6 ottobre 2011

Giustizia: ma quante “Amanda” ci sono ancora nelle carceri italiane?

Millequattrocento giorni. È quanto Amanda Knox e Raffaele Sollecito hanno atteso in carcere prima di essere assolti. Quattro anni. Un’ampia fetta sottratta alla gioventù dei due imputati, che all’epoca dei fatti avevano vent’anni o poco più. Un bel pezzo di vita spesa dietro le sbarre, mentre fuori si consumavano le schermaglie tra innocentisti e colpevolisti.
Ma lontano dagli onori della cronaca e dalle prime pagine dei giornali, dai riflettori e dai salotti televisivi, sono tantissime le vite ostaggio dei tempi di una giustizia bloccata. Di un sistema ormai al collasso sotto il peso di un arretrato pendente che sfiora i tre milioni e mezzo di procedimenti penali e sei milioni di procedimenti civili. Una paralisi che è valsa al nostro Paese da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo ben 1095 condanne per violazione della ragionevole durata dei processi, rispetto alle 278 inflitte alla Francia, alle 54 della Germania e alle 11 della Spagna.
E sono migliaia coloro che attendono giudizio, come i protagonisti della piéce di Samuel Beckett attendono Godot, tra le mura di quell’inferno conclamato che sono le nostre galere. Oltre 28 mila, secondo gli ultimi dati del Ministero della Giustizia: il 42 per cento dell’intera popolazione carceraria che ad oggi conta circa 67400 detenuti. Un’anomalia tutta italiana che costituisce una delle principali cause del grave stato di sovraffollamento che affligge le carceri del nostro Paese, dove ci sarebbe posto per 46 mila persone: quindi oltre ventimila in meno rispetto a quelle attualmente presenti.
In Italia la carcerazione preventiva è consentita solo in tre casi: il pericolo di fuga, il pericolo di reiterazione del reato e il pericolo di turbamento delle indagini. Eppure l’abuso di questo strumento appare ormai evidente e sono in tanti a denunciarlo perfino tra le massime autorità istituzionali. L’ha sottolineato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al convegno sui temi del carcere e della giustizia che si è tenuto lo scorso luglio al Senato, dove nel corso di un intervento dai toni gravi e inequivocabili ha parlato di un “crescente ricorso alla custodia cautelare, abnorme estensione in concreto della carcerazione detentiva”, che contribuisce a determinare una realtà “che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana - fino all’impulso a togliersi la vita - di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo”.
In quella stessa occasione faceva eco al Capo dello Stato il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, invitando i magistrati “ad un uso sempre più prudente e misurato della misura cautelare restrittiva, strumento da mantenere nell’eccezionalità, quando nessun altro strumento può essere utilizzato per soddisfare le esigenze cautelari”. Parole riprese dal ministro della Giustizia Nitto Palma nella relazione tenuta due settimane fa a Palazzo Madama, in apertura della sessione straordinaria sulla crisi del sistema penitenziario e della giustizia.
Ma non è tutto. Secondo le statistiche la metà di coloro che oggi attendono giudizio dietro le sbarre, ammassati come carne da macello, al termine dell’iter processuale sarà riconosciuta innocente. Com’è accaduto a Massimo Papini, scenografo apprezzato e stimato, che da un giorno all’altro, nell’ottobre del 2009, si è visto sbattere in galera con l’accusa di terrorismo.
A suo carico l’amicizia che da tempo lo legava a Diana Blefari Melazzi, membro delle nuove Br, e altre frequentazioni di gioventù. Frattaglie del passato sufficienti, in un clima da caccia alle streghe, a costituire per l’accusa un impianto probatorio. E a sottoporre l’uomo a un regime detentivo per certi versi più duro di quello imposto a mafiosi e camorristi. Dopo 18 mesi di carcerazione preventiva, però, Massimo Papini è stato prosciolto da tutte le accuse, anche se nulla potrà restituirgli il tempo che una giustizia miope gli ha scippato. Né a lui, né alle altre vittime di uno Stato che ogni anno sborsa milioni per risarcire le ingiuste detenzioni. Ferite più semplici da evitare, che da curare.

Valentina Ascione da Gli Altri

5 ottobre 2011

Napoli: Basta neofascisti accoltellatori all'Università!

Questa volta almeno non lasciano spazio a dubbi! Casapound si presenta sotto la facoltà di giurisprudenza (angolo via Marina) con i caschi in testa e con uno striscione che fa giustizia delle tante ipocrisie che loro stessi spargono quando gli conviene: "Contro l'ignoranza Antifascista" è il lungo e grottesco striscione che rivendica per l'ennesima volta la loro identità neofascista di nostalgici del duce e della tirannia. Un segnale che segue di poche settimane l'apertura a Roma, in una loro sede, della prima sezione italiana del famigerato "Blood & Honour" la formazione neonazista, estremamente violenta e razzista originaria dell'Inghilterra. E che forse rappresenta un ulteriore salto "dell'esperimento Casapound" nell'ambito delle formazioni di estrema destra, come conferma forse per l'ennesima volta la presenza al loro fianco di alcuni cinquantenni che richiamano ad altre stagioni drammatiche della destra eversiva e stragista in italia.
In un mondo normale sarebbe quanto meno paradossale e inaccettabile che proprio davanti la facoltà di giurisprudenza si contesti l'antifascismo che è parte fondativa della carta Costituzionale di questo paese (che vieta la ricostituzione del partito fascista nella dodicesima disposizione transitoria e finale) e che è stato pagato col sangue di centinaia di migliaia di italiani. Siamo molto curiosi di sapere cosa pensano di tutto questo il Preside della facoltà di giurisprudenza e il Rettore dell'Università Federico II !!
Erano una quindicina stamani, con caschi e mazze, eppure accompagnati e tutelati da almeno due reparti celere (malgrado appunto l'apologia del fascismo e la rivendicazione della tirannia non sarebbero tra le manifestazioni consentite dalla Costituzione della Repubblica). Tra loro anche gli accoltellatori dell'agguato di maggio ai danni degli studenti di Lettere, che è li affianco. Ovvio che la tensione sia immediatamente salita. E' partito un tam tam tra gli studenti che erano all'Università e in una ventina di minuti si è formato un presidio di oltre un centinaio di persone che ha contestato questo sconcio finchè i neofascisti non sono stati costretti ad andar via. Il presidio si è poi trasformato in un breve corteo per la zona universitaria per denunciare l'accaduto. (foto)
Ci pare molto preoccupante del resto che neonazisti e neofascisti riaprano la stagione delle provocazioni quando movimenti, studenti, lavoratori e precari si stanno organizzando per rilanciare, a partire dal 15 ottobre, la protesta sociale per la macelleria della finanziaria contro i diritti del lavoro, la scuola, la sanità, i trasporti pubblici.

Rete napoletana contro il neofascismo, il razzismo, il sessismo

“caso Meredith” e “caso Bianzino”… se la morte non ha lo stesso peso e non buca il video

