose da sottolineare in questa storia tutta da chiarire. Intanto c'è una testimone, una donna che ha assistito al fermo dei due fratelli. È stata ascoltata dall'avvocato della famiglia, ma non ancora dal pm che segue le indagini. La donna dice di aver visto i due ragazzi discutere, ma che certo non si trattava di una rissa. Quando sono arrivati i poliziotti - erano a bordo di una volante lagunare - si sono fermati per chiedergli i documenti, e subito hanno avuto un «confronto» con Tommaso, che era senza documenti. «Porta rispetto», gli dicevano i poliziotti. E lui: «Se non me lo porti tu, non te lo porto neanche io». Finisce che Tommaso viene portato sulla barca e lì si ribella: sono pugni e calci per ammanettarlo. La testimone era alla finestra di casa sua, e avrebbe gridato: «Ma che fate a quel ragazzo?». Un agente avrebbe risposto: «Ha qualcosa da dire, signora?». I due fratelli finiscono in questura, e lì comincerebbe la «rieducazione» del riottoso Tommaso. Il testimone è il fratello, che viene subito ammanettato alla sbarra: vede un poliziotto dare un calcio potentissimo a Tommaso sullo scroto. Il ragazzo cadere a terra e il poliziotto mettergli un piede sulla testa: «Hai finito di rompere i coglioni?». Nicolò urla di lasciarlo stare, e allora tocca a lui: un poliziotto gli dà due calci negli stinchi e esce chiudendo la porta. È a quel punto che Nicolò, cercando di raggiungere la maniglia della porta, si mette la mano in tasca alla ricerca di qualcosa che possa aiutarlo. Trova il cellulare e chiama i genitori.
E ancora: quella notte a Tommaso e Nicolò viene notificata solo una denuncia per ubriachezza manifesta. Solo in seguito Simonetta saprà che sia lei che i figli sono stati denunciati per resistenza a pubblico ufficiale, e Tommaso anche per lesioni. E poi: due giorni dopo il fatto, alcuni ragazzi organizzano una manifestazione. Tommaso prende il microfono, il padre lo vede in difficoltà e interviene. Dice che si dissocia dal comportamento di quei poliziotti, ma che la polizia è fatta di persone perbene. Per aver preso quel microfono, l'ispettore De Michiel è stato deferito alla Commissione disciplinare con l'accusa di manifestazione non autorizzata, oltraggio al corpo di polizia e pure omissione di atti di ufficio. Perché lui doveva sapere chi aveva organizzato la manifestazione, che poi si è chiusa con qualche «disordine» davanti alla questura, e avrebbe dovuto avvertire la polizia. All'inizio è stata condannato al licenziamento, poi commutato in una più «morbida» sospensione per sei mesi a mezzo stipendio.
Un'ultima cosa: Tommaso ha un processo in corso per lesioni, perché un militante di Forza Nuova lo ha riconosciuto tra le persone che lo hanno picchiato il 12 maggio 2009, anche se altri ragazzi presenti non lo ricordano. È il giorno dopo la scadenza della prognosi. Davvero un facinoroso, questo Tommaso: appena tornato al lavoro si butta subito in una rissa. Facinoroso o no, uscire con quaranta giorni di prognosi da una questura italiana merita qualche approfondimento.

Cinzia Gubbini da "il manifesto"

Indagato per vilipendio per i post su Facebook. Il caso Vincenzo Lo Zito

Che sia giunto il momento di imbavagliare Facebook? Le opinioni espresse in bacheca potrebbero infatti costare caro. Un maresciallo della Croce Rossa, Vincenzo Lo Zito (nella foto), è indagato per vilipendio proprio a causa delle sue espressioni, spesso colorite, contro Silvio Berlusconi.
Il sostituto procuratore Francesco Minisci lo ha iscritto al registro il 7 luglio scorso e il 21 ha trasmesso il fascicolo alla Giunta della Camera per chiedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del cittadino Lo Zito. Di verificare cioè se esistono o meno i presupposti per continuare ad indagare sul maresciallo e su quello che scrive sul suo blog.
Nell’atto inviato alla Giunta, il pm Minisci elenca gli indizi dell’eventuale reato. “Lo Zito Vincenzo, mediante un proprio blog su internet e diversi interventi sul social network Facebook, pubblicamente vilipendeva la Repubblica, il Parlamento, il Governo e i suoi membri”.
Claudia Fusani, per L’Unità, riporta un lungo elenco di slogan e pensieri del maresciallo Lo Zito. Del tipo: “Il ministro La Russa ci manda a scopare per strada a Napoli”, riferito a quando i militari furono impiegati per l’emergenza rifiuti a Napoli. “Il caro Silvio non poteva scegliere conduzione migliore al Pdl, baciamo le mani Angelino”, riferito a quando l’ex ministro della Giustizia è diventato segretario politico del Pdl.
Lo Zito ha esternato anche quando il governo ha approvato il nucleare: “E’ arrivato il nucleare in Italia, Berlusconi apri la bocca, inspira bene e cerca di scoreggiare in Parlamento”.
Perplessa Donatella Ferranti del Pd: “L’accusa di vilipendio è molto grave. Colpisce però che una norma nata a tutela dei cittadini rischi di diventare strumento per limitare la libertà di opinione”. E’ la prima volta che nel mirino finisce la bacheca di Facebook.

