9 settembre 2011

Roma: Fermati otto ragazzi del collettivo Senza Tregua che contestavano Berlusconi

Ricordate la frase di Berlusconi “vado via da questo paese di merda”? Abbiamo pensato di riutilizzare queste parole rimettendole nell’ordine giusto, e di presentarle direttamente al presidente del consiglio, oggi invitato a parlare alla festa nazionale dei giovani del pdl. “Berlusconi la merda sei tu. Via da questo paese.”, c’era scritto sullo striscione che gli siamo andati a portare.
Siamo studenti medi ed universitari e giovani precari, contrari a questa manovra, che ancora una volta sarà pagata da chi ogni giorno vive sulla propria pelle i risultati della crisi. Una manovra scritta a Bruxelles e accettata da un governo fantoccio, pronto a tutto pur di rimanere al suo posto. Un diktat dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea, che attraverso il ricatto del debito pubblico, condannano i lavoratori italiani ad una vita di sacrifici, per il profitto della finanza e della grande industria. Contestiamo l’aumento dell’Iva, un’imposta regressiva che colpisce maggiormente le famiglie e le classi sociali più deboli; l’abolizione di fatto dell’articolo 18 che universalizza a tutti i lavoratori la condizione di precarietà, ormai divenuta sinonimo stesso di lavoro; i tagli agli enti locali e ai servizi pubblici che peseranno ancora una volta sulla scuola, sull’università e sulla sanità.
Chiediamo le dimissioni di questo governo fantoccio e lanciamo a tutti l’appello alla mobilitazione contro questa manovra a partire da lunedì pomeriggio a Piazza Monte Citorio.
Diciamo no all’Unione Europea e alle sue politiche contro i lavoratori e gli studenti, sempre al fianco delle banche e delle grandi imprese. Il debito pubblico è un ricatto inaccettabile:
Facciamo come in Islanda: noi il debito non lo paghiamo. Perché la crisi sia pagata da chi l’ha provocata e non sia un occasione di ulteriore profitto sulle spalle di chi lavora.
Per vent’anni abbiamo subito queste politiche e di fronte ad un futuro sempre più nero fatto di precarietà, insicurezza ed assenza di diritti, non ci rassegniamo a questa condizione. Contro questo governo e questo sistema è ora di alzare la testa. È ora di organizzare il contrattacco.

La lotta è senza tregua.

collettivo studentesco SENZA TREGUA

Napoli: Arresti domiciliari per Enzo, il giovane studente arrestato durante la contestazione allo sciopero generale

Si è svolta, presso il carcere di Poggioreale, l'udienza di convalida da parte del GIP di Enzo Martinelli arrestato, a Napoli, durante la contestazione sotto la sede della Banca d’Italia nell’ambito dello Sciopero Generale proclamato dal sindacalismo di base ed indipendente.
Con una decisione assurda il Magistrato ha si liberato Enzo dal carcere di Poggioreale, ma ha ritenuto comunque di applicargli la misura restrittiva degli arresti domiciliari, nonostante sia stato oggetto di un vigliacco pestaggio da parte dei poliziotti come dimostra l’ampia documentazione fotografica e video disponibile in rete e sia stato arrestato in maniera fondamentalmente casuale durante la carica. E nonostante sia un giovane studente di vent'anni senza alcun precedente penale. Difficile non vedere in questa decisione la volontà della Procura di non sconfessare l'operato della Questura e legittimare così una linea repressiva che tratta il malessere sociale di questo paese come questione di ordine pubblico. E' una inquietante linea di continuità con i comportamenti che lo scorso anno hanno già colpito i movimenti napoletani e in particolar modo i movimenti di lotta dei precari. Anche le continue interviste del questore Merolla in questi giorni e i loro toni gratuiti e "preventivi" sono delle invasioni di campo volte a pre-legittimare una sorta di tolleranza zero nei confronti dei fenomeni di contestazione sociale. Questo autunno sarà un autunno di grande mobilitazione e di lotta di lavoratori e studenti non certo per motivi superficiali, ma perchè si difendono diritti fondamentali attaccati dalle scelte governative e dalla speculazione finanziaria. Nessuno può travestirsi da sceriffo di fronte a questa sacrosanta pretesa di giustizia sociale. Nè si possono trovare capri espiatori come appunto nel caso di Enzo. Fra qualche giorno ci sarà il Riesame ed è fondamentale che si ristabilisca un minimo di garantismo giuridico attraverso la sua immediata liberazione!

Sindacati di Base e Movimenti napoletani
maggiori info su: www.caunapoli.org

8 settembre 2011

Verona: Giovane marocchino si impicca in Questura

Un marocchino di 32 anni, arrestato per un banale furto di abbigliamento, si è ucciso nella cella di sicurezza della questura di Verona mentre era in attesa di essere processato per direttissima. L'uomo, che avrebbe dovuto presentarsi davanti al giudice oggi, nella tarda serata di ieri, sfuggendo al controllo degli agenti ha scucito i propri pantaloni ricavandone un laccio con cui si è impiccato alle sbarre della cella di sicurezza. Scattato l'allarme - secondo fonti della polizia - gli stessi poliziotti prima e i sanitari giunti sul posto poi hanno tentato di rianimarlo ma ogni tentativo è stato inutile.

Contestazioni al giro della padania: fermato e denunciato un manifestante

Terza tappa del giro della presunta Padania e terzo giorno di contestazioni. Decine di manifestanti hanno iniziato a contestare la corsa ciclistica per professionisti che oggi parte da Lonate Pozzolo, nel varesino, per raggiungere Salsomaggiore Terme (Parma). “Lega fora di ball” è uno degli slogan maggiormente scanditi dai manifestanti, che dopo aver fatto slittare di quasi un’ora la partenza della tappa, grazie all’utilizzo di fischietti, striscioni e trombe, hanno proseguito con la loro contestazione con un presidio nella piazza del centro del paese.

Al passaggio del gruppone in territorio parmense, poco sopra Tabiano, in località Poggietto, i militanti di Rifondazione Comunista e Cgil, dei sindacati di base e attivisti No Tav,  hanno cercato di interrompere il giro. Presenti e contrari alla corsa anche diversi ciclisti amatoriali della Uisp. La zona era però sorvegliata dagli uomini della Digos e dai carabinieri. Spinta, grida, insulti e diversi militanti sdraiati per terra nel tentativo di fermare la corsa sono stati bloccati (foto). Il momento di tensione più alto si è verificato quando uno dei manifestanti ha cercato di sfondare il cordone protettivo un funzionario della Cgil è stato tiratò giù e travolto da un  carabiniere. Il compagno è stato fermato e trascinato a forza dalla Digos e dai miltari ed è' stato accusato di oltraggio a pubblico ufficiale.

Da inizio agosto 12 “morti di carcere e malagiustizia”, 10 si sono suicidati

A Paliano (Fr) un collaboratore di giustizia muore in cella e la famiglia non vuole riavere il corpo, a Caltanissetta un giovane da poco arrestato muore per encefalite, a Macerata un 35enne esce dal carcere, scopre di avere una malattia infettiva e si impicca nel bagno dell’Ospedale, a Reggio Calabria una testimone di giustizia rifiuta il “piano di protezione” e si uccide bevendo acido muriatico. Queste sono solo alcune delle vicende raccontate nel dossier “morire di carcere”.
Non solo detenuti nel dossier “morire di carcere” di questa estate: da inizio agosto abbiamo registrato 12 decessi, dei quali 10 causati da suicidio e 2 da malattia. Si sono tolti la vita 5 detenuti e 2 persone appena scarcerate, ma anche una “testimone di giustizia”, un condannato in attesa di affidamento ai servizi sociali e la compagna di un carcerato, disperata per il suo arresto.
Da inizio anno salgono così a 45 i detenuti suicidi, mentre il numero complesivo dei decessi in carcere arriva a 138.


Agrigento, 6 settembre 2011
Narces Adrian Manole, romeno di 27 anni, si suicida impiccandosi nella propria cella con delle strisce di stoffa ricavate dalle lenzuola in dotazione.
A scoprire l’accaduto è un agente di polizia penitenziaria, avvertito da altri detenuti. La salma è ora all’obitorio dell’ospedale “San Giovanni di Dio”, per essere sottoposta a ispezione cadaverica. Momenti di tensione si sono vissuti all’arrivo all’obitorio dei familiari e amici del romeno. Un folto gruppo di connazionali del giovane ha protestato vivacemente e inveito contro le forze dell’ordine e il regime carcerario.
Il romeno era stato arrestato una settimana fa dai carabinieri di Canicattì con le accuse di resistenza, violenza, oltraggio e lesioni a pubblico ufficiale. Avrebbe tentato di colpire un muratore e poi si è scagliato contro i militari ferendoli. Sarebbe dovuto comparire in Tribunale per il processo l’8 ottobre prossimo.

