26 settembre 2011

Bavaglio al web col ddl intercettazioni ritorna la norma "ammazza blog"

Il governo torna alla carica sul ddl intercettazioni, fortemente voluto dal premier Silvio Berlusconi. Una  questione su cui l'esecutivo è orientato a porre la fiducia, bloccando la via a ogni eventuale emendamento. Ma il disegno di legge attualmente allo studio contiene ancora la norma 1 cosiddetta "ammazza blog", una disposizione per cui, letteralmente, ogni gestore di "sito informatico" ha l'obbligo di rettificare ogni contenuto pubblicato sulla base di una semplice richiesta di soggetti che si ritengano lesi dal contenuto in questione. Non c'è possibilità di replica, chi non rettifica paga fino a 12mila euro di multa.
Una misura che metterebbe in ginocchio la libertà di espressione sulla Rete, e anche le finanze di chi rifiutasse di rettificare, senza possibilità di opposizione, ciò ha ritenuto di pubblicare. Senza contare l'accostamento di blog individuali a testate registrate, in un calderone di differenze sostanziali tra contenuti personali, opinioni ed editoria vera e propria.
Ai fini della pubblicazione della rettifica, non importa se il ricorso sia fondato: è sufficiente la richiesta perché il blog, sito, giornale online o quale che sia il soggetto "pubblicante" sia obbligato a rettificare. Ecco il testo: "Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono".
Al di là delle diffamazioni e degli insulti, ogni contenuto sul web diventerebbe potenzialmente censurabile, con l'invio di una semplice mail. E sul ddl intercettazioni, il governo ha particolarmente fretta: il documento potrebbe passare così com'è entro pochi giorni. Un caso unico in Europa che, come in passato 2, sta già allarmando il popolo del web e mobilitando i cittadini in favore della difesa della libertà di informazione, come già accaduto ai tempi della contestata delibera AgCom. 3

Como: la morte in cella di Vitomir Bajic rischia di diventare un “caso giudiziario” internazionale

Rischia di diventare un “caso” internazionale la morte di Vitomir Bajic, 44 anni, il detenuto con doppia nazionalità, serba e montenegrina, trovato impiccato giovedì mattina nella sua cella del carcere comasco del Bassone.
Il suo avvocato serbo, Borivoje Borovic, ha dichiarato: “Non è un suicidio. Denunceremo le autorità italiane. Il mio cliente non aveva alcun motivo per togliersi la vita. Semmai qualcuno dovrà spiegarci come fosse possibile che si trovasse in cella con un membro della stessa organizzazione” (La Provincia di Como, 24 settembre 2011).
Vitomir Bajic era stato nelle forze speciali della polizia serba e dopo la caduta di Milosevic sarebbe diventato guardia del corpo di Darko Saric, a capo con il fratello Dusko di un “cartello” di narcotrafficanti capace di trasferire ingenti carichi di droga dal Sud America al Montenegro (dell’ottobre 2009 il sequestro di 20 quintali di cocaina in partenza da un porto uruguaiano). (Etleboro, 20 novembre 2010)
Arrestato a Budva (Montenegro) nel novembre 2010, sulla base del mandato d’arresto Interpol emesso dall’Italia, Bajic è stato estradato nel nostro Paese a marzo 2011 (Agenzia Balcani, 14 marzo 2011).
Avrebbe dovuto presentarsi, mercoledì prossimo, ai magistrati della Dda di Milano, che indagavano, e indagano, sull’attività del suo gruppo.
L’avvocato sostiene che mai il suo cliente si sarebbe tolto la vita: “Era tranquillo, sicuro che mercoledì lo avrebbero rimesso in libertà. Non aveva problemi economici né di altro tipo”. Sempre secondo il suo legale, però, era stato chiuso in cella con un coindagato, tale Srpko Klisura, circostanza che a detta dell’avvocato meriterebbe di essere approfondita.
Bajic era stato trovato morto attorno alle 11 del mattino: aveva atteso che i suoi compagni di cella uscissero per l’ora d’aria poi si era impiccato con la cintura di un accappatoio. Questo, almeno, è quello che risulta agli atti della Procura.
Il pm Giuseppe Rose ha disposto un esame autoptico, per sgomberare il campo dai sospetti. La cella era in ordine, senza segni di violenza o di colluttazione. Ma avvocato e familiari insistono: “Non c’era motivo per cui dovesse togliersi la vita. Siamo convinti che dietro ci sia dell’altro. Denunceremo le autorità italiane”. È probabile che nei prossimi giorni vengano sentiti anche i suoi compagni di cella.

fonte: Ristretti Orizzonti

24 settembre 2011

Roma: ammanettato e picchiato a sangue dai vigili

«È stato terribile, non dimenticherò mai la violenza di quel vigile: ha impugnato le manette e le ha usate contro di me come tirapugni». Le parole di un ragazzo di appena diciott´anni e il verbale di arresto di quello stesso giovane firmato da due agenti della municipale e convalidato da un giudice del tribunale di Roma. Due versioni opposte di una stessa storia. Le parole, peraltro tardive, contro gli atti, le carte. È giallo su un presunto pestaggio avvenuto a Roma, in zona Prati, martedì sera.
Ha il volto pieno di botte e lo zigomo incerottato, Andrea Di Stefano, 18 anni e qualche mese, arrestato per lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale, poco lontano dallo stadio Olimpico, dove era appena finita la partita Roma-Siena. Un caso che sembrava banale, uno dei tanti, quello di un giovane senza patente e un po´ alticcio, un ultrà magari frustrato, che se la prendeva con i vigili e finiva in manette. E così è stato trattato. Dagli agenti che lo hanno fermato, dal giudice che ha convalidato l´arresto rimandandolo subito a casa perché incensurato, dallo stesso ragazzo e dal suo avvocato. Liquidato in pochi minuti ieri mattina in una delle aule in cui celebrano i processi per direttissima.
Se non fosse per una lettera, arrivata ieri mattina a Repubblica.it, in cui una donna ha raccontato la sua versione dell´episodio (foto). Quella di una furia in divisa che ha ammanettato il ragazzino, lo ha «picchiato e colpito al volto con il casco». Un «pestaggio» in piena regola che ha ridotto quel giovane volto «in una maschera di sangue». Ricostruzione confermata da un secondo passante, Lorenzo Basile, che ha parlato di «un energumeno in divisa scatenato che si avventava su quel teenager con calci e pugni».
Ancora, altre due versioni. Tutte e due del ragazzo. La prima resa davanti al giudice. Una conferma di quello messo a verbale dagli agenti della municipale: ha detto di essere stato lui il primo a sferrare il pugno e di non avere nulla da aggiungere. In aula ha accennato alle botte, ma quando il magistrato ha chiesto se era certo (questa accusa avrebbe cambiato le carte in tavola), ha ritrattato e ribadito che la colpa è stata sua e solo sua. Tanto che, nell´ordinanza di convalida dell´arresto per lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale, il giudice ha fatto riferimento a «gravi indizi di colpevolezza», ovvero, «i certificati di pronto soccorso, il verbale di arresto e le ammissioni dell´arrestato». Il processo è stato fissato per il 3 novembre, l´avvocato di Di Stefano, Giuseppe Madia, ha già annunciato il ricorso al rito abbreviato e lui, il giovane, ieri pomeriggio era già a casa.
Ignaro, fino a un certo punto, di quello che stava succedendo. Era storia di ieri mattina, mentre lui sedeva in un´aula del tribunale. Ma la sua vicenda aveva sconvolto molti dei passanti che hanno deciso di denunciare quello che lui non ha denunciato. E così ieri sera, la sua versione, è di nuovo cambiata. Il pestaggio c´è stato. «Grondavo sangue. Molte persone gli dicevano di lasciarmi stare, che se avesse continuato mi avrebbe ammazzato», ha detto.
Una ricostruzione smontata, carte alla mano, dalla polizia di Roma Capitale. Il comandante, Angelo Giuliani, ha difeso i suoi uomini senza esitazione. «I vigili non stanno lì a farsi picchiare, hanno reagito ad una violenza e ne è nata una colluttazione». E lo scontro, ha detto, «è stato ripreso da alcuni amici del giovane solo nella seconda parte, quando i vigili hanno reagito. Sia l´agente sia il ragazzo sono stati portati in ospedale: il primo ha avuto dieci giorni di prognosi, il secondo otto. Peraltro guidava senza patente e aveva un tasso alcolico superiore a quanto previsto dalla legge. E si è persino scusato con i vigili».

