2 settembre 2011

No Tav: Storie di ordinaria repressione contro il movimento

Francesco, 17 anni, e la nonna terrorizzata:

Sabato 27 agosto 2011, verso le ore 17, ho visto dalla finestra della cucina della mia abitazione sita nella frazione San Giuliano di Susa, una vettura della polizia fermare un’auto nera, su cui erano presenti due ragazzi. Dalla volante sono scesi due poliziotti e, dopo aver chiesto loro i documenti, hanno incominciato a perquisire corporalmente prima i ragazzi e poi l’auto, buttando tutto per terra. Finita la perquisizione dell’auto e rimessi gli oggetti al suo interno, hanno incominciato di nuovo a controllare la vettura e a ributtare tutto in aria.
In seguito, dopo circa un’ora e mezza, è arrivata un’altra auto della polizia e un’auto civile con tre persone a bordo, probabilmente agenti di polizia in borghese. Questi ultimi hanno fotografato il materiale sequestrato (un casco giallo, una corda da arrampicata e qualcosa che era dentro al casco) e i ragazzi. Incuriosito dalla operazioni di polizia, ho scattato alcune fotografie dalla finestra della cucina a ciò che stava accadendo in strada. A un certo punto, verso le 18.40 circa, l’agente in borghese con la maglia a strisce ha indicato che li stavo fotografando dalla finestra e, finita la perquisizione, ha suonato a casa mia (secondo piano) intimandomi di scendere.
Nel frattempo mia nonna che abita al primo piano, ignara del fatto che mi avessero suonato e preoccupata nel vedere delle persone in abiti civili sostare davanti al cancello e scrivere su di un taccuino appunti controllando la buca delle lettere, è scesa in giardino e ha chiesto loro cosa volessero. L’agente in borghese con la maglia a righe le ha detto che erano della polizia e che doveva esibire un documento. Mia nonna ha risposto che non aveva il documento in tasca. A quel punto le è stato intimato di mostrare il documento altrimenti avrebbero perquisito la casa. Mia nonna, tremante e terrorizzata dall’eventualità di una perquisizione, è salita in casa per cercare il documento che conserva in un cassetto e, avendo presumibilmente impiegato più tempo di quanto loro avessero previsto, hanno suonato insistentemente il campanello.
Quando è ritornata al cancello per presentare la carta d’identità, lo stesso signore con la maglia a righe le ha detto di farmi scendere e, quando lei ha affermato che ero minorenne e che a breve sarebbe arrivata mia madre, ha detto “appunto perché è minorenne deve scendere”. In quel momento mi sono accorto che mia nonna era terrorizzata e, avendo paura che potesse essere assalita da un malore, sono sceso in giardino a sono andato al cancello, dove il signore con la maglia a righe stava prendendo i dati dal documento di mia nonna.
Mi hanno chiesto nome, cognome, luogo e data di nascita, poi mi hanno fotografato. Ribadisco che ero nel giardino di casa mia. Intanto l’agente in borghese con i capelli ricci mi ha chiesto perché fotografavo. Io ho risposto che era solo per documentare dei fatti e allora lui mi ha detto chedovevo smettere di fare le foto alla Polizia e che se avevo la memoria corta, per cui mi servivano le immagini, avrei dovuto studiare o fare qualcosa di utile. Ha aggiunto, che se volevo fare delle foto dovevo uscire per la strada e non scattare dalla finestra. Non paghi, prima di allontanarsi, hanno fotografato anche la mia abitazione. Durante la notte tra sabato e domenica la mia nonna, scossa per l’accaduto, non è riuscita a dormire.

Francesco Perino, nato a Susa il 22 marzo 1994, e Marina Gioberto, nata a Susa il 13 giugno 1934


Dal racconto di Michele Cosentini:

“Favorite i documenti, per favore”.
Nella tratta Milano-Torino, sto scrivendo un messaggio col cellulare, quando sento distrattamente queste parole e istintivamente allungo il biglietto del treno. Silvia, che è davanti a me, mi riporta alla realtà: “Non è il controllore, è un carabiniere”. Non la polizia ferroviaria, proprio un carabiniere. “Ah...ok...” rispondo, passando la carta d’identità all’uomo, che ringrazia, si eclissa per una ventina di minuti per verificare se siamo delle teste calde, e poi torna, riconsegnandoci i documenti e augurandoci buon viaggio. Come un controllore.
A nessun altro sono stati chiesti i documenti: solo a me e a Silvia, che avevamo il fazzoletto No-Tav al collo, e a un terzo tizio seduto un po’ più in là, tanto per far vedere che non eravamo gli unici fortunati. Per un attimo penso di essere paranoico, magari è una coincidenza. Ma poi mi ricordo che sto viaggiando con una maschera antigas e un casco protettivo dentro la borsa: una cosa che ho sempre fatto, andando in Valsusa, ma che ultimamente è diventata pericolosa: hanno cominciato a dare fogli di via a chi viene trovato in possesso di questi oggetti, come se non fossero strumenti di difesa, comprati in un negozio di anti-infortunistica, ma kalashnikov o stupefacenti.

Le parole di Silvia Rovelli, in una lettera aperta al ministro Maroni:

Pensavamo che in una DEMOCRAZIA, la battitura del guard-rail non comportasse metodi fascisti da parte delle SUE amate SQUADRIGLIE FASCISTE!
Abbiamo sbagliato! Per una volta abbiamo sbagliato anche noi…..
Il tempo di arrivare alla rete (che protegge cosa non si sa, visto che il fantomatico cantiere, oltre a NON esistere, non si trova nemmeno li!) e iniziare a battere le pietre scadendo il classico motto della Val Susa e l’idrante era già aperto!!! Si, si se lo annoti….ERA APERTO, seppure a bassa intensità.
Vedendo che la battitura continuava, anzi a ritmo sempre più serrato, hanno lanciato A MANO (per non farci neppure sentire il rumore) il primo lacrimogeno, ovviamente al CS(sa vero che è vietato dalla Convenzione di Ginevra?!!?!?)…. Ad altezza UOMO ovviamente, non le sto neppure a dire a quale distanza, lo sa vero che i SUOI sono su una collinetta appena sopra le reti……
Mi sono girata di spalle rispetto alla collinetta perché non vedevo Cristina, altra compagna resistente…. A quel punto, aumentando l’intensità del getto, ci hanno colpiti alle SPALLE, con l’idrante….. Lei ha idea della forza di quei getti? Ha idea che una persona può essere scaraventata a terra e rimanere ferita? Certo che si, ma non gliene importa! L’importante è annientarci TUTTI!


STORIE CENSURATE DA TUTTI I MEDIA. Come sempre. Non credete a noi, non credete a loro. Venite a vedere con i vostri occhi, vivete questa lotta, comprendetene le ragioni e poi, prendete una posizione.