Il caso Amanda Knox e Raffaele Sollecito ha scatenato attenzioni e reazioni dagli Stati uniti alla Gran Bretagna. Anche se gli italiani si sono accontentati di un voyeurismo sensazionalista, a partire dal reggiseno con le tracce di liquido seminale, il “caso Meredith” ha scatenato una copertura mediatica monumentale. Alcune morti in effetti pesano stranamente più di altre.
Viene alla mente quella di Aldo Bianzino, un uomo che entrò sano, in quegli stessi giorni e sempre a Perugia, nel carcere di capanne e ne uscì morto. Nessuno se ne occupò (tranne qualche giornalista e i radicali) anche se quell’episodio oscuro era tinto di giallo non meno di quello che riguardava quanto accadde nell’appartamento della povera Meredith Kercher.
Come spesso accade per i fatti di cronaca, l’opinione pubblica si divide in due: colpevolisti o innocentisti. Prima, durante e dopo la sentenza. Nel caso di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, la cosa è andata oltre i confini italiani assumendo toni e connotati da disputa internazionale. Gli americani contro la colpevolezza, i britannici a favore (anche se con maggior equilibrio). Gli italiani si sono accontentati di un voyeurismo sensazionalista, a partire dal reggiseno e dalle tracce di liquido seminale.
Per alcuni, difficile dire quanti, l’eccesso di notizie su quell’oscura vicenda deve aver però causato una forma di rigetto nonostante la pressante valanga di informazioni, indiscrezioni, dubbi (o forse proprio per questo). Che cosa ci spinga, o non ci spinga, ad appassionarci alle tenebre dei delitti resta un fatto inspiegabile, buono più per la letteratura psicoanalitica che non per gli studi di sociologia. Resta il fatto che alcune notizie, non meno gravi, non meno ‘gialle”, il video non lo bucano affatto. Anzi.
Viene alla mente quanto avvenne, grosso modo negli stessi giorni, sempre a Perugia nell’autunno del 2007, quando un ebanista che coltivava un po’ di marijuana nell’orto di casa venne arrestato dalla polizia. Il poveretto finì in carcere, prelevato, assieme alla compagna, nell’abitazione sulle montagne dove viveva con la vecchia madre e il figlioletto che, dopo aver assistito all’arresto, venne abbandonato con la parente ottuagenaria che a fatica capiva quanto stava accadendo.
Il fatto è che Aldo Bianzino, questo il suo nome, uscì di prigione per andare direttamente all’obitorio e di lì a una rapida sepoltura. Già se ne erano occupate solo le cronache locali, figurarsi quando sotto i riflettori esplose il caso Meredith e tutta la vicenda a tinte forti che ne scaturì. Il è solo uno dei tanti casi in cui un uomo entra vivo in carcere e ne esce morto in circostanze oscure.
Il secondo è uno dei pochi che sembra meritare attenzione. Sul primo calò rapidamente il silenzio e si venne a sentenza abbastanza rapidamente, nel 2009, quando per il caso del falegname di Pietralunga la procura di Perugia decise l’archiviazione, ignorando le opposizioni degli avvocati alla richiesta di escludere la possibilità dell’omicidio. Per la magistratura di Perugia, nonostante le rimostranze di parenti amici e, tra i politici, soprattutto dei radicali, Aldo Bianzino morì per cause naturali anche se entrò in carcere sano e ne uscì morto.
Qui non si vuol dar la croce addosso a questo o quel magistrato o mettere in dubbio i risultati delle indagini pur con tutti i dubbi che restano, in una vicenda o nell’altra. Vien solo da chiedersi perché alcune morti pesino più di altre. Almeno sul piatto mediatico. Quella del povero Aldo pesava davvero molto meno di quella della povera Meredith.

Emanuele Giordana da Terra

Napoli: Aggressioni e provocazioni fasciste

Eccoli, puntualità e vigliaccheria non gli fanno difetto!

Mentre i movimenti sociali lavorano a preparare le mobilitazioni dei precari, dei lavoratori e degli studenti per il 15 ottobre, anche a Napoli, nella nostra città, i gruppuscoli neofascisti tornano a colpire con le modalità consuete, quelle dell'agguato improvviso, dell'aggressione tanti contro uno. E' lo stesso giro di personaggi legati a Casapound che nemmeno pochi mesi fà, in piena campagna elettorale, prima annunciarono sui muri e poi eseguirono gli accoltellamenti ai danni degli studenti universitari fuori la facoltà di Lettere! Fra gli aggressori con le lame incredibilmente anche un candidato di Casapound al consiglio municipale nelle liste del PDL (personaggio che poi ha raccolto pochissimi voti).
Stavolta una sequenza di fatti che non si possono decisamente sottovalutare!
Alcuni giorni fà la prima aggressione contro un attivista antirazzista, con modalità di vero e proprio agguato, in quattro sui motorini armati di una mazza con cui lo hanno più volte colpito nel quartiere di Chiaiano! Poi al Vomero, rincorsi e malmenati alcuni studenti medi che erano passati durante un banchetto di Casa Pound. Infine ancora minacce in quattro contro uno nella metro, con la presenza di inquietanti personaggi che riportano addirittura agli anni '80... E questi sono solo gli episodi di cui siamo venutio a conoscenza!
A chi sono funzionali queste figure che propagano odio sociale verso gli immigrati, verso i più deboli o verso chi agisce nei movimenti sociali? Quali sono le responsabilità di figure istituzionali che anche in Campania flirtano con organizzazioni alla quale lo stragista Anders Breivik ha ben pensato di inviare il suo "documento" di rivendicazione contro il multiculturalismo e altre farneticazioni associate?! Politici presenti pure nelle istituzioni locali che allevano e sostengono economicamente questi neonazisti (ricordiamo che sempre il candidato alla municipalità per il Pdl inneggiava al compleanno di Hitler sul suo account di facebook, ma ancor più che a Roma Casapound ha aperto una delle sue sedi alla prima sezione italiana di Blood & Honour, il famigerato gruppo neonazista, violento e razzista cresciuto in Inghilterra!).
Non è certo un fenomeno da sottovalutare anche a Napoli, città culturalmente distante dal razzismo, ma dove pure la crisi economica può essere strumentalizzata per promuovere l'odio xenofobo, come dimostra l''inquietante aggressione a un lavoratore maghrebino appena pochi giorni fà a porta Capuana.
Le realtà della rete antirazzista e antifascista continueranno la propria attività per denunciare pubblicamente la presenza, il ruolo e le complicità di questi gruppi neonazisti, al fine di contrastarne il radicamento e il tentativo di diffusione. Ma evidentemente questo è un problema che riguarda tutti i cittadini, le associazioni e le organizzazioni che hanno a cuore la qualità della democrazia e l'eguaglianza sociale.
All'indomani dell'anniversario delle Quattro Giornate con cui il nostro popolo si liberò dalla tirannia nazifascista questa responsabilità è la differenza fra chi ne fa solo un'occasione retorica e chi ne difende davvero l'eredità morale, sociale e politica!

Rete napoletana contro il razzismo, il neofascismo e il sessismo

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Stamattina mentre gli studenti erano impegnati nel volantinaggio in vista del corteo cittadino del 7 ottobre (taglio diritti), uno spiacevole incontro ha interrotto il lavoro di chi giorno per giorno sta cercando di creare controinformazione in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando. Questo significa essere studenti per noi: ribadire il no alla aziendalizzazione dell universita' il no ai tagli dei trasporti, il no alla presenza di fascisti nella nostra città! Napoli è stata la prima città a liberarsi dal nazifascismo e come allora giorno per giorno ognuno deve ribadire il suo antifascismo ovunque si trovi. Cacciati dalla mobilitazione studentesca del 2008 come da prassi essi hano portato avanti la loro "linea politica" di infami aggressioni. Non ci stupiscono le dichiarazioni di Enrico Tarantino, responsabile casapound napoli (associazione neofascista) che, autore assieme ad altri due "camerati" degli accoltellamenti all'esterno della facoltà di Lettere e Filosofia il 29 aprile, ha avuto il coraggio di affermare di essere vittima in quell'occasione di un'aggressione antifascista. In quell'occasione decine di studenti stavano ripulendo la facoltà da scritte minatorie che presagivano ciò che sarebbe successo il giorno dopo (antifà vi buchiamo) e infamanti nei confronti della memoria storica della nostra città. Del resto l'antifascismo che ogni giorno portiamo avanti non lascia alcuna agibilità a questi individui. UN antifascismo che però va ribadito e praticato ogni giorno, ovunque,senza tregua, affinchè accoltellamenti e aggressioni non si ripetano mai più. E stamani gli studenti che erano impegnati nel volantinaggio hanno ribadito ancora una volta che chi si rifà a ideali del ventennio fascista che qui e per le strade non troveranno mai posto. Emmanuela florino, una delle esponenti di questa organizzazione neofascista (la Florino, "figlia d'arte di Michele florino, noto esponente del MIS e mandante dell'omicidio di Iolanda Palladino) da oggi si farà vittima di un vile attacco da parte di una "decina di militanti di estrema sinistra", quando l'ultima volta che si sono presentati sotto la nostra facoltà, l'hanno fatto con coltelli alla mano. rivendichiamo ogni giorno le nostre pratiche atifasciste; nessuno spazio sarà lasciato nelle mani di questi fascisti; ogni studente, consapevole della necessità di praticare l'antifascismo, caccerà fascisti vecchi e nuovi da strade e facoltà.