22 settembre 2011

No Tav: Arresti domiciliari per Nina, obbligo di dimora per Marianna

Si conclude così il primo episodio di una squallida vicenda che vede la magistratura torinese protagonista e diretta avversaria del movimento no tav. In attesa di accoglierle nuovamente nella loro terra non possiamo che tirare un amaro respiro dopo giorni di apprensione. Sicuramente la loro condizione migliorerà ma stiamo comunque parlando di una situazione grave in cui ancora una volta due donne sono ristrette nei loro movimenti, sorvegliate e messe alla gogna mediatica per essersi battute contro questo inutile e dannoso progetto.

fonte: notav.info

Bologna: rinvio a giudizio per dodici compagni appartenenti ai Carc

Il gup di Bologna, Alberto Gamberini, ha rinviato a giudizio i dodici imputati appartenenti ai Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo) accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Il processo avrà inizio il prossimo otto febbraio davanti alla corte di Assise del Tribunale del capoluogo emiliano.
L’inchiesta nei confronti dei militanti Carc fu aperta, qualche anno fa, dall’allora pm della Procura di Bologna Paolo Giovagnoli che, al termine delle indagini, chiese il rinvio a giudizio per dodici persone. Successivamente il Gup Rita Zaccariello dispose, per tutti gli imputati, il non luogo a procedere con la formula “perché il fatto non sussiste”. Secondo il giudice, pur essendo in presenza di una struttura associativa gerarchicamente organizzata e operante nella clandestinità diretta all‘eversione dell’ordinamento democratico, non erano emersi dalle indagini elementi di un concreto progetto comune di lotta armata.
La Procura impugnò la sentenza per Cassazione. E il ricorso fu accolto dalla Suprema corte che, nel gennaio 2010, annullò la sentenza impugnata rinviando ad una nuova deliberazione del Tribunale. Secondo quanto rilevato dalla Cassazione, il reato di associazione sovversiva si può configurare non solo in presenza di formazioni con caratteristiche analoghe alle Brigate Rosse e non solo quando ci sia il progetto di una vera e propria lotta armata ma anche nel caso in cui un gruppo miri a commettere atti violenti tesi all’eversione dell’ordine democratico.
Gli imputati non sono sottoposti a misure cautelari né sono stati trovati in possesso di armi. L’avvocato Danilo Camplese, uno dei legali dei militanti Carc, ha spiegato che i suoi assistiti non sono accusati di nessuna azione violenta circostanziata né di alcun fatto specifico e ha definito “non equilibrata” l’odierna sentenza del gup. Intanto, dalla tarda mattinata, alcuni appartenenti ai Carc, all’Associazione solidarietà proletaria (Asp) e al Sindacato lavoratori in lotta (Sll) hanno dato vita ad una giornata di mobilitazione per esprimere solidarietà ai loro compagni coinvolti nell’inchiesta. Manifestazioni con striscioni, bandiere e megafoni sono state organizzate davanti a Palazzo Pizzardi, sede del Tribunale di Bologna dove era in corso l’udienza preliminare, e in piazza Nettuno, nel pieno centro del capoluogo emiliano.

fonte: Il fatto quotidiano

Pescara: Contestano Emilio Fede. Denunciato Maurizio Acerbo, consigliere regionale del Prc

 Il consigliere regionale del Prc Maurizio Acerbo è stato denunciato dalla Questura " poichè in data 17/9/2011 in Pescara, si faceva promotore di una riunione in luogo pubblico invitando cittadini e associazioni a ritrovarsi al fine di contestare l'evento pubblico denominato Miss Gran prix e Mister Italia che lì si teneva omettendo di darne avviso all'Autorità locale di Pubblica sicurezza, violando con la propria condotta il disposto di cui all'art.18 del T.U.L.P.S. (Regio Decreto 18.6.1931 nr.773)".
Sabato 17 settembre a Pescara si è svolto allo "stadio del mare" la finale di un concorso di miss. Il presidente della giuria designato era l'indagato per favoreggiamento della prostituzione e altro EMILIO FEDE.
Il Comune ha finanziato l'iniziativa "culturale" con 12.000 euro.
Emilio Fede si aspettava forse di trovare mele mature a Pescara, e invece ha incontrato sulla sua strada solo un Acerbo (Maurizio) consigliere comunale e regionale di Rifondazione comunista, che aveva organizzato in poco tempo, anche tramite Facebook, una protesta nei confronti del noto conduttore del TG4, che alla fine aveva desistito dal presentarsi come rappresentante della giuria al concorso di Miss e Mister Italia, in programma allo Stadio del Mare.
Ma il direttore del TG4, a mò di bambino offeso, non poteva restare in silenzio, e così ha approfittato del ruolo che ricopre nel tg nazionale: “Un consigliere di Rifondazione comunista, tale Ciccino Acerbo, avrebbe organizzato una protesta contro la mia presenza. Sono qua, Ciccino, è inutile che protesti“, ha detto Fede in diretta, al tg delle 19.00 di sabato.“Godetevi la serata e lasciate che Ciccino faccia le sue fischiate”.
Ma 200 persone tra cui, Maurizio Acerbo, hanno contesta la manifestazione bloccando l'evento: il presentatore Milo Infante si rifiuta di salire sul palco. Tra i giurati anche Raffaella Zardo, ex meteorina e conduttrice di Sipario

Como:detenuto suicida in carcere

Un detenuto serbo, trentacinquenne, in attesa di giudizio per furto e spaccio di stupefacenti, si è tolto la vita nel carcere di Como. A dare notizia dell’ennesimo suicidio in cella, il 43/esimo dall’inizio del 2011, è il sindacato di polizia penitenziaria Sappe. “L’uomo ha rifiutato l’ora d’aria e, approfittando dell’assenza dei suoi compagni di cella, si è impiccato”, riferisce il segretario generale del Sappe, Donato Capece, che denuncia una “situazione vergognosa e scandalosa” di sovraffollamento nel carcere di Como. “Il direttore dovrebbe dimettersi - aggiunge - ma più in generale i vertici dell’amministrazione penitenziaria dovrebbero andarsene, vista la situazione fallimentare del sistema”.

fonte: Ansa

Parli di NO TAV a scuola? Arrivano i carabinieri

Dopo un’assemblea sul tema dell’altà velocità in val di Susa, gli studenti medi della val di Susa hanno deciso di portare all’interno delle loro scuole il problema per poterne discutere. Quindi da questa mattina, mercoledì 21 settembre, sono iniziate le iniziative nei licei di Bussoleno, Susa e Oulx. La data coincide inoltre con l’udienza per la scarcerazione di Nina e Marianna, le due donne arrestate la sera del 9 settembre a Chiomonte. Uno degli argomenti delle attività era appunto la discussione e la spiegazione delle ultime giornate di lotta che hanno visto il movimento no tav protagonista.
Al des Ambrois gli studenti si sono organizzati la giornata facendo volantinaggio per sensibilizzare il resto degli studenti e successivamente, durante l’intervallo, hanno allestito un banchetto no tav. A seguito di questo volantinaggio sono comparsi nell’istituto i carabinieri della locale stazione che però hanno giustificato la loro presenza al corpo docente in modo surreale: “c’è un bel bar in questa scuola, siamo qui per un caffè”, consapevoli di aver commesso un grave atto introducendosi all’interno della scuola senza alcuna autorizzazione e senza che nessuno abbia richiesto il loro intervento.
Al Norberto Rosa di Susa-Bussoleno gli studenti si sono organizzati con una due giorni no tav iniziate stamani con un’assemblea. All’interno dell’assemblea si è discusso della delibera CIPE e del tunnel esplorativo della Maddalena approvato il 18 novembre 2010 oltre ovviamente agli avvenimenti accaduti negli ultimi tre mesi in valle di Susa. Le attività proseguiranno domani in tutti gli istituti aspettando con apprensione le decisioni della magistratura torinese.
Questo l’inizio di una seria campagna di informazione e lotta all’interno degli istituti superiori puntando poi ad un coinvolgimento degli istituti torinesi magari partendo già dal corteo studentesco del 7 ottobre a Torino.