Genova, 4 settembre 2011
Giovanni Bisaccia, 42 anni, viene ritrovato morto, seminudo e scalzo, sulle alture di Voltri. In uno zainetto, accanto al corpo, viene ritrovato un flacone di metadone. L’uomo era uscito dal carcere di Genova a fine agosto ed aveva trascorsi di tossicodipendenza. Inizialmente si era pensato che la morte fosse stata causata da una overdose, ma la vicenda presenta alcuni lati oscuri e gli investigatori sono al lavoro per far luce su quanto accaduto. Aperte le ipotesi del suicidio o dell’omicidio.

Macerata, 3 settembre 2011
L.P. 35 anni, originario di Tolentino (Mc), appena uscito dal carcere di Camerino, scopre di avere una malattia infettiva e si impicca in un bagno dell’ospedale.
Il giovane si trovava nella sala d’attesa dell’ospedale civile di Macerata per una visita di controllo quando, sopraffatto dalla disperazione, si è diretto in bagno e lì si è impiccato agganciando un laccio di stoffa alle tubature della toilette. Il corpo è stato ritrovato poche ore dopo dalla donna delle pulizie, che ha richiesto immediatamente l’intervento dei Carabinieri. L’autorità giudiziaria ha disposto la restituzione della salma ai parenti non ritenendo necessario procedere all’autopsia del cadavere. Il ragazzo era uscito ieri dal carcere di Camerino dove era detenuto per reati contro il patrimonio.

Caltanissetta, 2 settembre 2011
Giuseppe Siracusa, 35 anni, in carcere da poco più di un mese con l’accusa di associazione a delinquere, viene stroncato da una meningo-encefalite. Dai primi prelievi effettuati sul cadavere, gli esperti hanno accertato che a uccidere l’uomo è stata una meningo-encefalite, ma la tipologia deve essere ancora chiarita. La relazione completa dell’autopsia sarà depositata fra due mesi dai consulenti della Procura incaricati di verificare la causa del decesso e se era possibile, sulla base dei sintomi manifestati da Siracusa, eseguire i necessari trattamenti diagnostici e terapeutici. Un quesito che si ricollega al contenuto dell’esposto dei familiari del giovane presentato ai carabinieri, in cui hanno denunciato presunti ritardi nelle cure dello staff medico della casa circondariale.

Reggio Calabria, 22 agosto 2011
Maria Concetta Cacciola, 31 anni, testimone di giustizia, si uccide ingerendo acido muriatico. La 31enne a maggio aveva iniziato a collaborare con la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria raccontando quanto era a sua conoscenza sui segreti del clan Bellocco di Rosarno.
La donna, che è figlia del cognato del boss Gregorio Bellocco, era stata trasferita in una località protetta, ma il 10 agosto era tornata nel suo paese. Sabato sera ha ingerito l’acido nel bagno di casa. È stata trovata dai familiari che l’hanno soccorsa e portata in ospedale ma poco dopo è morta.

Opera (Mi), 18 agosto 2011
Serghiei Dragan, 32 anni, moldavo, si impicca nella sua cella del carcere di Opera. Aveva già tentato due volte di impiccarsi in carcere. I precedenti tentativi di suicidarsi risalgono a quando il giovane era imputato per l’omicidio del ginecologo milanese Marzio Colturani, imbavagliato e ucciso nella sua abitazione milanese dopo una rapina, la notte del 13 novembre 2007. Durante il processo, che si è concluso con la condanna di Dragan a 24 anni e sei mesi di carcere, la difesa aveva chiesto di sottoporre il giovane a una perizia psichiatrica in seguito ai tentativi di suicidio.
“Quando si ammazza un detenuto è sempre un momento molto doloroso - commenta Mirko Mazzali, presidente della Commissione Sicurezza al Comune di Milano - lo conoscevo perché era coimputato di un mio cliente. Nessuno lo ha salvato dopo i precedenti tentativi d’impiccarsi in carcere”. A Opera, Dragan, che continuava a definirsi innocente anche dopo la sentenza di condanna, non era considerato un detenuto a rischio e non era nel regime dei sorvegliati a vista.

Bari, 14 agosto 2011
Una ragazza di 21 anni si suicida perché il suo compagno è stato arrestato. Il corpo esanime di una giovane donna è stato scoperto sul Lungomare Nazario Sauro, davanti alla sede della Regione Puglia. Sugli scogli sono stati recuperati gli abiti della donna, che si è tuffata in mare lasciandosi annegare. Accanto agli indumenti, una lettera con su scritto: “Senza di te non ce la faccio ad andare avanti”. Il messaggio rivolto al suo compagno, detenuto in carcere.

Roma, 11 agosto 2011
Fabrizio, 30 anni, si uccide dopo aver patteggiato una condanna per “traffico di marijuana”, era da mesi in attesa di essere ammesso all’affidamento ai servizi sociali.
Brani dalla lettera della madre di Fabrizio: “Voglio raccontarvi di mio figlio: 30 anni bello, dolce e pieno di speranze, come lo sono i giovani della sua età. La sua vicenda giudiziaria inizia quando, una mattina di luglio di un anno fa, viene arrestato con l’accusa di traffico di marijuana. Viene condotto prima presso la casa circondariale di Regina Coeli e poco dopo trasferito in un nuovo carcere, dove resterà per tre mesi e mezzo, in condizioni degradanti e di sovraffollamento, tipiche delle nostre patrie galere!
Le accuse, pesanti come un macigno, tengono mio figlio in carcere in stato di custodia cautelare e senza alcuna possibilità di accedere agli arresti domiciliari, per la forte convinzione del pubblico ministero del suo coinvolgimento nella vicenda.
L’accusa sin dalle prime fasi del procedimento non ha sentito ragioni: il magistrato ha mantenuto per mesi un ragazzo incensurato, un ragazzo con spiccati riferimenti famigliari e culturali, in stato di custodia cautelare senza mai interrogarlo, stante le richieste della difesa, ha respinto ogni richiesta presentata dai legali di attenuazione della misura, sino a quando, pur di tirarlo fuori da quella prigione - come è nel gioco della forza delle parti e del potere - lo abbiamo convinto a patteggiare; lui non voleva farlo, ha accettato solo per noi.
Pensavamo che il peggio fosse passato, speravamo che i tempi del procedimento fossero più ragionevoli, a maggior ragione dopo la definizione del processo, ma ci sbagliavamo ancora una volta. Il nostro ragazzo doveva accedere alla misura alternativa dell’affidamento in prova e vi erano tutti i presupposti perché il tribunale competente la concedesse.
Ogni giorno, dagli uffici interpellati, le risposte erano sempre le stesse: bisognava aspettare, nonostante vi fosse sentenza, perché il fascicolo passasse dal giudice di cognizione al Tribunale di Sorveglianza e intanto i giorni si consumavano lentamente, solo per ricevere la notifica dei provvedimenti.
Nell’era dei computer e della velocità informatica, impiegavano settimane e mesi per passare da un ufficio all’altro e da un tribunale all’altro. Dall’uscita dal carcere al giorno del suo suicidio sono trascorsi 5 mesi e mezzo (pazzesco, vero?); soltanto per la formalizzazione della sua condanna sono passati 3 mesi e intanto mio figlio scalpitava in casa, deprimendosi, perché vedeva allontanarsi sempre più la possibilità di quella libertà, anche parziale, che gli avrebbe consentito di tornare a fare una vita “passabile”: la sua casa, il suo lavoro, la sua fidanzata che adorava.
Potete pensare che un ragazzo così, pieno di vita e di entusiasmo, potesse sopportare tutto questo? No, soprattutto se sa di essere innocente. Non ce l’ha fatta. Se n’è andato da solo, una mattina, nel modo più terribile, lasciandoci allibiti e disperati, perché, sapete, per quanto noi genitori abbiamo cercato di fare tutto il possibile per lui, i sensi di colpa ci attanagliano, primo fra tutti quello di non avere capito che non ce la faceva veramente più…”.

Paliano (Fr), 10 agosto 2011
Orlandino Riccardi, 54 anni, muore per infarto nel carcere di massima sicurezza di Paliano. L’uomo apparteneva al clan dei Casalesi, ed era in carcere dal gennaio 2007 con l’accusa di complicità in un omicidio. Successivamente avrebbe deciso di collaborare con la giustizia ed era quindi stato trasferito nel carcere di Paliano, dove sono rinchiusi molti collaboratori di giustizia.. Nessuno dei familiari, avvertiti dalla direzione carceraria dell’avvenuto decesso, si è fatto avanti per la restituzione del cadavere del congiunto.