NAPOLI È ANTIFASCISTA! NESSUNA AGIBILITÀ, SE NON QUELLA DI TORNARE NELLE VOSTRE FOGNE!

Collettivo di Lettere

I parenti delle vittime dei pestaggi: «No alla legge bavaglio»

Ilaria Cucchi, sorella del ragazzo morto di botte in carcere. Lucia Uva, sorella di Giuseppe, fermato dai carabinieri e mai più tornato a casa. Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, Domenica Ferulli, la figlia di Michele che ha avuto un infarto durante le più che brusche procedure d’arresto. Da oggi anche loro saranno davanti alla Camera a protestare, con le gigantografie delle foto dei loro congiunti, contro la legge bavaglio all’avvio dell’iter parlamentare. E chiamano a partecipare ogni vittima delle forze dell’ordine e della malagiustizia. Una forma di solidarietà per la magistratura e per la stampa sebbene nelle rispettive vicende processuali, l’una e l’altra si sono dimostrate alleate difficili per la verità e la giustizia.
L’appello è partito dal blog dei genitori di Federico Aldrovandi, lo stesso da cui partì la denuncia che sventò un’archiviazione al termine di due mesi di silenzio stampa o di banalizzazioni della vicenda al capitolo droghe. Quel blog non è stato mai chiuso e funziona da punto di riferimento per chiunque abbia subito un’ingiustizia da parte delle forze dell’ordine. «Le intercettazioni sono un problema dei potenti non della gente perbene», si legge nell’appello: «Questa giustizia ignora in modo imbarazzante i diritti delle vittime dei reati e li calpesta. Questa giustizia processa più facilmente le vittime e i familiari di stato piuttosto che i loro carnefici. Siamo stanche di sentirci dire che la Legge è uguale per tutti quando non è assolutamente vero. Siamo stanche di sentir parlare di riforma della giustizia e di processi brevi processi lunghi legge bavaglio e questa legge sulle intercettazioni...
Di giustizia si muore e i processi sono insostenibili tanto per le vittime del reato quanto per imputati non in possesso di risorse adeguate. Noi chiediamo a tutte le vittime dei reati di Stato, o comunque di Potere, alle vittime della giustizia italiana, di protestare con noi perché le intercettazioni vengano salvaguardate, le leggi bavaglio cassate, e i politici si occupino dei problemi di giustizia della gente e non dei loro personali (...) Vogliamo pubblici ministeri affamati di verità. Vogliamo giudici sereni, imparziali ma anche custodi del rispetto dell’immenso dolore dei familiari delle vittime. Insomma vogliamo i giudici e i pubblici ministeri del processo Aldrovandi anche per gli altri. Vogliamo che i parlamentari facciano gli straordinari per approvare la legge sulla tortura visto che l’Italia è l’unico Paese che si è rifiutato di farla nonostante l’articolo 13 della Costituzione che lo impone, e non per cancellare o nascondere le intercettazioni che mettono in imbarazzo buona parte dei loro colleghi. (...) Noi saremo davanti a Montecitorio quando inizierà la discussione di questa ennesima vergognosa legge ad personam in materia di giustizia.

Checchino Antonini

4 ottobre 2011

Parma: condannati i vigili responsabili del pestaggio razzista

Sono stati tutti condannati gli otto vigili imputati, tra l'altro, di sequestro di persona, lesioni, insulti razzisti e minacce a Emmanuel Bonsu, lo studente Ghanese, di 25 anni che il 29 settembre 2008 fu arrestato per errore perchè scambiato per il 'palò di un pusher. La pena più consistente è stata pronunciata nei confronti di Pasquale Fratantuono, l'agente ritratto nella fotografia 'trofeò che fu trovata nel corso di indagini sul suo computer di servizio; nell'immagine compariva assieme a Bonsu che aveva l'occhio sinistro vistosamente tumefatto. Per lui una condanna a sette anni e nove mesi, con interdizione in perpetuo dai pubblici uffici. Sette anni e sei mesi di carcere, invece, per Simona Fabbri, commissario capo della Municipale di Parma e vice comandante del Corpo all'epoca dei fatti. Sei anni e otto mesi, per Stefania Spotti, ispettore capo della Municipale, con compiti di coordinamento dell'operazione antidroga che portò all'arresto del giovane ghanese; anche per lei interdizione in perpetuo ai pubblici uffici. Tre anni e sei mesi per Mirko Cremonini, l'agente che insieme a Pasquale Fratantuono condivideva l'aggravante razziale nel corso del processo. Anche per lui interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Tre anni e quattro mesi per Marco De Blasi, un altro degli agenti alla sbarra, che è stato interdetto dai pubblici uffici per la durata di cinque anni. Quattro anni e nove mesi per Andrea Sinisi, interdetto per di cinque anni. Quattro anni e sette mesi per Giorgio Albertini, anche per lui interdizione quinquennale.
Pena lievissima, invece, per Graziano Cicinato, l'unico agente nei confronti del quale il tribunale di Parma ha pronunciato assoluzioni per la maggior parte dei capi di imputazione contestati. Cicinato è stato condannato a due anni, pena sospesa, in ragione della condizionale. Molto delusa la parte civile, che rappresentava la famiglia Bonsu, che si è vista sì riconoscere un diritto al risarcimento del danno e una provvisionale di 135 mila euro, ma si è vista respingere dal tribunale la richiesta di considerare il Comune di Parma responsabile civile per quanto accaduto al ragazzo. Significa che la provvisionale e gli eventuali danni ulteriori che dovranno essere determinati nel corso di un procedimento civile non sarà pagata dall'Amministrazione cittadina di parma in solido con gli imputati, ma da questi ultimi solo. La difesa della famiglia Bonsu non ha voluto parlare subito dopo la pronuncia della sentenza, ma è più che probabile il concorso in appello. Appello che sembra scontato da parte della maggior parte degli imputati letteralmente annichiliti dalla consistenza delle pene. Il caso tre anni fa fece molto rumore e fu il primo ad incrinare l'immagine della città e dell'Amministrazione comunale, caduta la scorsa settimana dopo due indagini, con arresti, per tangenti e una terza con 11 assessori indagati per abuso d'ufficio.

fonte: Leggo Italia

3 ottobre 2011

Aggressione fascista all'università Roma tre

A Roma Tre ottobre comincia nel segno delle vigliacche violenze ad opera dei neofascisti.
Questa mattina due ragazzi residenti del quartiere di San Paolo sono stati aggrediti da una compagine di dieci camerati dell'organizzazione Blocco Studentesco, rei di ‘stacchinare’ dai muri degli edifici antistanti la facoltà di Scienze Politiche i manifesti dell’omonimo gruppo. I due giovani sono stati raggiunti alle spalle dalla squadraccia che, uscita dalla facoltà, dopo avere insultato i due, non ha esitato a colpirli con i ferri delle cinghie delle proprie cinture.
“Ti svegli la mattina, trovi il tuo quartiere imbrattato dai manifesti di un gruppo che non si vergogna a definirsi ‘fascisti del terzo millennio’ - racconta uno dei giovani aggrediti – e quando cerchi di togliere quei manifesti dai muri delle tue case, dieci persone ti circondano e ti prendono a cinghiate.”
Allargando lo sguardo oltre lo spiacevole episodio avvenuto questa mattina, vanno fatte alcune considerazioni chiarificatrici.
Nonostante si definiscano ribelli e siano molto lesti ad aggredire i giovani abitanti di San Paolo in dieci contro due, sembra che i coraggiosissimi neofascisti siano ‘vicini’ alle forze dell’ordine. Testimonianze dei residenti del quartiere riferiscono di aver notato, ieri notte, circa sessanta persone atte ad attaccare manifesti nelle vie di San Paolo che bordeggiano gli edifici delle facoltà universitarie, e che tale comitiva fosse scortata da auto pattuglie con tanto di lampeggianti accesi.
Segnali preoccupanti per la tenuta democratica dei nostri territori, considerando inoltre che l‘Ateneo di Roma Tre, nonostante le proteste trasversali da parte di tutte le organizzazioni studentesche a seguito di altri episodi di violenza di cui gli esponenti di Blocco Studentesco sono stati protagonisti, ha permesso ai neofascisti di presentarsi alle ultime elezioni universitarie ed acquisire agibilità istituzionale, nel completo sprezzo dei valori su cui si basa la Costituzione Repubblicana.

