14 settembre 2011

Caso Michele Ferrulli: Un video e l'audio originale al vaglio dei magistrati

Non sarà archiviato e potrebbe riservare nuovi sviluppi il caso della morte di Michele Ferrulli. Il facchino barese di 51 anni restò privo di vita sull’asfalto di via Varsavia lo scorso primo luglio, dopo essere stato bloccato e ammanettato da quattro poliziotti, intervenuti per sedare una rissa. Il pm Gaetano Ruta ha acquisito formalmente dalla redazione di Mediaset il video originale della colluttazione. E il legale di parte civile Fabio Anselmo — lo stesso che ha seguito i casi di Cucchi, Aldrovandi e Uva, tutti deceduti dopo controlli delle forze dell’ordine — ha depositato in procura una memoria con le registrazioni audio di testimoni che riferiscono di presunte intimidazioni da parte di poliziotti. La procura sta valutando attentamente anche questa documentazione per verificarne l’attendibilità.
Il video acquisito dal pm è quello ripreso dall’iPhone di un residente e mostra gli ultimi momenti di vita di Ferrulli, circondato dai quattro poliziotti arrivati con due volanti, filmato mandato più volte in onda in tv e su Repubblica.it. Ma solo l’originale — consegnato al vecchio avvocato della famiglia e da questi ceduto a Mediaset — ha l’audio con le voci dei romeni che erano nella via, che aiutano a capire con maggiore chiarezza la dinamica della tragedia. In più, nelle immagini ingrandite — operazione eseguita dalla difesa — si vede meno nitido il contesto della strada, ma si noterebbero — secondo la tesi dell’avvocato Anselmo — con maggiore chiarezza i colpi di almeno un poliziotto sul corpo di Ferrulli.
Dopo i primi atti dell’inchiesta, la procura ha indagato per omicidio preterintenzionale quattro agenti: due poliziotti della volante del commissariato Mecenate, F. E. e M. L., intervenuti per primi quella sera in via Varsavia — il primo aggredito, secondo il loro racconto, e il secondo accorso con le manette in mano — e i due a bordo della “pantera” della questura — R. P., che avrebbe praticato il massaggio cardiaco a terra, e F. C. — arrivati dopo la chiamata via radio alla centrale. I primi esiti dell’autopsia non avevano evidenziato chiare lesioni interne, né segni manifesti di pestaggio. Il trauma cranico e le dieci fratture individuate sul torace, secondo i medici legali, potevano essere compatibili con il massaggio cardiaco. Ma ora, dopo l’acquisizione del video, la procura vuole vederci chiaro. E a breve, potrebbe notificare l’avviso di chiusura delle indagini, atto che di solito prelude a una richiesta di rinvio a giudizio

fonte: Repubblica.it

No Tav: Presidio di solidarietà per chiedere la liberazione di Marianna e Elena

I No Tav hanno manifestato in piazza Castello a Torino con un presidio pacifico per chiedere la scarcerazione di Marianna Valenti, 20 anni, studentessa residente a Torino ma originaria di Rovereto e Elena Garberi, 40 anni, infermiera e volontaria del 118. Le due donne erano state arrestate durante le tensioni di venerdi' notte intorno al cantiere della Torino-Lione alla Maddalena di Chiomonte e ieri il Tribunale di Torino ha convalidato il fermo. I manifestanti hanno appeso degli striscioni a delle transenne e distribuito volantini.
Tra gli interventi che si sono alternati in piazza, anche quello di Eleonora Artesio, consigliere regionale della Federazione della sinistra, che questa mattina ha incontrato le due donne nel carcere di Torino: "Stanno bene - ha riferito Artesio - non sono nella stessa cella e la prima cosa che hanno chiesto e' quella di poter stare insieme"

Mandiamo i nostri telegrammi di solidarietà a Marianna Valenti e Elena Garberi, le due no tav arrestate! Casa circondariale Lorusso e Cotugno, Strada Pianezza 300, 10151, Torino.

13 settembre 2011

Palermo: detenuto si suicida al carcere dell'Ucciardone

Alex Pantano, 38 anni, originario di Torino e detenuto all’Ucciardone per furto, si è impiccato ieri mattina in cella. Ha aspettato che il suo compagno lasciasse la cella per andare a colloquio con un parente. I poliziotti penitenziari lo hanno trovato impiccato alla finestra con i pantaloni del suo pigiama. Per lui, ormai, non c’era più nulla da fare. Pantano avrebbe finito di scontare la sua condanna nel febbraio 2012 (meno di 6 mesi). In passato era stato seguito dallo psichiatra, ma nell’ultimo periodo il medico aveva dichiarato che il paziente stava bene. La Procura ha disposto l’autopsia.

12 settembre 2011

No Tav: Convalidati gli arresti a Nina e Marianna

Con un giorno di anticipo rispetto al previsto,  il Tribunale di Torino ha convalidato l'arresto per Nina e Marianna, pur essendo incensurate. Tutta la solidarietà del movimento no tav va alle due compagne arrestate durante l'assedio al non cantiere della Maddalena il 9 Settembre.
Oggi (lun 12 sett) alle h18.00 in piazza Castello a Torino si terrà un presidio di solidarietà a Nina e Marianna.

Un grande e affettuoso abbraccio dal movimento notav.

Nina! Marianna! Vi vogliamo libere subito!

Mandiamo i nostri telegrammi di solidarietà a Marianna Valenti e Elena Garberi, le due no tav arrestate! Casa circondariale Lorusso e Cotugno, Strada Pianezza 300, 10151, Torino.


Ancora un suicidio all'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto

Un internato di Cremona si è uccide nella nottata di ieri nella sua cella singola, infilando la testa in un sacchetto di plastica e inalando il gas del fornellino utilizzato per la cottura di piccole porzioni di cibi.
A poco più di un mese dall'ultimo suicidio per impiccagione, avvenuto in una cella comune lo scorso 20 luglio, all'interno dell'Ospedale psichiatrico giudiziario, un altro internato – semilibero e prossimo alla libertà – si è tolto la vita nel corso delle nottata di ieri, intorno a mezzanotte. Inutili si sono rivelati i tentativi di rianimazione intrapresi nell'immediatezza da un agente della polizia penitenziaria e subito dopo dal medico di turno. L'uomo, M. S. 46 anni di Cremona, era prossimo alla liberazione prevista per il 2012 con la cessazione della misura di sicurezza imposta a suo tempo per la commissione di reati lievi, maltrattamenti e resistenza, e per i quali era stato prosciolto a causa del suo stato di malessere psicofisico. E la detenzione in carcere era stata sostituita dalla misura di sicurezza "scontata" quasi fino in fondo senza che fossero emersi problemi di particolare gravità. L'internato suicidatosi nella cella che occupava singolarmente. aveva già utilizzato licenze temporanee ed era tra coloro che usufruivano di una forma di semilibertà prevista dall'art. 21 del Codice dell'ordinamento penitenziario. La vittima non aveva manifestato problemi di insofferenza, tanto da seguire all'esterno dell'Istituto corsi di formazione professionale che gli sarebbero giovati una volta riacquistata la libertà.
Di quanto era accaduto nella cella si è accorto l'agente della polizia penitenziaria nel consueto giro di perlustrazione e controllo delle celle del raggio nel quale era stato assegnato l'uomo. All'agente non è sfuggito infatti che l'uomo era riverso per terra con il capo ricoperto da un sacchetto di plastica utilizzato per creare una piccola camera a gas, grazie anche all'utilizzo del fornellino alimentato da una piccolissima bomboletta di gas butano. Per l'internato, pur soccorso tempestivamente, non c'è stato scampo. Dell'episodio la stessa polizia penitenziaria dell'Opg "Vittorio Madia", ha avvertito il magistrato di turno della Procura di Barcellona. La salma dello sfortunato internato di Cremona è stata composta nella sala mortuaria dell'Opg di Barcellona nell'attesa delle determinazioni dell'autorità giudiziaria previste per stamani.
Ieri in mattinata, appresa la notizia, il cappellano dell'Istituto, padre Pippo Insana, fondatore della Casa di accoglienza e solidarietà, reduce dalla trasferta romana per la partecipazione di sabato alla manifestazione "Stop Opg", ha celebrato in suffragio del suicida la santa messa alla quale hanno partecipato gli altri internati ed il personale del Corpo di polizia penitenziaria. Lo scorso 20 luglio invece a togliersi la vita, impiccandosi con un lenzuolo legato alla grata della finestra – dopo aver oscurato la porta a vetri della cella collettiva occupata assieme ad altri tre internati – era stato un uomo di 73 anni di Rossano Calabro, G. T. il quale soffriva di deliranti manie di persecuzione e per questo aveva lasciato un biglietto nel quale accusava i parenti, indicati come responsabili delle sue paranoie.
Nemmeno il suicidio di ieri, così come quello verificatosi il 20 luglio scorso, sarebbe da addebitare al sovraffollamento della struttura penitenziaria che nei mesi scorsi aveva toccato punte fino a 382, ricondotte con gli ultimi trasferimenti al carcere di Pagliarelli di Palermo ed in altri Opg italiani, a circa 310 internati a fronte dei circa 250 posti disponibili.