fonte: notav.info

21 settembre 2011

Lampedusa, la situazione degenera: scontri tra polizia, isolani e immigrati

Il giorno dopo il rogo che ha semidistrutto il centro di accoglienza di Lampedusa, è ancora il giorno della rabbia. Innanzitutto dei lampedusani. Parecchi cittadini si sono radunati davanti al municipio per un presidio nel quale sfogano la loro paura e malessere. «Siamo rimasti soli - gridano - il centro è stato distrutto e adesso gli immigrati non sono più controllabili. Portateli via. Non possono essere solo un problema nostro». Al loro fianco il sindaco Bernardino de Rubeis: «Non è più il tempo delle chiacchiere e dei ragionamenti buonisti. Il Viminale porti via tutti i tunisini. Ci aiuti il presidente Napolitano che si è sempre dimostrato sensibile nei nostri confronti. La situazione è ad alto rischio, occorre fare presto qualcosa».

Gli scontri
Tensione alle stelle a Lampedusa dove stamattina si sono verificati violenti scontri tra alcuni isolani e immigrati attualmente sistemati nella zona portuale e all'interno dello stadio comunale. Si sarebbe verificata una sassaiola e diversi tunisini, secondo quanto si è appreso sarebbero anche rimasti feriti. Le forze dell'ordine stanno cercando di riportare la calma. Agenti in tenuta antisommossa si sono frapposti fra isolani e immigrati. La tensione è salita da quando ieri sera un gruppo di tunisini ha dato fuoco al centro di accoglienza di contrada Imbriacola.

Il sindaco: «Ho cercato Maroni»
«Ho cercato di parlare con il presidente Berlusconi e il ministro Maroni fino a tarda sera, ma non è mai stato possibile». Il sindaco di Lampedusa Bernardino de Rubeis ha raccontato questa mattina a Radio 24 a PrimaEdizione i tentativi di avere risposte da Roma mentre sull'isola scoppiava la protesta degli immigrati tunisini. «Bisogna velocizzare i tempi per il trasferimento degli immigrati - ha detto ancora de Rubeis a Radio 24 - la gente di Lampedusa è arrabbiata per quello che è accaduto e rischiamo di averla in mezzo alla strada a protestare, dopo i 50mila immigrati che abbiamo ospitato e l'esempio che abbiamo dato nei mesi scorsi».

Roma: Lavoratori della Iribus caricati selvaggiamente dalla polizia

«Caricati dalla polizia i lavoratori della Irisbus in protesta davanti al ministero dello Sviluppo economico. Sale la tensione a poche ore dal nuovo incontro sul futuro dello stabilimento della società Fiat Iveco che segue l'annuncio della chiusura dello sito in provincia di Avellino da parte del Lingotto». È quanto fa sapere la Cgil che, attraverso il segretario confederale, Vincenzo Scudiere, denuncia «il comportamento inaccettabile con cui sono trattati i lavoratori davanti al Ministero». Per il dirigente sindacale, infatti, «i lavoratori non si toccano ed è assurdo che il governo, sotto una propria sede, lasci che siano caricati dalla polizia mentre stanno soltanto testimoniando la voglia di lavorare e di salvare la propria azienda», conclude Scudiere

fonte: Adnkronos

«Colpito solo alla testa Mi volevano uccidere» La Testimonianza di Paolo Scaroni al processo

«Mi hanno dato colpi solo sulla testa, non avevo lividi in nessun'altra parte del corpo. Mi volevano uccidere». Lo dice Paolo Scaroni fuori dall'aula in attesa dell'avvio del processo. «Lo volevano ammazzare», gli fa eco poco distante il padre di Paolo, Giovanni. Ha vicino la moglie che non riesce a parlare. Ci prova, a dire il vero, ma poi la commozione mista rabbia gli blocca le parole in gola.
No, non c'era una bella atmosfera ieri fuori dall'aula del tribunale anche se non c'era tensione. C'erano un centinaio di tifosi del «Brescia 1911 curva nord». E c'era lui, Paolo Scaroni che si guardava intorno che camminava con quel passo claudicante, «regalo» di quel pestaggio di sei anni fa. «Cosa mi aspetto? Un risarcimento da parte dello Stato», dice Paolo. Ci pensa a quel 24 settembre 2005. «Mi dico sempre che sarebbe bastato non andare a quella partita con l'Hellas per avere un vita diversa», sospira forte. E ancora: «Chi mi ha picchiato aveva la stessa mia età e mi chiedo come faceva un mio coetaneo ad avere un odio così profondo per agire in quel modo. Senza ragione. Ero solo. Perchè quelle manganellate?». Ricorda quei momenti, non ricorda le facce di chi lo ha manganellato. «Sono svenuto sul treno», racconta, «non era ancora partito altrimenti sarei morto».
È entrato in coma, ci è rimasto alcuni mesi. Poi la riabilitazione che «continua», spiega il padre Giovanni, «va in piscina due volte alla settimana. Si muove autonomamente ma non ha più forze nelle braccia. Non può lavorare».
Paolo è vicino al suo genitore, si guarda intorno fuori dall'aula: «Sono spoetizzato dal calcio dopo quello che mi è successo. Ci sono andato solo due, tre volte».
Recrimina sulla sua vita di prima. Ha perso anche la fidanzata: «Mi ha lasciato, era l'unico mio punto fisso», spiega. Il padre Giovanni si aspetta «giustizia dal tribunale». Ma è anche scettico. Lo dice: «Temo la prescrizione. Sono già trascorsi sei anni». Poi punta in alto: «Non è giusto. Mio figlio è rovinato per sempre e non fanno il processo ai suoi aggressori. C'è chi, invece, non si presenta come teste e nessuno gli dice niente». Non fa il nome di Berlusconi. Lo fa solo capire. Poi, il pensiero torna sempre a quel giorno di settembre di sei anni fa. «Era solo, stava risalendo sul treno dopo essere sceso per prendersi un panino. Perchè l'hanno picchiato? Volevano ucciderlo?».