Verona: 45enne muore dopo le manganellate subite dai carabinieri

L’uomo era stato visitato al Policlinico e dimesso. Ricoverato di nuovo, era deceduto. Elsa: “È tornato a casa dopo la partita e stava già male. Mi ha detto che c’era stata una rissa ed era stato picchiato dai carabinieri”.
“In diciotto ore non si muore per una malattia”. Elsa Riva vuole fare chiarezza sulla morte di suo figlio Roberto, il quarantacinquenne di San Martino Buon Albergo morto lunedì al Policlinico di Borgo Roma per cause ancora da accertare. Venerdì sera, come abbiamo raccontato ieri, Roberto era stato con alcuni amici al Bentegodi per assistere alla prima partita in serie B della sua squadra del cuore, l’Hellas Verona, contro il Pescara.
“È tornato verso le 23 ed è andato a letto, ma non ha dormito tutta la notte perché stava male e così la mattina è andato all’ospedale di Borgo Roma”. La madre Elsa ripercorre con gli occhi lucidi e la voce rotta le ultime ore di vita del figlio, che da qualche tempo viveva in un’altra casa, distante poche centinaia di metri.
“Quando è tornato, mi ha detto che lo avevano visitato, ma era risultato negativo a tutti gli esami”, racconta. “Anche quella notte, però, i dolori non lo hanno fatto dormire”. È stato allora che la madre gli ha chiesto di spiegare cosa fosse successo. “Mi ha detto che venerdì allo stadio c’era stata una rissa con i tifosi della squadra avversaria e che poi i carabinieri lo avevano picchiato”, prosegue Elsa. “Gli ho chiesto se aveva preso una manganellata. “Altro che una, ne ho prese tante”, mi ha risposto”.
Domenica la situazione è peggiorata ancora, tanto che il lunedì mattina Roberto ha chiamato il 118: l’ambulanza lo ha portato di nuovo al Policlinico di Borgo Roma. “Alle 13 mi hanno telefonato dall’ospedale. Mi sono precipitata là: un medico mi ha detto che mio figlio non avrebbe superato la notte”. E così è stato: intorno all’una Roberto è morto.
Le cause sono ancora tutte da chiarire: a provocare il decesso del quarantacinquenne potrebbe essere stata la degenerazione di un’infezione interna, ma per la madre la verità è ben diversa. L’uomo, che lavorava con il padre Oreste in una fattoria a Vigasio, aveva alcuni piccoli precedenti penali: in passato era stato detenuto per dieci mesi nel carcere di Montorio e proprio venerdì sera è stato denunciato a piede libero dai carabinieri per resistenza a pubblico ufficiale. “Roberto non era un santo. Anni fa aveva avuto anche problemi di droga, ma ora non ne faceva più uso”, racconta la madre. “Ogni tanto beveva qualche bicchiere di vino di troppo ed era spavaldo, ma aveva un cuore grande, è sempre stato buono, generoso, non ha mai fatto del male a nessuno”.
La tragedia più grande per un genitore, si sa, è sopravvivere ai propri figli ed Elsa questo dolore lo conosce bene: la sorella di Roberto, appena trentenne, è morta una quindicina di anni fa a causa di una grave malattia. “Quando lunedì ho visto che mio figlio aveva le unghie nere, mi è subito venuto in mente che era successo anche a sua sorella poco prima di morire, e ho capito che anche per lui non c’era più nulla da fare”.
Nei prossimi giorni verrà eseguita l’autopsia sul corpo del quarantacinquenne per approfondire le cause della morte: ad assistere la famiglia Riva sarà l’avvocato Antonio Palmieri del foro di Milano. “Anche mio marito vuole fare chiarezza su quanto avvenuto venerdì sera”, conclude Elsa. “Lui non voleva che Roberto andasse allo stadio, diceva che c’è sempre il rischio che succeda qualcosa. E, infatti, è successo”.

fonte: L'Arena

1 settembre 2011

Nuova Gladio in Libia? Storia e retroscena dei tre “mercenari” italiani prima rapiti e poi liberati

Tre italiani. Sequestrati dai gheddafiani al confine tra Libia e Tunisia. Liberati lo scorso 21 agosto, dopo quasi un mese di prigionia. Una storia piena di incongruenze e assurde ambiguità. Una storia che ricorda la triste (e quanto mai oscura) vicenda di Fabrizio Quattrocchi. Dietro la parola contractors spesso si nasconde un mondo su cui persino lo Stato ha più interesse a tacere. Spie, agenti segreti o guardie del corpo? Oppure semplici mercenari? Nessuno ne parla, eccetto la giornalista del Corsera Erika Dellacasa. Impressioni? Tutte in un flashback. Tutte in due parole: Nuova Gladio.

Un mercenario serbo in Libia
Stiamo parlando della vicenda – poco nota e della quale il “Corriere della Sera” sta svelando importanti retroscena – che ha visto come protagonisti Luca Boero, Vittorio Carella e Antonio Cataldo. I tre, il 23 luglio, sono stati sequestrati dai lealisti di Gheddafi al confine tra Libia e Tunisia, ma – a detta loro – si sarebbe trattato semplicemente di sorte avversa. I tre italiani, infatti, sarebbero stati diretti non in Libia, bensì in Tunisia per presentare “un progetto di sicurezza al Ministero dello Sport di Tunisi”, scrive il Corsera. La domanda è scontata a questo punto: che ci facevano i tre nella zona di confine dove poi sono stati arrestati? Pura casualità, hanno detto i tre: sarebbero stati portati lì a loro insaputa. Una tesi che – è evidente – lascia spazio a molti interrogativi. Anche perché, pur ammettendo che la posizione degli italiani sia nel vero, resta comunque difficile credere che abbiano deciso di recarsi in Tunisia in un periodo così turbolento per l’area nordafricana.
Ma continuiamo con il racconto. Il 23 luglio, come detto, Boero, Cataldo e Carella si trovano nella zona di confine, dove i lealisti li prendono prigionieri e li trasferiscono nel carcere di Abu Salim a Tripoli. Qui, a detta loro torturati, legati e picchiati, restano fino al 21 agosto, giorno in cui sono liberati dai ribelli del regime. E, finalmente, il 29 agosto il rientro in patria. Ma ad attenderli la Procura della Repubblica: è stata infatti aperta immediatamente un’inchiesta, coordinata dal procuratore Pietro Saviotti, per comprendere come mai i tre italiani si trovassero lì in un periodo così tumultuoso.

UN IDRAULICO, UN BUTTAFUORI E UN METRONOTTE: ECCO CHI SONO I TRE CONTRACTORS. E IN PAESE NESSUNO SA NULLA
Come detto, però, gli interrogativi sono più che profondi. Innanzitutto perché i tre hanno sì un passato militare alle proprie spalle, ma decisamente sui generis. Vittorio Carella, ad esempio, è metronotte di Peschiera Borromeo, “persona rispettata e rispettabile – dichiarano nel paese in provincia di Milano - anche se nell’ultimo periodo era accaduto un fatto insolito per lui: si era fatto crescere una barba folta”. Abbiamo chiesto ad un militare se ci sia un legame possibile tra tale circostanza e la partenza per la Libia: “questo non si può dire. È nei fatti, però, che un lavoro sotto copertura in Paesi come la Libia o l’Afghanistan, o da infiltrati, prevede anche che ci si faccia crescere la barba”. Soltanto un’ipotesi, si capisce. La famiglia è molto conosciuta in città: papà Virgilio ha lavorato per anni come dipendente comunale. È anche per questo che in città girano diverse voci, acuite dal fatto – ci dicono – che i familiari sono diventati evasivi, si sono barricati in casa ed è difficile avere un contatto con loro.
Antonio Cataldo, affermano a Chiusano San Domenico, paese in provincia di Avellino di poco più di duemila abitanti dove – si presuppone – tutti conoscono tutti, “fa lavoretti vari: l’idraulico, il meccanico, cose così”. E allora cosa ci faceva in Libia? “Non lo sappiamo. Probabilmente nessuno lo sapeva. Nessuno l’ha visto in quel periodo, ma non era una novità: spesso spariva per parecchio tempo”. Fatto decisamente strano, soprattutto se si considera che Cataldo, prima di partire, ha frequentato un campo militare sulle colline di Scandicci, vicino Firenze. Stiamo parlando del VII R.A.I. (Reparto Assalto Interdizione), campo che tiene corsi, come si legge sul sito, di “softair (gioco militare riconosciuto anche da enti sportivi, ndr), avventura” ma - attenzione - anche di “difesa personale e addestramento militare”. Qui gli spazi oscuri della vicenda cominciano ad addensarsi: perché un campo tiene corsi di softair, ma anche di addestramento militare vero e proprio? Non è affatto un caso, allora, che la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo sulla struttura. Se, infatti, sul sito si legge che “il Softair è uno sport di squadra riconosciuto da enti di promozione sportiva a loro volta riconosciuti dal CONI […] Il gioco è assolutamente innocuo e non violento (vietatissimo qualunque contatto fisico con l'avversario”, il fatto stesso che si pratichi “addestramento militare” e che le voci secondo cui Cataldo abbia frequentato il campo prima di partire si facciano sempre più insistenti, lascia adito a interrogativi a cui certamente bisogna dare risposte. Dalla Procura per lo meno e non dal centro militare, dato che, contattati per tutto il pomeriggio, nessuno ci ha risposto.
Ma arriviamo al terzo uomo fermato in Libia: Luca Boero, caporalmaggiore, esperto di arti marziali, investigatore privato che si occupa della sicurezza dei locali notturni a Genova. Boero abita sì nel capoluogo ligure come riportato da diversi organi di informazione, ma soprattutto a Garbagna, in provincia di Alessandria, nella centralissima piazza Doria. Anche qui, però, nessuno si era accorto della sua assenza perché, dichiarano alcuni suoi compaesani, “spesso capitava che si allontanava da Garbagna anche per lunghi periodi”, tant’è che la notizia della prigionia è caduta come un fulmine a ciel sereno: la famiglia, sebbene sapesse, non ha fatto trapelare nulla. In paese, però, nessuno vuole entrare in merito alla questione: “sono fatti privati”, dicono.
Boero certamente era il più esperto tra i tre: lo ritroviamo, infatti, anche nel 2002 in Kosovo in divisa KFor (Kosovo Force), ma dopo il congedo pare si sia “messo in proprio”. E lui, come gli altri, sono stati contattati – a detta loro – dall’agenzia di sicurezza con sede a Dubai 2Steam, tramite Facebook. Ma anche qui i conti non tornano: è impossibile ritrovare un sito di tale agenzia. Com’è possibile, ci si chiede allora, che i tre siano stati contattati tramite un social network se sulla rete stessa non c’è nulla che parli di tale fantomatica 2Steam? “Senza contare – ci dice il militare che abbiamo contattato – che è difficile se non impensabile che si recluti gente tramite Facebook per questioni così drammatiche e delicate“.
Le questioni aperte e quanto mai intricate non finiscono qui. Un’altra circostanza decisamente da tenere in conto è che prima di partire, rivela Erika Dellacasa, Boero “aveva contattato Paolo Simeone, già caposquadra di Fabrizio Quattrocchi, il contractor della compagnia di sicurezza Presidium ucciso nel 2004 in Iraq”.