fonte: Gazzetta del Sud

Roma:schizofrenico litiga con madre, interviene polizia e l’uomo muore con 12 costole rotte

Il fratello: gli sono state rotte 12 costole, lo ha dimostrato l’autopsia. Aveva lesioni al fegato. Una lite tra madre e figlio esce dalle mura domestiche per concludersi con un morto.
Era lunedì scorso ma solo ora, con i risultati dell’autopsia in mano, i familiari denunciano. Sostengono che Luigi Marinelli, 49 anni, malato di schizofrenia, invalido civile (con pensione d’infermità), un passato da tossicodipendente, è stato pestato “dalla polizia come Cucchi e Aldrovandi”.
Dice il fratello Vittorio: “Quel giorno Luigi era su di giri. Per la prima volta ha alzato le mani su nostra madre, è vero. Ma dico che contro di lui gli agenti hanno usato metodi violenti”. Chiamati a spegnere la lite fra una madre di ottant’anni e un figlio di quasi cinquanta (litigio per soldi: lui aveva speso diecimila euro in tre settimane e ne chiedeva altrettanti, lei rifiutava), quattro poliziotti del commissariato di zona rischiano ora una denuncia per omicidio colposo.
Vittorio Marinelli, avvocato civilista, uno dei fratelli della vittima, quel lunedì c’era. Arrivato a discussione già iniziata. Quando sua madre aveva telefonato al 113 per evitare il peggio e gli agenti erano in salotto. “Due volanti, in casa c’erano tre poliziotti parlavano con mio fratello tranquillamente. Cercavano di farlo ragionare. Ho apprezzato. Gli dicevano: “Ma come, noi guadagniamo 1.300 euro al mese e tu ne butti via diecimila in pochi giorni?”
Ma poi, quando Luigi ha detto di voler uscire di casa, con in mano l’assegno che a quel punto mia madre gli aveva firmato, loro lo hanno bloccato. Sono arrivati i rinforzi. È subentrato un quarto agente dai modi bruschi. Lo hanno ammanettato con la forza spingendogli il viso contro la porta. Lui era cianotico: “Toglietegli le manette”, gli abbiamo detto, ma non si trovavano le chiavi e il tempo passava. Mio fratello stava soffocando”.
La procura ha aperto un fascicolo, ma sarà la consulenza medica a stabilire le eventuali responsabilità. Intanto l’esito dell’autopsia, secondo il legale di famiglia, Antonio Paparo, parla di dodici costole toraciche rotte. Grossolano tentativo di rianimazione? Possibile, filtra dalla procura. “Chiedevano: “Come si fa?, come facciamo?”, racconta Marinelli. In attesa dei risultati della perizia madre e fratello dell’uomo sono stati già ascoltati dal pm Luca Tescaroli. Ma il legale Paparo, dice che il verbale dell’autopsia è già di per se sufficiente: “È stato picchiato e qui c’è il referto. Lesioni al fegato e un’emorragia interna. Marinelli è stato pestato”.

fonte: Corriere della Sera

10 settembre 2011

Arrestate due attiviste No Tav ..... e Maroni minaccia il morto

Nelle ultime ore il movimento popolare che si batte da ben 22 anni contro l’alta velocità in Val di Susa ha dimostrato che non solo non si è arreso, ma di essere capace di realizzare un’offensiva a tutto campo e anche al di fuori del proprio territorio. Mentre alcune centinaia di persone manifestavano e assediavano di nuovo il costosissimo fortino realizzato durante l’estate da quello che giustamente i No Tav chiamano le truppe di occupazione, un altro centinaio di loro hanno rovinato la festa all’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato ed ex dirigente della Cgil, Mauro Moretti, duramente contestato durante un dibattito organizzato dal PD di Genova. Un dibattito mai iniziato. Un doppio punto che ha scatenato le ire di alcuni esponenti di governo, con il ministro dell’Interno Maroni che oggi ha minacciato il morto, naturalmente addossandone la responsabilità a chi si oppone alla militarizzazione e allo scempio della valle. Così recita un lancio di agenzia: “Tra i manifestanti contro la Tav in Val di Susa potrebbe esserci anche l'intenzione di provocare incidenti mortali. Lo ribadisce il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che oggi ha inaugurato la Fiera di Varese. 'Ho sentito il sindacato di polizia Sap che dice 'questi hanno intenzione di uccidere' - riferisce - e io temo che sia così, perché quando si fanno le bombe carta, le bottiglie molotov e i massi da lanciare addosso a poliziotti e carabinieri si ha intenzione di uccidere. Io lo avevo già detto e ribadisco la mia opinione' .

Sulla cronaca della serata di ieri vi proponiamo di seguito parte della cronaca realizzata dal sito Infoaut:

Un'altra grande nottata di lotta nelle montagne della Val Susa. Con centinaia e centinaia di No Tav in marcia verso la baita Clarea, lungo i sentieri della Valle, compiendo un'ennesima e meravigliosa passeggiata come solamente il movimento No Tav sa fare, con determinazione e coraggio. Che la paura non sia di casa nella Valle che resiste e non si arrende è ancora, magnificamente, sotto gli occhi di tutti, sotto quelli dell'apparato militare che occupa la Maddalena e della lobby che prosegue in una inverosimile giustificazione dello scempio. Era importante confermare quanto di buono seminato fino a qui, nell'opposizione ad un cantiere che non esiste ma sorvegliato giorno e notte da schiere di militari oramai specializzatisi tutti nel lancio del lacrimogeno. Che costoro non sono graditi l'avranno oramai capito (...), ma questa notte glielo si è comunque fatto presente ancora, compiendo un passo ulteriore: le reti che cascavano, sfondate e tagliate; il fortino è una tigre di carta, i No Tav non si arrendono. La nottata si conclude con un No Tav ferito alla gamba dal lancio di un lacrimogeno, e due giovani fermate dalle forze dell'ordine, verso le quali va la nostra solidarietà, liber* tutt*!