fonte: L'Arena

Gli abusi e le sevizie delle teste di cuoio dei Nocs

Dopo l'ennesimo pestaggio concluso con la consueta salve di minacce, esausto e sanguinante, un agente di Nocs torna nella sua stanza, all'interno della Caserma di Spinaceto. Siamo nel 2010. L'agente non sa più che fare, è disperato, depresso, va avanti così da una dozzina d'anni, per un istante pensa persino di lasciare il Nucleo e gli 800 euro lordi in più che quella situazione assurda gli garantisce in busta paga. Ma, d'un tratto, rivolgendo lo sguardo verso la branda, la sua attenzione viene rapita da uno strano foglio di carta. Un formato A4, che non aveva mai visto prima. Lo prende, lo gira e capisce subito: qualcuno, dentro la caserma, di nascosto, ha voluto fargli un regalo. Su quel foglio è immortalata, sequenza dopo sequenza, una delle numerose violenze che accadono là dentro.
"La scena - spiega l'agente che per ovvi motivi di incolumità personale chiede di rimanere coperto dall'anonimato - era stata fotografata qualche anno fa, una notte in cui il gruppo decise di farci l'anestesia". L'anestesia è una pratica a metà tra il sadismo e il nonnismo: il gruppo tiene ferma la vittima, e inizia a percuoterla in un punto prescelto del corpo - di solito i glutei - fino a che questo non si anestetizza del tutto. A quel punto il capo morde "la parte" fino a strappare la carne, o quanto meno fino a far toccare gli incisivi.
Nelle foto di cui Repubblica è entrata in possesso il rito si ricostruisce con una certa precisione. In una si vedono distintamente tre ragazzi con i pantaloni abbassati. Il clima è ambiguo, nonostante la situazione uno dei ragazzi sembra sorridere. "Lo richiede la pratica - spiega l'agente - è una sorta di rito d'iniziazione, anche se a volte prevede dei "richiami", e va affrontata con un contegno maschile e complice". In un'altra si vede uno dei tre immobilizzato sul letto da più persone: "È la fase dell'anestesia vera e propria, quella cioè in cui a mani nude o con delle palette, il gruppo colpisce a ripetizione. Può durare fino a mezz'ora". In un'altra, il morso.
Ora quelle foto sono in procura e presto arriveranno anche su quella degli ispettori della polizia che hanno avviato un'indagine interna. Alla quale potrebbe contribuire il racconto di un altro agente dei Nocs, M. C., che, dopo essere andato in pensione a 40 anni "con uno stato depressivo di origine reattiva", conferma quanto denunciato dal collega: "All'interno della caserma regna un clima incredibile. Ricordo che i ragazzi che venivano a fare il corso basico, il primo, quello iniziale, tornavano a casa in stato di shock". E mentre dal mondo politico si moltiplicano le iniziative - dopo l'interrogazione parlamentare del pd Emanuele Fiano è arrivata ieri quella del deputato radicale Maurizio Turco - è sceso in campo il sindacato di polizia Siulp: "Se tutti questi racconti trovassero conferma - commenta Luigi Notari - sarebbe gravissimo, una situazione da antropologi e psicologi più che da magistrati. L'amministrazione deve fare pulizia".

20 settembre 2011

Ostia: Aggressione di Casapound a studenti del liceo Anco Marzio

Accade ad Ostia alle 14.00 in via Capo Sperone durante l'uscita delle scuole. Una decina di militanti di Casapound Ostia hanno aspettato gli studenti e le studentesse del collettivo autorganizzato Anco Marzio per aggredirli. Dichiara Luca degli studenti del liceo "il loro portavoce di quasi trentanni mi ha messo le mani in faccia, minacciando di accoltellare tutti quanti, il tutto perchè è stata lanciata una manifestazione per il primo ottobre contro l'apertura della loro sede politica, il circolo culturale Idrovolante. Questo è il vero volto di Casapound e l'hanno mostrato davanti alle centinaia di studenti che uscivano in quel momento dalle scuole". Sabato 24 Settembre ore 17.00 al Teatro del Lido è stata convocata l'assemblea cittadina per la costruzione della giornata di mobilitazione contro l'apertura del circolo culturale Idrovolante.


Collettivo autorganizzato Anco Marzio

La legge è uguale per tutti? Anche Caselli in aula contro i no tav

Così sostiene la procura dalle pagine dei giornali commentando la solidarietà espressa da Luca Mercalli a Che Tempo che fa e la fiaccolata di ieri sera. Ci permettiamo di aggiungere un punto interrogativo all’affermazione dei amgistrati torinesi perchè abbiamo dei seri dubbi in merito. La vicenda di Nina e Marianna ci fa crescere ulteriormente i dubbi nel merito, del resto due incensurate, con accuse fumose, a cui vengono confermati gli arresti in una domenica mattina, alla presenza del vice procuratore capo la dicono lunga su come s’intende la giuistizia nei confronti del movimento notav. Ma oggi, giorno dell’udienza al Tribunale del Riesame per Nina, apprendiamo dai giornali che il procuratore capo in persona, Gian Carlo Caselli, ha presenziato personalmente. Per qualcuno, che tifa Caselli a prescindere, potrà essere letto come gesto estremo di garanzia, per chi invece, come noi, si trova a lottare contro il più grosso affare per le mafie (senza coppola e lupara ma in doppiopetto) ci preoccupa.
La tesi che vuole ancora in carcere (attendiamo il verdetto della corte) Nina e Marianna è sempre più chiara, perchè non va a” punire” come si dice, comportamenti illegali o altro, ma ha l’intento di disciplinare un movimento, che ha dimostrato con i giorni della Libera Repubblica e con resistenza popolare di tutti questi mesi, che si può vivere diversamente rispetto a quanto imposto, e che la vita pubblica non deve essere perforza subita. Del resto prendere lezioni da chi lo stato lo intende come un giocattolo ad uso privato è difficle, e rifiutarsi di chinare la testa di fronte a chi crea la crisi (per incapacità e criminalità) e poi vuole farcela pagare è un atto di responsabilità estrema.
Alla magistratura vorremmo chiedere che legalità difende, che istituzioni, che potere. Quello che per fare un opera pubblica militarizza un territorio intero e lascia che il paese vada a rotoli? E difendere un simbolo, come quello che è nella realtà il non cantiere di Chiomonte, dove lo stato è rappresentato solamente dalle forze dell’ordine è qualcosa di legale e coerente?
Ci permettiamo infine di asserire che stare al di qua o al di là della rete oggi diventa una differenza morale e siostanziale. Dentro il fortino si difende il modello della crisi, del debito dei amnganelli per i sacrifici, dall’altra parte, la nostra, si difende il futuro di tutti, la collettività, i beni comuni.
L’accanimento giudiziario nei confronti di Nina e Marianna, (considerando che nello specifico deve rispondere all’accusai lesioni per la distorsione ad una gamba di un funzionario di polizia che è cadeuto da solo)o anche solo quello mediatico nei confronti delle affermazioni di Luca Mercalli, ci toglie gli ultimi dubbi.