PAOLO SIMEONE, RECLUTATORE DI PROFESSIONE
Il contatto con Simeone è uno di quei fili da non perdere per cercare di ritrovare la matassa. Una matassa che, se fosse confermata l’indiscrezione della giornalista del Corriere della Sera, porterebbe molto lontano, a fatti drammatici degli ultimi anni della storia militare italiana. Stiamo parlando del sequestro e poi dell’uccisione di Quattrocchi, ma anche del sequestro della giornalista Giuliana Sgrena (2005) e delle due volontarie Simona Pari e Simona Torretta. Tutto ruoterebbe intorno alla figura, appunto, di Paolo Simeone.
Ex incursore del Battaglione San Marco, poi nella legione straniera in Paesi africani e in missione in Kosovo, Afghanistan e Iraq, nel 2002 Simeone decide di entrare nelle ong. Perché un militare con cotanta esperienza entra nelle organizzazioni umanitarie? Ufficialmente per le sue qualità di sminatore, ma ben presto gli obiettivi di Simeone diventano altri: conoscendo bene le logiche dei Paesi in guerra non si lascia sfuggire quanto sia redditizia l’attività di fornitura di militari alle truppe in difficoltà. In Iraq, quando ancora era in una ong – casualità: era nell’organizzazione “Il ponte per …”, la stessa in cui, un anno dopo, militeranno le due Simone quando verranno arrestate - conosce quella che poi diventerà la sua fida compagna, Valeria Castellani. Insieme fondano Naf Security, sede in Iraq, amministrata dalla stessa Castellani.
Ma la nuova azienda non riesce a vincere neanche un appalto per la sicurezza privata. Sono tutte vinte da aziende con sede in Usa. Ed ecco allora la svolta: i due, con la stessa struttura e la stessa dirigenza, fondano una nuova compagnia, la Dts Security, questa volta con sede in America, Nevada. Ed ora sì che gli appalti cominciano ad essere vinti: vengono così chiamati dall’Italia amici di Simeone, tra cui anche Fabrizio Quattrocchi, uno dei quattro contractors che verranno sequestrati il 13 aprile 2004. Gli altri, circa un mese dopo, verranno rilasciati. Quattrocchi, un giorno dopo il sequestro, verrà brutalmente ucciso.
In pratica, Paolo Simeone e Valeria Castellani, giunti da volontari, hanno ben presto deciso di metter su un’azienda di scorta e servizio militare, decisamente redditizia in un Paese di guerra, se pensiamo alla necessità di difesa per tutti coloro, imprese e politici, che ne hanno bisogno. Come disse Roberto Saviano in un articolo di allora: “diviene in molti territori dell’Iraq un esercito parallelo a tutela del flusso di capitali che giunge in Iraq sottoforma di macchinari, politici, o trivelle”.
Il legame, accertato dal Corriere della Sera, tra Simeone e Boero potrebbe dimostrarsi, ora, un punto nevralgico della questione: perché tutti questi segreti? Perché tutte le persone contattate da Infiltrato.it non sapevano nulla dei loro concittadini partiti per la Libia? Perché tanto mistero? Si potrebbe prospettare – il condizionale è d’obbligo –una vicenda nella quale a tirar le fila ci sia un’organizzazione paramilitare di questo tipo?

IPOTESI MERCENARIATO. MA INTANTO LO STATO SI DISINTERESSA DEL PROBLEMA
Soltanto un’ipotesi, sia chiaro. Ma è evidente come, per molti aspetti, quanto sta emergendo in questi giorni sia la fotocopia di quello che accadde nel 2004. E, se la Procura di Firenze dovesse appurare che in quel campo militare vicino Firenze non vengono tenuti solo corsi di softair, ma veri e propri addestramenti per soldati, allora la questione si farebbe decisamente più scottante. Ad oggi i tre si definiscono semplici “addetti alla sicurezza privata”, ma i dubbi restano. Come disse tempo fa il compianto Giuseppe D’Avanzo parlando della vicenda Quattrocchi: “nessuno è in grado dire che cosa davvero i nostri connazionali facessero in Iraq e per conto di chi. Operatori della sicurezza o "BG/CP", come sono definiti, bodyguard/close protection. Senza dubbio, ma la formula è troppo vaga. Quel mestiere lì si può fare in molti modi”. Ecco perché c’è chi avalla, ieri come oggi, la pista del mercenariato.
Non è un caso, allora, che, alla morte di Quattrocchi, si aprì un processo per il reato di “arruolamento o armamenti non autorizzati al servizio di uno Stato estero” (art.288 c.p.). Mercenariato, in pratica. L’ordinanza del Gip di Bari del 2001, ad esempio, dichiarava senza mezzi termini che le indagini fino a quel punto esperite avevano “consentito […] di accertare che era effettivamente vero quanto ipotizzato, subito dopo il sequestro dei quattro italiani in Irak, che essi erano sul territorio di quel paese in veste di mercenari, o, perlomeno, di gorilla”. I reclutatori, alla fine, riuscirono a ottenere il pieno proscioglimento perché “il fatto non sussiste”, ma quanto detto sinora, questo evidente parallelismo tra quanto accaduto in questi giorni e quello che accadde in Iraq, lascia facilmente intendere che è più di un’impressione, più di un’ipotesi quella secondo la quale i tre italiani stiano perlomeno nascondendo qualcosa.
Per inciso. Anche la legge italiana, a tal proposito, agevola tali meccanismi piuttosto che contrastarli. Non siamo noi a dirlo, ma il Cemiss (Centro Militare di Studi Strategici) nel dossier “PRIVATE MILITARY COMPANIES: difficoltà di inquadramento giuridico e considerazioni sull’opportunità del ricorso al loro utilizzo” (2010). La fonte, certamente autorevole a riguardo, osserva che, sebbene l’Italia abbia ratificato la Convenzione Internazionale contro il mercenariato con la legge 210 del 12 maggio 1995 (“Ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale contro il reclutamento, l'utilizzazione, il finanziamento e l'istruzione di mercenari, adottata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 4 dicembre 1989”), “ad oggi non esiste in Italia una disciplina specifica relativa al settore delle PMSCs (Private military security company, ndr)”.
Osserva il Cemiss, inoltre, che nemmeno è attivo nel nostro Paese un dibattito a riguardo, segno che “la problematicità del vuoto giuridico che concretamente circonda l’operato di queste realtà societarie legate al business della sicurezza e dei servizi militari non venga percepita come una priorità da parte delle Istituzioni”. E qual è il “vuoto giuridico” di cui si parla? Presto detto: l’articolo 288 del nostro Codice Penale, incredibile ma vero, prevede la pena soltanto per i reclutatori (“Chiunque, nel territorio dello Stato e senza approvazione del Governo arruola o arma cittadini, perchè militino al servizio o a favore dello straniero, è punito con la reclusione da tre a sei anni”), non per i mercenari stessi. Conclude il Cemiss: “è una grave lacuna che contribuisce ad aumentare la possibilità di pratiche discutibili all’interno di una zona grigia della legalità”.