Massa Carrara, 8 agosto 2011
Ioan Tomoroga, 28 anni, romeno, si impicca nella cella di sicurezza della caserma dei carabinieri di Pontremoli (Massa Carrara). L’uomo, operaio, era stato arrestato per il sequestro della giovane moglie avvenuto in mattinata. I carabinieri, chiamati da alcuni vicini, era intervenuti dopo che l’uomo si era recato nell’abitazione di Pontremoli dove la donna vive sola da una ventina di giorni dopo essersi separata dal marito, con cui era sposata da 5 anni. Il romeno è stato così arrestato per sequestro di persona e rinchiuso nella cella di sicurezza della caserma di Pontremoli in attesa del trasferimento al carcere di Massa. Proprio per evitare gesti estremi, era stato privato di oggetti come lacci delle scarpe, la cintura e persino i jeans. L’uomo si è però sfilato la maglietta, l’ha legata alla griglia dello spioncino sulla porta e se l’è legata al collo. Quindi si è seduto su una sedia lasciandosi cadere. La morte è avvenuta per asfissia.

Catanzaro, 8 agosto 2011
Francesco Beniamino Cino, 66 anni, se n’è andato in silenzio. S’è ucciso nella solitudine della sua cella dopo una notte insonne, passata a ripensare all’ultimo spicchio della sua vita che gli era sembrato improvvisamente irrecuperabile.
L’uomo, venditore ambulante, residente a Settimo di Montalto, lo scorso 29 giugno, aveva ucciso i consuoceri Anna Greco (55 anni) e Francesco Cariati (61 anni), a San Vincenzo la Costa, dopo aver ferito a colpi di pistola la nuora Teresa Cariati (37 anni), mentre era in macchina con i suoi due bambini. Braccato dalle forze dell’ordine, dopo circa otto ore di fuga, Cino si era consegnato ai carabinieri di Rogliano confessando il duplice omicidio e il ferimento.
I suoi difensori, Ubaldo e Marlon Lepera, hanno già preannunciato un esposto alla Procura per chiarire le circostanze della morte del loro assistito. Cosa è successo in quel carcere? Perché nessuno ha visto cosa stava facendo il detenuto Cino?

Perugia, 2 agosto 2011
F.P., 36 anni, originario di Rieti, viene trovato senza vita nel bagno della sua cella all’interno del penitenziario di Capanne, a Perugia. È entrato nel bagno della cella poco prima delle 22, con sé aveva una busta di plastica e la bomboletta del gas con la quale i reclusi si scaldano autonomamente i cibi. Il compagno a quel punto non l’ha visto più uscire, il giovane nel breve volgere di pochi minuti si era ucciso inalando il gas. Sono stati immediatamente chiamati i soccorsi, ma, purtroppo, è risultato vano ogni tentativo. La procura ha comunque disposto l’autopsia per chiarire le cause del decesso.


fonte: Ristretti Orizzonti

7 settembre 2011

Roma: cariche e lacrimogeni contro gli "indignados"

Mentre nell' aula del Senato si discute la manovra, all'esterno cresce la protesta. Già da martedì in piazza Navona è in corso una mobilitazione di alcune rappresentanze sindacali come Usb, Cobas, Action, ambientalisti, studenti e Fds. E intorno alle 19 alcuni manifestanti hanno cercato di avvicinarsi al Senato. Gli agenti hanno caricato, sparando anche lacrimogeni
Dopo le cariche i manifestanti si sono spostati davanti a palazzo Grazioli, residenza romana del premier, fino a raggiungere Montecitorio. Lì i dimostranti contano di tornare a partire dal 9 settembre, alle nove del mattino, quando la manovra tornerà alla Camera

Agrigento: Giovane rumeno si suicida in carcere

Suicidio in cella. Narcis Adrian Manole, un rumeno di 27 anni, è stato trovato cadavere ieri, intorno alle 22, da uno degli agenti della polizia penitenziaria. Impiccato. Era ristretto nel carcere di Petrusa, ad Agrigento. Vani sono stati i tentativi di rianimarlo. Il ragazzo si trovava lì dal primo di settembre, non ha retto alla durezza del regime di detenzione. L’accusa era di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Manole avrebbe tentato di colpire un muratore, nel corso di una lite, per poi scagliarsi contro i carabinieri. Sarebbe dovuto comparire in Tribunale per il processo l’8 ottobre prossimo.
La salma del giovane è stata portata all’obitorio dell’ospedale San Giovanni di Dio dove verrà sottoposta ad ispezione cadaverica. Un gruppo di connazionali del rumeno, appresa la notizia, ha inscenato una protesta contro le forze dell’ordine e il regime carcerario. “Non siamo ancora in grado di stabilire quali le cause che abbiano portato Manole al suicidio”, dice il direttore del carcere di Petrusa, Giuseppe Russo.
“Siamo rammaricati per l’accaduto, in altri casi siamo riusciti ad evitare il peggio – continua il direttore – ma questa volta non è andata bene. Il ragazzo è stato prontamente soccorso ma era ormai troppo tardi per rianimarlo”.
Quando nel 1997 venne inaugurato, fu presentato come una struttura moderna, che poteva accogliere fino al 220 detenuti, con celle singole per criminali altamente pericolosi, completo di docce, cucine e lavanderie, è con un reparto femminile capace di accogliere fino a 30 donne.
Oggi, il carcere Petrusa di Agrigento è quasi arrivato alla soglia record dei 500 ospiti forzati, con una capienza di meno della metà. “É innegabile – aggiunge Russo – che il carcere sia sovraffollato ma non è necessariamente questa la causa di un suicidio. I motivi risiedono soprattutto nella personale elaborazione della privazione della libertà. Io non mi occupo di politica penitenziale ma il problema del sovraffollamento delle carceri attanaglia tutto il sistema nazionale. In questo momento, almeno da noi, non credo ci siano delle soluzioni immediate”.

fonte: Live Sicilia

6 settembre 2011

Napoli: Cariche della polizia durante il corteo dello sciopero generale. Uno studente arrestato

Partito alle 10, 00 da piazza Cavour, a Napoli, il corteo promosso dalle confederazioni e le organizzazioni sindacali USB, Slaicobas, ORSA, Cib-Unicobas, Snater, SICobas e USI, per manifestare contro la manovra economica del governo Berlusconi, ha registrato la partecipazione dei collettivi studenteschi e dei comitati di lotta per il lavoro. Snodatosi in modo pacifico tra via Pessina , piazza Dante , via Toledo e via Medina, il corteo ha simbolicamente fatto tappa sotto la sede della Banca d'Italia in piazza Municipio. Forze di polizia, spropositate rispetto ai 5mila manifestanti, erano già posizionate in tenuta antisommossa. E' bastato un petardo per scatenare una carica a danno degli studenti, che in quel momento si trovavano più vicino al cordone di polizia. Per terra alcuni manifestanti. Uno studente di 20 anni viene prima bloccato dagli agenti della Digos di Napoli e’ poi massacrato di botte dagli stessi agenti.

5 settembre 2011

Lettera aperta al Popolo Viola di un ergastolano ostativo

Occhi per occhio rende il mondo cieco (Ghandi)


Per “Lettera di un ergastolano al Presidente della Repubblica Napolitano”, in cui si chiedeva di tramutare l’ergastolo senza benefici e senza possibilità di uscire in pena di morte, pubblicata su
un amico mi ha scaricato dalla rete alcuni commenti e me li ha mandati per posta, ne riporto alcuni:

-Questa lettera è la dimostrazione che la pena dell’ergastolo è migliore della pena di morte. –

L’ergastolo è un ottimo deterrente, migliore della pena di morte. – Se sei all’ergastolo e non sei morto ritieniti fortunato a essere nato nel paese giusto. – E’ giusto che l’ergastolano rimanga in cella senza se e senza ma. – Niente pena di morte, troppo semplice la morte se si vogliono uccidere che lo facciano per i cazzi loro, tanto non è che gli manchi lo scrupolo. – Potevi pensarci prima di fare qualsiasi cosa hai fatto. – Fine pena mai, proprio come i genitori o la moglie o i mariti o i figli o sorella e fratello di qualche morto perché la loro pena non finisce mai. – Se vogliamo risolvere i problemi della giustizia basta introdurre la pena di morte per pedofili, mafiosi, stupratori, e assassini. – Devono scontare la loro pena, stop. Pochi piagnistei potevano pensarci prima. – Che li mandassero a Guantanamo e poi vediamo se hanno ancora il coraggio di lamentarsi visto che agli onesti cittadini costano 250 euro al giorno. – Devi morire in silenzio. Se hai avuto l’ergastolo è perché hai ucciso. E a tutti voi che avete pietà, se dovessero uccidere un vostro familiare, avreste pietà lo stesso?