2 ottobre 2011

Caricato presidio al CIE di Torino

La polizia nel pomeriggio di sabato 1 ottobre ha caricato violentemente un presidio di solidarietà a Ismael, ragazzo peruviano in attesa di espulsione, sotto il CIE di Torino.
Un presidio molto tranquillo, a tratti festante, che alternava a momenti musicali altri di interventi al microfono da parte della comunità peruviana strettasi intorno ad Ismael. La polizia ha caricato ripetutamente, inseguendo addirittura le persone per interi isolati e picchiando selvaggiamente chi durante questa corsa è caduto a terra.
Una vera e propria caccia all’uomo, con diversi feriti causati dall’accanimento delle forze dell’ordine e un furgone con impianto preso di mira dai poliziotti, probabilmente troppo lenti per raggiungere qualcuno, ma sicuramente abbastanza frustrati per accanirsi e danneggiare un impianto statico.
In questi mesi continuano senza sosta le proteste e i tentativi di fuga all’interno dei CIE, veri e propri luoghi di reclusione, dove la vita delle donne e degli uomini che vi vengono reclusi sono private di ogni diritto e dignità.
Coraggio ha mostrato Ismael che nei giorni scorsi, imbarcato su un aereo diretto al suo paese, tanto ha protestato che il pilota si è rifiutato di partire facendolo inevitabilmente riportare all’interno delle mura di Corso Brunelleschi.
L’immediato pensiero va a Ismael, a tutta la sua comunità e ai compagnie e alle compagne di Torino che oggi hanno dovuto subire un’inaccettabile violenza da parte delle forze dell’ordine, ancora una volta schierate a difesa di un obbrobrio prodotto da questa società.

fonte: InfoAut

1 ottobre 2011

La casa è un diritto, scontri a Salicelle (Napoli)

Sono passate meno di 24 ore dalla fine degli scontri, ma la tensione al Rione Salicelle di Afragola rimane alta.
Inizia tutto mercoledì, quando centinaia di famiglie decidono di opporsi al piano di sgombero abitativo voluto dal sindaco, il senatore del Pdl Vincenzo Nespoli e della prefettura. Sono stati infatti programmati tre sgomberi nel pomeriggio, solo i primi dei 100 in programma. La gente non ci sta, ma la polizia tra il pomeriggio di mercoledì e la giornata di giovedì tenta più volte di forzare la situazione, arrivando addirittura a caricare un corteo con centinaia di persone tra cui molte donne e bambini. Forte la reazione delle famiglie: cassonetti incendiati, lancio di oggetti dalla strada e dai balconi, occupazione dell’asse mediano (arteria stradale che collega il Comune a quelli limitrofi, oltre che agli accessi autostradali), il tutto mentre i lacrimogeni della polizia infestano il centro abitato.
Di fronte ad una reazione tanto determinata, gli sgomberi non vengono eseguiti, ponendo piuttosto al centro della discussione la questione dell’emergenza abitativa. Sono numerosi, infatti, i giornali locali che denunciano come ci sia da parte delle istituzioni un completo disinteresse verso quelli che sono i bisogni della popolazione, ad Afragola come al Parco verde di Caviano, alla 167 di Secondigliano, a Chiaiano, Ponticelli, Barra, San Giovanni e via discorrendo, quartieri lasciti al degrado e spesse volte criminalizzati proprio da quei poteri che, come oggi ad Afragola, ne chiedono la “normalizzazione”.
Afragola è un grosso comune di 64.000 persone a nord di Napoli e gran parte degli abitanti del Rione Salicelle che proviene da Napoli ha cominciato ad insediarsi nel Rione fin della ricostruzione post-terremoto del 1980.
Per ora sono due gli arresti effettuati e una decina i poliziotti feriti , ma quello che è sicuro è che queste famiglie hanno difeso un loro diritto, quello dell’abitare, e che se non si fossero opposte oggi si troverebbero tutte per strada.

fonte: InfoAut

30 settembre 2011

Per la morte di Luigi Marinelli indagati 4 poliziotti

Quattro agenti di Polizia del commissariato di Tor Carbone, a Roma, sono indagati per omicidio colposo. Lo ha deciso il pubblico ministero Luca Tescaroli in merito al decesso del 49enne Luigi Marinelli, avvenuto lo scorso 5 settembre in seguito all’intervento dei 4 agenti chiamati dalla madre della vittima, per porre fine a una lite furiosa con il figlio i cui motivi sembrano essere legati ad una richiesta di denaro.
È stato Vittorio Marinelli, uno dei fratelli della vittima e avvocato civilista, a raccontare i dettagli dell’episodio: “quando sono arrivato, in casa c’erano tre poliziotti che parlavano con mio fratello tranquillamente e cercavano di farlo ragionare. Ma poi Luigi ha dato in escandescenza e ha detto di voler uscire di casa, quindi loro lo hanno bloccato e hanno chiamato rinforzi. È subentrato un quarto agente dai modi bruschi. Hanno ammanettato mio fratello con forza e spingendogli il viso contro la porta. Lui era cianotico. Mi sono accorto che qualcosa non andava e ho gridato immediatamente di togliergli le manette, ma non avevano le chiavi. Solo con l'arrivo di altri agenti con le chiavi, i poliziotti sono riusciti a liberare Luigi che però era ormai esanime a terra. Inutile l'arrivo del 118, tra l’altro in ritardo di un’ora. Ormai era morto”.
Pesanti le accuse che Vittorio Marinelli rivolge agli agenti intervenuti contro il fratello: ''L'hanno ammazzato i poliziotti, lo dimostra anche l'autopsia''.
''Ci sono molte analogie con il caso di Federico Aldrovandi'' sostiene Antonio Paparo, il legale che rappresenta la famiglia Marinelli ''Il quadro clinico che emerge dai primi risultati dell'autopsia non è compatibile con la ricostruzione di quanto avvenuto secondo gli agenti'', osserva l’avvocato. ''Le costole fratturate sono 12 ed inoltre dagli esami emerge una lesione alla milza con una piccola emorragia interna''.
Il pm, oltre ad aver iscritto nel registro degli indagati i quattro agenti del commissariato di Tor Carbone, ha disposto anche nuovi esami radiologici sul corpo della vittima.
Intanto la famiglia continua a battersi per avere giustizia e sta nominando i propri periti di parte, sostenendo che la morte di Gigi sia avvenuta per soffocamento: come se gli agenti, per ammanettarlo, gli fossero saliti sulla schiena, bloccandogli la respirazione. I periti potrebbero essere Gaetano Thiene, cardiologo della sezione di anatomia patologica speciale dell'Università di Padova (che già si è occupato del caso Aldrovandi) e la criminologa Roberta Bruzzone. Ma per ora sono solo ipotesi: gli incarichi devono ancora essere formalizzati. Il legale Paparo, si è detto «soddisfatto del rapporto professionale instaurato con la procura volto alla ricostruzione obiettiva dei fatti». Vedremo se, come nel caso Aldrovandi, anche in questo caso si arriverà a stabilire una verità giudiziaria.