Carmine Gazzanni da l'Infiltrato.it

31 agosto 2011

No Tav: Arresti domiciliari per Giorgio

Da domenica scorsa, 28 agosto, il nostro compagno Giorgione, si trova ai domiciliari a Roma dopo che il GIP ha stabilito di scarcerarlo in seguito all’arresto che le truppe di occupazione della Val Susa avevano deciso eseguire a margine dell’ennesima giornata di lotta e di resistenza del movimento NO TAV dello scorso 24 agosto, presso il cantiere fortino che dovrebbe permettere alle lobby mafiose e al governo di procedere con la costruzione dello scempio ambientale chiamato Alta Velocità.
Giorgio è accusato di concorso in resistenza, lesioni aggravate e porto di materiale esplodente. Tutte accuse infondate e campate per aria dal chiaro sapore vendicativo e arbitrario degli arresti, dei soprusi e dei pestaggi ai quali ci hanno abituato polizia e carabinieri come unica risposta alle mobilitazioni sociali e di piazza.
Vogliamo denunciarlo con forza, perché questo è quanto accade quotidianamente intorno e a ridosso del fortino di Chiomonte dove centinaia di persone resistono alle truppe di occupazione, in alcune occasioni come quella dello scorso 3 Luglio, insieme a decine di migliaia di persone da tutta Italia e non solo che sostengono il movimento di resistenza popolare contro il TAV.
Inoltre vogliamo oggi ribadire con ancora più forza una semplice verità: ciò che accade in Val Susa in termini di sopruso, violenza e occupazione militare, rappresenta sempre di più ai nostri occhi, il segno dei tempi, di un paese allo sfascio, in preda ad una torsione autoritaria, promossa dalla peggior cricca mafiosa, pidduista e razzista mai vista – e ce ne vuole – al comando del nostro paese. Alcuni anni fa abbiamo cominciato a denunciare con crescente convinzione che ci fosse una svolta autoritaria, una criminalizzazione e penalizzazione della protesta e in generale dell’iniziativa politica su tutti i livelli della presa di parola del conflitto sociale. Se contassimo gli arresti, le denunce, i processi e le misure repressive dal 2001 ad oggi, diciamo dal 17 marzo di Napoli 2001 contro il global forum prima del g8 genovese, raggiungeremmo cifre esorbitanti, ne verrebbe fuori una fotografia dannatamente grave per la cosiddetta democrazia liberale. A fronte di ciò le supposte opposizioni politiche condividono il terreno repressivo apparentemente adottato oggi solo dalle forze di governo, poiché nella crepa mastodontica aperta dalla crisi sulle ingiustizie e ineguaglianze del neoliberismo l’unica risposta da parte delle lobby e delle oligarchie trasversali al potere è la repressione meglio se preventiva, ancor meglio se silenziosa ma se necessario, eclatante e simbolicamente esemplare, come per il processo che vede alla sbarra decine di compagni dopo la mattanza delle piazze genovesi di quel luglio 2001.
A dieci anni di distanza il doppio petto al governo è sempre più sporco di sangue e di menzogne. A dieci anni di distanza il movimento è cresciuto, sedimentato e sta imparando dalla Valle ribelle che è possibile e necessario, praticare e costruire resistenza e sovranità popolare, dal basso, per l’indipendenza sociale, economica e politica, dalla cricca, dagli sporchi interessi, dalle lobby e dal neoliberismo.
Un forte abbraccio lo mandiamo ai compagni e alla gente della Valle che si sono mobilitati subito per la libertà di Giorgio con un arrivederci a presto sulle barricate della libera Repubblica della Maddalena.

Giorgio libero, tutte e tutti liberi!

Sarà dura, sempre più dura, sicuramente per loro!

Laboratorio Acrobax

Omicidio Aldrovandi: La Questura ordinò di manipolare la verità

Bologna: in 233 pagine viene motivata la sentenza che ha confermato la condanna dei quattro poliziotti: "Fu omicidio colposo, il ragazzo colpito con violenza gratuita, senza nessuna regola". Poi i riferimenti ai superiori degli agenti e al primo pm che si occupò del caso

“Non avere voluto squarciare il velo della cortina di manipolazioni delle fonti di prova, tessuta sin dalle prime ore di quel 25 settembre 2005, getta una luce negativa sulla loro personalità”. È una sentenza che sembra accompagnare la condanna penale a una morale.
Sono 233 pagine la cui lettura è un pugno nello stomaco per chi ha sempre chiesto verità e giustizia sulla morte di Federico Aldrovandi. E i giudici della corte di appello di Bologna, che lo scorso 10 luglio hanno confermato per i quattro poliziotti la condanna di primo grado a tre anni e mezzo per omicidio colposo, non fa sconti.
E non solo per quanto riguarda le responsabilità affibbiate a Paolo Forlani, Enzo Pontani, Monica Segatto e Luca Pollastri per la colluttazione che portò alla morte il ragazzo di 18 anni, ma anche per quanto concerne il comportamento di parte della questura di Ferrara, protagonista di “attività di falsificazione e distorsione dei dati probatori poste in essere sin dalle prime ore successive all’uccisione di Aldrovandi”.
Il giudice Daniela Magagnoli non si fa remore di definire “manipolazioni” quelle “ordite dai superiori” dei quattro agenti. Manipolazioni che però non escludono la responsabilità degli imputati, che anzi, proprio perché “pubblici ufficiali, privi di precedenti disciplinari, sono portatori di un ben diverso onere di lealtà e correttezza processuale rispetto ad un imputato “comune” e avrebbero dovuto portare un contributo di verità”.
Di più. “Lo stesso “onorevole stato di servizio” dei quattro ben lungi dal costituire un elemento attenuante, connota negativamente la loro condotta, improntata alla violenza ingiustificata prima e alla dissimulazione del vero poi, comportamenti che non hanno evidentemente trovato freno nello stato di servizio sino a quel momento immacolato”.
I giudici di secondo grado non risparmiano nemmeno la pm Mariaemauela Guerra, il primo magistrato incaricato del caso (e che ha querelato la madre di Federico e alcuni giornalisti per presunta diffamazione aggravata nei suoi confronti), parlando di “indagini preliminari iniziate nella sostanza vari mesi dopo i fatti e in seguito alla sostituzione del primo sostituto procuratore”.
È una seconda rivincita per Patrizia Moretti, che rimarca come “questa sentenza sottolinea chiaramente quanto sia stata importante l’opera di depistaggio attuata in fase di indagine. La questura di Ferrara ha avuto una parte importante nell’indagine e nel processo, nel quale abbiamo assistito a testimonianze false, inattendibili, lacunose, fuorvianti, come riconosce la corte d’appello”.
Diventa quasi secondario allora per la madre del giovane ricordare come i giudici descrivono il comportamento degli agenti, che hanno “scelto di porre in essere un’azione di contenimento e di repressione non necessaria nei confronti di un soggetto che aveva invece bisogno di trattamento terapeutico”.
Difficile però parlare di aspetto “secondario” se si scorrono le ultime pagine delle motivazioni, che descrivono come i poliziotti misero in atto una “manovra di arresto, contenimento e immobilizzazione condotta con estrema violenza e con modalità scorrette e lesive, quasi i quattro volessero “punire” Aldrovandi per il comportamento aggressivo tenuto nel corso della prima colluttazione”.
Il film di quel 25 settembre non è finito. La Corte continua deplorando l’intervento che “si stava trasformando in un autentico pestaggio”, in una accettazione di “violenza gratuita, assolutamente vietata dalle regole”.
Il caso Aldrovandi però non finirà qui. Le difese hanno già annunciato il ricorso in Cassazione. E in un eventuale terzo grado di giudizio la linea sarà quella dell’appello: “Non viene chiarito – spiega l’avvocato Bordoni – quale comportamento alternativo i quattro imputati avrebbero dovuto porre in essere in quelle condizioni (alle 6 di mattina, in strada, contro un ragazzo di 80 chili alterato) e fino a quando non si accerterà chi gravava sul corpo di Federico e da chi è stata esercitata la pressione letifera, non si potrà attribuire una responsabilità”.
Forse però all’avvocato Bordoni hanno già risposto i giudici di appello: “Le immagini di Aldrovandi sono agli atti e sostenere cose diverse non è possibile”.

fonte: Il fatto quotidiano

Storia di un maestro lasciato morire in ospedale perché "matto"