fonte: blitz quotidiano

8 ottobre 2011

Milano: Polizia carica presidio antifascista

Presidio antifascista questa  mattina in piazza Miani a , nel popolare quartiere della Barona. Obiettivo dell’iniziativa: contrastare l’apertura della sede dei neofascisti di Fiamma Tricolore in via Tosi. Presenti Anpi, Cgil e numerosi militanti di organizzazioni politiche  di sinistra, spazi sociali e gente del quartiere. Sulla loro strada, però, un’imponente  militarizzazione, con carabinieri e poliziotti che hanno impedito agli antifascisti di avanzare verso il raduno fascista. Le “forze dell’ordine” hanno anche effettuato due contro il centinaio di compagni presenti. (foto)

6 ottobre 2011

Messina: detenuto romeno muore; durante l’arresto ha “sbattuto il viso sul pavimento”

Un’inchiesta dovrà chiarire le cause della morte di un detenuto romeno, Marcel Vitiziu, 30 anni, della casa circondariale di Gazzi, a Messina, morto lunedì, per arresto cardiaco, mentre in ambulanza veniva trasferito al Policlinico. Il procuratore aggiunto Vincenzo Barbaro e il sostituto Federica Rende hanno dato incarico a due medici legali palermitani di effettuare l’autopsia.
Il 30enne era stato arrestato venerdì sera dai carabinieri in una rivendita di tabacchi di Camaro Inferiore. Era ubriaco e all’arrivo dei militari si è scagliato contro di loro con calci e pugni. A fatica sono riusciti a mettergli le manette ma lui riesce a divincolarsi, perde l’equilibrio e cade sbattendo il viso sul pavimento. Non si calma e per metterlo sull’ambulanza viene legato alla lettiga e ammanettato. Al pronto soccorso dell’ospedale “Piemonte” viene sedato e giudicato guaribile in 30 giorni: ha lesioni al naso ed all’arcata sopraccigliare.
Quindici minuti dopo la mezzanotte viene trasferito in carcere. L’indomani, alle 11, viene portato in ambulanza al Policlinico per sottoporlo alla Tac da cui si rileva un trauma cranico-facciale, la rottura del setto nasale e un edema. Viene riportato in carcere, ma le condizioni peggiorano e domenica, alle 8.18, viene sottoposto al Policlinico ad un’altra Tac che conferma la diagnosi precedente. Torna così di nuovo in carcere.
Lunedì, alle 9.30, il Gip Masimiliano Micali non riesce a convalidare l’arresto per le sue condizioni psicofisiche. Alle 11.15 ha un arresto cardiaco mentre un’ambulanza corre verso il Policlinico. Inutili i tentativi di rianimarlo e a mezzogiorno viene dichiarato il decesso. Il legale d’ufficio, Giuseppe Serafino, nutre dubbi sulle cause del decesso che potrebbe essere stato provocato da lesioni interne “non correttamente diagnosticate tra venerdì sera e lunedì mattina”.
Chiede alla procura di accertare da dove eventualmente derivino, se da traumi o da percosse, ma anche perché è stato portato in carcere in stato d’arresto per resistenza a pubblico ufficiale e non invece sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio.

fonte: Agi

Verso la mobilitazione del 15 ottobre: a Padova studenti identificati dalla Digos

Questa mattina davanti alla Facoltà di Lettere e Filosofia quattro studenti sono stati identificati dalla Digos mentre distribuivano volantini informativi e offrivano la colazione con un banchetto agli altri universitari.
Precisiamo che uno degli studenti identificati non era promotore del banchetto ma semplicemente un passante.
L’iniziativa era volta a promuovere le giornate di mobilitazione del 7 e 15 Ottobre e le assemblee relative, contro le politiche di austerity e le riforme dell’università.
Da anni i banchetti davanti alle facoltà sono una pratica quotidiana tramite cui i gruppi e le associazioni universitarie si relazionano con gli studenti.
Quanto successo non può che rivelarsi come un chiaro atto di intimidazione verso chi si mobilita con sguardo critico verso quanto accade e cerca di creare un’alternativa.
Già a conclusione dell’anno politico scorso sei studenti del movimento cittadino erano stati sottoposti a misure cautelari tuttora in vigore (quotidianamente devono presentarsi in Questura). Questi giovani sono stati accusati di essere socialmente pericolosi sulla base di un impianto accusatorio più che debole: uno dei reati contestati, per fare un esempio, è di “manifestazione non autorizzata” per un banchetto simile a quello di questa mattina gestito da sole due persone.
Con l’inizio dell’anno accademico e dentro a un quadro sociale di forte mobilitazione a tutti i livelli sociali l’orientamento della Questura appare quello di far pressione attraverso la “paura “.
In un paese democratico vi è il diritto (e in questo momento storico diremo quasi un “dovere”) di esprimere il proprio dissenso ed episodi come quello di oggi devono essere denunciati e rispediti al mittente.