Diritto di replica: ricordo ai “buoni” che in Norvegia non esiste l’ergastolo e nei loro carceri, a misura d’uomo, la recidiva è al 20% mentre da noi è al 70% e penso che qualsiasi società ha i criminali che si merita.
Credo che nessun uomo o animale sia irrecuperabile e colpevole per sempre e che un popolo e dei giudici liberi e democratici non toglierebbe mai la libertà per sempre a nessuno.
Penso che molti ergastolani ostativi siano vivi perché non si sono fatti ammazzare dai morti ammazzati, perché molti di loro hanno ammazzato per evitare di essere uccisi.
Credo che dietro i fatti ci sia sempre una verità nascosta e che non interessa a nessuno, perché molti ergastolani ostativi non sono altro che quello che la società ha voluto che fossero e i finti buoni continuano a scaricare le loro colpe sui cattivi.
Ricordo ai “buoni” che nella malavita spesso i morti non sono vittime, per questo i vivi non meriterebbero l’ergastolo ostativo.
Piuttosto lo meriterebbero (ma non sono d’accordo perché non sono ancora diventato un criminale come sanno esserlo solo i “buoni”) i politici corrotti, i corruttori, i pedofili, gli stupratori, gli assassini di donne e bambini, i venditori di armi e dei cibi avariati ecc.
Penso che molti non sanno, o fanno finta di non sapere, che nella grande maggioranza dei casi questi criminali, ricchi, cristiani, incensurati, mafiosi e potenti, non vanno in carcere e se ci vanno vengono condannati con pene lievi, ma mai con l’ergastolo.
E in tutti i casi quelle poche persone che vengono condannate all’ergastolo non è mai quello ostativo ai benefici penitenziari.
Molti di questi commenti parlano della morte di Falcone e Borsellino, ma veramente pensate che li hanno uccisi la mafia?
Ma quale tipo di mafia? E in tutti i casi non lo sapete che moltissimi degli autori della strage sono diventati collaboratori della giustizia e sono liberi?
Vi chiamano, o vi fate chiamare, il “Popolo Viola”, ma io vi chiamerei il “Popolo dell’ignoranza” e non perché siete ignoranti, ma perché ignorate che i mass media, i politici vi prendono per il culo.
Vi confido che i buoni come voi mi hanno sempre fatto paura e se molti italiani la pensano come voi, preferisco stare dove sono.
Però ci tengo a dirvi un’ultima cosa: l’idea che l’uomo “buono” si senta moralmente superiore a quello cattivo e per questo lo può murare vivo in una cella senza la compassione di ucciderlo è aberrante.

Buona vendetta.

Carmelo Musumeci
Spoleto, Agosto 2011

Milano: Occupata la borsa! Polizia aggredisce manifestanti, due feriti

Questa mattina militanti dei sindacati di base e attivisti dei centri sociali e movimento ganno occupatao la Borsa a Milano al grido'People Before Profit!  riuscendo a salire al secondo piano del Palazzo della Borsa.
Si sono verificati momenti di tensione, in mattinata, quando anche altri compagne/i hanno tentato di entrare, venendo bloccati dal personale di sicurezza alla porta, che poi è stata chiusa per governare l'occupazione del simbolo supremo della finanza nostrana.
Fuori dall'edificio sono stati distriubiti volantini ed allestite tende sul modello 'indignados'... Sono stati srotolati striscioni, il più grande riporta: 'Predicano austerity ma razzolano male, rubano ai poveri per dare ai soliti'.
In questo momento la Polizia sta sgomberando le tende erette in piazza affari a Milano dai manifestanti che  Due manifestanti sono rimasti feriti.





3 settembre 2011

Catania: denunciati lavoratori e compagni per la lotta dei pulizieri scolastici

Rifondazione Comunista, i Giovani Comunisti e la Fiadel CT rendono noto che la Digos di Catania ha notificato un avviso di conclusione delle indagini, a firma del PM Dott. E. Serpotta, al segretario del PRC Pierpaolo Montalto, ad Emanuele Saluzzo dell'esecutivo provinciale dei Giovani Comunisti e a due lavoratori Dusman militanti nella Fiadel.
Le accuse sono di resistenza, oltraggio ed istigazione a delinquere nel corso delle giornate di protesta dei pulizieri scolastici della Provincia di Catania.
Premessso che rifiutiamo ogni vittimismo e che ci rivendichiamo ogni momento di una lotta straordinaria e vincente, crediamo tuttavia che sia paradossale che in una vicenda simbolo del degrado istituzionale e sociale in cui siamo sprofondati gli accusati siano coloro che si sono battuti per difendere il salario di oltre 450 lavoratori e chi con coraggio ha lottato per salvare il futuro della propria famiglia.
Per mesi abbiamo infatti denunciato corruzione, gravissime violazioni dei diritti dei lavoratori e saccheggio delle risorse pubbliche, ma sotto accusa finisce la lotta per i diritti e la dignità.
Annunciamo pertanto che faremo ricorso a tutti gli strumenti previsti dalla legge per affermare la verità ma che per noi legalità non vuol dire rimanere in silenzio davanti a sfuttamento, disoccupazione e povertà..
Per nulla intimoriti dalle accuse comunichiamo infatti che se gli accordi siglati in Prefettura per i pulizieri non verranno rispettati riprenderà la nostra protesta perchè sui diritti di lavoratrici e lavoratori non faremo alcun passo indietro.

Pierpaolo Montalto Segretario Prov. PRC-FDS
Santo Giuffrida Segretario Prov. Fiadel
Matteo Iannitti Coord. Prov. GC
Valerio Marletta Consigliere Provinciale PRC-FDS
Emanule Saluzzo Esecutivo Prov. GC

2 settembre 2011

Lei di Varese, lui tunisino… una storia d’amore interrotta dal pacchetto sicurezza