Vallo della Lucania è una piacevole cittadina collinare, immersa nel verde dei boschi del Cilento. Nel suo tranquillo centro storico la vita scorre lenta, senza lo stress delle grandi città, lontana dalle funeste notizie di cronaca nera che affollano le pagine dei nostri quotidiani. Al tramonto, dalla centralissima sede vescovile, si scatenano i rintocchi di campana -per segnare le ore, per richiamare i fedeli- rintocchi perentori, quasi a ricordare al gregge l'autorità del vescovo.
Li sentiamo, questi rintocchi che in verità disturbano il sonoro, all'interno della sala consiliare dove si tiene un incontro per ricordare il secondo anniversario della morte di Franco Mastrogiovanni, "il maestro più alto del mondo". Ma se non fosse per quelle campane, potremmo anche dimenticare l'esistenza della Chiesa e del suo vescovo in quel territorio, vista l'assenza sistematica e il silenzio disdicevole mantenuti dal prelato su questo caso talmente crudele e incredibile da colpire -io credo- anche gli animi più duri. Figurarsi la chiesa misericordiosa!
Nei giorni di fine luglio di due anni fa, sulla spiaggia di Acciaroli si era svolta una grottesca caccia all'uomo: da una parte i vigili urbani e la guardia costiera che tentavano di mettere le mani su un pezzo d'uomo che, dal mare dove si era rifugiato, si rifiutava di consegnarsi. Dall'altra quell'uomo solo, un maestro elementare, di animo e di militanza anarchica, come è tradizione in questo aspro Cilento, in vacanza sulla costa. Il processo in corso, una volta per tutte, stabilirà che cosa sia veramente successo su quella spiaggia; se sia vero che Mastrogiovanni guidava contro mano terrorizzando alcuni villeggianti che denunciavano il fatto; se sia vero che il sindaco di Pollica, quello stesso Angelo Vassallo assassinato quasi un anno fa da ignoti, probabilmente a causa della sua decisione di mantenere la legalità in un territorio appetito da molti interessi, abbia sbrigativamente firmato un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), di competenza dei sindaci, senza che fossero ottemperati tutti i requisiti di legge.
Fatto sta che, una volta in mano ai medici e infermieri del Reparto Psichiatrico dell'Ospedale di Vallo della Lucania, per il maestro anarchico, amato dai suoi scolari, perseguitato dalla giustizia -aveva subito un'ingiusta condanna che lo aveva portato in carcere ma era stato risarcito dallo Stato, una volta ristabilita la verità- è cominciato un assurdo calvario che lo ha condotto alla morte.
Il personale sanitario sostiene che Mastrogiovanni desse in escandescenze e che per questo si è dovuto sedarlo e legarlo al letto di contenzione, ma nulla giustifica il fatto che da quel momento, per più di ottanta ore, non sia stato nutrito né gli sia stato dato da bere nè gli siano stati sciolti i lacci che lo legava ai polsi e alle caviglie a quel mostruoso letto di tortura.
Dell'agonia del maestro, con lievi e noti problemi psichici, con una vita tribolata sempre dalla parte del torto, un uomo amato e amico di molti nella sua terra, probabilmente avremmo saputo solo la versione dei diciotto fra medici e infermieri che sono oggi sotto processo se non esistesse un video delle telecamere di sorveglianza dell'ospedale dove quelle maledette ottanta ore sono documentate minuto per minuto. È una visione insopportabile: l'uomo nudo o con un pannolone, con un polso sanguinante, segato dai lacci, che si dimena e protesta fino a che, poco a poco, perse le forze, si acquieta senza che gli inservienti, che, con straccio e secchio, lavano il sangue che cola in una pozza dirigano uno sguardo a quel corpo martoriato. Solo sei ore dopo la morte atroce di Mastrogiovanni, il personale dell'ospedale si è accorto del decesso. Intanto sua nipote, la giovane avvocatessa Serra, che aveva chiesto di poter vedere lo zio, era stata rimandata a casa con parole tranquillizzanti: "è sedato, deve riposare".
Il processo si è aperto a Vallo della Lucania qualche mese fa grazie all'impegno dei parenti della vittima, dei suoi amici e di tutti i cilentani onesti e sensibili. Accanto a loro -e presenti nel ricordo del 4 agosto nella sala comunale della città- il giornalista de "Il Mattino", Antonio Manzo che è stato il primo a rivelare i fatti e che definisce quel filmato "l'incorruttibile video", la prova indiscutibile dell'assurdo calvario del maestro. Una proposta irrituale, ma eticamente condivisibile è venuta dal giornalista Angelo Pagliaro che si è offerto di pagare diciotto copie del video da regalare ai diciotto imputati perché se lo rivedano e lo facciano vedere ai propri familiari. Luigi Manconi, presidente dell'Associazione "A buon Diritto", che del caso ha parlato nel suo libro Quando hanno aperto la cella, ha ricordato a tutti che i testimoni che non soccorrono possono diventare degli ottusi carnefici.
È questa infatti la morale di questo episodio atroce: vittima di un eccesso di tutela, Mastrogiovanni è stato ricoverato in una struttura dello Stato che dovrebbe esistere a beneficio dei cittadini. La pigrizia, il tornaconto personale, la pusillanimità, il cinismo hanno fatto in modo che le ore trascorressero infliggendo a quel grande corpo in solitudine, l'orrore della tortura, la disperazione dell' abbandono, la rabbia dell'ingiustizia. La sorella e la nipote di Mastrogiovanni (le pie donne -le definisce Manconi) non sono restate indifferenti, non si sono arrese, non hanno obbedito alla legge del più forte e oggi si vedono accompagnate da sempre più numerosi cittadini di Vallo, della Campania e di tutt'Italia a rivendicare un diritto umano fondamentale: il diritto alla verità.

Alessandra Riccio da arcoiris.tv

28 agosto 2011

Caserta: poliziotto penitenziario arrestato con l’accusa di violenza sessuale su detenuto

Un assistente della polizia penitenziaria è stato arrestato oggi dai suoi stessi colleghi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Il poliziotto che prestava servizio nell’istituto è accusato di violenza sessuale: secondo quanto accertato dagli agenti, avrebbe avuto rapporti sessuali con un detenuto di origini asiatiche, che era addetto ad alcuni servizi lavorativi.
L’inchiesta è partita alcuni mesi fa quando ai poliziotti del locale carcere, coordinati dal commissario Michele Fioretti, sono giunte alcune voci sulle insane abitudini del collega. Un’indagine discreta, poi l’informativa alla procura e la richiesta firmata dal gip e messa in esecuzione nella giornata di oggi.

fonte: Ansa

No Tav: Ancora una notte di resistenza. Fitto lancio di lacrimogeni da parte delle forze dell'ordine

Ancora una notte di resistenza nei dintorni del cantiere della Tav  nei pressi dei cancelli della centrale, e nei pressi della parte più a valle del cantiere, quella appena ampliata.  La risposta delle forze dell'ordine è stata sempre la stessa: repressione con un fitto e uso di  lacrimogeni e idranti contro i No-Tav. Il lancio di lacromogeni ha provocato diversi feriti sia perchè inaspettato, sia perchè diversi sono stati quelli lanciati ad altezza uomo, quindi sulle persone in movimento e sulle macchine che provavano ad allontanarsi. E’ stata chiamata anche un’ambulanza per un ragazzo colpito da un lacrimogeno in testa, ma da subito le sue condizioni non sono apparse gravi e se l’è cavata con pochi punti di sutura.

In nottata c’è stato il fermo di un giovane ragazzo francese che con altri 4 stava percorrendo il sentiero che va dalla centrale alla baita in Clarea. Inseguito dalla polizia , non è riuscito a mettersi in salvo come i suoi amici, ma in mattinata è stato rilasciato.

26 agosto 2011

Arrestato attivista No Tav. Giorgio libero!

Mercoledi 24 agosto centinaia di attivisti no tav si sono dati appuntamento in Clarea, con l’obiettivo di disturbare l’allargamento delle recinzioni che, secondo il progetto della lobby affaristica della Tav, dovrebbe ospitare il futuro cantiere per la costruzione del tunnel geognostico. Dopo ore di mobilitazione ed iniziative, leggiamo dall’edizione on line della Stampa con firma il pennivendolo Massimo Numa che un ragazzo romano, Giorgio, è stato fermato. Dopo ore di ricerca scopriamo che è stato portato in questura a Torino e da li trasferito al carcere delle Vallette in attesa di essere processato per direttissima. Qui di seguito il comunicato scritto dal Centro Sociale Askatasuna e dal Comitato di Lotta di Popolare di Bussoleno, immediatamente sottoscritto anche dal Circolo di Rifondazione Comunista di Bussoleno. Qui invece il comunicato del centro sociale Acrobax.


Giorgio libero!

Apprendiamo stamane che Giorgio, giovane ragazzo appartenente al Centro Sociale Acrobax di Roma, si trova al carcere delle Vallette con una serie di accuse legate alla giornata di lotta che ieri, mercoledì 24/08, ha visto centinaia di attivisti No Tav impegnati a disturbare l’allargamento delle recinzioni in località Clarea.
Con gli elementi che abbiamo raccolto in questo ore possiamo affermare con assoluta certezza che ci troviamo di fronte ad una ricostruzione davvero poco chiara e convincente da parte delle forze dell’ordine e della Digos di Torino, ovviamente da subito ripresa dai “giornalisti” copia.veline della questura. Dai giornali emerge infatti che Giorgio sia stato fermato durante le cariche effettuate della polizia per bloccare l’iniziativa degli attivisti No Tav di taglio delle reti poste a protezione del fortino.
Nessuno degli attivisti No Tav però ha visto il fermo di Giorgio, neanche chi si trovava alle reti per le azioni di disturbo e questo ci porta a pensare che ci troviamo di fronte ad un’altra ricostruzione parziale e fittizia creata ad hoc dalla Questura per criminalizzare il movimento e i suoi attivisti.
Pare altresì assurdo che, una volta in stato di fermo, per molte ore sia stato pressoché impossibile avere notizie su di lui e la sua salute. Od ora non siamo a conoscenza del suo stato di salute e soprattutto di quale sia il suo racconto rispetto a ciò che realmente è accaduto.
Probabilmente, nel giro di poche ore, sarà processato per direttissima.
Nell’attesa e nella speranza che lo si possa al più presto riabbracciare, gli esprimiamo tutta la nostra solidarietà.