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“Un grande affettuoso abbraccio e solidarietà totale dal movimento notav. Vi vogliamo libere subito! Movimento notav”

Con queste semplici ma intense parole il movimento ha salutato alle prime luci dell'alba via-telegramma Nina e Marianna, militanti notav arrestate nella nottata dalle truppe di occupazione. Ancora una volta, un'ampia ed epica iniziativa del movimento notav minimizzata e ridotta ad una descrizione da codice penale dal parterre mediatico mainstream (pressoché identico, con piccole variazioni). Tra questi, spicca sempre per il surplus e l'eccedenza narrativa che lo contraddistingue il pennivendolo-pagato-dalla-Questura Massimo Numa, sicuramente anche ieri esaltato reporter embedded "dalla prima linea del fronte", magari a bordo di uno dei tanti mezzi che facevano su e giù per le strade sterrate di Clarea, Maddalena ed Avanà, tenute impegnate da centinaia notav per oltre 3 ore. Chissà cosa avrà visto questa volta Mr Numa, dall'altro lato della barricata... Forse anche lui disponeva di uno di quei visori notturno con cui le truppe occupanti avrebbero riconosciuto tanti "volti noti" della protesta (secondo quanto raccontato nel suo nuovo orrendo articolo).
Oggi però il "giornalista" ha preso un bel granchio (anzi due!) che merita(no) di essere smascherati per rendere chiaro il metodo programmatico con cui questo delatore prezzolato svolge il suo sporco lavoro. Nell'articolo in questione si narra delle 2 arrestate definendole una "un'autonoma di Chiomonte", l'altra "un'anarchica di Rovereto". Non sfugga la grossolana tipizzazione che presiede ai suoi identikit.
Facciamo allora un piccolo zoom, andiamo un po' più da vicino e vediamo chi sono realmente le 2 notav arrestate. La 38enne, conosciuta da tutto il movimento come Nina, è effettivamente di Chiomonte, dove è stata una presenza fissa nel campeggio (poi presidio) per tutto il mese di luglio. Non risulta però essere "un'autonoma" (in ogni caso, dovrebbe essere lei a riconoscersi eventualmente come tale). Nina è una volontaria del 118 che da mesi segue il movimento notav prestandovi servizio medico di prima urgenza. Un servizio sempre più necessario dato il copioso uso di lacrimogeni sparati ad altezza uomo (come ancora ieri, anche nei confronti di manifestanti fatti oggetto di tiro al bersaglio durante il rientro all'abitato di Giaglione, quando tutto era già finito). Nina è stata arrestata mentre soccorreva un ferito, con lo zaino pieno di garze e medicinali.
La seconda arrestata non è invece - come tanto vorrebbe Mr. Numa - un'anarchica di Rovereto ma una studentessa torinese di 19 anni con forti legami affettivi ed umani con la val Susa (in particolare il comune di Gravere, a pochi km da Chiomonte e a qualche centinaia di metri in linea d'aria dai terreni occupati manu militari).
Con questo smascheramento dovuto delle menzogne numesche (tocca inventare un nuovo aggettivo!) non intendiamo certo dire che la solidarietà del movimento notav sarebbe altrimenti venuta meno se le 2 arrestate fossero state un'autonoma di Torino o un'anarchica di Rovereto. Presenza che nel movimento ci sono (così com'erano ieri presenti nutrite delegazioni di compagn* di Bologna, Pisa, Genova, Milano, Roma..etc) e continueranno ad esserci, parti di un movimento ormai in grado di tracimare dal suo territorio d'origine per l'empatia e il consenso che suscita ovunque (come dimostra la contestazione di ieri a Genova contro l'ad di Trenitalia Moretti).
(…) Tanto per aggiungere un altro elemento: le 2 ragazze erano totalmente incensurate (non che per noi farebbe alcuna differenza). Eh sì, questa volta il Questurino ha fatto proprio un bel buco nell'acqua.
(…) I nostri conti ci dicono di circa 700 partecipanti di cui almeno 500 partiti da Giaglione in fila indiana nel buio del bosco e sotto una luna incerta, ben piantati però su sentieri che abbiamo imparta o conoscere bene. Appena arrivat* alla baita della Clarea uno spezzone nutrito si è diretto verso le reti degli ultimi territori recintati. Al primo slogan (senza che fosse volata una sola pietra) siamo stati fatti oggetto di una raffica di lacrimogeni che ha impestato il sottobosco per ore, immergendolo in una fitta nube tossica biancastra. Le restanti ore i notav più attrezzati hanno portato a compimento lo smantellamento di decine di metri di reti. Questo si poteva fare, questo il movimento ha fatto! Ci saranno altre occasioni per andare ancora meglio a segno. Quello che però dev'essere chiaro, è che questo movimento non permetterà la distruzione di questa valle e del prezioso aggregato politico-sociale che per essa si è costruito in questa lunga storia. Troppo abbiamo da difendere!
Con buona pace del ministro Maroni e dei suoi accoliti che continuano a definirci "assassini" quando ieri dovevamo fronteggiare e guardarci le spalle da "tutori dell'ordine" che tiravano lacrimogeni ad altezza uomo e pietre dall'autostrada, ben sapendo che lì in mezzo rischiavano di prendere gente che (a differenza loro) è equipaggiata alla bell'e meglio, senza armi, visori notturni, tute da robocop, idranti e tutto l'armamentario di cui questi dispongono... mantenuti da tutt* noi!

In ogni caso, A sarà dùra... per loro!

Movimento NoTav


9 settembre 2011

Roma: Fermati otto ragazzi del collettivo Senza Tregua che contestavano Berlusconi

Ricordate la frase di Berlusconi “vado via da questo paese di merda”? Abbiamo pensato di riutilizzare queste parole rimettendole nell’ordine giusto, e di presentarle direttamente al presidente del consiglio, oggi invitato a parlare alla festa nazionale dei giovani del pdl. “Berlusconi la merda sei tu. Via da questo paese.”, c’era scritto sullo striscione che gli siamo andati a portare.
Siamo studenti medi ed universitari e giovani precari, contrari a questa manovra, che ancora una volta sarà pagata da chi ogni giorno vive sulla propria pelle i risultati della crisi. Una manovra scritta a Bruxelles e accettata da un governo fantoccio, pronto a tutto pur di rimanere al suo posto. Un diktat dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea, che attraverso il ricatto del debito pubblico, condannano i lavoratori italiani ad una vita di sacrifici, per il profitto della finanza e della grande industria. Contestiamo l’aumento dell’Iva, un’imposta regressiva che colpisce maggiormente le famiglie e le classi sociali più deboli; l’abolizione di fatto dell’articolo 18 che universalizza a tutti i lavoratori la condizione di precarietà, ormai divenuta sinonimo stesso di lavoro; i tagli agli enti locali e ai servizi pubblici che peseranno ancora una volta sulla scuola, sull’università e sulla sanità.
Chiediamo le dimissioni di questo governo fantoccio e lanciamo a tutti l’appello alla mobilitazione contro questa manovra a partire da lunedì pomeriggio a Piazza Monte Citorio.
Diciamo no all’Unione Europea e alle sue politiche contro i lavoratori e gli studenti, sempre al fianco delle banche e delle grandi imprese. Il debito pubblico è un ricatto inaccettabile:
Facciamo come in Islanda: noi il debito non lo paghiamo. Perché la crisi sia pagata da chi l’ha provocata e non sia un occasione di ulteriore profitto sulle spalle di chi lavora.
Per vent’anni abbiamo subito queste politiche e di fronte ad un futuro sempre più nero fatto di precarietà, insicurezza ed assenza di diritti, non ci rassegniamo a questa condizione. Contro questo governo e questo sistema è ora di alzare la testa. È ora di organizzare il contrattacco.

La lotta è senza tregua.

collettivo studentesco SENZA TREGUA

Napoli: Arresti domiciliari per Enzo, il giovane studente arrestato durante la contestazione allo sciopero generale

Si è svolta, presso il carcere di Poggioreale, l'udienza di convalida da parte del GIP di Enzo Martinelli arrestato, a Napoli, durante la contestazione sotto la sede della Banca d’Italia nell’ambito dello Sciopero Generale proclamato dal sindacalismo di base ed indipendente.
Con una decisione assurda il Magistrato ha si liberato Enzo dal carcere di Poggioreale, ma ha ritenuto comunque di applicargli la misura restrittiva degli arresti domiciliari, nonostante sia stato oggetto di un vigliacco pestaggio da parte dei poliziotti come dimostra l’ampia documentazione fotografica e video disponibile in rete e sia stato arrestato in maniera fondamentalmente casuale durante la carica. E nonostante sia un giovane studente di vent'anni senza alcun precedente penale. Difficile non vedere in questa decisione la volontà della Procura di non sconfessare l'operato della Questura e legittimare così una linea repressiva che tratta il malessere sociale di questo paese come questione di ordine pubblico. E' una inquietante linea di continuità con i comportamenti che lo scorso anno hanno già colpito i movimenti napoletani e in particolar modo i movimenti di lotta dei precari. Anche le continue interviste del questore Merolla in questi giorni e i loro toni gratuiti e "preventivi" sono delle invasioni di campo volte a pre-legittimare una sorta di tolleranza zero nei confronti dei fenomeni di contestazione sociale. Questo autunno sarà un autunno di grande mobilitazione e di lotta di lavoratori e studenti non certo per motivi superficiali, ma perchè si difendono diritti fondamentali attaccati dalle scelte governative e dalla speculazione finanziaria. Nessuno può travestirsi da sceriffo di fronte a questa sacrosanta pretesa di giustizia sociale. Nè si possono trovare capri espiatori come appunto nel caso di Enzo. Fra qualche giorno ci sarà il Riesame ed è fondamentale che si ristabilisca un minimo di garantismo giuridico attraverso la sua immediata liberazione!