Un immigrato che ha passato metà della vita in Italia è stato prelevato in casa dai vigili urbani perché non ha più il permesso di soggiorno. Ha dovuto lasciare la compagna e racconta di aver subito un pestaggio nel Cie di Modena. Adesso è stato espulso e portato in Tunisia via nave. Aveva lasciato il suo paese nel 1982. Rilasciato a Bari, è tornato a Varese e da lì nuovamente a Modena. Infine l`espulsione. Maroni, siamo più sicuri dopo la sua deportazione?
La separazione forzata di una coppia di cinquantenni è una delle conseguenze del pacchetto sicurezza. E` accaduto a Sesto Calende, in provincia di Varese, nel cuore del regno leghista. E. P., lombarda, sta vivendo un agosto d`angoscia perché all`improvviso le è stato sottratto il compagno straniero con cui ha una relazione da tre anni. Adesso teme per la sua incolumità. L. è un tunisino senza permesso di soggiorno perché aveva perso il lavoro con la crisi. È stato portato via dai vigili urbani mentre si trovava a casa di un cugino, alle 8 del mattino del primo agosto, durante un banale controllo per un certificato di residenza. Trasferito e rinchiuso prima nel Centro di identificazione di Bari e poi in quello di Modena, ha raccontato di essere stato brutalmente picchiato e ferito dalla polizia, per rappresaglia dopo un tentativo di fuga di massa dal centro emiliano al quale lui non avrebbe partecipato.
La storia emerge dopo giorni di alta tensione nel Cie di Modena, dove tre persone sono riuscite a fuggire durante rivolte che avrebbero causato 20 mila euro di danni per la distruzione di porte e finestre. Daniele Giovanardi, fratello del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e presidente della Misericordia, ente gestore del Cie, ha parlato di “un contingente di malfattori comuni ed ex carcerati, gente che poco ha del profugo in senso stretto`. Dall`interno del Centro, alcuni reclusi denunciano per telefono pestaggi indiscriminati da parte degli agenti. “La polizia è entrata di notte con i manganelli e ha preso anche chi non ha fatto niente - dicono - mi hanno quasi spaccato l`occhio, a un altro la mano, mi hanno picchiato di brutto`.
Accento padano, vive in Italia dal 1982, L. è recluso senza aver commesso reati. La prefettura di Varese vuole rispedirlo a Tunisi, anche se lui ormai si è rifatto una vita qui e non ha più messo piede in patria negli ultimi dieci anni. Sta in gabbia in attesa dell`identificazione quando a Sesto Calende lo conoscono tutti e, oltre alla compagna, lo aspettano cugini, fratelli e cognate, regolari da tempo sul territorio. L. ha avuto il permesso di soggiorno dal 1990 al 2005. Poi ha perso occupazione e diritti e da allora vivacchia con lavoretti in nero. Senza documenti e con un decreto di espulsione alle spalle non si protesta. E così, il recluso tunisino, prima di finire in cella ha fatto il muratore per un mese per un`azienda che si è rifiutata di dargli il salario. “Tutti sapevano, carabinieri, vigili e polizia che non aveva i documenti - racconta la donna che si sta battendo per tirarlo fuori - lui era ben visto da tantissime persone, ma adesso c`è un comandante nuovo, abbiamo un sindaco leghista, abbiamo tutto questo apparato”.
L`amore non conosce passaporti, ma una prova del genere è dura per una tranquilla signora di mezza età. “Lui per me è un aiuto in tante cose, di punto in bianco mi sono trovata come se fosse stato un delinquente e non so cosa fare - dice E. - ho speso già più di mille euro per gli avvocati e non vivo nell`oro`. Perfino telefonarsi costa caro. L`unico mezzo di comunicazione è una cabina alla quale si può chiamare da fuori componendo un esoso 199, considerato che si tratta di un numero fisso. Dal cellulare costa 56 centesimi al minuto più scatto alla risposta. Nonostante formalmente non sia un carcere, al Cie di Modena sono vietati i cellulari, come sottolinea il rapporto 2010 di Medici senza Frontiere (“Al di là del muro`), in cui si legge: “Desta perplessità la prassi adottata dall`ente gestore di ritirare ai nuovi arrivati orologio e telefono cellulare`.
Ogni detenuto nella struttura costa alle casse pubbliche la cifra record di 75 euro al giorno. Nel caso di L. si spendono questi soldi per trattenere con la forza un immigrato che lavora da 30 anni nel nord Italia. Tant`è che il giudice di pace di Bari non ha convalidato la detenzione nel Cie decisa a Varese, con una sentenza che tiene conto del caso individuale e cita “la lunga permanenza regolare dello straniero sul territorio nazionale`, “i permessi di soggiorno non rinnovati a causa della crisi economica e la conseguente riduzione dei posti di lavoro nella zona in cui risiedeva` e la necessità di informare le autorità consolari tunisine “indispensabile data la lunga permanenza regolare dello straniero`. Per il giudice andavano applicate misure meno coercitive così come previsto dalla direttiva europea sui rimpatri che prevede il rientro volontario.
Rilasciato il 4 agosto a Bari, L. è tornato a Varese e, come gli era stato suggerito, si è presentato in questura dopo 5 giorni. “Ci hanno detto: state tranquilli, non lo mangiamo - riferisce la sua compagna - e poi invece lo hanno mandato subito al Cie di Modena, hanno fatto come i deportati di una volta dei nazisti, lì effettivamente è un carcere e c`è stata la rivolta, l`hanno picchiato e mi hanno impedito finora di vedere come sta. Abbiamo buttato via i soldi per essere di nuovo punto e a capo`. Ma soprattutto, la legge è stata applicata in modo opposto dai due giudici di pace di Bari e di Modena, visto che il secondo ha convalidato la detenzione nel Cie dopo soli 5 giorni dal rilascio.

Raffaella Cosentino da Redattore Sociale

Processo Aldrovandi, poliziotti colpevoli spalleggiati dalla Questura

Gli hanno schiacciato il cuore. Anche la corte d’appello di Bologna ha messo nero su bianco che Federico Aldrovandi è stato ucciso dalla «violenta e pesante contenzione da parte delle forze di polizia». La droga non c’entra («dato tossicologico modesto»), né c’entra la “excited delirium syndrome” su cui si sono asserragliati i consulenti della difesa degli agenti - uno dei quali ritenuto tanto poco attendibile quanto pronto a smentire sé stesso - tanto nel primo, quanto nel secondo processo di cui sono appena uscite le motivazioni che confermano le condanne a 3 anni e mezzo per eccesso colposo.
E’ partito dal cuore di Federico il ragionamento del giudice di secondo grado. Da quella foto spuntata dopo molto dopo le «tormentate indagini preliminari» che hanno prodotto inservibili perizie. Quel cuore aveva due ematomi contrapposti: «Segno evidente e inequivocabile» di un trauma. In breve: il ragazzo ammanettato a faccia in giù aveva una fame d’ossigeno che non poteva soddisfare visto che lo schiacciavano i corpi dei suoi aggressori e la sua pressione arteriosa era aggravata dalla «violenta colluttazione fisica». I segni sul corpo sono anche quelli dei manganelli riportati a pezzi in centrale.
Stabilito questo la Corte ha provato a ricostruire lo scenario stabilendo che la volante Alpha 3, la prima a giungere in via Ippodromo all’alba di quel 25 settembre del 2005, fosse sul luogo del delitto ben prima di quanto dichiararono gli agenti. Prima delle chiamate al 112 e al 113 di due abitanti della stradina allarmati dalle grida e dai rumori. Il giudice non ha creduto che il primo “scontro” tra il ragazzo e la volante, con la ritirata degli agenti, l’arrivo dei rinforzi di Alpha 2 e la predisposizione allo scontro finale tra quattro armati di manganelli e un diciottenne a mani nude «non particolarmente corpulento», si sia svolto in una manciata di minuti a cavallo delle 6. Tanto più che uno dei quattro colpevoli è stato registrato mentre ammetteva al telefono di averlo «bastonato di brutto per mezz’ora». L’ambulanza fu chiamata solo a cose fatte e arrivò «quando ormai il tragico epilogo del pesante intervento si era compito». Tuttavia la Corte d’appello ritiene anche che Federico quella notte fosse in stato di agitazione per via delle sostanze, smentendo in parte le conclusioni del processo ferrarese. Ma anche un “bad trip”, un violento senso di angoscia e terrore forse per il tardivo effetto dell’Lsd, avrebbe imposto agli agenti un contegno ben diverso dall’«assalto a manganellate». Dunque le grida sentite da chi allertò la questura sarebbero quelle prodotte dall’incontro tra Aldrovandi e due dei suoi assalitori. E questo fa tornare in mente il «mancato testimone», quel signore che chiamò “Chi l’ha visto?” per descrivere una scena simile salvo poi rimangiarsi tutto in Aula nello scetticismo generale. Infatti, il giudice di secondo grado non crede alla versione ufficiale dell’assalto di Federico alla prima volante poiché «priva di un serio supporto probatorio, smentita dall’assenza sul cofano di qualunque segno di rotture». I segni sullo scroto del ragazzo sono da ricondurre alle botte. In generale, l’intervento degli agenti «cooperanti» fra loro, oltre che violentissimo e consapevole, è anche stato inadeguato per fermare un ragazzo che aveva posto in essere un «goffo» tentativo di sforbiciata testimoniato dalla superteste camerunense. Anche fosse stato solo «un pazzo che si agita da solo in un parco e ingiustificatamente li aggredisce» resta l’«assoluta distanza della condotta degli imputati dalla doverosa linea comportamentale».
Ma «perché c’era una volante a fari spenti in una stradina chiusa», via Ippodromo, e «perché l’intera ricostruzione degli imputati e della Questura di Ferrara, fin dal primo momento, sia stata indirizzata a creare e avvalorare apparenze tali da contrastare tale dato?». La domanda del giudice resta «priva di risposta».
Una sentenza che, per Patrizia Moretti, la mamma di Federico, si incrocia con le risultanze della cosiddetta inchiesta bis, quella per cui altri quattro poliziotti hanno dovuto rispondere dei depistaggi delle prime ore. «Manipolazioni ordite dai superiori», dirà anche Daniela Margaroli, la giudice d’appello, «attività di falsificazione e distorsione dei dati probatori» che vanno a comporre, assieme alle condotte dei quattro un contesto di «discredito» per il corpo di Polizia che lo stesso Viminale ha «implicitamente riconosciuto» con il risarcimento alla famiglia già prima del secondo grado.
Le difese dei quattro poliziotti hanno già annunciato ricorso in Cassazione. Resta, per i genitori del diciottenne ucciso, Lino e Patrizia, quella domanda senza risposta sulla prima fase del contatto tra gli agenti. Resta l’appello di sei anni fa, «chi sa parli», e a cui ha risposto in pieno, forse, solo una cittadina. Restano i danni dei depistaggi della prima «tormentata» fase delle indagini preliminari che avrebbero influenzato la prima pm che seguì il caso. «Quello che vorrei - spiega Fabio Anselmo, legale degli Aldrovandi, a Liberazione - è che questo caso serva per spazzare via il pregiudizio deleterio della presunzione di fidefacenza degli imputati in divisa e dei loro colleghi che indagano. Gli imputati in divisa andrebbero trattati come imputati normali e le indagini su di loro affidate a terzi. Ma questo non accade mai».