Studenti della facoltà di Lettere e Filosofia

Morte di Stefano Cucchi; agli atti del processo la lettera di un ex detenuto

“Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri, tutta la notte ho preso botte per un pezzo di fumo”. È la confidenza che Alaya Tarek ha detto di aver sentito con le sue orecchie direttamente da Stefano Cucchi, il geometra 31enne arrestato per detenzione di droga e morto nel reparto clinico del carcere Regina Coeli il 22 ottobre 2009.
Tarek poi chiese di ricopiare tutto a un’altra persona che era detenuta, Stefano Capponi: ora quella lettera è agli atti del processo a carico di sei medici, tre infermieri e tre guardie carcerarie. Le accuse, a vario titolo, vanno dalle lesioni e abuso di autorità fino al favoreggiamento, abbandono di incapace, abuso d’ufficio e falsità ideologica. Nessuno dei dodici imputati era presente nell’aula del Tribunale. “Io Cucchi non l’ho visto né conosciuto - ha detto Capponi ieri in aula a Roma - . Fu Tarek a chiedermi di ricopiargli una lettera. Era scritta in un italiano strano”. Capponi ha confermato in pieno i contenuti della lettera.
Anche altri due ex detenuti, cittadini albanesi, che il giorno della convalida dell’arresto di Cucchi si trovavano come lui nelle celle del tribunale di Roma avrebbero sostenuto che Cucchi aveva raccontato loro di essere stato percosso dai carabinieri. Ieri non erano in aula perché irreperibili. Per la difesa la loro audizione è necessaria; il pm era pronto a farne a meno. Dovranno quindi essere rintracciati.
In relazione alla morte di Stefano è già stato condannato a due anni di carcere con rito abbreviato Claudio Marchiandi, funzionario del Prap (Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria). Secondo il gup che ha firmato quella condanna, Stefano Cucchi “doveva essere internato” nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini proprio per “evitare che soggetti estranei all’amministrazione penitenziaria prendessero cognizione delle tragiche condizioni in cui era stato ridotto”.
Ricoverato lì per evitare che la situazione “venisse portata a conoscenza dell’autorità giudiziaria”; “per tenere Cucchi al riparo da sguardi indiscreti sottraendolo intenzionalmente a tutte le cure di cui aveva bisogno”. Per il giudice Rosalba Liso infatti “non c’era spazio a dubbi di sorta in ordine al fatto che Cucchi fosse stato picchiato”. “Stefano non doveva assolutamente entrare poiché si trattava di un paziente in un fase di acuzie”.
Marchiandi per il gup “ha concorso alla falsa rappresentazione delle reali condizioni di Stefano (fu redatto dalla dottoressa Rosita Caponetti, anche lei imputata, un falso un falso certificato medico) così determinandone l’ingresso al reparto protetto del Pertini, che non sarebbe stato altrimenti in alcun modo possibile”.

fonte: Ansa

Teramo: respinta richiesta archiviazione, si riapre processo per pestaggio in carcere

“Massacrato al punto di rischiare una rivolta dei detenuti”: non usa mezzi termini il giudice Angela Di Girolamo. Nelle otto pagine di motivazioni, il magistrato (all’epoca dei fatti in servizio a Teramo e ora all’Aquila) mette nero su bianco il perché dell’assoluzione di Mario Lombardi. L’uomo, 46 anni, di Chieti, è il detenuto pestato a cui si fa riferimento nell’audio shock sul carcere di Castrogno che rivelava un pestaggio avvenuto nel penitenziario.
Un caso che due anni finì sulle prime pagine di tutti i giornali. Lombardi (assistito dall’avvocato Filippo Torretta) era andato a processo con l’accusa di lesioni e resistenza ad un agente di polizia penitenziaria e a gennaio è stato assolto perché il fatto non sussiste. L’uomo, che nel frattempo ha finito di scontare la pena ed è uscito dal carcere, ha sempre sostenuto di essere stato picchiato dagli agenti come atto di ritorsione proprio per la sua resistenza nei confronti di uno di loro.
“Nessuna violenza a pubblico ufficiale è ipotizzabile”, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza, “nessuna prova è emersa sulla circostanza che il prevenuto abbia voluto opporsi con violenza e minaccia all’agente. Tenuto conto delle contraddittorie risultanze processuali e delle gravi lesioni riportate dal detenuto Lombardi non può ritenersi raggiunta la prova della penale responsabilità in capo all’imputato”.
Nel corso del processo sono stati ascoltati vari testi, tra cui anche la moglie di Uzoma Emeka, ritenuto il testimone chiave del pestaggio in carcere morto nel novembre del 2009 a Castrogno per un cancro non diagnosticato. “Mio marito era in carcere e mi disse di aver visto un agente picchiare un detenuto” ha raccontato la donna al giudice. nei mesi scorsi il gip Marina Tommolini ha riaperto il caso Castrogno, respingendo la richiesta di archiviazione presentata dalla procura per l’ex comandante della polizia penitenziaria Giuseppe Luzi e per cinque agenti. Ad opporsi è stato proprio Lombardi che ha sempre sostenuto di essere stato picchiato per vendetta. Il pm David Mancini, dopo mesi di indagine, aveva chiesto l’archiviazione per l’ex comandante Luzi e i cinque agenti, sottolineando e rimarcando l’impossibilità di poter dimostrare i fatti per l’omertà registrata proprio nell’ambiente carcerario.

fonte: il Centro

Giustizia: ma quante “Amanda” ci sono ancora nelle carceri italiane?