Sindacati di Base e Movimenti napoletani
maggiori info su: www.caunapoli.org

8 settembre 2011

Verona: Giovane marocchino si impicca in Questura

Un marocchino di 32 anni, arrestato per un banale furto di abbigliamento, si è ucciso nella cella di sicurezza della questura di Verona mentre era in attesa di essere processato per direttissima. L'uomo, che avrebbe dovuto presentarsi davanti al giudice oggi, nella tarda serata di ieri, sfuggendo al controllo degli agenti ha scucito i propri pantaloni ricavandone un laccio con cui si è impiccato alle sbarre della cella di sicurezza. Scattato l'allarme - secondo fonti della polizia - gli stessi poliziotti prima e i sanitari giunti sul posto poi hanno tentato di rianimarlo ma ogni tentativo è stato inutile.

Contestazioni al giro della padania: fermato e denunciato un manifestante

Terza tappa del giro della presunta Padania e terzo giorno di contestazioni. Decine di manifestanti hanno iniziato a contestare la corsa ciclistica per professionisti che oggi parte da Lonate Pozzolo, nel varesino, per raggiungere Salsomaggiore Terme (Parma). “Lega fora di ball” è uno degli slogan maggiormente scanditi dai manifestanti, che dopo aver fatto slittare di quasi un’ora la partenza della tappa, grazie all’utilizzo di fischietti, striscioni e trombe, hanno proseguito con la loro contestazione con un presidio nella piazza del centro del paese.

Al passaggio del gruppone in territorio parmense, poco sopra Tabiano, in località Poggietto, i militanti di Rifondazione Comunista e Cgil, dei sindacati di base e attivisti No Tav,  hanno cercato di interrompere il giro. Presenti e contrari alla corsa anche diversi ciclisti amatoriali della Uisp. La zona era però sorvegliata dagli uomini della Digos e dai carabinieri. Spinta, grida, insulti e diversi militanti sdraiati per terra nel tentativo di fermare la corsa sono stati bloccati (foto). Il momento di tensione più alto si è verificato quando uno dei manifestanti ha cercato di sfondare il cordone protettivo un funzionario della Cgil è stato tiratò giù e travolto da un  carabiniere. Il compagno è stato fermato e trascinato a forza dalla Digos e dai miltari ed è' stato accusato di oltraggio a pubblico ufficiale.

Da inizio agosto 12 “morti di carcere e malagiustizia”, 10 si sono suicidati

A Paliano (Fr) un collaboratore di giustizia muore in cella e la famiglia non vuole riavere il corpo, a Caltanissetta un giovane da poco arrestato muore per encefalite, a Macerata un 35enne esce dal carcere, scopre di avere una malattia infettiva e si impicca nel bagno dell’Ospedale, a Reggio Calabria una testimone di giustizia rifiuta il “piano di protezione” e si uccide bevendo acido muriatico. Queste sono solo alcune delle vicende raccontate nel dossier “morire di carcere”.
Non solo detenuti nel dossier “morire di carcere” di questa estate: da inizio agosto abbiamo registrato 12 decessi, dei quali 10 causati da suicidio e 2 da malattia. Si sono tolti la vita 5 detenuti e 2 persone appena scarcerate, ma anche una “testimone di giustizia”, un condannato in attesa di affidamento ai servizi sociali e la compagna di un carcerato, disperata per il suo arresto.
Da inizio anno salgono così a 45 i detenuti suicidi, mentre il numero complesivo dei decessi in carcere arriva a 138.


Agrigento, 6 settembre 2011
Narces Adrian Manole, romeno di 27 anni, si suicida impiccandosi nella propria cella con delle strisce di stoffa ricavate dalle lenzuola in dotazione.
A scoprire l’accaduto è un agente di polizia penitenziaria, avvertito da altri detenuti. La salma è ora all’obitorio dell’ospedale “San Giovanni di Dio”, per essere sottoposta a ispezione cadaverica. Momenti di tensione si sono vissuti all’arrivo all’obitorio dei familiari e amici del romeno. Un folto gruppo di connazionali del giovane ha protestato vivacemente e inveito contro le forze dell’ordine e il regime carcerario.
Il romeno era stato arrestato una settimana fa dai carabinieri di Canicattì con le accuse di resistenza, violenza, oltraggio e lesioni a pubblico ufficiale. Avrebbe tentato di colpire un muratore e poi si è scagliato contro i militari ferendoli. Sarebbe dovuto comparire in Tribunale per il processo l’8 ottobre prossimo.

Genova, 4 settembre 2011
Giovanni Bisaccia, 42 anni, viene ritrovato morto, seminudo e scalzo, sulle alture di Voltri. In uno zainetto, accanto al corpo, viene ritrovato un flacone di metadone. L’uomo era uscito dal carcere di Genova a fine agosto ed aveva trascorsi di tossicodipendenza. Inizialmente si era pensato che la morte fosse stata causata da una overdose, ma la vicenda presenta alcuni lati oscuri e gli investigatori sono al lavoro per far luce su quanto accaduto. Aperte le ipotesi del suicidio o dell’omicidio.

Macerata, 3 settembre 2011
L.P. 35 anni, originario di Tolentino (Mc), appena uscito dal carcere di Camerino, scopre di avere una malattia infettiva e si impicca in un bagno dell’ospedale.
Il giovane si trovava nella sala d’attesa dell’ospedale civile di Macerata per una visita di controllo quando, sopraffatto dalla disperazione, si è diretto in bagno e lì si è impiccato agganciando un laccio di stoffa alle tubature della toilette. Il corpo è stato ritrovato poche ore dopo dalla donna delle pulizie, che ha richiesto immediatamente l’intervento dei Carabinieri. L’autorità giudiziaria ha disposto la restituzione della salma ai parenti non ritenendo necessario procedere all’autopsia del cadavere. Il ragazzo era uscito ieri dal carcere di Camerino dove era detenuto per reati contro il patrimonio.

Caltanissetta, 2 settembre 2011
Giuseppe Siracusa, 35 anni, in carcere da poco più di un mese con l’accusa di associazione a delinquere, viene stroncato da una meningo-encefalite. Dai primi prelievi effettuati sul cadavere, gli esperti hanno accertato che a uccidere l’uomo è stata una meningo-encefalite, ma la tipologia deve essere ancora chiarita. La relazione completa dell’autopsia sarà depositata fra due mesi dai consulenti della Procura incaricati di verificare la causa del decesso e se era possibile, sulla base dei sintomi manifestati da Siracusa, eseguire i necessari trattamenti diagnostici e terapeutici. Un quesito che si ricollega al contenuto dell’esposto dei familiari del giovane presentato ai carabinieri, in cui hanno denunciato presunti ritardi nelle cure dello staff medico della casa circondariale.