Checchino Antonini
 

No Tav: Storie di ordinaria repressione contro il movimento

Francesco, 17 anni, e la nonna terrorizzata:

Sabato 27 agosto 2011, verso le ore 17, ho visto dalla finestra della cucina della mia abitazione sita nella frazione San Giuliano di Susa, una vettura della polizia fermare un’auto nera, su cui erano presenti due ragazzi. Dalla volante sono scesi due poliziotti e, dopo aver chiesto loro i documenti, hanno incominciato a perquisire corporalmente prima i ragazzi e poi l’auto, buttando tutto per terra. Finita la perquisizione dell’auto e rimessi gli oggetti al suo interno, hanno incominciato di nuovo a controllare la vettura e a ributtare tutto in aria.
In seguito, dopo circa un’ora e mezza, è arrivata un’altra auto della polizia e un’auto civile con tre persone a bordo, probabilmente agenti di polizia in borghese. Questi ultimi hanno fotografato il materiale sequestrato (un casco giallo, una corda da arrampicata e qualcosa che era dentro al casco) e i ragazzi. Incuriosito dalla operazioni di polizia, ho scattato alcune fotografie dalla finestra della cucina a ciò che stava accadendo in strada. A un certo punto, verso le 18.40 circa, l’agente in borghese con la maglia a strisce ha indicato che li stavo fotografando dalla finestra e, finita la perquisizione, ha suonato a casa mia (secondo piano) intimandomi di scendere.
Nel frattempo mia nonna che abita al primo piano, ignara del fatto che mi avessero suonato e preoccupata nel vedere delle persone in abiti civili sostare davanti al cancello e scrivere su di un taccuino appunti controllando la buca delle lettere, è scesa in giardino e ha chiesto loro cosa volessero. L’agente in borghese con la maglia a righe le ha detto che erano della polizia e che doveva esibire un documento. Mia nonna ha risposto che non aveva il documento in tasca. A quel punto le è stato intimato di mostrare il documento altrimenti avrebbero perquisito la casa. Mia nonna, tremante e terrorizzata dall’eventualità di una perquisizione, è salita in casa per cercare il documento che conserva in un cassetto e, avendo presumibilmente impiegato più tempo di quanto loro avessero previsto, hanno suonato insistentemente il campanello.
Quando è ritornata al cancello per presentare la carta d’identità, lo stesso signore con la maglia a righe le ha detto di farmi scendere e, quando lei ha affermato che ero minorenne e che a breve sarebbe arrivata mia madre, ha detto “appunto perché è minorenne deve scendere”. In quel momento mi sono accorto che mia nonna era terrorizzata e, avendo paura che potesse essere assalita da un malore, sono sceso in giardino a sono andato al cancello, dove il signore con la maglia a righe stava prendendo i dati dal documento di mia nonna.
Mi hanno chiesto nome, cognome, luogo e data di nascita, poi mi hanno fotografato. Ribadisco che ero nel giardino di casa mia. Intanto l’agente in borghese con i capelli ricci mi ha chiesto perché fotografavo. Io ho risposto che era solo per documentare dei fatti e allora lui mi ha detto chedovevo smettere di fare le foto alla Polizia e che se avevo la memoria corta, per cui mi servivano le immagini, avrei dovuto studiare o fare qualcosa di utile. Ha aggiunto, che se volevo fare delle foto dovevo uscire per la strada e non scattare dalla finestra. Non paghi, prima di allontanarsi, hanno fotografato anche la mia abitazione. Durante la notte tra sabato e domenica la mia nonna, scossa per l’accaduto, non è riuscita a dormire.

Francesco Perino, nato a Susa il 22 marzo 1994, e Marina Gioberto, nata a Susa il 13 giugno 1934


Dal racconto di Michele Cosentini:

“Favorite i documenti, per favore”.
Nella tratta Milano-Torino, sto scrivendo un messaggio col cellulare, quando sento distrattamente queste parole e istintivamente allungo il biglietto del treno. Silvia, che è davanti a me, mi riporta alla realtà: “Non è il controllore, è un carabiniere”. Non la polizia ferroviaria, proprio un carabiniere. “Ah...ok...” rispondo, passando la carta d’identità all’uomo, che ringrazia, si eclissa per una ventina di minuti per verificare se siamo delle teste calde, e poi torna, riconsegnandoci i documenti e augurandoci buon viaggio. Come un controllore.
A nessun altro sono stati chiesti i documenti: solo a me e a Silvia, che avevamo il fazzoletto No-Tav al collo, e a un terzo tizio seduto un po’ più in là, tanto per far vedere che non eravamo gli unici fortunati. Per un attimo penso di essere paranoico, magari è una coincidenza. Ma poi mi ricordo che sto viaggiando con una maschera antigas e un casco protettivo dentro la borsa: una cosa che ho sempre fatto, andando in Valsusa, ma che ultimamente è diventata pericolosa: hanno cominciato a dare fogli di via a chi viene trovato in possesso di questi oggetti, come se non fossero strumenti di difesa, comprati in un negozio di anti-infortunistica, ma kalashnikov o stupefacenti.

Le parole di Silvia Rovelli, in una lettera aperta al ministro Maroni:

Pensavamo che in una DEMOCRAZIA, la battitura del guard-rail non comportasse metodi fascisti da parte delle SUE amate SQUADRIGLIE FASCISTE!
Abbiamo sbagliato! Per una volta abbiamo sbagliato anche noi…..
Il tempo di arrivare alla rete (che protegge cosa non si sa, visto che il fantomatico cantiere, oltre a NON esistere, non si trova nemmeno li!) e iniziare a battere le pietre scadendo il classico motto della Val Susa e l’idrante era già aperto!!! Si, si se lo annoti….ERA APERTO, seppure a bassa intensità.
Vedendo che la battitura continuava, anzi a ritmo sempre più serrato, hanno lanciato A MANO (per non farci neppure sentire il rumore) il primo lacrimogeno, ovviamente al CS(sa vero che è vietato dalla Convenzione di Ginevra?!!?!?)…. Ad altezza UOMO ovviamente, non le sto neppure a dire a quale distanza, lo sa vero che i SUOI sono su una collinetta appena sopra le reti……
Mi sono girata di spalle rispetto alla collinetta perché non vedevo Cristina, altra compagna resistente…. A quel punto, aumentando l’intensità del getto, ci hanno colpiti alle SPALLE, con l’idrante….. Lei ha idea della forza di quei getti? Ha idea che una persona può essere scaraventata a terra e rimanere ferita? Certo che si, ma non gliene importa! L’importante è annientarci TUTTI!


STORIE CENSURATE DA TUTTI I MEDIA. Come sempre. Non credete a noi, non credete a loro. Venite a vedere con i vostri occhi, vivete questa lotta, comprendetene le ragioni e poi, prendete una posizione.