Napoli:Clochard con cane e papera picchiato da vigili e polizia

Con un gomito fratturato e senza più “la sua famiglia”. Un senzatetto rumeno, i suoi due cani e un’anatra per i quali in piazza Trieste e Trento si sono mobilitati i corpi di due generali: quello dei vigili, Sementa, e quello della Asl, Scoppa. Una scena familiare per i napoletani, vedere spesso Florin Iordache, 35 anni, ormai parte del paesaggio, vicino a Santa Chiara. Brutta idea, la sua, di trasferirsi l’altro ieri in piazza Trieste e Trento. IL cane avrebbe morso un vigile, ma l’intera “famiglia” è finita sotto sequestro alla Asl veterinaria. Persino la papera.
Erano le 17 e 15 quando due agenti della polizia municipale si sono avvicinati e hanno detto a Florin di sloggiare. «Gli ho chiesto perché solo io — dice il rumeno — ci sono anche dei venditori ambulanti». Da una parola all’altra, il rumeno si altera e ci va di mezzo il cane maremmano, che si becca un colpo di paletta segnaletica su un occhio. Tutti lo vedono sanguinare. «Gli ho chiesto perché se la prendevano col cane — racconta il girovago — e gli ho appoggiato una mano sulla spalla». E il vigile, indispettito: «Non mi toccare la divisa». Un calcio e il clochard finisce a terra di spalle, si graffia la schiena, un’altra pedata e gli si spacca un gomito.
I vigili chiamano la Asl Veterinaria del Frullone. Il furgone dell’accalappiacani arriva circa un’ora e mezzo dopo. Intanto viene perquisita la borsa di Iordache: c’è un temperino (5 centimetri) e un mattarello di legno che, racconta l’uomo, usa per fare a pezzetti le ossa per i suoi cani. «Non ho mai visto tanti vigili in piazza Trieste e Trento», dice un passante, Nando De Vito. «Erano 40, li ho contati, c’erano anche la polizia e i militari. L’hanno accerchiato», dice un altro testimone che ha fotografato la scena dall’alto.
Diversa la versione dei commercianti, che difendono i vigili: «Quell’uomo ha inveito contro tutti, era minaccioso». Iordache, ancora con il braccio fratturato, viene accompagnato dai vigili Melchiorre e Tamà alla sezione di Chiaia. «Mi hanno fatto spogliare e mi hanno perquisito». Per tre ore, dalle 18 e 10 alle 21 e 15 lo tengono lì, poi lo trasferiscono in questura, contestandogli il reato di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni colpose. Quando lo rilasciano, se ne va a piedi al Loreto Mare, dove, alle 23.30, gli immobilizzano il braccio.
Dal comando dei vigili fanno sapere di non poter parlare perché c’è un’indagine in corso. Nessuna notizia anche del morso. Parlano però al Frullone, dove la dottoressa Di Maggio a un’associazione di animalisti dice in mattinata che «il cane bianco lo conosciamo, è buonissimo», e lo conferma l’Ente nazionale per la protezione animali. In serata però, la collega veterinaria Maglione dice: «Quel maremmano aveva già morso un bambino». Comunque al rumeno che va a farsi riconsegnare i suoi animali, nel pomeriggio di ieri viene detto che devono restare al Frullone. «Dieci giorni per accertare la rabbia nei due cani, perché non si sa chi dei due abbia morso». E il vigile morso non lo sa? Le papere invece non si ammalano di rabbia, eppure questa resta lo stesso in “custodia”.
«Faccio appello al sindaco e all’assessore Narducci — scrive il consigliere della II Municipalità Pino De Stasio — di non trasformare questi casi in ritorni di stampo razzista, com’è successo con l’algerino di Porta Nolana e con lo sgombero di via Brin».

fonte: Repubblica Napoli

Hanno insabbiato tutto. Prove di regime a Lampedusa

Sapevate che alcuni agenti della Guardia di Finanza a Lampedusa andavano a caccia dei tunisini indossando maglietta con su scritto “G8 2001, IO C'ERO"? E che tra i poliziotti c'era chi sotto l'uniforme indossava la maglietta con l'aquila nera e la scritta “MERCENARI”? Qualcuno penserà che siano dettagli. Secondo me invece dà la misura di dove siamo arrivati. La frontiera è ormai fuori controllo. Senza legge e senza informazione. Affidata a squadre di picchiatori esaltati. Gli stessi torturatori responsabili del macello di Genova, delle continue morti sospette in carcere e nei commissariati (vedi Cucchi, Uva, Aldrovandi...), e dei sempre più frequenti pestaggi nei centri di identificazione e espulsione (Cie). Anche se poi va detto che nei giorni della reconquista lampedusana gli agenti non erano gli unici a picchiare. Perché con le spranghe in mano c'erano anche gli operatori della "Lampedusa accoglienza". I testimoni però sono pochi. Perché i giornalisti sono stati tenuti alla larga: intimiditi e addirittura malmenati. Tanto le immagini alle redazioni le forniva direttamente la questura. A spiegarci come ha funzionato la censura in quei giorni è di nuovo Alessio Genovese, uno dei pochi fotografi che era sull'isola e che è rimasto insieme ai ragazzi tunisini fino alle violentissime cariche della polizia. Gli abbiamo chiesto di ritornare su quei fatti. La gravità di quanto accaduto lo impone. Quella che segue è la sua testimonianza.

La battaglia di Lampedusa, seconda parte
di Alessio Genovese, fotogiornalista


Lampedusa in questi giorni è stato l'esempio di cosa potrebbe accadere in Italia a breve. Abbiamo visto gli uomini della Guardia di Finanza andare in giro vestiti con delle uniformi piuttosto trendy. C'era la t-shirt con la scritta sulla manica destra "G8 2001, IO C'ERO" e quella con un particolare in più sul retro della maglietta "Mercenari". Ai giornalisti è stato vietato di svolgere correttamente il loro lavoro. Lampedusani e forze dell'ordine hanno evitato che parlassero con i circa 300 tunisini in sit in pacifico nei pressi del paese, minacciando, intimidendo e addirittura picchiando cameraman e fotografi.
Le uniche immagini che sono circolate sono passate per un doppio controllo, prima e dopo i fatti. Gli unici che hanno scattato e filmato tutto sono i poliziotti. La selezione certosina ha eliminato la parte dove si vedevano volti e modi dei picchiatori lampedusani.
Non si sono viste le scene dove c'erano uomini con l'uniforme della "Lampedusa Accoglienza" (la cooperativa che fornisce servizi all'interno del centro di accoglienza di Contrada Imbriacola) che picchiavano con mazze, ferri e pietre i tunisini.
A Lampedusa dopo le cariche del 21 settembre, abbiamo visto partire i tunisini con evidenti segni di percosse e violenze. Li abbiamo visti in fila indiana con due poliziotti che li accompagnavano verso un aereo e poi verso una nave. Nessuno però ha avuto la possibilità di chiedergli come si fossero rotti le gambe o le braccia. Tutto insabbiato, i trasferimenti sono andati avanti e anche i rimpatri. Le irregolarità e gli abusi subiti non avranno seguito.
Le redazioni dei giornali cercavano e volevano soltanto le immagini più cruente: "quelle dove i tunisini hanno caricato i lampedusani", "quella dove c'è il ragazzo con l'accendino in mano che ha tentato di fare esplodere le bombole". Immagini che non potevano esserci perché i fatti sono andati in un altro modo.
Però il compito di un giornalista dovrebbe essere quello di raccontare i fatti, parlare con la gente, andare a vedere con i propri occhi, e restare umani. Soltanto così abbiamo potuto conoscere Mehdi. Uno studente di 19 anni all'ultimo anno di scientifico.
Mehdi si fa largo tra la folla e si avvicina sorridendo e ripete un paio di volte: "choose a number, choose a number". Il giochetto fa così: scegli un numero e moltiplicalo per due. Sommalo al risultato ottenuto e dividi per due, a questo punto sottrai il numero che hai scelto all'inizio e il risultato è la metà del numero che hai scelto.
Mehdi ha un fratello che lavora e vive da anni a Legnano dove vive con la famiglia, la sorella vive da quindici anni a Nizza. Sogna di andare a stare con la sorella e potersi iscrivere alla facoltà di Matematica. E giura che se lo rimpatrieranno in Tunisia tenterà di tornare in Europa altre 100 volte. Questa è la sua battaglia.
Perché forse è vero, forse i tunisini che sbarcano a Lampedusa stanno combattendo una battaglia. Hanno deciso di affrontare il nemico a mani nude, con i loro corpi e a viso scoperto. La loro è una battaglia culturale. Abbattere una definizione, un concetto: l'idea di frontiera così per come la conosciamo noi oggi.
E i Lampedusani non è dai tunisini che si devono difendere. Roma, governo e ministero, redazioni di Tg e di giornali. Sono loro che hanno creato un clima di guerra e di paura nei confronti dell'Altro. Sono loro che hanno creato la frontiera.
Sono loro che hanno fatto di Lampedusa "l'estremo lembo dell'Italia in armi", come recita il monumento ai caduti che sovrasta il porto dell'isola. La frontiera che diventa confino, militarizzata fino ai denti. Campo di prova e di esercitazione per un'altra guerra.
Quella che verrà dopo. Quella che combatterà lo Stato contro noi italiani, i contagiati dall'allergia della primavera araba. Quelli stanchi di vivere senza prospettive per il futuro in un paese mediocre. Quelli che dal Sud vanno al Nord e da lì poi vanno all'Estero. I giovani che restano giovani fino a cinquanta anni e quelli che vivono di stage e volontariato.
Cosa succederebbe se ci lasciassero parlare con i ragazzi tunisini? Cosa accadrebbe se venissimo a capire che le nostre storie sono le loro storie? Perché hanno paura di questo?
E non hanno paura invece del rischio che si innesti una spirale di violenza contro gli italiani in Tunisia? Cosa accadrebbe se anche loro, i tunisini, cominciassero ad odiarci attaccando a vista? Le ditte, le imprese e gli italiani residenti in Tunisia, le centinaia di famiglie di origini siciliane del quartiere della Petit Sicile a la Goulette cosa staranno dicendo ai vicini di casa, colleghi e dipendenti tunisini?