Ora e sempre No Tav

Csoa Askatasuna e Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno
Circolo di Rifondazione Comunista di Bussoleno

Questa mattina (26 agosto) alle 11 si terrà presso il Palazzo di Giustizia di Torino il processo per direttissima a Giorgio, il giovane No Tav romano arrestato ieri dalle forze dell’ordine durante la giornata di lotta in località Clarea.

Oggi si deciderà della sua libertà, chi può quindi partecipi e porti la sua bandiera!
Per non farlo sentire solo, per respingere al mittente tutti i tentativi di criminalizzare il movimento NO Tav e i suoi attivisti.

Milano: detenuto muore per il caldo a San Vittore

L'afa ha stroncato un italiano durante l'ora d'aria. I reclusi si dicono "stanchi e sfiniti dal caldo" e rivendicano "riforme strutturali e nell’immediato un procedimento d’urgenza" da parte di Roma.
L’emergenza caldo che in questi giorni affligge Milano ha provocato una vittima nel carcere di San Vittore: alla fine della scorsa settimana un detenuto italiano ha avuto un malore durante l’ora d’aria e, nonostante gli immediati soccorsi prestati dal personale sanitario, è deceduto all’interno della casa circondariale di piazza Filangieri. La notizia è stata confermata dalla direzione del carcere, che sta monitorando in queste ore le condizioni di 15 reclusi che hanno deciso di aderire all’iniziativa promossa dal leader dei Radicali, Marco Pannella, intraprendendo lo sciopero della fame e della sete per protestare contro il sovraffollamento degli istituti di pena italiani.
"I detenuti del carcere di San Vittore si uniscono a quanti portano avanti da mesi rivendicazioni inerenti a provvedimenti urgenti in tema di decongestionamento carcerario, si legge nel comunicato firmato da Daniele Liberati, il 61enne portavoce dei reclusi, con cui si annuncia che "in data 23 agosto 2011 viene iniziato uno sciopero della fame e della sete, totale e a oltranza, da dieci detenuti che si daranno il cambio (senza interrompere lo sciopero) con altri dieci, fino al trattamento sanitario obbligatorio".
Dalla direzione di San Vittore parlano di «15 persone coinvolte nei diversi reparti, tenute costantemente sotto controllo dal personale sanitario e di sorveglianza. I capireparto hanno però informato la direzione del fatto che alcuni detenuti hanno già manifestato l’intenzione di interrompere lo sciopero. La loro iniziativa si inserisce nella lodevole protesta intrapresa a livello nazionale dai Radicali. Il sovraffollamento è un grave problema delle case circondariali italiane e danneggia tanto i detenuti quanto le persone che lavorano all’interno del carcere". Una situazione problematica ulteriormente aggravata dalle attuali difficili condizioni climatiche: in un altro comunicato, i reclusi di San Vittore si definiscono "stanchi e sfiniti dal caldo" e rivendicano "riforme strutturali e nell’immediato un procedimento d’urgenza".

fonte: La Repubblica

Laterza (Ba): Giovane ucciso ad un posto di blocco da un carabiniere

Un giovane di 19 anni, William Perrone, di Laterza, è stato ucciso da un carabiniere di una pattuglia nella notte del 23 agosto  su una strada provinciale nei dintorni della cittadina jonica. E' accaduto verso le 2,30. Secondo la versione fornita dai militari, il giovane ha brandito un'arma, risultata giocattolo, sembra fedele riproduzione di una pistola vera. La pattuglia, che procedeva in auto durante una perlustrazione del territorio, a un certo punto ha rallentato la marcia a causa di alcuni sassi presenti sull'asfalto. A un certo punto, sempre secondo la versione fornita dall'Arma, i militari hanno visto uscire dall'oscurità una sagoma che brandiva un'arma poi rivelatasi una fedele riproduzione di una Beretta senza tappo rosso. Poi il tragico epilogo.

24 agosto 2011

No Tav: E' in corso il tentativo di allargare la recinzione del cantiere. Un fermo

Le forze dell’ordine e gli operai del cantiere stanno tentando di allargare la recinzione in prossimità delle vasche appena sotto l’area archeologica, sotto e oltre il viadotto lato Clarea. Un corteo di circa un centinaio di persone é partito dal campo sportivo di Giaglione. La recinzione del cantiere pare sia stata allargata di circa 50/60 metri. Il corteo partito da Giaglione è arrivato ora alla baita Clarea .I manifestanti hanno iniziato a battere contro le reti di ferro che delimitano il cantiere scatenando la reazione delle forze dell'ordine che hanno lanciato diversi lacrimogeni per disperdere i No Tav. Una ragazza è stata fermata mentre tentava di salire su una delle ruspe utilizzate per i lavori.segui la diretta su InfoAut e Radio Blackout


23 agosto 2011

Milano: detenuto 32enne suicida nel carcere di Opera

I precedenti tentativi di suicidarsi risalgono a quando il giovane era imputato per l’omicidio del ginecologo milanese Marzio Colturani, imbavagliato e ucciso nella sua abitazione milanese dopo una rapina, la notte del 13 novembre 2007
Aveva già tentato due volte di impiccarsi in carcere Serghiei Dragan, il 32enne moldavo che si è tolto la vita giovedì scorso nella sua cella di Opera, nel milanese. I precedenti tentativi di suicidarsi risalgono a quando il giovane era imputato per l’omicidio del ginecologo milanese Marzio Colturani, imbavagliato e ucciso nella sua abitazione milanese dopo una rapina, la notte del 13 novembre 2007. Durante il processo, che si è concluso con la condanna di Dragan a 24 anni e sei mesi di carcere, la difesa aveva chiesto di sottoporre il giovane a una perizia psichiatrica in seguito ai tentativi di suicidio.
“Quando si ammazza un detenuto è sempre un momento molto doloroso - commenta Mirko Mazzali, presidente della Commissione Sicurezza al Comune di Milano - lo conoscevo perché era coimputato di un mio cliente. Nessuno lo ha salvato dopo i precedenti tentativi d’impiccarsi in carcere”. A Opera, Dragan, che continuava a definirsi innocente anche dopo la sentenza di condanna, non era considerato un detenuto a rischio e non era nel regime dei sorvegliati a vista.

Fonte: Agi

21 agosto 2011

Caso Aldrovandi: Da sempre da sempre avvocati e poliziotti i nostri migliori alleati