Millequattrocento giorni. È quanto Amanda Knox e Raffaele Sollecito hanno atteso in carcere prima di essere assolti. Quattro anni. Un’ampia fetta sottratta alla gioventù dei due imputati, che all’epoca dei fatti avevano vent’anni o poco più. Un bel pezzo di vita spesa dietro le sbarre, mentre fuori si consumavano le schermaglie tra innocentisti e colpevolisti.
Ma lontano dagli onori della cronaca e dalle prime pagine dei giornali, dai riflettori e dai salotti televisivi, sono tantissime le vite ostaggio dei tempi di una giustizia bloccata. Di un sistema ormai al collasso sotto il peso di un arretrato pendente che sfiora i tre milioni e mezzo di procedimenti penali e sei milioni di procedimenti civili. Una paralisi che è valsa al nostro Paese da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo ben 1095 condanne per violazione della ragionevole durata dei processi, rispetto alle 278 inflitte alla Francia, alle 54 della Germania e alle 11 della Spagna.
E sono migliaia coloro che attendono giudizio, come i protagonisti della piéce di Samuel Beckett attendono Godot, tra le mura di quell’inferno conclamato che sono le nostre galere. Oltre 28 mila, secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia: il 42 per cento dell’intera popolazione carceraria che ad oggi conta circa 67400 detenuti. Un’anomalia tutta italiana che costituisce una delle principali cause del grave stato di sovraffollamento che affligge le carceri del nostro Paese, dove ci sarebbe posto per 46 mila persone: quindi oltre ventimila in meno rispetto a quelle attualmente presenti.
In Italia la carcerazione preventiva è consentita solo in tre casi: il pericolo di fuga, il pericolo di reiterazione del reato e il pericolo di turbamento delle indagini. Eppure l’abuso di questo strumento appare ormai evidente e sono in tanti a denunciarlo perfino tra le massime autorità istituzionali. L’ha sottolineato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al convegno sui temi del carcere e della giustizia che si è tenuto lo scorso luglio al Senato, dove nel corso di un intervento dai toni gravi e inequivocabili ha parlato di un “crescente ricorso alla custodia cautelare, abnorme estensione in concreto della carcerazione detentiva”, che contribuisce a determinare una realtà “che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana - fino all’impulso a togliersi la vita - di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo”.
In quella stessa occasione faceva eco al Capo dello Stato il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, invitando i magistrati “ad un uso sempre più prudente e misurato della misura cautelare restrittiva, strumento da mantenere nell’eccezionalità, quando nessun altro strumento può essere utilizzato per soddisfare le esigenze cautelari”. Parole riprese dal ministro della Giustizia Nitto Palma nella relazione tenuta due settimane fa a Palazzo Madama, in apertura della sessione straordinaria sulla crisi del sistema penitenziario e della giustizia.
Ma non è tutto. Secondo le statistiche la metà di coloro che oggi attendono giudizio dietro le sbarre, ammassati come carne da macello, al termine dell’iter processuale sarà riconosciuta innocente. Com’è accaduto a Massimo Papini, scenografo apprezzato e stimato, che da un giorno all’altro, nell’ottobre del 2009, si è visto sbattere in galera con l’accusa di terrorismo.
A suo carico l’amicizia che da tempo lo legava a Diana Blefari Melazzi, membro delle nuove Br, e altre frequentazioni di gioventù. Frattaglie del passato sufficienti, in un clima da caccia alle streghe, a costituire per l’accusa un impianto probatorio. E a sottoporre l’uomo a un regime detentivo per certi versi più duro di quello imposto a mafiosi e camorristi. Dopo 18 mesi di carcerazione preventiva, però, Massimo Papini è stato prosciolto da tutte le accuse, anche se nulla potrà restituirgli il tempo che una giustizia miope gli ha scippato. Né a lui, né alle altre vittime di uno Stato che ogni anno sborsa milioni per risarcire le ingiuste detenzioni. Ferite più semplici da evitare, che da curare.

Valentina Ascione da Gli Altri

5 ottobre 2011

Napoli: Basta neofascisti accoltellatori all'Università!

Questa volta almeno non lasciano spazio a dubbi! Casapound si presenta sotto la facoltà di giurisprudenza (angolo via Marina) con i caschi in testa e con uno striscione che fa giustizia delle tante ipocrisie che loro stessi spargono quando gli conviene: "Contro l'ignoranza Antifascista" è il lungo e grottesco striscione che rivendica per l'ennesima volta la loro identità neofascista di nostalgici del duce e della tirannia. Un segnale che segue di poche settimane l'apertura a Roma, in una loro sede, della prima sezione italiana del famigerato "Blood & Honour" la formazione neonazista, estremamente violenta e razzista originaria dell'Inghilterra. E che forse rappresenta un ulteriore salto "dell'esperimento Casapound" nell'ambito delle formazioni di estrema destra, come conferma forse per l'ennesima volta la presenza al loro fianco di alcuni cinquantenni che richiamano ad altre stagioni drammatiche della destra eversiva e stragista in italia.
In un mondo normale sarebbe quanto meno paradossale e inaccettabile che proprio davanti la facoltà di giurisprudenza si contesti l'antifascismo che è parte fondativa della carta Costituzionale di questo paese (che vieta la ricostituzione del partito fascista nella dodicesima disposizione transitoria e finale) e che è stato pagato col sangue di centinaia di migliaia di italiani. Siamo molto curiosi di sapere cosa pensano di tutto questo il Preside della facoltà di giurisprudenza e il Rettore dell'Università Federico II !!
Erano una quindicina stamani, con caschi e mazze, eppure accompagnati e tutelati da almeno due reparti celere (malgrado appunto l'apologia del fascismo e la rivendicazione della tirannia non sarebbero tra le manifestazioni consentite dalla Costituzione della Repubblica). Tra loro anche gli accoltellatori dell'agguato di maggio ai danni degli studenti di Lettere, che è li affianco. Ovvio che la tensione sia immediatamente salita. E' partito un tam tam tra gli studenti che erano all'Università e in una ventina di minuti si è formato un presidio di oltre un centinaio di persone che ha contestato questo sconcio finchè i neofascisti non sono stati costretti ad andar via. Il presidio si è poi trasformato in un breve corteo per la zona universitaria per denunciare l'accaduto. (foto)
Ci pare molto preoccupante del resto che neonazisti e neofascisti riaprano la stagione delle provocazioni quando movimenti, studenti, lavoratori e precari si stanno organizzando per rilanciare, a partire dal 15 ottobre, la protesta sociale per la macelleria della finanziaria contro i diritti del lavoro, la scuola, la sanità, i trasporti pubblici.