Verona: 45enne muore dopo le manganellate subite dai carabinieri

L’uomo era stato visitato al Policlinico e dimesso. Ricoverato di nuovo, era deceduto. Elsa: “È tornato a casa dopo la partita e stava già male. Mi ha detto che c’era stata una rissa ed era stato picchiato dai carabinieri”.
“In diciotto ore non si muore per una malattia”. Elsa Riva vuole fare chiarezza sulla morte di suo figlio Roberto, il quarantacinquenne di San Martino Buon Albergo morto lunedì al Policlinico di Borgo Roma per cause ancora da accertare. Venerdì sera, come abbiamo raccontato ieri, Roberto era stato con alcuni amici al Bentegodi per assistere alla prima partita in serie B della sua squadra del cuore, l’Hellas Verona, contro il Pescara.
“È tornato verso le 23 ed è andato a letto, ma non ha dormito tutta la notte perché stava male e così la mattina è andato all’ospedale di Borgo Roma”. La madre Elsa ripercorre con gli occhi lucidi e la voce rotta le ultime ore di vita del figlio, che da qualche tempo viveva in un’altra casa, distante poche centinaia di metri.
“Quando è tornato, mi ha detto che lo avevano visitato, ma era risultato negativo a tutti gli esami”, racconta. “Anche quella notte, però, i dolori non lo hanno fatto dormire”. È stato allora che la madre gli ha chiesto di spiegare cosa fosse successo. “Mi ha detto che venerdì allo stadio c’era stata una rissa con i tifosi della squadra avversaria e che poi i carabinieri lo avevano picchiato”, prosegue Elsa. “Gli ho chiesto se aveva preso una manganellata. “Altro che una, ne ho prese tante”, mi ha risposto”.
Domenica la situazione è peggiorata ancora, tanto che il lunedì mattina Roberto ha chiamato il 118: l’ambulanza lo ha portato di nuovo al Policlinico di Borgo Roma. “Alle 13 mi hanno telefonato dall’ospedale. Mi sono precipitata là: un medico mi ha detto che mio figlio non avrebbe superato la notte”. E così è stato: intorno all’una Roberto è morto.
Le cause sono ancora tutte da chiarire: a provocare il decesso del quarantacinquenne potrebbe essere stata la degenerazione di un’infezione interna, ma per la madre la verità è ben diversa. L’uomo, che lavorava con il padre Oreste in una fattoria a Vigasio, aveva alcuni piccoli precedenti penali: in passato era stato detenuto per dieci mesi nel carcere di Montorio e proprio venerdì sera è stato denunciato a piede libero dai carabinieri per resistenza a pubblico ufficiale. “Roberto non era un santo. Anni fa aveva avuto anche problemi di droga, ma ora non ne faceva più uso”, racconta la madre. “Ogni tanto beveva qualche bicchiere di vino di troppo ed era spavaldo, ma aveva un cuore grande, è sempre stato buono, generoso, non ha mai fatto del male a nessuno”.
La tragedia più grande per un genitore, si sa, è sopravvivere ai propri figli ed Elsa questo dolore lo conosce bene: la sorella di Roberto, appena trentenne, è morta una quindicina di anni fa a causa di una grave malattia. “Quando lunedì ho visto che mio figlio aveva le unghie nere, mi è subito venuto in mente che era successo anche a sua sorella poco prima di morire, e ho capito che anche per lui non c’era più nulla da fare”.
Nei prossimi giorni verrà eseguita l’autopsia sul corpo del quarantacinquenne per approfondire le cause della morte: ad assistere la famiglia Riva sarà l’avvocato Antonio Palmieri del foro di Milano. “Anche mio marito vuole fare chiarezza su quanto avvenuto venerdì sera”, conclude Elsa. “Lui non voleva che Roberto andasse allo stadio, diceva che c’è sempre il rischio che succeda qualcosa. E, infatti, è successo”.

fonte: L'Arena

1 settembre 2011

Nuova Gladio in Libia? Storia e retroscena dei tre “mercenari” italiani prima rapiti e poi liberati

Tre italiani. Sequestrati dai gheddafiani al confine tra Libia e Tunisia. Liberati lo scorso 21 agosto, dopo quasi un mese di prigionia. Una storia piena di incongruenze e assurde ambiguità. Una storia che ricorda la triste (e quanto mai oscura) vicenda di Fabrizio Quattrocchi. Dietro la parola contractors spesso si nasconde un mondo su cui persino lo Stato ha più interesse a tacere. Spie, agenti segreti o guardie del corpo? Oppure semplici mercenari? Nessuno ne parla, eccetto la giornalista del Corsera Erika Dellacasa. Impressioni? Tutte in un flashback. Tutte in due parole: Nuova Gladio.

Un mercenario serbo in Libia
Stiamo parlando della vicenda – poco nota e della quale il “Corriere della Sera” sta svelando importanti retroscena – che ha visto come protagonisti Luca Boero, Vittorio Carella e Antonio Cataldo. I tre, il 23 luglio, sono stati sequestrati dai lealisti di Gheddafi al confine tra Libia e Tunisia, ma – a detta loro – si sarebbe trattato semplicemente di sorte avversa. I tre italiani, infatti, sarebbero stati diretti non in Libia, bensì in Tunisia per presentare “un progetto di sicurezza al Ministero dello Sport di Tunisi”, scrive il Corsera. La domanda è scontata a questo punto: che ci facevano i tre nella zona di confine dove poi sono stati arrestati? Pura casualità, hanno detto i tre: sarebbero stati portati lì a loro insaputa. Una tesi che – è evidente – lascia spazio a molti interrogativi. Anche perché, pur ammettendo che la posizione degli italiani sia nel vero, resta comunque difficile credere che abbiano deciso di recarsi in Tunisia in un periodo così turbolento per l’area nordafricana.
Ma continuiamo con il racconto. Il 23 luglio, come detto, Boero, Cataldo e Carella si trovano nella zona di confine, dove i lealisti li prendono prigionieri e li trasferiscono nel carcere di Abu Salim a Tripoli. Qui, a detta loro torturati, legati e picchiati, restano fino al 21 agosto, giorno in cui sono liberati dai ribelli del regime. E, finalmente, il 29 agosto il rientro in patria. Ma ad attenderli la Procura della Repubblica: è stata infatti aperta immediatamente un’inchiesta, coordinata dal procuratore Pietro Saviotti, per comprendere come mai i tre italiani si trovassero lì in un periodo così tumultuoso.

UN IDRAULICO, UN BUTTAFUORI E UN METRONOTTE: ECCO CHI SONO I TRE CONTRACTORS. E IN PAESE NESSUNO SA NULLA
Come detto, però, gli interrogativi sono più che profondi. Innanzitutto perché i tre hanno sì un passato militare alle proprie spalle, ma decisamente sui generis. Vittorio Carella, ad esempio, è metronotte di Peschiera Borromeo, “persona rispettata e rispettabile – dichiarano nel paese in provincia di Milano - anche se nell’ultimo periodo era accaduto un fatto insolito per lui: si era fatto crescere una barba folta”. Abbiamo chiesto ad un militare se ci sia un legame possibile tra tale circostanza e la partenza per la Libia: “questo non si può dire. È nei fatti, però, che un lavoro sotto copertura in Paesi come la Libia o l’Afghanistan, o da infiltrati, prevede anche che ci si faccia crescere la barba”. Soltanto un’ipotesi, si capisce. La famiglia è molto conosciuta in città: papà Virgilio ha lavorato per anni come dipendente comunale. È anche per questo che in città girano diverse voci, acuite dal fatto – ci dicono – che i familiari sono diventati evasivi, si sono barricati in casa ed è difficile avere un contatto con loro.
Antonio Cataldo, affermano a Chiusano San Domenico, paese in provincia di Avellino di poco più di duemila abitanti dove – si presuppone – tutti conoscono tutti, “fa lavoretti vari: l’idraulico, il meccanico, cose così”. E allora cosa ci faceva in Libia? “Non lo sappiamo. Probabilmente nessuno lo sapeva. Nessuno l’ha visto in quel periodo, ma non era una novità: spesso spariva per parecchio tempo”. Fatto decisamente strano, soprattutto se si considera che Cataldo, prima di partire, ha frequentato un campo militare sulle colline di Scandicci, vicino Firenze. Stiamo parlando del VII R.A.I. (Reparto Assalto Interdizione), campo che tiene corsi, come si legge sul sito, di “softair (gioco militare riconosciuto anche da enti sportivi, ndr), avventura” ma - attenzione - anche di “difesa personale e addestramento militare”. Qui gli spazi oscuri della vicenda cominciano ad addensarsi: perché un campo tiene corsi di softair, ma anche di addestramento militare vero e proprio? Non è affatto un caso, allora, che la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo sulla struttura. Se, infatti, sul sito si legge che “il Softair è uno sport di squadra riconosciuto da enti di promozione sportiva a loro volta riconosciuti dal CONI […] Il gioco è assolutamente innocuo e non violento (vietatissimo qualunque contatto fisico con l'avversario”, il fatto stesso che si pratichi “addestramento militare” e che le voci secondo cui Cataldo abbia frequentato il campo prima di partire si facciano sempre più insistenti, lascia adito a interrogativi a cui certamente bisogna dare risposte. Dalla Procura per lo meno e non dal centro militare, dato che, contattati per tutto il pomeriggio, nessuno ci ha risposto.
Ma arriviamo al terzo uomo fermato in Libia: Luca Boero, caporalmaggiore, esperto di arti marziali, investigatore privato che si occupa della sicurezza dei locali notturni a Genova. Boero abita sì nel capoluogo ligure come riportato da diversi organi di informazione, ma soprattutto a Garbagna, in provincia di Alessandria, nella centralissima piazza Doria. Anche qui, però, nessuno si era accorto della sua assenza perché, dichiarano alcuni suoi compaesani, “spesso capitava che si allontanava da Garbagna anche per lunghi periodi”, tant’è che la notizia della prigionia è caduta come un fulmine a ciel sereno: la famiglia, sebbene sapesse, non ha fatto trapelare nulla. In paese, però, nessuno vuole entrare in merito alla questione: “sono fatti privati”, dicono.
Boero certamente era il più esperto tra i tre: lo ritroviamo, infatti, anche nel 2002 in Kosovo in divisa KFor (Kosovo Force), ma dopo il congedo pare si sia “messo in proprio”. E lui, come gli altri, sono stati contattati – a detta loro – dall’agenzia di sicurezza con sede a Dubai 2Steam, tramite Facebook. Ma anche qui i conti non tornano: è impossibile ritrovare un sito di tale agenzia. Com’è possibile, ci si chiede allora, che i tre siano stati contattati tramite un social network se sulla rete stessa non c’è nulla che parli di tale fantomatica 2Steam? “Senza contare – ci dice il militare che abbiamo contattato – che è difficile se non impensabile che si recluti gente tramite Facebook per questioni così drammatiche e delicate“.
Le questioni aperte e quanto mai intricate non finiscono qui. Un’altra circostanza decisamente da tenere in conto è che prima di partire, rivela Erika Dellacasa, Boero “aveva contattato Paolo Simeone, già caposquadra di Fabrizio Quattrocchi, il contractor della compagnia di sicurezza Presidium ucciso nel 2004 in Iraq”.