L’ennesima querela, ai danni di Patrizia Moretti, non fa altro che ricompattare e motivare il Popolo di coloro che vogliono, a norma del DPR 737/81, la destituzione dal Corpo della Polizia di Stato dei Sigg. Forlani, Segatto, Pontani, Pollastri, Marino, Pirani, e Bulgarelli.
Da sempre gli avvocati del nutrito gruppo di condannati sono i nostri migliori alleati e consiglieri.
Comincio’ gia in Aula l’Avv. Trombini, quando con la sua richiesta di acquisizione dei verbali provoco’ il marasma e le condanne di tutti e quattro e poi altri due agenti di polizia, poiche’ emerse che il giornale della Questura era stato “taroccato”.
E ancora: il dott Marino testimoniava che la PM Guerra a fare quell’ispezione di cadavere proprio non ci volle andare: salto’ fuori una memoria difensiva della stessa PM davanti al CSM nella quale si sostanziava che era stata gabbata.
Fino a quel punto vi era stato un dubbio: chi mentiva? Gli Aldrovandi? La Polizia? O il PM Guerra?
Fu la Poliziopoli ferrrarese
Il Giudice Caruso e il Giudice Bighetti hanno stabilito che mentiva la Polizia di Stato, confermandolo ulteriormente con le successive condanne del dott Marino e del Sig. Bulgarelli.
Stavolta, pero’, l’ Avvocato Bordoni e il Sig. Forlani fanno di piu’ e molto di meglio.
Mentre il Questore Savina e il Questore Longo cercano e contattano la famiglia Aldrovandi in una meritoria opera di riconciliazione, il Sig, Forlani (doppiamente condannato, giova ricordarlo) pensa bene (anzi malissimo, Sig. Forlani) di querelare per l’ennesima volta.
Non solo: ma come l’Ispettore Pirani (a seguito della cui querela e poi assoluzione nei mie confronti, ho intentato causa al Ministero degli Interni, prorpio perche’ si e’ firmato “Ispettore della Polizia di Stato”), allo stesso modo il Sig. Forlani si qualifica come “appartenente alla Polizia di Stato”.
Un qualunque psicologo di prima mano potrebbe ben definire lo stato d’animo del Sig. Forlani: teme, ormai sempre piu’ fortemente, di non appartenere piu’ alla Polizia di Stato. Teme che, forse, possa proprio accadere.
Stavolta l’Avvocato Bordoni e il Sig. Forlani fanno ancora qualcosa di piu’: mentre come detto due Questori vanno a casa e, suppongo, li invitino alla celebrazioni per la Festa della Polizia a Ferrara e verosimilmemente anche ad un incontro con il Capo della Polizia Prefetto Manganelli, Il Sig. Forlani e l’Avvocato Bordini vanno a rompere le uova nel paniere che i Vertici con tanta pazienza e dedizione stanno cercando di mettere assieme.
Il Sig. Forlani cioe’ DE FACTO SI PONE IN NETTO CONTRASTO CON I VERTICI DELLA POLIZIA, adottando azioni in contrapposizione con questi.
Ne consegue pertanto che come accade in tutte le Aziende (e la Polizia di Stato e’ una Azienda, con tanto di Consiglio di Amministrazione) chi e’ in contrasto con i Capi deve dimettersi. O essere cacciato.
Pertanto, Dott. Savina, dott. Longo, Prefetto Manganelli, noi alle Vostre celebrazioni non ci verremo. Non parteciperemo alla Messa. Non ci sara’ riappacificazione.
La permanenza nel Corpo dei condannati per il Caso Aldrovandi lo rende in modo lampante impossibile, inattuabile, incociliabile.
Se volete far pace con noi tutti, non c’e’ che una strada: destituzione dal Corpo della Polizia di Stato di tutti i condannati.
E noi useremo tutti i mezzi leciti per raggiungere tale sacrosanto diritto civile.
Gli amici di Federico, il Popolo del Blog, l’esercito dei querelati invita la famiglia Aldrovandi a disertare la manifestazione per la Festa della Polizia a Ferrara.
Invita tutti gli uomini di buona volonta’ che hanno a cuore la Giustizia, il Bene e le Istituzioni ad ingegnarsi e parteciapre ad ogni iniziativa perche’ sia raggiunto l’obiettivo finale: la destituzione dal Corpo della Polizia di Stato.
Invita la Famiglia Aldrovandi ad una “contro Festa della Polizia di Stato” da tenersi sempre a Ferrara nel nel sesto anniversario della morte di Federico indicendo conferenze stampe, dibattiti, laboratori di idee.
Siamo pronti ad aiutarli.
Che condannati e condannandi sparino pure le loro ultime disperatissime cartucce: noi metteremo a segno il botto finale.
A questi, tutti, noi rispondiamo facendo nostre le parole del Mahtma Gandhi che, convocato da Vicere' di India perche' le manifestazioni di protesta proseguivano (stante bastonature, uccisioni e violenza gratuita) alla domanda che "Cosa pensa di pretendere ed ottenere dalla Corona"? , Gandhi rispose: "Semplice! Che facciate le valige e ve ne andiate".
Contro questa determinazione, non ci sono querele in grado di fermarci.

MAURO CORRADINI (amico di Federico, pluri querelato, membro del Comitato Verita’ per Aldro, membro della Comunita’ di Sant’Egidio)

Buonabitacolo (SA): Muore un giovane di 21 anni ad un posto di blocco dei Carabinieri

E' difficile trovare una spiegazione logica a ciò che è successo stasera a Buonabitacolo. Massimo Casalnuovo, un giovane di soli 21 anni, vede la sua vita stroncata a causa di una banale caduta con lo scooter. C'era un posto di blocco dei carabinieri: sembra che un militare abbia intimato lo stop e sembra che Massimo non si sia fermato. Sembra, inoltre che un carabiniere, il maresciallo della locale caserma, lo abbia inseguito e sferrato un calcio alla ruota posteriore dello scooter, facendolo sbandare e quindi sbattere contro lo spigolo di un muretto.
Troppi i "sembra" che nei prossimi giorni saranno certamente chiariti, sia con la spiegazione della dinamica che con la raccolta delle testimonianze dei presenti. Certo è alta la rabbia dei cittadini, che poco a poco hanno cominciato ad affollare il luogo dell'incidente, soprattutto quando è cominciata a girare la voce che il giovane non ce l'aveva fatta. Una rabbia rivolta ai carabinieri impegnati in un sopralluogo per la ricostruzione delle dinamiche dell'incidente.
"Sono persone che dovrebbero tutelarci e invece ci uccidono" è il coro quasi unanime che si è sentito in piazza Agorà, nei pressi del luogo dell'incidente, un coro che passava dalle bocche di padri, madri e dei giovani, tanti, addolorati e rabbiosi. Non era di vendetta, l'aria che si respirava, ma certamente un profondo bisogno di giustizia, che non può mancare nè tardare. Anche perchè non si sono risparmiate versioni divergenti, soprattutto quella che vede il giovane Massimo come un teppistello che ha voluto furbescamente scansare i militari, ferendone uno al piede. Chi conosce Massimo sa che è l'ultima persona che avrebbe potuto fare questo, soprattutto considerando il suo profondo rispetto per gli altri e l'infinita bontà d'animo. Proprio queste versioni hanno fatto riscaldare gli animi al punto che l'intera popolazione ha inveito contro i carabinieri costringendoli ad abbandonare il luogo dell'incidente.
Un dolore che ha significato sconcerto per una intera collettività, che ora può solo stringersi attorno ad una famiglia straziata, aspettando il giorno di un verdetto giusto.

Fonte: Giancarlo Guercio - www.ondanews.it

No Tav:Storia di Alessandro, colpito in pieno volto da un lacrimogeno

«Plurime fratture di entrambi i seni mascellari, frattura del palato duro, del setto nasale, delle ossa nasali»: non è il referto di un medico di guerra, ma uno dei tanti episodi di "ordine pubblico" che ormai si registrano con sempre più frequenza nell'intricato conflitto sociale della Val di Susa.
Protagonista Alessandro L.; un attivista contrario agli appalti Tav "armato" di macchina fotografica, e colpito in pieno volto da uno dei tanti lacrimogeni lanciati ad altezza d'uomo. In una testimonianza raccolta a caldo e rilanciata su Youtube, Alessandro racconta che il pomeriggio del 24 luglio «era una giornata quasi di festa, c'erano anche gli alpini in congedo, famiglie con bambini… stavamo organizzando una proiezione per commemorare Falcone e Borsellino, e gli agenti di polizia uccisi per mano della mafia. All'improvviso abbiamo visto le scie dei lacrimogeni, e allora ho preso la macchina fotografica per documentare quanto stava accadendo. Sono corso al campeggio, e c'era l'ennesima scena di guerra. Lacrimogeni ovunque, lanci di acqua urticante con gli idranti. A qualcuno avrà dato fastidio la macchina fotografica… non ho neanche visto arrivare il colpo, ed ero già per terra davanti a questo lacrimogeno che continuava a soffiare gas. Io non ho mai tirato un sasso - tiene a precisare Alessandro - né ho mai insultato nessuno, ma anche se lo avessi fatto questo non giustificherebbe la violenza che ho subito». Dopo una lenta trafila sanitaria, che i suoi amici considerano molto piu' lunga del dovuto, Alessandro è stato operato il 17 agosto, e su di lui le conseguenze dell'"ordine pubblico" continueranno ancora a farsi sentire per mesi. Il caso di Alessandro è tornato alla ribalta in questi giorni per le segnalazioni lanciate in rete da Simonetta Z., l'attivista No-Tav che ha prestato i primi soccorsi accompagnando Alessandro in ospedale. Simonetta racconta che «quando siamo arrivati al pronto soccorso il medico di guardia ci ha parlato di una situazione grave, che richiedeva un trasferimento e un intervento chirurgico d'urgenza per inserire delle placche. Ma il giorno dopo - prosegue Simonetta - è cambiato tutto, e Alessandro è stato dimesso con codice verde e una prognosi di appena 20 giorni. L'operazione descritta come urgente è stata fatta dopo quasi un mese. Il nostro sospetto - dichiara l'attivista - è che abbiano volutamente tenuto basso il numero di giorni di prognosi per nascondere cio' che per noi è evidente: quel lancio di lacrimogeni poteva essere mortale».