Reggio Calabria, 22 agosto 2011
Maria Concetta Cacciola, 31 anni, testimone di giustizia, si uccide ingerendo acido muriatico. La 31enne a maggio aveva iniziato a collaborare con la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria raccontando quanto era a sua conoscenza sui segreti del clan Bellocco di Rosarno.
La donna, che è figlia del cognato del boss Gregorio Bellocco, era stata trasferita in una località protetta, ma il 10 agosto era tornata nel suo paese. Sabato sera ha ingerito l’acido nel bagno di casa. È stata trovata dai familiari che l’hanno soccorsa e portata in ospedale ma poco dopo è morta.

Opera (Mi), 18 agosto 2011
Serghiei Dragan, 32 anni, moldavo, si impicca nella sua cella del carcere di Opera. Aveva già tentato due volte di impiccarsi in carcere. I precedenti tentativi di suicidarsi risalgono a quando il giovane era imputato per l’omicidio del ginecologo milanese Marzio Colturani, imbavagliato e ucciso nella sua abitazione milanese dopo una rapina, la notte del 13 novembre 2007. Durante il processo, che si è concluso con la condanna di Dragan a 24 anni e sei mesi di carcere, la difesa aveva chiesto di sottoporre il giovane a una perizia psichiatrica in seguito ai tentativi di suicidio.
“Quando si ammazza un detenuto è sempre un momento molto doloroso - commenta Mirko Mazzali, presidente della Commissione Sicurezza al Comune di Milano - lo conoscevo perché era coimputato di un mio cliente. Nessuno lo ha salvato dopo i precedenti tentativi d’impiccarsi in carcere”. A Opera, Dragan, che continuava a definirsi innocente anche dopo la sentenza di condanna, non era considerato un detenuto a rischio e non era nel regime dei sorvegliati a vista.

Bari, 14 agosto 2011
Una ragazza di 21 anni si suicida perché il suo compagno è stato arrestato. Il corpo esanime di una giovane donna è stato scoperto sul Lungomare Nazario Sauro, davanti alla sede della Regione Puglia. Sugli scogli sono stati recuperati gli abiti della donna, che si è tuffata in mare lasciandosi annegare. Accanto agli indumenti, una lettera con su scritto: “Senza di te non ce la faccio ad andare avanti”. Il messaggio rivolto al suo compagno, detenuto in carcere.

Roma, 11 agosto 2011
Fabrizio, 30 anni, si uccide dopo aver patteggiato una condanna per “traffico di marijuana”, era da mesi in attesa di essere ammesso all’affidamento ai servizi sociali.
Brani dalla lettera della madre di Fabrizio: “Voglio raccontarvi di mio figlio: 30 anni bello, dolce e pieno di speranze, come lo sono i giovani della sua età. La sua vicenda giudiziaria inizia quando, una mattina di luglio di un anno fa, viene arrestato con l’accusa di traffico di marijuana. Viene condotto prima presso la casa circondariale di Regina Coeli e poco dopo trasferito in un nuovo carcere, dove resterà per tre mesi e mezzo, in condizioni degradanti e di sovraffollamento, tipiche delle nostre patrie galere!
Le accuse, pesanti come un macigno, tengono mio figlio in carcere in stato di custodia cautelare e senza alcuna possibilità di accedere agli arresti domiciliari, per la forte convinzione del pubblico ministero del suo coinvolgimento nella vicenda.
L’accusa sin dalle prime fasi del procedimento non ha sentito ragioni: il magistrato ha mantenuto per mesi un ragazzo incensurato, un ragazzo con spiccati riferimenti famigliari e culturali, in stato di custodia cautelare senza mai interrogarlo, stante le richieste della difesa, ha respinto ogni richiesta presentata dai legali di attenuazione della misura, sino a quando, pur di tirarlo fuori da quella prigione - come è nel gioco della forza delle parti e del potere - lo abbiamo convinto a patteggiare; lui non voleva farlo, ha accettato solo per noi.
Pensavamo che il peggio fosse passato, speravamo che i tempi del procedimento fossero più ragionevoli, a maggior ragione dopo la definizione del processo, ma ci sbagliavamo ancora una volta. Il nostro ragazzo doveva accedere alla misura alternativa dell’affidamento in prova e vi erano tutti i presupposti perché il tribunale competente la concedesse.
Ogni giorno, dagli uffici interpellati, le risposte erano sempre le stesse: bisognava aspettare, nonostante vi fosse sentenza, perché il fascicolo passasse dal giudice di cognizione al Tribunale di Sorveglianza e intanto i giorni si consumavano lentamente, solo per ricevere la notifica dei provvedimenti.
Nell’era dei computer e della velocità informatica, impiegavano settimane e mesi per passare da un ufficio all’altro e da un tribunale all’altro. Dall’uscita dal carcere al giorno del suo suicidio sono trascorsi 5 mesi e mezzo (pazzesco, vero?); soltanto per la formalizzazione della sua condanna sono passati 3 mesi e intanto mio figlio scalpitava in casa, deprimendosi, perché vedeva allontanarsi sempre più la possibilità di quella libertà, anche parziale, che gli avrebbe consentito di tornare a fare una vita “passabile”: la sua casa, il suo lavoro, la sua fidanzata che adorava.
Potete pensare che un ragazzo così, pieno di vita e di entusiasmo, potesse sopportare tutto questo? No, soprattutto se sa di essere innocente. Non ce l’ha fatta. Se n’è andato da solo, una mattina, nel modo più terribile, lasciandoci allibiti e disperati, perché, sapete, per quanto noi genitori abbiamo cercato di fare tutto il possibile per lui, i sensi di colpa ci attanagliano, primo fra tutti quello di non avere capito che non ce la faceva veramente più…”.

Paliano (Fr), 10 agosto 2011
Orlandino Riccardi, 54 anni, muore per infarto nel carcere di massima sicurezza di Paliano. L’uomo apparteneva al clan dei Casalesi, ed era in carcere dal gennaio 2007 con l’accusa di complicità in un omicidio. Successivamente avrebbe deciso di collaborare con la giustizia ed era quindi stato trasferito nel carcere di Paliano, dove sono rinchiusi molti collaboratori di giustizia.. Nessuno dei familiari, avvertiti dalla direzione carceraria dell’avvenuto decesso, si è fatto avanti per la restituzione del cadavere del congiunto.

Massa Carrara, 8 agosto 2011
Ioan Tomoroga, 28 anni, romeno, si impicca nella cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di Pontremoli (Massa Carrara). L’uomo, operaio, era stato arrestato per il sequestro della giovane moglie avvenuto in mattinata. I carabinieri, chiamati da alcuni vicini, era intervenuti dopo che l’uomo si era recato nell’abitazione di Pontremoli dove la donna vive sola da una ventina di giorni dopo essersi separata dal marito, con cui era sposata da 5 anni. Il romeno è stato così arrestato per sequestro di persona e rinchiuso nella cella di sicurezza della caserma di Pontremoli in attesa del trasferimento al carcere di Massa. Proprio per evitare gesti estremi, era stato privato di oggetti come lacci delle scarpe, la cintura e persino i jeans. L’uomo si è però sfilato la maglietta, l’ha legata alla griglia dello spioncino sulla porta e se l’è legata al collo. Quindi si è seduto su una sedia lasciandosi cadere. La morte è avvenuta per asfissia.

Catanzaro, 8 agosto 2011
Francesco Beniamino Cino, 66 anni, se n’è andato in silenzio. S’è ucciso nella solitudine della sua cella dopo una notte insonne, passata a ripensare all’ultimo spicchio della sua vita che gli era sembrato improvvisamente irrecuperabile.
L’uomo, venditore ambulante, residente a Settimo di Montalto, lo scorso 29 giugno, aveva ucciso i consuoceri Anna Greco (55 anni) e Francesco Cariati (61 anni), a San Vincenzo la Costa, dopo aver ferito a colpi di pistola la nuora Teresa Cariati (37 anni), mentre era in macchina con i suoi due bambini. Braccato dalle forze dell’ordine, dopo circa otto ore di fuga, Cino si era consegnato ai carabinieri di Rogliano confessando il duplice omicidio e il ferimento.
I suoi difensori, Ubaldo e Marlon Lepera, hanno già preannunciato un esposto alla Procura per chiarire le circostanze della morte del loro assistito. Cosa è successo in quel carcere? Perché nessuno ha visto cosa stava facendo il detenuto Cino?