(Alessio Genovese)
 

Le navi Cie? Costano novantamila euro al giorno

È quanto spende il Ministero dell’interno per noleggiare 'Fantasy', 'Audacia' e 'Vincent', sulle quali sono trattenuti i migranti trasferiti da Lampedusa. Miraglia (Arci): “Spesa sproporzionata per unaìoperazione propagandistica di detenzione illegale”

Novantamila euro al giorno di noleggio. Tanto costano allo Stato le navi 'Fantasy', 'Audacia' e 'Vincent', noleggiate fino al 31 dicembre dal Viminale e utilizzate in questi giorni per trattenere i migranti tunisini trasferiti da Lampedusa e in attesa di rimpatrio.
La 'Fantasy', della Compagnia Moby spa ha un contratto di fornitura 'fissa' che scade il 31 dicembre e un costo di 30mila euro al giorno cui vanno aggiunti per ogni viaggio 20 euro a persona per i pasti, 85 euro di carburante per miglio marino e i diritti portuali. 'L'Audacia', della Grimaldi Holding spa, ha un contratto di servizio 'a chiamata' che scade il 31 dicembre e un costo giornaliero di 33.000 euro al giorno, cui vanno aggiunti 16 euro a persona per i pasti e 70 euro di carburante per miglio marino.
La 'Vincent', della Compagnia Moby spa, e' stata attivata con contratto di fornitura 'fissa' (non ha scadenza) in seguito ai recenti scontri sull'isola di Lampedusa. Ha un costo di 27.000 euro al giorno, piu' 20 euro a persona per i pasti e 85 euro di carburante per miglio marino. Puo' essere disdetta con 48 ore di anticipo.
Secondo Filippo Miraglia, responsabile Immigrazione dell'Arci, quei novantamila euro al giorno "sono una cifra spropositata. Quasi tre milioni di euro al mese che il governo italiano sta pagando per un'operazione di detenzione illegale, che risponde solo a esigenze di propaganda elettorale e di consenso all'interno del centrodestra. Una spesa assolutamente sproporzionata all'effetto che ottiene e che certamente non aiuta il processo di democratizzazione della Tunisia".
Miraglia è convinto che l'operazione 'navi-Cie' sia "l'ennesima scelta ideologica e sbagliata di questo governo, oltre che costosa per le tasche dei contribuenti italiani". "Dobbiamo pensare che i migranti tunisini sono nelle stesse condizioni dei libici - dice - ovvero fuggono da situazioni di instabilita', conseguenza di quello che sta succedendo nel Nordafrica. Dunque anche per loro sarebbe necessaria un'accoglienza temporanea nel nostro Paese - con un utilizzo dei fondi piu' razionale - per poi rimandarli a casa quando la situazione si e' stabilizzata”.

fonte: stranieriinitalia.it

Processo d'Appello Aldrovandi, Legge Bavaglio e Giustizia

«Il caso che il tribunale deve affrontare riguarda la morte di un diciottenne, studente, incensurato, integrato, di condotta regolare, inserito in una famiglia di persone perbene, padre appartenente ad un corpo di vigili urbani, madre impiegata comunale, un fratello più giovane, un nonno affettuoso al quale il ragazzo era molto legato. Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell'età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all'alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione».

F.M.Caruso, giudice monocratico

Noi non apparteniamo a partiti, non siamo dei politici, noi siamo persone normali, siamo madri sorelle figlie impiegate operaie libere professioniste casalinghe, e abbiamo dovuto subire la tragedia di dover fare i conti con la giustizia italiana.
Questa giustizia guarda solo i ricchi e i potenti. Questa giustizia ignora in modo imbarazzante i diritti delle vittime dei reati e li calpesta. Questa giustizia processa più facilmente le vittime e i familiari di stato piuttosto che i loro carnefici. Siamo stanche di sentirci dire che la Legge è uguale per tutti. Siamo stanche di sentir parlare di riforma della giustizia e di processi brevi processi lunghi legge bavaglio e questa legge sulle intercettazioni. Questi sono problemi dei politici, non nostri. Di giustizia si muore e i processi sono insostenibili tanto per le vittime del reato quanto per imputati non in possesso di risorse adeguate. Noi chiediamo a tutte le vittime dei reati di Stato, o comunque di Potere, alle vittime della giustizia italiana, di protestare con noi perché le intercettazioni vengano salvaguardate, le leggi-bavaglio cassate e i politici si occupino dei problemi di giustizia della gente e non dei loro personali.
Le intercettazioni sono un problema dei potenti, non della gente per bene. Non si fa giustizia nel modo riservato a me, a Ilaria Cucchi, a Domenica Ferulli, Lucia Uva e tantissimi altri che vorremmo si unissero a noi. Vogliamo pubblici ministeri affamati di verità. Vogliamo giudici sereni, imparziali ma anche custodi del rispetto dell'immenso dolore dei familiari delle vittime. Insomma vogliamo i giudici e i pubblici ministeri del processo Aldrovandi anche per gli altri. Vogliamo che i parlamentari facciano gli straordinari per approvare la legge sulla tortura visto che l'Italia è l'unico Paese che si è rifiutato di farla nonostante l'articolo 13 della Costituzione che lo impone, e non per cancellare o nascondere le intercettazioni che mettono in imbarazzo buona parte dei loro colleghi.
Pertanto chiediamo il sostegno di tutti coloro che non hanno avuto giustizia dallo Stato o peggio sono stati uccisi. Noi saremo davanti a Montecitorio quando inizierà la discussione di questa ennesima vergognosa legge ad personam in materia di giustizia.


Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Domenica Ferulli, Lucia Uva
da "il manifesto" del 29 09 011

30 settembre 2011: perché continuare a parlare di Walter Rossi?