Carlo Gubitosa da Liberazione

20 agosto 2011

Ancora una querela ai danni della mamma di Federico Aldrovandi

Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi il ragazzo che perse la vita ammazzato da quattro poliziotti, finirà davanti al giudice per le indagini preliminari per rispondere delle accuse di diffamazione e istigazione a delinquere. Sono le ipotesi di reato per le quali la chiama in causa Paolo Forlani, uno degli agenti condannati in secondo grado per l’omicidio colposo del ragazzo. Pubblichiamo la lettera di Patrizia a cui va tutta la nostra vicinanza e piena solidarietà.


Oggi ho ricevuto la notizia del rinvio al gip, il 10 novembre 2011, per l’ennesima querela che mi indirizza Paolo Forlani. sempre per il blog. (clicca qui)

Il giorno della sentenza della corte d’appello di Bologna, che confermava in tutto quella del giudice Caruso, uno dei quattro condannati, paolo forlani, ha pensato bene di querelarmi per l’ennesima volta per diffamazione e per istigazione a delinquere.
Chiede che io venga perseguita e punita.
Lo stesso giorno nel quale e’ stato riconosciuto ancora colpevole della morte di mio figlio.
Vendetta? Arroganza? Cieca ostinazione?
La querela inizia così:
“lo scrivente è appartenente alla Polizia di Stato”.
Questo e’ ciò che mi offende ed indigna.
Non temo le sue ostinate e ripetute azioni giudiziarie ma non posso sopportare il fatto che possa ancora qualificarsi in questo modo addirittura nel perseguitarmi giudiziariamente dopo avermi tolto mio figlio.
Questo e’ insopportabile.
Egli potrà partecipare alla festa della polizia ed alla messa ed e’ per questo che io non potrei mai MAI essere li di fianco a lui e ai suoi complici.

Patrizia Moretti

19 agosto 2011

Milano: Vigili urbani picchiano ristoratore indiano

La notte di Sat Pal Saini, per tutti Paul (nella foto), è finita al pronto soccorso del Gaetano Pini: distorsione alla spalla e al polso sinistro. Il trauma, guaribile in due settimane, è conseguenza di un controllo dei vigili dell’annonaria finito male. Poche ore prima di presentarsi in ospedale, il sessantaduenne indiano era nel suo ristorante, il Maharaja in via Vetere, con due vigili in borghese che gli bloccavano le braccia dietro la schiena, «in maniera violenta, tanto da farmi male». Intanto, una vigilessa gli frugava nelle tasche in cerca di documenti, sotto gli occhi di un’altra collega. Sulla vicenda, il comando della polizia locale ha aperto un’indagine interna.
Alla scena, descritta nella querela presentata da Paul al commissariato di Porta Ticinese, hanno assistito allibiti i ragazzi seduti ai tavolini all’aperto del locale, vicino al parco della Vetra. Secondo il racconto, confermato da un testimone, i quattro vigili si presentano al Maharaja poco prima dell’una. Misurano l’ingombro del dehors e ritenendo che ecceda lo spazio consentito fanno una multa, poi se ne vanno. Dopo pochi minuti tornano al ristorante, pretendendo che Paul restituisca loro il verbale «perché sbagliato». Paul chiede di poterlo prima fotocopiare, e il tono brusco degli agenti si trasforma in qualcos’altro. «Per riprendersi i verbali i due uomini mi portavano le braccia dietro la schiena e le bloccavano tenendomi stretti i polsi — si legge nella querela — mentre le due donne infilavano le mani nella tasca dei miei pantaloni e si prendevano i fogli».
L’indiano, in Italia da oltre trent’anni e sposato con un’italiana, dice agli agenti: «Le multe le ho sempre pagate, ma mi sembra che il vostro sia un comportamento razzista». Ai vigili dice anche «chiamo la polizia», e si sente rispondere «la chiamiamo noi». Poi i quattro si allontanano. A Paul, dolorante, si avvicina un cliente che ha assistito alla scena. Si chiama Massimo Benussi, ha 38 anni. Chiede ai vigili i loro nomi, mostra i propri documenti e tornato a casa scrive una mail al sindaco per denunciare «il grave episodio». Grazie a lui, che ha annotato i numeri di matricola di due vigili, il comando ora potrà fare luce su come sono andate le cose. «Paul è una persona perbene — dice Benussi — ha costruito con le proprie mani il ristorante e per gli abitanti del Ticinese è un punto di riferimento».

fonte: La Repubblica

Cosenza: Ruspe e polizia per demolire i centri di iniziativa politica

Dopo la militarizzazione dell'Ateneo avvenuta in occasione della visita del Presidente Napolitano e la comparsa della Celere per «difendere» l'aula magna da un'assemblea degli studenti, all'Università della Calabria sono tornate le forze dell'ordine. Questa volta, però, accompagnano ruspe e addetti alla manutenzione: è agosto, il campus è deserto. Obiettivo: tre sgomberi, normalizzazione.
Seppur in maniera differente, Lsa Assalto, P2 Occupata e Filorosso rappresentano gli unici luoghi di libero confronto all'interno di una Università fiaccata da riforme aziendaliste, tagli ministeriali e burocrazia delle caste accademiche. Luoghi di aggregazione, di confronto e soprattutto centri delle lotte studentesche, contro i Governi e contro le manovre del prof. Latorre, Rettore dal 1999, che ha richiesto e ottenuto la modifica dello Statuto d'Ateneo.
Il primo a farne le spese è il capannone del Filorosso, centro sociale occupato dal 1995, punto di riferimento della socialità universitaria, che la mattina del 4 Agosto ha ricevuto la visita delle ruspe accompagnate da una trentina di uomini in divisa: «il rettore normalizzatore demolisce un'anomalia positiva per l'Unical, che ha sempre praticato la socialità, l'autoformazione, la qualità della vita in un campus deturpato dalle gru e dal cemento», scrivono i ragazzi del «filo».
E mentre le ruspe demoliscono 16 anni di storia, liberando polvere di lana di vetro in aria (tutt'altro che un toccasana), è il turno delle aule sul Ponte Pietro Bucci. Lsa Assalto era nato a gennaio, proprio dopo la comparsata del reparto Celere di fronte all'Aula Magna. Gli studenti hanno trovato il proprio spazio completamente sgombro delle proprie cose (senza nessuna ordinanza di sequestro) e già in fase di tinteggiatura: il vuoto bianco delle altre aule universitarie si era già impossessato del luogo che fino a qualche settimana prima ospitava incontri e dibattiti su beni comuni e rivoluzioni del nord Africa. Sono proprio loro che si accorgono che l'ondata repressiva non ha intenzione di fermarsi, e avvertono gli altri. Il Laboratorio Politico P2 nasce nel novembre 2008, in occasione delle proteste contro i tagli di Tremonti, quando gli studenti dell'Unical occuparono tutte le presidenze dell'ateneo. Da allora l'Aula P2 è punto di riferimento per gli studenti, ma anche per i movimenti territoriali calabresi, ed è qui che si riuniscono i ricercatori precari e si sono svolte molte iniziative sul referendum di giugno. Quando arrivano sul posto, gli studenti trovano il "fattaccio" soltanto iniziato: sopralluogo e cambio delle serrature. Rientrano nello spazio tramite un accesso secondario, controllano che tutto sia rimasto dove l'avevano lasciato e non si schiodano più: «la repressione del Rettore finisce qui. L'unico occupante di questa Università è proprio lui che, come un rais o un sultano, occupa la poltrona più alta dell'ateneo da 12 anni, attraverso relazioni particolari e leggi ad personam». Comincia una vera e propria guerra tra i collettivi ed il Rettore, che tenta di riposizionarsi dicendo che si sarebbe trattato soltanto di lavori di manutenzione, ma mentre nessuno solidarizza col Magnifico, gli interventi a favore degli studenti arrivano a pioggia: comitati, associazioni, persino docenti e presidi di facoltà. Il preludio di una vittoria politica: il Rettore si accontenterà di vedersi concessa la manutenzione dell'aula, che pure nessuno aveva negato, e gli studenti ironizzano «se era uno sgombero, sarà una tinteggiata», chiosando «si tratta di un episodio rilevante, conquistato grazie alla determinazione degli studenti i quali hanno sempre dimostrato radicalità a tutela dei propri diritti e del bene pubblico».
Vittoria parziale però: alle porte di un autunno di austerità, che sarà critico anche tra le aule universitarie, l'Unical, colpita dalla violenta smania normalizzatrice del Rettore, si ritrova privata di due spazi fondamentali di confronto e di incontro. Un atteggiamento autoritario che non potrà che alzare ulteriormente la tensione ed il livello dello scontro tra gli studenti, colpiti profondamente dalle manovre finanziarie degli ultimi anni, e le istituzioni dell'Università e del Paese. Qualcuno, evidentemente, se ne assumerà la responsabilità.


Flavio Stasi, Laboratorio politico P2 occupata (da Il Manifesto)

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