Rete napoletana contro il neofascismo, il razzismo, il sessismo

“caso Meredith” e “caso Bianzino”… se la morte non ha lo stesso peso e non buca il video

Il caso Amanda Knox e Raffaele Sollecito ha scatenato attenzioni e reazioni dagli Stati uniti alla Gran Bretagna. Anche se gli italiani si sono accontentati di un voyeurismo sensazionalista, a partire dal reggiseno con le tracce di liquido seminale, il “caso Meredith” ha scatenato una copertura mediatica monumentale. Alcune morti in effetti pesano stranamente più di altre.
Viene alla mente quella di Aldo Bianzino, un uomo che entrò sano, in quegli stessi giorni e sempre a Perugia, nel carcere di capanne e ne uscì morto. Nessuno se ne occupò (tranne qualche giornalista e i radicali) anche se quell’episodio oscuro era tinto di giallo non meno di quello che riguardava quanto accadde nell’appartamento della povera Meredith Kercher.
Come spesso accade per i fatti di cronaca, l’opinione pubblica si divide in due: colpevolisti o innocentisti. Prima, durante e dopo la sentenza. Nel caso di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, la cosa è andata oltre i confini italiani assumendo toni e connotati da disputa internazionale. Gli americani contro la colpevolezza, i britannici a favore (anche se con maggior equilibrio). Gli italiani si sono accontentati di un voyeurismo sensazionalista, a partire dal reggiseno e dalle tracce di liquido seminale.
Per alcuni, difficile dire quanti, l’eccesso di notizie su quell’oscura vicenda deve aver però causato una forma di rigetto nonostante la pressante valanga di informazioni, indiscrezioni, dubbi (o forse proprio per questo). Che cosa ci spinga, o non ci spinga, ad appassionarci alle tenebre dei delitti resta un fatto inspiegabile, buono più per la letteratura psicoanalitica che non per gli studi di sociologia. Resta il fatto che alcune notizie, non meno gravi, non meno ‘gialle”, il video non lo bucano affatto. Anzi.
Viene alla mente quanto avvenne, grosso modo negli stessi giorni, sempre a Perugia nell’autunno del 2007, quando un ebanista che coltivava un po’ di marijuana nell’orto di casa venne arrestato dalla polizia. Il poveretto finì in carcere, prelevato, assieme alla compagna, nell’abitazione sulle montagne dove viveva con la vecchia madre e il figlioletto che, dopo aver assistito all’arresto, venne abbandonato con la parente ottuagenaria che a fatica capiva quanto stava accadendo.
Il fatto è che Aldo Bianzino, questo il suo nome, uscì di prigione per andare direttamente all’obitorio e di lì a una rapida sepoltura. Già se ne erano occupate solo le cronache locali, figurarsi quando sotto i riflettori esplose il caso Meredith e tutta la vicenda a tinte forti che ne scaturì. Il è solo uno dei tanti casi in cui un uomo entra vivo in carcere e ne esce morto in circostanze oscure.
Il secondo è uno dei pochi che sembra meritare attenzione. Sul primo calò rapidamente il silenzio e si venne a sentenza abbastanza rapidamente, nel 2009, quando per il caso del falegname di Pietralunga la procura di Perugia decise l’archiviazione, ignorando le opposizioni degli avvocati alla richiesta di escludere la possibilità dell’omicidio. Per la magistratura di Perugia, nonostante le rimostranze di parenti amici e, tra i politici, soprattutto dei radicali, Aldo Bianzino morì per cause naturali anche se entrò in carcere sano e ne uscì morto.
Qui non si vuol dar la croce addosso a questo o quel magistrato o mettere in dubbio i risultati delle indagini pur con tutti i dubbi che restano, in una vicenda o nell’altra. Vien solo da chiedersi perché alcune morti pesino più di altre. Almeno sul piatto mediatico. Quella del povero Aldo pesava davvero molto meno di quella della povera Meredith.

Emanuele Giordana da Terra

Napoli: Aggressioni e provocazioni fasciste

Eccoli, puntualità e vigliaccheria non gli fanno difetto!