Oggi ricorre il 34°anniversario dell’assassinio del compagno Walter Rossi. Tutto sembra ormai chiarito: i missini del Fronte della Gioventù che escono dalla loro sede in viale delle Medaglie d’Oro, coperti dai blindati delle forze dell’ordine che si muovono verso i compagni; alcuni dei fascisti che con le loro armi in pugno esplodono colpi di pistola contro i compagni che arretravano in direzione di Piazzale degli Eroi; Walter che viene colpito alla nuca e che cade davanti alla stazione di benzina all’incrocio con via Marziale. Poi: i fermi, gli identikit, le manifestazioni popolari per chiudere i covi neri; i funerali in centomila che attraversano la città con Sandro Pertini tra i manifestanti. I processi che partoriscono un “topolino” di nome Cristiano Fioravanti e una giustizia negata; così che la storia di Walter e il suo omicidio premeditato sono ancora oggi come ieri “UN RICORDO SENZA PACE”. Ma allora, perché continuare a parlare di Walter? Perché un’assemblea martedì scorso all’università La sapienza? Perché UNA “NON STOP” in piazza e un corteo? Perché sconsigliare il sindaco Alemanno come “compagne e compagni di Walter Rossi” alla partecipazione? Perché non accettare oggi ormai “le rose e le spine”? Perché senza verità e giustizia sull’omicidio di Walter non ci potrà essere mai pace. Perché vorremmo sapere dal Sindaco di Roma “dove era quel pomeriggio del 30 settembre 1977 e perchè non racconta tutta la sua verità su quei camerati missini, a lui legati nell’organizzazione del Fronte della Gioventù, che uscirono dalla del MSI di Medaglie d’Oro con le armi in pugno per uccidere? Perché deporre, da tre anni a questa parte, una corona di “spine”, sapendo benissimo, così come è già avvenuto lo scorso22 febbraio, per Valerio Verbano, che la cosa non è affatto accettata dei compagni di Walter Rossi? La Memoria è per tutti noi un valore che non può essere annacquato a colpi di ulteriore revisionismo. Lo stesso revisionismo storico che vuole mettere sullo stesso piano aguzzini e vittime, repubblichini e partigiani, fascisti e antifascisti, occupanti nazisti e liberatori.
Stanotte poi delle vigliacche scritte a Roma inneggianti all’assassinio di Walter.
Per questi motivi, anche la presenza stamani della Belviso, vicesindaco di Roma, mandata dal falco Alemanno con il suo profilo da colomba, non poteva essere (e non è stata) accettata dai compagni questa mattina alla lapide a Piazza Walter Rossi. Così è stato, permettendo soltanto ai Vigili Urbani in alta uniforme di deporre la corona con la solo scritta “SPQR” insieme a quella della Provincia di Roma.

Claudio Ortale, presidente del Consiglio del Municipio Roma 19 e capogruppo PRC-FDS Municipio 19

29 settembre 2011

Bologna: I grillini contro i centri sociali come Pdl, Lega, Udc

Se la prendono con l’assessore Ronchi e il Lazzaretto, il centro sociale a cui recentemente è stata assegnata la nuova sede di via Pietro Fiorini.
L’accusa di Giovanni Favia e Marco Piazza, l’uno consigliere regionale, l’altro comunale per il Movimento 5 Stelle, dipinge il centro sociale come “una banda” e attacca l’assessore alla Cultura colpevole, secondo loro, di “dare spazi a chi crea conflitto”.
Già, il conflitto, questa bestia rara e mostruosa.
La colpa del Lazzaretto in questi 13 anni è stata quella di creare un posto aperto e socievole, più volte dimostrato ad esempio ospitando per settimane dei profughi di guerra lasciati senza casa dalla legalità di cui i grillini si fanno porta-bandiera oppure dando spazio a decine di gruppi musicali bolognesi che hanno così trovato un luogo in cui esprimersi e diffondere la loro passione, la musica.
Per quanto riguarda la “banda”, probabilmente i due consiglieri si riferiscono all’orchestra jazz, con tanto di corsi per strumentisti, ospitata dal centro sociale, oppure ancora alle rassegne di musica d’autore (jazz, blues, e tanto altro) organizzate nei locali del Lazzaretto con l’intervento di artisti di fama internazionale.
Tutto questo senza chiedere un soldo a nessuno, rimboccandosi le maniche e mettendoci del proprio, in prima persona, per fare vivere un progetto di vita alternativo ai ritmi folli di quella che si vorrebbe la metropoli Bologna.
Le dichiarazioni di oggi, del resto, fanno il paio con quelle recenti a favore dei comitati “anti-degrado” di via del Pratelo. Ma stiano tranquilli, i grillini: non sono soli. Partiti del calibro di Pdl, Lega nord e Udc sono schierati dalla loro stessa parte. Dalla nostra parte e da quella degli spazi autogestiti, invece, c’è e continueranno ad esserci cultura e socialità demercificata. E sì, se ne facciano una ragione, anche conflitto.

fonte: zic.it

Perquisizioni a Padova

Mercoledì 28 settembre, alle 6 del mattino, polizia e digos hanno perquisito le case di quattro compagni del Collettivo Politico Gramigna e la sede dell’Associazione Culturale Nicola Pasian , sequestrando computer, vestiti, volantini e vari oggetti. I compagni sono stati poi condotti in questura per foto segnaletiche ed impronte. L’operazione era dovuta, come si legge nel decreto di perquisizione, a presunte minacce nei confronti del sindaco di Padova Flavio Zanonato attraverso l’affissione di un manifesto dove “il Tribunale Popolare Antifascista di Padova” condannava il sindaco a “lavorare per anni 20 in fonderia”.
Gli indizi a carico del sindaco erano fondati: concessione di spazi pubblici al partito neofascista Casapound e alla Lega nord, militarizzazione della città, emarginazione degli immigrati, collusione con la speculazione edilizia cittadina, appoggio alla guerra imperialista in Libia e molti altri capi d’accusa!
Queste pretestuose perquisizioni colpiscono una realtà di compagni che ha sempre denunciato l’asservimento della giunta padovana e del partito che rappresenta agli interessi della classe padronale nell’abbandono degli spazi pubblici, nella politica del cemento con le imprese amiche e nella gestione clientelare delle case popolari. Non a caso quest’attacco è rivoto anche all’attività politica svolta dall’Associazione Culturale Nicola Pasian nel quartiere dov’è presente e agli abitanti con cui stanno rendendo viva una zona popolare di Padova, da anni abbandonata al degrado.
Crediamo che quanto avvenuto sia sintomatico della fase che stiamo vivendo, periodo in cui ogni situazione di lotta autorganizzata che critica la putrefazione di questa classe dirigente e il loro sistema di produzione, e che può rappresentare un’alternativa e un punto di riferimento per i lavoratori e i proletari, va colpita duramente. Ne sono un esempio gli operai denunciati a Roma e quelli manganellati nelle altre città così come gli attivisti NO TAV arrestati.
Per i padroni come Zanonato lavorare in fonderia per 20 anni è un male ingiusto mentre per i proletari condannati dal capitalismo si chiama democrazia, la stessa che condanna i popoli a morire sotto le bombe della guerra imperialista in Iraq, Afghanistan e Libia.
Pensiamo che tutto ciò si sia verificato prima della manifestazione del 15 ottobre per criminalizzare e isolare i compagni. Crediamo sia importante partecipare per rilanciare la lotta e dare un forte segnale a questa classe dirigente che non ha più niente da dare e a questo sistema corrotto fondato sulla barbarie.


SOLIDARIETA’ AI COMPAGNI PERQUISITI!!!
CONTRO LA REPRESSIONE NON SI TACE, NESSUNA GIUSTIZIA NESSUNA PACE!!!