Perugia, 2 agosto 2011
F.P., 36 anni, originario di Rieti, viene trovato senza vita nel bagno della sua cella all’interno del penitenziario di Capanne, a Perugia. È entrato nel bagno della cella poco prima delle 22, con sé aveva una busta di plastica e la bomboletta del gas con la quale i reclusi si scaldano autonomamente i cibi. Il compagno a quel punto non l’ha visto più uscire, il giovane nel breve volgere di pochi minuti si era ucciso inalando il gas. Sono stati immediatamente chiamati i soccorsi, ma, purtroppo, è risultato vano ogni tentativo. La procura ha comunque disposto l’autopsia per chiarire le cause del decesso.


fonte: Ristretti Orizzonti

7 settembre 2011

Roma: cariche e lacrimogeni contro gli "indignados"

Mentre nell' aula del Senato si discute la manovra, all'esterno cresce la protesta. Già da martedì in piazza Navona è in corso una mobilitazione di alcune rappresentanze sindacali come Usb, Cobas, Action, ambientalisti, studenti e Fds. E intorno alle 19 alcuni manifestanti hanno cercato di avvicinarsi al Senato. Gli agenti hanno caricato, sparando anche lacrimogeni
Dopo le cariche i manifestanti si sono spostati davanti a palazzo Grazioli, residenza romana del premier, fino a raggiungere Montecitorio. Lì i dimostranti contano di tornare a partire dal 9 settembre, alle nove del mattino, quando la manovra tornerà alla Camera

Agrigento: Giovane rumeno si suicida in carcere

Suicidio in cella. Narcis Adrian Manole, un rumeno di 27 anni, è stato trovato cadavere ieri, intorno alle 22, da uno degli agenti della polizia penitenziaria. Impiccato. Era ristretto nel carcere di Petrusa, ad Agrigento. Vani sono stati i tentativi di rianimarlo. Il ragazzo si trovava lì dal primo di settembre, non ha retto alla durezza del regime di detenzione. L’accusa era di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Manole avrebbe tentato di colpire un muratore, nel corso di una lite, per poi scagliarsi contro i carabinieri. Sarebbe dovuto comparire in Tribunale per il processo l’8 ottobre prossimo.
La salma del giovane è stata portata all’obitorio dell’ospedale San Giovanni di Dio dove verrà sottoposta ad ispezione cadaverica. Un gruppo di connazionali del rumeno, appresa la notizia, ha inscenato una protesta contro le forze dell’ordine e il regime carcerario. “Non siamo ancora in grado di stabilire quali le cause che abbiano portato Manole al suicidio”, dice il direttore del carcere di Petrusa, Giuseppe Russo.
“Siamo rammaricati per l’accaduto, in altri casi siamo riusciti ad evitare il peggio – continua il direttore – ma questa volta non è andata bene. Il ragazzo è stato prontamente soccorso ma era ormai troppo tardi per rianimarlo”.
Quando nel 1997 venne inaugurato, fu presentato come una struttura moderna, che poteva accogliere fino al 220 detenuti, con celle singole per criminali altamente pericolosi, completo di docce, cucine e lavanderie, è con un reparto femminile capace di accogliere fino a 30 donne.
Oggi, il carcere Petrusa di Agrigento è quasi arrivato alla soglia record dei 500 ospiti forzati, con una capienza di meno della metà. “É innegabile – aggiunge Russo – che il carcere sia sovraffollato ma non è necessariamente questa la causa di un suicidio. I motivi risiedono soprattutto nella personale elaborazione della privazione della libertà. Io non mi occupo di politica penitenziale ma il problema del sovraffollamento delle carceri attanaglia tutto il sistema nazionale. In questo momento, almeno da noi, non credo ci siano delle soluzioni immediate”.

fonte: Live Sicilia

6 settembre 2011

Napoli: Cariche della polizia durante il corteo dello sciopero generale. Uno studente arrestato

Partito alle 10, 00 da piazza Cavour, a Napoli, il corteo promosso dalle confederazioni e le organizzazioni sindacali USB, Slaicobas, ORSA, Cib-Unicobas, Snater, SICobas e USI, per manifestare contro la manovra economica del governo Berlusconi, ha registrato la partecipazione dei collettivi studenteschi e dei comitati di lotta per il lavoro. Snodatosi in modo pacifico tra via Pessina , piazza Dante , via Toledo e via Medina, il corteo ha simbolicamente fatto tappa sotto la sede della Banca d'Italia in piazza Municipio. Forze di polizia, spropositate rispetto ai 5mila manifestanti, erano già posizionate in tenuta antisommossa. E' bastato un petardo per scatenare una carica a danno degli studenti, che in quel momento si trovavano più vicino al cordone di polizia. Per terra alcuni manifestanti. Uno studente di 20 anni viene prima bloccato dagli agenti della Digos di Napoli e’ poi massacrato di botte dagli stessi agenti.

5 settembre 2011

Lettera aperta al Popolo Viola di un ergastolano ostativo

Occhi per occhio rende il mondo cieco (Ghandi)


Per “Lettera di un ergastolano al Presidente della Repubblica Napolitano”, in cui si chiedeva di tramutare l’ergastolo senza benefici e senza possibilità di uscire in pena di morte, pubblicata su
un amico mi ha scaricato dalla rete alcuni commenti e me li ha mandati per posta, ne riporto alcuni:

-Questa lettera è la dimostrazione che la pena dell’ergastolo è migliore della pena di morte. –

L’ergastolo è un ottimo deterrente, migliore della pena di morte. – Se sei all’ergastolo e non sei morto ritieniti fortunato a essere nato nel paese giusto. – E’ giusto che l’ergastolano rimanga in cella senza se e senza ma. – Niente pena di morte, troppo semplice la morte se si vogliono uccidere che lo facciano per i cazzi loro, tanto non è che gli manchi lo scrupolo. – Potevi pensarci prima di fare qualsiasi cosa hai fatto. – Fine pena mai, proprio come i genitori o la moglie o i mariti o i figli o sorella e fratello di qualche morto perché la loro pena non finisce mai. – Se vogliamo risolvere i problemi della giustizia basta introdurre la pena di morte per pedofili, mafiosi, stupratori, e assassini. – Devono scontare la loro pena, stop. Pochi piagnistei potevano pensarci prima. – Che li mandassero a Guantanamo e poi vediamo se hanno ancora il coraggio di lamentarsi visto che agli onesti cittadini costano 250 euro al giorno. – Devi morire in silenzio. Se hai avuto l’ergastolo è perché hai ucciso. E a tutti voi che avete pietà, se dovessero uccidere un vostro familiare, avreste pietà lo stesso?