fonte: notav.info

19 settembre 2011

Verona: Inizia processo per il pestaggio a Paolo Scaroni da parte dei celerini

La mia storia è simile a quella di Gabriele Sandri e Stefano Furlan, solo che io sono ancora vivo e posso raccontarla...”
Mi disse proprio queste parole il giovane Paolo Scaroni, bisbigliandole a mala pena colpa un’invalidità irreversibile che gli ha cambiato la vita. Lo incontrai a Brescia alcuni mesi fa, prima della presentazione del mio libro CUORI TIFOSI nella festa dei 100 anni della Leonessa, organizzata dagli Ultras Brescia 1911 Curva Nord.
Conobbi Paolo insieme al papà, nella sua azienda di famiglia, una fattoria di Castenedolo, alle porte di Brescia. Gente umile, persone per bene gli Scaroni, onesti lavoratori a cui la vita ha però riservato un brutto colpo, girando improvvisamente le spalle sui binari di un treno in partenza, al ritorno dalla trasferta per una partita di calcio. Era il post gara di un Verona-Brescia di qualche anno fa. Una carica d’alleggerimento (sic!) delle forze dell’ordine alla Stazione di Porta Nuova, portò Paolo a combattere prima in una sala operatoria e poi tra la vita e la morte, in coma.
“Ero un ragazzo normale, con amicizie, una ragazza, passioni, sani valori. Ero soprattutto un grande tifoso del Brescia. Una persona normale, come tante. Caro Ministro dell’Interno - ha scritto Paolo a Roberto Maroni, definendosi vittima di uno Stato distratto – non cerco vendetta, se mai giustizia“.
Quando papà Scaroni iniziò a parlarmi delle disavventure incontrate nel cammino per aiutare il figlio, delle pressioni subite per insabbiare giudizialmente e mediaticamente il caso… papà Scaroni scoppiò in lacrime, tanta la rabbia mista a commozione. Come se ogni istante ripercorso a ritroso e a parlare dei postumi di quell’incredibile 24 Settembre 2005, lo facessero ripiombare nell’angoscia per lo stato di coma vegetativo da cui Paolo ha saputo uscire con un’invalidità al 100%.
Paolo Scaroni, dopo 6 anni d’attesa, il prossimo 20 Settembre vedrà celebrarsi a Verona la prima udienza di un processo che nessuno sa nemmeno se arriverà mai a sentenza. Prima indagati e ora rinviati a giudizio sono degli appartenenti alla Polizia di Stato, 7 agenti del reparto mobile di Bologna, accusati del pestaggio e individuati grazie alla tenacia e all’alto senso del dovere di una funzionaria di Polizia di Verona, che non s’è arresa davanti ai muri di gomma trovati nelle indagini.
Da questo processo ci si attende verità e giustizia. Solo questo. Ma non so se tra prescrizioni e lungaggini burocratiche si potrà mai riuscire ad arrivare all’accertamento di responsabili e responsabilità. Non so nemmeno se poi alla fine questo processo potrà arrivare a naturale conclusione, compiendo tutti e tre i gradi di giudizio. So solo però, perché me l’ha detto Paolo, che la vittima era amica di Federico Aldrovandi, ferrarese, anche lui giovane, anche lui pestato a sangue dalla Polizia, però deceduto e montato alle cronache per la forza con cui la mamma ha saputo combattere per giungere alla verità (e alla giustizia) per la morte del figlio.
Intanto però gli amici di Paolo, tifosi e cittadini che non vogliono arrendersi e che da anni chiedono di non calare il silenzio su un caso imbarazzante, si danno appuntamento fuori dal tribunale scaligero per martedì. Per il primo appuntamento con la giustizia, per non lasciare Paolo solo al suo destino, mandando un segnale forte alla società civile. “Invitiamo tutti – scrivono gli ultras biancoblù che raggiungeranno il tribunale in pullman - ad unirsi in quella che vuole essere principalmente una dimostrazione di solidarietà e di sostegno nei confronti di Paolo Scaroni, cittadino bresciano”.
Se qualcuno ancora non se ne fosse accorto, anche negli stadi e sulle gradinate di una curva passa il banco di prova per una democrazia compiuta. Dove i cittadini sono tutti uguali davanti alla legge. Sempre e comunque.

 Maurizio Martucci da http://cuoritifosi.ormedilettura.com/


Radio Onda d'Urto sulla vicenda di Paolo, e dei tanti Paolo in giro per l’Italia, ha sentito Diegio, portavoce Brescia 1911, Italo Di Sabato (Osservatorio contro la repressione) e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano.
Clicca qui per sentire la trasmissione

18 settembre 2011

Catanzaro: Cariche della polizia contro i lavoratori in lotta per la difesa del posto di lavoro

Da giorni stanno manifestando a Catanzaro per il paventato licenziamento di 20 di loro. La disperazione ha colto alcuni dei dipendenti della ditta di autobus Lirosi di Gioia Tauro, che hanno occupato anche i binari della stazione ferroviaria di Catanzaro Lido. Due di loro hanno minacciato di darsi fuoco, dopo essersi cosparsi di benzina. Nella concitazione, un lavoratore ha accusato un malore ed i suoi colleghi. Sono intervenute le forze di polizia, che hanno caricato violentemente i presenti.  Uno dei due manifestanti che si sono incatenati ai binari è stato portato in commissariato, e la sua posizione è adesso al vaglio degli inquirenti. L'altro è stato accompagnato in ospedale per accertamenti. Tutti i manifestanti, poco più di una trentina, sono stati denunciati. I paventati licenziamenti sarebbero dovuti alla riduzione dei fondi destinati all'azienda da parte della Regione Calabria. I lavoratori della Lirosi da giorni stanno bloccando il traffico alle porte della città. Lunedì il blocco stradale più grosso, per il quale gli autisti sono stati denunciati e i mezzi sequestrati.

17 settembre 2011

Venezia: Violente cariche della polizia contro il corteo antilega. ferito il consigliere comunale Beppe Caccia

Violente cariche delle forze dell'ordine a Venezia, dopo la partenza del corteo anti-Lega. Davanti al Ponte degli Scalzi (vicino alla stazione) il corteo, con un in testa Beppe Caccia ed altri consiglieri comunali che tenevano le mani alzate, ha subito una violenta carica dalal polizia. Il consigliere comunale dei Verdi Beppe Caccia e' rimasto ferito, ed è stato trasportato in ospedale.
Per Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc "Il comportamento del Ministro degli Interni Maroni è vergognoso e completamente fuori dalla Costituzione. Per ostacolare la mobilitazione popolare contro il suo partito razzista sta impedendo una manifestazione contro la Lega a Venezia, dove vari manifestanti sono stati bastonati dalla polizia. L’uso privatistico che la Lega sta facendo del ministero degli interni, unicamente a fine di tutelare la propria parte politica dalle contestazione,  è vergognoso. Se non ci lasciano fare la manifestazione, rimarremo in piazza a Venezia tutta la notte, poi domani vediamo dove la versa Bossi la sua acqua”.

16 settembre 2011

L’orrore degli ergastoli bianchi, uno scandalo nazionale

A Barcellona Pozzo di Gotto rinchiusi 146 detenuti: sono circa l’11% del totale nazionale. Chi ha scontato la pena resta rinchiuso: mancano i progetti di reinserimento sociale.
Lager dimenticati, ergastoli bianchi: chiamateli come volete, l’orrore non cambia. Un orrore che adesso sembra smuovere le coscienze della gente, ma forse non ancora quella delle istituzioni. “Gli ospedali psichiatrici giudiziari sono carceri, luoghi di dolore e non di cura e vanno chiusi - ha detto Gisella Trincas, presidente nazionale di Unasam, l’Unione delle associazioni per la salute mentale - “
“Non ci sono Regioni virtuose e meno virtuose - continua - , ma buone e cattive esperienze locali sparse in tutta la Penisola. Dal Nord al Sud, Isole comprese, tutte hanno le criticità a parte il Friuli Venezia Giulia e Trieste. Realtà che rispondono a tutte le indicazioni di una buona pratica di salute mentale: servizio sanità mentale aperto 24 ore, posti letto negli ospedali quasi mai occupati perché utilizzati solo per le crisi, persone coinvolte nel percorso di cura, risorse e personale qualificato. Trieste non manda un solo cittadino negli Opg, il Friuli un numero risicatissimo”.
Ed in effetti, in Sicilia, tutto tace. La cronaca è rimasta ferma alla polemica sollevata lo scorso mese di luglio dal senatore Salvo Fleres che accusò la Regione siciliana di “totale immobilismo” in riferimento al mancato recepimento da parte di quest’ultima della normativa nazionale che prevede il trasferimento della sanità penitenziaria al servizio sanitario regionale. La polemica con la Regione ha avuto come unico effetto quello di far saltare il tavolo tecnico con l’assessorato alla Salute che doveva studiare i dettagli tecnici del passaggio.
La Sicilia, secondo i dati dell’Unasam, ospita nell’unica struttura presente sull’Isola che è quella di Barcellona Pozzo di Gotto circa 146 detenuti, circa l’11% del totale nazionale. Sono infatti 1.330 le persone rinchiuse nei cinque ospedali psichiatrici giudiziari in Italia. Trenta le donne, internate nell’unica sezione femminile della Penisola, Castiglione delle Stiviere. La maggior parte arrivano dalla Lombardia (227), seguono Campania (165) e Sicilia (146) contro i tre internati della Val D’Aosta, i cinque della Basilicata, i sei del Molise. In mezzo ci sono Piemonte (58), Liguria (47), Sardegna (31).
Questi dati sono stati annunciati nella conferenza stampa di presentazione del congresso nazionale dal titolo “Senza catene. L’orrore degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari”, in programma a Cagliari, dal 16 al 17 settembre e organizzato dal comitato sardo Stop Opg. Tre le tavole rotonde che ospiteranno i senatori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, Donatella Poretti e Michele Saccomanno, Mauro Palma, del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa, rappresentanti delle più importanti organizzazioni nazionali e regionali coinvolte nella campagna Stop Opg, amministratori regionali e locali.