Collettivo Politico Gramigna

27 settembre 2011

Parma: Pm chiede condanna per i vigili responsabili del pestaggio di Emmanuel Bonsu

Pene dure quelle richieste dal Pm nel processo contro i vigili urbani di Parma accusati di aver effettuato un arresto illegale nei confronti del ghanese Emmanuel Bonsu e di averlo poi pestato violentemente, fino a provocargli lesioni permanenti ad un occhio. Al termine di una requisitoria durata 8 ore, sono state chieste pene da sei anni e nove mesi a nove anni ad otto mesi, accompagnate dalla sanzione accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, per sempre per quattro imputati; per 5 anni per gli altri cinque.
Allora tutto bene? Non direi. Innanzitutto il reato principale che è stato loro contestato è stato l'abuso di ufficio. Insomma, il fatto che l'abbiano preso a pugni fino a renderlo quasi cieco ed esclusivamente per razzismo e volontà di prevaricazione, secondo il nostro Codice non è un reato grave; lo è molto di più scrivere una cosa falsa in un documento. Anche il sequestro di persona, praticato dai vigili, è stato declassato col minimo pena.
La seconda cosa è il comportamento omertoso dei vigili. Nessuno che abbia confessato o che abbia chiesto pubblicamente scusa al ragazzo per quello che gli ha fatto. Questo è un atteggiamento che starebbe bene in un clan malavitoso o in una banda di delinquenti, ma non in persone che dovrebbero indossare la divisa a tutela dei cittadini. E' così che li tutelano?
La terza cosa rimane la pena complessiva. Per quanto sembri pesante (appunto, da 6 a 9 anni), in realtà per i reati contestati poteva essere anche il triplo. Vorrei ricordare che al processo per gli scontri in piazza al G8 di Genova del 2001, c'è stato chi è stato condannato a 12 anni di reclusione per aver lanciato qualche pietra.

fonte: Antonio Rispoli da Julienews.it

26 settembre 2011

Migranti: Al porto di Palermo tre navi diventano Cie

A bordo i migranti trasferiti in massa da Lampedusa sono detenuti, privati del cellulare, sorvegliati da centinaia di agenti. Protestano le associazioni: “Sono illegali e violano i diritti umani e il diritto di difesa”.
Dopo le tendopoli trasformate in Cie temporanei in cui si violavano i diritti umani, ora sono grandi navi passeggeri a essere state trasformate in Centri di identificazione e di espulsione. Si tratta delle tre navi civili Audacia, Moby Vincent e Moby Fantasy, su cui sono stati rinchiusi centinaia e centinaia di migranti tunisini trasferiti in massa da Lampedusa a Palermo con un ponte aereo, dopo gli scontri con i lampedusani. Le prime due navi sono ancora ancorate al porto di Palermo, spostate dal molo commerciale S. Lucia all’area dei cantieri navali.
La Moby Fantasy invece ha lasciato il porto del capoluogo siciliano poco prima della mezzanotte del 24 settembre ed è giunta questa mattina alle 7.30 al porto di Cagliari con il suo carico di centinaia di tunisini. Sono destinati al centro di accoglienza di Cagliari Elmas, che di fatto viene così trasformato in un altro Cie.
Imponente lo schieramento di forze di polizia al porto di Palermo, dove, a bordo delle navi si trovano al momento 352 migranti non soltanto di nazionalità tunisina. 151 sono sull’ Audacia e 201 nella Moby Vincent. Tra questi risultano alcuni malati e feriti che si trovano attualmente all’ospedale Civico di Palermo. Alle persone non viene fornito nessun oggetto - lamette, forchette metalliche - che possa essere utilizzato per atti di autolesionismo. Ritirati anche tutti i telefoni cellulari.
Nessuno può fare foto e video per documentare le condizioni all’interno delle navi e ai migranti è preclusa qualsiasi possibilità di comunicazione con l’esterno. Alle persone trattenute non viene fornita un’informazione chiara sulla loro destinazione e sul loro futuro. Si tratta dunque di vere e proprie carceri galleggianti, realizzate in 48 ore al di fuori della legge italiana.
Questo è quanto emerso da una visita del deputato Pd Tonino Russo durante il presidio di protesta di ieri pomeriggio, organizzato da associazioni quali la Rete Primo Marzo e il forum Antirazzista. “Le navi su cui sono attualmente trattenute le persone rappresentano a tutti gli effetti dei Cie “galleggianti”, tanto è vero che nessuno vi può accedere, eccetto i parlamentari nazionali e le organizzazioni che hanno una convenzione con il Ministero per attività interne - scrive la Rete Primo Marzo in un comunicato.
In continuità con l’iniziativa LasciateCientrare nazionale e internazionale che intende reclamare il diritto ad accendere i riflettori su queste strutture e sulle persone che vi sono trattenute, il deputato siciliano Tonino Russo ha potuto accedere alle due navi ancora presenti nel porto”. La Rete chiede, tra l’altro, che l’informazione possa liberamente circolare dall’esterno all’interno e viceversa e che il Governo renda pubblici i contenuti degli accordi di respingimenti con la Tunisia e con gli altri Paesi di provenienza dei migranti.
Ma la protesta a Palermo continua. Le associazioni si sono date appuntamento per oggi alle 17 con un nuovo presidio contro queste forme di trattenimento informale. I manifestanti lanciano l’allarme sulla detenzione di centinaia di persone senza un atto formale di convalida da parte di un magistrato. Questo configura una privazione illegittima della libertà e viene violato il diritto di difesa. Secondo le denunce, le navi Cie sono illegali in quanto contrastano con l’art. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo,con l’art. 13 della Costituzione, con gli articoli 2, 13, 14 del Testo Unico sull’immigrazione, e con il regolamento delle Frontiere Schengen, che impone provvedimenti formali di respingimento o di espulsione, notificati individualmente con la possibilità di farsi assistere da un difensore. L’Associazione Borderline Sicilia Onlus esprime “profonda indignazione per l’ennesima violazione di legge e per la totale negazione dei più elementari diritti umani, a partire dal diritto di difesa e di controllo giurisdizionale sulla libertà personale, a cui stiamo assistendo in queste ore, con il trattenimento arbitrario di centinaia di cittadini tunisini all’interno di navi prigione ancorate nel porto di Palermo.
Si tratta infatti di detenzione e privazione della libertà personale operate in modo del tutto illegale, senza alcuna convalida da parte dell’autorità giudiziaria, e per di più a bordo di navi che hanno assunto le funzioni di Centri di identificazione ed espulsione galleggianti”. L’associazione chiede che “tutti i cittadini tunisini trattenuti nelle navi vengano fatti immediatamente scendere e trasferiti in strutture che corrispondano a quanto previsto dalla legge per i casi di allontanamento forzato, che coloro che sono stati trattenuti illecitamente, prima a Lampedusa e poi sulle navi, per più di 96 ore vengano rimessi in libertà, che si ponga fine alle procedure di rimpatri collettivi e sommari in violazione delle norme di diritto interno e internazionale. E chiediamo che si provveda al più presto al collocamento, nelle strutture idonee e secondo le procedure stabilite dalla legge italiana, di tutti i minori non accompagnati che per mesi sono stati tenuti a Lampedusa in condizioni disumane, appellandoci anche alle organizzazioni umanitarie affinché facciano valere il proprio ruolo e le proprie funzioni e soprattutto la propria indipendenza”.

fonte: Redattore Sociale

Migranti: scontri al porto di Palermo tra centri sociali e polizia

Un gruppo di manifestanti del Forum antirazzista e di movimenti di sinistra, che contestano la scelta di «rinchiudere» nelle navi i tunisini giunti da Lampedusa in attesa di trasferirli in altri Cie, è riuscito a entrare all’interno del porto di Palermo. I manifestanti, un centinaio, hanno tentato di avvicinarsi alla zona dove sono ormeggiate le navi “Vincent” e “Audacia” ma sono stati respinti dagli agenti del reparto mobile che presidiano da due giorni l’area, impedendo l’accesso ai non autorizzati.
Secondo alcuni ragazzi del centro sociale Anomalia, ci sarebbero stati brevi tafferugli con la polizia. I manifestanti hanno abbandonato il porto da una uscita secondaria e sono tornati a protestare davanti l’ingresso principale della stazione marittima.

fonte: il messaggero.it

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