Diritto di replica: ricordo ai “buoni” che in Norvegia non esiste l’ergastolo e nei loro carceri, a misura d’uomo, la recidiva è al 20% mentre da noi è al 70% e penso che qualsiasi società ha i criminali che si merita.
Credo che nessun uomo o animale sia irrecuperabile e colpevole per sempre e che un popolo e dei giudici liberi e democratici non toglierebbe mai la libertà per sempre a nessuno.
Penso che molti ergastolani ostativi siano vivi perché non si sono fatti ammazzare dai morti ammazzati, perché molti di loro hanno ammazzato per evitare di essere uccisi.
Credo che dietro i fatti ci sia sempre una verità nascosta e che non interessa a nessuno, perché molti ergastolani ostativi non sono altro che quello che la società ha voluto che fossero e i finti buoni continuano a scaricare le loro colpe sui cattivi.
Ricordo ai “buoni” che nella malavita spesso i morti non sono vittime, per questo i vivi non meriterebbero l’ergastolo ostativo.
Piuttosto lo meriterebbero (ma non sono d’accordo perché non sono ancora diventato un criminale come sanno esserlo solo i “buoni”) i politici corrotti, i corruttori, i pedofili, gli stupratori, gli assassini di donne e bambini, i venditori di armi e dei cibi avariati ecc.
Penso che molti non sanno, o fanno finta di non sapere, che nella grande maggioranza dei casi questi criminali, ricchi, cristiani, incensurati, mafiosi e potenti, non vanno in carcere e se ci vanno vengono condannati con pene lievi, ma mai con l’ergastolo.
E in tutti i casi quelle poche persone che vengono condannate all’ergastolo non è mai quello ostativo ai benefici penitenziari.
Molti di questi commenti parlano della morte di Falcone e Borsellino, ma veramente pensate che li hanno uccisi la mafia?
Ma quale tipo di mafia? E in tutti i casi non lo sapete che moltissimi degli autori della strage sono diventati collaboratori della giustizia e sono liberi?
Vi chiamano, o vi fate chiamare, il “Popolo Viola”, ma io vi chiamerei il “Popolo dell’ignoranza” e non perché siete ignoranti, ma perché ignorate che i mass media, i politici vi prendono per il culo.
Vi confido che i buoni come voi mi hanno sempre fatto paura e se molti italiani la pensano come voi, preferisco stare dove sono.
Però ci tengo a dirvi un’ultima cosa: l’idea che l’uomo “buono” si senta moralmente superiore a quello cattivo e per questo lo può murare vivo in una cella senza la compassione di ucciderlo è aberrante.

Buona vendetta.

Carmelo Musumeci
Spoleto, Agosto 2011

Milano: Occupata la borsa! Polizia aggredisce manifestanti, due feriti

Questa mattina militanti dei sindacati di base e attivisti dei centri sociali e movimento ganno occupatao la Borsa a Milano al grido'People Before Profit!  riuscendo a salire al secondo piano del Palazzo della Borsa.
Si sono verificati momenti di tensione, in mattinata, quando anche altri compagne/i hanno tentato di entrare, venendo bloccati dal personale di sicurezza alla porta, che poi è stata chiusa per governare l'occupazione del simbolo supremo della finanza nostrana.
Fuori dall'edificio sono stati distriubiti volantini ed allestite tende sul modello 'indignados'... Sono stati srotolati striscioni, il più grande riporta: 'Predicano austerity ma razzolano male, rubano ai poveri per dare ai soliti'.
In questo momento la Polizia sta sgomberando le tende erette in piazza affari a Milano dai manifestanti che  Due manifestanti sono rimasti feriti.





3 settembre 2011

Catania: denunciati lavoratori e compagni per la lotta dei pulizieri scolastici

Rifondazione Comunista, i Giovani Comunisti e la Fiadel CT rendono noto che la Digos di Catania ha notificato un avviso di conclusione delle indagini, a firma del PM Dott. E. Serpotta, al segretario del PRC Pierpaolo Montalto, ad Emanuele Saluzzo dell'esecutivo provinciale dei Giovani Comunisti e a due lavoratori Dusman militanti nella Fiadel.
Le accuse sono di resistenza, oltraggio ed istigazione a delinquere nel corso delle giornate di protesta dei pulizieri scolastici della Provincia di Catania.
Premessso che rifiutiamo ogni vittimismo e che ci rivendichiamo ogni momento di una lotta straordinaria e vincente, crediamo tuttavia che sia paradossale che in una vicenda simbolo del degrado istituzionale e sociale in cui siamo sprofondati gli accusati siano coloro che si sono battuti per difendere il salario di oltre 450 lavoratori e chi con coraggio ha lottato per salvare il futuro della propria famiglia.
Per mesi abbiamo infatti denunciato corruzione, gravissime violazioni dei diritti dei lavoratori e saccheggio delle risorse pubbliche, ma sotto accusa finisce la lotta per i diritti e la dignità.
Annunciamo pertanto che faremo ricorso a tutti gli strumenti previsti dalla legge per affermare la verità ma che per noi legalità non vuol dire rimanere in silenzio davanti a sfuttamento, disoccupazione e povertà..
Per nulla intimoriti dalle accuse comunichiamo infatti che se gli accordi siglati in Prefettura per i pulizieri non verranno rispettati riprenderà la nostra protesta perchè sui diritti di lavoratrici e lavoratori non faremo alcun passo indietro.

Pierpaolo Montalto Segretario Prov. PRC-FDS
Santo Giuffrida Segretario Prov. Fiadel
Matteo Iannitti Coord. Prov. GC
Valerio Marletta Consigliere Provinciale PRC-FDS
Emanule Saluzzo Esecutivo Prov. GC

2 settembre 2011

Lei di Varese, lui tunisino… una storia d’amore interrotta dal pacchetto sicurezza

Un immigrato che ha passato metà della vita in Italia è stato prelevato in casa dai vigili urbani perché non ha più il permesso di soggiorno. Ha dovuto lasciare la compagna e racconta di aver subito un pestaggio nel Cie di Modena. Adesso è stato espulso e portato in Tunisia via nave. Aveva lasciato il suo paese nel 1982. Rilasciato a Bari, è tornato a Varese e da lì nuovamente a Modena. Infine l`espulsione. Maroni, siamo più sicuri dopo la sua deportazione?
La separazione forzata di una coppia di cinquantenni è una delle conseguenze del pacchetto sicurezza. E` accaduto a Sesto Calende, in provincia di Varese, nel cuore del regno leghista. E. P., lombarda, sta vivendo un agosto d`angoscia perché all`improvviso le è stato sottratto il compagno straniero con cui ha una relazione da tre anni. Adesso teme per la sua incolumità. L. è un tunisino senza permesso di soggiorno perché aveva perso il lavoro con la crisi. È stato portato via dai vigili urbani mentre si trovava a casa di un cugino, alle 8 del mattino del primo agosto, durante un banale controllo per un certificato di residenza. Trasferito e rinchiuso prima nel Centro di identificazione di Bari e poi in quello di Modena, ha raccontato di essere stato brutalmente picchiato e ferito dalla polizia, per rappresaglia dopo un tentativo di fuga di massa dal centro emiliano al quale lui non avrebbe partecipato.
La storia emerge dopo giorni di alta tensione nel Cie di Modena, dove tre persone sono riuscite a fuggire durante rivolte che avrebbero causato 20 mila euro di danni per la distruzione di porte e finestre. Daniele Giovanardi, fratello del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e presidente della Misericordia, ente gestore del Cie, ha parlato di “un contingente di malfattori comuni ed ex carcerati, gente che poco ha del profugo in senso stretto`. Dall`interno del Centro, alcuni reclusi denunciano per telefono pestaggi indiscriminati da parte degli agenti. “La polizia è entrata di notte con i manganelli e ha preso anche chi non ha fatto niente - dicono - mi hanno quasi spaccato l`occhio, a un altro la mano, mi hanno picchiato di brutto`.
Accento padano, vive in Italia dal 1982, L. è recluso senza aver commesso reati. La prefettura di Varese vuole rispedirlo a Tunisi, anche se lui ormai si è rifatto una vita qui e non ha più messo piede in patria negli ultimi dieci anni. Sta in gabbia in attesa dell`identificazione quando a Sesto Calende lo conoscono tutti e, oltre alla compagna, lo aspettano cugini, fratelli e cognate, regolari da tempo sul territorio. L. ha avuto il permesso di soggiorno dal 1990 al 2005. Poi ha perso occupazione e diritti e da allora vivacchia con lavoretti in nero. Senza documenti e con un decreto di espulsione alle spalle non si protesta. E così, il recluso tunisino, prima di finire in cella ha fatto il muratore per un mese per un`azienda che si è rifiutata di dargli il salario. “Tutti sapevano, carabinieri, vigili e polizia che non aveva i documenti - racconta la donna che si sta battendo per tirarlo fuori - lui era ben visto da tantissime persone, ma adesso c`è un comandante nuovo, abbiamo un sindaco leghista, abbiamo tutto questo apparato”.
L`amore non conosce passaporti, ma una prova del genere è dura per una tranquilla signora di mezza età. “Lui per me è un aiuto in tante cose, di punto in bianco mi sono trovata come se fosse stato un delinquente e non so cosa fare - dice E. - ho speso già più di mille euro per gli avvocati e non vivo nell`oro`. Perfino telefonarsi costa caro. L`unico mezzo di comunicazione è una cabina alla quale si può chiamare da fuori componendo un esoso 199, considerato che si tratta di un numero fisso. Dal cellulare costa 56 centesimi al minuto più scatto alla risposta. Nonostante formalmente non sia un carcere, al Cie di Modena sono vietati i cellulari, come sottolinea il rapporto 2010 di Medici senza Frontiere (“Al di là del muro`), in cui si legge: “Desta perplessità la prassi adottata dall`ente gestore di ritirare ai nuovi arrivati orologio e telefono cellulare`.
Ogni detenuto nella struttura costa alle casse pubbliche la cifra record di 75 euro al giorno. Nel caso di L. si spendono questi soldi per trattenere con la forza un immigrato che lavora da 30 anni nel nord Italia. Tant`è che il giudice di pace di Bari non ha convalidato la detenzione nel Cie decisa a Varese, con una sentenza che tiene conto del caso individuale e cita “la lunga permanenza regolare dello straniero sul territorio nazionale`, “i permessi di soggiorno non rinnovati a causa della crisi economica e la conseguente riduzione dei posti di lavoro nella zona in cui risiedeva` e la necessità di informare le autorità consolari tunisine “indispensabile data la lunga permanenza regolare dello straniero`. Per il giudice andavano applicate misure meno coercitive così come previsto dalla direttiva europea sui rimpatri che prevede il rientro volontario.
Rilasciato il 4 agosto a Bari, L. è tornato a Varese e, come gli era stato suggerito, si è presentato in questura dopo 5 giorni. “Ci hanno detto: state tranquilli, non lo mangiamo - riferisce la sua compagna - e poi invece lo hanno mandato subito al Cie di Modena, hanno fatto come i deportati di una volta dei nazisti, lì effettivamente è un carcere e c`è stata la rivolta, l`hanno picchiato e mi hanno impedito finora di vedere come sta. Abbiamo buttato via i soldi per essere di nuovo punto e a capo`. Ma soprattutto, la legge è stata applicata in modo opposto dai due giudici di pace di Bari e di Modena, visto che il secondo ha convalidato la detenzione nel Cie dopo soli 5 giorni dal rilascio.