fonte: Quotidiano di Sicilia

Rimini: maltrattamenti in carcere, la procura apre un'indagine

Ci sarebbero tre casi di maltrattamenti ad altrettanti detenuti avvenuti nel carcere dei Casetti. La vicenda non è finora emersa, ma potrebbe venire alla luce nei prossimi giorni dato che all’interno del carcere è in corso una specie di guerra per bande.
In questo caso a fronteggiarsi sarebbero due personaggi chiave del carcere. Sarebbe stato uno dei due a segnalare che una volta in febbraio un detenuto sarebbe stato lasciato nudo in cella con la finestra aperta e senza riscaldamento, in altre occasioni dei detenuti in difficoltà sarebbero stati abbandonati nei loro escrementi. Tutti fatti certamente da accertare. Ma che vedrebbero fronteggiarsi due personaggi chiave all’interno del carcere.
Ma non sarebbe questa l’unica guerra in corso. Esposti e denunce sono arrivati a decine in procura e vedrebbero in lizza spaccato in due schieramenti tutto il personale penitenziario. Comandante e vicecomandante sarebbero anche stati raggiunti da avvisi di garanzia, anche se la notizia ancora non è confermata, il vice comandate per peculato a causa dell’indebito utilizzo di un telefonino di servizio.
Un altra denuncia riguarderebbe invece un dipendente che nei fine settimana d’estate si sarebbe messo in malattia per andare a lavorare in una discoteca. In questo caso la denuncia sarebbe per truffa.
Tutto quanto sarebbe partito da un cambio di registro e di competenze all’interno del carcere dei Casetti, vicende che qualcuno lamenta come mobbing mentre altri parlano di lassismo e di illeciti pesanti. Insomma la vicenda è tutt’altro che destinata ad esaurirsi in breve e la procura ha deciso di andare a fondo su quello che sta succedendo nel carcere di Rimini. Degli sviluppi potrebbero aversi nel giro di qualche settimana.

fonte: Il resto del carlino

15 settembre 2011

Il parlamento approva la manovra lacrime e sangue..... la polizia picchia i lavoratori e i precari

Mentre nell'aula della Camera andava in scena il voto sulla Manovra, il Presidio in piazza Montecitorio veniva attaccato da ripetute cariche fino allo sgombero completo della piazza.
Le cariche poliziesche sotto Montecitorio, così come quelli del 7 settembre sotto il Senato, sono la spia di un forte malessere alimentato da un Governo incapace di respingere i diktat dell’Europa e di colpire i patrimoni

14 settembre 2011

Caso Michele Ferrulli: Un video e l'audio originale al vaglio dei magistrati

Non sarà archiviato e potrebbe riservare nuovi sviluppi il caso della morte di Michele Ferrulli. Il facchino barese di 51 anni restò privo di vita sull’asfalto di via Varsavia lo scorso primo luglio, dopo essere stato bloccato e ammanettato da quattro poliziotti, intervenuti per sedare una rissa. Il pm Gaetano Ruta ha acquisito formalmente dalla redazione di Mediaset il video originale della colluttazione. E il legale di parte civile Fabio Anselmo — lo stesso che ha seguito i casi di Cucchi, Aldrovandi e Uva, tutti deceduti dopo controlli delle forze dell’ordine — ha depositato in procura una memoria con le registrazioni audio di testimoni che riferiscono di presunte intimidazioni da parte di poliziotti. La procura sta valutando attentamente anche questa documentazione per verificarne l’attendibilità.
Il video acquisito dal pm è quello ripreso dall’iPhone di un residente e mostra gli ultimi momenti di vita di Ferrulli, circondato dai quattro poliziotti arrivati con due volanti, filmato mandato più volte in onda in tv e su Repubblica.it. Ma solo l’originale — consegnato al vecchio avvocato della famiglia e da questi ceduto a Mediaset — ha l’audio con le voci dei romeni che erano nella via, che aiutano a capire con maggiore chiarezza la dinamica della tragedia. In più, nelle immagini ingrandite — operazione eseguita dalla difesa — si vede meno nitido il contesto della strada, ma si noterebbero — secondo la tesi dell’avvocato Anselmo — con maggiore chiarezza i colpi di almeno un poliziotto sul corpo di Ferrulli.
Dopo i primi atti dell’inchiesta, la procura ha indagato per omicidio preterintenzionale quattro agenti: due poliziotti della volante del commissariato Mecenate, F. E. e M. L., intervenuti per primi quella sera in via Varsavia — il primo aggredito, secondo il loro racconto, e il secondo accorso con le manette in mano — e i due a bordo della “pantera” della questura — R. P., che avrebbe praticato il massaggio cardiaco a terra, e F. C. — arrivati dopo la chiamata via radio alla centrale. I primi esiti dell’autopsia non avevano evidenziato chiare lesioni interne, né segni manifesti di pestaggio. Il trauma cranico e le dieci fratture individuate sul torace, secondo i medici legali, potevano essere compatibili con il massaggio cardiaco. Ma ora, dopo l’acquisizione del video, la procura vuole vederci chiaro. E a breve, potrebbe notificare l’avviso di chiusura delle indagini, atto che di solito prelude a una richiesta di rinvio a giudizio

fonte: Repubblica.it

No Tav: Presidio di solidarietà per chiedere la liberazione di Marianna e Elena

I No Tav hanno manifestato in piazza Castello a Torino con un presidio pacifico per chiedere la scarcerazione di Marianna Valenti, 20 anni, studentessa residente a Torino ma originaria di Rovereto e Elena Garberi, 40 anni, infermiera e volontaria del 118. Le due donne erano state arrestate durante le tensioni di venerdi' notte intorno al cantiere della Torino-Lione alla Maddalena di Chiomonte e ieri il Tribunale di Torino ha convalidato il fermo. I manifestanti hanno appeso degli striscioni a delle transenne e distribuito volantini.
Tra gli interventi che si sono alternati in piazza, anche quello di Eleonora Artesio, consigliere regionale della Federazione della sinistra, che questa mattina ha incontrato le due donne nel carcere di Torino: "Stanno bene - ha riferito Artesio - non sono nella stessa cella e la prima cosa che hanno chiesto e' quella di poter stare insieme"

Mandiamo i nostri telegrammi di solidarietà a Marianna Valenti e Elena Garberi, le due no tav arrestate! Casa circondariale Lorusso e Cotugno, Strada Pianezza 300, 10151, Torino.

13 settembre 2011

Palermo: detenuto si suicida al carcere dell'Ucciardone

Alex Pantano, 38 anni, originario di Torino e detenuto all’Ucciardone per furto, si è impiccato ieri mattina in cella. Ha aspettato che il suo compagno lasciasse la cella per andare a colloquio con un parente. I poliziotti penitenziari lo hanno trovato impiccato alla finestra con i pantaloni del suo pigiama. Per lui, ormai, non c’era più nulla da fare. Pantano avrebbe finito di scontare la sua condanna nel febbraio 2012 (meno di 6 mesi). In passato era stato seguito dallo psichiatra, ma nell’ultimo periodo il medico aveva dichiarato che il paziente stava bene. La Procura ha disposto l’autopsia.