Mentre i movimenti sociali lavorano a preparare le mobilitazioni dei precari, dei lavoratori e degli studenti per il 15 ottobre, anche a Napoli, nella nostra città, i gruppuscoli neofascisti tornano a colpire con le modalità consuete, quelle dell'agguato improvviso, dell'aggressione tanti contro uno. E' lo stesso giro di personaggi legati a Casapound che nemmeno pochi mesi fà, in piena campagna elettorale, prima annunciarono sui muri e poi eseguirono gli accoltellamenti ai danni degli studenti universitari fuori la facoltà di Lettere! Fra gli aggressori con le lame incredibilmente anche un candidato di Casapound al consiglio municipale nelle liste del PDL (personaggio che poi ha raccolto pochissimi voti).
Stavolta una sequenza di fatti che non si possono decisamente sottovalutare!
Alcuni giorni fà la prima aggressione contro un attivista antirazzista, con modalità di vero e proprio agguato, in quattro sui motorini armati di una mazza con cui lo hanno più volte colpito nel quartiere di Chiaiano! Poi al Vomero, rincorsi e malmenati alcuni studenti medi che erano passati durante un banchetto di Casa Pound. Infine ancora minacce in quattro contro uno nella metro, con la presenza di inquietanti personaggi che riportano addirittura agli anni '80... E questi sono solo gli episodi di cui siamo venutio a conoscenza!
A chi sono funzionali queste figure che propagano odio sociale verso gli immigrati, verso i più deboli o verso chi agisce nei movimenti sociali? Quali sono le responsabilità di figure istituzionali che anche in Campania flirtano con organizzazioni alla quale lo stragista Anders Breivik ha ben pensato di inviare il suo "documento" di rivendicazione contro il multiculturalismo e altre farneticazioni associate?! Politici presenti pure nelle istituzioni locali che allevano e sostengono economicamente questi neonazisti (ricordiamo che sempre il candidato alla municipalità per il Pdl inneggiava al compleanno di Hitler sul suo account di facebook, ma ancor più che a Roma Casapound ha aperto una delle sue sedi alla prima sezione italiana di Blood & Honour, il famigerato gruppo neonazista, violento e razzista cresciuto in Inghilterra!).
Non è certo un fenomeno da sottovalutare anche a Napoli, città culturalmente distante dal razzismo, ma dove pure la crisi economica può essere strumentalizzata per promuovere l'odio xenofobo, come dimostra l''inquietante aggressione a un lavoratore maghrebino appena pochi giorni fà a porta Capuana.
Le realtà della rete antirazzista e antifascista continueranno la propria attività per denunciare pubblicamente la presenza, il ruolo e le complicità di questi gruppi neonazisti, al fine di contrastarne il radicamento e il tentativo di diffusione. Ma evidentemente questo è un problema che riguarda tutti i cittadini, le associazioni e le organizzazioni che hanno a cuore la qualità della democrazia e l'eguaglianza sociale.
All'indomani dell'anniversario delle Quattro Giornate con cui il nostro popolo si liberò dalla tirannia nazifascista questa responsabilità è la differenza fra chi ne fa solo un'occasione retorica e chi ne difende davvero l'eredità morale, sociale e politica!

Rete napoletana contro il razzismo, il neofascismo e il sessismo

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Stamattina mentre gli studenti erano impegnati nel volantinaggio in vista del corteo cittadino del 7 ottobre (taglio diritti), uno spiacevole incontro ha interrotto il lavoro di chi giorno per giorno sta cercando di creare controinformazione in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando. Questo significa essere studenti per noi: ribadire il no alla aziendalizzazione dell universita' il no ai tagli dei trasporti, il no alla presenza di fascisti nella nostra città! Napoli è stata la prima città a liberarsi dal nazifascismo e come allora giorno per giorno ognuno deve ribadire il suo antifascismo ovunque si trovi. Cacciati dalla mobilitazione studentesca del 2008 come da prassi essi hano portato avanti la loro "linea politica" di infami aggressioni. Non ci stupiscono le dichiarazioni di Enrico Tarantino, responsabile casapound napoli (associazione neofascista) che, autore assieme ad altri due "camerati" degli accoltellamenti all'esterno della facoltà di Lettere e Filosofia il 29 aprile, ha avuto il coraggio di affermare di essere vittima in quell'occasione di un'aggressione antifascista. In quell'occasione decine di studenti stavano ripulendo la facoltà da scritte minatorie che presagivano ciò che sarebbe successo il giorno dopo (antifà vi buchiamo) e infamanti nei confronti della memoria storica della nostra città. Del resto l'antifascismo che ogni giorno portiamo avanti non lascia alcuna agibilità a questi individui. UN antifascismo che però va ribadito e praticato ogni giorno, ovunque,senza tregua, affinchè accoltellamenti e aggressioni non si ripetano mai più. E stamani gli studenti che erano impegnati nel volantinaggio hanno ribadito ancora una volta che chi si rifà a ideali del ventennio fascista che qui e per le strade non troveranno mai posto. Emmanuela florino, una delle esponenti di questa organizzazione neofascista (la Florino, "figlia d'arte di Michele florino, noto esponente del MIS e mandante dell'omicidio di Iolanda Palladino) da oggi si farà vittima di un vile attacco da parte di una "decina di militanti di estrema sinistra", quando l'ultima volta che si sono presentati sotto la nostra facoltà, l'hanno fatto con coltelli alla mano. rivendichiamo ogni giorno le nostre pratiche atifasciste; nessuno spazio sarà lasciato nelle mani di questi fascisti; ogni studente, consapevole della necessità di praticare l'antifascismo, caccerà fascisti vecchi e nuovi da strade e facoltà.

NAPOLI È ANTIFASCISTA! NESSUNA AGIBILITÀ, SE NON QUELLA DI TORNARE NELLE VOSTRE FOGNE!

Collettivo di Lettere

I parenti delle vittime dei pestaggi: «No alla legge bavaglio»