Raffaella Cosentino da Redattore Sociale

Processo Aldrovandi, poliziotti colpevoli spalleggiati dalla Questura

Gli hanno schiacciato il cuore. Anche la corte d’appello di Bologna ha messo nero su bianco che Federico Aldrovandi è stato ucciso dalla «violenta e pesante contenzione da parte delle forze di polizia». La droga non c’entra («dato tossicologico modesto»), né c’entra la “excited delirium syndrome” su cui si sono asserragliati i consulenti della difesa degli agenti - uno dei quali ritenuto tanto poco attendibile quanto pronto a smentire sé stesso - tanto nel primo, quanto nel secondo processo di cui sono appena uscite le motivazioni che confermano le condanne a 3 anni e mezzo per eccesso colposo.
E’ partito dal cuore di Federico il ragionamento del giudice di secondo grado. Da quella foto spuntata dopo molto dopo le «tormentate indagini preliminari» che hanno prodotto inservibili perizie. Quel cuore aveva due ematomi contrapposti: «Segno evidente e inequivocabile» di un trauma. In breve: il ragazzo ammanettato a faccia in giù aveva una fame d’ossigeno che non poteva soddisfare visto che lo schiacciavano i corpi dei suoi aggressori e la sua pressione arteriosa era aggravata dalla «violenta colluttazione fisica». I segni sul corpo sono anche quelli dei manganelli riportati a pezzi in centrale.
Stabilito questo la Corte ha provato a ricostruire lo scenario stabilendo che la volante Alpha 3, la prima a giungere in via Ippodromo all’alba di quel 25 settembre del 2005, fosse sul luogo del delitto ben prima di quanto dichiararono gli agenti. Prima delle chiamate al 112 e al 113 di due abitanti della stradina allarmati dalle grida e dai rumori. Il giudice non ha creduto che il primo “scontro” tra il ragazzo e la volante, con la ritirata degli agenti, l’arrivo dei rinforzi di Alpha 2 e la predisposizione allo scontro finale tra quattro armati di manganelli e un diciottenne a mani nude «non particolarmente corpulento», si sia svolto in una manciata di minuti a cavallo delle 6. Tanto più che uno dei quattro colpevoli è stato registrato mentre ammetteva al telefono di averlo «bastonato di brutto per mezz’ora». L’ambulanza fu chiamata solo a cose fatte e arrivò «quando ormai il tragico epilogo del pesante intervento si era compito». Tuttavia la Corte d’appello ritiene anche che Federico quella notte fosse in stato di agitazione per via delle sostanze, smentendo in parte le conclusioni del processo ferrarese. Ma anche un “bad trip”, un violento senso di angoscia e terrore forse per il tardivo effetto dell’Lsd, avrebbe imposto agli agenti un contegno ben diverso dall’«assalto a manganellate». Dunque le grida sentite da chi allertò la questura sarebbero quelle prodotte dall’incontro tra Aldrovandi e due dei suoi assalitori. E questo fa tornare in mente il «mancato testimone», quel signore che chiamò “Chi l’ha visto?” per descrivere una scena simile salvo poi rimangiarsi tutto in Aula nello scetticismo generale. Infatti, il giudice di secondo grado non crede alla versione ufficiale dell’assalto di Federico alla prima volante poiché «priva di un serio supporto probatorio, smentita dall’assenza sul cofano di qualunque segno di rotture». I segni sullo scroto del ragazzo sono da ricondurre alle botte. In generale, l’intervento degli agenti «cooperanti» fra loro, oltre che violentissimo e consapevole, è anche stato inadeguato per fermare un ragazzo che aveva posto in essere un «goffo» tentativo di sforbiciata testimoniato dalla superteste camerunense. Anche fosse stato solo «un pazzo che si agita da solo in un parco e ingiustificatamente li aggredisce» resta l’«assoluta distanza della condotta degli imputati dalla doverosa linea comportamentale».
Ma «perché c’era una volante a fari spenti in una stradina chiusa», via Ippodromo, e «perché l’intera ricostruzione degli imputati e della Questura di Ferrara, fin dal primo momento, sia stata indirizzata a creare e avvalorare apparenze tali da contrastare tale dato?». La domanda del giudice resta «priva di risposta».
Una sentenza che, per Patrizia Moretti, la mamma di Federico, si incrocia con le risultanze della cosiddetta inchiesta bis, quella per cui altri quattro poliziotti hanno dovuto rispondere dei depistaggi delle prime ore. «Manipolazioni ordite dai superiori», dirà anche Daniela Margaroli, la giudice d’appello, «attività di falsificazione e distorsione dei dati probatori» che vanno a comporre, assieme alle condotte dei quattro un contesto di «discredito» per il corpo di Polizia che lo stesso Viminale ha «implicitamente riconosciuto» con il risarcimento alla famiglia già prima del secondo grado.
Le difese dei quattro poliziotti hanno già annunciato ricorso in Cassazione. Resta, per i genitori del diciottenne ucciso, Lino e Patrizia, quella domanda senza risposta sulla prima fase del contatto tra gli agenti. Resta l’appello di sei anni fa, «chi sa parli», e a cui ha risposto in pieno, forse, solo una cittadina. Restano i danni dei depistaggi della prima «tormentata» fase delle indagini preliminari che avrebbero influenzato la prima pm che seguì il caso. «Quello che vorrei - spiega Fabio Anselmo, legale degli Aldrovandi, a Liberazione - è che questo caso serva per spazzare via il pregiudizio deleterio della presunzione di fidefacenza degli imputati in divisa e dei loro colleghi che indagano. Gli imputati in divisa andrebbero trattati come imputati normali e le indagini su di loro affidate a terzi. Ma questo non accade mai».

Checchino Antonini
 

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