12 settembre 2011

No Tav: Convalidati gli arresti a Nina e Marianna

Con un giorno di anticipo rispetto al previsto,  il Tribunale di Torino ha convalidato l'arresto per Nina e Marianna, pur essendo incensurate. Tutta la solidarietà del movimento no tav va alle due compagne arrestate durante l'assedio al non cantiere della Maddalena il 9 Settembre.
Oggi (lun 12 sett) alle h18.00 in piazza Castello a Torino si terrà un presidio di solidarietà a Nina e Marianna.

Un grande e affettuoso abbraccio dal movimento notav.

Nina! Marianna! Vi vogliamo libere subito!

Mandiamo i nostri telegrammi di solidarietà a Marianna Valenti e Elena Garberi, le due no tav arrestate! Casa circondariale Lorusso e Cotugno, Strada Pianezza 300, 10151, Torino.


Ancora un suicidio all'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto

Un internato di Cremona si è uccide nella nottata di ieri nella sua cella singola, infilando la testa in un sacchetto di plastica e inalando il gas del fornellino utilizzato per la cottura di piccole porzioni di cibi.
A poco più di un mese dall'ultimo suicidio per impiccagione, avvenuto in una cella comune lo scorso 20 luglio, all'interno dell'Ospedale psichiatrico giudiziario, un altro internato – semilibero e prossimo alla libertà – si è tolto la vita nel corso delle nottata di ieri, intorno a mezzanotte. Inutili si sono rivelati i tentativi di rianimazione intrapresi nell'immediatezza da un agente della polizia penitenziaria e subito dopo dal medico di turno. L'uomo, M. S. 46 anni di Cremona, era prossimo alla liberazione prevista per il 2012 con la cessazione della misura di sicurezza imposta a suo tempo per la commissione di reati lievi, maltrattamenti e resistenza, e per i quali era stato prosciolto a causa del suo stato di malessere psicofisico. E la detenzione in carcere era stata sostituita dalla misura di sicurezza "scontata" quasi fino in fondo senza che fossero emersi problemi di particolare gravità. L'internato suicidatosi nella cella che occupava singolarmente. aveva già utilizzato licenze temporanee ed era tra coloro che usufruivano di una forma di semilibertà prevista dall'art. 21 del Codice dell'ordinamento penitenziario. La vittima non aveva manifestato problemi di insofferenza, tanto da seguire all'esterno dell'Istituto corsi di formazione professionale che gli sarebbero giovati una volta riacquistata la libertà.
Di quanto era accaduto nella cella si è accorto l'agente della polizia penitenziaria nel consueto giro di perlustrazione e controllo delle celle del raggio nel quale era stato assegnato l'uomo. All'agente non è sfuggito infatti che l'uomo era riverso per terra con il capo ricoperto da un sacchetto di plastica utilizzato per creare una piccola camera a gas, grazie anche all'utilizzo del fornellino alimentato da una piccolissima bomboletta di gas butano. Per l'internato, pur soccorso tempestivamente, non c'è stato scampo. Dell'episodio la stessa polizia penitenziaria dell'Opg "Vittorio Madia", ha avvertito il magistrato di turno della Procura di Barcellona. La salma dello sfortunato internato di Cremona è stata composta nella sala mortuaria dell'Opg di Barcellona nell'attesa delle determinazioni dell'autorità giudiziaria previste per stamani.
Ieri in mattinata, appresa la notizia, il cappellano dell'Istituto, padre Pippo Insana, fondatore della Casa di accoglienza e solidarietà, reduce dalla trasferta romana per la partecipazione di sabato alla manifestazione "Stop Opg", ha celebrato in suffragio del suicida la santa messa alla quale hanno partecipato gli altri internati ed il personale del Corpo di polizia penitenziaria. Lo scorso 20 luglio invece a togliersi la vita, impiccandosi con un lenzuolo legato alla grata della finestra – dopo aver oscurato la porta a vetri della cella collettiva occupata assieme ad altri tre internati – era stato un uomo di 73 anni di Rossano Calabro, G. T. il quale soffriva di deliranti manie di persecuzione e per questo aveva lasciato un biglietto nel quale accusava i parenti, indicati come responsabili delle sue paranoie.
Nemmeno il suicidio di ieri, così come quello verificatosi il 20 luglio scorso, sarebbe da addebitare al sovraffollamento della struttura penitenziaria che nei mesi scorsi aveva toccato punte fino a 382, ricondotte con gli ultimi trasferimenti al carcere di Pagliarelli di Palermo ed in altri Opg italiani, a circa 310 internati a fronte dei circa 250 posti disponibili.

fonte: Gazzetta del Sud

Roma:schizofrenico litiga con madre, interviene polizia e l’uomo muore con 12 costole rotte

Il fratello: gli sono state rotte 12 costole, lo ha dimostrato l’autopsia. Aveva lesioni al fegato. Una lite tra madre e figlio esce dalle mura domestiche per concludersi con un morto.
Era lunedì scorso ma solo ora, con i risultati dell’autopsia in mano, i familiari denunciano. Sostengono che Luigi Marinelli, 49 anni, malato di schizofrenia, invalido civile (con pensione d’infermità), un passato da tossicodipendente, è stato pestato “dalla polizia come Cucchi e Aldrovandi”.
Dice il fratello Vittorio: “Quel giorno Luigi era su di giri. Per la prima volta ha alzato le mani su nostra madre, è vero. Ma dico che contro di lui gli agenti hanno usato metodi violenti”. Chiamati a spegnere la lite fra una madre di ottant’anni e un figlio di quasi cinquanta (litigio per soldi: lui aveva speso diecimila euro in tre settimane e ne chiedeva altrettanti, lei rifiutava), quattro poliziotti del commissariato di zona rischiano ora una denuncia per omicidio colposo.
Vittorio Marinelli, avvocato civilista, uno dei fratelli della vittima, quel lunedì c’era. Arrivato a discussione già iniziata. Quando sua madre aveva telefonato al 113 per evitare il peggio e gli agenti erano in salotto. “Due volanti, in casa c’erano tre poliziotti parlavano con mio fratello tranquillamente. Cercavano di farlo ragionare. Ho apprezzato. Gli dicevano: “Ma come, noi guadagniamo 1.300 euro al mese e tu ne butti via diecimila in pochi giorni?”
Ma poi, quando Luigi ha detto di voler uscire di casa, con in mano l’assegno che a quel punto mia madre gli aveva firmato, loro lo hanno bloccato. Sono arrivati i rinforzi. È subentrato un quarto agente dai modi bruschi. Lo hanno ammanettato con la forza spingendogli il viso contro la porta. Lui era cianotico: “Toglietegli le manette”, gli abbiamo detto, ma non si trovavano le chiavi e il tempo passava. Mio fratello stava soffocando”.
La procura ha aperto un fascicolo, ma sarà la consulenza medica a stabilire le eventuali responsabilità. Intanto l’esito dell’autopsia, secondo il legale di famiglia, Antonio Paparo, parla di dodici costole toraciche rotte. Grossolano tentativo di rianimazione? Possibile, filtra dalla procura. “Chiedevano: “Come si fa?, come facciamo?”, racconta Marinelli. In attesa dei risultati della perizia madre e fratello dell’uomo sono stati già ascoltati dal pm Luca Tescaroli. Ma il legale Paparo, dice che il verbale dell’autopsia è già di per se sufficiente: “È stato picchiato e qui c’è il referto. Lesioni al fegato e un’emorragia interna. Marinelli è stato pestato”.

fonte: Corriere della Sera

10 settembre 2011

Arrestate due attiviste No Tav ..... e Maroni minaccia il morto

Nelle ultime ore il movimento popolare che si batte da ben 22 anni contro l’alta velocità in Val di Susa ha dimostrato che non solo non si è arreso, ma di essere capace di realizzare un’offensiva a tutto campo e anche al di fuori del proprio territorio. Mentre alcune centinaia di persone manifestavano e assediavano di nuovo il costosissimo fortino realizzato durante l’estate da quello che giustamente i No Tav chiamano le truppe di occupazione, un altro centinaio di loro hanno rovinato la festa all’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato ed ex dirigente della Cgil, Mauro Moretti, duramente contestato durante un dibattito organizzato dal PD di Genova. Un dibattito mai iniziato. Un doppio punto che ha scatenato le ire di alcuni esponenti di governo, con il ministro dell’Interno Maroni che oggi ha minacciato il morto, naturalmente addossandone la responsabilità a chi si oppone alla militarizzazione e allo scempio della valle. Così recita un lancio di agenzia: “Tra i manifestanti contro la Tav in Val di Susa potrebbe esserci anche l'intenzione di provocare incidenti mortali. Lo ribadisce il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che oggi ha inaugurato la Fiera di Varese. 'Ho sentito il sindacato di polizia Sap che dice 'questi hanno intenzione di uccidere' - riferisce - e io temo che sia così, perché quando si fanno le bombe carta, le bottiglie molotov e i massi da lanciare addosso a poliziotti e carabinieri si ha intenzione di uccidere. Io lo avevo già detto e ribadisco la mia opinione' .