Ilaria Cucchi, sorella del ragazzo morto di botte in carcere. Lucia Uva, sorella di Giuseppe, fermato dai carabinieri e mai più tornato a casa. Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, Domenica Ferulli, la figlia di Michele che ha avuto un infarto durante le più che brusche procedure d’arresto. Da oggi anche loro saranno davanti alla Camera a protestare, con le gigantografie delle foto dei loro congiunti, contro la legge bavaglio all’avvio dell’iter parlamentare. E chiamano a partecipare ogni vittima delle forze dell’ordine e della malagiustizia. Una forma di solidarietà per la magistratura e per la stampa sebbene nelle rispettive vicende processuali, l’una e l’altra si sono dimostrate alleate difficili per la verità e la giustizia.
L’appello è partito dal blog dei genitori di Federico Aldrovandi, lo stesso da cui partì la denuncia che sventò un’archiviazione al termine di due mesi di silenzio stampa o di banalizzazioni della vicenda al capitolo droghe. Quel blog non è stato mai chiuso e funziona da punto di riferimento per chiunque abbia subito un’ingiustizia da parte delle forze dell’ordine. «Le intercettazioni sono un problema dei potenti non della gente perbene», si legge nell’appello: «Questa giustizia ignora in modo imbarazzante i diritti delle vittime dei reati e li calpesta. Questa giustizia processa più facilmente le vittime e i familiari di stato piuttosto che i loro carnefici. Siamo stanche di sentirci dire che la Legge è uguale per tutti quando non è assolutamente vero. Siamo stanche di sentir parlare di riforma della giustizia e di processi brevi processi lunghi legge bavaglio e questa legge sulle intercettazioni...
Di giustizia si muore e i processi sono insostenibili tanto per le vittime del reato quanto per imputati non in possesso di risorse adeguate. Noi chiediamo a tutte le vittime dei reati di Stato, o comunque di Potere, alle vittime della giustizia italiana, di protestare con noi perché le intercettazioni vengano salvaguardate, le leggi bavaglio cassate, e i politici si occupino dei problemi di giustizia della gente e non dei loro personali (...) Vogliamo pubblici ministeri affamati di verità. Vogliamo giudici sereni, imparziali ma anche custodi del rispetto dell’immenso dolore dei familiari delle vittime. Insomma vogliamo i giudici e i pubblici ministeri del processo Aldrovandi anche per gli altri. Vogliamo che i parlamentari facciano gli straordinari per approvare la legge sulla tortura visto che l’Italia è l’unico Paese che si è rifiutato di farla nonostante l’articolo 13 della Costituzione che lo impone, e non per cancellare o nascondere le intercettazioni che mettono in imbarazzo buona parte dei loro colleghi. (...) Noi saremo davanti a Montecitorio quando inizierà la discussione di questa ennesima vergognosa legge ad personam in materia di giustizia.

Checchino Antonini

4 ottobre 2011

Parma: condannati i vigili responsabili del pestaggio razzista

Sono stati tutti condannati gli otto vigili imputati, tra l'altro, di sequestro di persona, lesioni, insulti razzisti e minacce a Emmanuel Bonsu, lo studente Ghanese, di 25 anni che il 29 settembre 2008 fu arrestato per errore perchè scambiato per il 'palò di un pusher. La pena più consistente è stata pronunciata nei confronti di Pasquale Fratantuono, l'agente ritratto nella fotografia 'trofeò che fu trovata nel corso di indagini sul suo computer di servizio; nell'immagine compariva assieme a Bonsu che aveva l'occhio sinistro vistosamente tumefatto. Per lui una condanna a sette anni e nove mesi, con interdizione in perpetuo dai pubblici uffici. Sette anni e sei mesi di carcere, invece, per Simona Fabbri, commissario capo della Municipale di Parma e vice comandante del Corpo all'epoca dei fatti. Sei anni e otto mesi, per Stefania Spotti, ispettore capo della Municipale, con compiti di coordinamento dell'operazione antidroga che portò all'arresto del giovane ghanese; anche per lei interdizione in perpetuo ai pubblici uffici. Tre anni e sei mesi per Mirko Cremonini, l'agente che insieme a Pasquale Fratantuono condivideva l'aggravante razziale nel corso del processo. Anche per lui interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Tre anni e quattro mesi per Marco De Blasi, un altro degli agenti alla sbarra, che è stato interdetto dai pubblici uffici per la durata di cinque anni. Quattro anni e nove mesi per Andrea Sinisi, interdetto per di cinque anni. Quattro anni e sette mesi per Giorgio Albertini, anche per lui interdizione quinquennale.
Pena lievissima, invece, per Graziano Cicinato, l'unico agente nei confronti del quale il tribunale di Parma ha pronunciato assoluzioni per la maggior parte dei capi di imputazione contestati. Cicinato è stato condannato a due anni, pena sospesa, in ragione della condizionale. Molto delusa la parte civile, che rappresentava la famiglia Bonsu, che si è vista sì riconoscere un diritto al risarcimento del danno e una provvisionale di 135 mila euro, ma si è vista respingere dal tribunale la richiesta di considerare il Comune di Parma responsabile civile per quanto accaduto al ragazzo. Significa che la provvisionale e gli eventuali danni ulteriori che dovranno essere determinati nel corso di un procedimento civile non sarà pagata dall'Amministrazione cittadina di parma in solido con gli imputati, ma da questi ultimi solo. La difesa della famiglia Bonsu non ha voluto parlare subito dopo la pronuncia della sentenza, ma è più che probabile il concorso in appello. Appello che sembra scontato da parte della maggior parte degli imputati letteralmente annichiliti dalla consistenza delle pene. Il caso tre anni fa fece molto rumore e fu il primo ad incrinare l'immagine della città e dell'Amministrazione comunale, caduta la scorsa settimana dopo due indagini, con arresti, per tangenti e una terza con 11 assessori indagati per abuso d'ufficio.