PAOLO SIMEONE, RECLUTATORE DI PROFESSIONE
Il contatto con Simeone è uno di quei fili da non perdere per cercare di ritrovare la matassa. Una matassa che, se fosse confermata l’indiscrezione della giornalista del Corriere della Sera, porterebbe molto lontano, a fatti drammatici degli ultimi anni della storia militare italiana. Stiamo parlando del sequestro e poi dell’uccisione di Quattrocchi, ma anche del sequestro della giornalista Giuliana Sgrena (2005) e delle due volontarie Simona Pari e Simona Torretta. Tutto ruoterebbe intorno alla figura, appunto, di Paolo Simeone.
Ex incursore del Battaglione San Marco, poi nella legione straniera in Paesi africani e in missione in Kosovo, Afghanistan e Iraq, nel 2002 Simeone decide di entrare nelle ong. Perché un militare con cotanta esperienza entra nelle organizzazioni umanitarie? Ufficialmente per le sue qualità di sminatore, ma ben presto gli obiettivi di Simeone diventano altri: conoscendo bene le logiche dei Paesi in guerra non si lascia sfuggire quanto sia redditizia l’attività di fornitura di militari alle truppe in difficoltà. In Iraq, quando ancora era in una ong – casualità: era nell’organizzazione “Il ponte per …”, la stessa in cui, un anno dopo, militeranno le due Simone quando verranno arrestate - conosce quella che poi diventerà la sua fida compagna, Valeria Castellani. Insieme fondano Naf Security, sede in Iraq, amministrata dalla stessa Castellani.
Ma la nuova azienda non riesce a vincere neanche un appalto per la sicurezza privata. Sono tutte vinte da aziende con sede in Usa. Ed ecco allora la svolta: i due, con la stessa struttura e la stessa dirigenza, fondano una nuova compagnia, la Dts Security, questa volta con sede in America, Nevada. Ed ora sì che gli appalti cominciano ad essere vinti: vengono così chiamati dall’Italia amici di Simeone, tra cui anche Fabrizio Quattrocchi, uno dei quattro contractors che verranno sequestrati il 13 aprile 2004. Gli altri, circa un mese dopo, verranno rilasciati. Quattrocchi, un giorno dopo il sequestro, verrà brutalmente ucciso.
In pratica, Paolo Simeone e Valeria Castellani, giunti da volontari, hanno ben presto deciso di metter su un’azienda di scorta e servizio militare, decisamente redditizia in un Paese di guerra, se pensiamo alla necessità di difesa per tutti coloro, imprese e politici, che ne hanno bisogno. Come disse Roberto Saviano in un articolo di allora: “diviene in molti territori dell’Iraq un esercito parallelo a tutela del flusso di capitali che giunge in Iraq sottoforma di macchinari, politici, o trivelle”.
Il legame, accertato dal Corriere della Sera, tra Simeone e Boero potrebbe dimostrarsi, ora, un punto nevralgico della questione: perché tutti questi segreti? Perché tutte le persone contattate da Infiltrato.it non sapevano nulla dei loro concittadini partiti per la Libia? Perché tanto mistero? Si potrebbe prospettare – il condizionale è d’obbligo –una vicenda nella quale a tirar le fila ci sia un’organizzazione paramilitare di questo tipo?

IPOTESI MERCENARIATO. MA INTANTO LO STATO SI DISINTERESSA DEL PROBLEMA
Soltanto un’ipotesi, sia chiaro. Ma è evidente come, per molti aspetti, quanto sta emergendo in questi giorni sia la fotocopia di quello che accadde nel 2004. E, se la Procura di Firenze dovesse appurare che in quel campo militare vicino Firenze non vengono tenuti solo corsi di softair, ma veri e propri addestramenti per soldati, allora la questione si farebbe decisamente più scottante. Ad oggi i tre si definiscono semplici “addetti alla sicurezza privata”, ma i dubbi restano. Come disse tempo fa il compianto Giuseppe D’Avanzo parlando della vicenda Quattrocchi: “nessuno è in grado dire che cosa davvero i nostri connazionali facessero in Iraq e per conto di chi. Operatori della sicurezza o "BG/CP", come sono definiti, bodyguard/close protection. Senza dubbio, ma la formula è troppo vaga. Quel mestiere lì si può fare in molti modi”. Ecco perché c’è chi avalla, ieri come oggi, la pista del mercenariato.
Non è un caso, allora, che, alla morte di Quattrocchi, si aprì un processo per il reato di “arruolamento o armamenti non autorizzati al servizio di uno Stato estero” (art.288 c.p.). Mercenariato, in pratica. L’ordinanza del Gip di Bari del 2001, ad esempio, dichiarava senza mezzi termini che le indagini fino a quel punto esperite avevano “consentito […] di accertare che era effettivamente vero quanto ipotizzato, subito dopo il sequestro dei quattro italiani in Irak, che essi erano sul territorio di quel paese in veste di mercenari, o, perlomeno, di gorilla”. I reclutatori, alla fine, riuscirono a ottenere il pieno proscioglimento perché “il fatto non sussiste”, ma quanto detto sinora, questo evidente parallelismo tra quanto accaduto in questi giorni e quello che accadde in Iraq, lascia facilmente intendere che è più di un’impressione, più di un’ipotesi quella secondo la quale i tre italiani stiano perlomeno nascondendo qualcosa.
Per inciso. Anche la legge italiana, a tal proposito, agevola tali meccanismi piuttosto che contrastarli. Non siamo noi a dirlo, ma il Cemiss (Centro Militare di Studi Strategici) nel dossier “PRIVATE MILITARY COMPANIES: difficoltà di inquadramento giuridico e considerazioni sull’opportunità del ricorso al loro utilizzo” (2010). La fonte, certamente autorevole a riguardo, osserva che, sebbene l’Italia abbia ratificato la Convenzione Internazionale contro il mercenariato con la legge 210 del 12 maggio 1995 (“Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale contro il reclutamento, l'utilizzazione, il finanziamento e l'istruzione di mercenari, adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 4 dicembre 1989”), “ad oggi non esiste in Italia una disciplina specifica relativa al settore delle PMSCs (Private military security company, ndr)”.
Osserva il Cemiss, inoltre, che nemmeno è attivo nel nostro Paese un dibattito a riguardo, segno che “la problematicità del vuoto giuridico che concretamente circonda l’operato di queste realtà societarie legate al business della sicurezza e dei servizi militari non venga percepita come una priorità da parte delle Istituzioni”. E qual è il “vuoto giuridico” di cui si parla? Presto detto: l’articolo 288 del nostro Codice Penale, incredibile ma vero, prevede la pena soltanto per i reclutatori (“Chiunque, nel territorio dello Stato e senza approvazione del Governo arruola o arma cittadini, perchè militino al servizio o a favore dello straniero, è punito con la reclusione da tre a sei anni”), non per i mercenari stessi. Conclude il Cemiss: “è una grave lacuna che contribuisce ad aumentare la possibilità di pratiche discutibili all’interno di una zona grigia della legalità”.

Carmine Gazzanni da l'Infiltrato.it

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