Sulla cronaca della serata di ieri vi proponiamo di seguito parte della cronaca realizzata dal sito Infoaut:

Un'altra grande nottata di lotta nelle montagne della Val Susa. Con centinaia e centinaia di No Tav in marcia verso la baita Clarea, lungo i sentieri della Valle, compiendo un'ennesima e meravigliosa passeggiata come solamente il movimento No Tav sa fare, con determinazione e coraggio. Che la paura non sia di casa nella Valle che resiste e non si arrende è ancora, magnificamente, sotto gli occhi di tutti, sotto quelli dell'apparato militare che occupa la Maddalena e della lobby che prosegue in una inverosimile giustificazione dello scempio. Era importante confermare quanto di buono seminato fino a qui, nell'opposizione ad un cantiere che non esiste ma sorvegliato giorno e notte da schiere di militari oramai specializzatisi tutti nel lancio del lacrimogeno. Che costoro non sono graditi l'avranno oramai capito (...), ma questa notte glielo si è comunque fatto presente ancora, compiendo un passo ulteriore: le reti che cascavano, sfondate e tagliate; il fortino è una tigre di carta, i No Tav non si arrendono. La nottata si conclude con un No Tav ferito alla gamba dal lancio di un lacrimogeno, e due giovani fermate dalle forze dell'ordine, verso le quali va la nostra solidarietà, liber* tutt*!



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“Un grande affettuoso abbraccio e solidarietà totale dal movimento notav. Vi vogliamo libere subito! Movimento notav”

Con queste semplici ma intense parole il movimento ha salutato alle prime luci dell'alba via-telegramma Nina e Marianna, militanti notav arrestate nella nottata dalle truppe di occupazione. Ancora una volta, un'ampia ed epica iniziativa del movimento notav minimizzata e ridotta ad una descrizione da codice penale dal parterre mediatico mainstream (pressoché identico, con piccole variazioni). Tra questi, spicca sempre per il surplus e l'eccedenza narrativa che lo contraddistingue il pennivendolo-pagato-dalla-Questura Massimo Numa, sicuramente anche ieri esaltato reporter embedded "dalla prima linea del fronte", magari a bordo di uno dei tanti mezzi che facevano su e giù per le strade sterrate di Clarea, Maddalena ed Avanà, tenute impegnate da centinaia notav per oltre 3 ore. Chissà cosa avrà visto questa volta Mr Numa, dall'altro lato della barricata... Forse anche lui disponeva di uno di quei visori notturno con cui le truppe occupanti avrebbero riconosciuto tanti "volti noti" della protesta (secondo quanto raccontato nel suo nuovo orrendo articolo).
Oggi però il "giornalista" ha preso un bel granchio (anzi due!) che merita(no) di essere smascherati per rendere chiaro il metodo programmatico con cui questo delatore prezzolato svolge il suo sporco lavoro. Nell'articolo in questione si narra delle 2 arrestate definendole una "un'autonoma di Chiomonte", l'altra "un'anarchica di Rovereto". Non sfugga la grossolana tipizzazione che presiede ai suoi identikit.
Facciamo allora un piccolo zoom, andiamo un po' più da vicino e vediamo chi sono realmente le 2 notav arrestate. La 38enne, conosciuta da tutto il movimento come Nina, è effettivamente di Chiomonte, dove è stata una presenza fissa nel campeggio (poi presidio) per tutto il mese di luglio. Non risulta però essere "un'autonoma" (in ogni caso, dovrebbe essere lei a riconoscersi eventualmente come tale). Nina è una volontaria del 118 che da mesi segue il movimento notav prestandovi servizio medico di prima urgenza. Un servizio sempre più necessario dato il copioso uso di lacrimogeni sparati ad altezza uomo (come ancora ieri, anche nei confronti di manifestanti fatti oggetto di tiro al bersaglio durante il rientro all'abitato di Giaglione, quando tutto era già finito). Nina è stata arrestata mentre soccorreva un ferito, con lo zaino pieno di garze e medicinali.
La seconda arrestata non è invece - come tanto vorrebbe Mr. Numa - un'anarchica di Rovereto ma una studentessa torinese di 19 anni con forti legami affettivi ed umani con la val Susa (in particolare il comune di Gravere, a pochi km da Chiomonte e a qualche centinaia di metri in linea d'aria dai terreni occupati manu militari).
Con questo smascheramento dovuto delle menzogne numesche (tocca inventare un nuovo aggettivo!) non intendiamo certo dire che la solidarietà del movimento notav sarebbe altrimenti venuta meno se le 2 arrestate fossero state un'autonoma di Torino o un'anarchica di Rovereto. Presenza che nel movimento ci sono (così com'erano ieri presenti nutrite delegazioni di compagn* di Bologna, Pisa, Genova, Milano, Roma..etc) e continueranno ad esserci, parti di un movimento ormai in grado di tracimare dal suo territorio d'origine per l'empatia e il consenso che suscita ovunque (come dimostra la contestazione di ieri a Genova contro l'ad di Trenitalia Moretti).
(…) Tanto per aggiungere un altro elemento: le 2 ragazze erano totalmente incensurate (non che per noi farebbe alcuna differenza). Eh sì, questa volta il Questurino ha fatto proprio un bel buco nell'acqua.
(…) I nostri conti ci dicono di circa 700 partecipanti di cui almeno 500 partiti da Giaglione in fila indiana nel buio del bosco e sotto una luna incerta, ben piantati però su sentieri che abbiamo imparta o conoscere bene. Appena arrivat* alla baita della Clarea uno spezzone nutrito si è diretto verso le reti degli ultimi territori recintati. Al primo slogan (senza che fosse volata una sola pietra) siamo stati fatti oggetto di una raffica di lacrimogeni che ha impestato il sottobosco per ore, immergendolo in una fitta nube tossica biancastra. Le restanti ore i notav più attrezzati hanno portato a compimento lo smantellamento di decine di metri di reti. Questo si poteva fare, questo il movimento ha fatto! Ci saranno altre occasioni per andare ancora meglio a segno. Quello che però dev'essere chiaro, è che questo movimento non permetterà la distruzione di questa valle e del prezioso aggregato politico-sociale che per essa si è costruito in questa lunga storia. Troppo abbiamo da difendere!
Con buona pace del ministro Maroni e dei suoi accoliti che continuano a definirci "assassini" quando ieri dovevamo fronteggiare e guardarci le spalle da "tutori dell'ordine" che tiravano lacrimogeni ad altezza uomo e pietre dall'autostrada, ben sapendo che lì in mezzo rischiavano di prendere gente che (a differenza loro) è equipaggiata alla bell'e meglio, senza armi, visori notturni, tute da robocop, idranti e tutto l'armamentario di cui questi dispongono... mantenuti da tutt* noi!

In ogni caso, A sarà dùra... per loro!

Movimento NoTav


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