fonte: Leggo Italia

3 ottobre 2011

Aggressione fascista all'università Roma tre

A Roma Tre ottobre comincia nel segno delle vigliacche violenze ad opera dei neofascisti.
Questa mattina due ragazzi residenti del quartiere di San Paolo sono stati aggrediti da una compagine di dieci camerati dell'organizzazione Blocco Studentesco, rei di ‘stacchinare’ dai muri degli edifici antistanti la facoltà di Scienze Politiche i manifesti dell’omonimo gruppo. I due giovani sono stati raggiunti alle spalle dalla squadraccia che, uscita dalla facoltà, dopo avere insultato i due, non ha esitato a colpirli con i ferri delle cinghie delle proprie cinture.
“Ti svegli la mattina, trovi il tuo quartiere imbrattato dai manifesti di un gruppo che non si vergogna a definirsi ‘fascisti del terzo millennio’ - racconta uno dei giovani aggrediti – e quando cerchi di togliere quei manifesti dai muri delle tue case, dieci persone ti circondano e ti prendono a cinghiate.”
Allargando lo sguardo oltre lo spiacevole episodio avvenuto questa mattina, vanno fatte alcune considerazioni chiarificatrici.
Nonostante si definiscano ribelli e siano molto lesti ad aggredire i giovani abitanti di San Paolo in dieci contro due, sembra che i coraggiosissimi neofascisti siano ‘vicini’ alle forze dell’ordine. Testimonianze dei residenti del quartiere riferiscono di aver notato, ieri notte, circa sessanta persone atte ad attaccare manifesti nelle vie di San Paolo che bordeggiano gli edifici delle facoltà universitarie, e che tale comitiva fosse scortata da auto pattuglie con tanto di lampeggianti accesi.
Segnali preoccupanti per la tenuta democratica dei nostri territori, considerando inoltre che l‘Ateneo di Roma Tre, nonostante le proteste trasversali da parte di tutte le organizzazioni studentesche a seguito di altri episodi di violenza di cui gli esponenti di Blocco Studentesco sono stati protagonisti, ha permesso ai neofascisti di presentarsi alle ultime elezioni universitarie ed acquisire agibilità istituzionale, nel completo sprezzo dei valori su cui si basa la Costituzione Repubblicana.

2 ottobre 2011

Caricato presidio al CIE di Torino

La polizia nel pomeriggio di sabato 1 ottobre ha caricato violentemente un presidio di solidarietà a Ismael, ragazzo peruviano in attesa di espulsione, sotto il CIE di Torino.
Un presidio molto tranquillo, a tratti festante, che alternava a momenti musicali altri di interventi al microfono da parte della comunità peruviana strettasi intorno ad Ismael. La polizia ha caricato ripetutamente, inseguendo addirittura le persone per interi isolati e picchiando selvaggiamente chi durante questa corsa è caduto a terra.
Una vera e propria caccia all’uomo, con diversi feriti causati dall’accanimento delle forze dell’ordine e un furgone con impianto preso di mira dai poliziotti, probabilmente troppo lenti per raggiungere qualcuno, ma sicuramente abbastanza frustrati per accanirsi e danneggiare un impianto statico.
In questi mesi continuano senza sosta le proteste e i tentativi di fuga all’interno dei CIE, veri e propri luoghi di reclusione, dove la vita delle donne e degli uomini che vi vengono reclusi sono private di ogni diritto e dignità.
Coraggio ha mostrato Ismael che nei giorni scorsi, imbarcato su un aereo diretto al suo paese, tanto ha protestato che il pilota si è rifiutato di partire facendolo inevitabilmente riportare all’interno delle mura di Corso Brunelleschi.
L’immediato pensiero va a Ismael, a tutta la sua comunità e ai compagnie e alle compagne di Torino che oggi hanno dovuto subire un’inaccettabile violenza da parte delle forze dell’ordine, ancora una volta schierate a difesa di un obbrobrio prodotto da questa società.

fonte: InfoAut

1 ottobre 2011

La casa è un diritto, scontri a Salicelle (Napoli)

Sono passate meno di 24 ore dalla fine degli scontri, ma la tensione al Rione Salicelle di Afragola rimane alta.
Inizia tutto mercoledì, quando centinaia di famiglie decidono di opporsi al piano di sgombero abitativo voluto dal sindaco, il senatore del Pdl Vincenzo Nespoli e della prefettura. Sono stati infatti programmati tre sgomberi nel pomeriggio, solo i primi dei 100 in programma. La gente non ci sta, ma la polizia tra il pomeriggio di mercoledì e la giornata di giovedì tenta più volte di forzare la situazione, arrivando addirittura a caricare un corteo con centinaia di persone tra cui molte donne e bambini. Forte la reazione delle famiglie: cassonetti incendiati, lancio di oggetti dalla strada e dai balconi, occupazione dell’asse mediano (arteria stradale che collega il Comune a quelli limitrofi, oltre che agli accessi autostradali), il tutto mentre i lacrimogeni della polizia infestano il centro abitato.
Di fronte ad una reazione tanto determinata, gli sgomberi non vengono eseguiti, ponendo piuttosto al centro della discussione la questione dell’emergenza abitativa. Sono numerosi, infatti, i giornali locali che denunciano come ci sia da parte delle istituzioni un completo disinteresse verso quelli che sono i bisogni della popolazione, ad Afragola come al Parco verde di Caviano, alla 167 di Secondigliano, a Chiaiano, Ponticelli, Barra, San Giovanni e via discorrendo, quartieri lasciti al degrado e spesse volte criminalizzati proprio da quei poteri che, come oggi ad Afragola, ne chiedono la “normalizzazione”.
Afragola è un grosso comune di 64.000 persone a nord di Napoli e gran parte degli abitanti del Rione Salicelle che proviene da Napoli ha cominciato ad insediarsi nel Rione fin della ricostruzione post-terremoto del 1980.
Per ora sono due gli arresti effettuati e una decina i poliziotti feriti , ma quello che è sicuro è che queste famiglie hanno difeso un loro diritto, quello dell’abitare, e che se non si fossero opposte oggi si troverebbero tutte per strada.

fonte: InfoAut

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